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Insensato gestire le migrazioni come fossero un’emergenza @DomaniGiornale

Soltanto in parte è lecito e utile definire l’immigrazione una emergenza. Infatti, il fenomeno è strutturale, destinato a durare per un periodo di tempo indefinito. Uomini, donne e bambini continueranno a lasciare l’Africa, il Medio-Oriente, Pakistan e Bangladesh incessantemente. Nei loro paesi ci sono governi autoritari e repressivi, spesso aiutati e sostenuti dagli occidentali, ma anche dai russi e dai cinesi. Nei loro paesi non ci sono opportunità di lavoro, di istruzione, di una vita decente. Se ne vanno tutti coloro che hanno qualche conoscenza, qualche ambizione, qualche volontà di miglioramento. Così facendo impoveriscono ulteriormente il loro paese e indeboliscono le opposizioni agli autoritarismi. Nessuno dei governi occidentali che, trattando con quei regimi, li puntella, può incolpare chi se ne va. Nessuna delle opinioni pubbliche che accettano come fatti loro quei regimi e quei dirigenti oppressivi può girare le spalle ai migranti per fame, anche di libertà.

   All’emergenza vera, cioè il grande e costante afflusso, bisogna rispondere, ma non in modo emergenziale, non con hot spot, confinamenti, trasferimenti. La risposta ovviamente dell’intera Unione Europea deve essere strutturale poiché quei migranti nell’Unione sono venuti, nell’Unione vogliono restare, qui vogliono che vivano i loro discendenti. Sbandati e espulsi molti cercheranno di tornare meglio attrezzati. La risposta strutturale è comprensibilmente molto costosa e esigente. Tutte le procedure di identificazione vanno espletate al contempo acquisendo le informazioni essenziali sulla personalità, sugli obiettivi e sulle preferenze dei migranti. Avvilente è vedere centinaia di uomini e donne giovani in grado di lavorare e studiare abbandonati per lunghi mesi a se stessi in baracche con nessuna attività da svolgere, nessun compito cui adempiere. Molti di loro non sono manovalanza, semplici raccoglitori di frutta e pomodori, ma hanno conoscenze e capacità di vario tipo acquisite e esercitate nei rispettivi paesi di provenienza. Molti sono disposti a imparare, a guadagnarsi la vita.

   Nell’emergenza del quotidiano è possibile collocare due risposte strutturali: affidare lavori da loro eseguibili, insegnare la lingua a grandi e piccoli. L’inizio sarà molto difficile, ma di gran lunga preferibile e persino meno costo della detenzione nell’ozio forzato. Non è un compito effettuabile dalle sole strutture statuali, ma può essere affidato con lungimiranza, sostegno, controllo a una pluralità di associazioni private. Quel pluralismo di cui le democrazie occidentali giustamente si vantano è in grado di offrire molte soluzioni, non immediate e miracolose, ma costruite con pazienza e efficacia, anche, se necessario, rivedute e corrette. Una volta “ricollocati”, per lo più, nei limiti, numerici e di opportunità, del possibile, l’integrazione che nasce dal lavoro e dalla scuola dovrà essere perseguita con un monitoraggio costante che premi coloro che più s’impegnano e che punisca, fino all’espulsione, degli inadempienti.

   Le informazioni circolano e raggiungeranno anche parenti, amici, conoscenti che intrattenessero a loro volta l’aspirazione a partire. In tempi relativamente brevi l’impatto economico dei migranti nei paesi di maggiore/migliore accoglienza si farà positivamente sentire. È immaginabile che le opinioni pubbliche si dividano, quindi è auspicabile che, anche nel loro interesse, i governi unitamente all’Unione Europea operino al meglio, senza conflitti egoistici e particolaristici, anche fornendo periodicamente i dati più significativi. Chi pensa che le migrazioni sono una sfida strutturale e culturale ha l’obbligo di affrontarla non (solo) con decreti congiunturali e emergenziali, come sta facendo il centro-destra italiano, ma con una visione. Forse quella che ho delineato, forse con visioni alternative che, però, le opposizioni italiane non stanno convincentemente delineando. Prima si inizia meglio sarà.

Pubblicato il 20 settembre 2023 su Domani

Le prossime europee e la vera posta in gioco @DomaniGiornale

Qualcuno ha scritto che l’Europa è il nostro destino. Altri sostengono che l’Europa è un sogno, un’utopia magari in the making, in corso d’opera. Personalmente, sto con Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni e leggo nel Manifesto di Ventotene un progetto politico. Quanto l’attuale Unione Europea costituisca la realizzazione di quel progetto può certamente essere oggetto di discussione. Facile è sostenere che Spinelli, esigente e intransigente, avrebbe molto da criticare. Tuttavia, non vorrebbe affatto tornare indietro. Si impegnerebbe per indicare come andare avanti, come approfondire e accelerare il processo di unificazione in senso federale, non come rallentarlo e deviarlo secondo mal congegnate ricette sovraniste.

   Ascolteremo oggi quale visione propone la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quale ambizione la guida. Qualcosa, anzi, molto possiamo già dire sul pernicioso impasto di arroganza, ignoranza e provincialismo di cui sono diversamente portatori dirigenti e esponenti di Fratelli d’Italia e Lega. L’arroganza, formulata come una variante del motto trumpiano, si manifesta all’insegna dell’obiettivo Make Italy Great Again, come se l’Italia da sola fosse in grado di dettare i destini dell’Europa e non, invece, avesse assoluto bisogno di Europa a cominciare dagli ingenti fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In una (in)certa misura l’arroganza della leader del governo di centro-destra si esprime anche nel perseguimento, pure legittimo, dell’obiettivo di conquistare una maggioranza che includa i Conservatori e Riformisti a scapito dei Democratici e Socialisti.

