Home » Posts tagged 'Domani' (Pagina 15)
Tag Archives: Domani
Gli equilibrismi della premier tra l’Europa e i sovranisti @DomaniGiornale


Doveroso preoccuparsi giorno dopo giorno di quello che il governo e i suoi ministri fanno (“riforma” della Giustizia) e, ancor più, non fanno (PNRR) o hanno fatto (conflitti di interesse). Importante è, non solo contrastare, ma proporre. L’esempio migliore della proposta è il salario minimo garantito. Offre il segnale della convergenza delle opposizioni, ma potrebbe essere meglio argomentato e sostenuto, ad esempio, con riferimento a quanto c’è negli altri Stati-membri dell’Unione, anche in quelli nei quali i sindacati hanno dimostrato forte capacità di contrattazione collettiva. Che sia una proposta tanto significativa quanto imbarazzante per il governo è dimostrato dal fatto che il centro-destra cerchi di sopprimerla senza neppure discuterla nel merito. Sopprimere una tematica costituisce una delle varianti della strategia complessiva della Presidente del Consiglio. Ai ministri è consentito esprimere loro posizioni, ma se sono controverse e appaiono sgradite, immediatamente vengono etichettate e derubricate come non facenti parte del programma di governo per l’attuazione del quale gli elettori avrebbero espresso un mandato.
Questa falsa narrazione, che non è sufficientemente contrastata dalle opposizioni, serve a Giorgia Meloni per bloccare qualche eccesso, ad esempio, la ventilata abolizione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Avendo definito “pizzo di Stato” quanto debbono pagare i commercianti evasori (il precedente illustre è il berlusconiano dovere morale di evadere le tasse troppo, a giudizio di chi?, alte), Meloni può non avere gradito la “pace fiscale” (scurdammece ‘o passato) proposta dal ministro Salvini, ma ha lasciato cadere. Probabilmente, ha anche lasciato cadere la Ministra Santanchè. Sarebbe un bell’esempio che ci sono limiti all’uso disinvolto dei rapporti di potere.
Nulla di tutto questo, comunque, lo confermano i sondaggi, incrina il livello di gradimento suo personale e del governo che dipende anche e molto dalla sua presenza e attivismo sulla scena europea e internazionale. Certo, le photo opportunities con Macron, Ursula von der Leyen, Erdogan, Sunak, prossimamente Biden, e altre future, dell’underdog venuta dalla Garbatella, sono molto gratificanti. Sbagliano coloro che le criticano come un diversivo, un transfert freudiano su un terreno nel quale la visibilità di Giorgia Meloni quasi cancella i suoi problemi italiani. C’è, invece, una strategia: presentarsi nella misura del possibile, che non è piccola, come una player propositiva (il piano Mattei), affidabile in quanto solidamente atlantica e sostenitrice dell’Ucraina. Qualche scivolata per l’apprezzamento espresso a coloro che difendono gli interessi nazionale è del tutto funzionale al disegno di guidare i Conservatori e Riformisti a diventare alleato numericamente cruciale per i Popolari e una nuova maggioranza a Bruxelles. Opposizioni cieche e afone la aiutano.
Pubblicato il 19 luglio 2023 su Domani
L’imbarazzo di una destra rimasta senza classe dirigente @DomaniGiornale


Una classe dirigente è davvero tale quando i suoi esponenti non soltanto sono convinti di avere le capacità e le competenze per occupare cariche importanti, ma riconoscono che anche altri nel loro partito/coalizione saprebbero fare altrettanto bene. A sua volta, il ristretto gruppo dirigente e il/la leader sanno che i collaboratori di vertice, ministri, sottosegretari et al. non obietteranno all’eventuale sostituzione per non imbarazzare partito e leader, certi che alla prima occasione buona saranno recuperati. Aggrapparsi con le unghie e con i denti alle cariche è, da un lato, un segno di debolezza, di sfiducia in se stessi/e, ma anche nel/la leader, dall’altro è imbarazzante per la leader obbligata a scegliere fra la lealtà personale e politica (ai limiti dell’omertà) e la coesione dell’organizzazione partitica.
Sono davvero così pochi e di rango inferiore gli esponenti di Fratelli d’Italia in grado di sostituire il Ministro Santanché e il sottosegretario Delmastro Delle Vedove? La loro sostituzione indebolirebbe Giorgia Meloni poiché in Fratelli d’Italia, come in altri partiti italiani (e no) esistono situazioni nelle quali, ad esempio, Milano, dove i voti e il consenso, come ha scritto Giulia Merlo, ruotano attorno al Presidente La Russa e al Ministro Santanché? Naturalmente, è comprensibile che la Presidente del Consiglio non sia disposta a concedere alle opposizioni di fare dimettere Santanchè. Proprio per questo è lecito attendersi dalla Ministra una nobile (sic) dichiarazione di dimissioni accompagnata dalla ri-rivendicazione dell’estraneità ai fatti e ai comportamenti che le sono attribuiti.
