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Senza empatia non si vince. La politica ha perso il popolo @DomaniGiornale

Non sottovalutare come un semplice campanello d’allarme il voto di circa un milione e mezzo di elettori tedeschi del Land Sassonia-Anhalt situato nella Germania orientale è molto opportuno. Affermare che quel voto suona la campana a morte della democrazia in Germania, dell’Unione Europea e, alla fin fine, dell’Occidente come lo abbiamo conosciuto mi pare piuttosto esagerato. La traduzione dell’accertato cospicuo successo elettorale di Alternative für Deutschland nella formazione del governo regionale dipende da molte variabili le più importanti delle quali sono due. Primo, trovare alleati per raggiungere la maggioranza assoluta di seggi. Secondo, se i partiti di centro-sinistra vorranno e sapranno erigere un muro di fuoco, un legittimo cordone sanitario contro chi, come, appunto, l’AfD, vanta un programma eversivo di non pochi aspetti della politica democratica. Per ottant’anni le democrazie europee sono riuscite non soltanto a tenere sotto controllo gli attacchi ai loro principi fondativi che venivano da destra e da sinistra, ma hanno costretto i non-democratici ad accettare le regole del gioco.
L’insorgenza di destre estreme, pur di dimensioni differenti, in tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea, motiva la ricerca di quali siano i fattori comuni e di quali possano essere le risposte, più o meno simili. Inevitabilmente, la politica mirerà a produrre decisioni che soddisfino gli interessi concreti e le aspettative materiali di alcuni ceti sociali. Sono risposte non necessariamente sbagliate, ma spesso inadeguate. Quasi tutti i sondaggi rilevano e rivelano che le due tematiche salienti nel comportamento di voto a favore delle destre estreme, e anche dei MAGA negli USA, sono l’immigrazione e la sicurezza. Sono tematiche piuttosto strettamente collegate. Gli immigrati costituiscono una minaccia per i posti di lavoro non particolarmente qualificati. Più spesso degli autoctoni, gli immigrati praticano la micro e la meso criminalità e troppo spesso le autorità politiche si mostrano propense a condonarli per il loro avere agito in stato di necessità. Ne conseguono due potenti stati d’animo fra gli autoctoni: il risentimento e la voglia di riconoscimento.
I ceti medio-bassi si sentono, da un lato, trattati in maniera qualitativamente sfavorita rispetto agli immigrati (nella Germania dell’Est dopo sette lustri di una forse, frettolosa e affrettata unificazione politica, anche rispetto ai Wessi, i loro connazionali “occidentali”), dall’altro, non adeguatamente riconosciuti nella loro dignità personale. Dunque, il loro voto servirà a punire le elite politiche tradizionali che li hanno trascurati considerandoli spesso una componente deteriore dell’elettorato. Quando, poi, le politiche di benessere diventano più difficili, più rare, poco incisive, il risentimento nei confronti degli immigrati si accentua e diventa di per sé un fattore sufficiente a motivare il voto a favore dei partiti che lo accentuano e lo accolgono a braccia aperte.
“La politica si fa con la testa, ma non solo con la testa” scrisse più di un secolo fa il grandissimo sociologo tedesco Max Weber. A bloccare e a rovesciare la resistibile ascesa delle destre estreme in Europa, non basteranno politiche tutte razionali e ragionevoli: filtrare meglio l’immigrazione, garantire maggiore sicurezza oggi e domani, rendere più efficiente e ricettiva l’Unione Europea. Sono tutti compiti da svolgere il prima e il più comprensivamente possibile, anche in Italia. Contemporaneamente, sarà necessaria, anche in Italia, una risposta culturale e sociale di alto livello definibile come empatia. Fare sapere ai cittadini che si sentono soli, trascurati e irrilevanti che le élite, soprattutto, quelle politiche, ma anche quelle sociali e intellettuali, si curano di loro, delle loro condizioni di vita, delle loro speranze. Le folle solitarie sono facili prede di movimenti estremisti. Organizzarle empaticamente le sottrae a quello che, gli europei dovrebbero averlo imparato e non dimenticato, sarebbe un esito gravissimo e dannosissimo. Sono lezioni che valgono anche per l’Italia.