   L’ignoranza si è espressa al suo punto, finora, più elevato nella critica al Commissario Paolo Gentiloni e nella richiesta che “giochi” indossando la maglia della sua nazionale. Signorilmente, Gentiloni non ha replicato, ma qualcuno ha ricordato il principio che presiede alle attività della Commissione e le informa: “i membri della Commissione non sollecitano né accettano istruzioni da alcun governo, istituzione, organo o organismo”. Per intenderci meglio, tutti i commissari sono tenuti a spogliarsi della maglia della loro nazionale e a indossare la maglia europea con la quale operare nella convinzione, aggiungo, che il conseguimento degli obiettivi gioverà all’Unione e si estenderà agli Stati membri. Naturalmente, il come e il quanto di questa estensione positiva dipendono anche dalle capacità dei governanti nazionali di tradurne l’attuazione sapendo costruire coalizioni con altri Stati-membri. Qui si inserisce il provincialismo dei governanti del centro-destra italiano.

   Vanno alla ricerca dei partiti loro affini, lo spagnolo Vox, il Rassemblement National della francese Marine Le Pen, il partito dell’ungherese Orbán, Giustizia e Libertà dei governanti polacchi invece di costruire consenso sulle tematiche che più interessano e riguardano l’Italia. Non tengono neanche conto della contraddizione, già denunciata e spesso visibile che, nella misura in cui vogliono fare grande il loro paese, i sovranisti riescono a trovare accordi non su cosa fare, ma su cosa respingere. La linea politica divisoria futura, sta scritto nel Manifesto di Ventotene, non passerà più fra destra e sinistra, ma fra, da un lato, gli europeisti e, dall’altro, coloro che si esprimono e agiscono contro l’unificazione politica federale dell’Europa. La campagna, già iniziata, per l’elezione del Parlamento europeo, richiede che le espressioni di, talvolta sguaiato, sovranismo vengano contrastate da un europeismo convinto ancorché non acritico. Dall’Europa che c’è partiamo per andare avanti. Gli egoismi nazionali portano a guerre di ogni tipo, commerciali e culturali incluse. L’Unione Europea è nel solco della federazione kantiana fra “repubbliche”. Gli europeisti debbono agire per portare a compimento il progetto politico democratico di generazioni di europei. 

Pubblicato il 13 settembre 2023 su Domani

Tra errori e pochi soldi. La nuova destra sembra vecchia @DomaniGiornale Meloni e il governo del nuovo che non avanza

Quali sono le priorità del governo Meloni? Avremo, forse, la risposta, almeno un abbozzo, nella Legge Finanziaria? Quel che si è intravisto finora è un misto che può essere utile alla leader di Fratelli d’Italia, ma che complessivamente non produce conseguenze positive per il paese. Meloni volteggia sorridente e apprezzata, anche perché le aspettative le erano contrarie, sulla scena internazionale. Sicura atlantista, vedremo se anche sulle spese militari, Meloni tiene bassissimo il suo sovranismo, ma sta lavorando per farlo crescere numericamente e politicamente con le elezioni per il Parlamento europeo. Le difficoltà, che paiono molto più grandi di quanto i governanti siano disposti ad ammettere, stanno specialmente nell’attuazione del PNRR. Suggeriscono, però, che alcuni nodi europei stanno venendo al pettine. Quei nodi hanno radici italiane.

Nei governi di coalizione alcune differenze programmatiche sono fisiologiche. Sono anche funzionali alla raccolta dei voti che provengono da una società segmentata e frammentata, di difficile ricomposizione come dovrebbero avere imparato i teorici del campo largo. Altre differenze, invece, si traducono in comportamenti concorrenziali patologici che la leader sembra avere scelto di affrontare flessibilmente: silenzio prolungato; spostamento dell’attenzione su altre tematiche; conciliazione, ricordando agli alleati che al governo sono arrivati grazie a lei e che, se vogliono starci e tornarci, non devono prendersi troppe libertà e fare balzi né in avanti né di fianco. Finora la strategia meloniana ha funzionato anche grazie al mediocre avventurismo mediocre di Salvini e allo stato di convalescenza di Forza Italia (per la quale neppure un buon, al momento imprevedibile, risultato alle elezioni europee sarà taumaturgico).

   Con impegno puntiglioso Meloni cerca anche di colpire l’avversario principale. Si appropria, svuotandola, della tematica “salario minimo” per evitare che diventi un successo del Partito Democratico (e dei Cinque Stelle). Mira con determinazione a colpire il grande serbatoio di consenso elettorale e politico del PD che si chiama (Emilia-)Romagna. L’operazione ristoro e ripresa viene centellinata (dispiace che vi si presti anche il Gen. Figliolo). Avrà un rilancio e un’impennata quando si avvicineranno le elezioni regionali. La Finanziaria non è interamente un altro discorso perché il PIL emiliano-romagnolo e le sue propaggini contano, eccome. Almeno quanto i mal di pancia del Ministro Giorgetti al quale è cosa buona e giusta augurare una rapida guarigione anche se nei rumors che circondano l’elaborazione del Documento più importante per l’economia e la società della nazione finora non si individuano eventuali suoi apporti specifici.

    Sembra che il governo Meloni si muova ancora, in parte inconsapevolmente in parte per malposta furbizia (favorire alcuni ceti di riferimento) in parte per incapacità, nel solco di molti governi delle cosiddette Prima e Seconda Repubblica. Sembrerebbe che in ordine sparso alcuni esponenti di Fratelli d’Italia preferiscano far vedere, con affermazioni talvolta risibili, che sono i primi della classe contro il politically correct platealmente e esageratamente praticato da alcuni settori della sinistra politica e intellettuale. Ma nessuna critica di destra delinea una visione alternativa se alla pars destruens non accompagna subito la costruzione del nuovo (e francamente, con riguardo, nessuno di quegli intellettuali si è ancora dimostrato all’altezza). Neppure in ordine sparso, però, governanti, parlamentari, consulenti del centro-destra hanno finora saputo dare un segno concreto del nuovo che vorrebbero fare nascere e avanzare cosicché nell’interregno si producono degenerazioni e fenomeni morbosi.

