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L’abbondanza di ego che non serve al campo largo @DomaniGiornale

Facile notare che il problema non sono coloro che testardamente continuano a ritenere indispensabile predisporre un bel campo largo, ottimismo della volontà, ma quelli che si fanno fotografare insieme pur avendo differenze programmatiche, politiche e personali non proprio marginali e non sembrano affatto inclini ad allargarlo il campo. Il pessimismo della loro intelligenza (forse, piuttosto, un mix di egoismo, esperienza, propensione a sbagliare) ha finora fatto sì che abbiano tenuto chiuso il cancelletto del campo a Matteo Renzi. Molti, dentro e fuori del campo, pensano che il leader di Italia Viva è (rinuncio deliberatamente al congiuntivo) inaffidabile. Portatore all’incirca del 2 percento di voti, è irresistibilmente incline a personalizzare la sua politica, traendo grande godimento da qualche eclatante coup de theâtre, che ne esalti l’immagine, ma a scapito della già precaria coesione della coalizione. Dunque, meglio tenerlo fuori. Tuttavia, molti fra gli accampati e gli accampabili ricordano di avere perso le elezioni del 2022 proprio perché si presentarono in ordine sparso. Forse, coordinati e uniti avrebbero sconfitto la coalizione abilmente aggregata e guidata da Giorgia Meloni. E allora anche Renzi potrebbe tornare pericolosamente utile

  Dal canto suo, sornionamente, la Presidente del Consiglio gode d due vantaggi. Primo, sta assisa al governo e più che qualcosa può promettere e persino legittimamente distribuire a chi porti anche solo una manciata di voti. Secondo, la sua leadership è indiscussa poiché né Forza Italia né la Lega hanno alternative all’alleanza vitale e vincente con Fratelli d’Itala. Entrambi possono dichiarare propri programmini diversi da quanto preferito da Forza Italia, ma sulla linea politica nazionale e europea risultano sostanzialmente ininfluenti e irrilevanti, talvolta meritatamente patetici. Né, tantomeno, Forza Italia e la Lega, sostanzialmente stagnanti, pardon, stabili, e bassini, nei loro consensi elettorali, possono opporsi agli allargamenti desiderati e astutamente perseguiti da Meloni. Quanto a Vannacci va lasciato sguazzare nel suo brodo in attesa di qualche errore esiziale.

La frammentazione dei potenziali coalizzandi del/nel campo largo, basata non su rappresentanza sociale e speciale di settori chiaramente definibili, deriva soprattutto da personalismi. Ciascuno dei piccoli ha la convinzione, e la esprime fin troppo spesso e apertamente, di sapere meglio degli altri che cosa vuole davvero l’elettorato italiano, non solo quello progressista, Agisce convinto di essere lui l’interprete migliore di quei sogni e quei bisogni. Dunque, non soltanto per vincere, ma per poi governare con successo, ciascuno di loro separatamente e esclusivamente si ritiene indispensabile, vero valore aggiunto, uno in più.

   Temo, ma questo è un campo nel quale c’è molto da approfondire, anche con gli strumenti   della psicologia, che in politica gli ego non si sommino, ma si scontrino con l’esito noto come mors tua vita mea. Questo esito è quasi esattamente il contrario di quello a cui mirano coloro che, intelligentemente, più o meno testardamente, si impegnano a costruire coalizioni. Finora è stato un compito svolto quasi esclusivamente da Elly Schlein e contrastato da un intenso, scomposto e esagerato fuoco che proprio non mi sento di definire amico (meglio usare parole di verità: fuoco stupido e controproducente).

Una volta fatte le primarie per la leadership dello schieramento progressista, primarie che non  sono né un flagello né un toccasana, ma un esercizio di partecipazione e democrazia, credo che proprio alla leader così prescelta sarà opportuno affidare il compito di scegliere chi includere nel suo campo per allargarlo. L’importanza di quel compito non può essere sottovalutata. Infatti, sarà con quegli alleati, con le loro qualità, capacità, esperienze e lealtà che la leader sa che le spetterà poi di governare.

pubblicato il 14 ottobre 2026 su Domani

Sinistra in crisi. Il campo largo può riscattarla @DomaniGiornale

A ciascuno i suoi errori e orrori. Sembra relativamente facile individuare entrambi in contesti alquanto diversi accomunati soltanto dalle più o meno grandi difficoltà della sinistra. In Brasile, l’ultraottantenne Lula ha tre settimane di tempo per recuperare il distacco di due milioni dal destro duro e impuro Flavio Bolsonaro. In Spagna, Pedro Sanchez parte svantaggiato rispetto ad una destra che include gli estremisti di Vox nella corsa ad elezioni anticipate che è stato costretto a indire per fine novembre dopo una possente ondata di (credo) giustificate proteste popolari e la bocciatura di due suoi decreti. In Francia l’ombra lunga di Marine Le Pen si stende pericolosamente sulle elezioni presidenziali della primavera 2027.  In Germania, la pur resistibile avanzata di Alternative für Deutschland ha rallentato, ma è tutt’altro che esaurita. Stai a vedere che in questo fosco scenario, la “sinistra” (sì, fra virgolette) che tiene e che, come scrivono fior di pundits, opinionisti e intellettuali, rischia di vincere, è quella italiana. “In un mondo di ciechi, beato chi ha un occhio”.

La mia piccola, ma buona, rete di amici e colleghi politologi, interpellata, mi suggerisce che il vantaggio della sinistra italiana in questa congiuntura dipende da due fattori: non è al governo; è effettivamente plurale. Nei sondaggi questi due vantaggi sono sufficienti per farla risultare meglio piazzata, potenzialmente vittoriosa, premiata da una legge elettorale con la quale la destra si farà/farebbe uno stupendo autogol. Operazione che la sinistra italiana conosce benissimo. Ha già praticato. Potrebbe tentarla ancora.

