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Perché l’Italia dei cacicchi vince ancora @DomaniGiornale

C’è chi vince le elezioni, non solo locali, un numero smisurato di volte, quasi tutte le volte che vuole cacicco è o lo diventa . Ha, suscita, “possiede” un consenso, che non è solo elettorale, ma politico che lo segue con affetto, interesse, entusiasmo. Chi pensa che la politica si fa esclusivamente con la testa non è in grado di capire il fenomeno e meno che mai di predisporre, qualora venga reputato necessario, gli antidoti. La politica essendo sempre un rapporto più o meno diretto più meno mediato fra persone non deve stupire che alcuni uomini in politica abbiano in tempi e in luoghi diversi puntato sulle loro capacità e qualità personali per conquistare, esercitare, mantenere, riguadagnare il potere politico di rappresentanza e di governo.

Il termine cacicco, per lo più usato in maniera critica e negativa, nasce nel secolo scorso in America latina. Serve a definire coloro che, in special modo a livello locale, combinano con successo potere istituzionale con potere personale, il secondo a lungo capace di controllare e riprodurre il primo. Il cacicco può fare a meno di qualsiasi affiliazione partitica. Talvolta, la struttura, mai troppo informale, che ha saputo costruire lui stesso nel corso del temo, è più diramata delle organizzazioni d partito esistenti, Ha anche il pregio di essere più flessibile, di saper incorporare nuovi apporti fra coloro che chiedono decisioni politiche consapevoli di dove contribuire qualcosa, e di lasciare cadere il vecchio reso obsoleto e superato da politiche che hanno avuto successo.

Il cacicco non s limita a evidenziare e sconfiggere le carenze dell’attività dei partiti. In molte zone, il cacicco ha cominciato la sua carriera con la critica severa di quanto l’amministrazione locale e la burocrazia nazionale di si sono dimostrati incapaci di fare. Tagliando qualche laccio e lacciolo, inserendo propri consulenti, facendo un uso disinvolto del denaro pubblico e di interessate regalie private, il cacicco dimostra spesso anche di essere più efficiente, addirittura di sapere combinare l’efficienza “Sregolata” con, quando più fa gioco, la compassionevolezza. Lui si occupa del benessere della comunità, lui è sindaco di tutti tranne coloro che fanno i guastafeste, elezioni non le vince lui, ma la comunità al cui servizi lui si mette volentieri con volto sorridente e fare pacato, ma inflessibile con chi intralcia e non contribuisca.

Un po’ dappertutto, anche dove esistono comunità ammaliate dai cacicchi molti dei quali, peraltro possono anche avere successi non irrilevanti, il giudizio sul loro operato è per lo più negativo basato talvolta su criteri moralistici. In molti logghi, America latina, USA, stati africani, Italia, i limiti temporali ai mandati elettivi sono stati introdotti come barriera per impedirei loro lunghi ininterrotti periodi nelle cariche. Passare da una carica all’altra pe sfuggire a quella tagliola non si è rivelata operazione particolarmente difficile per cacicchi in grado di sbandierare successi e trovare capri espiatori: partiti voraci, personalisti e permeabili, burocrazie sorde e tetragone, lobby insidiose e intrusive.

Se, come disse più di una volta un apprezzatissimo speaker della Camera di Rappresentanti USA, il democratico Tip O’Neill “all politics is local politics”, i cacicchi avranno sempre un habitat. Pur senza cedere alla tentazione di pensare che esistano cacicchi buoni e cacicchi cattivi, è possibile  sostenere che senza di loro la politica sarebbe meno vivace e perderebbe folclore. Troppi politici si dimenticherebbero anche che debbono cercare di capire e di interpretare i desideri, le preferenze e le necessità di cittadini. I cacicchi ricordano a tutti che c’è qualcosa che loro sanno furbescamente sfruttare, che non funziona nella politica e negli apparati ammnistrativi. Per liberarsi dei cacicchi senza mettere allo sbando tutti i loro sostenitori non basta lo sdegno altezzoso. Bisogna migliorare il modo di fare politica e riformare l’amministrazione.

Pubblicato il 27 maggio 2026 su Domani

Rappresentare o ingannare. Il dilemma legge elettorale @DomaniGiornale

Le leggi elettorali traducono i voti in seggi. Servono a eleggere i parlamenti, mai, in nessun sistema politico, i governi. Sono sempre congegnate per dare rappresentanza politica agli elettori. La governabilità, “stabilità politica più efficacia decisionale”, dipende soltanto in piccola misura dalle leggi elettorali, in grande misura dalle capacità dei governanti. Il criterio dominante, non esclusivo, per valutare la qualità delle leggi elettorali è quanto potere conferiscono agli elettori.

Per insipienza e per furbizia, né la legge Rosato, attualmente vigente, né la proposta attualmente in discussione, primo firmatario l’on. Galeazzo Bignami, capogruppo dei Fratelli d’Italia alla Camera dei Deputati, rispettano minimamente i criteri sopra esposti. Anzi, coloro che hanno stilato la nuova proposta sembrano essersi, più meno consapevolmente, impegnati a violare quei criteri e intendono graniticamente continuare a farlo, con qualche aggiunta neppure fantasiosa.