Pubblicato il 6 settembre 2023 su Domani

Quel che ricordo della Commissione su Ustica @DomaniGiornale

Negli anni Ottanta del secolo scorso ero Senatore della Sinistra Indipendente. Anche per un mio interesse personale e qualche competenza pregressa, il mio gruppo parlamentare decise di assegnarmi alla Commissione parlamentare d’inchiesta “sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” istituita nel maggio 1988. Ovviamente, Ustica era una delle stragi sulle quali la Commissione aveva il compito di indagare. Nonostante il passare del tempo (ma: “mens sana et memoria longa”!), ho due ricordi di un qualche interesse. Il primo è l’audizione in materia dell’allora Ministro della Difesa il liberale Valerio Zanone. Lo conoscevo dal 1967 quando a Torino frequentavamo il Centro Einaudi del quale facevano parte anche Piero Ostellino, poi Direttore del “Corriere della Sera”, e Giuliano Urbani, poi, uno degli importanti ispiratori di Forza Italia e più volte Ministro. Il ministro Zanone, persona garbata e disponibile, mai sopra le righe, fu per tutto il tempo dell’audizione in grandissimo visibile preoccupatissimo imbarazzo. Ad alcune domande proprio non sapeva rispondere (non gli avevano fornito i dati? inadeguato, parziale, briefing degli uffici militari?); ad altre domande, con tutta evidenza, gli era stato detto (consigliato? imposto?) di non rispondere affatto, di eludere. Lo osservavo nervoso, si agitava sulla sedia, sudava.

Il secondo ricordo è che, già dopo le prime sedute e le informazioni variamente, anche se sommariamente, ottenute e discusse dalla Commissione, si era diffusa la sensazione/ convinzione che il Dc9 dell’Itavia era stato colpito da un missile. Che quella sera del 27 agosto 1980 fosse in corso un’operazione di guerra sembrava innegabile, soprattutto era testimoniato da molteplici tracciati radar. Non sembrava possibile identificare tutti i protagonisti delle scorribande aeree, ma erano numerosi e diversi. L’ipotesi bomba a bordo trovava fra i componenti della Commissione e fra gli esperti che venivano ascoltati pochissimi sostenitori, non particolarmente convinti e, mi pareva, non proprio disposti a impegnare la propria reputazione per sostenerla. Alcuni sembravano interessati a mantenere viva una pista alternativa per evitare una troppo facile e troppo rapida prevalenza della tesi del missile. Per quanto mi riguardava mi ero rapidamente fatto l’opinione che era stato un missile, indirizzato ad un altro obiettivo, lanciato da uno degli aerei in quell’improprio teatro di battaglia. Però, ero perfettamente consapevole che un conto è maturare un’opinione un conto molto diverso è disporre di prove sicure e inconfutabili. Come in altre commissioni fra i componenti c’erano esperti e alcuni parlamentari che si dedicavano maggiormente alla raccolta e all’analisi delle informazioni, mentre i loro compagni di partito li ascoltavano, li sostenevano e cercavano di trarre il massimo dal dibattito. La mia posizione era intermedia. Partivo con qualche conoscenza utile, mi fidavo degli apporti di un capacissimo consulente parlamentare della Sinistra Indipendente, seguivo con il massimo di attenzione le audizioni. Nel corso delle riunioni, duranti gli scambi informali negli intervalli, nei tragitti di andata e ritorno dal Senato al Palazzo di San Macuto, luogo nel quale si tengono gli incontri delle Commissioni bicamerali, parlavo con molti colleghi comunisti, democristiani, di altri partiti, mentre i socialisti erano abitualmente abbastanza “abbottonati”, non inclini a proseguire/ampliare i temi affrontati in Commissione. Sentivo, però, che fra tutti loro la (ipo)tesi della bomba risultava molto, molto minoritaria. La tesi del missile aveva, non scriverò moltissimi sostenitori, ma si presentava con maggiore plausibilità e, qui un vero punctum dolentissimum, con l’accompagnamento di enorme preoccupazione politica. La responsabilità di averlo lanciato era di un aereo da guerra francese. Che automaticamente coinvolgesse la NATO non era possibile sostenerlo (ed era preferibile non farlo). Nessuno dei colleghi parlamentari e dei giornalisti con i quali talvolta mi intrattenevo aveva la minima idea di che cosa potesse significare l’accertamento della responsabilità francese. Nell’intervista Amato ha parlato di “ragion di Stato” e di “ragion di Nato”. Entrambe andavano nella direzione di non approfondimento dei fatti e delle responsabilità. Eravamo in terra incognita quasi paralizzati dall’incapacità di prevedere impatto e conseguenze dell’accertamento dei fatti. E ora?

Pubblicato il 4 settembre 2023 su Domani

Il premierato dei patrioti è simile al sindaco d’Italia di Renzi e per questo non funzionerà mai @DomaniGiornale

Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia si trova la proposta del presidenzialismo. Poi, talvolta, Giorgia Meloni si è espressa senza precisione a favore del molto diverso semipresidenzialismo francese. Adesso sembra che il Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati abbia pronta una bozza che configura una forma finora ignota di Premierato. L’unico elemento che accomuna presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato all’italiana è l’elezione popolare diretta del capo dell’Esecutivo (nel premierato il Primo ministro) che implica la trasformazione della forma italiana di governo dal parlamentarismo ad un generico presidenzialismo.