Sullo sfondo sento le voci che gridano “programma, programma”, ma da quando sono un affermato (proprio così) politologo, so che il programma o meglio le issues, le tematiche prioritarie e salienti, sono uno, non necessariamente il più importante, della triade di elementi che motivano il voto. Conta e molto, soprattutto laddove bisogna costruire coalizioni, l’intensità della identificazione con il partito votato/da votare, spesso debole per i centristi. Infine, ma tutt’altro che marginale, la leadership conta con il suo fascino (non mi pare il caso di parlare di carisma), la sua competenza e la sua esperienza, anche se in politica l’usato non è sempre sicuro. Per il “campo largo” Italian-style c’è, dunque, ancora molto da fare, nella consapevolezza che i tempi li può dettare il governo Meloni. Lo farà accorciandoli o stiracchiandoli non tanto tenendo in considerazioni la maturazione del vitalizio per i parlamentari (sospetto infamante assai), ma la possibilità che la sinistra commetta qualche errore decisivo e la destra recuperi il maltolto da Vannacci e i voti di chi teme comunque un cambiamento.

Il paradosso è che il campo progressista italiano che sembra in condizioni politiche migliori delle sue controparti al di là delle Alpi rischia di essere negativamente influenzato dalle eventuali sconfitte elettorali del PSOE e della gauche plurielle, incasinata (è un antico francesismo), non sottomessa, ma neppure sovrastante che si agita in Francia. Per di più, vincessero le destre, da Vox presso la quale Giorgia Meloni (copyright Giorgia Meloni) comiziò scompostamente, agli ultrasciovinisti camerati di Marine Le Pen, tutto il compito della sinistra italiana diventerebbe ancora più cruciale e complicato. In assenza di un governo di sinistra in Italia, ancorché soltanto modicamente europeista, l’Unione Europea verrebbe messa sotto tiro dai sovranismi che mirano a indebolirne le strutture e ridimensionare i comportamenti, con grande letizia dei diversamente sovranisti Donald (MAGA) Trump e Vladimir Putin. Sono prospettive orripilanti di cui i molti che sono chiamati a fare più largo il campo dovrebbero sentire tutta l’enorme responsabilità impegnandosi a fare appello agli elettori con una leadership credibile e resa autorevole, organizzazioni partitiche non troppo personalistiche/personalizzate, priorità economico-sociali condivise fondate su meriti e bisogni (Claudio Martelli). Tremino le vene ai polsi, ma questo lavoro ha da cominciare.

Pubblicato il 7 ottobre 2026 su Domani

L’astensione all’80 per cento. Si può ancora parlare di democrazia? @DomaniGiornale

Le elezioni suppletive tenutesi a Reggio Calabria hanno registrato quasi l’80 per cento dei (non-)voti a favore del cosiddetto Partito degli astensionisti che, però, non hanno vinto niente. Chi non vota non conta. Non fa neanche partito. E allora? Questa volta i politici ci hanno risparmiato le lacrime di coccodrillo, troppo grande è stato il sollievo derivante dal limitatissimo, ma non insignificante, impatto del candidato per Futuro Nazionale di Vannacci. Tuttavia, qualcuno ha discettato non abbastanza dottamente sull’astensionismo segnale e, forse, portatore di disagio degli elettori e addirittura di crisi della democrazia.

Né l’uno né l’altra: non si astengono soprattutto i “disagiati”, qualunque sia l’origine del loro disagio; e l’astensionismo non mette in crisi le democrazie anche se è giusto considerarlo un problema eloquente del funzionamento e, forse, anche della qualità dei sistemi politici democratici. Esiste un imponente massa di ricerche empiriche su una pluralità di elezioni nazionali e locali che offrono tre motivazioni dell’astensionismo. Un certo numero di elettori si astiene semplicemente perché non vuole votare. Possono avere letto quanto stava scritto su un muro a Bologna, città, peraltro, poco propensa all’astensionismo: “Tutti promettono nessuno mantiene vota nessuno”. Non votano perché si sentono ingannati e delusi, si sentono ininfluenti e inutili. Quei candidati e quei partiti non meritano il loro voto. Le loro condizioni di vita non cambieranno né in meglio né in peggio. Alcuni elettori cambieranno idea nel tempo e in condizioni diverse. Altri diventeranno astensionisti cronici e se ne vanteranno. Non si fanno prendere in giro dai politicanti.

Un incerto numero di elettori non vota perché non può, non ci riesce. Sono imprenditori impegnati all’estero, studenti in Erasmus o semplicemente fuori sede, non vivono dove si vota, hanno smarrito la tessera elettorale, sono donne e uomini anziani, malati, con figli che vivono altrove. Molti di loro voterebbero per posta, molti saprebbero arrangiarsi e farsi aiutare se ci fosse il voto elettronico. In una società che invecchia, la percentuale degli astensionisti di questo tipo è destinata ad aumentare.

Infine, molti astensionisti, anche questa è una percentuale variabile, si giustificano, implicitamente rivelando che sono consapevoli dell’importanza del voto, dichiarando che nessuno ha chiesto il loro voto. Non sono stati raggiunti dai candidati, dagli attivisti, dai partiti (neanche dai rissosi talk show). Hanno poche relazioni sociali. I contatti, le amicizie, i colleghi/compagni di lavoro sono quasi scomparsi in un società che è molto frammentata e, in parte, anche liquida.

