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La sconfitta di Netanyahu per “guarire” Israele @DomaniGiornale

Israele, l’unica democrazia nel Medio-oriente, andrà alle elezioni politiche il 27 ottobre. Sono elezioni cruciali nel corso di una lunga e sproporzionata rappresaglia contro Hamas, resa dei conti con Hezbollah in Libano, atti di guerra contro la teocrazia dell’Iran. Sono cruciali, anzitutto, per il Primo ministro Netanyahu che, sotto processo per corruzione e sotto accusa dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra e contro l’umanità, certamente vuole dagli elettori israeliani non solo un mandato a rimanere in carica, ma una sorta di assoluzione popolate e populista (i voti contro le leggi). Sono cruciali per Israele come Stato e come comunità ebraica.

Non è mai possibile dimenticare né sottacere che gli israeliani combattono non soltanto per difendere il loro territorio, ma sempre per la loro stessa esistenza, la loro sopravvivenza. In tutti i molti conflitti dalla controversa nascita del loro Stato nel 1948, la posta in gioco è regolarmente stata proprio la vita della comunità israeliana. Naturalmente, questa pur indispensabile constatazione non giustifica l’espansionismo territoriale di Israele, meno che mai serve a condonare le attività criminali dei cosiddetti coloni, piccole bande di uomini armati, tollerati quando non agevolati e aiutati dai militari israeliani nei loro spossessamenti di legittime abitazioni di famiglie palestinesi. Non spiega neppure il rifiuto di considerare come soluzione praticabile di un conflitto infinito la costruzione di uno Stato palestinese. D’altronde, l’Autorità Nazionale Palestinese ha mostrato tutti i suoi limiti, che sono enormi, a cominciare dal non controllo su Hamas, nel perseguimento di questo obiettivo.

 Il processo di state-building, sempre complicato, richiede conoscenze e competenze che i vari leader dell’ANT probabilmente non posseggono. Quanto e in quanto tempo riuscirebbero ad acquisirle sono interrogativi più che opportuni. Al momento, non è credibile pensare che sarà il Peace Board guidato dal Presidente Trump, che appare troppo condizionato da Netanyahu, a tracciare un percorso ben delineato, chiaro, condivisibile negli esiti, duraturo. Lo stato di guerra imminente e permanente sempre avvantaggia le destre. Il governo di Netanyahu con la punta nel ministro della Difesa Ben-Gvir, non fa eccezione; anzi cavalca spudoratamente la situazione.

 Infine, le elezioni israeliane possono essere un’esperienza catartica. Il ricordo dell’olocausto si allontana ogni giorno di più e quel senso di colpa che, soprattutto fra gli europei, serviva a sostenere gli israeliani, si indebolisce, fino quasi a svanire del tutto. Se coloro i cui parenti, amici, conoscenti, correligionari che hanno subito il genocidio, procedono a loro volta in maniera sistematica all’annientamento dei palestinesi di Gaza, allora anch’essi si macchiano di genocidio. Anche per questa ragione, gli atteggiamenti dell’opinione pubblica mondiale, che esiste e conta, sono considerevolmente mutati negli anni trascorsi dall’eccidio terroristico operato da Hamas il 7 ottobre 2023.

Le valutazioni negative riguardanti lo Stato di Israele e la politica del suo governo sono oramai dappertutto superiori al cinquanta per cento. Logicamente, queste valutazioni influenzano anche i comportamenti dei leader degli Stati che hanno appoggiato Israele e che oggi sono ineluttabilmente costretti a criticarlo. Praticamente, persino negli Stati Uniti d’America quasi soltanto il Presidente Trump mantiene il suo sostegno a Netanyahu e Israele e sicuramente si adopererà per favorirne la rielezione. I Democratici USA sono molto divisi sia fra l’elettorato sia nel loro ceto politico, ma nel complesso prevalgono i critici di Israele. Pertanto, tanto la campagna elettorale quanto le promesse politiche dei candidati e dei partiti israeliani assumono enorme importanza. L’eventuale vittoria del leader dell’opposizione l’ex-generale Gadi Eisenkot, attualmente in testa nei sondaggi, potrebbe risultare nel superamento della politica delle armi e dovrebbe aprire lo spazio a nuovi sviluppi, che l’Unione Europea e gli USA sono in grado di appoggiare, facilitare, condurre quantomeno, dopo il disarmo di Hamas, a una situazione di non belligeranza positiva. Qualche volta è lecito intrattenere aspettative ottimistiche contando sul contributo decisivo dell’elettorato israeliano.

Pubblicato il 19 agosto 2026 su Domani

La propaganda anti migranti serve a celare 4 anni di nulla @DomaniGiornale

In attesa della, meritata, Festa, il 4 settembre, per avere guidato il governo più lungo nella storia della Repubblica, c’è più di qualcosa che stona a Palazzo Chigi e dintorni. Quello sarà un giorno di bilanci non solo per la durata del governo poiché la durata ha un senso quasi esclusivamente se è la indispensabile premessa della sua produttività e vi si accompagna. Quei bilanci saranno, a loro volta, l’inizio di una, non sappiamo quanto, lunga campagna elettorale. Dunque, l’argomento prescelto detta il tono, rivela quale punto di forza Giorgia Meloni ritiene di potere sfruttare al meglio. L’immigrazione?