   Non ho abbastanza informazioni per discutere la bozza Casellati. Mi propongo di farlo a suo tempo. Tuttavia, non poche indiscrezioni suggeriscono che a suo fondamento sta il disegno di legge di revisione costituzionale intitolato “Disposizioni per l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri”, primo firmatario Renzi. Un inedito “presidenzialismo” ne sarebbe l’esito concreto. I firmatari preferiscono sostenere che si propongono il passaggio dalla democrazia rappresentativa ad una non meglio definita democrazia decidente. Questa aggettivazione, sostanzialmente assente nella discussione e nelle analisi delle democrazie realmente esistenti, fu ampiamente propagandata, fra gli altri dall’ex-presidente della Camera dei deputati Luciano Violante, dai sostenitori del referendum costituzionale del 2016 poi sonoramente bocciato dagli elettori.

   Per definire la sua proposta costituzionale in numerose occasioni, per lo più senza essere contrastato e corretto, Renzi ha fatto ricorso alla nient’affatto originale espressione Sindaco d’Italia, inventata più di dieci anni fa da Mario Segni e mai precisata. Non approfondisco il problema, che dovrebbe immediatamente apparire evidente, della differenza enorme fra governare un comune e governare una nazione (sic). Non faccio neppure riferimento al fatto che, utilizzata tre volte in Israele, l’elezione popolare diretta del Primo ministro è stata poi abbandonata (Emanuele Ottolenghi, Israele: un premierato fallito, in G. Pasquino, a cura di, Capi di governo, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 155-181). Mi limito, invece, a analizzare il disegno di legge Renzi et al. nelle sue carenze e nelle sue implicazioni. Della carenza più flagrante i proponenti sono consapevoli e lo dichiarano. Nel disegno di legge dedicato all’elezione del capo dell’esecutivo manca qualsiasi indicazione concernente, non dirò la legge elettorale (meno che mai l’improponibile semi-incostituzionale Italicum), ma il meccanismo con il quale quel capo sarà eletto. Peraltro, se all’origine stanno le modalità con le quali vengono eletti i sindaci dei comuni al di sopra dei 15 mila abitanti, quella legge la conosciamo: vince al primo turno il candidato/a che ottiene il 50 per cento più uno dei voti espressi altrimenti passano al ballottaggio le due candidature più votate. Importante è ricordare che i vincenti hanno diritto al 60 per cento dei seggi nel consiglio comunale. Si pone qui il problema dell’attribuzione di questo premio di maggioranza in una situazione di Parlamento bicamerale. Dal testo del disegno di legge sembra potersi dedurre che l’elezione del Presidente del Consiglio, pur contestuale a quella delle Camere, sarà separata, immagino su una scheda apposita sulla quale con ogni probabilità dovranno apparire i simboli dei partiti che lo sostengono.

L’eletto/a nominerà i ministri e avrà il potere di revocarli. Potrà essere sfiduciato dalle Camere. In caso di “dimissioni, morte o impedimento permanente”, il Presidente della Repubblica “scioglie le Camere”. In maniera data sostanzialmente per scontata (as a matter of fact direbbero gli anglosassoni), vengono colpiti i due più importanti poteri costituzionali del Presidente della Repubblica italiana: la nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, dei ministri (art. 92) e lo scioglimento (oppure no) del Parlamento (art. 88). Nelle circostanze sopra elencate sarà obbligo costituzionale del Presidente sciogliere il parlamento. Perderà qualsiasi discrezionalità e qualsiasi ruolo configurabile nell’ambito dei “freni e contrappesi” di cui una democrazia liberal-costituzionale ha assoluta necessità e sui quali poggiano la sua democraticità e la sua flessibilità.

In attesa di conoscere i cruciali meccanismi con il quale il capo del governo sarà eletto/a, due rilievi fortemente critici sono già formulabili. Il primo attiene alla rigidità del modello previsto contro la flessibilità delle forme di governo parlamentare che consente loro di affrontare situazioni politicamente, socialmente, economicamente emergenziali. Il secondo è che il modello non garantisce affatto né decisionalità né governabilità, entrambe, affermerebbe il grande politologo Giovanni Sartori, derivanti più dalle qualità del personale politico che da scelte e strumenti istituzionali, ma soprattutto comporta il rischio dello stallo, dell’immobilismo. Per evitare lo scioglimento automatico, Presidente del Consiglio, parlamentari e partiti cercheranno regolarmente il minimo comun denominatore o il “nessun” comune denominatore, preferendo l’indecisione allo scioglimento. Dominus, però, sarà sempre il Presidente del Consiglio che avrà la possibilità di scegliere il momento migliore per lui e per il suo partito nel quale (ri)chiamare alle urne l’elettorato.    Concludendo, nei termini nei quali è descritta nel ddl Renzi et al. l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri implica tre conseguenze a mio parere molto negative. Primo, sterilizza il Presidente della Repubblica strappandogli qualsiasi possibilità di essere e agire come “freno e contrappeso” al Presidente del Consiglio. Secondo, esalta in misura non valutabile il Presidente del Consiglio e il suo potere sulla sua stessa maggioranza e sul Parlamento. Terzo, irrigidisce la forma di governo in maniera esagerata e probabilmente controproducente. Rigidità e manipolazione vanno di pari passo e non comporterebbero in nessun modo un miglior funzionamento del sistema politico e della democrazia. Se la bozza Casellati si muove secondo le direttive renziane parte molto male.