Se guardiamo al di là delle Alpi, il fenomeno della crescita dell’astensionismo esiste, ma in misura meno accentuata. Possiamo anche rilevare che, quando le elezioni hanno poste importanti, come le presidenziali USA nel 2024, le parlamentari ungheresi di alcuni mesi fa e le elezioni politiche in Svezia a settembre, gli elettori vanno alle urne in percentuali elevate. Dunque, dobbiamo preoccuparci dell’Italia, di noi stessi, della nostra politica anche se le elezioni suppletive a Reggio Calabria sono appena un campanellino d’allarme. Vannacci non è in nessun modo riuscito a sfruttare il patriarcato mediterraneo una leva per mobilitare gli astensionisti, come seppero fare i pentastellati delle origini nel 2013. Da lui non dobbiamo temere nessuna insorgenza populista.

L’astensionismo non fa cadere le democrazie, ma quando molti milioni di elettori non comunicano con il voto le loro preferenze e i loro interessi, chi vince non saprà quali tematiche affrontare prioritariamente e come. Anche le opposizioni avranno non poche difficoltà nello svolgere una adeguata, efficiente, propulsiva attività di rappresentanza politica finendo ciascuna per coltivare l’orticello che conosce. Dalla somma di quegli orticelli non sappiamo quanto largo diventerà il campo, ma sembra improbabile che ne scaturisca una chiomata alternativa.

Pubblicato il 30 settembre 2026 su Domani

Élite cittadinanza e malfunzionamenti: le democrazie non sono davvero in crisi

Non passa giorno che i quotidiani italiani e i talk show non raccontino la mediocre favola della crisi della democrazia. Pensosi intellettuali e bellicose conduttrici televisive non hanno dubbi: la democrazia sta male, è destinata a crollare (insieme, ça va sans dire, all’Occidente). Grande, lo debbo scrivere proprio così, è il mio fastidio. Non sanno di cosa parlano. Non hanno mai letto un libro sulla democrazia. Fanno solo, tristemente e tetramente, molta confusione.

Con il mio ultimo bravissimo allievo Marco Valbruzzi abbiamo deciso di fare luce in un libro fresco di stampa: “Democrazie e no” (UTET 2026). Sulla scia di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, che abbiamo letto, studiato e non dimenticato, e di alcuni grandissimi studiosi, come Hans Kelsen, Joseph Alois Schumpeter e Robert A. Dahl, è relativamente facile mettere in piedi un discorso convincente su cosa è e su cosa non è la democrazia, ieri, oggi e domani. Al proposito, nessuno ha diritto, come si sente spesso dire con tono saccente, alla sua definizione di democrazia. Al contrario, tre sole definizioni sono accettabili e specificabili. Esiste una non superabile definizione etimologica. Democrazia è potere (kratos) del popolo (demos). Se il potere lo hanno una cricca di oligarchi oppure un tiranno oppure un partito unico oppure una giunta militare oppure una casta religiosa, non c’è democrazia. Che ciascuno dei succitati soggetti consenta lo svolgimento di elezioni, inevitabilmente, non libere, non eque, non periodiche, non significa affatto che esista una democrazia elettorale. Neppure che ci sia un regime ibrido. Democrazia è “diritti più istituzioni” come riconosce qualsiasi definizione storica relativa alla sua inaugurazione, sviluppo e affermazione. Dunque, non è un sistema di per sé “fragile”; tutt’altro, è complesso, vulnerabile, ma resiliente. Grazie al loro pluralismo costitutivo, le democrazie imparano e si trasformano, talvolta, si rafforzano.

Possiamo essere insoddisfatti dalla quantità di potere che i singoli cittadini riescono a esercitare e ritenere che il “vero” potere sta nelle mani dei gruppi, delle associazioni, delle organizzazioni. Allora, invece di democrazia, potremmo voler parlare, come suggerì Dahl, di poliarchia, potere di una pluralità di gruppi. Questa definizione stipulativa attecchisce e funziona soltanto se, a partire dalla comunità degli studiosi, viene accettata e condivisa. Nonostante il prestigio intellettuale e il potere accademico di Dahl, poliarchia non ha sostituito democrazia.

Invece, hanno proliferato una pluralità di tentativi di aggettivazione della democrazia, alcuni per identificarne il tipo, altri per sovvertirla. Fra i primi, senza pretese di esaurirli, stanno gli aggettivi “istituzionali”: democrazie parlamentari, presidenziali, semipresidenziali, direttoriali (Svizzera), e “funzionali”: democrazie maggioritarie e proporzionali. Fra gli aggettivi sovversivi che finiscono per negarla stanno con stampo sovietico “popolare”, in contrapposizione a borghese, e l’aggettivo “illiberale”, caro a Orbán e Putin. Naturalmente, poiché una democrazia è fatta di elementi istituzionali, come la separazione dei poteri, freni e contrappesi (checks and balances), rendicontazione (accountability), e di elementi più propriamente liberali – i diritti civili: libertà di parola, di culto e habeas corpus, e politici: libertà di associazione, di competizione, di votare e di essere votati, in assenza dei quali le istituzioni non garantiscono nessun esito democratico – le democrazie “illiberali” semplicemente non esistono. Non sono tali, ma sono “situazioni” autoritarie.

Due aggettivi, elaborati in maniera speciale da Giovanni Sartori, meritano grande considerazione per la loro portata esplicativa: ideale e reale. Democrazia ideale è quella che garantisce, protegge e promuove i diritti dei cittadini. Il filosofo illuminista liberale John Locke li ha mirabilmente sintetizzati: vita, libertà, proprietà. Sartori vi aggiunge eguaglianza di voto e davanti alla legge. Questa democrazia ideale non è affatto in crisi. Al contrario. Dovunque, nel mondo, vi sono uomini e donne che combattono i regimi autoritari delle più varie risme e propensioni in nome della democrazia ideale, che da occidentale è da tempo diventata universale, e per conseguirla.