Pubblicato il 9 settembre 2026 su Domani
La legge serve a eleggere non a governare @DomaniGiornale

Potrebbe essere utile sapere che le democrazie scandinave, in testa a tutte le valutazioni della qualità della democrazia, scelsero un sistema elettorale all’inizio del secolo scorso e, fatti salvi alcuni interventi minori, continuano a votare con quel sistema (proporzionale). Più in generale, praticamente in nessun sistema politico democratico, si sono fatte e si fanno riforme elettorali introdotte dal governo in carica per evitare sconfitte. Vero è che nessuna legge elettorale è perfetta, ma prima di valutarne la qualità è opportuno stabilire che cosa si vuole conseguire con una specifica legge. Tutti i grandi studiosi di elezioni, sono molti e di nazionalità diversa: norvegesi e francesi, inglesi e tedeschi, statunitensi e latinoamericani, più un paio di italiani, hanno regolarmente concordato sul compito fondamentale, costitutivo, specifico delle leggi elettorali. Servono, anzitutto e soprattutto, a eleggere il Parlamento, a dare rappresentanza politica agli elettori. Da nessuna parte al mondo, in nessun sistema politico e in nessun tipo di governo (presidenziale, semipresidenziale, meno che mai parlamentare) esiste un sistema elettorale che dà vita al governo di quel paese. Perseguire, come hanno troppo spesso fatto i sedicenti riformatori italiani, un obiettivo improprio, comunque irraggiungibile, non soltanto produce distorsioni gravissime nella rappresentanza politica, ma è destinato al fallimento.
Il problema cruciale dell’attuale disegno di legge elettorale, primo firmatario Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati è dato precisamente dalla ricerca dei meccanismi, dei marchingegni che assicurino alla coalizione più votata un numero di seggi superiore alla maggioranza assoluta sia alla Camera sia al Senato. Nella consapevolezza che nessuna coalizione è in grado di ottenere il 50 percento più 1 dei voti, diventa imperativo ricorrere ad un premio in seggi da attribuire alla coalizione più votata. Qui cominciano gli inevitabili, ma sgraziati, balletti numerici: soglia percentuale minima per accedere al premio e numero di seggi in premio. Il rischio di sbagliare i conti è alto tanto quanto alto è quello di una censura della non sempre impeccabile Corte Costituzionale (dove mi pare non seggano esperti elettorali).
Curiosamente, molto contrario al ballottaggio per l’elezione dei sindaci, il centro-destra propone proprio il ballottaggio se nessuna delle due coalizioni raggiunge la soglia minima per il premio. Opportunismo impuro, ma semplice. Dovremmo, invece, essere molto più preoccupati dalle numerose distorsioni della rappresentanza politica. Quasi certo è che i parlamentari eletti con il premio di maggioranza non avranno nessun incentivo a fare del loro meglio per rappresentare elettori sconosciuti e inconoscibili e collegi inesistenti. Consapevoli che la loro ricandidatura dipende dai vertici del partito a loro daranno servizio e obbedienza. Non saranno i soli poiché, a prescindere da come finirà il balletto sulle preferenze, numero, con il rischio cordate come esito e premessa dell’esistenza di correnti, chiedo scusa,” sensibilità” (sic), e modalità, alternanza di genere, che non mi pare porti bene alle donne e alla loro indipendenza e autorevolezza politica, c’è la grande distorsione rappresentata dai capilista bloccati. Improbabile che, tranne poche eccezioni virtuose, quei capilista vogliano essere e si sentano legittimi rappresentanti del collegio. Piuttosto, saranno percepiti e opereranno come commissari del partito, del suo segretario, dei capi corrente.
Insomma, la stabilità di un governo fabbricato dal premio in seggi, ma il molto stabile governo recordman Meloni 1 non è nato così, verrebbe profumatamente pagata da carenze enormi in termini di rappresentanza. Sono carenze che alienano i cittadini dalla politica e non garantiscono affatto che i governanti abbiano o acquisiscano la capacità indispensabili a svolgere il loro compito. Si prenda atto che la legge Bignami può fare peggio della vigente legge Rosato e con saggezza very British se ne concluda “better the devil we know”. Non sapendo riformare teniamoci l’usato che, anche nei non pochi difetti, ci è noto.
Pubblicato il 2 settembre 2026 su Domani
Le primarie non possono essere l’ultima spiaggia @DomaniGiornale

Primariamente, le elezioni primarie furono una risposta dei dirigenti dei due partiti USA alle richieste di altri dirigenti, di rappresentanti e attivisti di uscire dalle stanze “piene di fumo” e democratizzare la selezione dei candidati alle cariche elettive (le “secondarie”). L’obiezione che quella selezione dovrebbe essere la più importante responsabilità dei dirigenti del partito che hanno conoscenze superiori a quelle degli elettori e dei simpatizzanti continua a circolare insieme agli ammonimenti a chi andrà alle urne primarie: votate non gli estremisti, ma le candidature electable, gli eleggibili. Dagli USA le primarie si sono diffuse in molti altri contesti (la bella analisi di Marco Valbruzzi, Primarie. Partecipazione e leadership, Bononia University Press2005, è efficacemente esauriente) fino ad approdare nello Statuto del Partito Democratico, il quale, poi, al suo interno ne ha già tenute moltissime, all’incirca un migliaio. E ne sono subito (ir)regolarmente seguite molte critiche, non tutte (in)fondate.