I principali obiettivi perseguiti sembrano (i proponenti sono volubili) essere tre. Fare sì, primo, che non si abbia un pareggio fra le due coalizioni. Secondo, che si sappia la sera stessa del voto chi ha vinto. Terzo, che alla coalizione vincente venga attribuito un premio in seggi che le garantisca una maggioranza assoluta da loro considerata la premessa di stabilità e “governabilità”. La legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza configurerebbe, secondo qualche incauto commentatore, il modello elettorale tipicamente e peculiarmente italiano da Acerbo (1923) alla legge truffa (1953) e alla legge Calderoli (2005).

Il disegno di legge Bignami et al., costruito sulla legge Rosato, si configura a sua volta come una legge proporzionale con premio di maggioranza variabile, attribuito eventualmente con ballottaggio, se nessuna coalizione supera il 40 per cento dei voti. Le liste presentate agli elettori al momento sono bloccate, ma quasi come contrappeso i partiti dovranno/potranno inserire nel loro logo il nome della candidata alla carica di Presidente del Consiglio.

Cadendo giulivamente nelle trappole disseminate in qua e in là nel testo, sia i critici sia i sostenitori della proposta si sono accapigliati sui numeri, non sulla qualità della legge. Suggerisco di cestinare testo, audizioni e discussione e di (ri)cominciare (quasi)ex novo, non che ci sia qualcosa da salvare, ma perché bisogna evitare di ripetere gli errori.

Chi vuole una buona rappresentanza politica, essenziale all’esistenza e al funzionamento del Parlamento, deve volere una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento che scoraggi la frammentazione di quel che resta del sistema dei partiti. Deve pretendere anche un voto di preferenza (non due, tre, quattro che favorirebbero le cordate) per dare agli elettori la possibilità di premiare chi lo merita, e di riconfermarla/a. A sua volta, il parlamentare così eletto sarà incentivato a tenere conto delle preferenze degli elettori e a trasmetterle al suo gruppo parlamentare e ai suoi esponenti al governo.

   Che male fa leggere sulla scheda i nomi delle candidature a Presidente del Consiglio? Poco male. Infatti, non sarebbe costituzionalmente rilevante. Il Presidente della Repubblica potrà comunque esercitare, ma, immagino con qualche fastidio personale, il suo potere di nomina. Però, è del tutto probabile che si leveranno alte le scandalizzate grida di alcuni politici, di noti conduttori di talk show, di sussiegosi opinion makers: “traditi gli elettori!”, a tutto vantaggio dell’antipolitica e del populismo di bassa lega (oops).

Da ultimo, il “pareggio” in politica non è mai questione soltanto di numeri, ma di disponibilità, accondiscendenze, trasformismi. Sono comportamenti che una cittadinanza attiva e una opinione pubblica informata stigmatizzerebbero, obbligando i pareggianti a darsi regole opportune e adeguate al governo e all’opposizione: essere coesi, disciplinati, ma al tempo stesso attenti ai contributi specifici, mai sbrigativi e narcisisti. L’esperienza svedese tra il 1973 e il 1976 suggerisce che è sufficiente che le camere abbiano un numero dispari di componenti e ne conseguiranno vincitori e vinti.

    Non siamo svedesi, ma qualche volta sappiamo imparare. Chi vince governerà nella piena consapevolezza che politiche pubbliche estreme faranno perdere voti decisivi. Dal canto suo, chi sta all’opposizione non si lancerà in proposte al rialzo perché difficilmente sono premiate dagli elettori “spareggianti” e non saranno poi attuabili. Allora, che i sedicenti riformatori meditino meno sui numeri più sulle idee.

Pubblicato il 23 maggio 2026 su Domani

Un governo di “campatori” fa male all’Italia@DomaniGiornale

In Gran Bretagna, patria delle democrazie parlamentari, la consuetudine ha consentito ai Primi ministri di sciogliere il Parlamento dopo quattro anni del suo mandato quinquennale. Non erano necessarie giustificazioni costituzionali. Più o meno formalmente, quei Primi ministri motivavano politicamente la loro decisione affermando di avere tradotto con successo praticamente tutte le promesse elettorali. Era giunto il tempo di un nuovo mandato popolare per nuove politiche. Oppure nuove, inaspettate sfide economiche, sociali, internazionali imponevano il rinnovamento della rappresentanza parlamentare. Non era il caso di fare riferimento ai sondaggi che rilevassero un livello molto positivo di consenso. Al contrario, quando il consenso per il partito al governo fosse diminuito, meglio tirarla per le lunghe e arrivare alla fine della legislatura (così fecero il conservatore John Major nel 1997 e il laburista Gordon Brown nel 2010, entrambi i partiti persero le elezioni).

Non siamo inglesi, ma il problema di cosa possa fare l’affaticato governo Meloni nel poco più di un anno che manca alla fine della legislatura è oramai posto e conclamato. Certamente deve essere doloroso per la Presidente del consiglio rinunciare all’obiettivo di valenza storica che consisterebbe nell’avere presieduto l’unico governo italiano in carica per tutta la legislatura. La lunga durata ha un verso negativo e un verso positivo. Quello negativo è che il successo conseguito da un governo di legislatura nega alla radice l’indispensabilità di qualsiasi riforma costituzionale formulata per garantire stabilità al capo del governo. Positivamente non mi riferirò, come fanno troppi commentatori populisteggianti, alla maturazione delle pensioni di molti parlamentari, ma a due possibilità. La prima consiste nel portare a compimento alcune riforme, non importa quanto controverse, brutte e pericolose, come la legge elettorale “spareggiatrice” e il Premierato elettivo. La seconda, alquanto complicata, è che le guerre finiscano e comunque facciano la loro comparsa tematiche per le quali il governo abbia soluzioni fantasiose e brillanti, che spiazzino le opposizioni.

