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Due o tre cose da sapere sulle democrazie parlamentari

Nelle democrazie parlamentari, il governo, bisogna continuare a dirlo e a ripeterlo, è espressione del Parlamento. Non è eletto dal popolo. Del Parlamento deve godere la fiducia e mantenerla. Se la perde, può essere sostituito da un altro governo che abbia una maggioranza in Parlamento. Tranne pochissimi casi, quelli anglosassoni caratterizzati da bipartitismo, i governi delle democrazie parlamentari sono formati da coalizioni di partiti. Una volta inaugurati, tutti i governi delle democrazie parlamentari sono a capo di una maggioranza parlamentare e la guidano. Quei governi hanno il dovere politico di attuare un programma. Lo faranno attraverso appositi disegni di legge. Nelle democrazie parlamentari, non sono i parlamentari, per quanto bravi e competenti, a fare le leggi. È il governo, che ha ricevuto un mandato, a elaborare le leggi. Il parlamento le discute, le emenda, le può, nei limiti definiti dal governo, cambiare, infine le approva (o respinge).

Il programma del governo non può mai essere il programma di un solo partito, ma un compromesso, parola nobile, fra i programmi che i partiti facenti parte della coalizione hanno presentato agli elettori durante la campagna elettorale. Ciascuno dei parlamentari di ciascuno e di tutti quei partiti deve sapere che è stato eletto, soprattutto laddove la legge elettorale è proporzionale, com’è il caso praticamente di tutte le democrazie parlamentari ad esclusione di quelle anglosassoni, grazie al fatto che gli elettori hanno scelto il partito che li ha candidati e, più o meno indirettamente, hanno preferito il programma di quel partito. Dopodiché, il problema è che il programma di un governo multipartitico differisce, in verità, mai in maniera esagerata, comunque, non diverge, dai programmi di ciascuno dei partiti contraenti. A quel punto, senza troppi tentennamenti e furbizie, prese di distanza e opportunismi, ciascuno dei parlamentari deve decidere, “senza vincolo di mandato”, se accettare il programma del governo al quale partecipa il partito che lo ha sostanzialmente fatto eleggere oppure se non può e/o non vuole. Quello che non dovrebbe essergli consentito è di impegnarsi in una quotidiana guerriglia parlamentare contro il governo rimanendo dentro il suo gruppo e diventando un franco tiratore.

A loro volta, i dirigenti dei partiti e dei gruppi parlamentari debbono richiedere, esigere il sostegno e il voto dei loro parlamentari su tutte le materie concordate con i dirigenti degli altri partiti e confluite nel programma di governo. Fin qui il rapporto cruciale fra governo e sua maggioranza parlamentare per l’attuazione del programma concordato che discende in maniera abitualmente considerevole dai programmi dei singoli partiti. La richiesta di disciplina di voto e, qualche volta, di un voto di fiducia, per chiudere la discussione, per fare cessare l’ostruzionismo dell’opposizione, per imporre la decadenza degli emendamenti (spesso stilati da agguerriti gruppi di pressione), è, per lo più, sostanzialmente giustificata e l’indisciplina dei parlamentari risulta indisponente, pelosa e stigmatizzabile. Tutt’altro discorso va fatto quando all’attenzione dei parlamentari il governo pone, per una molteplicità di ragioni, tutte da verificare e da discutere, materie che non si trovano né nel programma di un partito né nel programma dello stesso governo. Allora, sia i dirigenti dei partiti e i capi dei gruppi parlamentari sia il governo e i suoi Ministri il voto di ciascun parlamentare (anche se molti sono già in partenza sufficientemente ossequienti, pronti a qualsiasi prostrazione) debbono conquistarselo. Al proposito, la rappresentanza politica fa, mi spingo più in là, deve fare aggio sulla disciplina di partito e, in un certo senso, di governo.