Pubblicato il 1° settembre 2023 su Domani

Manovra senza progetto. Il governo non sa ancora che paese vuole costruire @DomaniGiornale

La Finanziaria è sempre un banco di prova, per qualsiasi governo e governanti, per i partiti della coalizione, per l’opposizione(i). Non basta cercare di cavarsela con qualche aggettivo preoccupato, come quelli, ad esempio, “complicato”, giustamente usati dal preoccupatissimo Ministro dell’Economia Giorgetti. I soldi sono pochi? Lo dicono sempre (quasi) tutti. Ecco, allora, venuto il tempo delle scelte, quello che piace a Giorgia Meloni che potrà/potrebbe lasciare il segno del paese che vuole. Opportuno è che cominci subito. Si è visto chi vuole colpire, a cominciare dai percettori del reddito di cittadinanza e dai banchieri, categoria mai amata. Meno, molto meno si sta vedendo l’idea del paese che vorrebbe. Certamente, consentire ad alcune categorie relativamente piccole, assolutamente corporative, come i balneari e i tassisti, di continuare a sfruttare i loro privilegi, le loro rendite di posizione, non è il migliore dei segnali per un paese che voglia mettersi a correre. Non si vedono le grandi direttrici, una delle quali dovrebbe sicuramente essere la sanità, l’altra quasi altrettanto sicuramente, il complesso sistema dell’istruzione. Riforme profonde in entrambi i casi richiedono tempi lunghi, che è proprio la ragione per la quale sarebbe imperativo cominciare qui e subito.

   Gli alleati della Meloni, non sembrano avere un loro progetto di finanziaria, vale a dire una visione centrata su elementi originali e innovativi che caratterizzino il tipo di rappresentanza politica che esprimono e al quale mirano. Comme d’habitude, Salvini, protettore dei balneari e oppositore di qualsiasi intervento che alzi l’età pensionabile, è costantemente alla ricerca di una tematica che gli dia visibilità e accesso a qualche categoria particolaristica. Oggi, in questo, sembra psicologicamente frenato da Giorgetti che non apprezzerebbe. Per voce di Tajani, Forza Italia sottolinea la necessità di un diverso prelievo dalle banche, ma non riesce a evidenziare altre tematiche che siano qualificanti e dirompenti. Ne sapremo di più quando il documento sarà disponibile e leggibile anche nei particolari nei quali, insieme al già noto diavolo, si incuneano le lobby e gli amici degli amici, forti in ricatti imprecisabili, qualche volta anche portatori di voti a qualche parlamentare accuratamente (auto)selezionato.

   Al proposito, il problema italiano di fondo è la frammentazione/segmentazione, tutt’altro che solo geografica, della società italiana che si trasferisce nei partiti e nelle loro correnti, meno sembrerebbe in Fratelli d’Italia. Per le opposizioni l’attuale è la fase dello stare a guardare e cercare i punti deboli del documento che verrà. Da Filippo Cavazzuti, professore di Scienza delle Finanze e senatore della Sinistra Indipendente, credo di avere imparato due cose. La prima è la più difficile. L’opposizione, almeno quella che si ritiene più rappresentativa e più preparata, dovrebbe concentrare i suoi sforzi, certamente ambiziosissimi, nella preparazione di un contro documento contenente almeno le linee portanti di una Finanziaria alternativa. La seconda è meno difficile, ma richiede disciplina, autocontrollo, coordinamento. Rinunciare a quella che Cavazzuti criticava come la “cultura dell’emendamento”, vale a dire la presentazione di una miriade di emendamenti particolaristici, di bandiera, omaggi, improbabilmente coronati da successo, a associazioni di riferimento dei più vari tipi: sociali, culturali, professionali. Anche se fra loro non d’accordo su alcuni aspetti, le opposizioni dovrebbero, sulla falsariga del reddito minimo, concentrarsi sulla stesura di non più di tre o quattro grandi emendamenti sulle tematiche più significative per comunicare agli elettori dove stanno e cosa farebbero una volta al governo. Al momento, non vedo nulla di questo.

Pubblicato il 30 agosto 2023 su Domani

Vannacci si dimetta se vuole esercitare la propria libertà di parola @DomaniGiornale

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (art. 21). Questo principio liberale è inoppugnabile. Sicuramente, si accompagna all’assunzione piena della responsabilità di quello che ciascuno sceglie di dire, scrivere, diffondere. Anche l’assunzione di responsabilità personale è un principio costitutivo del liberalismo. Chi parla, scrive, diffonde è consapevole che le sue espressioni potranno influenzare altri, spingerli all’emulazione. Anzi, per lo più, vuole proprio dare diffusione più ampia possibile alle sue opinioni, talvolta, perché contrastano il sentire comune, da lui ritenuto sbagliato e pericoloso, talaltra, perché ritiene che le sue posizioni sono rappresentative di una minoranza, se non addirittura di una maggioranza silenziosa. A quelle donne e a quegli uomini, lui coraggiosamente, con grande sprezzo del pericolo, darà voce.

   Tutto quello che ho scritto finora si attaglia direttamente al caso del Gen. Roberto Vannacci. Non c’è nulla di indiscutibile nel caso in sé e nelle moltissime reazioni, ma la discussione deve partire dalle fondamenta. Coloro che hanno cariche istituzionali (e anche politiche, non ho capito la distinzione fatta dal Ministro Crosetto) portano indubbiamente maggiori responsabilità dei “semplici” cittadini. Quello che dicono e scrivono non soltanto raggiunge un uditorio più vasto, ma inevitabilmente si riflette anche sull’istituzione di cui fanno parte, nella quale godono di una posizione di rilievo. Un generale, un alto magistrato, un professore universitario, tutte figure di funzionari pubblici, sono tenuti a sapere che esprimere in pubblico le loro opinioni politiche e sociali in qualche modo tocca l’immagine importantissima e, in qualche modo cruciale, può lederla, della loro imparzialità, della loro capacità e volontà di rappresentare, rispettare, esprimere, insegnare i valori della Costituzione. Nel caso in esame, quei valori di eguaglianza di fronte alla legge, di dignità sociale, di rispetto delle differenze, stanno tutti mirabilmente nell’articolo 3 della Costituzione italiana.