Le democrazie reali sono i sistemi politici democratici realmente esistiti e esistenti. Per alcuni – il caso tragicamente più importante e famoso è quello della Repubblica di Weimar (1919-1933), ma di notevole interesse è anche la Quarta Repubblica Francese (1946-1958) – è corretto parlare di crisi e di crollo. Sbagliato e molto, invece, è usare il termine crisi quando, in sostanza, quello che si riscontra, più o meno spesso, sono problemi di funzionamento. Partiti poco e male rappresentativi, leadership politiche più o meno modicamente corrotte e inadeguate, parlamenti male eletti e peggio organizzati, lenti e opachi, governi instabili e improduttivi, sono tutti problemi che attengono al funzionamento delle democrazie realmente esistenti. Problemi potenzialmente produttivi di crisi e crollo, ma, con la sola eccezione del Venezuela, nessun solido regime democratico è crollato negli ultimi trentacinque anni. Anzi, il numeri delle democrazie reali è lentamente, ma gradualmente aumentato. Oggi nel mondo esistono, secondo l’autorevole Economist Intelligence Unit, 26 democrazie di buona qualità e 48 democrazie con falle (l’Italia, 37a, è una di queste; gli USA sono 34a).

Se democrazia è potere del popolo, è imperativo che il popolo sia preparato e si attrezzi per esercitarlo. Da Pericle a Rousseau e Bobbio la presenza di cittadini interessati alla politica, informati, partecipanti è stata enfatizzata e apprezzata. Loro, quei cittadini di serie A, consapevoli e impegnati, sono in grado di fare funzionare al meglio i meccanismi della democrazia. In nessun regime non democratico avrebbero le opportunità di cui godono nelle democrazie. Se non hanno interesse, non si informano, preferiscono non partecipare, per esempio, si astengono dal votare, non soltanto non sono buoni cittadini, ma sono responsabili del probabilissimo cattivo funzionamento, della bassa qualità della democrazia.

L’astensionismo non fa cadere le democrazie, esposte, invece, a impennate di mobilitazione prodotte dalla discesa in campo dei partiti o leader populisti, ma fa problema per chi voglia rappresentare e governare le preferenze e gli interessi di una comunità politica. Quindi, in definitiva, le democrazie sono, come argomentò splendidamente Karl Popper, società aperte non soltanto alla libera partecipazione dei cittadini, ma in termini di opportunità e di esiti. Quando non conseguiamo gli esiti desiderati dobbiamo interrogarci se gli ostacoli sono strutturali, e allora procedere alle necessarie riforme istituzionali, oppure comportamentali, delle élite e della cittadinanza, e allora intraprendere una nobile battaglia politica e culturale. Non c’è una crisi della democrazia. Ci sono una serie di sfide da affrontare e da vincere di volta in volta. Yes, we can.

Pubblicato il 29 settembre 2026 su Domani

La Premier e la corsa all’identità peggiore @DomaniGiornale

“C’è un tempo per governare e c’è un tempo per propagandare” come si dice ironicamente parafrasando l’Ecclesiaste. Da qualche tempo, però, i moderni traduttori dell’Ecclesiaste hanno imparato che in alcuni sistemi politici democratici il tempo della campagna elettorale permanente non finisce mai, neppure per coloro che stanno al governo. Anzi, per alcuni governanti non proprio brillanti, la campagna elettorale permanente è indispensabile. Serve a nascondere che sotto il governo niente.

A Giorgia Meloni, i modi e i toni della campagna elettorale sono sempre piaciuti, sia da oppositrice in Parlamento sia come invitata speciale dei partiti di destra. Nessuna sorpresa, quindi, che abbia deciso che deve alzare il tiro dei suoi interventi oratori a un anno dalla conclusione della legislatura nella quale, comunque, ha già conseguito l’inaspettato record di più longeva Presidente del consiglio dell’Italia repubblicana, in verità della storia dell’Italia unita.

Il trofeo è da collocare in bacheca, ricordando alle opposizioni italiane che in materia loro hanno zero tituli tranne quello del numero dei governi fatti cadere molto prematuramente. È venuto il tempo per i Fratelli d’Italia di preoccuparsi di come conquistare un secondo mandato, altro record di assoluta importanza. La mal congegnata riforma elettorale era stata pensata proprio per agevolare il successo alle urne della coalizione di governo che lei, Meloni, manteneva unita pur nelle sue contraddizioni, ambiguità e inadeguatezze di non pochi ministri. Il convento delle destre quello passa e non ha prodotto nessuna sorpresa, tranne un generale, prima furbescamente reclutato, poi andatosene a cercar fortuna da solo con esiti finora inaspettatamente positivi.

Già non propriamente esperta di questioni istituzionali, Meloni conta(va) molto su una manipolazione della legge elettorale per garantirsi la maggioranza assoluta dei seggi con un premio extra large. Probabilmente, ha sbagliato la sequenza. Doveva puntare al bersaglio del premierato, “la madre di tutte le riforme”, per giustificare la sua riforma elettorale come logico, indispensabile completamento. La lista Futuro Nazionale del generale Vannacci appare attualmente essere molto più che un granello di sabbia nel poco oliato meccanismo elettorale. Rincorrerlo, al momento, forse, operazione prematura sarebbe un segnale di debolezza. A una donna politica di professione, orgogliosa e “scafata”, risulta più attraente e promettente una strategia che disinneschi alcune tematiche di Vannacci.

