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Separati in casa. Cinque Stelle e PD dopo il voto @Mov5Stelle @pdnetwork @domanigiornale

Sfide immaginarie e reali, alleanze più o meno organiche da costruire, personalismi di vario genere, consensi elettorali che vengono e più spesso vanno (via), elettori volubili e volatili. In attesa di nuove, indispensabili regole elettorali e istituzionali, questo è il panorama politico italiano. Lo si vede sia sul versante del centro-destra sia su quello del centro-sinistra e, se diamo ragione (una volta tanto…) a Di Maio, sull’evoluzione(-declino, ma non “disfatta storica”, come sentenzia Di Battista) dei Cinque Stelle, sulla persistenza di un terzo polo, piccolo, ma non irrilevante, talvolta potenzialmente decisivo. Quello che è sicuro è la ridefinizione dei rapporti di forza elettorali in entrambi gli schieramenti nonché per il polo del Movimento 5 Stelle. La ridefinizione continuerà fintantoché il sistema partitico rimarrà destrutturato, vale a dire per un periodo di tempo indefinito. Naturalmente, anche la scelta della nuova legge elettorale inciderà su una eventuale, difficile, ristrutturazione. Chi vuole “la proporzionale” deve essere avvisato. Qualsiasi variante di proporzionale ha poco da contribuire per configurare un sistema di partiti caratterizzato da coesione. Anzi, la proporzionale, mai punitiva nei confronti degli scissionisti, contribuisce alla frammentazione dei partiti. Scherzando, ma non troppo, potrei dire che la proporzionale faciliterà la comparsa di una lista Di Battista obbligando il pasionario dei pentastellati a contarsi.

L’esito elettorale-politico delle elezioni regionali contiene qualche insegnamento non banale per chi, come Zingaretti e, prima di lui, Dario Franceschini, desideri la costruzione di un’alleanza “organica” con il Movimento 5 Stelle. A livello locale aderenti e elettori dei pentastellati non hanno dimostrato grande propensione a favorire e premiare una simile alleanza. Anzi, i flussi elettorali suggeriscono che i pentaelettori si disperdono in una pluralità di direzioni, andando in misura limitata a sostenere i candidati del Partito Democratico. Più interessante e più rilevatore sarà il comportamento degli elettori del Movimento al ballottaggio in alcuni comuni, ma anche il comportamento degli elettori del PD quando al ballottaggio è passato un candidato dei Cinque Stelle.

Ė più che ragionevole pensare che prima di procedere dall’alto a dichiarare l’assoluta indispensabilità di un’alleanza organica fra Cinque Stelle e Partito Democratico, i proponenti, fra i quali sembra si collochi anche Di Maio, dovrebbero cominciare valutando il sentiment (è da tempo che volevo usare questa parola!) prevalente a livello locale. Dovrebbero incentivare incontri e forme di collaborazione, facendo leva sui temi propri a quei livelli e sulle persone giuste, quelle maggiormente in grado di rapportarsi fra loro e con l’elettorato.

Al momento, quello che si vede sul territorio è un insieme di “macchie” del più vario tipo, dovute in misura maggiore alla notevole diversificazione di opinioni, di aspettative, di preferenze dell’elettorato pentastellato. Per di più, a livello locale possono giocare negativamente molte animosità, sociali e politiche, pregresse, superabili soltanto con il tempo e con l’individuazione di obiettivi comuni. Sarebbe sicuramente sbagliato accelerare il processo di riavvicinamento che deve maturare e condurre a condividere elementi significativi di una cultura politica di governo. La fusione a freddo che diede vita al PD è l’esempio assolutamente da non ripetere.