Se la Presidente del Consiglio si butta sull’emergenza immigrazione, con un assist paradossalmente offertole dal socialista Pedro Sanchez, e lo fa con durezza, ribadendo soluzioni non proprio di successo, come lo hub costosamente costruito in Albania, e facendo riferimento ad Piano Mattei, molto sbandierato, ma neppure iniziato, è logico dedurre che pensa di trarne copiosi frutti elettorali. Forse c’è di più, vale a dire il tentativo di rintuzzare la sfida che viene dal generale Vannacci con la parola d’ordine remigrazione. Certo, comunque, che affidarsi a questa problematica significa credere che qualsiasi altra politica formulata e attuata dal suo quadriennale governo abbia minore importanza per i cittadini elettori.

E allora cominciano i conti e i rimpianti. I conti riguardano soprattutto il lavoro e le bollette. I dati sull’occupazione si prestano a interpretazioni divergenti tali da non renderne possibile un uso trionfalistico, ma qualche corifea di FdI ci prova. Tremendo, invece, è il dato sul salario dei lavoratori che è addirittura declinato negli ultimi dieci anni e che pone l’Italia all’ultimo posto o quasi fra ventisette stati-membri dell’Unione Europea [se il direttore Fittipaldi me la lascia passare aggiungerei: Qualche riflessione autocritica sulle loro iniziative e sulle loro forme di lotta dovrebbe, forse, venire dai sindacati che potrebbero di conseguenza appoggiare la proposta di Elly Schlein di salario minimo garantito]. Inevitabilmente, questo dato si riflette su quello che per molti è il problema strutturale italiano: la bassissima crescita dell’economia nel suo complesso che non creando lavori di qualità incentiva e accompagna l’esodo dei giovani istruiti e ambiziosi.

Sul terreno istituzionale, le cose non sono andate affatto bene. Evitando il discorso sulla pessima legge elettorale, il cui difetto principale certo non è rappresentato dalle pure importanti modalità con le quali gli elettori riuscirebbero a votare la candidatura preferita, ma dal perseguimento ostinato di un obiettivo: la (impossibile) elezione di un governo stabile, che l’esperienza Meloni ha già conseguito, vi sono una sconfitta bruciante e un abbandono doloroso.

La sconfitta è quella referendaria quando il popolo sovrano è stato chiamato ad esprimersi e ha sonoramente bocciato la separazione delle carriere dei magistrati. L’abbandono doloroso, praticamente già certificato, è quello del disegno di legge sull’elezione popolare del Presidente del Consiglio. Vantato dalla stessa Meloni come la madre di tutte le riforme è finito nei cassetti dei parlamentari anche se ne viene tentata una resurrezione sotto forma dell’inserimento del nome del/la candidato/a quella carica che i partiti dovrebbero indicare sulla scheda elettorale. Con tutte le riserve del caso, che sono molte e già diffusamente espresse, saremmo nella situazione esemplare nella quale la montagna del premierato forte partorirebbe un topolino, debolino, e niente più.

Si capisce che per sfuggire al poco, niente, fatto male, Giorgia Meloni e il suo governo siano costretti a fare la faccia ferocissima sull’immigrazione e, in subordine, sulla sicurezza degli italiani. Come bilancio di un governo di legislatura mi pare piuttosto insoddisfacente. Non sono un cerchiobottista, ma finora rovistando nel campo largo ho trovato critiche che spesso condivido, ma non (ancora?) proposte alternative convincenti, scintillanti e trascinanti. Presumo, con una certa conoscenza di causa, che primarie fatte bene, si può, darebbero un notevole impulso programmatico.

Pubblicato il 12 agosto 2026 su Domani

Quei ricatti inaccettabili di Conte @DomaniGiornale

“Niente armi all’Ucraina” dichiara, non per la prima volta, ma più sonoramente e brutalmente, Giuseppe Conte. La sua posizione, al di là del merito: non difendere più una democrazia aggredita da un leader autoritario, ha una molteplicità di implicazioni rilevanti e pericolose. C’è un messaggio elettoralistico mandato a tutti coloro, sembra che siano molti, nell’Alleanza Verdi Sinistra e anche nel Partito Democratico, che hanno una opinione tristemente non dissimile. C’è un messaggio mandato direttamente a Elly Schlein: bisogna contarsi davvero nelle primarie stravolgendo tutto quello di buono che quelle elezioni possono dare, cioè, non soltanto legittimazione del prescelto, ma grande mobilitazione di attivisti, simpatizzanti, potenziali elettori, comunicazione politica a tutto campo (anche più largo), lancio della campagna elettorale con abbondanti informazioni sulle personalità, sul programma, sulle priorità, sulle soluzioni proposte. C’è un messaggio, non meno importante e minaccioso, mandato ai ventisei Stati-membri dell’Unione Europea che hanno finora sostenuto l’Ucraina: non potrete più contare sull’Italia.

Su questo argomento Conte vuole le primarie, presto, convinto di vincerle. La replica di Elly Schlein, che prima si scrive il programma del campo largo, poi con le primarie si decide la leadership, mira a costringere Conte ad un confronto/scontro su tutte tematiche, vincesse le elezioni, un governo progressista dovrà e vorrà affrontare. Sono tematiche e soluzioni sulle quali la leadership vittoriosa alle primarie avrà il diritto di chiedere appoggio assoluto e disciplina ferrea e i candidati perdenti avranno il dovere di comportarsi da gentiluomini onorando l’impegno programmatico. Con enorme facilità, ho formulato quello che è un libro dei sogni, non soltanto miei, ma che richiede un enorme sforzo da parte di chi pensa che quei sogni diventerebbero realtà praticabili soltanto se Conte e, se c’è, il gruppo dirigente dei pentastellati, cambiassero posizione. Oppure, se improvvisamente, si arrivasse, altro grande sogno, alla cessazione del conflitto. Altrimenti, tutto è affidato a quella che si è già preannunciata come una bruttissima conversazione.

