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Più sovranità all’Europa per salvarci dall’irrilevanza @DomaniGiornale

L’Italia “consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni” (art. 11). Non c’è dubbio che alcuni dei Costituenti pensassero anche ad un organismo simile all’Unione Europea, e già ci stavano lavorando. Degna di nota, anche alla luce degli scontri più recenti e, in particolare, della campagna elettorale dei “minuseuropeisti”, è l’espressione “limitazioni di sovranità”(nazionale). Oggi sappiamo che quelle limitazioni sono molte e significative, ma non sono interpretabili come cessioni senza ritorno, senza riacquisizioni, possibili, ma costose: Brexit docet. Sappiamo anche che le limitazioni di sovranità alle quali ciascuno Stato-membro ha acconsentito e ancora acconsentirà, ad esempio, in materia di difesa, contemplano la condivisione della sovranità al livello di competenza conseguito nell’Unione. Riappropriarsi di alcune parti di sovranità implica, di conseguenza, escludersi dalla condivisione, dalla compartecipazione. Altri decideranno, ed è molto improbabile che lo facciano tenendo conto delle posizioni nazionali/ste ovunque siano formulate. Del tutto logico che la mancata presenza si traduca in influenza nulla o quasi.

Peraltro, già attualmente, in non poche occasioni, neppure la presenza dell’Italia conta se chi la rappresenta non possiede alcune qualità essenziali: un alto livello di preparazione sui dossier da discutere, competenza personale, credibilità del proprio sistema paese nella traduzione fedele e rapida delle decisioni prese, capacità di costruire coalizioni maggioritarie con i rappresentanti di altri Stati-membri. Tutto questo è noto ai capi di governo, ai Commissari, agli europarlamentari degli altri Stati-membri che traggono le somme di quanto gli italiani sanno, possono, vogliono, riuscirebbero a fare. Meno Europa, dunque, viene inevitabilmente interpretata, non come Meloni desidera, ovvero uno o più passi verso l’improbabile costruzione di una Confederazione, ma come disimpegno e come la frapposizione di ostacoli al processo decisionale europeista con la crescita dei costi, in termini di tempi, energie e anche fondi, per tutti, a scapito di tutti.

Gli oppositori dell’Europa che c’è, si collochino con Meloni oppure si mettano con Salvini, non sono affatto impegnati nell’elaborazione di alternative politiche e decisionali in una pluralità di settori che, come Meloni dichiara spesso, vadano nel senso dell’ampliamento degli ambiti nei quali si applicherà la sussidiarietà. Non vogliono (ri)conquistare potere con la relativa responsabilità. Vogliono evitare che l’Unione giudichi, con i canoni da tempo accettati e vigenti, le loro politiche sociali, culturali, comunicative, le modalità con le quali funziona il loro sistema giudiziario. Quanto fatto da Orbán, il suo decantato illiberalismo, è quello cui aspirano: meno libertà di pensiero, di stampa, di circolazione, meno diritti civili.

Senza inutili e controproduttivi infingimenti, coloro che stanno dalla parte di “più Europa” debbono ricordare e sottolineare che la Costituzione prevede e consente le relative limitazioni di sovranità nazionale che servono a fare crescere e potenziare la sovranità europea, proprio come ha detto il Presidente Mattarella, e che gli europei siamo noi. Debbono anche continuare a mettere in evidenza che le risposte europee più efficaci, come avvenuto in occasione del Covid e vaccini, si producono nelle aree più integrate. Qualsiasi sfida, se non globale, comunque sovranazionale, può essere affrontata e sconfitta non da sovranità nazionali che si muovono in ordine sparso e talvolta conflittuale, mors tua vita mea, ma da sovranità condivise e concordi. Allora, il prestigio e l’orgoglio identitario e nazionale si giocheranno sulla bontà delle soluzioni proposte e sull’abilità di attuarle. Questo mi pare il terreno più appropriato per il confronto fra sovranisti e (più)europeisti.

Pubblicato il 5 giugno 2024 su Domani

Il chissenefrega della premier e gli orfani del premierato @DomaniGiornale

 “Chisseneimporta” è stata la lapidaria risposta di Giorgia Meloni detta Giorgia al quesito della giornalista Monica Maggioni relativo alla eventuale sconfitta nel probabile referendum contro il premierato. No, la Presidente del Consiglio non si dimetterà. Scelta istituzionalmente legittima, soprattutto se sia i suoi fastidiosamente zelanti sostenitori in Parlamento sia gli affannati opinionisti da salotti e dehors avranno evitato di trasformare il referendum costituzionale in un molto meno costituzionale plebiscito. Però, una volta che “la madre di tutte le riforme” venisse colpita morte, la Presidente del Consiglio che la ha fortemente voluta, costantemente sostenuta, senza riserve accompagnata, infine, esposta al voto, ha il dovere di farsi carico delle conseguenze politiche-istituzionali e degli orfani. No, non mi riferisco principalmente ai capigruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato e alle loro prese di posizione sempre pancia a terra sul premierato irrinunciabile. E neppure al Ministro per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati. Affari loro su quali somme dovranno tirare dal loro indiscutibile e granitico impegno che non ha prodotto un testo a prova di referendum, ovvero che rispondesse soddisfacentemente alla evidentissima massima aspirazione del “popolo” italiano: eleggere il capo del governo.