La società italiana è notoriamente molto diversificata e malamente organizzata. Non priva di slanci umanitari, molto spesso esibisce tratti identitari, componenti egoiste, comportamenti conflittuali.  Sull’identità, Meloni va forte, ma Vannacci preme e allora, la premier ricorre al concetto vero e portante di appartenenza, la sua storia e quella della Gioventù Nazionale, sentirsi e fare parte di un progetto. Poi, il resto consiste nell’identificare le tematiche e proporre le soluzioni più semplici, più immediate, più specifiche. Al momento del voto, gli italiani si ricorderanno di chi ha abolito il bollo auto così come, ma non abbastanza, premiarono chi (il furbone Berlusconi) abolì l’ICI. Si ricorderanno anche che l’italianità va protetta e promossa, non con una impraticabile, costosa e fin controproducente remigrazione, ma con misure di riequilibrio nelle classi fra stranieri e italiani, anche se il “riequilibrio” rischia molto di andare a scapito di una buona integrazione.

Con queste premesse è fin troppo facile aspettarsi un’impennata di favori e di esenzioni (i balneari tacciono gongolando) per altri gruppi sociali scelti di volta in volta. Proseguire lecitamente fino a settembre 2027 non è solo comprare tempo, ma serve a sfruttare qualsiasi opportunità si presenti e, in subordine, a togliere la scena a opposizioni, anche a quelle che fastidiosamente stanno “dalla parte giusta della storia”, poco promettenti, tuttora alla ricerca delle tematiche più originali e più sentite e delle soluzioni più efficaci.  

Pubblicato il 23 settembre 2026 su Domani

Tra sovranisti e filoputiniani in UE siamo la zavorra @DomaniGiornale

Quella bandiera blu con le stelle oro dell’Unione Europea sulla bara di Emma Bonino era un molto appropriato, opportuno e doveroso omaggio all’impegno europeista della grande leader radicale. Appare quasi incredibile pensare a quanto fatto da Emma nei cinque lontani anni (1994-1999) in cui svolse in maniera severa, coerente e innovativa il compito di Commissario europeo. Troppo facile affermare che aveva una visione. Piuttosto, perseguiva una agenda voluminosa centrata sui diritti civili e politici, mai pensando né che dovessero essere esclusivi né che andassero a scapito dei diritti sociali e fosse necessario contemperarli. Semplicemente, senza la protezione rigorosa e la promozione vigorosa dei diritti civili e politici, da nessuna parte si riuscirà a pretendere e a conquistare i diritti sociali. Una società giusta è quella nella quale si combattono tutte le battaglie per tutti i diritti. Un’Europa più giusta è quella che quei diritti ottiene, su quei diritti costruisce di volta in volta il suo futuro e le sue azioni nel resto del mondo, a cominciare, senza atteggiamenti né di spregio né di superiorità, dai luoghi, molti, nei quali quei diritti non esistono oppure vengono calpestati a piacimento di leadership politiche autoritarie e corrotte.

L’Unione Europea è il più grande spazio mai esistito al mondo di libertà e di diritti civili, politici e sociali. Naturalmente, talvolta può succedere che quei diritti non siano abbastanza protetti e sufficientemente promossi. La critica, mirata e centrata, diventa doverosa. Se a fare quella critica sono i governi nazionali, è imperativo che abbiano le carte in regola. Capita, invece, che alcuni governi siano tutt’altro che impeccabili, nient’affatto al di sopra di ogni sospetto. Notoriamente, l’immigrazione è la tematica sulla quale i governi nazionali, non soltanto sovranisti, non eccellono nel riconoscimento e nella messa in atto di diritti. Le responsabilità si estendono a livello europeo a causa delle difficoltà a formulare politiche comuni, condivise, efficaci. Eppure, è opinione diffusa tanto nelle capitali degli Stati-membri quanto, ancor più, a Bruxelles che problemi come l’immigrazione non possono che richiedere soluzioni al livello decisionale più elevato.

La soluzione proposta dai radicali, prima da Pannella, poi da Bonino, è sempre coerentemente stata “più Europa”. Pertanto, è esattamente il contrario di quello che vogliono i sovranisti di ogni ordine e grado, cioè recuperare brandelli di sovranità, si badi, non “rubata” dall’Unione, ma, a suo tempo, consapevolmente e deliberatamente ceduta dagli Stati-membri. Gli ex-Presidenti del Consiglio italiani Enrico Letta e Mario Draghi, sicuramente non radicali, non hanno dubbi: completare il mercato unico e procedere a maggiore integrazione economica e “culturale” (che non significa non auspicabile omologazione).

Nonostante la sua notevole capacità di manovra Giorgia Meloni non ha finora saputo superare molte sue ambiguità e formulare una autentica politica europea/europeista. Condizionata dal suo intimo sentire sovranista e da troppe pessime affinità con alcuni altri dirigenti sovranisti europei, tenta politiche equilibriste che, sostanzialmente non riescono. La sua coalizione alberga il mediocre similsovranista Salvini ed è sfidata dal sovranista dei nostri stivali Vannacci. Finora le contraddizioni del governo di centro-destra non sono esplose. Per sua fortuna il campo largo è attraversato da componenti apertamente filorusse e da incapacità poco europeiste addirittura elette nel Parlamento europeo.

Fintantoché le elite politiche italiane, a cominciare dai governanti di oggi e di domani e dai loro acidi oppositori, non si renderanno conto che il loro paese può prosperare e contare esclusivamente se contribuisce, in maniera preparata e incisiva, all’Unione Europea e alle sue politiche, giocheremo solo di rimessa e l’Italia sarà zavorra. “Di rimessa” e “zavorra” sono parole comprensibilmente del tutto assenti nel lessico dei veri europeisti alla Altiero Spinelli e Emma Bonino.

