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Apologia del (vero) liberalismo. Così le istituzioni proteggono i diritti @DomaniGiornale

Il problema non è il neo-liberalismo (troppo spesso identificato con ricette economiche meglio definibili come neo-conservatrici). Il problema sono i sedicenti liberali che parlano di qualcosa che non conoscono. Per molti di loro, essere liberali significa porsi contro la sinistra in qualsiasi versione si presenti. Per molti di loro, soltanto i liberali possono scrivere e discutere di liberalismo. Dissento verticalmente e qui argomenterò, inevitabilmente a grandi, ma credo sufficienti, linee, perché e come.

Ricostruisco il liberalismo al quale sono stato esposto come studente da Norberto Bobbio, Luigi Firpo (docente di Storia delle dottrine politiche a Torino), Nicola Matteucci e Giovanni Sartori. Poi, sì, grazie a loro, ho letto molti altri libri importanti. A richiesta ne provvederò i riferimenti bibliografici. All’origine di tutto voglio porre tre essenziali principi derivati dagli scritti del sicuramente liberale John Locke (1632-1704), nell’ordine: libertà, vita, proprietà. Senza libertà non c’è vita degna di essere vissuta. Proteggere la vita non consiste unicamente nel garantire le condizioni minime di esistenza, grazie alla proprietà di alcune risorse, ma significa opporsi a qualsiasi ingerenza fisica a cominciare dalla tortura. Tre secoli dopo Locke, l’eminente filosofa politica ebrea nata in Lettonia Judith Shklar (1928-1992) denunciò la crudeltà come il peggior vizio illiberale. Concordo e mentre rimando ad una valutazione complessiva del suo importantissimo lavoro contenuta nel volume curato da Bernard Yack, Liberalism without Illusions: Essays on Liberal Theory and the Political Vision of Judith N. Shklar (University of Chicago Press, 1996), attendo di sentire l’opinione e dei (no, non scrivo più “sedicenti”) liberali italiani.

Stabiliti quei principi tuttora irrinunciabili, dunque, liberale non è mai colui che attenta, fatto salvo un discorso su come sia stata acquisita, alla proprietà delle persone, il liberalismo non esce come Minerva dalla testa di Giove. Si dipana, invece, gradualmente, da un lato, sul versante delle istituzioni, dall’altro, sul versante dei diritti, con la precedenza delle prime, troppo spesso trascurate dai liberali contemporanei, sui secondi. Strappare al re il potere giudiziario e il potere legislativo è quanto suggerisce Montesquieu nel suo De l’esprit des lois (1748), l’inizio della separazione/separatezza delle istituzioni. Il Re d’Inghilterra resisterà strenuamente, ma i coloni americani indipendentisti (1776) fecero delle istituzioni separate l’asse portante del loro presidenzialismo. Quelle istituzioni erano separate come origine anche elettorale, ogni 2 anni i Rappresentanti e un terzo dei Senatori, ogni 4 anni il Presidente, ma condividevano i poteri. Il Senato interviene nelle nomine presidenziali, persino dei Ministri (Segretari) e, ancor più significativamente, dei giudici della Corte Suprema nominati dal Presidente. Quei giudici possono fare decadere le leggi approvate dal Congresso e firmate dal Presidente che, peraltro, può porre il suo veto per lo più vincente su leggi sgradite.

Le istituzioni USA, hanno sostenuto alcuni studiosi recenti, non si limitano a condividere (sharing) i poteri fino ad una situazione di “governo diviso” (stallo e/o ingovernabilità) pur preferibile ad una Presidenza onnipotente, “arrogante” nelle parole del Sen. William Fulbright, “imperiale” nell’analisi dello storico Arthur Schlesinger Jr, ma sono entrati in una nociva, costante competizione per strapparli a proprio favore.

Qui si inserisce il secondo elemento istituzionale/costituzionale eminentemente liberale: checks and balances. Nessuna istituzione deve mai trovarsi in condizione di prevaricare sulle altre e nessuna di essere “prevaricata”. Freni e contrappesi sono meccanismi delicati costantemente bersagli di battaglie politiche e culturali. Coloro che ottengono attraverso elezioni libere, eque (fair), periodiche (qui l’importanza di buone leggi elettorali) e occupano cariche politiche debbono rispondere dei loro comportamenti agli elettori: accountability. Non è solo l’obbligo di accettare le proprie responsabilità e rendere conto di quanto fatto, non fatto, fatto male. L’accountability è la virtù liberaldemocratica per eccellenza, totalmente coerente con l’assenza di qualsiasi vincolo al mandato (art. 67 della Costituzione italiana) e sostanzialmente incompatibile con limiti temporali imposti ai mandati, misura di chiaro stampo populista.

Espressione del potere e delle preferenze dei cittadini, le istituzioni liberali proteggono e promuovono i diritti. Sancite la libertà di parola e opinione e libere elezioni, il Bill of Rights inglese del 1689 è tutto focalizzato sui rapporti istituzionali fra Re e Parlamento e sui rispettivi poteri. Cent’anni dopo la Costituzione USA è un documento tutto istituzionale. Nel 1791, il Bill of Rights USA entrò a farne parte integrante in qualità di primo emendamento. I diritti liberali sono di due tipi, civili e politici. Libertà di parola, di opinione, di stampa, di culto, di associazione e di movimento sono diritti civili essenziali. Votare e essere votati, costruire organizzazioni politiche e partecipare alla politica in varie forme attraverso tentativi di influenzare i detentori del potere politico con proteste e movimenti sono tutti diritti politici. Una società che riesce a esprimersi secondo queste modalità è, ricorrendo agli aggettivi frequentemente usati nel lessico politico/logico USA, “robusta e vibrante”. Poiché la competizione pluralista fra idee, proposte, soluzioni è quanto il liberalismo auspica, considera importante, ‘impegna a garantire quella società è definibile liberale. La competizione, non l’eguaglianza, è il suo tratto distintivo.