Meno che mai mi curo delle ripercussioni sullo status e sul prestigio dei giuristi di corte e di cortile che hanno avallato, elogiato e promosso il testo poi bocciato. Qualcuno sarà così spudorato da sostenere che con alcune riformette da loro proposte la sorte referendaria sarebbe stata diversa. Abbandono alle loro non magnifiche elucubrazioni tutti i commentatori che ripeteranno il logoro ritornello sul conservatorismo costituzionale della sinistra, che non vuole la cosiddetta “democrazia decidente”, dei cantori della Costituzione più bella del mondo (che, contrappasso, proprio l’inventore della qualifica voleva cambiare, rendere più bella con, udite, udite, le riforme di Renzi). No, le mie dolorose (sì, esagero un po’, ovvero faccio il furbo) preoccupazioni riguardano gli elettori italiani in generale, non soltanto gli indomiti patrioti del premierato.

   Una notevole parte di costoro, già perplessi dalla transizione dal presidenzialismo indicato nel programma elettorale di Fratelli d’Italia allo sconosciuto premierato, perduta la madre di tutte le riforme, si sentiranno, più che orfani, addirittura traditi. A Giorgia non le importa più nulla di risolvere il Grande Problema del sistema politico italiano, l’instabilità dei governi? Vuole soltanto, la Presidente Meloni, tirare a campare per conquistare il record di unico governo italiano durato tutta la legislatura? Il paradosso è che se il governo Meloni durasse davvero fino al termine della legislatura costituirebbe una potente smentita della diagnosi sull’ineluttabile instabilità dei governi italiani a causa dei meccanismi costituzionali. Un’altra parte di elettori, non saprei dire se meno patrioti di quelli che votano Fratelli d’Italia, rimarranno molto delusi se con il suo “chisseneimporta” la Presidente del Consiglio, da un lato, ponesse la pietra tombale non solo sul premierato, ma anche su alcune semplici, ma efficaci, correttivi come il voto di sfiducia costruttivo e, dall’altro, lasciasse approvare l’autonomia regionale distruttiva, oops, chiedo scusa, differenziata.

Insomma, anche senza aspettare l’esito referendario ci sarebbe molto da fare. Suggerirei di cambiare atteggiamento e espressione da “chisseneimporta” a (Giorgia conosce l’inglese e alla Garbatella lo usano correntemente) “I care”. Le istituzioni italiane sono perfezionabili.

Pubblicato il 29 maggio 2024 su Domani

Il leader dell’opposizione non si sceglie con un duello tv @DomaniGiornale

In qualsiasi sistema politico democratico, le opposizioni hanno il dovere politico e qualche volta morale di criticare quanto fa il governo, ma anche la responsabilità di controproporre. Quando le opposizioni sono particolarmente capaci riescono addirittura a svolgere un’azione di pedagogia politica e culturale che non solo sconfiggerà quel governo, ma ne impedirà il ritorno sotto le stesse forme o simili. Poiché il compito delineato è oggettivamente piuttosto difficile, trovare opposizioni in grado di svolgerlo con successo è alquanto raro. Ancora più raro quando i commentatori e quel che rimane degli opinion leader non parlano parole di verità agli oppositori. Nel contesto italiano è almeno trent’anni che troppi opinionisti, ma anche filosofi, scienziati, attori, comici collocati a sinistra hanno esagerato a individuare pericoli e rischi per la democrazia e a suggerire/consentire qualche strappo alle regole per farvi fronte. Allarmismo e vittimismo non sono buoni consiglieri e accertatamente non servono a impostare nessuna operazione che miri a formulare una cultura politica all’altezza delle sfide attuali e del futuro che sta arrivando. Le esemplificazioni italiane di esagerazioni e errori sono numerose e mi limiterò a citare le più recenti.

Il cosiddetto premierato, nella versione in cui è stato presentato, è incompleto e irrisolto, squilibrato. Produrrà confusione e probabili controversie fra le istituzioni, ma non lo si può accusare di ogni nefandezza e di condurre inesorabilmente al crollo della democrazia italiana che, per fortuna, ha molta resilienza. Possibile che commentatori e politici continuino con declinante e non istruttiva credibilità a gradire “alla lupa, alla lupa!” (sì, qualche volta sono politicamente corretto) e niente più. In vista del referendum costituzionale, doveroso (la parola definitiva spetta al “popolo” italiano), non confermativo, ma oppositivo, mi pare preferibile argomentare che il premierato di Meloni è tanto inesistente quanto mal congegnato e proporre, non piccoli, banali, correttivi, ma vere riforme già note e altrove funzionanti.

Ma dove mai, quando mai, in che modo altrove nelle democrazie parlamentari multipartitiche si fanno duelli televisivi nel corso di campagne elettorali che per di più non riguardano le elezioni nazionali? Dobbiamo deplorare la molto opportuna decisione dell’Agcom che ha bloccato quello che, forse, sarebbe stato uno spettacolo, ma che difficilmente avrebbe contribuito a migliorare le conoscenze politiche degli italiani? È necessario alimentare la politica spettacolo e solleticare l’ego di alcuni fin troppo temprati conduttori tv (incidentalmente nessuna donna sarebbe all’altezza di cotanto evento?). Non è affatto necessario, anzi, potrebbe essere piuttosto controproducente.

