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I patti bilaterali sui migranti non servono a nulla @DomaniGiornale

L’accordo raggiunto fra Giorgia Meloni e il primo ministro albanese Edi Rama per la costruzione di due Centri di Permanenza per i Rimpatri gestiti dal governo italiano, ma localizzati in Albania, pur molto diverso da quanto stabilito tempo fa in materia di controllo dell’immigrazione con il presidente della Tunisia Kaïs Saïd, risponde alla stessa logica. Troppo facile, ma indispensabile sottolineare che una parte non piccola dell’attivismo della Presidente del Consiglio italiana è deliberatamente orientata a costruirne, mantenerne, esaltarne la figura e il ruolo di donna politica molto presente, laboriosa, rispettata sulla scena internazionale, capace di fare eccellere l’Italia in tutti i consessi che contano, ma soprattutto nei rapporti bilaterali. Questo aspetto della logica dell’attivismo internazionale sembra anche volere suggerire che all’estero hanno una valutazione del governo Meloni di gran lunga superiore a quella, pure nient’affatto in calo, in patria, e soprattutto molto diversa dalle critiche, stridenti e non particolarmente né efficaci né originali, delle opposizioni. Però, l’attivismo internazionale è dispendioso in termini di tempo e di energie e per lo più non in vetta alle preoccupazioni degli italiani tranne forse proprio per quel che riguarda l’immigrazione.

L’altra componente della logica dell’attivismo internazionale meloniano è complessa, ma decifrabile. Per molti studiosi e operatori, forse anche per la stessa Meloni, l’immigrazione è un problema non soltanto destinato a durare, ma soprattutto non suscettibile di nessuna soluzione ad opera di un solo Stato, per quanto forte e ben governato. La soluzione, difficilissima, che richiederà adattamenti, innovazione, grande concordia, collaborazione convinta e prolungata, non può venire che da decisioni collettive, prese e attuate nella e dalla Unione Europea. Esclusivamente nel contesto di Stati dotati di risorse e di capacità, ma anche consapevoli che hanno già oggi e avranno ancor più domani bisogno di lavoratori da trasformare in cittadini integrandoli nel tessuto economico, sociale, culturale delle rispettive nazioni, si può legittimamente nutrire l’aspettativa di porre sotto controllo, se non addirittura di orientare al meglio flussi migratori epocali, che non cesseranno.

Probabilmente, sia perché conosce preferenze e posizioni dei suoi amici (?) sovranisti, a partire dal più protervo di loro l’ungherese Viktor Orbán, sia perché crede poco alle capacità dell’Unione di produrre una soluzione che accontenti tutti sia poiché vuole dimostrare di essere la prima della classe sia, da ultimo, ma niente affatto infimo, in quanto è alla ricerca di un grande tema di cui lei sia l’interprete più originale e più di successo, Meloni mira a dimostrare che esiste una soluzione nazionale e che lei passo dopo passo accordo dopo accordo bilaterale e bilaterale l’ha trovata quella soluzione e la pone in pratica, se necessario in splendido isolamento, quando possibile senza escludere, capitasse mai, limitate convergenze con Bruxelles. Nel frattempo, riserva alla Commissione una pluralità di rimproveri, in qualche misura appropriati, ma il tema migrazione è di competenza degli Stati nel Consiglio. Giusto che le opposizioni facciano notare che di risultati positivi dall’accordo con la Tunisia non se ne siano visti. Altrettanto opportuno individuare tutte le criticità tecniche e di gestione dei Cpr, ma, in special modo quelle riguardanti gli elementari diritti civili dei migranti, spesso abbondantemente non rispettati o palesemente violati. Al proposito, talvolta Guantanámo è un termine di riferimento non particolarmente polemico né assurdo. In assenza di un pacchetto di soluzioni alternative praticabili in tempi necessariamente brevi, Meloni sta sull’onda alta dei sondaggi sulla sua personale popolarità e si propone di veleggiare verso il Parlamento di Bruxelles con voti e seggi quantomeno quadruplicati.