   L’unica eguaglianza indispensabile e caratterizzante del liberalismo è quella davanti alla legge. La diseguaglianza intollerabile dal liberalismo è quella che deriva dall’uso del denaro per conquistare il potere politico. Il principio “una persona un voto” è eguaglianza politica liberale. Il conflitto di interessi fra le attività e le risorse economiche personali e l’esercizio di cariche pubbliche è la ferita più profonda inferta alla concezione e alla pratica dello Stato liberale.

   Non sta nella concezione dello Stato liberale il terzo insieme di diritti, quelli sociali: istruzione, salute, lavoro, pensione. Nulla osta che, come scrisse il grande sociologo inglese T.H Marshall già nel 1950: Citizenship and Social Class, a quei diritti si possa pervenire. Sono diritti caratterizzanti le esperienze e le politiche socialdemocratiche, ma non per questo incompatibili con lo Stato liberale e dai liberali rigettati. Al contrario, rispetto ai diritti sociali le differenze fra liberali e socialdemocratici non stanno affatto nell’importanza attribuita a quei diritti, ma nelle modalità con le quali perseguirli. I socialdemocratici affidano il compito prevalentemente allo Stato e alle sue istituzioni. I liberali pensano che debbano essere i cittadini attraverso la libera competizione politica a stabilire, fatta salva una rete di sicurezza, se, come e quanto investire in istruzione e sanità, in lavoro e pensioni. Da questo punto di vista gli Stati Uniti sono molto più liberali della Gran Bretagna. Prova ne è che la riforma sanitaria di Obama è stata bollata come socialista, mentre il sistema scolastico viene fortemente criticato per la sua produzione e riproduzione di enormi diseguaglianze e privilegi.

   Se l’assenza di qualsiasi intervento sostitutivo o correttivo o di indirizzo ad opera dello Stato che neghi la prospettiva formulata da John Maynard Keynes per l’economia e non la voglia/sappia estendere ai settori istruzione, sanità, lavoro è definibile come neo-liberalismo, allora la sua distanza dal pensiero liberale classico è, se non incolmabile, certamente considerevole. Ma, pur esigenti, non buoni/sti come troppi, questa volta la qualifica sedicenti merita di tornare, liberali italiani si compiacciono di essere, i liberali degni di questo nome non sono crudeli e una competizione politica ben regolata continua a promettere e spesso a conseguire esiti apprezzabili.

Pubblicato il 10 agosto 2023 su Domani

Orbán, Trump e Vox. La democrazia va protetta con l’impegno pedagogico @DomaniGiornale

Quando nel 1993 Fukuyama pubblicò il suo libro La fine della storia e l’ultimo uomo, nel quale, a beneficio di chi non l’ha mai letto, ricorderò che annunciava la vittoria definitiva delle liberaldemocrazie, delle visioni ideali e degli stili di vita sul comunismo, non pensava certamente ai problemi che quelle liberaldemocrazie avrebbero dovuto affrontare. Intratteneva una visione non ingenua, ma relativamente ottimista. Era consapevole della presenza del fondamentalismo, oggi, forse direbbe fondamentalismi al plurale, meno attento alla dinamica politico-culturale interna delle liberaldemocrazie.  Anche se, contrariamente a troppe affermazioni di male informati profeti di sventure sulla crisi/morte delle democrazie, nessuna è crollata, tranne quella del Venezuela già su piedi d’argilla, mentre Orbán spinge nell’illiberalismo l’Ungheria, oggi vediamo insieme all’autore di una possente ricostruzione storica delle modalità di affermazione dell’ordine politico, alcune grandi sfide antidemocratiche. Sono sfide politiche, istituzionali, ma soprattutto culturali. Il caso italiano ne offre un esempio.

Ascolto critiche incentrate sulla inadeguatezza, addirittura mancanza della classe dirigente, un argomento che mi pare degno di approfondimenti a tutto campo senza preconcetti. Sento anche da ambienti che si considerano vicini alla sinistra (ex apologeti del nazista Carl Schmitt) proposte di democrazia decidente (attendo inviti agli autoritarismi dialoganti). Qualcuno, più decisionista di altri, anticipa addirittura quanto Giorgia Meloni dovrebbe proporre come riforma costituzionale. Infine, vedo pullulare in regimi democratici che hanno riscosso grandi e duraturi successi liste, partiti, idee di destra che sembravano non avere più seguito e neppure cittadinanza. I “Veri Finlandesi”?, i “Democratici Svedesi”? in due grandi democrazie a lungo governate con benefici diffusi per tutti da partiti socialdemocratici sono entrati nei rispettivi parlamenti e addirittura sono indispensabili per la coalizione di governo. Fuori dal nazismo e fuori dal franchismo, Germania e Spagna hanno dato vita e sostanza a democrazie di successo. Eppure, in Germania Alternative für Deutschland ha molti voti e dà rappresentanza politica a molti elettori. In Spagna non è ancora escluso che Vox, che tanto piace a Giorgia Meloni, riesca a diventare determinante per la formazione del prossimo governo. Mi inquieto al solo pensiero che Donald Trump, che tutti i sondaggi danno molto competitivo, finisca per tornare alla Casa Bianca con conseguenze che sarebbero devastanti per tutte le liberaldemocrazie esistenti e per coloro che vorrebbero crearne nei loro paesi.