Da ultimo, essere scelta come duellante con il capo del governo (maschile anche se “detta Giorgia”) significa l’investitura ufficiale di capo dell’opposizione per Elly Schlein? Non esiste nessun sistema politico multipartitico nel quale il ruolo di capo dell’opposizione deriva dalla scelta del conduttore di un dibattito televisivo. Le qualità che legittimano il riconoscimento di colui/colei che meglio guiderà l’opposizione sono essenzialmente due: il numero dei voti ottenuti e la capacità di costruire una coalizione alternativa al governo, coesa e propositiva. Davvero qualcuno può credere e fare credere che come mancata duellante Schlein abbia già superato, e agli occhi di chi, l’esame di ammissione all’ardua professione di capo dell’opposizione? Ha bisogno di questo grande, peraltro, molto scivoloso favore? Non sarebbe preferibile per lei, per l’opposizione, per il sistema politico e, con una modica dose di retorica, per la democrazia italiana, che quel ruolo se lo conquistasse a suon di voti e di proposte “forti”, innovative, convincenti, traducibili in apprezzabili politiche pubbliche di stampo europeo? The answer, my friend, is blowin’ in the wind.*

*il 24 maggio sarà il compleanno di Bob Dylan, molto più che un oppositore.

Pubblicato il 22 maggio 2024 su Domani

Alla democrazia non servono duelli tv e personalizzazioni @DomaniGiornale

L’Agcom è finalmente intervenuta per bloccare il tanto lungamente strombazzato duello televisivo fra la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni detta Giorgia, e la segretaria del maggiore partito d’opposizione Elly Schlein, che non è il capo dell’opposizione, qualifica che non le può essere unanimemente riconosciuta, certamente non da Giuseppe Conte (e neppure da qualcuno nel Partito Democratico). Poiché oramai è già in corso la campagna per l’elezione del Parlamento europeo, è ovvio che debbono essere rigorosamente rispettate tutte le regole della par condicio. Quindi, non può essere concesso nessun vantaggio di visibilità e di propaganda a qualsivoglia dei leader di partito rispetto agli altri. Giusto così. Però, nel bene, che è scarso, e nel male, che è abbondante, rimane la necessità di una riflessione approfondita, anche a futura memoria, su tutta la sostanza politica che motivava il duello.

    Anzitutto, sta la mancata comprensione che se la campagna per l’elezione del Parlamento europeo fosse ridotta ad un duello influenzerebbe molto negativamente l’affluenza alle urne. Le elezioni europee comportano una competizione con legge elettorale proporzionale fra una pluralità di partiti. Ciascuno dei partiti deve potere usufruire lo spazio politico e televisivo che gli spetta, niente di meno e niente di più. Ricordo e sottolineo che, sommati, i due elettorati di Fratelli d’Italia e del Partito Democratico rappresentano al massimo il 50 per cento di chi ha votato, all’incirca un terzo o poco più degli aventi diritto.

    Un duello avrebbe inviato il messaggio sbagliato e fuorviante (tale sarebbe anche nelle elezioni politiche nazionali) della politica italiana semplificata e impoverita a un confronto fra due persone, alle loro figure e alle loro esperienze. Il duello non mancherebbe di interesse, soprattutto per gli studiosi, dal punto di vista della comunicazione, ma sarebbe terribilmente riduttivo e, soprattutto, fornirebbe un tot di informazioni deprimenti. Lasciando sullo sfondo, ma non del tutto, non mi stanco di dirlo poiché è una ferita all’etica in politica, il deprecabile fatto che entrambe, Meloni e Schlein, con le loro candidature ad una carica, europarlamentare, che non andranno a ricoprire, ingannano tanto consapevolmente quanto colpevolmente l’elettorato, il duello avrebbe potuto far credere all’esistenza in Italia di una situazione bipartitica/bipolare che attualmente non esiste. Ci vuol altro, a cominciare da una buona legge elettorale, che un duello per dare forma e vita ad un bipolarismo decente.    

   Da almeno trent’anni, la politica italiana è (stata) malamente personalizzata, con le caratteristiche personali, anche fisiche, dei dirigenti politici che fanno aggio sulle loro idee e proposte politiche spesso degne di nota per la miseria e il provincialismo dei contenuti. Un duello non può non esaltare i tratti fisici superficiali (faccine, sbuffi, ammiccamenti, battutine, interruzioni, armocromia e altre piacevolezze), con l’interpretazione affidati agli psicologi, sicuramente a tutto scapito dei contenuti. Dubitare che le duellanti si sarebbero impegnate a fondo nell’affrontare di petto le tematiche europee è più che lecito, assolutamente doveroso. Invece di essere un confronto ad alto contenuto politico e pedagogico, qualsiasi duello televisivo, è da tempo noto, finisce per acquisire inevitabilmente componenti teatrali e spettacolari, belle e brutte, comunque poco politiche nel senso nobile della parola, cioè relative alla vita nella polis, in questo caso l’Unione Europea.