Nella prospettiva che ritengo sia praticabile e produttiva, il governo Conte è un protagonista essenziale. La sua durata offre il tempo da utilizzare a livello locale. Le sue politiche condivise sono la garanzia che la collaborazione produce frutti, a cominciare da quanto già ottenuto a livello europeo che non sarebbe stato possibile per nessun governo Salvini/Meloni, e viceversa. Una legge elettorale proporzionale che entrambi gli alleati di governo hanno dichiarato di volere è disfunzionale rispetto all’obiettivo di una collaborazione più stretta. Infatti, porrebbe Cinque Stelle e Partito Democratico in inevitabile competizione. Un buon sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali come in Francia darebbe molti incentivi agli elettori di entrambi a convergere in particolare per sconfiggere i candidati/e del più socialmente e politicamente omogeneo centro-destra. Solo nuove modalità di competizione politico-elettorali promettono di cambiare in meglio la struttura delle opportunità. Vale la pena rifletterci.

Pubblicato il 24 settembre 2020 su Domani

Quanto peserà il doppio voto sul governo @domanigiornale

  • Il referendum costituzionale non riguarda il presidente del Consiglio Conte. Dicendo senza nessuna particolare enfasi che voterà “sì”.  Non c’è nessuna ragione per la quale un’eventuale vittoria del No debba incidere sulla sua carica istituzionale.

  • Il referendum riguarda semmai parlamentari e dirigenti delle Cinque Stelle, il Pd e i parlamentari della Lega, autrice della proposta originaria di “taglio delle poltrone”

  • Nessuna crisi di governo è giustificabile, e certamente non la sarebbe per il presidente Sergio Mattarella, nella delicatissima fase in cui il governo ha l’obbligo di formulare progetti fattibili, limpidi nei costi e nei tempi, per ottenere i sussidi e i prestiti del piano Next Generation Eu.

 

Alla pletora di informazioni manipolate, di retroscena fantasiosi, di postscena immaginari che andranno rapidamente al macero consentendo ai loro pronosticatori di farla franca, vorrei contrapporre alcuni ragionamenti, realistici e lineari (sic).

No, il referendum costituzionale non riguarda il governo se non in minima e trascurabile parte. Le revisioni costituzionali le propongono i partiti e le analizzano e, eventualmente, le approvano i parlamentari. Ciascuno di loro in coscienza e, quando ce l’ha, in scienza, ha l’obbligo politico e etico di assumersene la responsabilità.

Quindi, semmai, il referendum riguarda parlamentari e dirigenti delle Cinque Stelle, il Pd e i parlamentari della Lega, autrice della proposta originaria di “taglio delle poltrone” (e dei poltroni). Ciascuno può, se vuole, misurare il tasso di opportunismo dei tre gruppi di protagonisti. Se vincesse il “sì”, gli unici che potranno effettivamente rallegrarsi, meglio se lo faranno senza ballare scompostamente su un balcone, saranno i Cinque Stelle.

No, il referendum costituzionale non riguarda il presidente del Consiglio Conte. Dicendo senza nessuna particolare enfasi che voterà “sì”, Conte ha esercitato la facoltà che hanno tutti i cittadini di rendere noto il loro voto. Non c’è nessuna ragione per la quale un’eventuale vittoria del No debba incidere sulla sua carica istituzionale. Conte e il suo governo hanno il diritto costituzionale di rimanere in carica fintantoché godono della “fiducia delle due camere”. Toccherebbe alle opposizioni di andare a vedere le carte attraverso una mozione di sfiducia.

No, neppure significative vittorie del centro-destra nelle elezioni regionali possono essere brandite contro il governo. I cittadini italiani sanno per che cosa votano e, anche se il voto di un certo numero di loro è improntato anche all’insoddisfazione proprio per l’azione di governo, non può in nessun modo essere utilizzato per condurre automaticamente a una crisi del governo. Tuttavia sia i Cinque Stelle sia il Pd dovranno tenere conto del voto e delle sue proporzioni. Questo vale anche per le opposizioni.