Quale fattore può spiegare casi che sembrano così diversi fra loro, con molti americani che non hanno mai smesso di considerarsi “eccezionali”? Chiaro che nessuna spiegazione monofattoriale è mai totalmente adeguata e convincente. Tuttavia, sono giunto alla individuazione di un fattore predominante. In tempi diversi e con modi diversi i governanti democratici, compiaciuti dei loro successi politici, istituzionali, economici hanno cessato qualsiasi attività di insegnamento della politica democratica, dei principi e dei valori della società aperta. Anzi, proprio in nome della libertà di competizione politica e culturale non hanno saputo/voluto opporre le loro idee a quelle in parte comuni in parte specifiche alle singole esperienze storiche che venivano espresse in maniera talora folcloristica talora anche violenta dalle destre. Soltanto l’impegno pedagogico culturale, qui e ora, senza speciose neutralità, sulla superiorità dei valori universali democratici può salvare le democrazie realmente esistenti, la democrazia che abbiamo e quella che vorremmo.

Pubblicato il 9 agosto 2023 su Domani

I veri patrioti sono i cittadini che pagano le tasse @DomaniGiornale

La Magna Charta (1215) fu, fra l’altro, il tentativo riuscito dei Lords di imporre al re d’Inghilterra di consultarli se voleva il loro assenso e i loro soldi per finanziare sue attività, le sue guerre. Fu l’inizio della tassazione concordata fra il potere politico e i cittadini più eminenti, proprietari di castelli e di terre. cinque secoli dopo, dal 1765 in poi, alle origini delle democrazie anglosassoni, furono i coloni americani a ribellarsi al re d’Inghilterra al grido di “no taxation without representation”. Le tasse saranno pagate soltanto se decise da assemblee rappresentative elettive. Nacque o, meglio, si palesò il legame fra i cittadini e i governanti. Da allora è possibile sostenere che pagare le tasse è quello che fanno i buoni cittadini, i patrioti. Sono loro che danno mandato ai rappresentanti di formulare le decisioni con le quali esigere quante tasse, per quali obiettivi, con quali modalità. Sono decisioni importanti soprattutto perché quelle tasse servono allo Stato, al potere politico, per soddisfare alcuni compiti fondamentali fra i quali la sicurezza interna e la difesa dei sacri confini della patria.

    Nel corso del tempo la sicurezza interna è stata vista in una luce più ampia. Può essere effettivamente garantita al meglio quando tutti i cittadini godono di un minimo di risorse per vivere in maniera dignitosa, quando dispongono delle opportunità di perseguire i loro progetti di vita. In maniera molto diversificata, con tempi e modi peculiari, attinenti alle differenti concezioni dell’uomo e del mondo, un po’ dappertutto una parte notevole di tasse anche elevate è stata destinata alla costruzione, al mantenimento, all’estensione delle politiche sociali e assistenziali. I cittadini pagano quelle tasse sapendo che lo Stato le utilizzerà secondo le sue capacità per migliorare la vita dei suoi cittadini. Dal canto loro, i cittadini sanno che con il loro voto potranno cambiare quelle destinazioni. Soprattutto, hanno imparato che essere buoni cittadini significa in misura notevole pagare le tasse che consentono allo Stato di difendere le loro condizioni e di aiutare chi è in condizioni disagiate, i compatrioti e non solo.

Pagare le tasse forse non è, come sostenne Tommaso Padoa-Schioppa, “bello”, ma è giusto e patriottico. Laddove tutti pagano le tasse, chi più ha più paga, e vengono rispettati i due principi fondamentali della società giusta: universalità e progressività, si trova una democrazia robusta e vibrante. Eccezioni, elusioni, evasioni segnalano tre fenomeni molto gravi. Da un lato, sta l’incapacità dello Stato di riscuotere le tasse. Dall’altro, stanno le decisioni dei detentori del potere politico di favorire alcuni gruppi, per una molteplicità di ragioni particolaristiche, a scapito di altri, con clientelismo e spesso corruzione. Dall’altro ancora stanno cittadini egoisti, profittatori, parassiti che godono dei beni comuni senza contribuire al loro finanziamento. Da tempo immemorabile, ma questa non è un’attenuante, l’elevato tasso di evasione fiscale è il maggiore problema italiano collegato alla corruzione e ai privilegi che consentono agli evasori di fruire dei beni collettivi finanziati dai contribuenti onesti. La soluzione non è mai quella di condonare il passato, cattiva lezione che influenza il futuro, né quella di moltiplicare le leggi fiscali e le modalità di pagamento. Plurimae leges corruptissima Republica. La battaglia per la società giusta passa per l’educazione politica, sociale, economica, culturale dei cittadini. Il resto è fuffa, truffa.

Pubblicato il 2 agosto 2023 su Domani

“Yo soy europeo”, lo slogan del Pd da urlare contro quello di Meloni @DomaniGiornale

Giorgia Meloni non ha appoggiato il cavallo sbagliato. Fin dal suo truculento comizio :”Yo soy Giorgia”, Vox è il suo cavallo preferito. Con coerenza vi ha puntato molto, ma ha perso. Ieri in Spagna, domani in Polonia: in democrazia si vota regolarmente. Gli elettori capiscono quale è la posta in gioco e, pur talvolta sbagliando le loro valutazioni, sanno cosa vogliono e scelgono il partito/leader che promette in maniera più credibile. Gli elettori spagnoli hanno preferito i Popolari a Vox e li hanno premiati forse per l’annuncio che non avrebbero governato con Vox anche perchè sanno quanto importante è l’Unione Europea per il benessere del loro paese. Il segnale è chiarissimo.