Dai ranghi di Fratelli d’Italia sono da tempo spuntati molti corifei, spesso agguerritissime donne, a vantare successi a tutto spiano sulla scena internazionale più che in politica interna. Se è una strategia, non porta lontano poiché è noto che, fatti salvi alcuni rarissimi casi (in tempi recenti forse la Brexit), le tematiche di politica estera raramente portano molti voti e fanno vincere le elezioni. Forse Salvini otterrà qualche voto filoputiniano e antiunioneeuropea in competizione fratricida con i vannacciani. Forse Forza Italia attrarrà un pugno di voti filoUE già orientati verso il centrodestra. Però, Fratelli d’Italia non potrà più sfruttare la sua altolocata amicizia americana e deve ancora trovare il suo bandolo nella matassa europea.

Poco utilizzabile la problematica dell’immigrazione, tutt’altro che scomparsa, ma poco saliente, rimangono i grandi temi: economia, lavoro, sanità, istruzione. Su nessuna di queste il governo può vantare la proprietà, ovvero avere un vantaggio di posizione e/o di prestazione. L’offerta fatta da Meloni di apertura ai contributi dell’opposizione è, da un lato, segno di debolezza e di acquisita consapevolezza che problemi nazionali gravi esigono soluzioni negoziate e, almeno parzialmente, condivise. Dall’altro, è inadeguata anche perché viene smentita in pratica a partire non soltanto dalla legge elettorale “blindata”, cioè non rivedibile, ma anche dal secco e ripetuto “no” al salario minimo.

All’orizzonte non si intravvedono idee nuove e mobilitanti. Il governo Meloni sembra avviato sulla strada lastricata di critiche e rimproveri per quanto fatto dai precedenti governi “tecnici” (anche se rispetta il Draghi tecnocrate massimo) e di rivendicazioni per successi non riconosciuti. Il tempo non utilizzato per rinnovare idee e interpreti, pochi si sono dimostrati all’altezza del loro compito, è perduto. Campare male può ritardare la fine, ma la rende più triste per la Nazione.   

Pubblicato il 20 maggio 2026 su Domani

Più riformista o radicale? il futuro del pd @DomaniGiornale

Il Partito Democratico è un partito indispensabile. Lo è all’opposizione potendo e dovendo rappresentare quella importante parte dell’elettorato che esprime critiche di molti tipi all’operato e al non-operato del governo Meloni e che desidera la prospettazione di alternative credibili e praticabili. Lo è proprio come potenziale costruttore di una coalizione che si candida a governare il paese. Ovviamente, è democraticamente criticabile in entrambi i contesti.

Le continue e pressanti richieste che il PD si dia una identità precisa, ovvero che scelga fra essere un partito radicale di massa (trovarle le masse!) e un partito “sinceramente” riformista sono, al tempo stesso, comprensibili e irricevibili. Un po’ dappertutto, nell’internazionale dei partiti progressisti convivono in misure variabili in un difficile equilibrio, componenti riformiste e radicali. Quando prevalgono le componenti radicali diventa improbabile che quel partito vada al governo. La prevalenza delle componenti riformiste apre buone opportunità di ascesa al governo a condizione che i radicali non intralcino la formazione della coalizione a guida riformista. Cosa diversa, ma non troppo, è poi governare poiché le probabili tensioni metterebbero a rischio la traduzione del programma in politiche pubbliche e la vita stessa della coalizione. Comunque, primum vincere.

Quanto più un partito progressista cresce in termini elettorali tanto più è prevedibile che accoglierà posizioni, preferenze, interessi diversificati. La sintesi, che non deve mai ridursi nel cosiddetto “taglio delle ali”, potrebbe avvenire al suo interno orientata da una duplice consapevolezza. Primo, entrambe le ali, riformista e radicale, danno un contributo a fare volare il partito, soprattutto se imparano e sanno comportarsi lealmente. Secondo, saranno necessarie rinunce e variazioni programmatiche nella stesura e nella proposta del programma di governo della coalizione.

Coloro che criticano il Partito Democratico proprio perché al suo interno convivono (con qualche disagio, spesso, a mio parere, accentuato ad arte per fini personalistici), sottovalutano, se non addirittura dimenticano, che la società italiana è molto frammentata, alquanto corporativa, modicamente anti-politica, poco ricomponibile, ergo difficile da rappresentare. All’uopo, le coalizioni multipartitiche hanno il pregio di aggregare una pluralità di interessi e di essere costrette a farlo senza cedere, pena lo sfacelo, a posizioni estreme.

