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Non orfani ma multipatriottici. L’europeismo è l’unica patria possibile @DomaniGiornale

“Quando sento parlare di patria, mi viene subito voglia di invadere la Francia e di spezzare le reni alla Grecia”. Come molti lettori/trici di “Domani” hanno sicuramente capito, ho parafrasato Woody Allen al quale la musica di Wagner dava l’irreprimibile stimolo ad invadere la Polonia. Proprio a causa del titolo ho alquanto esitato prima di immergermi nella lettura del saggio di Vittorio Emanuele Parsi, Madre Patria. Un’idea per una nazione di orfani Bompiani 2023. Da più di vent’anni conosco l’autore, professore di Relazioni Internazionali nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano, capitano di fregata della Marina Militare, appassionato giocatore di rugby. Ho letto e apprezzato alcuni dei suoi importanti libri sull’ordine liberale internazionale, le sue tensioni, il suo slabbrarsi. Condivido la sua ferma e argomentata, in molti frequenti interventi a trasmissioni televisive, difesa dell’Ucraina aggredita dalla Russia (caso al quale è qui dedicato un capitolo), e ritengo la sua prospettiva di studioso convincente e feconda. Pertanto, mi è parso utile confrontarmi con la sua “idea per una nazione di orfani”.
Premetto che non mi sono mai sentito orfano di alcunché, meno che mai della “madre patria”. La mia autobiografia comincia con le parole “sono un europeo nato a Torino”. Non sono affatto incline a definire la mia identità con l’unico riferimento all’Italia in quanto patria. Le mie reminiscenze della storia e della politica greca mi hanno condotto a dare valutazione positiva alla pratica di stare insieme in nome di certi valori. Quello considerato particolarmente importante da Pericle nel suo famosissimo discorso sulla democrazia in Atene era la partecipazione, l’azione comune dei migliori dei cittadini per il bene della città (MAGA: Make Atene Great Again) anche sacrificando i loro interessi e piaceri personali. Subito dopo in una sequenza logica irrefutabile, mi confronto con quel grande retore e convinto patriota della Roma repubblicana che fu Marco Tullio Cicerone e gli chiedo se non ritenga che la sua icastica affermazione ubi patria ibi libertas non debba essere capovolta: ubi libertas ibi patria. Ci impegniamo in un concitato confronto nel quale ciascuno di noi sostiene con modalità diverse la necessità che la patria sia luogo di valori, da affermare e per i quali combattere, a cominciare dal valore della libertà senza la quale nessuno degli altri valori avrebbe senso, sostanza, solidità.
Parsi preferisce non formulare e non offrire una precisa definizione della patria. Solo verso la fine del suo saggio dichiara quale è l’obiettivo degno di essere perseguito: “una patria inclusiva, democratica e gentile”. Potrebbe non essere inutile spacchettare ciascuno degli aggettivi e porsi il compito di trovarne di più appropriati, più evocativi, migliori anche se poi diventerebbe tanto essenziale quanto problematico convergere sui criteri per la classificazione. L’aggettivo “inclusivo” viene scelto da Parsi sia perché la patria fascista fu deliberatamente costruita per escludere tutti coloro che si opposero in una pluralità di forme al regime autoritario sia perché anche oggi i governanti italiani hanno, esprimono, manifestano un atteggiamento proprietario: la loro idea di patria è quella giusta, l’unica giusta. Capisco, ma preferirei “aperta”, l’aggettivo utilizzato da Karl Popper contro i tetri e chiusi totalitarismi dei suoi tempi (nient’affatto finiti), che consente di pensare e operare affinché chiunque lo desidera, ovviamente a determinate condizione, possa aderire, entrare nella patria più affine ai suoi valori o più capace di proteggere e promuovere quei valori.
L’aggettivo “democratico” merita il posto centrale. Serve a richiamare l’attenzione sull’esistenza di un notevole numero di patrie che non sono affatto democratiche, che non lo sono mai state, che non stanno in nessun modo cercando di diventarlo. La Grande Madre Russia ne costituisce un caso esemplare. Più in generale, molti regimi (e leader) autoritari fanno leva sulla esaltazione della triade “Dio, Patria, Famiglia”. Infine, non sono per nulla interessato a che la “mia” patria sia gentile. La vorrei esigente e giusta. Esigente nei confronti dei suoi cittadini i cui diritti protegge e promuove, dai quali esige l’adempimento di doveri (eviterò l’aggettivo “sacrosanti”) essenziali: difesa, tassazione, solidarietà, decoro e onore. Giusta perché chiede ai suoi cittadini in proporzione alle loro capacità di contribuire.