Se la classe dirigente della destra mostra limiti numerici/quantitativi, non meglio sembra procedere il tentativo di costruire la sua egemonia culturale. I suoi intellettuali di riferimento, scrittori, critici d’arte, giornalisti, hanno finora fatto notizia non per mirabolanti, straordinarie, innovative imprese culturali, ma per scurrilità, improvvisazioni, maschilismo, proprio mancanza di cultura. L’improvvisa visibilità non ha giovato all’autocontrollo che dovrebbe essere patrimonio degli intellettuali. Fermo restando che in democrazia l’egemonia culturale comincia dalla Costituzione, le sue clausole, le sue interpretazioni, che si affermi oppure no e esista dipende dal suo trascendere i confini nazionali.
Sono gli intellettuali degli altri paesi, gli organizzatori culturali, le case editrici, i direttori di musei e orchestre che riconoscono come eccellenti i prodotti che circolano sul mercato delle idee. Questo non è un altro discorso rispetto alla ristrettezza e alla qualità del gruppo dirigente di Fratelli d’Italia e dei governanti del centro-destra. Sono le loro nomine e i loro prescelti che potranno o no produrre e fare circolare cultura. Finora, poco o nulla.
Se la classe dirigente della destra mostra limiti numerici/quantitativi, non meglio sembra procedere il tentativo di costruire la sua egemonia culturale. I suoi intellettuali di riferimento, scrittori, critici d’arte, giornalisti, hanno finora fatto notizia non per mirabolanti, straordinarie, innovative imprese culturali, ma per scurrilità, improvvisazioni, maschilismo, proprio mancanza di cultura. L’improvvisa visibilità non ha giovato all’autocontrollo che dovrebbe essere patrimonio degli intellettuali. Fermo restando che in democrazia l’egemonia culturale comincia dalla Costituzione, le sue clausole, le sue interpretazioni, che si affermi oppure no e esista dipende dal suo trascendere i confini nazionali.
Sono gli intellettuali degli altri paesi, gli organizzatori culturali, le case editrici, i direttori di musei e orchestre che riconoscono come eccellenti i prodotti che circolano sul mercato delle idee. Questo non è un altro discorso rispetto alla ristrettezza e alla qualità del gruppo dirigente di Fratelli d’Italia e dei governanti del centro-destra. Sono le loro nomine e i loro prescelti che potranno o no produrre e fare circolare cultura. Finora, poco o nulla.
Pubblicato il 12 luglio 2023 su Domani
Marciare divisi e colpire uniti. La mobilitazione che serve al Pd @DomaniGiornale


Marciare divisi colpire uniti. Vecchia massima che le opposizioni italiane non sembrano conoscere. Cercare le convergenze su alcuni elementi programmatici, ad esempio, il contrasto al precariato, non danneggia certamente chi converge. Allo stesso modo, accordarsi su quali punti della sedicente riforma della giustizia ad opera di Nordio è imperativo proporre soluzioni alternative, per esempio, recuperando tutto o quasi quello già fatto dall’allora Ministro Orlando, è raccomandabile. Certo, le convergenze vanno comunque costruite. Non basta andare in piazza con i pentastellati senza neppure preoccuparsi di come quella manifestazione è costruita e senza sapere chi parlerà. Poiché non credo alla smania di protagonismo di Elly Schlein e neppure ad un suo desiderio di fuga in avanti, penso sia stata ingenuità. In questo caso da valutare come un errore che l’intendenza correntizia del Partito Democratico non poteva appoggiare giulivamente.
Mi pare che la consapevolezza che, numericamente, i parlamentari e gli elettori del Movimento Cinque Stelle sono essenziali ad una qualsiasi alternativa al centro-destra di Meloni, non sia ancora stata pienamente raggiunta. Poi, naturalmente, si pone il problema della compatibilità politica. Su alcuni aspetti cruciali, il sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia e i rapporti con l’Unione Europea, le distanze sono tali da rendere praticamente impossibile la formazione di una coalizione che si candidi al governo. Senza escludere strascichi, sperabilmente non rancorosi, l’Ucraina potrebbe non essere più un problema fra qualche, breve, tempo. Sarà la campagna per l’elezione del Parlamento europeo nel giugno 2024 a dire quanto distanti/vicini possono trovarsi il PD e le Cinque Stelle. Al momento, le premesse non sono entusiasmanti.