Naturalmente, chi intende cambiare la politica italiana in senso presidenzialista, che significa attribuire grande potere politico-istituzionale ad una persona, ha coerentemente tutto l’interesse a promuovere e accettare duelli, praticati, ma non frequenti neppure nelle repubbliche presidenziali. Chi pensa che la politica democratica si costruisca e si perfezioni attraverso il coinvolgimento dell’elettorato, della cittadinanza nella ricerca e nella formulazione di decisioni collettive, non può che ritenere che qualsiasi duello fra persone sia inadeguato, talvolta controproducente, mai migliorativo. Quello che potrebbe gratificare gli ego personali, anche dei conduttori del duello, molto difficilmente giova alla crescita della politica democratica. Anzi, la squilibra.

Pubblicato il 18 maggio 2024 su Domani

La vera sfida è fra chi vuole più Europa e chi meno @DomaniGiornale

Più Europa vuole significare molte cose diverse, tutte utili, alcune urgenti e importanti, giustamente impegnative. Può anche essere un modo per presentare una lista e per fare campagna elettorale. Le elezioni europee non dovrebbero essere ridotte ad un duello televisivo del quale, francamente, chi crede che la politica, in particolare quella italiana, non abbia bisogno di personalismi, può profittevolmente fare a meno. Semmai, l’alternativa il 9 e 10 giugno è con maggiore nettezza rispetto a tutte le elezioni precedenti, proprio fra chi vuole più Europa, sì, anche decisamente nel senso federale, e chi vuole fare retrocedere l’Europa, esplicitamente i sovranisti di destra e, furbescamente, anche non pochi sovranisti che si autocollocano a sinistra. Le argomentazioni dei sovranisti sono meno Europa affinché le nazioni non perdano le loro identità e i loro, aggiunta mia, egoismi nazionalisti che non sono mai forieri di pace e neanche di prosperità poiché implicano conflitti/guerre commerciali, tariffarie et al.

Più Europa è quanto, seppure con remore e inadeguatezze, con retropensieri e timori, l’attuale maggioranza nel Parlamento europeo ha perseguito e spesso conseguito. Dovrebbero gli esponenti e i partiti di quella maggioranza rivendicare quanto fatto nel, da molti punti di vista, drammatico quinquennio 2019-2024. Sottolineare quello che è mancato risulta produttivo se non è soltanto pur benemerita assunzione di responsabilità, ma è proposta di come e su quali ambiti e terreni andare avanti. Certo, chi crede nella necessità di una difesa comune non dovrebbe candidare uomini e donne che Giovanni Sartori definiva “ciecopacisti”, ma chi a quella difesa crede e sa contribuire. La difesa comune è tematica che non deve affatto togliere attenzione e spazio ai problemi economici, alla competitività, ma anche alla sanità e alla tassazione e a tutto quello, ovvero molto di quanto argomentato nelle ricognizioni effettuate da due ex-capi di governo italiani: Enrico Letta e Mario Draghi, e relative proposte. Riconoscimento molto gratificante alle capacità e alle storie personali e professionali di due italiani che a più Europa credono e per più Europa hanno coerentemente lavorato.

Più Europa significa anche non solo prendere atto che un certo numero di paesi geograficamente europei desiderano fortemente entrare nell’Unione Europea attualmente esistente che ritengono di enorme aiuto alla loro democrazia e ai loro sistemi economici e sociali. Significa anche che la consapevolezza che la missione intrapresa dai fondatori di questa Europa, citerò Altiero Spinelli e Jean Monnet, insieme a Robert Schumann, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Paul-Henri Spaak, mirava all’unificazione politica dell’intero continente. Decenni dopo il Presidente francese François Mitterrand disse che la “sua” Europa andava dall’Atlantico agli Urali. Più Europa significa anche accogliere questa sfida.

Infine, la mia interpretazione di più Europa non si limita a, userò tre verbi suggestivi del linguaggio europeista di qualche tempo fa, ma a mio parere tuttora validi e pregnanti per indicare un percorso europeo: allargare, approfondire, accelerare nel difficile equilibrio che implicano. Significa anche che ciascuno Stato-membro dovrebbe diventare più europeo al suo interno. Meno spendaccione e un po’ frugale, ma c’è molto di più, ad esempio, combattere e ridurre la corruzione, grande male infettivo, e migliorare la qualità della sua democrazia anche guardando alle istituzioni e ai sistemi di partiti che funzionano meglio. In materia il provincialismo italiano nel dibattito sul premierato ha raggiunto livelli insopportabili, comunque derivanti da conoscenze comparate insufficienti, per l’appunto da meno Europa, malamente e colpevolmente meno europee.