Impossibile e sconsigliabile da parte della maggioranza (?) del Partito Democratico e dei commentatori non bollare il comportamento di Conte come ricatto e non sottolineare la sua bruciante ambizione di tornare alla guida del governo: Conte 3. Tertium datur. Logico, però, mettere in evidenza che lo potrebbe fare soltanto in una coalizione che includa tutto il Pd. Molto improbabile. Il ricatto di Conte si morde la coda, e peggio. Infatti, senza i voti del suo Movimento, il “campo” non sarà in grado di arrivare alla fatidica soglia del 42 per cento che consentirebbe di ottenere il premio di maggioranza. Potrebbe addirittura risultare che Conte sta ai progressisti come e forse più di quanto il gen. Vannacci sta alla coalizione delle destre: uno stigma di cui vergognarsi politicamente.

Come stanno le cose, comunque, è indispensabile che la segretaria del PD metta in campo (sic) tutta la sua sacrosanta ostinazione e chieda a Conte di esplicitare il suo ricatto, oops, chiedo scusa, di chiarire le sue richieste per fare parte della coalizione, non sotto forma di stentoreo ultimatum. Sarebbe altresì opportuno che, invece di stare a guardare senza esporsi, anche i dioscuri di AVS si assumessero qualche responsabilità nella conversazione, per quel che bisogna negoziare e nell’esito. So da tempo che la partita non è finita fino a quando non è finita, ma so anche che i comportamenti scorretti vanno sanzionati, anche con richiami forti alle regole democratiche, ad esempio il principio di maggioranza. Le deroghe, rarissime e solo se giustificabili, vanno concordate. Un Conte che si faccia espellere per protervia e smania dal campo largo porterà tutta la responsabilità di una quasi sicura sconfitta e della formazione del governo Meloni 2, senza o con i Vannacci suoi. Qualunquemente. 

Pubblicato il 5 agosto 2026 su Domani

La sinistra è una Babilonia, ma può vincere @DomaniGiornale

Descrivere e criticare il centro-sinistra alias campo largo come una Babilonia di linguaggi, di posizioni, di preferenze dichiarandole inconciliabili, al limite esplosive, è fin troppo facile, ma anche fin troppo sbagliato. Per avere un quadro più adeguato e convincente, non necessariamente roseo e rassicurante, sarebbe opportuno procedere a individuare anche tutte le tematiche sulle quali i largocampisti hanno posizioni, almeno a parole, simili e condivise, convergono, esprimono alternative praticabili e, quando possibile, le mettono all’opera.

Riequilibrata la prospettiva, non voglio affatto, e mi riuscirebbe male assai, essere rassicurante e sostenere che il centro-sinistra, confortato dai sondaggi, incrociando le dita viaggia a vele, non cazzate (sic), ma spiegate verso Palazzo Chigi. Tutt’altro. Non soltanto alcune differenze di opinione rimangono larghe e alcune preferenze specifiche risultano profonde, ma so e solennemente affermo che i sondaggi fotografano una situazione contingente e che le campagne elettorali possono essere decisive tanto per gli errori che vi si fanno quanto per le innovazioni che vi si producono, ma anche per la loro conduzione: chi e come.

I più importanti frequentatori del campo, che non sappiamo quanto largo riuscirà ad essere (“mi si nota di più se ci sono o se mi chiamo fuori?” copyright Nanni Moretti che di sinistre e sinistri se ne intende, eccome) sembrano interessati proprio al tema, ovviamente molto importante, di chi lo guiderà: Schlein, Conte o tertia datur. Già si prospettano duelli fatali con Giorgia Meloni, forte della sua visibilità che cura con appassionato impegno e che potenzia poiché lei sarà in grado di offrire all’elettorato qualcosa di molto solido: le performance del governo più duraturo della storia d’Italia. Le opposizioni farebbero molto male a giocare di rimessa accettando l’agenda della destra. Critiche puntuali, severe, documentate sono doverose, meglio se formulate da chi è credibile. Ma il catalogo delle promesse, anch’esse credibili, del campo largo deve essere nettamente diverso, a maggior ragione se si rivolge ai ceti trascurati dalle destre.