Pubblicato il 16 settembre 2026 su Domani

Senza empatia non si vince. La politica ha perso il popolo @DomaniGiornale

Non sottovalutare come un semplice campanello d’allarme il voto di circa un milione e mezzo di elettori tedeschi del Land Sassonia-Anhalt situato nella Germania orientale è molto opportuno. Affermare che quel voto suona la campana a morte della democrazia in Germania, dell’Unione Europea e, alla fin fine, dell’Occidente come lo abbiamo conosciuto mi pare piuttosto esagerato. La traduzione dell’accertato cospicuo successo elettorale di Alternative für Deutschland nella formazione del governo regionale dipende da molte variabili le più importanti delle quali sono due. Primo, trovare alleati per raggiungere la maggioranza assoluta di seggi. Secondo, se i partiti di centro-sinistra vorranno e sapranno erigere un muro di fuoco, un legittimo cordone sanitario contro chi, come, appunto, l’AfD, vanta un programma eversivo di non pochi aspetti della politica democratica. Per ottant’anni le democrazie europee sono riuscite non soltanto a tenere sotto controllo gli attacchi ai loro principi fondativi che venivano da destra e da sinistra, ma hanno costretto i non-democratici ad accettare le regole del gioco.

L’insorgenza di destre estreme, pur di dimensioni differenti, in tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea, motiva la ricerca di quali siano i fattori comuni e di quali possano essere le risposte, più o meno simili. Inevitabilmente, la politica mirerà a produrre decisioni che soddisfino gli interessi concreti e le aspettative materiali di alcuni ceti sociali. Sono risposte non necessariamente sbagliate, ma spesso inadeguate. Quasi tutti i sondaggi rilevano e rivelano che le due tematiche salienti nel comportamento di voto a favore delle destre estreme, e anche dei MAGA negli USA, sono l’immigrazione e la sicurezza. Sono tematiche piuttosto strettamente collegate. Gli immigrati costituiscono una minaccia per i posti di lavoro non particolarmente qualificati. Più spesso degli autoctoni, gli immigrati praticano la micro e la meso criminalità e troppo spesso le autorità politiche si mostrano propense a condonarli per il loro avere agito in stato di necessità. Ne conseguono due potenti stati d’animo fra gli autoctoni: il risentimento e la voglia di riconoscimento.

I ceti medio-bassi si sentono, da un lato, trattati in maniera qualitativamente sfavorita rispetto agli immigrati (nella Germania dell’Est dopo sette lustri di una forse, frettolosa e affrettata unificazione politica, anche rispetto ai Wessi, i loro connazionali “occidentali”), dall’altro, non adeguatamente riconosciuti nella loro dignità personale. Dunque, il loro voto servirà a punire le elite politiche tradizionali che li hanno trascurati considerandoli spesso una componente deteriore dell’elettorato. Quando, poi, le politiche di benessere diventano più difficili, più rare, poco incisive, il risentimento nei confronti degli immigrati si accentua e diventa di per sé un fattore sufficiente a motivare il voto a favore dei partiti che lo accentuano e lo accolgono a braccia aperte.

“La politica si fa con la testa, ma non solo con la testa” scrisse più di un secolo fa il grandissimo sociologo tedesco Max Weber. A bloccare e a rovesciare la resistibile ascesa delle destre estreme in Europa, non basteranno politiche tutte razionali e ragionevoli: filtrare meglio l’immigrazione, garantire maggiore sicurezza oggi e domani, rendere più efficiente e ricettiva l’Unione Europea. Sono tutti compiti da svolgere il prima e il più comprensivamente possibile, anche in Italia. Contemporaneamente, sarà necessaria, anche in Italia, una risposta culturale e sociale di alto livello definibile come empatia. Fare sapere ai cittadini che si sentono soli, trascurati e irrilevanti che le élite, soprattutto, quelle politiche, ma anche quelle sociali e intellettuali, si curano di loro, delle loro condizioni di vita, delle loro speranze. Le folle solitarie sono facili prede di movimenti estremisti. Organizzarle empaticamente le sottrae a quello che, gli europei dovrebbero averlo imparato e non dimenticato, sarebbe un esito gravissimo e dannosissimo. Sono lezioni che valgono anche per l’Italia.

Pubblicato il 9 settembre 2026 su Domani

La legge serve a eleggere non a governare @DomaniGiornale

Potrebbe essere utile sapere che le democrazie scandinave, in testa a tutte le valutazioni della qualità della democrazia, scelsero un sistema elettorale all’inizio del secolo scorso e, fatti salvi alcuni interventi minori, continuano a votare con quel sistema (proporzionale). Più in generale, praticamente in nessun sistema politico democratico, si sono fatte e si fanno riforme elettorali introdotte dal governo in carica per evitare sconfitte. Vero è che nessuna legge elettorale è perfetta, ma prima di valutarne la qualità è opportuno stabilire che cosa si vuole conseguire con una specifica legge. Tutti i grandi studiosi di elezioni, sono molti e di nazionalità diversa: norvegesi e francesi, inglesi e tedeschi, statunitensi e latinoamericani, più un paio di italiani, hanno regolarmente concordato sul compito fondamentale, costitutivo, specifico delle leggi elettorali. Servono, anzitutto e soprattutto, a eleggere il Parlamento, a dare rappresentanza politica agli elettori. Da nessuna parte al mondo, in nessun sistema politico e in nessun tipo di governo (presidenziale, semipresidenziale, meno che mai parlamentare) esiste un sistema elettorale che dà vita al governo di quel paese. Perseguire, come hanno troppo spesso fatto i sedicenti riformatori italiani, un obiettivo improprio, comunque irraggiungibile, non soltanto produce distorsioni gravissime nella rappresentanza politica, ma è destinato al fallimento.