La linea dirimente nelle elezioni del prossimo Parlamento europeo, giugno 2024, passa proprio là dove i Popolari vengono sfidati dai sovranisti della destra estrema. Dalla tenuta dei Popolari e dalla sconfitta degli estremisti del sovranismo politico, nazionale (patriottico?), culturale dipende il futuro dell’Unione Europea. Meloni ha ingaggiato una battaglia “europea” a tutto campo, mirando ad aggregare anche Orbàn e Mazowiecki, perchè è consapevole che il successo tanto delle sue politiche sovraniste quanto delle sue politiche identitarie dipenderanno dalla distribuzione del potere politico nel prossimo Parlamento europee e, di conseguenza, dalla composizione della prossima Commissione europea. Incidentalmente, non sono (ancora) convinto che per tenere “agganciati” i Popolari si debba fin d’ora prospettare la continuità di Ursula von der Leyen. Secondo gruppo dell’attuale parlamento europeo, i Socialisti e Democratici sembrano combattere di rimessa. A me pare, invece, che la strategia che ha pagato è stata quella del socialista Pedro Sanchez: riforme, anche identitarie, in patria (!) e sicuro aggancio con l’Unione Europea, lui stesso attualmente Presidente di turno nel semestre europeo.     Non so dalla tribuna di quale partito affiliato Elly Schlein dovrebbe esprimere in maniera profilata e affilata le sue preferenze politiche e posizioni europeiste. Sono convinto, però, che il Partito Democratico dovrebbe accentuare regolarmente il suo effettivo europeismo. Più di due terzi degli Stati membri dell’Unione hanno il salario minimo (e forti contrattazioni collettive), mediamente superiore ai 9 euro all’ora. Più di due terzi di quegli Stati hanno una legislazione efficace nei confronti della corruzione politica. Alcuni di loro si sono variamente e ripetutamente espressi a favore di una Unione a più velocità nella quale l’Italia potrebbe fare significativi progressi. La critica propositiva alle difficoltà del governo Meloni nell’attuazione del PNRR è doverosa. Collegare quello che in Europa si può fare o già si sta facendo servirebbe anche a coordinare e migliorare la qualità dell’opposizione in Italia. Chi ne sa di più parli.

Pubblicato il 26 luglio 2023 su Domani

Gli equilibrismi della premier tra l’Europa e i sovranisti @DomaniGiornale

Doveroso preoccuparsi giorno dopo giorno di quello che il governo e i suoi ministri fanno (“riforma” della Giustizia) e, ancor più, non fanno (PNRR) o hanno fatto (conflitti di interesse). Importante è, non solo contrastare, ma proporre. L’esempio migliore della proposta è il salario minimo garantito. Offre il segnale della convergenza delle opposizioni, ma potrebbe essere meglio argomentato e sostenuto, ad esempio, con riferimento a quanto c’è negli altri Stati-membri dell’Unione, anche in quelli nei quali i sindacati hanno dimostrato forte capacità di contrattazione collettiva. Che sia una proposta tanto significativa quanto imbarazzante per il governo è dimostrato dal fatto che il centro-destra cerchi di sopprimerla senza neppure discuterla nel merito. Sopprimere una tematica costituisce una delle varianti della strategia complessiva della Presidente del Consiglio. Ai ministri è consentito esprimere loro posizioni, ma se sono controverse e appaiono sgradite, immediatamente vengono etichettate e derubricate come non facenti parte del programma di governo per l’attuazione del quale gli elettori avrebbero espresso un mandato.

   Questa falsa narrazione, che non è sufficientemente contrastata dalle opposizioni, serve a Giorgia Meloni per bloccare qualche eccesso, ad esempio, la ventilata abolizione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Avendo definito “pizzo di Stato” quanto debbono pagare i commercianti evasori (il precedente illustre è il berlusconiano dovere morale di evadere le tasse troppo, a giudizio di chi?, alte), Meloni può non avere gradito la “pace fiscale” (scurdammece ‘o passato) proposta dal ministro Salvini, ma ha lasciato cadere. Probabilmente, ha anche lasciato cadere la Ministra Santanchè. Sarebbe un bell’esempio che ci sono limiti all’uso disinvolto dei rapporti di potere.

   Nulla di tutto questo, comunque, lo confermano i sondaggi, incrina il livello di gradimento suo personale e del governo che dipende anche e molto dalla sua presenza e attivismo sulla scena europea e internazionale. Certo, le photo opportunities con Macron, Ursula von der Leyen, Erdogan, Sunak, prossimamente Biden, e altre future, dell’underdog venuta dalla Garbatella, sono molto gratificanti. Sbagliano coloro che le criticano come un diversivo, un transfert freudiano su un terreno nel quale la visibilità di Giorgia Meloni quasi cancella i suoi problemi italiani. C’è, invece, una strategia: presentarsi nella misura del possibile, che non è piccola, come una player propositiva (il piano Mattei), affidabile in quanto solidamente atlantica e sostenitrice dell’Ucraina. Qualche scivolata per l’apprezzamento espresso a coloro che difendono gli interessi nazionale è del tutto funzionale al disegno di guidare i Conservatori e Riformisti a diventare alleato numericamente cruciale per i Popolari e una nuova maggioranza a Bruxelles. Opposizioni cieche e afone la aiutano.