Un po’ dappertutto nel mondo “libero”, a partire dai Democratici USA e continuare con la gauche plurielle francese, le sinistre sono sociologicamente molto più diversificate delle destre e, spesso, troppo reciprocamente concorrenti e diffidenti. Non aspettatevi da me un apprezzamento ipocrita facente l’elogio della risorsa della diversità che nel recentissimo passato ha dimostrato di essere piuttosto una spada di Damocle abbattutasi su almeno due esperienze di governo (remember Prodi 1998, 2008?) Piuttosto, sottolineerò che un programma di non troppi punti e con alcune poche priorità è il luogo dove i gentiluomini e le gentildonne in politica risolvono, ridefiniscono, ricompongono le loro inevitabili differenze. Meglio non procedere attraverso interviste e dichiarazioni veicolate con un quid di sensazionalismo sui mass media.     In una democrazia parlamentare, le opposizioni dovrebbero costantemente utilizzare il Parlamento per chiamare il governo a rispondere del fatto, del non fatto, del misfatto offrendo non un arco ampio di proposte particolaristiche, spesso rese ad arte conflittuali con quelle dei vicini, ma tre-quattro tematiche portanti (sì, anche nella controversa politica estera). In altri tempi si sarebbe giustamente e opportunamente parlato di governo ombra. Oggi la formazione di un organismo di Coordinamento parlamentare delle attività delle opposizioni sarebbe un passo gigantesco. Se, poi, come la buona rappresentanza politica suggerisce fortemente, i parlamentari del campo largo, almeno quelli non troppo paracadutati, andassero a interagire con i loro elettori, spiegando e insegnando, ascoltando e imparando, potremmo rallegrarci. Quella nobile attività che si chiama politica è tornata fra noi. Riconnette il Parlamento con le piazze e viceversa. Rivitalizza le opposizione e sfida il governo a dare risposte migliori. Persino Babilonia può diventare luogo di innovazione e successo.

Pubblicato il 29 luglio 2026 su Domani

Chi mina la fiducia nello Stato compie un atto eversivo @DomaniGiornale

Lo dovrebbero già sapere tutti. Secondo Max Weber, lo Stato è l’istituzione che detiene il monopolio dell’uso legittimo della violenza per garantire l’ordine e l’applicazione delle leggi. Anzi, quanto più lo Stato è capace di acquisire e di mantenere quel monopolio tanto più crescerà la sua stessa legittimità e, naturalmente, viceversa. Infatti, gli Stati falliti sono quelli nei quali c’è una guerra civile oppure imperversano bande armate. Nel Far West, troppo spesso malamente richiamato in Italia a proposito di episodi di violenza politica, la legge c’era, eccome, rappresentata da sceriffi, più o meno coraggiosi, e talvolta amministrata da giudici eletti più o meno scrupolosi. Naturalmente, né l’ordine né il predominio della legge sono acquisiti una volta per tutte. Al contrario, sono sfidati con una certa frequenza quanto più vengano ritenuti inadeguati e la loro legittimità risulti discutibile. Come notato da Antonio Gramsci, sono tutt’altro che rari i casi di sovversivismo delle classi dominanti che violano l’ordine costituito per piegarlo ai loro interessi.

In democrazia il rimedio trovato e sperimentato con successo consiste nella separazione delle istituzioni, ciascuna con una origine diversa e con un suo spazio di autonomia e di esercizio di potere, che si controllano e si bilanciano reciprocamente (checks and balances). Ciascuno di questi processi è portatore di conflitti che possono degenerare se i detentori del potere nelle istituzioni non riconoscono i loro limiti. L’esecutivo tenta di imporre la sua volontà al legislativo. Il giudiziario boccia gli atti dell’esecutivo e del legislativo, ma più di frequente il legislativo e soprattutto l’esecutivo spingono le loro critiche fino alla delegittimazione del giudiziario, delle sue sentenze, dei magistrati che le hanno dettate. Gli scontri istituzionali comportano spesso una perdita di legittimità dei protagonisti e delle istituzioni di cui fanno parte.

Quando viene meno la fiducia che le istituzioni e i detentori delle cariche opereranno nei limiti dei loro poteri, applicando le leggi e perseguendo obiettivi non solo particolaristici, ma anche generali, i cittadini che per un insieme di ragioni, politiche, economiche, culturali, possono permetterselo, pretenderanno privilegi e esenzioni, opereranno fuori e contro la legge. In non pochi casi i loro comportamenti saranno lodati e coadiuvati da politici senza scrupoli, spudorati che ambiscono a trarne profitti elettorali. Quella preziosa qualità che si chiama fiducia risulterà ulteriormente erosa ad un costo altissimo per la convivenza nel sistema politico.

Chiedere che il Presidente della Repubblica sconfessi l’operato dei magistrati concedendo una grazia comunque, al di là di qualsiasi altra valutazione di sua costituzionale e personale spettanza, prematura, è sovversivismo. Consentire che le vittime di un reato, di una rapina, si facciano giustizia da sé, confonde la legittima difesa, sottolineo difesa, con una certamente esagerata, sproporzionata reazione assimilabile alla vendetta o alla rappresaglia, non contemplate in nessun ordinamento giuridico minimamente democratico. Implementare politiche securitarie che non proteggono i cittadini, che sono quasi sempre il soggetto più debole, ma “scudano” le forze dell’ordine, apre la strada a soprusi e repressioni ingiustificabili. Va subito aggiunto che manifestazioni popolari che, regolarmente infiltrate da consistenti gruppi di violenti attrezzati con passamontagna, spranghe e altri oggetti contundenti, non sono in nessun modo, meno che mai in nome del disagio giovanile, minimizzabili né condonabili.