Pubblicato il 15 maggio 2024 su Domani

Libertà di parola, arbitrio, censura, X: un caso non troppo personale @DomaniGiornale

Una ventina di giorni fa improvvisamente, che vuole anche dire senza nessun preavviso, aprendo il mio X (ex-Twitter) ho scoperto che il mio account: @GP_ArieteRosso, era stato sospeso. Non avrei più potuto postare nessun contenuto, “ritwittare”, scrivere “like”, creare un nuovo account. Nessuna motivazione del perché di questo veto, una vera censura, tranne l’accusa vaghissima, derivante da “una attenta valutazione”, di avere violato le regole d‘uso di X alle quali venivo rinviato. Nel caso pensassi ad un loro errore mi si concedeva di fare appello. L’ho fatto qualche giorno dopo. Da dieci giorni attendo una risposta che non arriva. Non arriva. Mi sono dedicato ad una lenta e attenta lettura dei comportamenti ritenuti inaccettabili che motivano, conducono e giustificano la sospensione. Li elenco: violenza verbale; promozione di attività violente e cariche di odio in tutte le varianti, razziale, religiosa, di genere, di età, di disabilità, di malattie gravi (?); sfruttamento sessuale minorile; condivisione di contenuti offensivi e istigazione a farlo; l’essere autore di “attacchi terroristici, estremistici violenti o violenti di massa”; incoraggiamento al suicidio. Nessuna notizia più precisa di quali fra questi ignobili comportamenti i miei cinguettii abbiano suggerito, sostenuto, sottoscritto, incoraggiato. Non vedo nessuna possibilità di difesa contro accuse che non sono chiaramente formulate e accompagnate da evidenze, ovvero dai tweet nei quali avrei violato le regole.

Non so per quanti anni sono stato presente su twitter né, impossibilitato ad accedervi, sono in grado di dire quanti post ho scritto, a quanti ho apposto “like”, quanti ne ho ripostato. Credo di avere una buona capacità di sintesi. Faccio ricorso a non poco sense of humor, “castigat ridendo mores”, fino al sarcasmo. Sicuramente, non rinuncio a prendere posizione, ma, tutte le volte che lo reputo necessario, motivo quanto scrivo e faccio gli opportuni rimandi alle fonti. Non sono un influencer, ma avevo circa 18 mila trecento followers, che ringrazio, un certo numero dei quali disposto a e capace di criticarmi, di chiedermi conto del detto, del non detto, del mal detto. Naturalmente, non mancavano gli “incursionisti”, per lo più poco originali, che facevano riferimento soprattutto al deterioramento mentale dovuto alla mia età e all’essere (stato) comunista (invece, nel bene e nel male, no). La variante di rosso che preferisco, limpidamente scritta anche nel mio profilo, è il granata. Qualcuno chiedeva che cosa avessi mai insegnato ai molti studenti di scienza politica nel corso della mia lunga carriera accademica. Facevo post anche in inglese e in spagnolo e in quegli idiomi rispondevo quando necessario e opportuno. Infine, postavo i miei impegni di conferenze e televisivi e i riferimenti agli articoli pubblicati, ovviamente anche quelli sul “Domani”, e qualche rara foto.

Fin dall’inizio ho bollato “l’operazione militare speciale” russa come l’aggressione del despota autoritario Putin al sistema politico democratico, certo non privo di problemi, dell’Ucraina. Ho criticato il papa stratega non equidistante quando tempo fa attribuì la responsabilità della guerra alla Nato accusata di avere “abbaiato” (verbo di Francesco) ai confini della Russia. Ho scritto che la distruzione dell’organizzazione terroristica Hamas è il prerequisito di qualsiasi soluzione che porti a due popoli due Stati. Ho spesso sottolineato che una vittoria di Trump avrebbe conseguenze devastanti per la democrazia non solo negli USA e per il già scosso ordine politico internazionale. Mi sono costantemente dichiarato europeista convinto, ma non cieco.       

 Mi è stato suggerito che il bando del mio account ad opera di X potrebbe essere stato sollecitato da un certo numero di putiniani (e sedicenti pacifisti), dai filopalestinesi, dai sovranisti. Qui sorge il problema più generale. Senza esagerare, poiché impedirmi di usare X non priva molte persone della libertà di essere informati, ma soltanto dell’opportunità di sapere come la pensa GP_ArieteRosso, il problema della libertà di espressione del pensiero si pone, eccome. C’è qualcuno che, a sua totale discrezionalità: come, quando, per tutto il tempo che vuole, ha il potere di togliere l’accesso ad una piattaforma a chi non gli piace. Scrivo queste parole nella giornata mondiale della libertà di stampa, su un quotidiano i cui giornalisti il governo fa tutto il possibile per intimidirli e quando Reporters sans frontières rende pubblico il rapporto che rileva che l’Italia è scesa di sei posti nella classifica relativa alla libertà di informazione: dal 40esimo al 46esimo posto.

   Qui ho posto un problema che va ben oltre il mio personale inconveniente. Concludo con le parole di Walter Cronkite (1916-2009), probabilmente il migliore, per equilibrio, efficacia narrativa, credibilità, degli anchormen USA: that’s the way it is, Saturday, May 4, 2024.