Non sono sicuro che Schlein abbia conquistato la segreteria del PD in quanto considerata “movimentista”. Piuttosto, la sua vittoria è stata l’espressione di una richiesta di cambiamento, di iniezione di energia. In generale, le leadership efficaci sono in grado di dare un notevole apporto alla (ri)definizione della identità politica e del programma del partito. Lo riescono a fare con la selezione del personale da collocare nelle posizioni più importanti, e quelle parlamentari sono o dovrebbero essere tali. La lealtà, non la supina, non la interessata obbedienza, è comprensibile, ma non deve mai andare a scapito della competenza. La leadership può fare molto attraverso l’individuazione delle tematiche più rilevanti per l’elettorato da raggiungere, non una lunga lista della spesa, ma alcune essenziali e caratterizzanti priorità: sanità, salario minimo, istruzione, tutto quello che può migliorare la vita degli italiani (e non solo). Leadership non significa affatto solo e neppure primariamente mettersi all’ascolto e al servizio dell’elettorato. Significa, soprattutto interagire con quella parte di elettorato che si vuole (con)vincere, orientare, “educare”, proprio e davvero guidare. Allora, il PD deve elaborare approfonditamente la sua concezione di europeismo: cos’è, cosa deve diventare e come. Rimarranno alcune contraddizioni nella politica e nelle scelte. Sono contraddizioni che pulsano in seno al popolo. Meglio affrontarle a viso aperto con la bussola, non delle ambizioni e dei destini personali, ma dell’europeismo.

Pubblicato il 13maggio 2026 su Domani

Basta inseguire il Presidente. Va ricostruito un nuovo ordine @DomaniGiornale

Seguire e contrastare Trump nelle sue improvvisazioni, impennate, imprevedibili, da lui stesso, azioni e reazioni, è molto più che impossibile. Rapidamente si dimostra tentativo sbagliato e controproducente, onerosissimo. Non avendo il Presidente USA obiettivi chiari, ma quasi esclusivamente rancori e rappresaglie, meglio è che chi vuole reagire abbia chiari i suoi propri obiettivi inquadrabili in una prospettiva preferibile sufficientemente convincente. Un esempio può illuminare il problema e portare ad una strategia risolutiva o quasi. Qual è l‘obiettivo della guerra scatenata contro la feroce teocrazia iraniana: impedire che riesca a arricchire l’uranio e dotarsi di armamento nucleare? produrre un regime change? mostrare che la potenza USA è in grado di distruggere una civiltà millenaria? Ognuno condivida l’obiettivo che preferisce, magari il regime change, l’attuale essendo sanguinario e opprimente per i cittadini, oppure li rigetti tutti in nome della sovranità nazionale e della, nel caso in esame un po’ dubbia, autodeterminazione. Rimane innegabile che gli ayatollah e i pasdaran costituiscono una minacciosa e costante sfida alla sicurezza politica nazionale di molti Stati, non soltanto di Israele, e, come dimostra il blocco dello stretto di Hormuz, dell’economia mondiale. Pagheremo caro questo blocco. Lo pagheremo tutti. Lo pagheranno di più gli Stati più deboli e i loro cittadini anche quelli poco e male consumatori.

Non basteranno le risposte finora date dagli stati-membri dell’Unione Europea, dalla stessa UE in sorprendente unità d’intenti, dal resto dell’Occidente, Canada in testa, mentre la Cina osserva pazientemente e assorbe lentamente. Alla guerra commerciale e ai dazi, un orrore per qualsiasi democrazia liberale decente, forse bisogna rispondere con contro-dazi, ma sarebbe anche opportuno rivitalizzare l’Organizzazione Mondiale del Commercio, esplorare e valorizzare fonti alternative, completare davvero il Mercato Unico secondo le indicazioni del Rapporto Letta.

Alle guerre guerreggiate si può e si deve opporre sia l’assoluto non coinvolgimento quando sono strumento neo-imperiale sia il sostegno al paese democratico aggredito, l’Ucraina, sia le pressioni condivise e forti contro quelle azioni di Israele, che sono andate già oltre gli eccessi, per diventare veri e propri, innegabili crimini del governo Netanyahu. Anche in questo caso è giusto auspicare il regime change. Inoltre, invece di limitarsi a stancamente lamentare l’inadeguatezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, sono auspicabili, possibili e potrebbero essere fruttuose, azioni diplomatiche intense che riformino e rilancino l’ONU. Esiste una miriade di buone proposte che nuovi volenterosi, dentro e fuori dell’Unione Europea, dovrebbero tirare fuori dai cassetti e ripresentare aggiornati ai governanti.

L’obiettivo grosso è, naturalmente, la costruzione, non ex-novo, ma sul molto che abbiamo imparato, di un ordine internazionale decente dove le regole riescano, se non a impedire del tutto le sopraffazioni, le prevaricazioni, le guerre, soprattutto quelle di Trump e di Putin, quantomeno a renderle improbabilissime e costosissime non soltanto in termini economici, ma anche di reputazione. Isolati e screditati, i prevaricatori potranno arrogantemente tentare dannosissimi colpi di coda, ma potrebbero anche trovarsi in minoranza all’interno del loro paese, del loro spazio politico, con opinioni pubbliche informate da ampi e durevoli dibattiti. Non pochi studiosi e policy-makers hanno sostenuto che alcune crisi di grande impatto sono riuscite a essere creative. In un mondo globalizzata, il tasso di creatività della crisi può essere molto accresciuto e spinto più avanti. Il resto lo faranno i cittadini democratici con gli occhi e con la consapevolezza acquisita. Entrambe sono qualità che da Pechino a Mosca hanno vita difficile e presenza grama. Toccherà a Washington battere il colpo decisivo nelle elezioni di metà mandato a novembre. Ma, non sarà che l’inizio di un nuovo inizio.