Pubblicato il 8 novembre 2023 su Domani

Il premierato? Porterà conflitti e confusione @DomaniGiornale

Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia, al quale molto spesso la Presidente del Consiglio si richiama, sta chiaramente scritto: presidenzialismo, stabilità di governo, Stato efficiente. La bozza di riforma costituzionale in circolazione che verrà presentata venerdì al Consiglio dei Ministri fin dal titolo parla, invece, di qualcosa di diverso e inusitato, cioè, di premierato: “elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri”. Le differenze istituzionali sono enormi. Attualmente, in nessun sistema politico il capo di governo è eletto direttamente dai cittadini. Per tre volte, 1996, 1999, 2001, il Premier israeliano fu eletto da maggioranze assolute, lo sottolineo, di votanti, ma quella elezione non produsse né stabilità né efficienza e venne abbandonata. Il disegno di legge del governo italiano non specifica quale maggioranza sia necessaria per l’elezione rendendo lecito e inevitabile pensare che potrà anche essere una maggioranza relativa. Dopodiché, a quel Presidente del Consiglio verrà consegnata una maggioranza parlamentare del 55 per cento dei seggi. Dovrà avere la fiducia espressa delle due Camere, ma non è specificato con quale sistema viene eletto il Parlamento. Qualora non ottenesse la fiducia, il Presidente della Repubblica potrebbe rinnovargli l’incarico. Una seconda bocciatura consentirebbe al Presidente di sciogliere il Parlamento. Il Primo ministro cessato dalla carica, non viene specificato come e perché, può essere sostituito dal Presidente della Repubblica con un parlamentare (dunque, nessuna possibilità di governi guidati da un non-politico, un tecnico) appartenente alla stessa maggioranza. Il governo avrebbe stabilità, ma il capo del governo eletto dai cittadini potrebbe, contraddittoriamente con l’obiettivo preminente della sua stabilità in carica, essere sostituito attraverso accordi fra i partiti. La macchinosità di queste procedure sembra essere dovuta essenzialmente al tentativo di salvaguardare i due poteri politico-istituzionali che caratterizzano la figura del Presidente della Repubblica nella Costituzione vigente: nomina del Presidente del Consiglio e scioglimento del Parlamento. Nella realtà, però, quei poteri risulteranno solo formali e il Presidente perderà qualsiasi discrezionalità nel suo esercizio.

    Ferma restando la sottolineatura che uno di punti di forza delle forme parlamentari di governo è la loro flessibilità/adattabilità in particolare fronte alla rigidità introdotta da questo tipo di premierato, il disegno di legge di riforma costituzionale è esposto a due obiezioni. La prima attiene alla maggioranza non assoluta che può eleggere il Primo ministro, dunque, inevitabilmente, alla imperfetta legittimazione politica che ne deriva. La seconda obiezione riguarda le non specificate modalità con le quali la non-maggioranza che lo ha eletto in Parlamento godrà del 55 per cento dei seggi. Aggiungo che non c’è nessuna garanzia che la stabilità del Primo ministro non diventi paralisi politica e immobilismo legislativo che la sua maggioranza accetterebbe pur di non tornare alle urne obbligata ad accettare la responsabilità di quel che non è riuscita a fare e che il Presidente della Repubblica non potrebbe sbrogliare con lo scioglimento del Parlamento. Lasciare il terreno conosciuto delle forme di governo presidenziale, parlamentare, semipresidenziale richiede molto di più e molto meglio dell’elezione popolare diretta del Primo ministro. Esagerato è sostenere che è in gioco la democrazia in quanto tale, ma certamente lo è come migliorare il suo funzionamento senza aprire spazi ad un populismo vittimista. Quello che quasi sicuramente consegue da una brutta riforma è delusione e scontento, confusione e conflitti.

Pubblicato il 1° novembre 2023 su Domani

L’arma decisiva delle opinioni pubbliche @DomaniGiornale

Le opinioni pubbliche da sole non vincono le guerre. Possono, però, farle perdere. Senza il sostegno dell’opinione pubblica ucraina e delle opinioni pubbliche europee e degli USA, il Presidente Zelenski avrebbe già dovuto cedere all’aggressione russa. Se in Russia fosse possibile la formazione di un’opinione pubblica, Putin avrebbe incontrato fin dall’inizio molte difficoltà a lanciare la sua “operazione militare speciale”; ancora più numerose difficoltà avrebbero fatto la loro comparsa nel mantenerla di fronte agli evidenti insuccessi. Da parte di Putin impedire e bloccare le informazioni su quel che (non) succede sul territorio ucraino è la logica conseguenza tanto del suo autoritarismo quanto del timore di reazioni ad opera dell’opinione pubblica che ricevesse quelle informazioni.