Pubblicato il 7 maggio 2024 su Domani

Il plebiscito è più di una truffa @DomaniGiornale

Qualcuno fra gli uomini e le donne in politica ha pensato che fare politica possa essere, sia anche, più di tutto, svolgere un’opera pedagogica: insegnare ai concittadini di tutte le generazioni come stare insieme perseguendo il bene comune, della patria e più. Questo bene non esiste a priori, ma viene definito sulla base dell’aggregazione delle preferenze che gli elettori e le elettrici esprimono di volta in volta anche come risposta all’offerta di programmi e scelte che i candidati e i partiti formulano per ottenere quei voti. Qui si innesta il circuito della accountability, cruciale, e intraducibile, espressione anglosassone: assunzione di responsabilità, in primis dei rappresentanti eletti e dei governanti. Quanto ai cittadini, al popolo che ha votato si renderà conto di non avere affatto sempre ragione, ma di avere sbagliato. Ne capirà le ragioni. Cambierà comportamento elettorale, dando una lezione a coloro che hanno attuato male, se non addirittura, tradito, più o meno consapevolmente, le loro promesse.

   Candidarsi ad una carica che già si sa che non si andrà ricoprire non è solo un inganno degli elettori (e non vale dire che gli elettori, comunque, mai tutti, già lo sanno). Soprattutto è una violazione del principio di responsabilità. Questi eletti e elette non risponderanno mai delle loro promesse. Non avranno nessun interesse a tenere i rapporti con il “loro” elettorato, meno che mai intraprenderanno un’attività pedagogica che risulterebbe profittevole anche per una migliore conoscenza della società in cui vivono, che vogliono rappresentare e governare. Ancora peggio, poi, quando il voto viene chiesto sulla propria persona. Non è un referendum. Tecnicamente, e le parole hanno un senso, è un plebiscito.

    Questa forma di consenso personalizzato all’estremo caratterizza la politica nei regimi autoritari. Nel rapporto elettorato (popolo) e leader (capo) è tipica di quasi tutti i regimi autoritari che abbiamo conosciuto, e conosceremo. Qualche volta il plebiscito è il modo con il quale il capo autoritario rafforza il suo potere, ma può anche perderlo. Augusto Pinochet, Cile 1988, docet. Qualche volta apre la strada all’autoritarismo, in seguito consolidato con procedure e pratiche istituzionali giustificate con esigenze di stabilità e efficacia che si ritiene, erroneamente, senza adeguata evidenza, non siano esaudibili dalle democrazie realmente esistenti, poco o nulla “decidenti”. Naturalmente, nessun plebiscito consente scambi di opinioni e offre la possibilità di apprendimento e di miglioramento della politica. Tutti i plebisciti, nelle loro limitate varianti, si configurano come il massimo di delega. Il leader che sostiene che ascolterà il popolo e ne attuerà le preferenze quasi avesse il dono, la grazia (carisma), di capirle in assenza di modalità di trasmissione oltre e altre rispetto al voto di investitura, e il popolo che, affidandosi alla persona plebiscitanda, butta alle ortiche qualsiasi sua responsabilità.

   Fuga dalla libertà scrisse il grande psicologo sociale Erich Fromm con riferimento ai comportamenti dei tedeschi che aprirono la strada al Führer negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Poiché in qua e in là nel mondo, ma anche in Europa, si manifestano spinte e tendenze di questo genere, sarebbe opportuno non sottovalutarle come elementi folcloristici, ma metterle in evidenza e farne risaltare le possibili conseguenze di riduzionismo della complessità della politica e di erosione non soltanto della qualità complessiva della democrazia, ma di alcune sue componenti essenziali, a cominciare dall’accountability, dalla responsabilizzazione dei governanti-rappresentanti e della cittadinanza, troppo spesso definita positivamente società civile. Si potrebbe cominciare con una narrazione appropriata di quello che sono e potrebbero essere per la democrazia italiana (e non solo) le elezioni del Parlamento europeo.

Pubblicato il 1° maggio 2024 su Domani

I grandi temi UE cancellati dalle beghe di Bari @DomaniGiornale

A meno di due mesi dalle elezioni per il Parlamento europeo, il dibattito politico e culturale italiano ruota per lo più intorno a alcune logore tematiche di assoluto provincialismo. Riemerge sotto mutate, un po’ farsesche, spoglie la questione morale sulla quale Bari e Torino infliggono/infliggerebbero un colpo decisivo (?) alla superiorità morale della sinistra. Ma la questione morale in politica non è mai stata unicamente pensabile come “non rubare”. Attiene alle modalità di rapporti fra politica e società; al nepotismo (amichettismo?); al controllo vizioso e alla manipolazione delle fonti e dei mezzi di informazione; al maltrattamento in più forme dei cittadini ad opera del potere politico, non solo di governo. Se no, non è questione morale. Semplicemente è questione giudiziaria. Nella misura in cui la questione giudiziaria riguarda la politica e i politici, l’eventuale superiorità sta nella rapidità e nella limpidità della risposta. Nessuna accettazione di comportamenti al limite; nessun rinvio alle calende greche. Passi indietro o di fianco e sospensioni dall’attività istituzionale e politica. Nessun garantismo peloso.