Il parlamentare può anche decidere di non votare un provvedimento che ritiene contrario al programma del suo partito, che ritiene inaccettabile dai suoi elettori le cui preferenze è giunto a conoscere durante la campagna elettorale, che va contro i suoi personali principi, contro la sua coscienza (e che spiegherà facendo ricorso anche alla sua scienza ovvero ai suoi studi e alle sue conoscenze). Il dissenso argomentato è il sale delle democrazie, ovviamente anche parlamentari. Sovvertire il rapporto fra governo e parlamento asserendo la preminenza del secondo sul primo, sempre e comunque, negando al governo la prerogativa di fare appello alla fiducia e togliendoli gli strumenti, fra i quali il ricorso alla decretazione d’urgenza (ovviamente soltanto in casi “straordinari di necessità”), può significare la trasformazione di una democrazia parlamentare in una pericolosa sbandante democrazia assembleare. Questo è, temo, il pericolosissimo approdo della analisi di Umberto Curi. Potrebbe anche finire per essere, a memoria di un futuro prossimo, l’esito di un governicchio di neanche abbastanza grande coalizione — i numeri parlamentari al momento sono chiaramente insufficienti– fra Partito Democratico e suoi cespugli e Forza Italia. Anche questa è una cosa che so, che riguarda i comportamenti, non la struttura del Parlamento, e che, di conseguenza, non sarebbe evitata, ma, peggio, accentuata in un Parlamento (a funzionamento) monocamerale, come quello che sarebbe conseguito dal “sì” al referendum costituzionale.

Pubblicato 8 febbraio su PARADOXAforum


Unioni civili: battaglia aperta e chiara

La parola sulle unioni civili torna al Parlamento, più precisamente al tanto criticato Senato, e la decisione sarà presa dai rappresentanti eletti. Il dibattito è stato ampio, come si conviene ad un tema complesso e delicato. Ha fornito informazioni e approfondimenti. Ha consentito a una pluralità di voci di farsi sentire e, anche, con le manifestazioni contrapposte, di contarsi. Degno di nota, infatti, ha avuto ampia risonanza, è stato l’intervento del Cardinale Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana il quale, augurandosi la sconfitta delle unioni civili, ma soprattutto stigmatizzando l’articolo che consente l’adozione dei figli dei contraenti, ha richiesto il voto segreto. La replica è stata che sulle materie parlamentari decidono i due Presidenti, interpretando e applicando i regolamenti. “Gamba tesa” di Bagnasco? No. Legittima espressione di un desiderio come fu, a suo tempo, l’invito del Cardinale Ruini all’astensione per fare fallire il referendum che mirava all’abrogazione della legge 40 che poneva limiti strettissimi e punitivi alla fecondazione assistita. Quell’invito contribuì notevolmente a fare mancare il quorum, ma, in seguito, gradualmente, la Corte Costituzionale smantellò quella brutta legge.

Al Cardinale Bagnasco qualcuno avrebbe potuto, e tuttora potrebbe, ricordare che, nel Discorso della Montagna, Cristo è stato categorico: “sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no: il di più viene dal maligno”. Ai parlamentari, credenti e no, cattolici e no, i loro concittadini elettori hanno il dovere di chiedere che spieghino apertamente e pubblicamente i loro voti e che li argomentino, che la loro coscienza si esprima unitamente alle conoscenze che la hanno orientata in qualsiasi direzione. Dovrebbero essere in primo luogo proprio i credenti e i cattolici a non trincerarsi dietro il voto segreto e a rivendicare limpidamente le loro convinzioni. Allo stesso modo, dovrebbero agire i non credenti eventualmente contrari all’adozione dei figli spiegando pubblicamente il loro voto senza nascondersi dietro la segretezza eventualmente ottenuta dai cattolici. Non dovrei aggiungere che in questioni che attengono la vita delle persone nessun dirigente politico è legittimato ad imporre qualsivoglia disciplina di partito né a minacciare punizioni.