Poco entusiasmo anche in casa del Partito Democratico che la segretaria Schlein ha chiamato alla mobilitazione estiva dalle montagne alle spiagge, dalle Alpi alla Sicilia. Al proposito, il problema non è tanto che la maggior parte dei dirigenti e forse persino dei militanti sono da tempo disabituati alla mobilitazione (una lezione di vita politica) quanto, piuttosto, che non è chiaro con quali attrezzi concettuali e ideali si presentino agli italiani/e. Schlein sostiene che bisogna accentuare (forse scoprire, forse darsi) l’identità del Partito Democratico. Allora di questo dovrebbe prioritariamente discutere negli organismi dirigenti. Dubito, lo scriverò in politichese, che la gente si appassioni all’identità. Quello che ho imparato è che la grandissima maggioranza dei cittadini nel mondo democratico vuole conoscere le priorità che un partito sceglie e le soluzioni che propone. Le une e le altre per essere trasmesse e spiegate necessitano del vigoroso e convinto apporto delle minoranze interne al Partito Democratico. In spiaggia, sui monti, nelle città d’arte.
Pubblicato il 21 giugno 2023 su Domani
I calcoli politici di Meloni sul Commissario alla ricostruzione @DomaniGiornale


Non è la prudenza, poiché l’emergenza non è finita, a impedire, comunque procrastinare, la nomina del Commissario alla ricostruzione in Romagna. Il ritardo oppure, se si preferisce, il temporeggiamento del governo Meloni non dipende affatto da motivi tecnici. In situazioni simili, hanno fatto notare molti Presidenti di regione, comprese quelle governate dal centro-destra, i vari governi hanno regolarmente e rapidamente provveduto ad affidare il compito allo stesso Presidente della regione colpita. Lui conosce meglio di altri il suo territorio, le associazioni, le problematiche, le attività economiche e sociali, i cittadini. Lui parte avvantaggiato poiché è l’autorità che ha anche il potere politico e amministrativo della sua regione. I precedenti vanno tutti nello stesso senso, in Emilia il più recente, essendo anche di successo, riguarda la ricostruzione dopo il terremoto in una zona caratterizzata dalla presenza di prestigiose e produttive aziende operanti nel settore biomedicale. In Romagna sono state colpite numerose imprese piccole e medie attive in una pluralità di settori, ma soprattutto l’inondazione ha distrutto parte cospicua della fiorente attività agricola. Per salvare il salvabile, quantomeno per contenere le conseguenze negative altrimenti destinate a durare per l’oggettiva impossibilità di bonificare i terreni e riprenderne l’uso, è imperativo procedere a costosi interventi immediati, che significa subito. Effettuata la sua incursione pubblicitaria con gli stivali in Romagna, mostrato il suo volto di governante di destra compassionevole, Giorgia Meloni è tornata a Roma a fare, sicuramente influenzata da esponenti emiliani dei Fratelli d’Italia, due conti politici. Gli stanziamenti promessi sono stati ridotti e non sono ancora pervenuti. Ma soprattutto è lampante la propensione a non nominare commissario straordinario il Presidente Stefano Bonaccini. Sotto sotto si lascia circolare l’idea che il troppo consumo del territorio e la mancata predisposizione di alcune misure rendano Bonaccini almeno in parte responsabile di quanto avvenuto, non prevenuto, non adeguatamente tenuto sotto controllo. Il sospetto è infamante, fatto trapelare per eventualmente giustificare l’istituzione di una Commissione di inchiesta e la non-nomina di Bonaccini. Il Commissario alla ricostruzione dovrà disporre di ingenti fondi per, ricostruire e rilanciare un’economia che era fiorente e quindi ricca e che contribuiva non soltanto alla ricchezza dell’Emilia Romagna, ma anche in quantità significativa al Prodotto Nazionale Lordo. Quel Commissario deciderà dove intervenire, come, cosa, chi e quanto finanziare. Molti operatori economici gli saranno grati, anche, inevitabilmente, dal punto di vista politico. Le prossime elezioni regionali saranno nella primavera del 2025, non vicine, quindi, ma probabilmente, la ricostruzione sarà ancora in corso e altri fondi verranno resi disponibili. Un Commissario “tecnico” darebbe la garanzia di non favorire il partito al governo in Emilia-Romagna e nei molti comuni colpiti. Neppure è da escludere la nomina di una personalità politica di Fratelli d’Italia che abbia conoscenza diretta della regione. Un nome già circola. Poco importa che i ritardi incidano negativamente sulla ripresa e sullo stesso PIL nazionale. Non è del tutto impensabile che con la nomina di un Commissario amico il governo di centro-destra miri a rendere, vecchio sogno, contendibile la più importante regione ancora governata dal PD. Il costo economico sarà elevato, ma la posta politica è elevatissima.