   Nessun liberale e nessun democratico sosterrebbero che sui valori costituzionali è vietato nella maniera più assoluta discutere e che non è consentito auspicare e formulare alternative (nelle parole di Vannacci non c’erano alternative, ma anatemi). Però, i dipendenti e i funzionari dello Stato hanno giurato sulla Costituzione di rispettarla e attuarla. Qualora ritengano che i principi costituzionali e la loro traduzione in leggi siano incompatibili con le loro personali opinioni e valori hanno la facoltà di scegliere fra il silenzio (“obbedir tacendo”) oppure le dimissioni che aprono la strada alla pubblicizzazione di tutto quanto vorranno. Le Forze Armate, la burocrazia, gli atenei non sono campi di competizione politica nei quali è accettabile una sorta di bipolarismo di nuovissimo conio fra i sostenitori della Costituzione e delle leggi vigenti e coloro che li sfidano in nome di valori contrari alla Costituzione a prescindere che siano oppure no condivisi da parte, da quanta parte, dell’elettorato (“il popolo è con me”).

   Non spetta a un generale, a nessun generale farsi orgoglioso portatore in divisa di quei valori. Il compito politico spetta ai parlamentari. La rivendicazione di responsabilità per quanto detto e scritto dal generale Vannacci dovrebbe essere altrettanto orgogliosa nella consapevolezza che qualsiasi conseguenza sul suo status e ruolo discenderà non da chi ha conculcato il suo diritto alla libertà di espressione, ma dal fatto di avere esercitato quel diritto in violazione dei suoi doveri istituzionali e professionali. Altrove, nelle democrazie liberali, le dimissioni sarebbero considerate, non la premessa ad una candidatura parlamentare, ma un atto dovuto.

Pubblicato il 23 agosto 2023 su Domani

Troppa competizione tra Pd e M5s danneggia il centrosinistra @DomaniGiornale

Dove condurrà la competizione in atto fra Elly Schlein e Giuseppe Conte? Può essere positiva per lo schieramento anti-governo Meloni oppure è un ostacolo alla convergenza su programmi, proposte, prospettive? Altrove, per intenderci, dalle democrazie scandinave al Portogallo, alla Spagna e, fino all’avvento di Macron, alla Francia (ma il sistema istituzionale e elettorale fa molta differenza), nell’ambito della sinistra e del centro-sinistra, spesso esiste un partito chiaramente più grande in termini di voti e di consenso. A quel partito spetta indicare la leadership dello schieramento che, se vittorioso, verrà premiata con la conquista della carica di capo del governo. Al momento, secondo i sondaggi e in base ai voti del settembre 2022, la distanza in termini percentuali fra il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle non consente al primo di rivendicare in maniera inoppugnabile la guida dello schieramento più ampio. Inoltre, impegnato nell’estendere il più possibile il suo appello politico elettorale, Conte si dimostra maggiormente orientato a competere con il PD piuttosto che a convergere. Quello che è successo con il sostegno comune al salario minimo appare un’eccezione sicuramente raccomandabile e istruttiva, da valorizzare (anche se, temo, che verrà il momento delle bandierine di rivendicazione). Quello che, invece, è finora mancato ad entrambi (di “+Europa” e “Azione” non parlo poiché mi paiono molto carenti quanto a capacità di mobilitazione) è un disegno di recupero di quel 40 percento di elettorato che per varie ragioni non è andato alle urne.

   La competizione Schlein/Conte non appare l’argomento di maggiore attrattività per quegli astenuti. Anzi, da altri luoghi e da altre elezioni, sappiamo che gli scontri nella sinistra smobilitano specialmente la parte di elettori che vogliono sì un’alternativa di governo al centro-destra, ma, al tempo stesso, vogliono che quel governo sia sufficientemente coeso, con il minimo di tensioni interne e credibilmente capace di attuare le sue promesse. Altrimenti, starsene, pur tristemente, a casa per loro rimane un’opzione preferibile.

Naturalmente, la competizione Partito Democratico/Movimento Cinque Stelle è nelle cose, nei fatti, nello stato del paese. Personalmente, non sono un cantore della necessità assoluta e prioritaria di ridurre le diseguaglianze soprattutto quelle economiche. So, però, che è ai ceti svantaggiati che la sinistra, non soltanto in Italia, sembra avere perso la capacità di parlare e, talvolta, persino, la volontà di andarli a cercare. La questione dovrebbe essere posta in termini di opportunità: aprire spazi di accesso alla buona istruzione, alla buona sanità, alle buone pensioni che possono seguire ad un mercato del lavoro accessibile anche in seguito a procedure di qualificazione e di reinserimento dei lavoratori/trici. Questa, sulle idee, sui progetti, sulle soluzioni, è la buona competizione nella sinistra. Il momento giusto è ora poiché il governo annaspa nel PNRR, colpisce malamente le banche, non ha ricette di ristrutturazione del welfare. Il non originale mantra dei centrodestri è che i problemi sono stati creati dai governi precedenti. La risposta dei due partiti che in quei governi erano le componenti più importanti, oltre a mettere in questione affermazioni infondate, deve consistere in singole proposte chiare, condivise, solidariamente sostenute, quello che si può chiamare “la pratica dell’obiettivo”. Valutando i contributi agli obiettivi conseguiti, PD, M5S e coloro disposti a collaborare saranno in grado di meglio scegliere la leadership più promettente per vincere le prossime elezioni.

Pubblicato il 17 agosto 2023 su Domani

Apologia del (vero) liberalismo. Così le istituzioni proteggono i diritti @DomaniGiornale

Il problema non è il neo-liberalismo (troppo spesso identificato con ricette economiche meglio definibili come neo-conservatrici). Il problema sono i sedicenti liberali che parlano di qualcosa che non conoscono. Per molti di loro, essere liberali significa porsi contro la sinistra in qualsiasi versione si presenti. Per molti di loro, soltanto i liberali possono scrivere e discutere di liberalismo. Dissento verticalmente e qui argomenterò, inevitabilmente a grandi, ma credo sufficienti, linee, perché e come.