La fiducia nelle istituzioni, a partire dal governo, e nelle autorità, a cominciare dai ministri, non si conquista con leggi speciali e con repressione sgangherata, ma neppure con ipocrite dichiarazioni di comprensione di comportamenti violenti reattivi. Non solo non è servito a nulla in troppe precedenti occasioni, ma, semplicemente, non serve a bandire la violenza, costosa, inutile, indegna di qualsiasi comunità civile e democratica. Da tempo, esistono alternative

Pubblicato il 22 luglio 2026 su Domani

La crisi resta un miraggio. La sinistra non canti vittoria @DomaniGiornale

Freddamente. Trenta/quaranta parlamentari approfittano del voto segreto per bocciare un emendamento presentato, dopo accordo fra i partiti del centro-destra, dal capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, che è anche il primo firmatario della proposta di legge elettorale (prometto che, neppure sotto tortura, la chiamerò Bignaminum/Bignaminam). L’emendamento, tanto furbesco quanto mal congegnato, introduceva la possibilità per gli elettori di esprimere fino a tre preferenze, con il capolista, spesso l’unico eletto in molte circoscrizioni, bloccato. L’emendamento, elemento marginale, di una pessima legge elettorale, è stato bocciato 188 a 187 da parlamentari che non hanno il coraggio o semplicemente la decenza di “metterci la faccia”. Sulle regole del gioco, credo che gli elettori dovrebbero sapere come e perché ciascun parlamentare si esprime e i parlamentari dovrebbero rivendicare apertamente le loro scelte. Comunque, fatta un po’ di opportuna cosmesi, potrà essere ripresentato al Senato. Saranno molto probabilmente le opposizioni stesse, compatte comme d’habitude, a volere che agli elettori venga data l’opportunità di esprimere una preferenza, o no?

Bagarre. A quel voto contrario troppi in parlamento e fuori hanno fatto seguire dichiarazioni e richieste esagerate che, oltre alla comprensibile partigianeria, rivelano scarse conoscenze delle regole di funzionamento delle democrazie parlamentari. In primo luogo, quell’emendamento non è affatto un elemento centrale e qualificante della riforma elettorale in discussione. Lo sono, mio parere, i premi di maggioranza e l’indicazione del nome del candidato/a alla carica (non “poltrona”) di Presidente del Consiglio. Lo è l’idea che gli elettori debbano/possano eleggere il governo. Lo è la sottrazione al Parlamento, luogo centrale di rappresentanza politica, del compito/potere di dare vita al governo e, eventualmente, “rimpastarlo”, quando non, addirittura, trasformarlo e sostituirlo. Dunque, non sarebbe/non sarà affatto né hybris né violazione di regole, meno che mai costituzionali, se Meloni deciderà di andare avanti. Solo mal posta ostinazione.

Crisi. Nessuna singola sconfitta parlamentare, ad esclusione di quella sulla richiesta di fiducia (Prodi ottobre 1998 docet) implica automaticamente l’apertura di una crisi di governo. Meloni può decidere, l’ha già fatto, di andare avanti fino all’approvazione del testo, dimostrando che si è trattato soltanto di un deplorevole incidente. Potrebbe anche, ma non le corre nessun obbligo, chiedere al Parlamento un voto di rinnovata fiducia. Quello che non può avere è lo scioglimento immediato del Parlamento. Esiste una lunga e convincente sequenza di dinieghi presidenziali, a cominciare con Oscar Luigi Scalfaro: no a Berlusconi, dicembre 1994 e no a Prodi, ottobre 1998; poi Napolitano: no a Bersani, novembre 2011 e Mattarella: no scioglimento al buio, gennaio 2021 e formazione governo Draghi febbraio 2021. Regola generale: il Presidente non scioglie se in Parlamento esiste una maggioranza in grado di dare vita a un governo operativo. “Sentiti i Presidenti delle due Camere” e facendo affidamento sulle sue molteplici fonti, il Presidente è in grado di non farsi condizionare. Lo ha convincentemente dimostrato.

La festa è già finita. Terminati i festeggiamenti, qualcuno potrebbe poi fare un giro fra i capi dell’opposizione e chiedere loro se pensano di essere pronti a elezioni anticipate, come e perché. In estrema provocatoria sintesi, “avete un programma comune concordato, avete ridotto o eliminato le esiziali distanze sul sostegno all’Ucraina e sulla difesa dell’Europa, avete scelto chi guiderà la coalizione oppure saprete come farlo in tempi brevi?” Certo, solo dopo la misurazione delle rispettive hybris, qualità che non manca nel campo largo dei vari aspiranti. Non mi spingerò fino a chiedere, come ha già efficacemente argomentato su queste pagine Franco Monaco, un ampio rinnovamento dei gruppi parlamentari del Partito Democratico. Però, concordo pienamente. Concludo chiedendo(mi) quali garanzie danno le opposizioni di sapere formare un governo stabile, operativo, in grado di cambiare in meglio la politica, l’economia, la società italiana? Non vorrei lasciare ai posteri l’ardua sentenza.

Pubblicato il 16 luglio 2026 su Domani

Il campo largo e il rischio del Prodi 2006 @DomaniGiornale

Siamo tutti (sic) capaci di scrivere un bel programma all’incirca come quello dell’Unione nel 2006: centosessanta pagine circa. No, per carità di campo largo, non voglio svelare come è finita, ma quanti laboriosi intellettuali furono allora messi alla Fabbrica del Programma e tacitati. E poi? Sappiamo anche fare molti eleganti selfie dei magnifici quattro dirigenti di quel campo. Però, com’è vero che, à la Nanni Moretti, si notano di più quelli che non ci sono anche perché numericamente e forse persino politicamente potrebbero essere decisivi. Per vincere. Però, poi, vincendo in ordine sparso con gli ego gonfi, bisognerebbe/bisognerà governare e, allora, sarà tutta un’altra storia.

