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Stallo totale per governo e opposizione

Difficile sapere se l’intervista del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il filosofo novantenne Emanuele Severino avrà qualche effetto sull’azione di governo. A suo tempo, Karl Marx criticò i filosofi, non solo quelli del suo tempo, per essersi limitati a studiare il mondo invece di provare a cambiarlo. Dal Documento Economico Finanziario presentato il 10 aprile è evidente che il governo giallo-verde e i suoi ministri non hanno la visione di un mondo nuovo, ma neppure di un’Italia e un’Europa nuove. Sembra, piuttosto che non sappiano che pesci prendere. Rispetto alle dichiarazioni espresse già a ottobre-novembre 2018, quando fu elaborata la legge di bilancio, nel DEF emerge una sostanziale presa d’atto che nel 2019 la crescita economica non ci sarà, ma cresceranno sia il deficit del 2,4% sia il debito pubblico al 137%, che non è possibile attuare integralmente la flat tax, che se fosse davvero piatta, sarebbe incostituzionale, se fosse, contraddittoriamente, “progressiva” a più scaglioni, comporterebbe il probabile rischio di un aumento significativo dell’IVA.

Per un po’ di tempo, il Presidente del Consiglio ha stancamente ripetuto che i fondamentali dell’economia italiana sono solidi, ma senza precisare quali siano questi fondamentali. Nel frattempo, nuovi dati fanno supporre che la Francia sia avviata a superare l’Italia come seconda potenza manufatturiera in Europa. Il fatto è che se fra i “fondamentali” si includono anche il debito pubblico e il tasso di crescita, l’economia italiana non è affatto su basi solide. È inevitabile che ciascun governo addebiti ai suoi predecessori la brutta eredità del cattivo andamento dell’economia. In effetti, le radici e le cause del debito pubblico affondano negli ultimi vent’anni. Il tasso di crescita italiano è regolarmente risultato basso, spesso, con l’eccezione della Grecia, il più basso dei paesi dell’Unione Europea.

Forse consapevoli che non sarà il cosiddetto “decreto crescita” a produrre un’impennata dell’economia italiana, i governanti hanno cercato un altro capro espiatorio: la sfavorevole congiuntura internazionale. Ovviamente, c’è qualcosa di vero poiché l’economia italiana, largamente fondata sull’esportazione di prodotti spesso di alta qualità, è molto sensibile al calo della domanda internazionale. Non basta, però, farsi scudo di un capro espiatorio e annunciare come salvifiche le due “riforme” bandiera dei gialli (reddito di cittadinanza) e dei verdi (tassa piatta). Essendo entrambe politiche redistributive, alla luce dei dati disponibili, risultano piuttosto rischiosissime scommesse per il rilancio dell’economia italiana. Nel frattempo, le opposizioni ripetono, facendo pochissima breccia nell’elettorato, che Di Maio e Salvini sono in campagna elettorale permanente, si dividono su tutto, non possono durare. Quel che resta del centro-destra sostiene che quelle politiche Salvini le farebbe meglio con loro, mentre il PD difende fiocamente le sue passate riforme, ma dov’è la contromanovra?

Pubblicato AGL il 15 aprile 2019

Le elezioni anticipate che non convengono a nessuno

Qualche giorno fa l’Agenzia di rating Fitch, oltre a delineare prospettive non buone per l’economia italiana, ha indicato la possibilità di una crisi di governo prossima ventura. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha stancamente replicato che i “fondamentali” dell’economia italiana sono solidi, evidentemente considerando non fondamentali il debito pubblico al 132 % del Prodotto Interno Lordo e la crescita da più di dieci anni nettamente inferiore alla media degli Stati-membri dell’Unione Europea. Insieme a Salvini e Di Maio, ha anche annunciato che il governo durerà cinque anni facendolo diventare l’unico Presidente del Consiglio dal 1945 ad oggi a rimanere in carica per tutta la legislatura. Wishful thinking, pio desiderio?

Sappiamo che la durata media dei governi italiani è di poco più di quindici mesi. L’opposizione, sia il Partito Democratico sia, ancor più, Forza Italia, si attende qualche incidente di percorso, ma, precisamente, quale? All’orizzonte stanno alcune elezioni che costituiscono sempre una misura utile del consenso politico dei partiti. La Lucania, fine marzo, potrà al massimo ratificare la crescita non strepitosa della Lega e il declino inevitabile del Movimento 5 Stelle. Più importanti saranno le elezioni europee del 26 maggio, accompagnate dalle regionali del Piemonte, luogo importante per la TAV. Soprattutto, conterà quanto nella campagna elettorale si divaricheranno le politiche proposte dalla Lega e dalle Cinque Stelle. Il secondo inconveniente per la coalizione di governo potrebbe venire da un flop nell’implementazione, gravata da molte procedure burocratiche, del reddito di cittadinanza. Il terzo, più grave, inconveniente potrà arrivare quando, come preannunciato nella valutazione della Commissione Europea, si rendesse indispensabile una manovra/ina correttiva della Legge di Bilancio, finora smentita, seppure con toni e accenti diversi, dai governanti.