   Prima dell’assalto di Hamas, l’opinione pubblica in Israele era profondamente divisa tra sostegno e critiche al governo Netanyahu e allo stesso Primo ministro. La guerra ha prodotto un riallineamento immediato, ma temporaneo, a sostegno delle attività militari con le quali punire Hamas e garantire la sicurezza dello stato di Israele e la vita dei suoi cittadini. Rimane o, meglio, è emerso anche un dissenso su fino a che punto debba arrivare la rappresaglia israeliana, parte dell’opinione pubblica obiettando a misure contro i civili ritenute eccessive e molto criticate non solo da intellettuali di prestigio. Non sono esclusivamente quelle misure, che continuano e non è possibile prevedere quando finiranno a quale prezzo per la popolazione civile di Gaza, ad avere spinto larga parte delle opinioni pubbliche non europee, ma pure occidentali, ad esempio, in America latina, a schierarsi fondamentalmente a favore dei palestinesi, spesso ricomprendendovi, non a torto, il braccio armato Hamas, e maggioritariamente contro Israele. Al proposito, la distinzione che, pure, bisogna sapere e volere fare fra antisionismo e antisemitismo viene sostanzialmente meno.

 In buona parte quelle opinioni pubbliche, più o meno non-democratiche, ma, ad esempio, Brasile, India, Sudafrica sono regimi democratici, si sono espresse a favore dei palestinesi e di chi lotta per loro anche con le armi. Militarmente è molto probabile che Israele consegua i suoi obiettivi in tempi che forse avrebbe preferito più brevi. Tuttavia, ristabilire la situazione, tutt’altro che ottimale, che esisteva prima del 7 ottobre non garantisce affatto la sicurezza e la vita degli israeliani e del loro Stato. Quelle opinioni pubbliche “internazionali”, nelle quali, è opportuno ricordarlo e sottolinearlo, serpeggia sempre una notevole dose di antiamericanismo, non dismetteranno le loro valutazioni negative su Israele, se non addirittura le rafforzeranno. In vista di qualcosa che sia più, molto più delle tregue e degli armistizi spesso serviti e seguiti da conflitti più sanguinosi, il governo di Israele dovrebbe, forse, procedere ad una de-escalation accompagnata da una offensiva diplomatica estesa e di grandi dimensioni.

   L’autocontrollo sul campo nell’attacco a Gaza e quindi il favorire tutte le operazioni umanitarie necessarie debbono essere rivendicati molto più che come semplici segnali, ma come azioni concrete per aprire la strada ad un dopoguerra di accordi. Agli israeliani non manca l’intelligenza politica per capire che questo ennesimo conflitto è di tipo superiore ai precedenti e che la vittoria sul campo non sarà sufficiente. L’obiettivo deve essere, con l’aiuto degli europei e, in misura reale, ma meno visibile, degli USA, riuscire ad influenzare profondamente, in maniera decisiva le opinioni pubbliche occidentali e soprattutto fuori occidente. Sarebbe/sarà un esito positivo anche in un’ottica globale.

Pubblicato il 25 ottobre 2023 su Domani

Le democrazie e la lezione della Polonia @DomaniGiornale

L’esito delle elezioni in Polonia, anzitutto sfavorevole al PIS, il partito Diritto e Giustizia, al governo da non pochi anni, in secondo luogo, premiante in termini di voti per Coalizione Civica, l’opposizione progressista pro-Europa, contiene molti insegnamenti. Il primo insegnamento, poiché la partecipazione elettorale è cresciuta significativamente giungendo ad un invidiabile 73 cento, dice che quando cittadini e cittadine percepiscono, anche grazie alla campagna elettorale, che la posta in gioco è alta, decidono di dedicare parte del loro tempo e delle loro energie per andare alle urne, per farsi contare e contare. Ottimo insegnamento democratico. Ne consegue anche che l’importante affermazione di Coalizione civica dipende dall’essere riuscita a caratterizzarsi come schieramento a favore dell’Unione Europea, quella che c’è e che può essere migliorata, contro le politiche di impronta sovranista del PIS. Vero e sincero europeista di lungo e coerente corso, Donald Tusk si è battuto anche in nome dello Stato di diritto, della rule of law, e contro le ripetute violazioni dei principi e dei valori che stanno alla base degli Stati democratici e della stessa Unione Europea. Una parte decisiva dell’elettorato polacco ha indicato con il suo voto che ritiene importantissimi proprio quei principi e quei valori che stanno in totale contraddizione con l’immagine che vuole dare di sé il Partito del Diritto e della Giustizia e con i contenuti delle sue politiche ripetutamente stigmatizzati dal Parlamento europeo e sottoposti a sanzioni dalla Commissione Europea.

   A essere comunque sconfitto non è soltanto il sovranismo e il suo esercizio, ma gli elementi di più o meno sottile autoritarismo che permeano l’ideologia e la pratica politica del PIS e dei suoi governanti e dirigenti. Rimane da temere quanto quei governanti e dirigenti intenderanno fare per non cedere il potere politico alla coalizione che sta formandosi a sostegno del probabile governo guidato da Tusk.