La patria alla quale Parsi si riferisce positivamente, quasi con gratitudine è quella che nasce con il Risorgimento quando la probabilmente migliore, anche se molto ristretta, classe politica che l’Italia abbia mai avuto, la Destra Storica, unifica statualmente e politicamente nel Regno d’Italia quanto, fino ad allora, era, aveva ragione il Principe di Metternich, poco più che una “espressione geografica”. Ma, male faremmo se dimenticassimo i diversamente importanti contributi di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi. Vorrei inserirli nel Pantheon dei Patrioti sottolineando che ad entrambi la sola Italia non bastava. Mazzini ebbe come orizzonte la Giovane Europa e Garibaldi è famoso come “eroe dei due mondi” poiché sia in America latina sia in Italia combatté per la libertà.
La Resistenza non fu il completamento del Risorgimento. Fu un Risorgimento diverso innestato su un paese ridotto dal fascismo a macerie politiche, economiche, sociali, culturali. Il 25 luglio 1943 morì il fascismo come regime (non come mentalità). L’8 settembre 1943 si suicidò per egoismo e codardia la monarchia sabauda con i suoi fiancheggiatori felloni. Come in maniera spesso commovente registrano e attestano le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, una certa idea di patria sopravviveva. Si espresse in forme liberaldemocratiche maggioritarie alle quali si contrappose una visione, giustamente criticata senza mezzi termini da Parsi, rivolta alla patria del socialismo, l’Unione Sovietica. Neppure il crollo del Muro di Berlino e la disintegrazione dell’Unione Sovietica hanno portato gli italiani, sostiene Parsi, ad una ricomposizione dell’idea di Patria. Non è stata sufficiente l’opera di predicatori eccellenti, in qualche modo, Sandro Pertini con le sue impertinenze talvolta ai limiti della costituzionalità; Ciampi, purtroppo per lui privo di un partito che facesse da cassa di risonanza alle parole; e Sergio Mattarella. Per motivi che non chiarisce, Parsi esclude, a mio parere, sbagliando, Giorgio Napolitano.
Quel che manca in Italia sono le figure di intellettuali predicatori di patriottismo. Parsi non affronta questo tema poiché ritiene che la patria debba nascere dal basso, bottom up, e che il compito debba essere svolto, non dai docenti nelle scuole, nella cui adesione nutre scarsissima fiducia, condivido, ma, problematicamente, nei e dai nostri cuori. So che i sentimenti contano, ma preferirei che patria e patriottismo venissero argomentati dalla ragione e ragionevolmente condivisi oppure contrastati. A quel che so, altrove in Europa la ricerca di patriottismo è limitata e politicamente marchiata. Il grande filosofo politico e sociologo tedesco Jürgen Habermas si è impegnato nell’elaborazione, mai trionfante, del patriottismo costituzionale proprio per opporsi a qualsiasi riaffermazione/risorgenza nazionalista sotto mentite spoglie patriottiche. Il patriottismo di destra, particolaristico e nazionalista si camuffa come sovranismo. L’invocazione di Parsi è che si parta dal rispetto e dall’amore per quel che ci circonda: persone e regole, “il bene di tutti nostri compatrioti” (p. 179).
Poiché sono giunto alla convinzione che recuperare la patria, concetto e azione, è un’operazione probabilmente impossibile, sicuramente di retroguardia, la mia visione e la mia analisi vanno verso l’europeismo. Dirò, con Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi, che il compito più alto, la sfida più significativa per le patrie e i patrioti consiste nel consapevolmente fare molti passi avanti per convergere sulla patria europea. Il più recente magistrale racconto di vita e di storia dello studioso inglese Timothy Garton Ash, Homelands [patrie al plurale]. A Personal History of Europe (Penguin Random House 2023), è un’ottima lezione di post-patriottismo nazionale. Non è incompatibile con la perorazione patriottica di Parsi. Però, Garton Ash mostra che si possono, si debbono avere più patrie. Concordo.