La legge sulle unioni civili è attesa da almeno un decennio, che significa che il Parlamento non è stato sufficientemente ricettivo di diffuse, ma certamente non maggioritarie, istanze sociali. Leggi sulle unioni civili sono da tempo già in vigore in quasi tutti i paesi europei, che significa che, anche in questo caso, l’Italia è in ritardo. Il punto più controverso della legge riguarda la facoltà dei contraenti l’unione civile di adottare i figli del compagno/della compagna. Il criterio dominante per decidere in maniera equa se consentire questa opzione (meglio non definirla “diritto”) deve basarsi sulle modalità con le quali è preferibile ottenere che le esigenze del minore che viene adottato siano meglio soddisfatte e il suo benessere meglio garantito. Gli oppositori della concessione/riconoscimento della facoltà di adozione sembrano preoccupati non tanto dall’eventuale adozione, ma soprattutto dalla possibilità che si apra la strada all'”utero in affitto”. Non esiste nessun automatismo, ma è lecito che gli oppositori esprimano la loro contrarietà nel dibattito e nelle votazioni, proponendo appositi ordini del giorno che rimangano agli atti e che servano come indicazioni a futura memoria. Molto meno lecito è che blocchino, a tutto danno dei minori, quella specifica facoltà. Alla fine, in democrazia, senza schiacciare mai le minoranze, sono le maggioranze che hanno non soltanto il diritto, ma il dovere di decidere (eventualmente, persino di non decidere). Meglio, molto meglio se le maggioranze e le minoranze si assumono tutte le loro responsabilità a viso aperto, con voto palese.

Pubblicato AGL 16 febbraio 2016

Unioni Civili. Serve trasparenza

La famiglia è uno dei pilastri sui quali si costruisce, si mantiene, si riproduce una società. Dappertutto. Le modalità con le quali si dà vita ad una famiglia, la si scioglie, la si costituisce in maniera diversa, sono cambiate nel tempo. Il matrimonio è una di quelle modalità, ma, forse, in qualche paese è già una scelta minoritaria, spesso effettuata tardi e con molteplicità di motivazioni. Una di queste motivazioni è costituita dall’accesso, assolutamente legittimo, a tutte le forme di assistenza e previdenza che vanno sotto il nome di welfare. Né la formazione di una famiglia tradizionale: uomo, donna, figli propri, né le unioni civili fra persone dello stesso sesso che adottano i figli dei due contraenti configurano dei diritti. Sposarsi e convivere stabilmente sono facoltà, opportunità, attività che ciascuno può liberamente esercitare oppure no. Una società democratica e aperta, liberale ha il dovere di consentire che le persone scelgano come preferiscono vivere la loro vita. Nessuno obbliga nessuno e nessuno deve impedire agli altri di decidere quali tipi di rapporti intrattenere. Allo Stato è lecito chiedere che riconosca tutte le modalità di convivenza che non violino né la Costituzione né le leggi esistenti e che consentano il massimo di “felicità” possibile senza intaccare la felicità, le convinzioni e le preferenze degli altri. La linea distintiva non corre fra coloro che credono in una fede e coloro che non hanno fede. Passa fra coloro che desiderano garantire a tutti di scegliere secondo le loro credenze e preferenze e coloro che pretendono di imporre le loro credenze e preferenze.

Per quanto riguarda i figli, in particolare le adozioni, il punto dolente dell’attuale scontro, fuori e dentro il Parlamento, sono due le bussole che servono ad orientare anche il legislatore. La prima bussola si trova nell’art. 29 della Costituzione italiana. E’ costituita dal dovere dei genitori di “mantenere, istruire, educare i figli anche se nati fuori del matrimonio”. Difficile, al limite della Costituzionalità, non richiedere, anche a conviventi dello stesso sesso che abbiano deciso di contrarre un’unione civile, l’adempimento degli stessi obblighi nei confronti dei figli avuti in precedenza. Anzi, proprio l’unione civile costituisce la garanzia, rafforzata dalla libera scelta dell’adozione, che quegli obblighi saranno mantenuti da entrambi i soggetti dell’unione civile. Nulla di tutto questo attenta alla sacralità, se si vuole usare questo termine, alla coesione, all’importanza, al benessere della famiglia classica. Sarebbe, poi, un artificio fin troppo facile mettere in rilevo che questo tipo di famiglia è in crisi poiché la crisi non viene certamente superata dalla diffusione delle unioni civili, ma non viene neppure aggravata dal loro riconoscimento. Quanto alla seconda bussola per orientarsi in una tematica complessissima non può che essere quella della condizione dei minori, dei bambini. La possibilità di adottare i figli nati prima della formazione di una unione civile ha come scopo quello di rendere buona e migliore la vita di quei bambini altrimenti destinati a rimanere in un limbo sociale con tutte le conseguenze negative in termini economici, di dignità, di rapporti interpersonali. Certo, bisogna che il legislatore tracci con grande precisione il confine fra la stepchild adoption e le pratiche di utero in affitto.