Pubblicato il 19 luglio 2023 su Domani

L’imbarazzo di una destra rimasta senza classe dirigente @DomaniGiornale

Una classe dirigente è davvero tale quando i suoi esponenti non soltanto sono convinti di avere le capacità e le competenze per occupare cariche importanti, ma riconoscono che anche altri nel loro partito/coalizione saprebbero fare altrettanto bene. A sua volta, il ristretto gruppo dirigente e il/la leader sanno che i collaboratori di vertice, ministri, sottosegretari et al. non obietteranno all’eventuale sostituzione per non imbarazzare partito e leader, certi che alla prima occasione buona saranno recuperati. Aggrapparsi con le unghie e con i denti alle cariche è, da un lato, un segno di debolezza, di sfiducia in se stessi/e, ma anche nel/la leader, dall’altro è imbarazzante per la leader obbligata a scegliere fra la lealtà personale e politica (ai limiti dell’omertà) e la coesione dell’organizzazione partitica.

   Sono davvero così pochi e di rango inferiore gli esponenti di Fratelli d’Italia in grado di sostituire il Ministro Santanché e il sottosegretario Delmastro Delle Vedove? La loro sostituzione indebolirebbe Giorgia Meloni poiché in Fratelli d’Italia, come in altri partiti italiani (e no) esistono situazioni nelle quali, ad esempio, Milano, dove i voti e il consenso, come ha scritto Giulia Merlo, ruotano attorno al Presidente La Russa e al Ministro Santanché? Naturalmente, è comprensibile che la Presidente del Consiglio non sia disposta a concedere alle opposizioni di fare dimettere Santanchè. Proprio per questo è lecito attendersi dalla Ministra una nobile (sic) dichiarazione di dimissioni accompagnata dalla ri-rivendicazione dell’estraneità ai fatti e ai comportamenti che le sono attribuiti.

Se la classe dirigente della destra mostra limiti numerici/quantitativi, non meglio sembra procedere il tentativo di costruire la sua egemonia culturale. I suoi intellettuali di riferimento, scrittori, critici d’arte, giornalisti, hanno finora fatto notizia non per mirabolanti, straordinarie, innovative imprese culturali, ma per scurrilità, improvvisazioni, maschilismo, proprio mancanza di cultura. L’improvvisa visibilità non ha giovato all’autocontrollo che dovrebbe essere patrimonio degli intellettuali. Fermo restando che in democrazia l’egemonia culturale comincia dalla Costituzione, le sue clausole, le sue interpretazioni, che si affermi oppure no e esista dipende dal suo trascendere i confini nazionali.

    Sono gli intellettuali degli altri paesi, gli organizzatori culturali, le case editrici, i direttori di musei e orchestre che riconoscono come eccellenti i prodotti che circolano sul mercato delle idee. Questo non è un altro discorso rispetto alla ristrettezza e alla qualità del gruppo dirigente di Fratelli d’Italia e dei governanti del centro-destra. Sono le loro nomine e i loro prescelti che potranno o no produrre e fare circolare cultura. Finora, poco o nulla.     

Se la classe dirigente della destra mostra limiti numerici/quantitativi, non meglio sembra procedere il tentativo di costruire la sua egemonia culturale. I suoi intellettuali di riferimento, scrittori, critici d’arte, giornalisti, hanno finora fatto notizia non per mirabolanti, straordinarie, innovative imprese culturali, ma per scurrilità, improvvisazioni, maschilismo, proprio mancanza di cultura. L’improvvisa visibilità non ha giovato all’autocontrollo che dovrebbe essere patrimonio degli intellettuali. Fermo restando che in democrazia l’egemonia culturale comincia dalla Costituzione, le sue clausole, le sue interpretazioni, che si affermi oppure no e esista dipende dal suo trascendere i confini nazionali.

    Sono gli intellettuali degli altri paesi, gli organizzatori culturali, le case editrici, i direttori di musei e orchestre che riconoscono come eccellenti i prodotti che circolano sul mercato delle idee. Questo non è un altro discorso rispetto alla ristrettezza e alla qualità del gruppo dirigente di Fratelli d’Italia e dei governanti del centro-destra. Sono le loro nomine e i loro prescelti che potranno o no produrre e fare circolare cultura. Finora, poco o nulla.     

Pubblicato il 12 luglio 2023 su Domani

Marciare divisi e colpire uniti. La mobilitazione che serve al Pd @DomaniGiornale

Marciare divisi colpire uniti. Vecchia massima che le opposizioni italiane non sembrano conoscere. Cercare le convergenze su alcuni elementi programmatici, ad esempio, il contrasto al precariato, non danneggia certamente chi converge. Allo stesso modo, accordarsi su quali punti della sedicente riforma della giustizia ad opera di Nordio è imperativo proporre soluzioni alternative, per esempio, recuperando tutto o quasi quello già fatto dall’allora Ministro Orlando, è raccomandabile. Certo, le convergenze vanno comunque costruite. Non basta andare in piazza con i pentastellati senza neppure preoccuparsi di come quella manifestazione è costruita e senza sapere chi parlerà. Poiché non credo alla smania di protagonismo di Elly Schlein e neppure ad un suo desiderio di fuga in avanti, penso sia stata ingenuità. In questo caso da valutare come un errore che l’intendenza correntizia del Partito Democratico non poteva appoggiare giulivamente.