Ricostruisco il liberalismo al quale sono stato esposto come studente da Norberto Bobbio, Luigi Firpo (docente di Storia delle dottrine politiche a Torino), Nicola Matteucci e Giovanni Sartori. Poi, sì, grazie a loro, ho letto molti altri libri importanti. A richiesta ne provvederò i riferimenti bibliografici. All’origine di tutto voglio porre tre essenziali principi derivati dagli scritti del sicuramente liberale John Locke (1632-1704), nell’ordine: libertà, vita, proprietà. Senza libertà non c’è vita degna di essere vissuta. Proteggere la vita non consiste unicamente nel garantire le condizioni minime di esistenza, grazie alla proprietà di alcune risorse, ma significa opporsi a qualsiasi ingerenza fisica a cominciare dalla tortura. Tre secoli dopo Locke, l’eminente filosofa politica ebrea nata in Lettonia Judith Shklar (1928-1992) denunciò la crudeltà come il peggior vizio illiberale. Concordo e mentre rimando ad una valutazione complessiva del suo importantissimo lavoro contenuta nel volume curato da Bernard Yack, Liberalism without Illusions: Essays on Liberal Theory and the Political Vision of Judith N. Shklar (University of Chicago Press, 1996), attendo di sentire l’opinione e dei (no, non scrivo più “sedicenti”) liberali italiani.

Stabiliti quei principi tuttora irrinunciabili, dunque, liberale non è mai colui che attenta, fatto salvo un discorso su come sia stata acquisita, alla proprietà delle persone, il liberalismo non esce come Minerva dalla testa di Giove. Si dipana, invece, gradualmente, da un lato, sul versante delle istituzioni, dall’altro, sul versante dei diritti, con la precedenza delle prime, troppo spesso trascurate dai liberali contemporanei, sui secondi. Strappare al re il potere giudiziario e il potere legislativo è quanto suggerisce Montesquieu nel suo De l’esprit des lois (1748), l’inizio della separazione/separatezza delle istituzioni. Il Re d’Inghilterra resisterà strenuamente, ma i coloni americani indipendentisti (1776) fecero delle istituzioni separate l’asse portante del loro presidenzialismo. Quelle istituzioni erano separate come origine anche elettorale, ogni 2 anni i Rappresentanti e un terzo dei Senatori, ogni 4 anni il Presidente, ma condividevano i poteri. Il Senato interviene nelle nomine presidenziali, persino dei Ministri (Segretari) e, ancor più significativamente, dei giudici della Corte Suprema nominati dal Presidente. Quei giudici possono fare decadere le leggi approvate dal Congresso e firmate dal Presidente che, peraltro, può porre il suo veto per lo più vincente su leggi sgradite.

Le istituzioni USA, hanno sostenuto alcuni studiosi recenti, non si limitano a condividere (sharing) i poteri fino ad una situazione di “governo diviso” (stallo e/o ingovernabilità) pur preferibile ad una Presidenza onnipotente, “arrogante” nelle parole del Sen. William Fulbright, “imperiale” nell’analisi dello storico Arthur Schlesinger Jr, ma sono entrati in una nociva, costante competizione per strapparli a proprio favore.

Qui si inserisce il secondo elemento istituzionale/costituzionale eminentemente liberale: checks and balances. Nessuna istituzione deve mai trovarsi in condizione di prevaricare sulle altre e nessuna di essere “prevaricata”. Freni e contrappesi sono meccanismi delicati costantemente bersagli di battaglie politiche e culturali. Coloro che ottengono attraverso elezioni libere, eque (fair), periodiche (qui l’importanza di buone leggi elettorali) e occupano cariche politiche debbono rispondere dei loro comportamenti agli elettori: accountability. Non è solo l’obbligo di accettare le proprie responsabilità e rendere conto di quanto fatto, non fatto, fatto male. L’accountability è la virtù liberaldemocratica per eccellenza, totalmente coerente con l’assenza di qualsiasi vincolo al mandato (art. 67 della Costituzione italiana) e sostanzialmente incompatibile con limiti temporali imposti ai mandati, misura di chiaro stampo populista.

Espressione del potere e delle preferenze dei cittadini, le istituzioni liberali proteggono e promuovono i diritti. Sancite la libertà di parola e opinione e libere elezioni, il Bill of Rights inglese del 1689 è tutto focalizzato sui rapporti istituzionali fra Re e Parlamento e sui rispettivi poteri. Cent’anni dopo la Costituzione USA è un documento tutto istituzionale. Nel 1791, il Bill of Rights USA entrò a farne parte integrante in qualità di primo emendamento. I diritti liberali sono di due tipi, civili e politici. Libertà di parola, di opinione, di stampa, di culto, di associazione e di movimento sono diritti civili essenziali. Votare e essere votati, costruire organizzazioni politiche e partecipare alla politica in varie forme attraverso tentativi di influenzare i detentori del potere politico con proteste e movimenti sono tutti diritti politici. Una società che riesce a esprimersi secondo queste modalità è, ricorrendo agli aggettivi frequentemente usati nel lessico politico/logico USA, “robusta e vibrante”. Poiché la competizione pluralista fra idee, proposte, soluzioni è quanto il liberalismo auspica, considera importante, ‘impegna a garantire quella società è definibile liberale. La competizione, non l’eguaglianza, è il suo tratto distintivo.

   L’unica eguaglianza indispensabile e caratterizzante del liberalismo è quella davanti alla legge. La diseguaglianza intollerabile dal liberalismo è quella che deriva dall’uso del denaro per conquistare il potere politico. Il principio “una persona un voto” è eguaglianza politica liberale. Il conflitto di interessi fra le attività e le risorse economiche personali e l’esercizio di cariche pubbliche è la ferita più profonda inferta alla concezione e alla pratica dello Stato liberale.