Pubblicato il 18 giugno 2023 su Domani
Quella discesa in campo sulle macerie della Repubblica @DomaniGiornale


Tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, Silvio Berlusconi ha cambiato la politica italiana in maniera irreversibile. Sfruttando le opportunità aperte dal crollo del sistema dei partiti e dall’inchiesta Mani Pulite, e utilizzando al meglio le sue competenze e conoscenze, Berlusconi ha effettuato un’irruzione immediatamente vittoriosa sulla scena politica italiana come non era mai riuscito a nessun partito europeo nel secondo dopoguerra. Il non improponibile paragone con il Generale de Gaulle deve tenere conto che associazioni golliste erano a lungo state operative prime del 1958. Vale anche per dichiarare subito che Berlusconi non riuscì nella impresa della Grande Riforma che, invece, de Gaulle, più e meglio preparato, tradusse molto brillantemente nella Quinta Repubblica francese.
Il Movimento Politico “Forza Italia” è stato il primo partito personale e personalizzato. Totalmente dipendente dalle risorse del suo fondatore, per qualche tempo, Forza Italia poté utilizzare il carisma di Silvio Berlusconi. Da Max Weber abbiamo imparato che Berlusconi scese in campo nel momento giusto, in una situazione di ansietà collettiva, con numerosi ceti italiani rimasti privi di rappresentanza politica per la scomparsa dei loro logori referenti partitici, e assolutamente impauriti dalla prospettiva di una vittoria delle sinistre, cioè, lo dirò, berlusconianamente, dei comunisti, degli ex-comunisti, dei post-comunisti. A questi ceti Berlusconi ricordò di avere avuto successo in tutti i settori nei quali si era cimentato: edilizia, televisione, calcio, e che non esisteva nessuna ragione per la quale non avrebbe dovuto avere successo anche in politica. D’altronde, lui era “l’unto del Signore”. La prova del carisma consiste nell’effettuare miracoli. Sicuramente, la vittoria elettorale del marzo 1994, conquistata a due mesi dalla nascita di Forza Italia, costituì un vero e proprio miracolo politico. Fu anche la conseguenza di un altro cambiamento molto significativo: lo “sdoganamento”, come si scrisse con terminologia che rimane brutta, da lui effettuato del Movimento Sociale Italiano. La legittimazione dell’estrema destra neo-fascista e il suo coinvolgimento nel governo del paese sono elementi di cui i vertici del gruppo dirigente dell’allora MSI, poi promossi a molte cariche, ancora godono. Tecnicamente, con modalità diverse, i due partiti anti-sistema della prima fase della Repubblica italiana, furono costretti a trasformarsi più o meno profondamente, con maggiore o minore successo.
Fin da subito, anche in questo approfittando della situazione completamente nuova prodotta dalla Legge elettorale Mattarella, Berlusconi comprese i vincoli e le opportunità che quella legge imponeva e comportava. Non fu lui a inventare il bipolarismo, ma la sua capacità/necessità di costruire coalizioni che si candidavano al governo obbligò gli esponenti del centro-sinistra a fare altrettanto, a costruire l’altro polo. Un misto di sopravvalutazione del proprio rimanente consenso e di sottovalutazione delle nuove clausole elettorali portò gli ex-democristiani a non cercare alleanze prima del voto e agevolò decisivamente la vittoria del Polo della Libertà e del Polo del Buongoverno.
Quella vittoria fu dovuta, in parte molto consistente, non in maniera assoluta, come sostennero consolatoriamente troppi esponenti del centro-sinistra alla televisione che, pure, ovviamente, ebbe un ruolo. Nel dibattito con Achille Occhetto, convinto del prevalere delle sue competenze politiche, Berlusconi emerse sostanzialmente vittorioso proprio perché seppe usare il “mezzo” meglio del suo oppositore. Altri strumenti Berlusconi introdusse innovativamente nelle campagne elettorali e nella politica italiana: il ricorso periodico e sistematico ai sondaggi, ma, soprattutto, l’uso di focus groups per capire meglio le preferenze di specifici settori dell’elettorato, a cominciare dalle casalinghe e dai ceti medi e le “partite IVA”. Il partito personale diventò in questo modo anche, come alcuni politologi avevano per tempo previsto, un partito elettorale-professionale che si dotava di tutti gli strumenti disponibili per il marketing, non soltanto politico e li utilizzava con maestria. Partiti che non avevano saputo rinnovare e aggiornare le loro fatiscenti ideologie non potevano trovare elettori abbastanza sensibili alle loro pretese di fare politica con valori. Tanti erano stati plasmati dai programmi dell’entertainment berlusconiano penetrato in profondità nella (in)cultura di massa.