Verissimo è, come sottolineato da Ernesto Maria Ruffini intervistato da Daniela Preziosi, che gli italiani vogliono essere rappresentati in maniera decente, e né la Legge Rosato né il disegno di legge Bignami sono pensati per rappresentare, ma chi andrà al governo dovrà fare scelte complicate su tematiche cruciali sulle quali gli “accampati” sono alquanto, talvolta si direbbe opportunisticamente, distanti. Addirittura marcano sistematicamente le loro distanze, a partire dalla politica estera e di difesa. Non è casuale, ma bizzarro sì che il nome della coalizione sia diventato Alleanza per la Costituzione. Troppo e troppo poco.

Troppo perché sappiamo quanto c’è ancora da fare per tradurre in leggi e in pratiche quegli articoli della Costituzione che Piero Calamandrei definì appunto programmatici. Troppo poco perché la scelta delle priorità e delle modalità con le quali rispondervi rimane inevitabilmente nel vago. Dipenderà anche dai ministri della Difesa, degli Esteri e dell’Economia, dalle loro capacità, dal loro prestigio, dalla loro personalità. Sento sullo sfondo inevitabile, non particolarmente originale, la richiesta di fare quei nomi prima del voto, ad usum degli elettori o dei commentatori?

Dovrebbero essere i parlamentari a portare all’attenzione dei dirigenti che si occupano del programma le istanze, le preferenze, le richieste degli elettori. Altrove nelle democrazie parlamentari occidentali spesso funziona proprio così. Con liste bloccate, senza possibilità di esprimere una preferenza, e candidature paracadutate, i rappresentanti eletti serviranno chi li ha voluti e offre qualche garanzia di ricandidarli, anche questo è un programma, ambizioso, ma non proprio ammirevole. Fra gli astensionisti sono molti che motivano il loro non voto con la rappresentanza tradita. 

Sui temi socio-economici, l’elenco delle politiche da attuare è relativamente semplice: salario minimo, che non sminuisce affatto la contrattazione collettiva, investimenti in sanità, anche per il lungo periodo, formazione professionale con attenzione grande e inquieta alla Intelligenza Artificiale. Non demonizzare non esaltare. Sulla politica estera e della difesa, mi aspetterei, comunque suggerirò che un governo italiano progressista dovrebbe fare sapere all’elettorato che la difesa e il prestigio della Nazione non sono conseguibili se non nell’ambito dell’Unione Europea. Il più recente Eurobarometro appena reso pubblico segnala che le percentuali di italiani che valutano positivamente l’Unione Europea sono cresciute e risultano particolarmente elevate nelle generazioni dei giovani.

   Come stare in Europa, che significa anche proporre cambiamenti istituzionali e politici, come collaborare e come utilizzare tutte le numerose opportunità che l’Unione offre agli stati-membri e ai loro cittadini è il migliore dei programmi. A mio parere, è anche il modo più efficace per formulare un credibile programma di governo. Dunque, meno foto, meno ridanciane tavolate, più confronti e specificazioni di quel che si deve e si può fare in e con l’Unione Europea. Sappiamo quanto l’Unione ha già fatto per noi, non soltanto PNRR. Grazie al federalismo pragmatico di Mario Draghi e alla completa realizzazione del mercato unico seguendo le proposte di Enrico Letta, fiduciosamente saremo in condizione di scrivere più che un programma di governo.

Pubblicato il 8 luglio 2026 su Domani

L’impossibile amicizia tra “colleghi” sovranisti @DomaniGiornale

Meno che mai la politica estera di un paese democratico deve dipendere dagli umori e dagli amori di coloro che occupano temporaneamente le cariche di governo. Come punto di partenza c’è sempre l’interesse nazionale che dipende dalla storia, dalle caratteristiche, geografiche, politiche (eccola la geopolitica), economiche, culturali, valoriali di quel paese. Certo, i governanti avranno preferenze e discriminazioni, ma le articoleranno e le giustificheranno con riferimento agli obiettivi nazionali, agli eventuali vincoli, ai valori fondamentali. Le possibili, rare e spesso occasionali, amicizie personali fra i leader hanno poca influenza sulle scelte davvero importanti e sono comunque destinate a non durare nel tempo. I leader, in special modo quelli democratici, passano più o meno rapidamente; gli interessi nazionali, salvo imprevedibili sconvolgimenti, restano, esigono di essere coltivati, difesi, promossi.

La politica estera di tutti i sistemi politici democratici ha una storia di alleanze e preferenze maturate e consolidate. Qualche volta, lo appresero i socialisti italiani alle soglie del centro-sinistra, lo confermò Enrico Berlinguer accettando di rimanere dalla parte della NATO, l’accettazione della politica estera esistente è il biglietto d’ingresso in qualsiasi eventuale coalizione di governo. Nel caso italiano, oltre alla NATO, quel biglietto è decisivo solo se ricomprende anche l’accettazione della membership nell’Unione Europea.

Fin dall’inizio della sua oramai lunga (sic) esperienza di governo, Giorgia Meloni ha cercato di declinare il suo sovranismo marcando le distanze politiche dall’Unione Europea, pur tentando di stabilire qualche buon rapporto personale, con Ursula von der Leyen e con Viktor Orbán. Tuttavia, il suo irriducibile sovranismo la conduceva logicamente e politicamente a puntare su un rapporto speciale, amicale, con il più potente, plateale e presuntuoso dei sovranisti: il Presidente USA Donald Trump. La verità è che i sovranisti, nella misura in cui pongono i loro interessi nazionali al primo, non negoziabile, posto della loro politica estera non possono permettersi il lusso di avere amici che, a loro volta perseguano indefettibilmente i propri interessi nazionali.