A meno di una clamorosa impennata dello spread che colpirebbe l’intera strategia economica del governo, sia Di Maio sia Salvini tenteranno di evitare la crisi di governo. Di Maio ha interesse a che il governo duri a lungo, da un lato, perché spera di bloccare l’emorragia di voti attraverso una riorganizzazione in partito (ironia della storia) del suo Movimento; dall’altro, perché ha bisogno del tempo necessario al reddito di cittadinanza per produrre effetti positivi. Salvini intende stare al governo più tempo possibile, primo, perché i suoi voti continuano a crescere; secondo, perché sa che chi provoca una crisi di governo non è abitualmente premiato dagli elettori. Comunque, ha una posizione di ricaduta, vale a dire un governo con il centro destra, al quale, però, arriverebbe accolto da un coro: “te lo avevamo detto”. Insomma, Fitch ha soltanto parzialmente e imprecisamente ragione. Il governo italiano non sta benissimo in particolare sul versante delle 5 Stelle, ma i due contraenti hanno buone ragioni per farlo durare e l’opposizione non ha abbastanza idee e forze per farlo cadere.

Pubblicato AGL il 1° marzo 2019

Stracciare la democrazia rappresentativa #m5s #Rousseau #Salvini #Diciotti

Chini sulle carte che hanno ricevuto dai loro rappresentanti nella Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato, i circa ottantamila attivisti del Movimento 5 Stelle le dedicano la domenica a leggerle attentamente per decidere come dovranno votare i loro rappresentanti. Il primo punto da fermare è che non è in gioco una sentenza né di assoluzione né di condanna del Ministro. Molto più semplicemente, ma è importante ripeterlo ancora e sempre, si tratta di stabilire se concedere al Tribunale dei Ministri di Catania di processare il Ministro Salvini. Nel processo, il Ministro avrà modo di spiegare fino in fondo il senso dei suoi comportamenti riguardo la nave Diciotti e i migranti a bordo, del cui sequestro di persona è accusato. Potrà altresì chiarire che stava agendo per preminenti interessi nazionali e quali erano/sono questi interessi nazionali. Se assolto, evento del tutto possibile, conseguirà la legittimazione a proseguire nei suoi comportamenti inflessibili. Gli attivisti delle Cinque Stelle potrebbero anche giungere alla conclusione di negare al Tribunale dei Ministri l’autorizzazione a processare Salvini poiché sono convinti dell’esistenza di una persecuzione nei suoi confronti (fumus persecutionis). Sarà comunque importante sapere quanti attivisti voteranno e quale sarà la distribuzione dei voti. Qui, però, dobbiamo riflettere sul significato di questo voto. Da un lato, il capo politico del Movimento Cinque Stelle Di Maio sottrae l’esercizio libero e informato del voto ai suoi senatori nella giunta e lo conferisce ad una platea di attivisti non sappiamo quanto rappresentativi dei circa dieci milioni di elettori del marzo 2018. Dunque, non siamo di fronte ad una situazione di democrazia diretta attraverso la quale gli elettori fanno sentire e pesare la loro voce. Certamente, viene brutalmente sfigurata la democrazia rappresentativa. Fa la sua comparsa surrettizia e anticostituzionale il “vincolo di mandato”. Gli eletti vengono privati del loro potere di decidere e diventano semplice tramite di decisioni prese altrove senza nessuna garanzia di maggiori conoscenze, superiori competenze, migliore rappresentatività da parte dei decisori, cioè gli attivisti che voteranno. I senatori ridotti al ruolo di passacarte saranno sollevati da qualsiasi responsabilità non avendo esercitato nessuna autonomia. In Giunta non dovranno argomentare il loro voto né sarà necessario spiegarlo ai milioni di elettori delle Cinque Stelle e, più in generale, come avviene nelle democrazie, all’opinione pubblica. Nel migliore dei casi, mettendoci molta buona volontà e auto-illudendoci, questo voto sarebbe un esempio di “democrazia degli attivisti”. Non può essere spacciato come una modalità di democrazia diretta, ma sicuramente è uno sbrego alla democrazia rappresentativa. Per chi vuole provare che il Parlamento è destinato ad essere considerato inutile asservire i parlamentari a decisioni prese dall’esterno è certamente un grande passo avanti.

“Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica”@egeaonline @RadioRadicale

Claudio Landi ha intervistato Gianfranco Pasquino sul suo nuovo saggio

“Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica”
(Università Bocconi Editore)

Venerdì 15 febbraio 2019

ASCOLTA

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Ritorsioni sulla strada per le Europee

Certamente, come sostiene il Presidente del Consiglio, il governo va avanti. Come se niente fosse? Anche se, dopo l’Abruzzo verrà la Sardegna, 24 febbraio, le 5 Stelle hanno subito imboccato la strada della ritorsione “programmatica”: NoTav , costa troppo. È un colpo al vittorioso Salvini che si sta godendo l’avanzata con la quale ha travolto sia le 5 Stelle sia, ancora una volta, Forza Italia. Qualcuno dentro le Cinque Stelle, nella mitica “base”, appare molto preoccupato, e fa bene. Vorrebbe anche chiederne conto ai vertici, nell’ordine, Di Maio, Di Battista e, forse, Casaleggio (con Grillo defilato). Con l’elezione di un Presidente di Regione di Fratelli d’Italia può giustamente esultare anche Giorgia Meloni. Tirano un sospiro di sollievo i dirigenti del Partito Democratico. Grazie all’apporto di una pluralità di liste hanno contenuto la sconfitta, ma che l’Operazione Abruzzo implichi logicamente il sostegno a un composito listone per le elezioni europee, come annunciato da Orfini, Zingaretti e Martina, sottoscrivendo il Manifesto di Calenda, rimane, a mio parere, alquanto dubbio. Preoccupante, soprattutto per chi si candida a fare il segretario del PD, è scoprire che il partito va meglio se si “annega” in un laghetto di liste civiche. Salvini va a vele spiegate per due ottime ragioni. Primo, continua a interpretare il desiderio di sicurezza degli elettori e di modernizzazione meglio di chiunque altro, senza troppi distinguo. Secondo, prende sul serio le campagne elettorali e le fa battendo il territorio, mettendoci, politichese, la faccia.

Il NO delle 5 Stelle alla TAV serve a rassicurare la “base” – i cui segreti, desideri e numeri, sono custoditi dalla piattaforma Rousseau, che sovrintende alle modalità e agli esiti delle votazioni– su uno dei temi di bandiera. Però, il capo politico Luigi Di Maio, da un lato, non sa che pesci prendere, dall’altro, deve assolutamente sperare che qualcosa funzioni da qui alle elezioni europee, passando il più indenne possibile dalle elezioni regionali sarde, già un po’ pregiudicate dalla sconfitta pesante subita nelle municipali di Cagliari. Quello che deve totalmente e rapidamente funzionare è il reddito di cittadinanza che entrerà in vigore ad aprile, in tempo, dunque, per fare sentire i suoi effetti. Comunque, Di Maio è in una posizione di sostanziale debolezza. Non può permettersi di fare saltare il governo poiché non ha nessuna alternativa. Finirebbe all’opposizione con poche prospettive future: duri, forse, ma, dopo una non esaltante esperienza di governo, non più puri. Non interessato alla “purezza”, ma disposto a “sporcarsi le mani” per attuare il suo programma, anche con durezza, Salvini ha una preoccupazione dominante: evitare di andare sotto processo, e una minore, immediata: recuperare sulla TAV. Poi la sua strada sarà in discesa almeno fino a maggio quando il peggio che gli possa succedere è che le aspettative siano troppo superiori all’esito del voto europeo. È un rischio che può permettersi di correre.