La premessa è che la selezione che un partito opera per le sue candidature a cariche elettive monocratiche (quindi, incidentalmente, non l’elezione del leader del partito) è affar suo, ma, logicamente, un conto molto, molto diverso è la selezione del leader di una coalizione di partiti alla carica di capo del governo. Non sono a conoscenza di situazioni simili in altri sistemi politici. Nelle democrazie parlamentari, abitualmente diventa capo del governo il leader del partito che, nella coalizione, ha più voti. Abili e duttili, i democristiani italiani esprimevano il loro candidato alla Presidenza del Consiglio dopo trattative assolutamente lecite fra le loro correnti e i loro potenziali alleati. Se no, toccava al Presidente della Repubblica scegliere fra una rosa di nomi dc sottopostagli dal segretario del partito.
In generale, le primarie organizzate in maniera intelligente svolgono molti compiti utili in aggiunta alla selezione della candidatura. Comunicano all’elettorato quali sono i punti programmatici che i candidati ritengono particolarmente importanti e quali soluzioni propongono. Raggiungono l’opinione pubblica e la informano anche sulle diversità fra i candidati del partito e quelli dell’altro, degli altri partiti. Mobilitano simpatizzanti vecchi e nuovi lanciando la campagna elettorale. Consentono ai candidati di capire meglio il sentiment (sic) dei loro elettori e, più in generale, dell’elettorato. Di contro, possono anche essere divisive e fonte di confusione. Anche negli USA, i Democratici in particolare temono da qualche tempo che candidati troppo di sinistra vincano le primarie e non vengano poi votati da parte di un elettorato democratico moderato.
Pertanto, alla luce di queste considerazioni, spesso sostenute da dati concreti, non è difficile condividere le preoccupazioni di coloro che temono che le primarie nella coalizione più o meno appropriatamente definita “campo largo” sarebbero, saranno controproducenti. Conte e Schlein si contrasteranno in ogni modo possibile. Se non venisse stilato e definito anticipatamente il programma condiviso, inevitabilmente accentuerebbero le loro distinzioni e le loro distanze. Possibile è anche che i rispettivi elettorati, se il loro candidato, che pure avesse garantito lealtà e sostegno al prescelto, non vincesse, defezionerebbero cosicché, invece, di produrre un positivo effetto di mobilitazione, la coalizione perderebbe voti potenzialmente decisivi.
Come stanno le cose attualmente, le primarie sembrano diventate, non un utile strumento democratico di coinvolgimento, partecipazione, scelta di leadership, ma l’ultima spiaggia, la certificazione dell’incapacità di trovare una modalità migliore. Fare le primarie come una resa dei conti più o meno velenosa precluderebbe la vittoria alle elezioni generali. Non farle è auspicabile che significhi la capacità dei contendenti di raggiungere un accordo (non la staffetta, per carità) che rispetti i rapporti di forza politico-elettorali. Anche questa modalità alla carica di capo del governo è sicuramente e palesemente democrazia.
Pubblicato il 26 agosto 2026 su Domani
La sconfitta di Netanyahu per “guarire” Israele @DomaniGiornale

Israele, l’unica democrazia nel Medio-oriente, andrà alle elezioni politiche il 27 ottobre. Sono elezioni cruciali nel corso di una lunga e sproporzionata rappresaglia contro Hamas, resa dei conti con Hezbollah in Libano, atti di guerra contro la teocrazia dell’Iran. Sono cruciali, anzitutto, per il Primo ministro Netanyahu che, sotto processo per corruzione e sotto accusa dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra e contro l’umanità, certamente vuole dagli elettori israeliani non solo un mandato a rimanere in carica, ma una sorta di assoluzione popolate e populista (i voti contro le leggi). Sono cruciali per Israele come Stato e come comunità ebraica.
Non è mai possibile dimenticare né sottacere che gli israeliani combattono non soltanto per difendere il loro territorio, ma sempre per la loro stessa esistenza, la loro sopravvivenza. In tutti i molti conflitti dalla controversa nascita del loro Stato nel 1948, la posta in gioco è regolarmente stata proprio la vita della comunità israeliana. Naturalmente, questa pur indispensabile constatazione non giustifica l’espansionismo territoriale di Israele, meno che mai serve a condonare le attività criminali dei cosiddetti coloni, piccole bande di uomini armati, tollerati quando non agevolati e aiutati dai militari israeliani nei loro spossessamenti di legittime abitazioni di famiglie palestinesi. Non spiega neppure il rifiuto di considerare come soluzione praticabile di un conflitto infinito la costruzione di uno Stato palestinese. D’altronde, l’Autorità Nazionale Palestinese ha mostrato tutti i suoi limiti, che sono enormi, a cominciare dal non controllo su Hamas, nel perseguimento di questo obiettivo.