La lezione “polacca” di maggiore rilevanza riguarda la democrazia, le definizioni del suo stato attuale, le analisi che si concentrano sulla sua, non meglio precisata e troppo spesso ripetitivamente, quasi compiaciutamente, denunciata, crisi, le sue prospettive future, qui in Europa e altrove. A chi ha gli strumenti per ascoltare e capire, i risultati polacchi mandano il messaggio che, fintantoché esistono le condizioni minime, di base per una competizione politico-elettorale equa, i cittadini hanno la possibilità di cambiare idee, voto, governi. In Polonia, non era in crisi la democrazia in quanto tale, come ideale. Era sotto attacco da parte di alcune elite, comprese quelle religiose cattoliche, il funzionamento delle istituzioni, a partire dall’ istituzione giudiziaria e dal rapporto governo/parlamento. Non esisteva una crisi generalizzata, tutto coinvolgente. Esistevano problemi di funzionamento e di funzionalità. La situazione appariva, ed effettivamente è, seria e delicata poiché quei problemi, in piccola misura fisiologici, venivano talvolta sfruttati e manipolati talvolta deliberatamente creati dalle elite politiche sovraniste appoggiate da elite economiche e religiose.

La democrazia si conferma il memo peggiore dei modelli di governo realmente esistenti poiché consente a tutti i protagonisti, popolo (sì, scelgo proprio questo termine che è la traduzione di demos) e elite, di imparare. Quando toccano il fondo i modelli autoritari e totalitari di governo si infrangono in misura diversa e variabile. Le democrazie rimbalzano.

Pubblicato il 18 ottobre 2023 su Domani

Ai palestinesi serve una leadership carismatica @DomaniGiornale

C’è un tempo per la rappresaglia e c’è un tempo per la de-escalation. La durezza dell’aggressione di Hamas è stata tale che Israele non può rinunciare politicamente, prima ancora che militarmente, a mostrare le sue capacità di reazione. Al tempo stesso, deve lasciare trapelare con maggiore o minore evidenza la sua disponibilità a fare scendere il livello del conflitto, anche per tutelare per quanto possibile gli ostaggi nelle mani dei terroristi. A loro volta, tutti gli altri attori, in particolare quelli schierati a sostegno di Israele, hanno l’obbligo, da un lato, di aiutare lo Stato ebraico non cancellando le critiche alle politiche del governo Netanyahu, dall’altro, di non cessare affatto gli aiuti umanitari alla popolazione di Gaza accompagnandoli con i più severi rimproveri alla leadership di Hamas e i necessari richiami a comportamenti non svincolati da qualsiasi principio di umanità. In particolare, facendo un po’ di autocritica per la sua disattenzione negli anni più recenti, certo in parte giustificabile con riferimento al contrasto all’aggressione russa dell’Ucraina, e per la sottovalutazione degli sviluppi in quell’area, l’Unione Europea deve misurare le sue sanzioni a Hamas e (ri)prendere iniziative diplomatiche.

   Lo stato del conflitto Hamas/Israele e delle sue ramificazioni potrebbe scoraggiare qualsiasi tentativo di guardare oltre il contingente. In molti potrebbe suscitare una riflessione che conduce alla convinzione che ha improntato la politica israeliana da molti, troppi anni. La sicurezza dello Stato ebraico dipende esclusivamente dalla sua superiorità militare. Questa convinzione, unita alla debolezza politica di Al Fatah e alla incapacità di Abu Mazen di intraprendere qualsiasi iniziativa nonché la sterzata a destra dei governi israeliani, ha significato che nelle menti di molti si è affermata l’idea che il massimo conseguibile sia uno status quo anche se punteggiato da frequenti conflitti e scontri di entità variabile, ma non elevata. La potente aggressione di Hamas può avere scritto la parola fine su questa illusione. Bisogna tornare a pensare a una soluzione duratura, concordata, di compromesso.

    Per coloro che si compiacciono della distinzione fra il politico che ha visione corta, limitata e circoscritta dalle scadenze elettorali, e lo statista che pensa e opera a giovamento della prossima generazione, il problema riguarda la leadership politico-governativa di Israele. Sarà anche opportuno notare che nelle democrazie, e Israele è uno stato democratico e pluralista, sono gli elettori a scegliere le leadership. Bobbio direbbe che le leadership democratiche si propongono, quelle autoritarie si impongono. Unione Europea, USA e tutti coloro che intendano avere un ruolo debbono porsi l’interrogativo riguardante le (plurale) leadership palestinesi. Sono certamente parte del problema. Saranno inevitabilmente anche parte della soluzione.