No, né il referendum né le elezioni regionali, se i risultati fossero molto negativi, in nessun modo dovrebbero essere utilizzati contro Nicola Zingaretti per sostituirlo. Comunque, è imperativo che il Partito democratico funzioni secondi il suo statuto e le regole che richiedono la messa in moto della procedura che implica ricorso alle primarie e loro svolgimento.

No, nessuna crisi di governo è giustificabile, e certamente non la sarebbe per il presidente Sergio Mattarella, nella delicatissima fase in cui il governo ha l’obbligo di formulare progetti fattibili, limpidi nei costi e nei tempi, per ottenere i sussidi e i prestiti del piano Next Generation Eu. Nessuno può credere che le autorità europee sarebbero disponibili a trattare con un Matteo Salvini amico del dittatore bielorusso Lukashenko, appena censurato dal parlamento europeo ma senza i voti della Lega. Neanche quelle autorità vorrebbero leggere le duemila (sic) proposte che la generosa Giorgia Meloni, evidentemente incapace di valutare le priorità, si vanta di avere già pronte e si duole che Conte e i suoi ministri non abbiano mostrato alcun interessamento. Dopo il referendum e le votazioni regionali sarà, dunque, tutto come prima?

Evidentemente, No. Conteranno i numeri e le interpretazioni, ma ancora una volta saranno da evitare terribili semplificazioni.

Pubblicato il 21 settembre 2020 su Domani

 

La neolingua che inganna gli elettori sul referendum @domanigiornale

  • Il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari non è confermativo, ma al massimo oppositivo.

  • Il rapporto tra Camera e Senato non è “perfetto”, ma “paritario”, la riduzione del numero dei componenti non migliorerebbe la situazione.

  • Non è affatto vero che un parlamento più piccolo renderebbe inevitabile un sistema elettorale proporzionale puro (anche sulla purezza ci sono idee confuse).

 

Gli aggettivi servono a chiarire e precisare significati e contenuti dei termini utilizzati. Vanno usati con cautela, appropriatamente, senza esagerazioni e distorsioni.

Le definizioni di un fenomeno debbono soddisfare esigenze di specificazione e di comprensione, ma possono anche mirare a influenzare le preferenze e le valutazioni.

La politica si configura anche, molto spesso, come una modalità di comunicazione orientata a persuadere. Tuttavia, non da oggi, sosterrebbe George Orwell molti politici e operatori dei mass media fanno della comunicazione politica una modalità di manipolazione. Non di rado, Orwell sarebbe stupito dai brandelli di neo-lingua che circolano in Italia non sfidati da nessuno.

Mi limiterò ad alcuni, credo importanti, esempi, ma la casistica è molto più ampia e richiede costantemente attenzione e contrasto.

Non sta scritto da nessuna parte nella Costituzione italiana che il referendum costituzionale è confermativo. Comunque, l’aggettivo non può riferirsi a quel tipo di referendum in quanto tale, ma al suo esito. Qualora la maggioranza dei votanti (non esiste quorum) si esprima per il “sì”, la revisione costituzionale approvata dai parlamentari sarà confermata. Se prevalgono i contrari con il loro no, la revisione sarà bocciata. L’esito, suggerirei, deve essere definito oppositivo (oppure, in subordine, avversativo). Continuare ossessivamente a definire “confermativo” il referendum costituzionale è, una più o meno consapevole, manipolazione convogliando agli elettori che, insomma, si tratta di confermare una revisione non di valutarla e, eventualmente, respingerla.

Ridurre il numero dei parlamentari (espressione che ha pudicamente sostituito “tagliare le poltrone”) è essenziale, si dice, non soltanto per risparmiare, ma per dare un spinta a migliorare il funzionamento del bicameralismo perfetto. Anche questo aggettivo è errato, molto. Se guardiamo alla struttura del bicameralismo italiano l’aggettivo corretto è paritario. Le due Camere hanno gli stessi poteri, a cominciare dal dare e togliere la fiducia al governo, e svolgono gli stessi compiti: rappresentanza politica, controllo sull’operato del governo, conciliazione di interessi, compartecipazione ai procedimenti legislativi. Poi, è quantomeno paradossale che l’aggettivo perfetto venga utilizzato da chi vuole riformare il bicameralismo italiano. Per renderlo imperfetto? Nel frattempo, i ritocchi aggiuntivi che si preannunciano sono marginali, ma renderebbero il bicameralismo italiano ancora meno differenziato e più paritario.