Nel caso in esame, apparve subito evidente che Trump non voleva e non riconosceva amici quando impose dazi a qualunque interlocutore non gli garbasse, su qualunque prodotto ritenesse concorrente sleale di produzioni americane. Autoincoronatasi pontiera tra Trump e l’Unione Europea, Giorgia Meloni non riuscì mai a svolgere nessun ruolo poiché Trump non vuole negoziare con l’Unione. Vuole smembrarla. Dal canto loro, alcuni stati-membri dell’Unione possono vantare più peso dell’Italia nei rapporti con gli USA, ma tutti sanno che l’Unione fa ancora più forza. Allora la politica che ha finora fatto Giorgia Meloni non solo non serve all’Unione, ma la indebolisce e la rende giustamente sospettosa nei confronti dell’Italia. Per di più, qualsiasi presa di distanza dall’amico Trump viene da lui variamente stigmatizzata con insulti e offese alla leader e all’Italia.

Sulla sua pelle, Meloni dovrebbe avere imparato che alla Casa Bianca siede temporaneamente non un amico, ma nel migliore dei casi un collega sovranista, quindi alleato quando gli fa comodo, ma sempre alle sue esose condizioni. Non durerà ancora molto, al massimo per altri due anni dopodiché, se Meloni sarà ancora in carica, Meloni dovrà fare i conti con qualcuno che difficilmente potrà chiamare “amico”.

Non bisogna, secondo la sovranista Meloni, indebolire l’Occidente, allontanandosi da Trump. In verità, l’Occidente viene indebolito da Trump che vuole dividere gli europei. Non sappiamo che politica estera farà il successore di Trump, ma due elementi già conosciamo. Primo, molti di quei settantasette milioni di elettori di Trump nel 2024 rimarranno su posizioni sovraniste tutt’altro che amichevoli nei confronti dei leader europei. Secondo, per quanto tentennante, mal coordinata e poco incisiva, la politica estera dell’Unione contiene potenzialità che nessun singolo stato membro, più o meno orgogliosamente sovranista, può eguagliare. La lezione è chiara.

Pubblicato il 23 giugno su Domani

Per un’opposizione credibile servono proposte e persone @DomaniGiornale

C’è qualcosa di antico, anzi di nuovo nella imminente (immanente) campagna elettorale italiana. Nuovo, da record, non da sminuire, è il governo che una donna politica è riuscita a guidare per l’intera legislatura. Nascondendo le differenze, i litigi, le contraddizioni, quella donna e la sua coalizione esalteranno le loro prestazioni, quanto hanno fatto di positivo per la nazione in patria e nel mondo. Di antico, ci sono le opposizioni che hanno finora per lo più preferito marciare divise, poi non sempre mostrandosi capaci di colpire unite. Molto male farebbero queste opposizioni se scegliessero come priorità quella di criticare quanto il governo Meloni, Salvini, Tajani, ha fatto, non fatto, fatto male. Non basteranno le promesse di più e meglio. Sarà indispensabile che quelle promesse siano credibili e appaiano traducibili con competenza e efficienza in politiche pubbliche.

Per le opposizioni non si tratta, come troppo spesso stancamente viene affermato, di stilare un programma ampio, esauriente, elegantemente confezionato, sostanzialmente ad uso e consumo degli addetti ai lavori, già alacremente pronti a farvi le pulci. Si tratterebbe semmai di individuare alcune poche priorità e, soprattutto, di formulare soluzioni precise, praticabili, meglio se altrove già messe in pratica con successo. Senza dubbio i temi importanti sono chiaramente visibili: salari, salute, sicurezza. Sono strettamente collegati al necessario sviluppo economico e meglio conseguibili con politiche solidali a livello europeo.

Le idee e le priorità cammineranno sulle gambe dei candidati. Appena saranno definiti i collegi del nuovo pasticcio elettorale, le opposizioni hanno l’obbligo di procedere alla individuazione delle candidature più adeguate. Se, come fermamente credo, la disaffezione degli italiani segnala non una imprecisabile crisi di governabilità quanto, piuttosto, una enorme crisi di rappresentanza politica: gli elettori non vengono neppure cercati dai candidati che, più o meno paracadutati, risponderanno ai loro dirigenti e non al collegio nel quale non vivono e non torneranno, allora la selezione delle candidature è compito di decisiva, assoluta rilevanza. Esistono un po’ dovunque nel Bel Paese uomini e donne, con una storia professionale, sociale, anche politica, che li rende candidati quasi naturali per quel collegio. I candidabili non dovranno ipocritamente dire di essere al servizio di tutti. Al contrario, dovranno spiegare che hanno preferenze politiche, quelle della loro coalizione, conoscenze tecniche, capacità personali atte a guidare motivatamente gli elettori che vogliono cambiare il governo senza correre due rischi. Nessun salto nel buio nessuno sprofondo in incessanti contrattazioni e prese di distanza all’interno della coalizione. Esistono alcuni clamorosi esempi di elezioni nelle quali la vittoria è stata negata allo schieramento chiaramente in testa nei sondaggi da poche percentuali di elettori fortemente preoccupati da un possibile esito di non governo.