   Non sta nella concezione dello Stato liberale il terzo insieme di diritti, quelli sociali: istruzione, salute, lavoro, pensione. Nulla osta che, come scrisse il grande sociologo inglese T.H Marshall già nel 1950: Citizenship and Social Class, a quei diritti si possa pervenire. Sono diritti caratterizzanti le esperienze e le politiche socialdemocratiche, ma non per questo incompatibili con lo Stato liberale e dai liberali rigettati. Al contrario, rispetto ai diritti sociali le differenze fra liberali e socialdemocratici non stanno affatto nell’importanza attribuita a quei diritti, ma nelle modalità con le quali perseguirli. I socialdemocratici affidano il compito prevalentemente allo Stato e alle sue istituzioni. I liberali pensano che debbano essere i cittadini attraverso la libera competizione politica a stabilire, fatta salva una rete di sicurezza, se, come e quanto investire in istruzione e sanità, in lavoro e pensioni. Da questo punto di vista gli Stati Uniti sono molto più liberali della Gran Bretagna. Prova ne è che la riforma sanitaria di Obama è stata bollata come socialista, mentre il sistema scolastico viene fortemente criticato per la sua produzione e riproduzione di enormi diseguaglianze e privilegi.

   Se l’assenza di qualsiasi intervento sostitutivo o correttivo o di indirizzo ad opera dello Stato che neghi la prospettiva formulata da John Maynard Keynes per l’economia e non la voglia/sappia estendere ai settori istruzione, sanità, lavoro è definibile come neo-liberalismo, allora la sua distanza dal pensiero liberale classico è, se non incolmabile, certamente considerevole. Ma, pur esigenti, non buoni/sti come troppi, questa volta la qualifica sedicenti merita di tornare, liberali italiani si compiacciono di essere, i liberali degni di questo nome non sono crudeli e una competizione politica ben regolata continua a promettere e spesso a conseguire esiti apprezzabili.

Pubblicato il 10 agosto 2023 su Domani

Orbán, Trump e Vox. La democrazia va protetta con l’impegno pedagogico @DomaniGiornale

Quando nel 1993 Fukuyama pubblicò il suo libro La fine della storia e l’ultimo uomo, nel quale, a beneficio di chi non l’ha mai letto, ricorderò che annunciava la vittoria definitiva delle liberaldemocrazie, delle visioni ideali e degli stili di vita sul comunismo, non pensava certamente ai problemi che quelle liberaldemocrazie avrebbero dovuto affrontare. Intratteneva una visione non ingenua, ma relativamente ottimista. Era consapevole della presenza del fondamentalismo, oggi, forse direbbe fondamentalismi al plurale, meno attento alla dinamica politico-culturale interna delle liberaldemocrazie.  Anche se, contrariamente a troppe affermazioni di male informati profeti di sventure sulla crisi/morte delle democrazie, nessuna è crollata, tranne quella del Venezuela già su piedi d’argilla, mentre Orbán spinge nell’illiberalismo l’Ungheria, oggi vediamo insieme all’autore di una possente ricostruzione storica delle modalità di affermazione dell’ordine politico, alcune grandi sfide antidemocratiche. Sono sfide politiche, istituzionali, ma soprattutto culturali. Il caso italiano ne offre un esempio.

Ascolto critiche incentrate sulla inadeguatezza, addirittura mancanza della classe dirigente, un argomento che mi pare degno di approfondimenti a tutto campo senza preconcetti. Sento anche da ambienti che si considerano vicini alla sinistra (ex apologeti del nazista Carl Schmitt) proposte di democrazia decidente (attendo inviti agli autoritarismi dialoganti). Qualcuno, più decisionista di altri, anticipa addirittura quanto Giorgia Meloni dovrebbe proporre come riforma costituzionale. Infine, vedo pullulare in regimi democratici che hanno riscosso grandi e duraturi successi liste, partiti, idee di destra che sembravano non avere più seguito e neppure cittadinanza. I “Veri Finlandesi”?, i “Democratici Svedesi”? in due grandi democrazie a lungo governate con benefici diffusi per tutti da partiti socialdemocratici sono entrati nei rispettivi parlamenti e addirittura sono indispensabili per la coalizione di governo. Fuori dal nazismo e fuori dal franchismo, Germania e Spagna hanno dato vita e sostanza a democrazie di successo. Eppure, in Germania Alternative für Deutschland ha molti voti e dà rappresentanza politica a molti elettori. In Spagna non è ancora escluso che Vox, che tanto piace a Giorgia Meloni, riesca a diventare determinante per la formazione del prossimo governo. Mi inquieto al solo pensiero che Donald Trump, che tutti i sondaggi danno molto competitivo, finisca per tornare alla Casa Bianca con conseguenze che sarebbero devastanti per tutte le liberaldemocrazie esistenti e per coloro che vorrebbero crearne nei loro paesi.

Quale fattore può spiegare casi che sembrano così diversi fra loro, con molti americani che non hanno mai smesso di considerarsi “eccezionali”? Chiaro che nessuna spiegazione monofattoriale è mai totalmente adeguata e convincente. Tuttavia, sono giunto alla individuazione di un fattore predominante. In tempi diversi e con modi diversi i governanti democratici, compiaciuti dei loro successi politici, istituzionali, economici hanno cessato qualsiasi attività di insegnamento della politica democratica, dei principi e dei valori della società aperta. Anzi, proprio in nome della libertà di competizione politica e culturale non hanno saputo/voluto opporre le loro idee a quelle in parte comuni in parte specifiche alle singole esperienze storiche che venivano espresse in maniera talora folcloristica talora anche violenta dalle destre. Soltanto l’impegno pedagogico culturale, qui e ora, senza speciose neutralità, sulla superiorità dei valori universali democratici può salvare le democrazie realmente esistenti, la democrazia che abbiamo e quella che vorremmo.

Pubblicato il 9 agosto 2023 su Domani