Ridotti di numero i parlamentari, un po’ tutti i sedicenti riformatori annunciano l’imprescindibile necessità di una legge elettorale proporzionale pura. Poi i dirigenti di partito, i parlamentari e troppi commentatori subito aggiungono che dovranno essere introdotti una soglia percentuale di accesso al parlamento e un diritto di tribuna (che non esiste da nessuna parte al mondo: genio italico). È lampante che entrambe le disposizioni rendono il proporzionale piuttosto impuro. D’altronde, un po’ in tutti i paesi che utilizzano leggi elettorali proporzionali (ad eccezione dell’Olanda e di Israele) si fa ricorso a una soglia d’accesso (o esclusione) per quantomeno contenere la frammentazione del sistema dei partiti e della rappresentanza parlamentare. Comunque, approvata la riduzione dei parlamentari non è affatto detto che il “proporzionale” sia una soluzione obbligata. Gran Bretagna e Francia utilizzano leggi elettorali maggioritarie, fra loro diverse, in collegi uninominali. Lo stesso fanno l’Australia: 25 milioni di abitanti, Camera bassa 150 rappresentanti; e il Canada: 37 milioni di abitanti, Camera bassa 308 rappresentanti. Quello che conta, però, è l’ampiezza con riferimento agli elettori dei collegi uninominali.

Lineare è bello (?). Chi può opporsi a un intervento definito e giustificato come lineare ovvero semplice, uniforme, limpido, essenziale? Tagliare le poltrone con una grossa accetta risolve qualche problema di funzionamento oppure sarebbe più opportuno e più efficace utilizzare il bisturi per intervenire in maniera delicata sulle criticità di una struttura tanto complessa come il/un Parlamento? Dove mai e quando mai i Parlamenti e le Costituzioni sono state riformate con tagli “lineari”? In verità, nel passato Gianfranco Miglio, autorevole professore di Storia delle istituzioni politiche e di Scienza politica propose più drasticamente di lanciare una sostanziosa revisione costituzionale facendo uno sbrego alla Costituzione. Il resto avrebbe fatto seguito. Il “sì” servirebbe anche a rompere l’immobilismo, fare una breccia nella Costituzione alla quale, ovviamente, ma anche no, seguirà una nuova costruzione. Lineare!

Pubblicato il 17 settembre 2020 su Domani

Tagliare gli eletti renderà il parlamento meno capace di controllare il governo #Referendum2020 @domanigiornale

È legittimo ridurre il numero dei parlamentari per risparmiare, ma meno parlamentari non equivale affatto e non comporta miglioramenti automatici nella loro qualità ed efficienza

Nelle democrazie il numero dei parlamentari è da sempre significativamente collegato alla popolazione, al numero degli elettori dai quali i parlamentari sono eletti e ai quali debbono offrire rappresentanza.

Contrariamente a quello che si pensa e si continua a dire, nelle democrazie parlamentari il compito principale del Parlamento non consiste nel “fare” le leggi, ma nel controllare l’operato del governo in nome e per conto dei cittadini.

È legittimo ridurre il numero dei parlamentari per risparmiare, ma meno parlamentari non equivale affatto e non comporta miglioramenti automatici nella loro qualità e efficienza. Al contrario, oberandoli di lavoro li indebolisce a fronte del governo.