   Mi pare che la consapevolezza che, numericamente, i parlamentari e gli elettori del Movimento Cinque Stelle sono essenziali ad una qualsiasi alternativa al centro-destra di Meloni, non sia ancora stata pienamente raggiunta. Poi, naturalmente, si pone il problema della compatibilità politica. Su alcuni aspetti cruciali, il sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia e i rapporti con l’Unione Europea, le distanze sono tali da rendere praticamente impossibile la formazione di una coalizione che si candidi al governo. Senza escludere strascichi, sperabilmente non rancorosi, l’Ucraina potrebbe non essere più un problema fra qualche, breve, tempo. Sarà la campagna per l’elezione del Parlamento europeo nel giugno 2024 a dire quanto distanti/vicini possono trovarsi il PD e le Cinque Stelle. Al momento, le premesse non sono entusiasmanti.

Poco entusiasmo anche in casa del Partito Democratico che la segretaria Schlein ha chiamato alla mobilitazione estiva dalle montagne alle spiagge, dalle Alpi alla Sicilia. Al proposito, il problema non è tanto che la maggior parte dei dirigenti e forse persino dei militanti sono da tempo disabituati alla mobilitazione (una lezione di vita politica) quanto, piuttosto, che non è chiaro con quali attrezzi concettuali e ideali si presentino agli italiani/e. Schlein sostiene che bisogna accentuare (forse scoprire, forse darsi) l’identità del Partito Democratico. Allora di questo dovrebbe prioritariamente discutere negli organismi dirigenti. Dubito, lo scriverò in politichese, che la gente si appassioni all’identità. Quello che ho imparato è che la grandissima maggioranza dei cittadini nel mondo democratico vuole conoscere le priorità che un partito sceglie e le soluzioni che propone. Le une e le altre per essere trasmesse e spiegate necessitano del vigoroso e convinto apporto delle minoranze interne al Partito Democratico. In spiaggia, sui monti, nelle città d’arte.     

Pubblicato il 21 giugno 2023 su Domani

I calcoli politici di Meloni sul Commissario alla ricostruzione @DomaniGiornale

Non è la prudenza, poiché l’emergenza non è finita, a impedire, comunque procrastinare, la nomina del Commissario alla ricostruzione in Romagna. Il ritardo oppure, se si preferisce, il temporeggiamento del governo Meloni non dipende affatto da motivi tecnici. In situazioni simili, hanno fatto notare molti Presidenti di regione, comprese quelle governate dal centro-destra, i vari governi hanno regolarmente e rapidamente provveduto ad affidare il compito allo stesso Presidente della regione colpita. Lui conosce meglio di altri il suo territorio, le associazioni, le problematiche, le attività economiche e sociali, i cittadini. Lui parte avvantaggiato poiché è l’autorità che ha anche il potere politico e amministrativo della sua regione. I precedenti vanno tutti nello stesso senso, in Emilia il più recente, essendo anche di successo, riguarda la ricostruzione dopo il terremoto in una zona caratterizzata dalla presenza di prestigiose e produttive aziende operanti nel settore biomedicale. In Romagna sono state colpite numerose imprese piccole e medie attive in una pluralità di settori, ma soprattutto l’inondazione ha distrutto parte cospicua della fiorente attività agricola. Per salvare il salvabile, quantomeno per contenere le conseguenze negative altrimenti destinate a durare per l’oggettiva impossibilità di bonificare i terreni e riprenderne l’uso, è imperativo procedere a costosi interventi immediati, che significa subito. Effettuata la sua incursione pubblicitaria con gli stivali in Romagna, mostrato il suo volto di governante di destra compassionevole, Giorgia Meloni è tornata a Roma a fare, sicuramente influenzata da esponenti emiliani dei Fratelli d’Italia, due conti politici. Gli stanziamenti promessi sono stati ridotti e non sono ancora pervenuti. Ma soprattutto è lampante la propensione a non nominare commissario straordinario il Presidente Stefano Bonaccini. Sotto sotto si lascia circolare l’idea che il troppo consumo del territorio e la mancata predisposizione di alcune misure rendano Bonaccini almeno in parte responsabile di quanto avvenuto, non prevenuto, non adeguatamente tenuto sotto controllo. Il sospetto è infamante, fatto trapelare per eventualmente giustificare l’istituzione di una Commissione di inchiesta e la non-nomina di Bonaccini. Il Commissario alla ricostruzione dovrà disporre di ingenti fondi per, ricostruire e rilanciare un’economia che era fiorente e quindi ricca e che contribuiva non soltanto alla ricchezza dell’Emilia Romagna, ma anche in quantità significativa al Prodotto Nazionale Lordo. Quel Commissario deciderà dove intervenire, come, cosa, chi e quanto finanziare. Molti operatori economici gli saranno grati, anche, inevitabilmente, dal punto di vista politico. Le prossime elezioni regionali saranno nella primavera del 2025, non vicine, quindi, ma probabilmente, la ricostruzione sarà ancora in corso e altri fondi verranno resi disponibili. Un Commissario “tecnico” darebbe la garanzia di non favorire il partito al governo in Emilia-Romagna e nei molti comuni colpiti. Neppure è da escludere la nomina di una personalità politica di Fratelli d’Italia che abbia conoscenza diretta della regione. Un nome già circola. Poco importa che i ritardi incidano negativamente sulla ripresa e sullo stesso PIL nazionale. Non è del tutto impensabile che con la nomina di un Commissario amico il governo di centro-destra miri a rendere, vecchio sogno, contendibile la più importante regione ancora governata dal PD. Il costo economico sarà elevato, ma la posta politica è elevatissima.