La straordinariamente efficace forma di comunicazione della discesa in campo dell’imprenditore di successo con una video-cassetta è stata in seguito oggetto di imitazione, ma non di non altrettanta incidenza. Addirittura, l’incipit berlusconiano “L’Italia è il paese che amo” si trova replicato quasi verbatim nel Manifesto dei Valori del Partito Democratico nel 2007: “Noi, democratici, amiamo l’Italia”. Questa solenne affermazione contiene evidentemente elementi nazionalistici facilmente traducibili in slogan come “Prima gli Italiani” che nessun uomo politico repubblicano aveva mai fatto suoi prima del 1994. Tentare la combinazione di un sano patriottismo con un europeismo virtuoso non fu mai un obiettivo prioritario per Berlusconi. Anzi, la decrescita del grado di appoggio e di approvazione delle istituzioni europee fra gli elettori italiani comincia proprio con Berlusconi, dal suo euroscetticismo e dalle sue critiche all’Europa rea di fare valere regole comuni agli Stati-membri. Oggi che Forza Italia è europeista, sono Meloni e Salvini con i loro elettorati a essere beneficiati da quegli atteggiamenti e comportamenti di tempo fa.
La persona di Berlusconi ha a lungo incarnato il conflitto di interessi che intercorre fra i molti interessi privati dell’imprenditore e le decisioni pubbliche che deve prendere l’uomo di governo. Qui non interessa tanto la blandissima regolamentazione introdotta dalle legge Frattini quanto il rapporto fra il conflitto di interessi e la tanto sbandierata e spesso rimpianta rivoluzione liberale che molti commentatori del Corriere della Sera sostennero essere un obiettivo, forse il massimo, perseguito da Berlusconi. Come un duopolista, nel settore della comunicazione televisiva, proprietario di grandi aziende potesse “liberalizzare” il sistema economico italiano è un mistero non glorioso che non c’è bisogno di rivelare. D’altronde, i pochi parlamentari definibili come liberali che Berlusconi fece eleggere in Parlamento non furono rondini che annunciassero l’avvento di una primavera di bellezza nel sistema sociale, economico e politico italiano. Da ultimo, aspetto totalmente trascurato dai commentatori e dagli studiosi, Berlusconi fu per necessità, ma anche per scelta, l’inventore dei governi che non chiamo tecnici, ma “non-politici”. Nessuna elezione trasforma un imprenditore in un politico, né Berlusconi, giustamente, accettò mai questa qualifica. Il primo governo formato da Berlusconi è una compagine nella quale i non-politici si stagliano sui pochi politici per di più non collocati nei ministeri più importanti. Non provenivano dal mondo della politica Antonio Martino Ministro degli Esteri, Giulio Tremonti alle Finanze, Lamberto Dini al Tesoro, Cesare Previti alla Difesa, Stefano Podestà all’Università e Istruzione, Domenico Fisichella ai Beni Culturali e Giuliano Urbani alla Funzione Pubblica. Nessuno di loro aveva mai avuto prima d’allora cariche politiche. In qualche modo, tutti i governi non politici che seguirono da Dini a Monti e a Draghi sono debitori alla filosofia “non politica” che stava a fondamento del primo governo Berlusconi: la società civile ne sa molto più dei politici “di professione”. Questa filosofia politica ha avuto enorme successo, come dimostra la polemica anti-Casta alimentata, forse non del tutto deliberatamente dal Corriere della Sera, e cavalcata da molti giornalisti. Qui, sta l’ultimo lascito berlusconiano nella politica italiana: incomprimibili tratti di populismo secondo i quali chi ha i voti ha acquisito il diritto di comandare travolgendo la separazione dei poteri e l’autonomia del Parlamento e del sistema giudiziario.
Pubblicato il 13 giugno 2023 su Domani
Imporre idee dall’alto non è vera egemonia @DomaniGiornale


A fondamento di qualsiasi egemonia culturale stanno le idee. Qualche volta le ideologie. Bisogna che quelle idee vengano diffuse, apprezzate, considerate essenziali nei dibattiti, nella scelta degli obiettivi, nella ricerca di soluzioni collettive. L’imposizione dall’alto di idee e della loro osservanza non è egemonia. Piuttosto, è discriminazione e oppressione. L’egemonia è tale se viene riconosciuta, se quelle idee portanti costituiscono punti di riferimento ineludibili e i portatori sono variamente premiati, nel loro paese (pardon, patria) e all’estero. Anzi, saranno proprio i premi all’estero, le traduzioni, le vittorie nei Festival a sancire che in effetti alcuni prodotti culturali sono importanti, decisivi. Questi dati “duri” metterebbero in piedi una valutazione più convincente di quanta e quale sia stata l’egemonia culturale della sinistra. Dall’egemonia culturale dovrebbe discendere anche una egemonia politica. Idee importanti sulla vita e sul mondo, sulla cultura e sulla rappresentazione della società che c’è e di quella da costruire non possono non influenzare la politica, i partiti, il voto. Invece, è innegabile che alla egemonia culturale della sinistra si sia contrapposto con grande successo il controllo del potere politico ad opera di chi quella presunta egemonia non gradiva, remember l’espressione “culturame”?, e la sviliva. Tuttavia, neppure l’occupazione, peraltro non integrale, del grande schermo televisivo è servita, da un lato, a contenere l’egemonia culturale della sinistra e, dall’altro, a fare nascere e prosperare una contro-egemonia, centrista, moderata, alternativa.