Pubblicato il 6 maggio 2026 su Domani

Screditare la presidenza della Repubblica al tempo del premierato @DomaniGiornale

“Non preoccupatevi. Approveremo per tempo il Premierato (dello Stivale) e svuoteremo i poteri del Presidente. Nel frattempo, erodiamo quei poteri, un po’ per furbizia, pensiamo di averne moltissima, un po’ per incompetenza, un pochino più di quella che temevano, e dimostriamo che persino a questo “lodato” Presidente, con tutta la sua alta cultura istituzionale, può succedere di trovarsi in grandi difficoltà. E allora rendiamola evanescente la Presidenza della Repubblica italiana”. Esplorare il retroterra di alcuni comportamenti e progetti e formulare previsioni sulle loro conseguenze non è peccato (di superbia intellettuale). Può diventare il migliore degli antidoti analitici contro strategie e riti malsani.

Il Presidente della Repubblica, quindi, oggi, Sergio Mattarella, non è, come stancamente ripetono troppi giuristi e osservatori, un arbitro, un notaio, un super partes. Al contrario, è un protagonista, tanto autorevole quanto capace, della vita istituzionale e politica, molto di parte, più precisamente “dalla parte della Costituzione”. Ha poteri sul Parlamento. Infatti, può addirittura scioglierlo e ne influenza la (non) legislazione. Sa che la decretazione urgenza che spetta a lui validare, dipende non soltanto troppo spesso da incapacità e trucchi del governo, ma anche da ritardi e inadeguatezze di parlamento e parlamentari. La disponibilità del Presidente a non censurare e a sanare il malfatto mira a evitare guai peggiori, come nel decreto che offriva un non piccolissimo incentivo monetario a avvocati facilitatori. Con qualche disgusto e con molto aplomb pubblico, Mattarella lo ha firmato, imponendone un superamento attraverso un altro contemporaneo decreto per non far decadere quello che era urgente e necessario. Procedimento alquanto acrobatico, ma sostanzialmente impeccabile.

Essere, però, ingannato nell’esercizio di un altro importante potere, concedere la grazia, deve averlo fatto infuriare. Firmare quell’atto sottopostogli dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio (non ancora messo a riposo?) per consentire all’igienista dentale Nicole Minetti, condannata per induzione alla prostituzione, di svolgere assistenza tempo ad un bambino indigente e malato da lei adottato, risponderebbe effettivamente ai criteri umanitari che il Presidente sente di dovere applicare. Scoprire che quasi sicuramente gli uffici di Nordio hanno fondato la richiesta su loschi maneggi, brutte manipolazioni, gravi errori, lo ha profondamente irritato. Con i suoi consiglieri troverà certamente il modo di porre rimedio e revocare la grazia troppo generosamente concessa, ma il male è fatto.

Il punto che rimane e che deve preoccupare noi più ancora che il Presidente è che a molti cittadini fruitori di talkshow e influencer da salotto è che il Presidente Mattarella sbaglia, si fa ingannare, forse non è proprio così competente come le sinistre sostengono e come le destre ipocritamente accettano di condividere. In questo modo poi si giustificano anche le distanze tra i più o meno espliciti putinofili e il Presidente che esprime senza riserve la sua critica all’aggressore russo e ripete il suo incondizionato appoggio all’Ucraina. Si vedono le distanze siderali fra la valutazione dei partigiani, che hanno contribuito alla riconquista della dignità nazionale e della libertà, e coloro, che, ragazzi di Salò, quella dignità continuavano a calpestare insieme e grazie al nazista occupante e ai rimasugli del fascismo liberticida.

Rendere Mattarella meno popolare, discutibile nella sa competenza e non solo nella sua mai gradita interpretazione del ruolo è il modo che sembra più appropriato e efficace per togliere credibilità al Presidente in carica e alla istituzione stessa. Le destre stanno prendendo consapevolezza che il Premierato riuscirà anche a conseguire un obiettivo che non era loro chiaro fin dall’inizio. Indebolita e screditata la presidenza rimarrà un presidenzialismo bastardo: “una donna sola al comando”. Immagino il sorriso beffardo di Giorgio AlmiranteIngannare, screditare, emarginare la Presidenza della Repubblica.

Pubblicato il 29 aprile 2026 su Domani

Non abituarsi alla guerra. Quello che deve fare l’UE @DomaniGiornale

Bombardati da notizie, più o meno fake e manipolate, sepolti da annunci più o meno mirabolanti, travolti da dichiarazioni ripetitive, fantasiose, spesso stupide, quanto rischiano le opinioni pubbliche di abituarsi alle guerre? Sappiamo che anche o persino nei trenta anni gloriosi dell’ordine politico internazionale (non riesco proprio a scrivere “liberale” poiché fu un ordine bipolare basato sull’equilibrio del terrore atomico), in qua e in là, non sempre proprio nelle periferie, si combatterono non poche guerre. Alcune, quelle di liberazione dal colonialismo, furono, mi pare più che opportuno ricordarlo e sottolinearlo, guerre giuste e giustificabili. Hanno lasciato qualche focolaio e molte situazioni autoritarie tollerate. Nella molto nota esclamazione del Presidente repubblicano Ronald Reagan, a proposito in particolare dei governanti dell’America latina, “sono dei figli di buona donna, ma sono i nostri figli di buona donna!” Dunque, gli USA tollerarono e persino alimentarono situazioni e regimi autoritari, i cui sfidanti, mai troppo democratici, quasi sempre ricevevano, ricevettero interessato sostegno tattico, costoso, fintantoché le fu possibile, dall’Unione Sovietica.