Pubblicato AGL il 13 Febbraio 2019

Due scommesse di puro azzardo

Si rallegrino gli elettori e le elettrici del Movimento Cinque Stelle e della Lega. I due movimenti hanno finalmente dato corpo alle più importanti promesse programmatiche fatte in campagna elettorale e inserite nel Contratto del Governo per il cambiamento: reddito di cittadinanza e quota 100. È stata un’operazione complessa tradotta in un decreto di 24 pagine che contiene 26 articoli, paritariamente distribuiti: 13 per il reddito di cittadinanza (che, incidentalmente, contiene anche le “pensioni di cittadinanza”) e 13 per i criteri, 62 anni di età e 38 anni di contributi, per andare in pensione. Sul merito si possono fare molte osservazioni cominciando dal fatto che, da un lato, il reddito di cittadinanza ha un predecessore, il Reddito di Inclusione, elaborato da un governo a guida PD; dall’altro, che “quota 100” vuole smontare la riforma Fornero (ministra nel governo Monti). Ci riuscirà, con esiti, però, che molti esperti ritengono discutibili e rischiosi in un paese nel quale è cresciuta l’aspettativa di vita, ma stanno diminuendo in modo preoccupante le nascite. La seconda osservazione è che, come specificate nel decreto, le modalità di accesso al reddito di cittadinanza e la sua concessione appaiono molto complesse e richiederanno un’efficienza degli organismi burocratici inusuale in Italia, anche per sventare le temute infiltrazioni dei “furbetti” alla cui punizione sono, infatti, dedicati alcuni appositi articoli. La terza osservazione attiene al procedimento legislativo prescelto dai governanti. Il Parlamento italiano non si è ancora rimesso dall’umiliazione subita neppure tre settimane fa in occasione dell’approvazione della Legge di Bilancio, la famigerata manovra, tradotto in un maxiemendamento per la lettura (sic) del quale il Senato ebbe a disposizione quattro ore, e sul quale il governo pose la fiducia. È davvero riprovevole che su due tematiche qualificanti dell’azione di governo, forse, addirittura dell’intera legislatura, Cinque Stelle e Lega abbiano deciso di procedere con un decreto che, lo ricordo, deve essere approvato da entrambe le Camere entro sessanta giorni, sul quale, dunque, è assolutamente probabile che sarà posta la fiducia. Infine, è la stessa filosofia economica sulla quale si fondano reddito di cittadinanza e quota 100 a meritare una riflessione finora appena accennata. Fondamentalmente, il decreto ha caratteristiche redistributive. Per di più, cade in una fase nella quale l’economia europea sta probabilmente entrando in stagnazione, dimostrando quanto dipende davvero dalla locomotiva tedesca che, purtroppo per tutti, ha rallentato fino quasi a fermarsi, e l’economia italiana è in bilico tra stagnazione e recessione. Grillo non parla più di “decrescita felice”, ma recessione significa proprio decrescita che, però, non è affatto felice. Purtroppo, Di Maio e Salvini, troppo flebilmente smentiti da Tria, latitante Conte, si comportano da giocatori d’azzardo puntando su una crescita praticamente irrealizzabile.

Pubblicato AGL il 18 gennaio 2019

Lega pimpante. In affanno il Movimento

Il Movimento 5 Stelle è da qualche settimana entrato in affanno. Il passaggio da ampio contenitore della insoddisfazione e della protesta, entrambe spesso giustificabili, degli italiani a componente di una coalizione di governo che deve tradurre il programma in decisioni politiche si è rivelato molto complicato. Gradualmente, ma inesorabilmente, il Movimento ha perso consensi, mentre, altrettanto inesorabilmente e continuamente, la Lega è cresciuta nei favori dell’elettorato. In parte responsabile della crescita della Lega è stato il fenomeno/problema dell’immigrazione, ritenuto il più importante da una quota molto elevata di elettori. In parte è stata la figura fisica di Salvini presente con le sue ruspe e le sue felpe un po’ dappertutto sul territorio nazionale e, quel che più conta, con una base solida e diffusa capace di amplificarne il messaggio. Il Movimento non sembra essersi reso conto che la piattaforma Rousseau può servire al massimo al suo funzionamento interno e ai suoi processi di comunicazione. Non serve, invece, in nessun modo a entrare in contatto con gli elettori, a rassicurare, spiegare, ampliare il consenso per quanto è stato fatto dal governo, a cominciare dal decreto “dignità”. In un certo senso, la politica tradizionale, quella che, tutto sommato, pratica la Lega, facendo affidamento anche su una fitta rete di amministratori locali che il Movimento ha solo in parte e che sono meno preparati, perché neofiti, dei leghisti, ha dimostrato la sua superiorità sulla nuova politica che vorrebbero i pentastellati.

Nella lunga trattativa con la Commissione Europea per la riscrittura della Legge di Bilancio, mentre Salvini ha insistito imperterrito sulla sua volontà di tenere conto anzitutto degli interessi di sessanta milioni di italiani, Di Maio si è limitato a porre l’accento sul reddito di cittadinanza che riguarderà pochi milioni di italiani. Inoltre, chi ha il compito di mediare fra la Commissione e le preferenze dei due contraenti del patto di governo, il Presidente del Consiglio Conte, vicino ai pentastellati, non ha sicuramente la presenza fisica e l’energia di Salvini e ne viene spesso offuscato. Tutti questi elementi, dalla perdita di consenso alla diminuzione della visibilità politica hanno fatto emergere le prime critiche alla leadership di Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento. Pur lasciando da parte le disavventure della ditta di famiglia e del padre, è apparso evidente che Di Maio non ha la statura del governante come Salvini. Qualche cenno di Beppe Grillo e qualche dichiarazione sparsa di aderenti al Movimento segnalano preoccupazioni. Come già accaduto nel recente passato, la figura di Alessandro di Battista ha fatto la ricomparsa dai luoghi del suo anno sabbatico di astensione dalle cariche politiche. Le esternazioni di Di Battista, che scavalcano le posizioni più moderate di Di Maio che deve tenere conto del suo ruolo di governo, indicano che un’alternativa è possibile, ma la sua stessa esistenza rischia di indebolire il Movimento.

Pubblicato AGL il 18 dicembre 2018