Con i suoi primi atti e con numerosissime dichiarazioni, i/le governanti del centro-destra hanno annunciato che vogliono porre fina all’egemonia culturale della sinistra (a me, nella misura in cui è effettivamente esistita, sembrava già da tempo esaurita nel pensiero e nelle opere) e sostituirla con idee di destra, con intellettuali di area, con una visione alternativa, a cominciare, ma non solo, dalla RAI. Sono circolati nomi di intellettuali ai quali nessuna egemonia di sinistra aveva impedito di esprimersi, i cui prodotti culturali non hanno mai incontrato censure, che nella misura delle loro capacità sono già stati apprezzati dal pubblico, magari molto meno a livello europeo e internazionale.
Ciò detto, non mi pare affatto che sia alle viste una grande battaglia di idee, anche se forse il sovranismo si erge contro l’europeismo, che qualcuno nello schieramento di centro destra abbia le qualità per diventare un intellettuale pubblico di grande influenza. Non basterà al centro-destra conquistare più posti per acquisire una vera egemonia. Il problema, però, riguarda anche la sinistra, quindi il paese. Venute meno le grandi culture politiche che scrissero la Costituzione, manca una competizione aperta, trasparente, anche aspra fra idee e ideali poiché entrambi sono assenti. L’egemonia non abita in Italia.
Pubblicato il 7 giugno 2023 su Domani
L’onda nera si prepara a invadere Bruxelles @DomaniGiornale


L’Europa non era probabilmente la priorità di nessuno o quasi degli elettori italiani nelle motivazioni di voto per i candidati sindaci di centro-destra. Male, perché le oramai lampanti difficoltà del governo Meloni e le dannose incertezze del Ministro Fitto su come spendere e come riassegnare gli ingenti fondi europei per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dovrebbero occupare il primo posto nelle preoccupazioni per il futuro prossimo (non resisto ad aggiungere per il “domani”!). In Grecia i rapporti con l’Unione europea sono costantemente oggetto di dibattito e critica con il partito Nuova Democrazia da qualche tempo considerato interprete più credibile delle esigenze di un paese che ha ripreso a crescere, mentre Tsipras sperimenta un triste declino. I Popolari spagnoli non hanno mai digerito le manovre che portarono il socialista Sanchez a diventare capo del governo e neppure la sua politica morbida con i catalani e i baschi. Il loro notevole successo nelle elezioni amministrative un po’ dovunque sul territorio nazionale, comprese alcune roccaforti del PSOE, è in larga misura il prodotto del desiderio di rivincita, di rivalsa. Poiché, però, è andato piuttosto bene anche il sicuramente anti-europeista Vox, non è azzardato sostenere che “questa” Europa non voluta e non gradita sia già entrata nelle motivazioni anche degli elettori del centro-destra spagnolo.
Oramai molti, politici, commentatori, associazioni e elettori, sono diventati consapevoli che la sfida europeisti/sovranisti/antieuropeisti è già cominciata. Sarà una sfida con implicazioni cruciali sia per il governo dell’Unione Europea sia per il ruolo dell’Europa sulla scena internazionale. Molto ringalluzzita dalla sua vittoria politica nel settembre 2022, Giorgia Meloni, presidente dei Conservatori e Riformisti Europei, ha subito capito che le sue fortune nazionali dipendono anche dai suoi rapporti europei. Per dirla in termini estremi che, se non nella sua interezza, certamente in buona misura, il Partito popolare Europeo è irrequieto nell’alleanza con socialisti, democratici, liberali e verdi che da tempo guida l’UE. Diversi esponenti popolari, non solo tedeschi, non sono inclini a scartare fin d’ora e del tutto la eventualità di un’alleanza con alcune destre nel prossimo Parlamento europeo, se ci fossero i numeri. Comunque, l’esistenza di quei numeri servirebbe a contrattare da posizioni di maggior forza.