   “Le esperienze delle cose moderne e la lezione delle antique” (Machiavelli) suggeriscono di guardare a come fu evitato il bagno di sangue nel Sudafrica che si accingeva ad intraprendere la strada della democratizzazione. Fu la leadership carismatica di Mandela a convincere la maggioranza dei neri ad una transizione senza vendette. Il resto lo fece in seguito la Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Naturalmente, nessuno ha il potere di fare nascere un leader carismatico. Nelle condizioni di enorme e abnorme ansietà collettiva (Max Weber) che caratterizza la vita di molti palestinesi, è possibile sperare nella comparsa, a rimpiazzare la leadership burocratica di Al Fatah e quella militare di Hamas, di un leader che con il suo carisma, da un lato, ottenga il necessario riconoscimento israeliano di credibilità, accompagnato dal massimo di restituzione dei territori, e, dall’altro, convinca i suoi sostenitori che la soluzione prospettata è il massimo e il meglio conseguibile e che offrirà condizioni e prospettive di vita altrimenti irraggiungibili? Solo utopia? Esistono alternative?  

Pubblicato il 11 ottobre 2023 su Domani

L’addio laico a un’Italia che non c’è più @DomaniGiornale

Gli storici racconteranno, forse, la storia di Napolitano con riferimento alla copiosa documentazione disponibile, molta già adesso. I contemporanei hanno assistito, con maggiore o minore consapevolezza (lo deduco dai volti dei presenti, anche, sento di doverlo proprio scrivere, dal sentimento di estraneità, di alterità che traspariva dai volti degli attuali governanti), ad una cerimonia funebre laica irripetibile, da ricordare minuto per minuto, intensa con trattenuta commozione. Attraverso le parole degli oratori prescelti con grandissima cura, la storia, oserei dire l’avventura, non solo politica, di Napolitano, è stata narrata anche la storia complessa dell’Italia repubblicana. La storia di un’Italia che, seppure minoritaria, è esistita, ha affrontato sfide, commesso errori, saputo cambiare e migliorare, ma che non c’è più.

   Appena menzionato, il giustamente famoso discorso con il quale, appena rieletto contro le sue preferenze istituzionali (non creare precedenti) e personali, il Presidente Napolitano fustigava i parlamentari inetti e ignavi, era anche un giudizio severo sulla classe politica della cosiddetta Seconda Repubblica, espressione di alta preoccupazione per un rinnovamento pericolosamente rimandato. L’elogio a chi ha praticato la politica come professione perché degna di assorbire le energie di chi vuole cambiare, migliorare la vita nella polis è risuonato un po’ in tutti i discorsi quasi opportunamente anche come critica implicita all’arrivismo senza principi e spregiudicato dei contemporanei.

   Molti hanno sottolineato come e quanto Napolitano abbia ritenuto indispensabile porre lo studio e la documentazione a fondamento dell’azione politica richiesta. Il desiderio di continuare a imparare era un tratto caratteriale, ma anche il requisito essenziale per ergersi e rimanere all’altezza delle sfide che si ripresentano. L’uomo a servizio delle molte istituzioni non fu mai un semplice esecutore dei ruoli inscritti in quelle istituzioni, ma operò regolarmente sia come difensore agguerrito della loro dignità sia come interprete creativo capace di ampliarne gli spazi al massimo dei limiti costituzionali nell’intento di garantirne la funzionalità e l’efficacia.

   Il politico colto e studioso si rese presto conto che l’Europa costituiva non soltanto un’opportunità per l’Italia, ma il luogo migliore dove perseguire libertà, giustizia e prosperità. Consapevole della pluralità di posizioni presenti nel suo partito, il PCI, si mosse con grande cautela e altrettanta determinazione conseguendo l’obiettivo. Napolitano non si costruì una carriera motivato primariamente da ambizioni di grandezza personale. Fu il suo modo di porsi e di agire a farne l’uomo giusto per i momenti difficili, l’uomo nel quale riporre fiducia per l’adempimento di compiti ardui e essenziali, l’uomo che ricompensava quella fiducia con l’impegno che derivava dal senso del dovere. Che, in un modo o nell’altro, tutti questi elementi abbiano fatto la loro comparsa nei discorsi degli oratori è decisamente gratificante. Dice molto anche su quegli oratori, sulla loro vicinanza e conoscenza di un leader politico esigente che sapeva valutare le qualità e premiarle.