Le priorità programmatiche entreranno in parlamento con i rappresentanti eletti che meglio di chiunque altro si troveranno in condizioni di scegliere le modalità con le quali garantire la sicurezza sul territorio: agenti di quartiere?; la salute, medici di base?; persino, il sistema scolastico. Quei rappresentanti sapranno poi spiegare agli elettori le sintesi effettuate dai loro governanti e, eventualmente, emendarle nei punti dolenti. Ridare centralità al Parlamento, cioè alla sovranità popolare, è una promessa più che apprezzabile.

Nessuna nazione, neppure quelle della tuttora prospera, libera e democratica Europa, può affrontare con successo le sfide che la storia pone di volta in volta, da ultimo quella dell’Intelligenza Artificiale. Oggi e domani, in special modo in Italia, di fronte all’opportunismo peloso del governo Meloni, l’europeismo, con tutte le sue implicazioni anche militari, deve essere con coerenza, impegno, convinzione il progetto politico, la proposta di governo delle opposizioni. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato il 16 giugno 2026 su Domani

Dai Maga a Netanyahu: se nessuno si fila più l’imperatore Trump @DomaniGiornale

Con il crollo del comunismo in Europa e la disintegrazione dell’Unione Sovietica, alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, gli Stati Uniti d’America si trovarono ad essere, scrisse il grande politologo di Harvard Samuel P. Huntington, the lonely superpower. Non l’unica superpotenza, ma la superpotenza solitaria con tutte le opportunità e tutte le responsabilità che ne derivavano. Gli USA o, meglio, i loro Presidenti non seppero sfruttare l’insperata e inattesa occasione. Avrebbero dovuto, secondo Huntington, cercare di allargare e consolidare la loro rete di alleanze, utilizzando all’uopo quella ingente quantità di soft power di cui, secondo Joseph S. Nye, disponevano. Prodotti culturali, musica e cinema, investimenti e expertise, aiuti monetari e sostegno all’istruzione e alla salute di molti popoli erano un ottimo modo per ridurre la diffidenza largamente diffusa nei loro confronti da parte di molti paesi in via di sviluppo. L’attentato alla Torri Gemelle fu seguito dall’infausta dichiarazione di guerra al terrore del Presidente repubblicano George W. Bush, che si tradusse nell’intervento in Iraq contro Saddam Hussein. Ma, soprattutto, divise profondamente gli alleati europei, con la “vecchia Europa”, rappresentata da Francia e Germania, apertamente contraria. Invece di tessere una rete di amicizie e benevolenze aggiuntive, gli USA dovettero fare anche i conti con la crescita e l’affermazione della subdola superpotenza cinese. Make America Great Again è lo slogan, il progetto politico del Presidente repubblicano Donald Trump, condiviso, possiamo ben dire, dai 77 milioni di elettori che lo votarono nel novembre 2024. Non è fatto di sfumature e raffinatezze. Niente soft power, considerato una debolezza deleteria dei Democratici che si è riflessa negativamente sul prestigio e il potere degli USA. Nessun trattamento di favore per nessuno in campo economico, ma dazi altissimi per favorire le produzioni americane e per recuperare una posizione dominante. Nessuna partecipazione a organizzazioni sovranazionali che, come quelle del Commercio Mondiale e della Sanità pongano regole, ne chiedano il rispetto e abbisognino di finanziamenti. Che gli europei si paghino almeno parte delle ingenti spese militari della Nato per la loro difesa. Infine, la decisione che ha prodotto conseguenze negative immediate più pesanti è stata la chiusura della US Agency of International Development, forse l’esempio di maggior successo nel finanziamento e nel compimento di una enorme varietà di progetti di sviluppo: soft power al meglio delle sue possibilità.

Se del soft power si può fare a meno, pagando un prezzo in termini di popolarità e prestigio internazionale, gli investimenti in hard power debbono funzionare, supplire. Finora l’unico, parziale successo di Trump è stato il rapimento e la sostituzione del Presidente venezuelano Maduro, ma di ritorno alla democrazia in Venezuela non sembra esserci nessun segno e nessun interesse. Ambito oggetto di mire annessionistiche, la Groenlandia ha ricevuto sostegno da, lo scriverò con enfasi, tutto il mondo libero e democratico e mantiene il suo status. Cuba è sotto osservazioni, ma finora, Trump e Rubio sono rimasti allo stato verbale. Non hanno nessuna strategia

Tempo fa, ossessivamente, Trump aveva avanzato la sua candidatura al Premio Nobel per la Pace, vantandosi di avere fatto concludere sette/otto guerre. Discutibile. Quello che è certo è che il Primo ministro israeliano Netanyahu non fa nulla di quello che con lunghe telefonate Trump gli chiede e Trump sembra non avere gli strumenti per imporgli le sue preferenze. L’Ucraina è almeno temporaneamente uscita dall’orbita del suo impegno. Il caso più clamoroso è quello dell’Iran. Scatenata la guerra quasi con l’obiettivo di cancellare il regime degli ayatollah e dei pasdaran, Trump è in stallo. Sono oramai 37 (trentasette) volte che dichiara di avere raggiunto un accordo, smentito dalla controparte. Il Nobel per la pace può aspettare, ma la sterile tracotanza di Trump pesa sulle nostre bollette e soprattutto su troppe vite.

Pubblicato il 9 giugno 2026 su Domani