Il problema cruciale dell’attuale disegno di legge elettorale, primo firmatario Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati è dato precisamente dalla ricerca dei meccanismi, dei marchingegni che assicurino alla coalizione più votata un numero di seggi superiore alla maggioranza assoluta sia alla Camera sia al Senato. Nella consapevolezza che nessuna coalizione è in grado di ottenere il 50 percento più 1 dei voti, diventa imperativo ricorrere ad un premio in seggi da attribuire alla coalizione più votata. Qui cominciano gli inevitabili, ma sgraziati, balletti numerici: soglia percentuale minima per accedere al premio e numero di seggi in premio. Il rischio di sbagliare i conti è alto tanto quanto alto è quello di una censura della non sempre impeccabile Corte Costituzionale (dove mi pare non seggano esperti elettorali).

   Curiosamente, molto contrario al ballottaggio per l’elezione dei sindaci, il centro-destra propone proprio il ballottaggio se nessuna delle due coalizioni raggiunge la soglia minima per il premio. Opportunismo impuro, ma semplice. Dovremmo, invece, essere molto più preoccupati dalle numerose distorsioni della rappresentanza politica. Quasi certo è che i parlamentari eletti con il premio di maggioranza non avranno nessun incentivo a fare del loro meglio per rappresentare elettori sconosciuti e inconoscibili e collegi inesistenti. Consapevoli che la loro ricandidatura dipende dai vertici del partito a loro daranno servizio e obbedienza. Non saranno i soli poiché, a prescindere da come finirà il balletto sulle preferenze, numero, con il rischio cordate come esito e premessa dell’esistenza di correnti, chiedo scusa,” sensibilità” (sic), e modalità, alternanza di genere, che non mi pare porti bene alle donne e alla loro indipendenza e autorevolezza politica, c’è la grande distorsione rappresentata dai capilista bloccati. Improbabile che, tranne poche eccezioni virtuose, quei capilista vogliano essere e si sentano legittimi rappresentanti del collegio. Piuttosto, saranno percepiti e opereranno come commissari del partito, del suo segretario, dei capi corrente.

Insomma, la stabilità di un governo fabbricato dal premio in seggi, ma il molto stabile governo recordman Meloni 1 non è nato così, verrebbe profumatamente pagata da carenze enormi in termini di rappresentanza. Sono carenze che alienano i cittadini dalla politica e non garantiscono affatto che i governanti abbiano o acquisiscano la capacità indispensabili a svolgere il loro compito. Si prenda atto che la legge Bignami può fare peggio della vigente legge Rosato e con saggezza very British se ne concluda “better the devil we know”. Non sapendo riformare teniamoci l’usato che, anche nei non pochi difetti, ci è noto.

Pubblicato il 2 settembre 2026 su Domani

Le primarie non possono essere l’ultima spiaggia @DomaniGiornale

Primariamente, le elezioni primarie furono una risposta dei dirigenti dei due partiti USA alle richieste di altri dirigenti, di rappresentanti e attivisti di uscire dalle stanze “piene di fumo” e democratizzare la selezione dei candidati alle cariche elettive (le “secondarie”). L’obiezione che quella selezione dovrebbe essere la più importante responsabilità dei dirigenti del partito che hanno conoscenze superiori a quelle degli elettori e dei simpatizzanti continua a circolare insieme agli ammonimenti a chi andrà alle urne primarie: votate non gli estremisti, ma le candidature electable, gli eleggibili.  Dagli USA le primarie si sono diffuse in molti altri contesti (la bella analisi di Marco Valbruzzi, Primarie. Partecipazione e leadership, Bononia University Press2005, è efficacemente esauriente) fino ad approdare nello Statuto del Partito Democratico, il quale, poi, al suo interno ne ha già tenute moltissime, all’incirca un migliaio. E ne sono subito (ir)regolarmente seguite molte critiche, non tutte (in)fondate.

   La premessa è che la selezione che un partito opera per le sue candidature a cariche elettive monocratiche (quindi, incidentalmente, non l’elezione del leader del partito) è affar suo, ma, logicamente, un conto molto, molto diverso è la selezione del leader di una coalizione di partiti alla carica di capo del governo. Non sono a conoscenza di situazioni simili in altri sistemi politici. Nelle democrazie parlamentari, abitualmente diventa capo del governo il leader del partito che, nella coalizione, ha più voti. Abili e duttili, i democristiani italiani esprimevano il loro candidato alla Presidenza del Consiglio dopo trattative assolutamente lecite fra le loro correnti e i loro potenziali alleati. Se no, toccava al Presidente della Repubblica scegliere fra una rosa di nomi dc sottopostagli dal segretario del partito.

In generale, le primarie organizzate in maniera intelligente svolgono molti compiti utili in aggiunta alla selezione della candidatura. Comunicano all’elettorato quali sono i punti programmatici che i candidati ritengono particolarmente importanti e quali soluzioni propongono. Raggiungono l’opinione pubblica e la informano anche sulle diversità fra i candidati del partito e quelli dell’altro, degli altri partiti. Mobilitano simpatizzanti vecchi e nuovi lanciando la campagna elettorale. Consentono ai candidati di capire meglio il sentiment (sic) dei loro elettori e, più in generale, dell’elettorato. Di contro, possono anche essere divisive e fonte di confusione. Anche negli USA, i Democratici in particolare temono da qualche tempo che candidati troppo di sinistra vincano le primarie e non vengano poi votati da parte di un elettorato democratico moderato.