Il processo di state-building, sempre complicato, richiede conoscenze e competenze che i vari leader dell’ANT probabilmente non posseggono. Quanto e in quanto tempo riuscirebbero ad acquisirle sono interrogativi più che opportuni. Al momento, non è credibile pensare che sarà il Peace Board guidato dal Presidente Trump, che appare troppo condizionato da Netanyahu, a tracciare un percorso ben delineato, chiaro, condivisibile negli esiti, duraturo. Lo stato di guerra imminente e permanente sempre avvantaggia le destre. Il governo di Netanyahu con la punta nel ministro della Difesa Ben-Gvir, non fa eccezione; anzi cavalca spudoratamente la situazione.
Infine, le elezioni israeliane possono essere un’esperienza catartica. Il ricordo dell’olocausto si allontana ogni giorno di più e quel senso di colpa che, soprattutto fra gli europei, serviva a sostenere gli israeliani, si indebolisce, fino quasi a svanire del tutto. Se coloro i cui parenti, amici, conoscenti, correligionari che hanno subito il genocidio, procedono a loro volta in maniera sistematica all’annientamento dei palestinesi di Gaza, allora anch’essi si macchiano di genocidio. Anche per questa ragione, gli atteggiamenti dell’opinione pubblica mondiale, che esiste e conta, sono considerevolmente mutati negli anni trascorsi dall’eccidio terroristico operato da Hamas il 7 ottobre 2023.
Le valutazioni negative riguardanti lo Stato di Israele e la politica del suo governo sono oramai dappertutto superiori al cinquanta per cento. Logicamente, queste valutazioni influenzano anche i comportamenti dei leader degli Stati che hanno appoggiato Israele e che oggi sono ineluttabilmente costretti a criticarlo. Praticamente, persino negli Stati Uniti d’America quasi soltanto il Presidente Trump mantiene il suo sostegno a Netanyahu e Israele e sicuramente si adopererà per favorirne la rielezione. I Democratici USA sono molto divisi sia fra l’elettorato sia nel loro ceto politico, ma nel complesso prevalgono i critici di Israele. Pertanto, tanto la campagna elettorale quanto le promesse politiche dei candidati e dei partiti israeliani assumono enorme importanza. L’eventuale vittoria del leader dell’opposizione l’ex-generale Gadi Eisenkot, attualmente in testa nei sondaggi, potrebbe risultare nel superamento della politica delle armi e dovrebbe aprire lo spazio a nuovi sviluppi, che l’Unione Europea e gli USA sono in grado di appoggiare, facilitare, condurre quantomeno, dopo il disarmo di Hamas, a una situazione di non belligeranza positiva. Qualche volta è lecito intrattenere aspettative ottimistiche contando sul contributo decisivo dell’elettorato israeliano.
Pubblicato il 19 agosto 2026 su Domani
La propaganda anti migranti serve a celare 4 anni di nulla @DomaniGiornale

In attesa della, meritata, Festa, il 4 settembre, per avere guidato il governo più lungo nella storia della Repubblica, c’è più di qualcosa che stona a Palazzo Chigi e dintorni. Quello sarà un giorno di bilanci non solo per la durata del governo poiché la durata ha un senso quasi esclusivamente se è la indispensabile premessa della sua produttività e vi si accompagna. Quei bilanci saranno, a loro volta, l’inizio di una, non sappiamo quanto, lunga campagna elettorale. Dunque, l’argomento prescelto detta il tono, rivela quale punto di forza Giorgia Meloni ritiene di potere sfruttare al meglio. L’immigrazione?
Se la Presidente del Consiglio si butta sull’emergenza immigrazione, con un assist paradossalmente offertole dal socialista Pedro Sanchez, e lo fa con durezza, ribadendo soluzioni non proprio di successo, come lo hub costosamente costruito in Albania, e facendo riferimento ad Piano Mattei, molto sbandierato, ma neppure iniziato, è logico dedurre che pensa di trarne copiosi frutti elettorali. Forse c’è di più, vale a dire il tentativo di rintuzzare la sfida che viene dal generale Vannacci con la parola d’ordine remigrazione. Certo, comunque, che affidarsi a questa problematica significa credere che qualsiasi altra politica formulata e attuata dal suo quadriennale governo abbia minore importanza per i cittadini elettori.
E allora cominciano i conti e i rimpianti. I conti riguardano soprattutto il lavoro e le bollette. I dati sull’occupazione si prestano a interpretazioni divergenti tali da non renderne possibile un uso trionfalistico, ma qualche corifea di FdI ci prova. Tremendo, invece, è il dato sul salario dei lavoratori che è addirittura declinato negli ultimi dieci anni e che pone l’Italia all’ultimo posto o quasi fra ventisette stati-membri dell’Unione Europea [se il direttore Fittipaldi me la lascia passare aggiungerei: Qualche riflessione autocritica sulle loro iniziative e sulle loro forme di lotta dovrebbe, forse, venire dai sindacati che potrebbero di conseguenza appoggiare la proposta di Elly Schlein di salario minimo garantito]. Inevitabilmente, questo dato si riflette su quello che per molti è il problema strutturale italiano: la bassissima crescita dell’economia nel suo complesso che non creando lavori di qualità incentiva e accompagna l’esodo dei giovani istruiti e ambiziosi.