Guerre, spesso, civili, e guerricciole continuano in Africa, in Asia, in America centrale. La novità è costituita in parte dall’aggressione russa all’Ucraina, ma soprattutto dai comportamenti bellicosi degli Stati Uniti di Donald Trump. Anche se è tutt’altro che inutile cercare di capire se c’è del metodo nella follia (questa c’è di sicuro almeno sotto forma di megalomania oramai deplorata, come riportato ieri da Mattia Ferraresi, addirittura da alcuni dei collaboratori più stretti e dei MAGA più ortodossi), l’interrogativo ineludibile è dove porterà il folle metodo e quanto pagheremo per giungere a quale approdo. Non si tratta semplicemente di tutt’altro che disprezzabili, ma necessari, calcoli riferibili alle risorse e, in special modo, tristemente, alle vite di oggi e di domani.

Si tratta delle conseguenze sul futuro del mondo delle dichiarazioni e delle azioni del Presidente affarista. La guerra condotta contro l’Iran e la sua teocrazia ha solo in parte prodotto un regime hange: da un tipo di fondamentalismo repressivo all’autoritarismo sanguinario dei pasdaran. Né Israele, alleato burattinaio di Trump, può illudersi di ottenere stabilità politica in Medio Oriente facendo terra bruciata in Palestina, in Libano, in Iran e what is next?

Certo, potremmo attendere l’uscita di scena, che le democrazie assicurano, di Trump e di Netanyahu, ma con quanto strepito e furia. Anche Putin e, forse (sic), Xi Jinping finiranno. Come? Per lo più molti, appropriatamente, fra gli storici, affermano che la grandezza di un leader politico deve essere misurata con riferimento allo stato del mondo che lascia alla sua dipartita terrena. Non anticipo nulla, ma sicuramente Trump e Putin hanno molta strada da recuperare e Xi Jinping da intraprendere. A parole e con i fatti. Con tutta probabilità, la leadership collettiva dell’Unione Europea, malamente e ingenerosamente criticata, è messa meglio. L’Unione di oggi, il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo, è più avanzata di quella di dieci anni fa e più attrattiva (lo dimostrano le molte richieste di adesione). Ha finalmente preso consapevolezza del dovere politico e morale di difendere il suo stile di vita e, magari, anche di diffonderlo con il soft  power derivante dalla sua cultura che ha garantito ottant’anni di pace e prosperità.

Non ci sarà un nuovo, effettivo e migliore, ordine politico internazionale, se gli Stati membri dell’Unione non sconfiggeranno i loro rispettivi sovranismi, destrorsi e insidiosamente sinistrorsi. Non sarà all’insegna MEGA (Make Europe Great Again) che il mondo diventerà un luogo migliore, ma tessendo pedagogicamente con pazienza, intelligenza, capillarità la trama del superamento della guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione italiana). Yes, we shall.

Pubblicato il 22 aprile 2026 su Domani

Il tycoon si crede ideologo Ma è Prevost il vero politico @DomaniGiornale

Nessuno o quasi dei molti ch occupano cariche di governo e che hanno acquisito potere grazie al Presidente Trump si è mai posto il problema se vi sia del metodo nella follia. Danno per scontata la follia, che talvolta si accompagna a  patterns, modalità ricorrenti, che gradiscono. Cercano di capire quali comportamenti debbono fare seguire e di individuarne le conseguenze prima per le loro carriere, poi, rimarrò nel vago, per il resto. Agli ideologi e ai profeti non si chiede quale metodo applichino. Entrami valutano il loro successo con riferimento al numero dei seguaci e dei fedeli dai quali voglio obbedienza,, disciplina, culto. Ai quali offrono una meta, una ispirazione (anche aspirazione) la costruzione di un mondo nuovo (della scintillante città di Dio).

Quando Trump, l’ideologo in Chief dei MAGA, incontra qualcuno che esprime la volontà e la capacità di indicare un’altra strada e un altro mondo, lo scontro diventa subito inevitabile. Seguono gli insulti e le dichiarazioni miranti a colpire la persona, il suo ruolo, la sua efficacia. Per lui, il connazionale Leone XIV  è intollerabile. Parla di “politica estera”, di cui notoriamente e fattualmente Trump è il massimo conoscitore e praticante, ma  non la conosce. È un LOSER. And the winning is….

Non è solamente, forse non è affatto un problema di voti. Certamente, perdere il 5/10 per cento dei voti dei cattolici USA sarà disastroso per le fortune del Presidente, ma l’ideologo teme e affronta una sfida più grande: quella del riconoscimento di essere l’unico che può dettare la rotta al mondo. Neanch’io, si parva licet, sarei a mio agio, come ha detto Giorgia Meloni, se i leader religiosi facessero ciò che dicono i leader politici. Il mio disagio aumenta in maniera spropositata, ma qui mi schiero con Machiavelli, quando i leader religiosi, come nelle teocrazie, l’Iran essendone l’esempio contemporaneo più disturbante, dettano i comportamenti.