Pubblicato il 18 giugno 2023 su Domani

Quella discesa in campo sulle macerie della Repubblica @DomaniGiornale

Tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, Silvio Berlusconi ha cambiato la politica italiana in maniera irreversibile. Sfruttando le opportunità aperte dal crollo del sistema dei partiti e dall’inchiesta Mani Pulite, e utilizzando al meglio le sue competenze e conoscenze, Berlusconi ha effettuato un’irruzione immediatamente vittoriosa sulla scena politica italiana come non era mai riuscito a nessun partito europeo nel secondo dopoguerra. Il non improponibile paragone con il Generale de Gaulle deve tenere conto che associazioni golliste erano a lungo state operative prime del 1958. Vale anche per dichiarare subito che Berlusconi non riuscì nella impresa della Grande Riforma che, invece, de Gaulle, più e meglio preparato, tradusse molto brillantemente nella Quinta Repubblica francese.

   Il Movimento Politico “Forza Italia” è stato il primo partito personale e personalizzato. Totalmente dipendente dalle risorse del suo fondatore, per qualche tempo, Forza Italia poté utilizzare il carisma di Silvio Berlusconi. Da Max Weber abbiamo imparato che Berlusconi scese in campo nel momento giusto, in una situazione di ansietà collettiva, con numerosi ceti italiani rimasti privi di rappresentanza politica per la scomparsa dei loro logori referenti partitici, e assolutamente impauriti dalla prospettiva di una vittoria delle sinistre, cioè, lo dirò, berlusconianamente, dei comunisti, degli ex-comunisti, dei post-comunisti. A questi ceti Berlusconi ricordò di avere avuto successo in tutti i settori nei quali si era cimentato: edilizia, televisione, calcio, e che non esisteva nessuna ragione per la quale non avrebbe dovuto avere successo anche in politica. D’altronde, lui era “l’unto del Signore”. La prova del carisma consiste nell’effettuare miracoli. Sicuramente, la vittoria elettorale del marzo 1994, conquistata a due mesi dalla nascita di Forza Italia, costituì un vero e proprio miracolo politico. Fu anche la conseguenza di un altro cambiamento molto significativo: lo “sdoganamento”, come si scrisse con terminologia che rimane brutta, da lui effettuato del Movimento Sociale Italiano. La legittimazione dell’estrema destra neo-fascista e il suo coinvolgimento nel governo del paese sono elementi di cui i vertici del gruppo dirigente dell’allora MSI, poi promossi a molte cariche, ancora godono. Tecnicamente, con modalità diverse, i due partiti anti-sistema della prima fase della Repubblica italiana, furono costretti a trasformarsi più o meno profondamente, con maggiore o minore successo.

Fin da subito, anche in questo approfittando della situazione completamente nuova prodotta dalla Legge elettorale Mattarella, Berlusconi comprese i vincoli e le opportunità che quella legge imponeva e comportava. Non fu lui a inventare il bipolarismo, ma la sua capacità/necessità di costruire coalizioni che si candidavano al governo obbligò gli esponenti del centro-sinistra a fare altrettanto, a costruire l’altro polo. Un misto di sopravvalutazione del proprio rimanente consenso e di sottovalutazione delle nuove clausole elettorali portò gli ex-democristiani a non cercare alleanze prima del voto e agevolò decisivamente la vittoria del Polo della Libertà e del Polo del Buongoverno.

   Quella vittoria fu dovuta, in parte molto consistente, non in maniera assoluta, come sostennero consolatoriamente troppi esponenti del centro-sinistra alla televisione che, pure, ovviamente, ebbe un ruolo. Nel dibattito con Achille Occhetto, convinto del prevalere delle sue competenze politiche, Berlusconi emerse sostanzialmente vittorioso proprio perché seppe usare il “mezzo” meglio del suo oppositore. Altri strumenti Berlusconi introdusse innovativamente nelle campagne elettorali e nella politica italiana: il ricorso periodico e sistematico ai sondaggi, ma, soprattutto, l’uso di focus groups per capire meglio le preferenze di specifici settori dell’elettorato, a cominciare dalle casalinghe e dai ceti medi e le “partite IVA”. Il partito personale diventò in questo modo anche, come alcuni politologi avevano per tempo previsto, un partito elettorale-professionale che si dotava di tutti gli strumenti disponibili per il marketing, non soltanto politico e li utilizzava con maestria. Partiti che non avevano saputo rinnovare e aggiornare le loro fatiscenti ideologie non potevano trovare elettori abbastanza sensibili alle loro pretese di fare politica con valori. Tanti erano stati plasmati dai programmi dell’entertainment berlusconiano penetrato in profondità nella (in)cultura di massa.

La straordinariamente efficace forma di comunicazione della discesa in campo dell’imprenditore di successo con una video-cassetta è stata in seguito oggetto di imitazione, ma non di non altrettanta incidenza. Addirittura, l’incipit berlusconiano “L’Italia è il paese che amo” si trova replicato quasi verbatim nel Manifesto dei Valori del Partito Democratico nel 2007: “Noi, democratici, amiamo l’Italia”. Questa solenne affermazione contiene evidentemente elementi nazionalistici facilmente traducibili in slogan come “Prima gli Italiani” che nessun uomo politico repubblicano aveva mai fatto suoi prima del 1994. Tentare la combinazione di un sano patriottismo con un europeismo virtuoso non fu mai un obiettivo prioritario per Berlusconi. Anzi, la decrescita del grado di appoggio e di approvazione delle istituzioni europee fra gli elettori italiani comincia proprio con Berlusconi, dal suo euroscetticismo e dalle sue critiche all’Europa rea di fare valere regole comuni agli Stati-membri. Oggi che Forza Italia è europeista, sono Meloni e Salvini con i loro elettorati a essere beneficiati da quegli atteggiamenti e comportamenti di tempo fa. 