Sul terreno istituzionale, le cose non sono andate affatto bene. Evitando il discorso sulla pessima legge elettorale, il cui difetto principale certo non è rappresentato dalle pure importanti modalità con le quali gli elettori riuscirebbero a votare la candidatura preferita, ma dal perseguimento ostinato di un obiettivo: la (impossibile) elezione di un governo stabile, che l’esperienza Meloni ha già conseguito, vi sono una sconfitta bruciante e un abbandono doloroso.
La sconfitta è quella referendaria quando il popolo sovrano è stato chiamato ad esprimersi e ha sonoramente bocciato la separazione delle carriere dei magistrati. L’abbandono doloroso, praticamente già certificato, è quello del disegno di legge sull’elezione popolare del Presidente del Consiglio. Vantato dalla stessa Meloni come la madre di tutte le riforme è finito nei cassetti dei parlamentari anche se ne viene tentata una resurrezione sotto forma dell’inserimento del nome del/la candidato/a quella carica che i partiti dovrebbero indicare sulla scheda elettorale. Con tutte le riserve del caso, che sono molte e già diffusamente espresse, saremmo nella situazione esemplare nella quale la montagna del premierato forte partorirebbe un topolino, debolino, e niente più.
Si capisce che per sfuggire al poco, niente, fatto male, Giorgia Meloni e il suo governo siano costretti a fare la faccia ferocissima sull’immigrazione e, in subordine, sulla sicurezza degli italiani. Come bilancio di un governo di legislatura mi pare piuttosto insoddisfacente. Non sono un cerchiobottista, ma finora rovistando nel campo largo ho trovato critiche che spesso condivido, ma non (ancora?) proposte alternative convincenti, scintillanti e trascinanti. Presumo, con una certa conoscenza di causa, che primarie fatte bene, si può, darebbero un notevole impulso programmatico.
Pubblicato il 12 agosto 2026 su Domani
Quei ricatti inaccettabili di Conte @DomaniGiornale

“Niente armi all’Ucraina” dichiara, non per la prima volta, ma più sonoramente e brutalmente, Giuseppe Conte. La sua posizione, al di là del merito: non difendere più una democrazia aggredita da un leader autoritario, ha una molteplicità di implicazioni rilevanti e pericolose. C’è un messaggio elettoralistico mandato a tutti coloro, sembra che siano molti, nell’Alleanza Verdi Sinistra e anche nel Partito Democratico, che hanno una opinione tristemente non dissimile. C’è un messaggio mandato direttamente a Elly Schlein: bisogna contarsi davvero nelle primarie stravolgendo tutto quello di buono che quelle elezioni possono dare, cioè, non soltanto legittimazione del prescelto, ma grande mobilitazione di attivisti, simpatizzanti, potenziali elettori, comunicazione politica a tutto campo (anche più largo), lancio della campagna elettorale con abbondanti informazioni sulle personalità, sul programma, sulle priorità, sulle soluzioni proposte. C’è un messaggio, non meno importante e minaccioso, mandato ai ventisei Stati-membri dell’Unione Europea che hanno finora sostenuto l’Ucraina: non potrete più contare sull’Italia.
Su questo argomento Conte vuole le primarie, presto, convinto di vincerle. La replica di Elly Schlein, che prima si scrive il programma del campo largo, poi con le primarie si decide la leadership, mira a costringere Conte ad un confronto/scontro su tutte tematiche, vincesse le elezioni, un governo progressista dovrà e vorrà affrontare. Sono tematiche e soluzioni sulle quali la leadership vittoriosa alle primarie avrà il diritto di chiedere appoggio assoluto e disciplina ferrea e i candidati perdenti avranno il dovere di comportarsi da gentiluomini onorando l’impegno programmatico. Con enorme facilità, ho formulato quello che è un libro dei sogni, non soltanto miei, ma che richiede un enorme sforzo da parte di chi pensa che quei sogni diventerebbero realtà praticabili soltanto se Conte e, se c’è, il gruppo dirigente dei pentastellati, cambiassero posizione. Oppure, se improvvisamente, si arrivasse, altro grande sogno, alla cessazione del conflitto. Altrimenti, tutto è affidato a quella che si è già preannunciata come una bruttissima conversazione.