In tutte le democrazie il numero dei parlamentari è in qualche modo in collegato con il numero degli elettori. Grosso modo, il rapporto è un parlamentare ogni all’incirca centomila elettori (Francia 577; Germania 598 più un fluttuante numero di seggi aggiuntivi; Gran Bretagna 650). La grande eccezione è rappresentata dalla Repubblica federale e presidenziale degli Stati Uniti d’America il cui numero di Senatori (due per ciascuno Stato, oggi, dunque, complessivamente cento) è stabilito dalla Costituzione del 1787 e quello dei Rappresentanti (435) fu definitamente fissato dal Congresso nel 1929. Negli USA non sono in discussione i numeri, ma la ripartizione (reapportionment) dei rappresentanti fra gli Stati con riferimento ai mutamenti della popolazione (che spiega perché i censimenti decennali siano considerati molto importanti). Nel complesso, gli USA non possono essere presi come punto di riferimento per nessuna comparazione significativa.

I Costituenti italiani collegarono il numero dei deputati e dei senatori alla popolazione con l’obiettivo primario e predominante di dare adeguata rappresentanza all’elettorato italiano, uomini e donne le quali votarono per la prima volta nel 1946. Nelle elezioni del 1948 il numero dei deputati eletti fu 574 e quello dei senatori la metà: 237. Nel 1953 furono eletti 590 deputati, i senatori fermi a 237 e nel 1958 596 deputati e 246 senatori. Per bloccare una crescita continua dovuta all’aumento fisiologico della popolazione italiana, l’art. 56 della Costituzione fu modificato prima delle elezioni del 1963 stabilendo che i deputati dovevano essere e rimanere 630 e i senatori 315. Così è. Nel corso del tempo, in diverse occasioni, vi fu chi propose con varie motivazioni di ridurre il numero complessivo dei parlamentari. Spesso viene citata Nilde Iotti, comunista, a lungo (1979-1992) Presidente della Camera dei deputati, che sostenne che, una volta eletti i Consigli regionali che già davano rappresentanza politica aggiuntiva, era ipotizzabile e auspicabile la riduzione del numero dei parlamentari. Nelle commissioni bicamerali per le riforme istituzionali, altri proposero il superamento del bicameralismo con l’abolizione del Senato e l’elezione di una sola Camera composta da 500 (numero tondo) deputati. Qualcuno a sinistra si lasciò trascinare dall’entusiasmo di stampo antiparlamentare e populista affermando che 100 eletti erano più che sufficienti.

Altrove, in Francia, il fondatore e Presidente della Quinta Repubblica Charles de Gaulle perse nel 1969 il referendum popolare sull’abolizione del Senato e si dimise sdegnato. Il potente Primo ministro britannico Tony Blair ingaggiò una battaglia contro la House of Lords, ma gli riuscì soltanto di ridurre il numero dei Lords e delle Baronesse che, comunque, rimangono tuttora poco meno di 800. Si parva licet componere magnis, nella sua non proprio lineare riforma costituzionale del 2016, il Presidente del Consiglio Renzi aveva imposto la riduzione del numero dei Senatori a 100, affidandone l’elezione alle regioni, e ridefinito in maniera non proprio limpida i compiti del Senato, ridimensionandone notevolmente i poteri. In tutti questi casi, le motivazioni prevalenti facevano riferimento alla necessità di migliorare la rappresentanza politica e di dare maggiore efficienza ai procedimenti legislativi. Invece, la giustificazione principale offerta dal Movimento 5 Stelle per effettuare il “taglio delle poltrone”, ovvero la riduzione del numero dei parlamentari da 630 deputati a 400 e da 315 senatori a 200, è stata quella, peraltro, non del tutto disprezzabile, del risparmio: nel corso di una legislatura 500 mila Euro derivanti dal drastico ridimensionamento di stampo certamente populistico dei componenti della “casta”.