  La cerimonia espressiva di un lutto repubblicano ha certificato nel modo più alto possibile che le democrazie sono in grado di produrre élites politiche, eccellenze. Sono, talvolta, anche in grado di premiarle. Che, in qualche modo, è possibile e comprensibile avere qualche nostalgia per il passato. Ma, certamente, Napolitano non aveva rimpianti per il passato, tranne per qualche errore di valutazione. Guardava al presente per costruire il futuro possibile. Gli storici diranno con quanto successo. Molti contemporanei dentro e fuori Montecitorio testimoniano la loro gratitudine.

Pubblicato il 27 settembre 2023 su Domani

Insensato gestire le migrazioni come fossero un’emergenza @DomaniGiornale

Soltanto in parte è lecito e utile definire l’immigrazione una emergenza. Infatti, il fenomeno è strutturale, destinato a durare per un periodo di tempo indefinito. Uomini, donne e bambini continueranno a lasciare l’Africa, il Medio-Oriente, Pakistan e Bangladesh incessantemente. Nei loro paesi ci sono governi autoritari e repressivi, spesso aiutati e sostenuti dagli occidentali, ma anche dai russi e dai cinesi. Nei loro paesi non ci sono opportunità di lavoro, di istruzione, di una vita decente. Se ne vanno tutti coloro che hanno qualche conoscenza, qualche ambizione, qualche volontà di miglioramento. Così facendo impoveriscono ulteriormente il loro paese e indeboliscono le opposizioni agli autoritarismi. Nessuno dei governi occidentali che, trattando con quei regimi, li puntella, può incolpare chi se ne va. Nessuna delle opinioni pubbliche che accettano come fatti loro quei regimi e quei dirigenti oppressivi può girare le spalle ai migranti per fame, anche di libertà.

   All’emergenza vera, cioè il grande e costante afflusso, bisogna rispondere, ma non in modo emergenziale, non con hot spot, confinamenti, trasferimenti. La risposta ovviamente dell’intera Unione Europea deve essere strutturale poiché quei migranti nell’Unione sono venuti, nell’Unione vogliono restare, qui vogliono che vivano i loro discendenti. Sbandati e espulsi molti cercheranno di tornare meglio attrezzati. La risposta strutturale è comprensibilmente molto costosa e esigente. Tutte le procedure di identificazione vanno espletate al contempo acquisendo le informazioni essenziali sulla personalità, sugli obiettivi e sulle preferenze dei migranti. Avvilente è vedere centinaia di uomini e donne giovani in grado di lavorare e studiare abbandonati per lunghi mesi a se stessi in baracche con nessuna attività da svolgere, nessun compito cui adempiere. Molti di loro non sono manovalanza, semplici raccoglitori di frutta e pomodori, ma hanno conoscenze e capacità di vario tipo acquisite e esercitate nei rispettivi paesi di provenienza. Molti sono disposti a imparare, a guadagnarsi la vita.

   Nell’emergenza del quotidiano è possibile collocare due risposte strutturali: affidare lavori da loro eseguibili, insegnare la lingua a grandi e piccoli. L’inizio sarà molto difficile, ma di gran lunga preferibile e persino meno costo della detenzione nell’ozio forzato. Non è un compito effettuabile dalle sole strutture statuali, ma può essere affidato con lungimiranza, sostegno, controllo a una pluralità di associazioni private. Quel pluralismo di cui le democrazie occidentali giustamente si vantano è in grado di offrire molte soluzioni, non immediate e miracolose, ma costruite con pazienza e efficacia, anche, se necessario, rivedute e corrette. Una volta “ricollocati”, per lo più, nei limiti, numerici e di opportunità, del possibile, l’integrazione che nasce dal lavoro e dalla scuola dovrà essere perseguita con un monitoraggio costante che premi coloro che più s’impegnano e che punisca, fino all’espulsione, degli inadempienti.

   Le informazioni circolano e raggiungeranno anche parenti, amici, conoscenti che intrattenessero a loro volta l’aspirazione a partire. In tempi relativamente brevi l’impatto economico dei migranti nei paesi di maggiore/migliore accoglienza si farà positivamente sentire. È immaginabile che le opinioni pubbliche si dividano, quindi è auspicabile che, anche nel loro interesse, i governi unitamente all’Unione Europea operino al meglio, senza conflitti egoistici e particolaristici, anche fornendo periodicamente i dati più significativi. Chi pensa che le migrazioni sono una sfida strutturale e culturale ha l’obbligo di affrontarla non (solo) con decreti congiunturali e emergenziali, come sta facendo il centro-destra italiano, ma con una visione. Forse quella che ho delineato, forse con visioni alternative che, però, le opposizioni italiane non stanno convincentemente delineando. Prima si inizia meglio sarà.