A porre fine all’egemonia culturale della sinistra stanno cooperando in molti i cui meriti culturali pregressi francamente mi sfuggono e i cui obiettivi culturali mi paiono confusi, anche perché la mia concezione di cultura è assolutamente poco nazional-patriottica (ahi, dovevo forse scrivere “nazional-popolare” e citare quel monumento di egemonia della sinistra che è il Festival della canzone italiana di Sanremo?). Non vedo, peraltro, l’irresistibile ascesa della cultura di destra nonostante la promozione di alcuni dei suoi pochi rappresentanti a ospiti frequenti dei talk show da mane a sera. Sfondamenti culturali di destra non ne sono stati fatti; prestigiosi premi internazionali non ne sono stati vinti. Non ho finora neanche visto un serio confronto culturale fra gli esponenti dell’egemonia tristemente declinante e quelli dell’egemonia ascendente, arrembante. Se con cultura intendiamo, come dovremmo, anche tutto quanto attiene alla vita e alla morte, temo l’ascesa di una cultura che nega qualsiasi libertà di scelta. Deleteria sarebbe qualsiasi egemonia “culturale” religiosa. Preoccupanti sono gli “intellettuali” di sinistra che per mostrarsi superiori lodano parole e scelte dei papi di turno. Talvolta, sembra che sia venuta meno non tanto l’egemonia, ma la fede (oops, fiducia) nella ragione.

Risollevare il dibattito e metterlo su binari culturali e politici produttivi è possibile aprendo gli occhi e le orecchie a quel che si discute e si decide nell’Unione Europea, non derubricando come non vincolante il voto a larga maggioranza per l’inserimento dell’interruzione della gravidanza nella Carta dei diritti dell’UE, ma confrontandovisi. C’è un tempo per le polemichette di parrocchia e un tempo per i dibattiti e le scelte che riguardano più di 400 milioni di abitanti nell’Unione Europea. Il tempo è quello della campagna per l’elezione del Parlamento europeo, l’istituzione che rappresenta con crescente efficacia le nostre preferenze e i nostri interessi, ma anche le nostre aspettative e i nostri valori. Farvisi eleggere con l’obiettivo di limitarne i poteri e ridurne le competenze è operazione sovranista, legittima, ma deliberatamente non “europeista”. Poiché le idee e anche i valori camminano sulle gambe degli uomini e, anche (!), delle donne, è giusto che le candidature, esperienza, competenza, opportunità, siano oggetto di discussione. Non debbono, però, impedire o addirittura cancellare il confronto su quale Europa vorremmo nei prossimi cinque importantissimi anni. La mia sintesi è semplicissima: una Europa luogo di diritti e di democrazia, di diversità e di accoglienza, capace di difendersi. Sono sicuro che gli ex-egemoni e gli aspiranti egemoni declineranno splendide risposte europee, politiche e culturali, alle sfide che incombono. Il tempo è questo.

Pubblicato il 17 aprile 2024 su Domani

Le democrazie sono più resilienti di quanto si racconta @DomaniGiornale

Tra il fintamente rattristato e il gongolante compiacimento –l’avevano detto loro, da tempo—molti commentatori e non pochi studiosi continuano ad affermare che la democrazia è in crisi. I regimi autoritari, militari, non-democratici sono più numerosi di quelli democratici; la popolazione del mondo che vive in democrazia/e è percentualmente inferiore a quella oppressa dalla mancanza di democrazia. Da tempo, dovremmo mettere in discussione queste interpretazioni, cominciando con una precisazione concettuale della massima importanza. Un conto è la crisi della democrazia in quanto quadro di diritti, regole e istituzioni. Un conto molto molto diverso sono le difficoltà, gli inconvenienti, i problemi di funzionamento delle democrazie realmente esistenti.

    Dappertutto nel mondo le opposizioni/gli oppositori dei regimi non-democratici li sfidano proprio in nome della democrazia nella sua versione occidentale da tempo diventata universale e alla quale nessuno ha saputo elaborare visioni alternative. Quanto alle democrazie realmente esistenti non c’è dubbio che sempre incontrino difficoltà nel loro funzionamento, scoprano inconvenienti, debbano risolvere problemi, siano “imperfette” (flawed nel lessico del Democracy Index dell’autorevole, ma nient’affatto impeccabile, rapporto dell“Economist”). Proprio da quel rapporto è facile vedere alcune tendenze che servono a meglio comprendere le dinamiche della/e democrazia/e negli ultimi vent’anni circa. Nessuno dei venticinque paesi considerati democrazie senza pecche e senza falle è retrocesso. Nessuno ha perso la sua democrazia. Un solo paese è caduto fra le non-democrazie: il Venezuela. Con tutte le riserve che giustamente nutriamo sull’Ungheria di Orbán, il Democracy Index la colloca al 50esimo posto fra i regimi ancora democratici per quanto piuttosto fallati.

Troppi commentatori senza studi e senza fantasia ripetono che la/e democrazia/e sono regimi fragili e le contrappongono agli autoritarismi che, invece, sarebbero solidi. Non è così. Le democrazie sono regimi complessi e flessibili. Gli autoritarismi sono relativamente semplici, basati sul potere personale del leader, su un partito, su un’organizzazione militare, e rigidi. Cadono, ma sono sostituibili da altri assetti basati su una diversa struttura senza nessuna democratizzazione. La complessità delle democrazie significa che più elementi possono cambiare e che il pluralismo implica la possibilità di apprendimento. Le procedure che più si prestano ad imparare e a dare lezioni sono quelle elettorali, nelle quali, persino se in qualche modo manipolate, il “popolo”, i cittadini hanno la possibilità di esprimere le loro preferenze.