Nella visione complessiva dei pentastellati si trova anche l’aspettativa che meno parlamentari significhi maggiore efficienza sia della Camera sia del Senato. Ė un’aspettativa male argomentata e poco o nulla convincente. I Cinque Stelle e la maggior parte di coloro che si sono espressi a favore della riduzione del numero dei parlamentari, a loro tempo anche i sostenitori della riforma renziana, sembrano credere che il compito più importante del Parlamento in una democrazia parlamentare consista nel fare le leggi. Affermano che meno parlamentari significherebbe meno intralci nella discussione dei disegni di legge e maggiore rapidità nella loro approvazione. Questa teoricamente e fattualmente erronea concezione mette in secondo piano quelle che sono, invece, le due attività più importanti e insostituibili di un Parlamento: controllare, non solo da parte dell’opposizione, quello che il governo fa, non fa, fa male, e dare rappresentanza politica ai cittadini (al “popolo”). Il governo e i ministri dispongono di staff politici e burocratici che consentono loro, se sono uomini e donne mediamente capaci e competenti, di elaborare una molteplicità di disegni di legge e di emanare decreti anche complessi che richiedono valutazioni accurate. Ė evidente che la riduzione del numero dei parlamentari implicherà un sovraccarico di lavoro sia, sicuramente, nelle Commissione, già oggi quasi tutti i parlamentari fanno parte di almeno due Commissioni, sia in aula, dove i parlamentari hanno la facoltà di chiamare il governo a rispondere delle sue azioni e delle sue omissioni. Insomma, è molto probabile che, ridotti di numero, i parlamentari non saranno in grado di svolgere efficacemente e incisivamente il loro fondamentale compito di controllo sull’operato del governo.

Quanto alla rappresentanza politica, naturalmente, molto dipende dalla legge elettorale che sarà approvata. Appare più che probabile che sarà prescelta una legge proporzionale (incidentalmente, tutte le democrazie europee occidentali, ad eccezione della Gran Bretagna e della Quinta Repubblica francese, utilizzano buone leggi proporzionali, quella tedesca essendo la migliore, importabile purché nella sua interezza). Chi desidera buona rappresentanza dovrà esigere che sia esclusa la possibilità di pluricandidature e che sia consentito agli elettori di esprimere una preferenza, meglio se una sola. I candidati/e al parlamento in collegi necessariamente (più) ampi dovranno lavorare molto sodo per conquistarsi l’elezione e altrettanto intensamente per mantenere contatti con il loro elettorato. Dare buona rappresentanza politica, oltre a comportare enormi difficoltà per i partiti piccoli, diventerà certamente più difficile, non posso aggiungere “di oggi” poiché la rappresentanza attualmente esistente è per un insieme di ragioni sostanzialmente pessima, e anche più costoso.

La verità è che la riduzione del numero dei parlamentari, in nessun modo automaticamente migliorativa della rappresentanza politica, porrà il nuovo Parlamento e i suoi ridimensionati componenti alla mercé del governo. D’altronde, questa riforma nasce in chiave antiparlamentare quasi per dimostrare l’irrilevanza, al limite dell’inutilità, del Parlamento italiano, organismo che sarebbe da superare con modalità di democrazia diretta e con il ricorso alla tecnologia. La conferma della riforma aprirebbe la strada a esperimenti pericolosi per chi crede che il cuore della democrazia parlamentare sia costituito proprio dal Parlamento, eletto facendo ricorso a una legge elettorale decente, attrezzato per controllare il governo e capace di garantire efficace rappresentanza politica ai cittadini, alle loro preferenze e esigenze, ai loro interessi e ideali. Che già si parli della necessità di altri interventi, correttivi e cambiamenti è fonte di preoccupazioni aggiuntive.

Pubblicato il 6 settembre su Domani

I Cinque Stelle non sono spacciati @domanigiornale

Gli iscritti del Movimento hanno approvato alleanze già in essere da tempo. Addio anche al limite dei due mandati. I Cinque Stelle diventano più simili agli altri partiti, ma restano i meglio attrezzati a intercettare un malcontento ancora diffuso nel paese e che continua a portare voti.