Infine, proprio perché, un po’ dappertutto nel resto dell’Europa, da tempo le unioni civili sono riconosciute e regolamentate, in molti casi accompagnate dalla possibilità di adottare la prole del compagno/compagna, è importante che il Parlamento italiano operi, non ricorrendo né alla disciplina di partito né al voto segreto, ma in totale trasparenza. In argomenti delicati e controversi, carichi di ideali e di valori, è opportuno che i parlamentari si assumano apertamente la responsabilità del loro voto, in coscienza e in scienza, vale a dire spiegando perché ritengono preferibile una scelta rispetto ad un’altra. Darebbero un importante contributo alla crescita culturale di quell’insieme di famiglie dei più diversi tipi che si chiama società civile.

Pubblicato AGL 2 febbraio 2016

Il dopo Napolitano. Quel voto così lontano

Corriere di Bologna

E’ legittimo che un partito scelga i rappresentanti della Regione che voteranno il Presidente della Repubblica con riferimento esclusivo alla loro appartenenza di corrente? In Emilia-Romagna, il caso si è presentato per la opportunità o meno di nominare, come vorrebbe la prassi istituzionale, la vice-presidente del Consiglio Regionale Simonetta Saliera, ritenuta anti-renziana. Il problema, però, ha implicazioni molto più ampie e delicate poiché, per esempio, è destinato a ripresentarsi quando le Regioni dovranno nominare i senatori di loro spettanza. I consiglieri sceglieranno senatori nell’ambito del loro partito, guardando addirittura all’appartenenza di corrente, oppure terranno delle competenze dei candidabili e dei compiti che dovranno svolgere, anche nell’interesse più ampio della Regione?

Quanto ai Grandi Elettori presidenziali, è davvero difficile sapere in anticipo che cosa voteranno i renziani ed è davvero azzardato pensare che Saliera abbia già deciso che, comunque, non voterà il candidato indicato da Renzi. Penso che in un’elezione presidenziale non debba mai essere fatta valere la disciplina di partito che, invece, vale sempre per i disegni di legge del governo che attuano il programma del partito (a meno di inspiegabili stravolgimenti). Liberi/e, dunque, di votare la candidatura che preferiscono alla Presidenza della Repubblica, magari tenendo conto del dettato costituzionale che vuole che il Presidente rappresenti l’unità nazionale, sarebbe, comunque, bello che i parlamentari dell’Emilia-Romagna contribuissero con le loro dichiarazioni a tracciare l’identikit politico e istituzionale del Presidente utile all’Italia (non a Renzi, non a Berlusconi e non a una formula di governo) per i prossimi sette anni. Anzi, avrebbero già dovuto comunicare ai loro elettori (ahi, dimentico che sono tutti parlamentari nominati) i loro criteri di valutazione e le loro preferenze. Avrebbero anche potuto accettare una discussione pubblica e franca con quei moltissimi elettori che pochi mesi hanno consapevolmente e deliberatamente disertato le urne della Regione.

Purtroppo, non ci sarà la possibilità di nessun dibattito sul Presidente che vorremmo, sul Presidente di cui il sistema politico italiano ha bisogno. La seduta congiunta Camera dei deputati-Senato servirà soltanto come seggio elettorale. Il voto segreto, garanzia di libertà per tutti i parlamentari nei confronti di coloro che hanno potere sulle loro ricandidature e carriere, priva i cittadini-elettori di informazioni importanti proprio sui loro parlamentari e consente voti in dissenso per una molteplicità di ragioni che sarebbe opportuno fossero “confessate”, comunicate in maniera trasparente. Naturalmente, i parlamentari possono e, a mio modo di vedere, dovrebbero assumersi la responsabilità del loro voto e avere il coraggio, se questa è la parola giusta, di farlo conoscere in maniera argomentata agli elettori. Chi sa se nel segreto dell’urna renziani, cuperliani, bersaniani, civatiani e prodiani (e, naturalmente, berlusconiani) convergeranno? Fatecelo sapere.

Pubblicato il 24 gennaio 2015