Pubblicato il 20 settembre 2023 su Domani

Le prossime europee e la vera posta in gioco @DomaniGiornale

Qualcuno ha scritto che l’Europa è il nostro destino. Altri sostengono che l’Europa è un sogno, un’utopia magari in the making, in corso d’opera. Personalmente, sto con Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni e leggo nel Manifesto di Ventotene un progetto politico. Quanto l’attuale Unione Europea costituisca la realizzazione di quel progetto può certamente essere oggetto di discussione. Facile è sostenere che Spinelli, esigente e intransigente, avrebbe molto da criticare. Tuttavia, non vorrebbe affatto tornare indietro. Si impegnerebbe per indicare come andare avanti, come approfondire e accelerare il processo di unificazione in senso federale, non come rallentarlo e deviarlo secondo mal congegnate ricette sovraniste.

   Ascolteremo oggi quale visione propone la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quale ambizione la guida. Qualcosa, anzi, molto possiamo già dire sul pernicioso impasto di arroganza, ignoranza e provincialismo di cui sono diversamente portatori dirigenti e esponenti di Fratelli d’Italia e Lega. L’arroganza, formulata come una variante del motto trumpiano, si manifesta all’insegna dell’obiettivo Make Italy Great Again, come se l’Italia da sola fosse in grado di dettare i destini dell’Europa e non, invece, avesse assoluto bisogno di Europa a cominciare dagli ingenti fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In una (in)certa misura l’arroganza della leader del governo di centro-destra si esprime anche nel perseguimento, pure legittimo, dell’obiettivo di conquistare una maggioranza che includa i Conservatori e Riformisti a scapito dei Democratici e Socialisti.

   L’ignoranza si è espressa al suo punto, finora, più elevato nella critica al Commissario Paolo Gentiloni e nella richiesta che “giochi” indossando la maglia della sua nazionale. Signorilmente, Gentiloni non ha replicato, ma qualcuno ha ricordato il principio che presiede alle attività della Commissione e le informa: “i membri della Commissione non sollecitano né accettano istruzioni da alcun governo, istituzione, organo o organismo”. Per intenderci meglio, tutti i commissari sono tenuti a spogliarsi della maglia della loro nazionale e a indossare la maglia europea con la quale operare nella convinzione, aggiungo, che il conseguimento degli obiettivi gioverà all’Unione e si estenderà agli Stati membri. Naturalmente, il come e il quanto di questa estensione positiva dipendono anche dalle capacità dei governanti nazionali di tradurne l’attuazione sapendo costruire coalizioni con altri Stati-membri. Qui si inserisce il provincialismo dei governanti del centro-destra italiano.

   Vanno alla ricerca dei partiti loro affini, lo spagnolo Vox, il Rassemblement National della francese Marine Le Pen, il partito dell’ungherese Orbán, Giustizia e Libertà dei governanti polacchi invece di costruire consenso sulle tematiche che più interessano e riguardano l’Italia. Non tengono neanche conto della contraddizione, già denunciata e spesso visibile che, nella misura in cui vogliono fare grande il loro paese, i sovranisti riescono a trovare accordi non su cosa fare, ma su cosa respingere. La linea politica divisoria futura, sta scritto nel Manifesto di Ventotene, non passerà più fra destra e sinistra, ma fra, da un lato, gli europeisti e, dall’altro, coloro che si esprimono e agiscono contro l’unificazione politica federale dell’Europa. La campagna, già iniziata, per l’elezione del Parlamento europeo, richiede che le espressioni di, talvolta sguaiato, sovranismo vengano contrastate da un europeismo convinto ancorché non acritico. Dall’Europa che c’è partiamo per andare avanti. Gli egoismi nazionali portano a guerre di ogni tipo, commerciali e culturali incluse. L’Unione Europea è nel solco della federazione kantiana fra “repubbliche”. Gli europeisti debbono agire per portare a compimento il progetto politico democratico di generazioni di europei. 