  • Nella sua critica alla Prima Repubblica (l’unica che abbiamo avuto), il Movimento 5 Stelle ha spesso sbagliato bersaglio. Non ne ha capito i pregi: adattabilità e possibilità di cambiare governi e governanti senza produrre destabilizzazioni, obbligando i nuovi protagonisti a rispettare le regole.
  • La democrazia parlamentare non è una forma di governo debole. Ha regole, procedure, istituzioni che danno rappresentanza politica e consentono decisioni. Funziona grazie ai partiti. Dalla qualità dei partiti dipende la sua stessa qualità.
  • Tutti i movimenti collettivi si trovano prima o poi ad un bivio: istituzionalizzarsi oppure deperire e sparire. Sull’orlo del deperimento, i Cinque Stelle sembra abbiano scelto la via, per loro alquanto impervia, dell’istituzionalizzazione.

Nato sull’onda alta della critica alla politica esistente il Movimento 5 Stelle ha dovuto fare di volta in volta i conti con quella politica, finendo regolarmente per adattarsi, più o meno convintamente e dolorosamente, alle sue prassi.

La politica esistente in Italia si svolge nel quadro, molto più costrittivo di quel che si pensa abitualmente, di una democrazia parlamentare ed è praticata da organizzazioni che, in un modo o in un altro, deboli o meno deboli, sono partiti. Dunque, la critica alla politica non poteva non essere anche, soprattutto, critica del Parlamento, scatoletta di tonno da aprire, e critica dei parlamentari, del loro essersi trasformati in una “classe”, del loro numero, dei loro privilegi a cominciare dalle indennità e dai vitalizi.

Rispetto ai partiti, organizzazioni ritenute non democratiche in mano a oligarchie interessate a perpetuarsi e in grado di farlo, il Movimento ha inteso fare valere modalità di democrazia più o meno diretta, partecipata (peraltro da non più di 60 mila aderenti su almeno il doppio di aventi diritto), costruita all’insegna dello slogan “uno vale uno”, praticata con moderne forme tecnologiche attraverso una piattaforma di proprietà di un privato. Inevitabilmente, ne conseguono lamentele e critiche alla probabilità di manipolazione di procedure tutt’altro che trasparenti e verificabili.

Al suo esordio in una competizione nazionale, nessun partito, tranne Forza Italia, ha ottenuto un numero di voti superiore a quello dei Cinque Stelle nel 2013. Alla base di questo grande successo elettorale, sta proprio la critica, pure, spesso sommaria e superficiale, espressa con toni esagitati, della politica.
Superficialità e esagitazione sono servite a raggiungere, incanalare, dare espressione e rappresentanza alla diffusa, profonda e persistente insoddisfazione degli italiani con la loro politica.

Essendo questo un dato strutturale è possibile affermare che non mancheranno mai le ragioni per le quali una parte di elettorato si indirizzerà a favore del Movimento e dei suoi candidati. Fisiologicamente, però, una parte di elettorato non poteva non diventare insoddisfatta dalle prestazioni dei Cinque Stelle nella loro azione di governo.

Troppo facile, ma vero, dunque necessario, è affermare che il passaggio non soltanto dalla protesta alla proposta, ma dalla proposta alla pratica si è scontrato con ostacoli imprevisti dai Cinque Stelle, ma non imprevedibili. Nelle democrazie parlamentari rarissimamente il governo è composto da un solo protagonista. Per dare vita ad un governo è imperativo trovare alleati e formare coalizioni. Dopodiché il programma del governo non può essere integralmente quello di ciascuno dei singoli contraenti, ma è un compromesso che deve tenere conto delle diverse preferenze.

Che soltanto alcuni giorni fa gli iscritti al Movimento abbiano dato ufficialmente la loro approvazione alla ricerca di alleanze può stupire soltanto perché l’approvazione viene dopo una pratica già in atto. Questa decisione sarebbe la prova provata della trasformazione del Movimento in partito politico. In verità, la trasformazione era già avvenuta nel momento stesso in cui il Movimento aveva presentato candidature alle elezioni nazionali, ottenuto voti e conquistato cariche.