Da un lato, Leone ha riposto in maniera più che adeguata per noi, laici, post-illuministi, sinceramente democratici. Continuerà serenamente (l’avverbio è mio e è, anche, un augurio) a dire quel che pensa e come lo pensa, e noi difenderemo quello che è un suo diritto fondamentale proprio come vorremmo che la Ciesa lo difendesse senza se senza ma dappertutto. Dall’altro, si è chiamato fuori su quello che, a mio modo di vedere, è il terreno ineludibile: Non faccio politica. Sbagliato. Dal parroco di una piccola cittadina in Perù al prete che fa proseliti in un quartiere di Chicago, dall’autorità religiosa di Colle Oppio, tutti fanno con le loro capacità e con il loro necessario coraggio politica. Tutti cercano di trasformare le condizioni di vita dei loro concittadini, di costruire dalle fondamenta una città migliore. Si scontreranno inevitabilmente con coloro che godono situazioni già invidiabili, che vogliono preservare i loro privilegi e che, ma qui mi faccio ideologo, intendono impedire la diffusione di opportunità. Anzi, vogliono restringerla.

Se non è proprio tutto tutto MAGA, è l’aspirazione a tornare again a questa situazione. Certamente mai tutto il contrario anche se poi “i primi saranno gli ultimi e viceversa”, e i migliori dei Papi, e mi pare che Leone si avvii per stile e capacità, non per ambizione personale, a diventarlo, in questo modo predicano e agiscono. 

Tornando al profano, sembra che il trumpismo, l’esemplificazione più recente essendo l’Ungheria, dove non so quanto Magar sia di destra, sicuramente non è un ammiratore di Trump, non funzioni più. Non sono solo le parole di Trump che Meloni definisce giustamente, seppur tardivamente, inaccettabili. Sono i comportamenti, l’ipocrisia, il fake. Per di più, non portano da nessuna parte se non a sconfitte elettorali. Vedremo quanto la Meloni che è a lungo stata piccola trumpiana saprà distanziarsi e ricostruirsi. Meglio per lei, per noi, per l’Europa (Leone vada avanti per la sua strada.

Pubblicato il 15 aprile 2026 su Domani

Non più invincibile. Dopo il referendum, quo vadis, Meloni? @DomaniGiornale

Aveva messo le mani avanti: non sono ricattabile. Detto fin dall’inizio della sua esperienza di governo, e ripetuto, con orgoglio, voleva essere un dato di fatto, ma anche un avvertimento. Comunque, non si erano intraviste manovre intese a ricattarla. Giorgia veleggiava di successo in successo, confortata e confermata sia da non poche vittorie elettorali sia dai sondaggi positivi per il suo governo e ancor più per le sue capacità personali e politiche di leadership. Sul piano internazionale, fra molte photo opportunities e sorrisi e baci, soprattutto, con il MAGAPresidente Trump, ma anche con i più diffidenti capi di governo dell’Unione Europea, ad eccezione di quell’invidioso di Emmanuel Macron, era addirittura un trionfo. Molto più che nemo propheta in patria. La sua già non contenuta autostima cresceva vieppiù. Sì, di tanto in tanto bisognava fare i conti con i richiami severi, ma felpati, del Presidente della Repubblica, con il quale quei conti sarebbero stati chiusi una volta approvato il premierato.

 Sì, c’era anche l’imprevedibilità degli strabordanti comportamenti del non amato, ma necessario e utile, inquilino in Chief della Casa Bianca. Stargli vicino era una faccenda di convenienza, ma anche di sincera convinzione. Serviva altresì a dimostrare autonomia dalle posizioni degli altri capi di governo europei, tranne il MAGhino Viktor Orbán, ma vuoi mettere l’importanza dell’Ungheria rispetto a quella dell’Italia!. Ma vuoi mettere le esternazioni imbarazzanti del Trump, ad esempio, sulla Riviera di Gaza e sulla Groenlandia, e le sue azioni deplorevoli e sanguinose, in Venezuela e contro l’Iran (con Cuba da soffocare senza fare troppo rumore). Né condannare né condonare, che fare?

Gli oppositori si facevano sgambetti reciproci con alcuni di loro sempre zelantemente pronti, copyright Ennio Flaiano, a correre in soccorso della vincitrice. E allora, mettiamo anche mano alla “riforma della Giustizia” da dedicare alla memoria di quel garantista liberale che fu Silvio Berlusconi. Nessun bisogno di aiuto da parte delle opposizioni in parlamento. Avanti tutta, forse fidandosi troppo (ah, il senno di poi) del Ministro Nordio (e della sua sbracata capo di gabinetto) fino alla richiesta/imposizione di un referendum nazional-popolare (“non sono ricattabile”) come ciliegiona su una torta di revisione costituzionale malfatta e controversa. Sentito, con qualche ritardo, per colpa non dei sondaggi, ma delle credenze e delle interpretazioni dei sondaggisti, il pericolo di un aumento progressivo (e progressista) dei NO, non restava che la oramai classica discesa in campo. Soltanto Giorgia con i suoi post sorridenti e suadenti (no, di stupratori e pedofili messi a scorrazzare in libertà non parlerò), con la sua auretta di invincibilità, poteva capovolgere il trend. Invece, apriti cielo, NO.