Impossibile e sconsigliabile da parte della maggioranza (?) del Partito Democratico e dei commentatori non bollare il comportamento di Conte come ricatto e non sottolineare la sua bruciante ambizione di tornare alla guida del governo: Conte 3. Tertium datur. Logico, però, mettere in evidenza che lo potrebbe fare soltanto in una coalizione che includa tutto il Pd. Molto improbabile. Il ricatto di Conte si morde la coda, e peggio. Infatti, senza i voti del suo Movimento, il “campo” non sarà in grado di arrivare alla fatidica soglia del 42 per cento che consentirebbe di ottenere il premio di maggioranza. Potrebbe addirittura risultare che Conte sta ai progressisti come e forse più di quanto il gen. Vannacci sta alla coalizione delle destre: uno stigma di cui vergognarsi politicamente.
Come stanno le cose, comunque, è indispensabile che la segretaria del PD metta in campo (sic) tutta la sua sacrosanta ostinazione e chieda a Conte di esplicitare il suo ricatto, oops, chiedo scusa, di chiarire le sue richieste per fare parte della coalizione, non sotto forma di stentoreo ultimatum. Sarebbe altresì opportuno che, invece di stare a guardare senza esporsi, anche i dioscuri di AVS si assumessero qualche responsabilità nella conversazione, per quel che bisogna negoziare e nell’esito. So da tempo che la partita non è finita fino a quando non è finita, ma so anche che i comportamenti scorretti vanno sanzionati, anche con richiami forti alle regole democratiche, ad esempio il principio di maggioranza. Le deroghe, rarissime e solo se giustificabili, vanno concordate. Un Conte che si faccia espellere per protervia e smania dal campo largo porterà tutta la responsabilità di una quasi sicura sconfitta e della formazione del governo Meloni 2, senza o con i Vannacci suoi. Qualunquemente.
Pubblicato il 5 agosto 2026 su Domani
La sinistra è una Babilonia, ma può vincere @DomaniGiornale

Descrivere e criticare il centro-sinistra alias campo largo come una Babilonia di linguaggi, di posizioni, di preferenze dichiarandole inconciliabili, al limite esplosive, è fin troppo facile, ma anche fin troppo sbagliato. Per avere un quadro più adeguato e convincente, non necessariamente roseo e rassicurante, sarebbe opportuno procedere a individuare anche tutte le tematiche sulle quali i largocampisti hanno posizioni, almeno a parole, simili e condivise, convergono, esprimono alternative praticabili e, quando possibile, le mettono all’opera.
Riequilibrata la prospettiva, non voglio affatto, e mi riuscirebbe male assai, essere rassicurante e sostenere che il centro-sinistra, confortato dai sondaggi, incrociando le dita viaggia a vele, non cazzate (sic), ma spiegate verso Palazzo Chigi. Tutt’altro. Non soltanto alcune differenze di opinione rimangono larghe e alcune preferenze specifiche risultano profonde, ma so e solennemente affermo che i sondaggi fotografano una situazione contingente e che le campagne elettorali possono essere decisive tanto per gli errori che vi si fanno quanto per le innovazioni che vi si producono, ma anche per la loro conduzione: chi e come.
I più importanti frequentatori del campo, che non sappiamo quanto largo riuscirà ad essere (“mi si nota di più se ci sono o se mi chiamo fuori?” copyright Nanni Moretti che di sinistre e sinistri se ne intende, eccome) sembrano interessati proprio al tema, ovviamente molto importante, di chi lo guiderà: Schlein, Conte o tertia datur. Già si prospettano duelli fatali con Giorgia Meloni, forte della sua visibilità che cura con appassionato impegno e che potenzia poiché lei sarà in grado di offrire all’elettorato qualcosa di molto solido: le performance del governo più duraturo della storia d’Italia. Le opposizioni farebbero molto male a giocare di rimessa accettando l’agenda della destra. Critiche puntuali, severe, documentate sono doverose, meglio se formulate da chi è credibile. Ma il catalogo delle promesse, anch’esse credibili, del campo largo deve essere nettamente diverso, a maggior ragione se si rivolge ai ceti trascurati dalle destre.
Un po’ dappertutto nel mondo “libero”, a partire dai Democratici USA e continuare con la gauche plurielle francese, le sinistre sono sociologicamente molto più diversificate delle destre e, spesso, troppo reciprocamente concorrenti e diffidenti. Non aspettatevi da me un apprezzamento ipocrita facente l’elogio della risorsa della diversità che nel recentissimo passato ha dimostrato di essere piuttosto una spada di Damocle abbattutasi su almeno due esperienze di governo (remember Prodi 1998, 2008?) Piuttosto, sottolineerò che un programma di non troppi punti e con alcune poche priorità è il luogo dove i gentiluomini e le gentildonne in politica risolvono, ridefiniscono, ricompongono le loro inevitabili differenze. Meglio non procedere attraverso interviste e dichiarazioni veicolate con un quid di sensazionalismo sui mass media. In una democrazia parlamentare, le opposizioni dovrebbero costantemente utilizzare il Parlamento per chiamare il governo a rispondere del fatto, del non fatto, del misfatto offrendo non un arco ampio di proposte particolaristiche, spesso rese ad arte conflittuali con quelle dei vicini, ma tre-quattro tematiche portanti (sì, anche nella controversa politica estera). In altri tempi si sarebbe giustamente e opportunamente parlato di governo ombra. Oggi la formazione di un organismo di Coordinamento parlamentare delle attività delle opposizioni sarebbe un passo gigantesco. Se, poi, come la buona rappresentanza politica suggerisce fortemente, i parlamentari del campo largo, almeno quelli non troppo paracadutati, andassero a interagire con i loro elettori, spiegando e insegnando, ascoltando e imparando, potremmo rallegrarci. Quella nobile attività che si chiama politica è tornata fra noi. Riconnette il Parlamento con le piazze e viceversa. Rivitalizza le opposizione e sfida il governo a dare risposte migliori. Persino Babilonia può diventare luogo di innovazione e successo.