Da Max Weber, che di movimenti collettivi ha scritto in maniera tuttora imprescindibile, dovremmo piuttosto sapere trarre le indicazioni cruciali per capire se le Cinque Stelle approderanno alla istituzionalizzazione, vale a dire a darsi una struttura, regole, modalità di selezione e ricambio della leadership che ne consentano una lunga durata.

Avere originariamente stabilito un massimo di due mandati elettivi andava contro non solo l’istituzionalizzazione, ma lo stesso buon funzionamento del Movimento nelle assemblee elettive, in particolare, nel parlamento.

Da un lato, coerentemente con il principio “uno vale uno”, il Movimento nega(va) l’importanza dell’esperienza politica e delle competenze; dall’altro, rende(va) impossibile l’applicazione di un criterio fondamentale della democrazia rappresentativa, quello della responsabilizzazione, dell’accountability. Il rappresentante se ne dovrebbe andare per una regolamentazione burocratica, due mandati svolti, non per inadeguatezza politica, vale a dire non essere riuscito a farsi rieleggere sulla base di quanto da lui/lei fatto.

Peggio, poi, se, come ribadito da troppi esponenti del Movimento, dovesse venire imposto un, peraltro impossibile (e che richiederebbe una revisione costituzionale) vincolo di mandato ai rappresentanti. Non è chiaro in che modo potrebbe essere imposto, tradotto in pratica e sottoposto a valutazione, ma è sicuro che distruggerebbe il principio stesso della rappresentanza politica con conseguenze di irrigidimento della dialettica parlamentare fondata proprio sulla reciproca persuasione e sulla conciliazione degli interessi e delle preferenze.

Nel frattempo, in parte tenendo conto delle esperienze acquisite in parte per valorizzare quanto fatto ricoprendo la carica, i militanti del Movimento hanno acconsentito ad un sotterfugio: il mandato zero (ovvero, la previa elezione nei consigli comunali e provinciali) che si configura come deroga permanente alla regola dei due mandati.

Questo vale per la sindaca di Roma Virginia Raggi. Varrà per quella di Torino Chiara Appendino e, naturalmente, per tutti i non pochi parlamentari che stanno completando il secondo mandato. Molti di costoro, però, finiranno comunque esclusi, se l’elettorato confermerà per referendum la riduzione del numero dei parlamentari, altra riforma chiave di un Movimento nel quale alcuni ritengono che il parlamento come lo abbiamo conosciuto stia diventando inutile, retaggio di un passato novecentesco, superabile.

La fase di effervescenza collettiva e di entusiasmo che aveva lanciato il Movimento è venuta inevitabilmente meno. Il suo fondatore, Beppe Grillo, si è trasformato in garante anche se, ed è per lo più un bene, interviene in maniera decisa e decisiva nei momenti più delicati.

Per quanto faticosa e difficile da guidare senza una bussola, l’istituzionalizzazione del Movimento ha fatto qualche passo aventi.

In mancanza di una cultura politica condivisa che non sia esclusivamente di critica alla democrazia parlamentare (e, molto contraddittoriamente, alle modalità di funzionamento dell’Unione europea), aderenti e elettori del Movimento Cinque Stelle appaiono perplessi e divisi. Però, potrebbero rivendicare di essere nella loro composizione e nelle loro contraddizioni, dai vaccini alle grandi opere, il partito (pigliatutti) degli italiani.

Comunque, continuano ad avere dalla loro parte l’insoddisfazione e lo scontento politico, pulsioni e emozioni che sembrano di entità tale da riprodurre una riserva di voti alla quale il Movimento è tuttora in condizioni di attingere meglio e più di altri.

Pubblicato il 19 agosto 2020 su editorialedomani.it