L’invincibilità termina il 23 marzo subito dopo le prime proiezioni. Non è che non si può cambiare la Costituzione. È che bisogna saperlo fare e farlo non contro qualcuno, non in chiave punitiva, ma con una prospettiva di diffuso miglioramento civile e politico. Da allora, scossa, la Presidente del Consiglio Giorgia MelonI entra meno sorridente in una seconda fase all’insegna della limitazione dei danni. Anzitutto, tardivamente “suggerendo” (non è il verbo che userebbe Daniela Santanchè) e ottenendo le dimissioni di un potente e sfrontato sottosegretario, ras del biellese, e della Ministra del turismo nel BelPaese, ma, non del Ministro Nordio, forse lasciandosi condizionare dalla paura del rimpasto, efficace strumento che i politici della cosiddetta Prima Repubblica maneggiavano con destrezza.

Esclude con qualche tormento le elezioni anticipate che impedirebbero il raggiungimento dell’agognato traguardo del governo di legislatura. Mette sul piatto una proposta di legge elettorale truffaldina congegnata non tanto per impedire un moltissimo improbabile pareggio, ma per rendere difficile la vittoria delle sinistre e per nominare i parlamentari. Rimane e lavora il tarlo della non invincibilità. Se il successo genera successo, come dicono gli inglesi, le sconfitte generano sconfitte? L’ardua sentenza alla politica, agli elettori.

Pubblicato il 1 aprile 2026 su Domani

Le primarie? Facciamole presto e bene @DomaniGiornale

Il referendum l’hanno perso la maggioranza parlamentare che aveva approvato la revisione costituzionale e ha avuto la sicumera un tantino plebiscitaria di chiedere il referendum, il ministro della Giustizia Carlo Nordio che porta la responsabilità del testo, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a sua volta responsabile del contesto interno e delle sue vantate (e imbarazzanti) amicizie internazionali. Nessuno ha l’obbligo costituzionale di dimettersi, ma almeno il Ministro Nordio dovrebbe cambiare carriera e la Presidente del consiglio cambiare parte del personale di governo e alcune politiche. Il referendum l’hanno vinto circa 15 milioni di elettori con una del tutto lecita “accozzaglia” di motivazioni: revisione brutta, inutile, pericolosa; governo inadeguato; Meloni arrogante e sfuggente dalle sue responsabilità. Fra le motivazioni c’è certamente anche la richiesta di cestinare subito la pessima proposta di riforma elettorale, di lasciar perdere il premierato e, non da ultimo, preparare un governo diverso costruito su e da coloro che si sono opposti con successo alla revisione costituzionale.

Sappiamo che quei davvero molti milioni di voti non sono automaticamente traducibili in altrettanti e, magari, più voti per il “campo largo” senza defezioni probabili e senza aggiunte auspicabili. Sapevamo già da prima del voto che uno degli elementi che rendevano difficile la costruzione di una coalizione alternativa e coesa riguarda l’attribuzione della leadership della coalizione con Giuseppe Conte da sempre posizionato per contenderla a Elly Schlein.

Sarebbe possibile affidarsi al criterio più classico: il/la leader del partito che ottiene più voti diventa automaticamente la candidata alla Presidenza del Consiglio. Naturalmente, esiste il grande rischio che ciascuno dei leader dei partiti esalti, per ragioni, più o meno buone, le sue differenze dando all’elettorato l’immagine complessiva di una coalizione Arlecchino poi difficilmente in grado di governare senza frequenti tensioni. L’alternativa vera sono le primarie che, sarà bene ricordarlo, stanno nello Statuto del Partito Democratico. Organizzate con saggezza e effettuate con lealtà, le primarie hanno il grande pregio di potere conseguire una pluralità di obiettivi. Anzitutto, consentono di presentare a milioni di elettori la personalità delle diverse candidature, del loro stile, delle loro competenze, conoscenze, esperienze.

Non sono un concorso di bellezza, ma di simpatia/empatia che, non solo in politica, conta. In secondo luogo, ciascuno/a dei candidati potrà presentare e illustrare i punti principali e le priorità del programma del suo partito e della coalizione. In terzo luogo, le primarie consentono anche di ascoltare davvero le preferenze degli elettori, di imparare qualcosa sulle loro condizioni di vita e su quello che vorrebbero per migliorare. Chi lamenta la distanza che separa i “politici “dai cittadini “comuni” dovrebbe molto apprezzare l’esistenza di questa opportunità d’interazione. Da ultimo le primarie sono risolutive. I numeri sono inconfutabili; designano con chiarezza chi ha vinto e ottenuto la canditura. Il/la vincente avrà poi tutto l’interesse a formulare un programma della coalizione che tenga conto di quanto espresso anche dagli altri candidati. Le primarie non sono un toccasana e non garantiscono la vittoria elettorale, ma offrono due grandi opportunità: ai leader di spiegare ai loro elettori perché bisogna accettare di stare in quella coalizione guidata da quella personalità. Agli elettori di partecipare davvero intensamente quanto desiderano ad una scelta importante, forse la più importante: designare chi potrà governare il paese.

Se i dirigenti delle forze di opposizione concordano sul ricorso alle primarie è auspicabile che le organizzino per tempo: non troppo vicino e non troppo lontano dalle prossime elezioni politiche previste per la primavera dal 2027. Allora, le primarie dovranno tenersi nell’autunno affinché non si disperdano i loro effetti positivi e chi sarà designato/a possa sfruttare al massimo e al meglio la visibilità conquistata e esibire le sue competenze e potenzialità.

Pubblicato il 25 marzo 2026 su Domani