Pubblicato il 29 luglio 2026 su Domani
Chi mina la fiducia nello Stato compie un atto eversivo @DomaniGiornale

Lo dovrebbero già sapere tutti. Secondo Max Weber, lo Stato è l’istituzione che detiene il monopolio dell’uso legittimo della violenza per garantire l’ordine e l’applicazione delle leggi. Anzi, quanto più lo Stato è capace di acquisire e di mantenere quel monopolio tanto più crescerà la sua stessa legittimità e, naturalmente, viceversa. Infatti, gli Stati falliti sono quelli nei quali c’è una guerra civile oppure imperversano bande armate. Nel Far West, troppo spesso malamente richiamato in Italia a proposito di episodi di violenza politica, la legge c’era, eccome, rappresentata da sceriffi, più o meno coraggiosi, e talvolta amministrata da giudici eletti più o meno scrupolosi. Naturalmente, né l’ordine né il predominio della legge sono acquisiti una volta per tutte. Al contrario, sono sfidati con una certa frequenza quanto più vengano ritenuti inadeguati e la loro legittimità risulti discutibile. Come notato da Antonio Gramsci, sono tutt’altro che rari i casi di sovversivismo delle classi dominanti che violano l’ordine costituito per piegarlo ai loro interessi.
In democrazia il rimedio trovato e sperimentato con successo consiste nella separazione delle istituzioni, ciascuna con una origine diversa e con un suo spazio di autonomia e di esercizio di potere, che si controllano e si bilanciano reciprocamente (checks and balances). Ciascuno di questi processi è portatore di conflitti che possono degenerare se i detentori del potere nelle istituzioni non riconoscono i loro limiti. L’esecutivo tenta di imporre la sua volontà al legislativo. Il giudiziario boccia gli atti dell’esecutivo e del legislativo, ma più di frequente il legislativo e soprattutto l’esecutivo spingono le loro critiche fino alla delegittimazione del giudiziario, delle sue sentenze, dei magistrati che le hanno dettate. Gli scontri istituzionali comportano spesso una perdita di legittimità dei protagonisti e delle istituzioni di cui fanno parte.
Quando viene meno la fiducia che le istituzioni e i detentori delle cariche opereranno nei limiti dei loro poteri, applicando le leggi e perseguendo obiettivi non solo particolaristici, ma anche generali, i cittadini che per un insieme di ragioni, politiche, economiche, culturali, possono permetterselo, pretenderanno privilegi e esenzioni, opereranno fuori e contro la legge. In non pochi casi i loro comportamenti saranno lodati e coadiuvati da politici senza scrupoli, spudorati che ambiscono a trarne profitti elettorali. Quella preziosa qualità che si chiama fiducia risulterà ulteriormente erosa ad un costo altissimo per la convivenza nel sistema politico.
Chiedere che il Presidente della Repubblica sconfessi l’operato dei magistrati concedendo una grazia comunque, al di là di qualsiasi altra valutazione di sua costituzionale e personale spettanza, prematura, è sovversivismo. Consentire che le vittime di un reato, di una rapina, si facciano giustizia da sé, confonde la legittima difesa, sottolineo difesa, con una certamente esagerata, sproporzionata reazione assimilabile alla vendetta o alla rappresaglia, non contemplate in nessun ordinamento giuridico minimamente democratico. Implementare politiche securitarie che non proteggono i cittadini, che sono quasi sempre il soggetto più debole, ma “scudano” le forze dell’ordine, apre la strada a soprusi e repressioni ingiustificabili. Va subito aggiunto che manifestazioni popolari che, regolarmente infiltrate da consistenti gruppi di violenti attrezzati con passamontagna, spranghe e altri oggetti contundenti, non sono in nessun modo, meno che mai in nome del disagio giovanile, minimizzabili né condonabili.