   La persona di Berlusconi ha a lungo incarnato il conflitto di interessi che intercorre fra i molti interessi privati dell’imprenditore e le decisioni pubbliche che deve prendere l’uomo di governo. Qui non interessa tanto la blandissima regolamentazione introdotta dalle legge Frattini quanto il rapporto fra il conflitto di interessi e la tanto sbandierata e spesso rimpianta rivoluzione liberale che molti commentatori del Corriere della Sera sostennero essere un obiettivo, forse il massimo, perseguito da Berlusconi. Come un duopolista, nel settore della comunicazione televisiva, proprietario di grandi aziende potesse “liberalizzare” il sistema economico italiano è un mistero non glorioso che non c’è bisogno di rivelare. D’altronde, i pochi parlamentari definibili come liberali che Berlusconi fece eleggere in Parlamento non furono rondini che annunciassero l’avvento di una primavera di bellezza nel sistema sociale, economico e politico italiano.    Da ultimo, aspetto totalmente trascurato dai commentatori e dagli studiosi, Berlusconi fu per necessità, ma anche per scelta, l’inventore dei governi che non chiamo tecnici, ma “non-politici”. Nessuna elezione trasforma un imprenditore in un politico, né Berlusconi, giustamente, accettò mai questa qualifica. Il primo governo formato da Berlusconi è una compagine nella quale i non-politici si stagliano sui pochi politici per di più non collocati nei ministeri più importanti. Non provenivano dal mondo della politica Antonio Martino Ministro degli Esteri, Giulio Tremonti alle Finanze, Lamberto Dini al Tesoro, Cesare Previti alla Difesa, Stefano Podestà all’Università e Istruzione, Domenico Fisichella ai Beni Culturali e Giuliano Urbani alla Funzione Pubblica. Nessuno di loro aveva mai avuto prima d’allora cariche politiche. In qualche modo, tutti i governi non politici che seguirono da Dini a Monti e a Draghi sono debitori alla filosofia “non politica” che stava a fondamento del primo governo Berlusconi: la società civile ne sa molto più dei politici “di professione”. Questa filosofia politica ha avuto enorme successo, come dimostra la polemica anti-Casta alimentata, forse non del tutto deliberatamente dal Corriere della Sera, e cavalcata da molti giornalisti. Qui, sta l’ultimo lascito berlusconiano nella politica italiana: incomprimibili tratti di populismo secondo i quali chi ha i voti ha acquisito il diritto di comandare travolgendo la separazione dei poteri e l’autonomia del Parlamento e del sistema giudiziario.

Pubblicato il 13 giugno 2023 su Domani

Imporre idee dall’alto non è vera egemonia @DomaniGiornale

A fondamento di qualsiasi egemonia culturale stanno le idee. Qualche volta le ideologie. Bisogna che quelle idee vengano diffuse, apprezzate, considerate essenziali nei dibattiti, nella scelta degli obiettivi, nella ricerca di soluzioni collettive. L’imposizione dall’alto di idee e della loro osservanza non è egemonia. Piuttosto, è discriminazione e oppressione. L’egemonia è tale se viene riconosciuta, se quelle idee portanti costituiscono punti di riferimento ineludibili e i portatori sono variamente premiati, nel loro paese (pardon, patria) e all’estero. Anzi, saranno proprio i premi all’estero, le traduzioni, le vittorie nei Festival a sancire che in effetti alcuni prodotti culturali sono importanti, decisivi. Questi dati “duri” metterebbero in piedi una valutazione più convincente di quanta e quale sia stata l’egemonia culturale della sinistra. Dall’egemonia culturale dovrebbe discendere anche una egemonia politica. Idee importanti sulla vita e sul mondo, sulla cultura e sulla rappresentazione della società che c’è e di quella da costruire non possono non influenzare la politica, i partiti, il voto. Invece, è innegabile che alla egemonia culturale della sinistra si sia contrapposto con grande successo il controllo del potere politico ad opera di chi quella presunta egemonia non gradiva, remember l’espressione “culturame”?, e la sviliva. Tuttavia, neppure l’occupazione, peraltro non integrale, del grande schermo televisivo è servita, da un lato, a contenere l’egemonia culturale della sinistra e, dall’altro, a fare nascere e prosperare una contro-egemonia, centrista, moderata, alternativa.

Con i suoi primi atti e con numerosissime dichiarazioni, i/le governanti del centro-destra hanno annunciato che vogliono porre fina all’egemonia culturale della sinistra (a me, nella misura in cui è effettivamente esistita, sembrava già da tempo esaurita nel pensiero e nelle opere) e sostituirla con idee di destra, con intellettuali di area, con una visione alternativa, a cominciare, ma non solo, dalla RAI. Sono circolati nomi di intellettuali ai quali nessuna egemonia di sinistra aveva impedito di esprimersi, i cui prodotti culturali non hanno mai incontrato censure, che nella misura delle loro capacità sono già stati apprezzati dal pubblico, magari molto meno a livello europeo e internazionale.

Ciò detto, non mi pare affatto che sia alle viste una grande battaglia di idee, anche se forse il sovranismo si erge contro l’europeismo, che qualcuno nello schieramento di centro destra abbia le qualità per diventare un intellettuale pubblico di grande influenza. Non basterà al centro-destra conquistare più posti per acquisire una vera egemonia. Il problema, però, riguarda anche la sinistra, quindi il paese. Venute meno le grandi culture politiche che scrissero la Costituzione, manca una competizione aperta, trasparente, anche aspra fra idee e ideali poiché entrambi sono assenti. L’egemonia non abita in Italia.

Pubblicato il 7 giugno 2023 su Domani