   Difficile dire se quanto fatto dall’opposizione russa in termini di denuncia della non-libertà delle elezioni presidenziali abbia raggiunto e sensibilizzato settori consistenti dell’opinione pubblica. Qualche tempo prima il governo polacco di centro-destra aveva perso le elezioni. A sua volta, l’opposizione turca al Presidente Erdogan ha qualche giorno fa vinto le elezioni municipali in buona, forse maggioritaria, parte del paese, ponendo le premesse per una possibile vittoria su scala nazionale. In Senegal le elezioni presidenziali sono state vinte dal candidato dell’opposizione democratica. Insomma, i segnali democratici, pure nel tempo buio di questo mondo, si moltiplicano. Dovrebbero essere valorizzati sia sperando nel contagio democratico, possibile in Africa, sia favorendo effetti di imitazione, quel che è stato possibile in Polonia può diventarlo in Ungheria, dove, fra l’altro, il sindaco di Budapest già è un esponente dell’opposizione al partito di governo.

Talvolta, anche le democrazie subiscono la sfida dei tempi e delle intemperie politiche, sociali, internazionali. Tuttavia, i loro assetti istituzionali, le loro regole e procedure elettorali, la possibilità di competizione politica consentono di evitare il degrado e di sfuggire al collasso. Possono temporaneamente perdere in qualità, ma rimangono in grado di rimbalzare. Altri esempi seguiranno.    

Pubblicato il 3 aprile 2024 su Domani

Nel mondo che brucia la UE deve essere bussola @DomaniGiornale

Quello che è particolarmente preoccupante in questa fase della storia del mondo è che vediamo l’accumularsi di problemi molto diversi fra loro, prodotti da condizioni diverse in luoghi diversi per i quali molte parte indicano una pluralità di responsabili. Intravvediamo qualche complicato emergere di soluzioni che rimangono conflittuali e non trovano l’approvazione delle parti in causa. Rincorriamo qualche novità, qualche volta esagerandola, che nel migliore dei casi apre spiragli che non lasciano intravedere una strategia abbozzata almeno nelle sue linee generali. Non si può e non si deve chiedere agli ucraini di alzare bandiera bianca, ma nessuno, tranne forse la Cina, è in grado di chiedere a Putin di porre fine al conflitto. La Cina è seduta lungo il corso di un fiume dove pensa, forse spera, magari progetta di vedere “passare” Taiwan, mentre la sua economia non cresce più, ma aumenta la repressione a Hong Kong. Appena riconsacrato, Putin che, come tutti gli autocrati, fonda il suo potere anche sulla promessa di ordine e sicurezza (più una rilanciata grandezza) vede la sua capitale ferita da un attacco terroristico con gravissime conseguenze.

La sua ricerca di un capro espiatorio nell’Ucraina come mandante non sembra funzionare, ma probabilmente ha finora impedito che gli venga chiesto conto, da un circolo ristretto che mantiene un po’ di potere intorno a lui, dell’avere ignorato la tempestiva segnalazione dell’intelligence USA di un attacco terroristico. La reazione israeliana all’aggressione di Hamas del 7 ottobre continua mirando a ripulire dalla presenza di terroristi i cunicoli di Gaza la cui lunghezza è stata stimata fra le 300 e le 500 miglia. Repressione e oppressione senza soluzione hanno conseguenze imprevedibili, ma non risolutive. L’aumento dell’antisemitismo è tanto inquietante quanto accertato, ma rimane deprecabile.

Il Presidente Biden, giustamente e comprensibilmente teme che una parte non trascurabile dell’elettorato islamico USA finora orientato a favore dei Democratici, lo possa abbandonare decretandone la sconfitta in due/tre stati chiave in bilico e riportando alla Casa Bianca Donald Trump, certamente non un negoziatore non un pacificatore. L’astensione USA sul voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a favore del cessate il fuoco è un messaggio sia a quell’elettorato sia ad Israele, ma il suo impatto non va oltre il breve termine se non sarà accompagnato da veri e propri negoziati per i quali nessuno finora ha indicato le modalità iniziali e una prospettiva plausibile. Israele sembra opporsi alla soluzione dei due Stati, comunque difficilissima da tradurre in pratica senza la totale smilitarizzazione di Hamas. Nel variegato mondo dei paesi arabi peraltro non si vede grande entusiasmo per la formazione di uno stato palestinese. In questo panorama complesso caratterizzato da opzioni diverse 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea andranno a votare per l’istituzione democratica, l’Europarlamento che ne rappresenterà e esprimerà per cinque anni le preferenze, le aspettative, anche gli interessi. Senza compiacermi di nessuna critica moralista/buonista, ritengo che sia non soltanto logico, ma assolutamente opportuno che la grandi famiglie politiche europee, preso atto dello stato del mondo, dei due gravi conflitti ai suoi confini, della persistenza del terrorismo di matrice islamica, procedano ad una diagnosi approfondita e suggeriscano soluzioni alle quali saranno gli europei stessi a contribuire. Sicurezza reciproca, ricostruzione materiale, ma anche di rapporti, visione di un futuro di autonomia ma anche di cooperazione: per tutto questo vale la pena di impegnarsi, sempre. Se non ora, quando?

Pubblicato il 27 marzo 2024 su Domani