Pubblicato il 27 dicembre 2023 su Domani
Addio a Bernabei, con la TV unì gli italiani
Non so se la televisione pubblica è la più grande azienda culturale italiana. Non sono neanche sicuro che sia un’azienda propriamente culturale, vale a dire produttrice di cultura. Qualche volta penso che l’Università pubblica dovrebbe essere la principale azienda culturale del paese. Poi, rapidamente, rinsavisco e le fredde cifre, a cominciare dalla distanza abissale fra il numero di coloro che frequentano le università e i molti milioni di telespettatori, mi riportano alla realtà. Mi ricordo anche che la televisione è per telespettatori di tutte le condizioni sociali e di tutte le età e l’università, in Italia più che altrove, continua ad avere squilibri di classe e, naturalmente, tocca soltanto una specifica fascia d’età.
Ecco, Ettore Bernabei, Direttore generale della RAI-TV dal 1961 al 1974, fanfaniano di ferro, tutte queste cose le sapeva benissimo. Fin da subito comprese il potenziale culturale della TV, utilizzando l’aggettivo “culturale” nel senso più ampio possibile, non soltanto la cultura “alta” delle élite, ma soprattutto le conoscenze di base, qui direi delle masse, ma Bernabei mi correggerebbe ricorrendo sia alla parola “pubblico” sia, più semplicemente, al più comprensivo “italiani”. Quello che Bernabei voleva e, costruendolo in una molteplicità di modi, ottenne, fu propria la formazione di una cultura “popolare” diffusa, abbastanza omogenea, di qualità non eccelsa, ma accettabile. D’altronde, se avesse mirato all’eccelso sicuramente non avrebbe raggiunto un pubblico molto ampio. Rilutto ad usare l’espressione “di massa” poiché sembra contenere qualcosa di negativo, di inferiore.
E’ stato spesso scritto che la TV, tra quiz, come “Lascia o raddoppia?”, sceneggiati, spettacoli di varietà, teleromanzi, ha “fatto” gli italiani, vale a dire che ha dato la risposta che Massimo D’Azeglio aveva auspicato subito dopo l’unificazione italiana. Cent’anni dopo la Destra Storica, un democristiano sia per mai nascoste preferenze politiche sia per atteggiamenti e comportamenti che evitavano qualsiasi scontro, conseguiva l’obiettivo di “fare” di un popolo attraversato da differenze di tutti i tipi, a cominciare da quelle regionali, rivelatisi incancellabili, una comunità che dalle Alpi ad Agrigento riusciva, se non a parlare la stessa lingua, almeno a comprenderla.
Quando qualcuno farà un bilancio complessivo, accurato e approfondito, un esercizio sicuramente utile, della TV di Bernabei scoprirà non soltanto la varietà dei programmi che seppe incoraggiare e valorizzare, ma anche la grande apertura ad apporti culturali molto diversi, anche di sinistra, la libertà lasciata a registi ai quali nessuno chiedeva tessere di partito, la possibilità di carriere aziendali non determinate dalla vicinanza a leader politici, nemmeno, esclusivamente a favore di democristiani osservanti (che, però, ovviamente, ci furono, eccome) . In molti modi, il pluralismo culturale e politico era nei fatti e non poteva certamente essere smentito dalle calze imposte alle lunghe e conturbanti gambe delle sorelle Kessler la cui presenza, se posso scherzare, segnalò l’apertura all’Europa, ma fu anche, comunque, parte dello svecchiamento culturale.
Non so se Bernabei si fosse posto come obiettivo anche l’egemonia davvero “nazional-popolare” della Democrazia Cristiana. Fatto sta che proprio nell’anno in cui lasciò la sua carica, la Democrazia Cristiana subì una decisiva sconfitta, politica e culturale, nel referendum sul divorzio. Come dimostrarono altresì le elezioni amministrative del 1975 e le elezioni politiche del 1976, l’Italia era cambiata. Era diventata più moderna, persino più pluralista. Tutti coloro che denunciano l’impatto ottundente della TV, soprattutto quando non riescono a mandare i loro favoriti a dirigere i telegiornali, a elaborare i palinsesti e, da qualche tempo, a condurre i talk show, dovrebbero riflettere sul potenziale autonomo del “mezzo” televisivo e dovrebbero rivalutare, pur nei suoi innegabili limiti, il pluralismo moderato della TV di Stato diretta da Ettore Bernabei.
Pubblicato AGL il 15 agosto 2015