Insomma, è già cominciata la battaglia per Bruxelles che i partiti di sinistra, socialisti, democratici, ambientalisti debbono combattere non all’insegna del “sì, ma”, ovvero del riconoscimento delle, invitabili e superabili, inadeguatezze delle politiche europee, sottolineando, invece, il molto di positivo che continua a essere fatto e che sarebbe sostanzialmente messo in pericolo dai parvenus sovranisti. Adesso.
Pubblicato il 31 maggio 2023 su Domani
Le prediche di Mattarella? Sono rivolte agli ignoranti @DomaniGiornale


Interpretare e valutare i discorsi del Presidente Mattarella come se intendessero essere e fossero un controcanto alle affermazioni e alle azioni dei governanti e degli esponenti del centro-destra è tanto riduttivo quanto sbagliato. Significa anche fare un torto al Presidente quasi che quei suoi discorsi, le parole da lui specificamente utilizzate, le sue indicazioni avessero bisogno di stimoli esterni, fossero la conseguenza di dissenso politico, se non addirittura di irritazione congiunturale. Anche se è certamente immaginabile che siano molte le occasioni in cui il Presidente della Repubblica ha provato fastidio ascoltando quello che il centro-destra, ma non solo, si fa scappare dalle viscere, magari asserendo di avere ricevuto un mandato popolare, per lo più il Presidente ha fin qui fatto leva su e riferimento a fenomeni storici importanti da commemorare e ricordare, da celebrare per trarne insegnamenti.
Che gli italiani abbiano scarsa e selettiva memoria della storia e del loro passato è sufficientemente noto. Che la conoscenza della Costituzione non sia propriamente il forte dei suoi concittadini, comici, giornalisti, scienziati, parlamentari e ministri, è altrettanto risaputo. Consapevole del ruolo assegnatogli dalla Costituzione, il Presidente ha inteso fin dal suo primo mandato porvi rimedio nella misura del possibile. Ogniqualvolta possibile, e finora le occasioni sono state molte, presumibilmente ve ne saranno ancora, il Presidente ha declinato i suoi interventi, da un lato, come pedagogo, dall’altro, come predicatore. Dal Colle più alto sono venute e verranno lezioni in materia di Costituzione in tutta la sua profondità e ricchezza, di europeismo, acquisizioni, problemi, opportunità, di pace e di guerra. Le prediche sono incoraggiamenti a evitare egoismi e brutalità, a aiutare i più deboli, a lavorare per una convivenza civile, per la costruzione di una società giusta.
Talvolta la pedagogia si incrocia con la predicazione. Si alimentano reciprocamente. Talvolta, inevitabilmente e felicemente, entrambe contengono critiche, anche volute e necessitate, a chi poco sa e molto sbaglia. Le attività di pedagogia e di predicazione sono tanto più efficaci quanto più il Presidente è colto, politicamente preparato, capace di rappresentare l’unità nazionale (non le autonomie differenziate). Ciascuno dei presidenti eletti dal “popolo” negli USA, in Francia, nelle repubbliche latino-americane si affretta a dichiarare che sarà il Presidente di tutti, non solo di chi l’ha eletto. Tuttavia, in quei sistemi istituzionali non è mai difficile ricordare al Presidente quale è la base politica che lo legittima e lo sostiene. Difficilissimo, invece, è che la predicazione presidenziale, quando l’eletto ne ha le capacità, non sia di parte. Mattarella non ha bisogno di dirlo.
Pubblicato il 24 maggio 2023 su Domani
Solo un campo largo può far vincere la sinistra @DomaniGiornale


Scrutare nelle viscere di elezioni amministrative che riguardano forse un quinto dell’elettorato, in comuni molto diversi fra loro e diversamente governati, con sindaci uscenti, sindaci alla ricerca del secondo mandato, tabula rasa con new entries, è un esercizio difficile per osservatori raffinati. Tuttavia, è cosa buona e giusta esercitarvisi poiché i voti rivelano sempre qualcosa di interessante. La prima osservazione è che a livello nazionale non ha fatto la sua comparsa nessuna tematica nuova di tale importanza da influenzare gli esiti locali. In secondo luogo, nessuno dei contendenti ha saputo suggerire qualche novità/innovazione. Al contrario, molto si è giocato sulla continuità/continuazione e l’effetto inerzia abitualmente va a favore di chi governa senza dare grattacapi alla cittadinanza Infine, non si sono visti errori clamorosi. In buona sostanza, dunque, nel voto al primo turno la differenza l’hanno fatta le candidature e le alleanze. Ai ballottaggi, in particolare laddove i distacchi sono contenuti, oltre alle candidature, decisive saranno le alleanze.