La fiducia nelle istituzioni, a partire dal governo, e nelle autorità, a cominciare dai ministri, non si conquista con leggi speciali e con repressione sgangherata, ma neppure con ipocrite dichiarazioni di comprensione di comportamenti violenti reattivi. Non solo non è servito a nulla in troppe precedenti occasioni, ma, semplicemente, non serve a bandire la violenza, costosa, inutile, indegna di qualsiasi comunità civile e democratica. Da tempo, esistono alternative
Pubblicato il 22 luglio 2026 su Domani
La crisi resta un miraggio. La sinistra non canti vittoria @DomaniGiornale

Freddamente. Trenta/quaranta parlamentari approfittano del voto segreto per bocciare un emendamento presentato, dopo accordo fra i partiti del centro-destra, dal capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, che è anche il primo firmatario della proposta di legge elettorale (prometto che, neppure sotto tortura, la chiamerò Bignaminum/Bignaminam). L’emendamento, tanto furbesco quanto mal congegnato, introduceva la possibilità per gli elettori di esprimere fino a tre preferenze, con il capolista, spesso l’unico eletto in molte circoscrizioni, bloccato. L’emendamento, elemento marginale, di una pessima legge elettorale, è stato bocciato 188 a 187 da parlamentari che non hanno il coraggio o semplicemente la decenza di “metterci la faccia”. Sulle regole del gioco, credo che gli elettori dovrebbero sapere come e perché ciascun parlamentare si esprime e i parlamentari dovrebbero rivendicare apertamente le loro scelte. Comunque, fatta un po’ di opportuna cosmesi, potrà essere ripresentato al Senato. Saranno molto probabilmente le opposizioni stesse, compatte comme d’habitude, a volere che agli elettori venga data l’opportunità di esprimere una preferenza, o no?
Bagarre. A quel voto contrario troppi in parlamento e fuori hanno fatto seguire dichiarazioni e richieste esagerate che, oltre alla comprensibile partigianeria, rivelano scarse conoscenze delle regole di funzionamento delle democrazie parlamentari. In primo luogo, quell’emendamento non è affatto un elemento centrale e qualificante della riforma elettorale in discussione. Lo sono, mio parere, i premi di maggioranza e l’indicazione del nome del candidato/a alla carica (non “poltrona”) di Presidente del Consiglio. Lo è l’idea che gli elettori debbano/possano eleggere il governo. Lo è la sottrazione al Parlamento, luogo centrale di rappresentanza politica, del compito/potere di dare vita al governo e, eventualmente, “rimpastarlo”, quando non, addirittura, trasformarlo e sostituirlo. Dunque, non sarebbe/non sarà affatto né hybris né violazione di regole, meno che mai costituzionali, se Meloni deciderà di andare avanti. Solo mal posta ostinazione.
Crisi. Nessuna singola sconfitta parlamentare, ad esclusione di quella sulla richiesta di fiducia (Prodi ottobre 1998 docet) implica automaticamente l’apertura di una crisi di governo. Meloni può decidere, l’ha già fatto, di andare avanti fino all’approvazione del testo, dimostrando che si è trattato soltanto di un deplorevole incidente. Potrebbe anche, ma non le corre nessun obbligo, chiedere al Parlamento un voto di rinnovata fiducia. Quello che non può avere è lo scioglimento immediato del Parlamento. Esiste una lunga e convincente sequenza di dinieghi presidenziali, a cominciare con Oscar Luigi Scalfaro: no a Berlusconi, dicembre 1994 e no a Prodi, ottobre 1998; poi Napolitano: no a Bersani, novembre 2011 e Mattarella: no scioglimento al buio, gennaio 2021 e formazione governo Draghi febbraio 2021. Regola generale: il Presidente non scioglie se in Parlamento esiste una maggioranza in grado di dare vita a un governo operativo. “Sentiti i Presidenti delle due Camere” e facendo affidamento sulle sue molteplici fonti, il Presidente è in grado di non farsi condizionare. Lo ha convincentemente dimostrato.
La festa è già finita. Terminati i festeggiamenti, qualcuno potrebbe poi fare un giro fra i capi dell’opposizione e chiedere loro se pensano di essere pronti a elezioni anticipate, come e perché. In estrema provocatoria sintesi, “avete un programma comune concordato, avete ridotto o eliminato le esiziali distanze sul sostegno all’Ucraina e sulla difesa dell’Europa, avete scelto chi guiderà la coalizione oppure saprete come farlo in tempi brevi?” Certo, solo dopo la misurazione delle rispettive hybris, qualità che non manca nel campo largo dei vari aspiranti. Non mi spingerò fino a chiedere, come ha già efficacemente argomentato su queste pagine Franco Monaco, un ampio rinnovamento dei gruppi parlamentari del Partito Democratico. Però, concordo pienamente. Concludo chiedendo(mi) quali garanzie danno le opposizioni di sapere formare un governo stabile, operativo, in grado di cambiare in meglio la politica, l’economia, la società italiana? Non vorrei lasciare ai posteri l’ardua sentenza.
Pubblicato il 16 luglio 2026 su Domani