Pertanto, alla luce di queste considerazioni, spesso sostenute da dati concreti, non è difficile condividere le preoccupazioni di coloro che temono che le primarie nella coalizione più o meno appropriatamente definita “campo largo” sarebbero, saranno controproducenti. Conte e Schlein si contrasteranno in ogni modo possibile. Se non venisse stilato e definito anticipatamente il programma condiviso, inevitabilmente accentuerebbero le loro distinzioni e le loro distanze. Possibile è anche che i rispettivi elettorati, se il loro candidato, che pure avesse garantito lealtà e sostegno al prescelto, non vincesse, defezionerebbero cosicché, invece, di produrre un positivo effetto di mobilitazione, la coalizione perderebbe voti potenzialmente decisivi.

Come stanno le cose attualmente, le primarie sembrano diventate, non un utile strumento democratico di coinvolgimento, partecipazione, scelta di leadership, ma l’ultima spiaggia, la certificazione dell’incapacità di trovare una modalità migliore. Fare le primarie come una resa dei conti più o meno velenosa precluderebbe la vittoria alle elezioni generali. Non farle è auspicabile che significhi la capacità dei contendenti di raggiungere un accordo (non la staffetta, per carità) che rispetti i rapporti di forza politico-elettorali. Anche questa modalità alla carica di capo del governo è sicuramente e palesemente democrazia.

Pubblicato il 26 agosto 2026 su Domani

La sconfitta di Netanyahu per “guarire” Israele @DomaniGiornale

Israele, l’unica democrazia nel Medio-oriente, andrà alle elezioni politiche il 27 ottobre. Sono elezioni cruciali nel corso di una lunga e sproporzionata rappresaglia contro Hamas, resa dei conti con Hezbollah in Libano, atti di guerra contro la teocrazia dell’Iran. Sono cruciali, anzitutto, per il Primo ministro Netanyahu che, sotto processo per corruzione e sotto accusa dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra e contro l’umanità, certamente vuole dagli elettori israeliani non solo un mandato a rimanere in carica, ma una sorta di assoluzione popolate e populista (i voti contro le leggi). Sono cruciali per Israele come Stato e come comunità ebraica.

Non è mai possibile dimenticare né sottacere che gli israeliani combattono non soltanto per difendere il loro territorio, ma sempre per la loro stessa esistenza, la loro sopravvivenza. In tutti i molti conflitti dalla controversa nascita del loro Stato nel 1948, la posta in gioco è regolarmente stata proprio la vita della comunità israeliana. Naturalmente, questa pur indispensabile constatazione non giustifica l’espansionismo territoriale di Israele, meno che mai serve a condonare le attività criminali dei cosiddetti coloni, piccole bande di uomini armati, tollerati quando non agevolati e aiutati dai militari israeliani nei loro spossessamenti di legittime abitazioni di famiglie palestinesi. Non spiega neppure il rifiuto di considerare come soluzione praticabile di un conflitto infinito la costruzione di uno Stato palestinese. D’altronde, l’Autorità Nazionale Palestinese ha mostrato tutti i suoi limiti, che sono enormi, a cominciare dal non controllo su Hamas, nel perseguimento di questo obiettivo.

 Il processo di state-building, sempre complicato, richiede conoscenze e competenze che i vari leader dell’ANT probabilmente non posseggono. Quanto e in quanto tempo riuscirebbero ad acquisirle sono interrogativi più che opportuni. Al momento, non è credibile pensare che sarà il Peace Board guidato dal Presidente Trump, che appare troppo condizionato da Netanyahu, a tracciare un percorso ben delineato, chiaro, condivisibile negli esiti, duraturo. Lo stato di guerra imminente e permanente sempre avvantaggia le destre. Il governo di Netanyahu con la punta nel ministro della Difesa Ben-Gvir, non fa eccezione; anzi cavalca spudoratamente la situazione.

 Infine, le elezioni israeliane possono essere un’esperienza catartica. Il ricordo dell’olocausto si allontana ogni giorno di più e quel senso di colpa che, soprattutto fra gli europei, serviva a sostenere gli israeliani, si indebolisce, fino quasi a svanire del tutto. Se coloro i cui parenti, amici, conoscenti, correligionari che hanno subito il genocidio, procedono a loro volta in maniera sistematica all’annientamento dei palestinesi di Gaza, allora anch’essi si macchiano di genocidio. Anche per questa ragione, gli atteggiamenti dell’opinione pubblica mondiale, che esiste e conta, sono considerevolmente mutati negli anni trascorsi dall’eccidio terroristico operato da Hamas il 7 ottobre 2023.

Le valutazioni negative riguardanti lo Stato di Israele e la politica del suo governo sono oramai dappertutto superiori al cinquanta per cento. Logicamente, queste valutazioni influenzano anche i comportamenti dei leader degli Stati che hanno appoggiato Israele e che oggi sono ineluttabilmente costretti a criticarlo. Praticamente, persino negli Stati Uniti d’America quasi soltanto il Presidente Trump mantiene il suo sostegno a Netanyahu e Israele e sicuramente si adopererà per favorirne la rielezione. I Democratici USA sono molto divisi sia fra l’elettorato sia nel loro ceto politico, ma nel complesso prevalgono i critici di Israele. Pertanto, tanto la campagna elettorale quanto le promesse politiche dei candidati e dei partiti israeliani assumono enorme importanza. L’eventuale vittoria del leader dell’opposizione l’ex-generale Gadi Eisenkot, attualmente in testa nei sondaggi, potrebbe risultare nel superamento della politica delle armi e dovrebbe aprire lo spazio a nuovi sviluppi, che l’Unione Europea e gli USA sono in grado di appoggiare, facilitare, condurre quantomeno, dopo il disarmo di Hamas, a una situazione di non belligeranza positiva. Qualche volta è lecito intrattenere aspettative ottimistiche contando sul contributo decisivo dell’elettorato israeliano.

Pubblicato il 19 agosto 2026 su Domani