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Addio a Bernabei, con la TV unì gli italiani

Non so se la televisione pubblica è la più grande azienda culturale italiana. Non sono neanche sicuro che sia un’azienda propriamente culturale, vale a dire produttrice di cultura. Qualche volta penso che l’Università pubblica dovrebbe essere la principale azienda culturale del paese. Poi, rapidamente, rinsavisco e le fredde cifre, a cominciare dalla distanza abissale fra il numero di coloro che frequentano le università e i molti milioni di telespettatori, mi riportano alla realtà. Mi ricordo anche che la televisione è per telespettatori di tutte le condizioni sociali e di tutte le età e l’università, in Italia più che altrove, continua ad avere squilibri di classe e, naturalmente, tocca soltanto una specifica fascia d’età.

Ecco, Ettore Bernabei, Direttore generale della RAI-TV dal 1961 al 1974, fanfaniano di ferro, tutte queste cose le sapeva benissimo. Fin da subito comprese il potenziale culturale della TV, utilizzando l’aggettivo “culturale” nel senso più ampio possibile, non soltanto la cultura “alta” delle élite, ma soprattutto le conoscenze di base, qui direi delle masse, ma Bernabei mi correggerebbe ricorrendo sia alla parola “pubblico” sia, più semplicemente, al più comprensivo “italiani”. Quello che Bernabei voleva e, costruendolo in una molteplicità di modi, ottenne, fu propria la formazione di una cultura “popolare” diffusa, abbastanza omogenea, di qualità non eccelsa, ma accettabile. D’altronde, se avesse mirato all’eccelso sicuramente non avrebbe raggiunto un pubblico molto ampio. Rilutto ad usare l’espressione “di massa” poiché sembra contenere qualcosa di negativo, di inferiore.

E’ stato spesso scritto che la TV, tra quiz, come “Lascia o raddoppia?”, sceneggiati, spettacoli di varietà, teleromanzi, ha “fatto” gli italiani, vale a dire che ha dato la risposta che Massimo D’Azeglio aveva auspicato subito dopo l’unificazione italiana. Cent’anni dopo la Destra Storica, un democristiano sia per mai nascoste preferenze politiche sia per atteggiamenti e comportamenti che evitavano qualsiasi scontro, conseguiva l’obiettivo di “fare” di un popolo attraversato da differenze di tutti i tipi, a cominciare da quelle regionali, rivelatisi incancellabili, una comunità che dalle Alpi ad Agrigento riusciva, se non a parlare la stessa lingua, almeno a comprenderla.
Quando qualcuno farà un bilancio complessivo, accurato e approfondito, un esercizio sicuramente utile, della TV di Bernabei scoprirà non soltanto la varietà dei programmi che seppe incoraggiare e valorizzare, ma anche la grande apertura ad apporti culturali molto diversi, anche di sinistra, la libertà lasciata a registi ai quali nessuno chiedeva tessere di partito, la possibilità di carriere aziendali non determinate dalla vicinanza a leader politici, nemmeno, esclusivamente a favore di democristiani osservanti (che, però, ovviamente, ci furono, eccome) . In molti modi, il pluralismo culturale e politico era nei fatti e non poteva certamente essere smentito dalle calze imposte alle lunghe e conturbanti gambe delle sorelle Kessler la cui presenza, se posso scherzare, segnalò l’apertura all’Europa, ma fu anche, comunque, parte dello svecchiamento culturale.

Non so se Bernabei si fosse posto come obiettivo anche l’egemonia davvero “nazional-popolare” della Democrazia Cristiana. Fatto sta che proprio nell’anno in cui lasciò la sua carica, la Democrazia Cristiana subì una decisiva sconfitta, politica e culturale, nel referendum sul divorzio. Come dimostrarono altresì le elezioni amministrative del 1975 e le elezioni politiche del 1976, l’Italia era cambiata. Era diventata più moderna, persino più pluralista. Tutti coloro che denunciano l’impatto ottundente della TV, soprattutto quando non riescono a mandare i loro favoriti a dirigere i telegiornali, a elaborare i palinsesti e, da qualche tempo, a condurre i talk show, dovrebbero riflettere sul potenziale autonomo del “mezzo” televisivo e dovrebbero rivalutare, pur nei suoi innegabili limiti, il pluralismo moderato della TV di Stato diretta da Ettore Bernabei.

Pubblicato AGL il 15 agosto 2015


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