Baloccarsi con la democrazia compiuta che per molti significa non soltanto la possibilità, ma la realtà dell’alternanza pensando che sia prodotta o quantomeno facilitata dalla legge elettorale è semplicistico benché non essenzialmente sbagliato. A far vincere il centro-destra, ieri (e forse anche domani) a livello nazionale è stata la capacità di costruire, mettendo a tacere i riluttanti, una coalizione. Sbeffeggiare Enrico Letta che voleva, con una modica dose di velleitarismo, un “campo largo”, è certamente un errore sgradevole. Se coloro che ritengono inadeguato in termini di politiche e nocivo in termini di valori il governo di centro-destra, non sanno/non vogliono offrire una coalizione alternativa, ma preferiscono geometrie variabili opportunistiche, sarà il caso che mettano in conto molte sconfitte future.
Poiché i numeri contano, nel centro-sinistra talvolta possono essere (quasi) determinanti i dirigenti del sedicente Terzo Polo. Però, peso maggiore e conseguentemente responsabilità maggiore la porta Giuseppe Conte. A livello locale, il Movimento 5 Stelle, ancorché non marginale, spesso non ha abbastanza radicamento. Ai ballottaggi i suoi elettori andranno in ordine sparso, per lo più votando il candidato di “area”, spesso PD, altrimenti rifluendo nell’astensione. A livello nazionale quel 15 per cento potrebbe essere, probabilmente sarà (scommetto sul futuro) decisivo. Ne sapremo molto di più quando disporremo dei dati delle elezioni per il Parlamento europeo. Prima di allora, qualche elemento utile verrà dai ballottaggi poiché saranno gli elettori stessi a mostrare le loro preferenze, seguendo oppure no le eventuali indicazioni di Conte (temo che impersonerà Ponzio Pilato, come lui sbagliando). Ottimisticamente, Il proverbio dice “sbagliando s’impara”.
Pubblicato il 17 maggio 2023 su Domani
Territori e Europa, alla sinistra serve visione @DomaniGiornale


Le opposizioni del centro, trattino, sinistra non sembrano avere ancora capito che le probabilità che il governo Meloni 1 duri tutta la legislatura sono molto elevate. Certo, il governo non cadrà per qualche voto parlamentare più o meno casualmente perduto. Questo non significa che le vittorie parlamentari delle opposizioni siano irrilevanti se obbligano il governo a confrontarsi con le loro idee, le loro preferenze, le loro proposte. All’università ho regolarmente insegnato che la qualità del governo dipende, spesso, anche dalla qualità dell’opposizione. Purtroppo, in questi sei mesi di governo Meloni, le opposizioni hanno preferito combattersi fra di loro, da un lato, con l’obiettivo di strapparsi qualche voto, dall’altro, di dimostrare di essere più intelligenti e più progressisti dei competitors, definiti come quelli che agiscono nello stretto asfittico recinto dei votanti del 25 settembre 2022. Vale a dire che non si sono neanche posti il compito prioritario di cercare, trovare, motivare almeno parte degli astensionisti, circa il 40 per cento dell’elettorato. Per riuscirvi non sarà mai sufficiente gonfiare e esibire pubblicitariamente i propri ego e neppure vantare qualche piccola particolaristica vittoria parlamentare. Come asseriscono alcuni politici senza grande fantasia, sarà indispensabile avere lo sguardo lungo, dal canto mio direi una visione. Per ciascuna battaglia parlamentare importante: lavoro, scuola, diritti, immigrazione, Europa, invece di rincorrersi e scavalcarsi più o meno furbescamente, le opposizioni dovrebbero procedere ad un coordinamento di emendamenti, di mozioni, di voto. Ciascuna, poi, con i suoi parlamentari e dirigenti spiegherà agli elettori le sue motivazioni contrapponendole non a quelle delle altre opposizioni, ma a quelle dei governanti approfondendone le differenze di opinione (che sappiamo essere molte e di non poco conto). Una buona opposizione parlamentare è consapevole che deve andare sul territorio e rimanervi operativa per interloquire il più frequentemente e il più visibilmente possibile con le associazioni economiche e culturali attive nei diversi territori e con le istituzioni locali. Spesso, è proprio a livello locale che è più facile, anche grazie a rapporti personali e a migliore conoscenza dell’ambiente, maturare condivisioni e giungere a proposte comuni. Dal basso può effettivamente venire la spinta, non all’impossibile e neppure utile unità, ma alla convergenza politica e culturale. Per vincere e poi governare senza tensioni interne, le opposizioni debbono mirare a formulare una cultura politica ampiamente condivisa che, inevitabilmente, va costruita intorno al rapporto imprescindibile fra Italia e Unione Europea. In cinque anni ben spesi è possibile fare molta strada in questa direzione, cambiando profondamente in meglio la politica della “nazione” e tornando al governo.
Pubblicato il 3 maggio 2023 su Domani