Pubblicato il 13 settembre 2023 su Domani

Tra errori e pochi soldi. La nuova destra sembra vecchia @DomaniGiornale Meloni e il governo del nuovo che non avanza

Quali sono le priorità del governo Meloni? Avremo, forse, la risposta, almeno un abbozzo, nella Legge Finanziaria? Quel che si è intravisto finora è un misto che può essere utile alla leader di Fratelli d’Italia, ma che complessivamente non produce conseguenze positive per il paese. Meloni volteggia sorridente e apprezzata, anche perché le aspettative le erano contrarie, sulla scena internazionale. Sicura atlantista, vedremo se anche sulle spese militari, Meloni tiene bassissimo il suo sovranismo, ma sta lavorando per farlo crescere numericamente e politicamente con le elezioni per il Parlamento europeo. Le difficoltà, che paiono molto più grandi di quanto i governanti siano disposti ad ammettere, stanno specialmente nell’attuazione del PNRR. Suggeriscono, però, che alcuni nodi europei stanno venendo al pettine. Quei nodi hanno radici italiane.

Nei governi di coalizione alcune differenze programmatiche sono fisiologiche. Sono anche funzionali alla raccolta dei voti che provengono da una società segmentata e frammentata, di difficile ricomposizione come dovrebbero avere imparato i teorici del campo largo. Altre differenze, invece, si traducono in comportamenti concorrenziali patologici che la leader sembra avere scelto di affrontare flessibilmente: silenzio prolungato; spostamento dell’attenzione su altre tematiche; conciliazione, ricordando agli alleati che al governo sono arrivati grazie a lei e che, se vogliono starci e tornarci, non devono prendersi troppe libertà e fare balzi né in avanti né di fianco. Finora la strategia meloniana ha funzionato anche grazie al mediocre avventurismo mediocre di Salvini e allo stato di convalescenza di Forza Italia (per la quale neppure un buon, al momento imprevedibile, risultato alle elezioni europee sarà taumaturgico).

   Con impegno puntiglioso Meloni cerca anche di colpire l’avversario principale. Si appropria, svuotandola, della tematica “salario minimo” per evitare che diventi un successo del Partito Democratico (e dei Cinque Stelle). Mira con determinazione a colpire il grande serbatoio di consenso elettorale e politico del PD che si chiama (Emilia-)Romagna. L’operazione ristoro e ripresa viene centellinata (dispiace che vi si presti anche il Gen. Figliolo). Avrà un rilancio e un’impennata quando si avvicineranno le elezioni regionali. La Finanziaria non è interamente un altro discorso perché il PIL emiliano-romagnolo e le sue propaggini contano, eccome. Almeno quanto i mal di pancia del Ministro Giorgetti al quale è cosa buona e giusta augurare una rapida guarigione anche se nei rumors che circondano l’elaborazione del Documento più importante per l’economia e la società della nazione finora non si individuano eventuali suoi apporti specifici.

    Sembra che il governo Meloni si muova ancora, in parte inconsapevolmente in parte per malposta furbizia (favorire alcuni ceti di riferimento) in parte per incapacità, nel solco di molti governi delle cosiddette Prima e Seconda Repubblica. Sembrerebbe che in ordine sparso alcuni esponenti di Fratelli d’Italia preferiscano far vedere, con affermazioni talvolta risibili, che sono i primi della classe contro il politically correct platealmente e esageratamente praticato da alcuni settori della sinistra politica e intellettuale. Ma nessuna critica di destra delinea una visione alternativa se alla pars destruens non accompagna subito la costruzione del nuovo (e francamente, con riguardo, nessuno di quegli intellettuali si è ancora dimostrato all’altezza). Neppure in ordine sparso, però, governanti, parlamentari, consulenti del centro-destra hanno finora saputo dare un segno concreto del nuovo che vorrebbero fare nascere e avanzare cosicché nell’interregno si producono degenerazioni e fenomeni morbosi.

Pubblicato il 6 settembre 2023 su Domani

Quel che ricordo della Commissione su Ustica @DomaniGiornale

Negli anni Ottanta del secolo scorso ero Senatore della Sinistra Indipendente. Anche per un mio interesse personale e qualche competenza pregressa, il mio gruppo parlamentare decise di assegnarmi alla Commissione parlamentare d’inchiesta “sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” istituita nel maggio 1988. Ovviamente, Ustica era una delle stragi sulle quali la Commissione aveva il compito di indagare. Nonostante il passare del tempo (ma: “mens sana et memoria longa”!), ho due ricordi di un qualche interesse. Il primo è l’audizione in materia dell’allora Ministro della Difesa il liberale Valerio Zanone. Lo conoscevo dal 1967 quando a Torino frequentavamo il Centro Einaudi del quale facevano parte anche Piero Ostellino, poi Direttore del “Corriere della Sera”, e Giuliano Urbani, poi, uno degli importanti ispiratori di Forza Italia e più volte Ministro. Il ministro Zanone, persona garbata e disponibile, mai sopra le righe, fu per tutto il tempo dell’audizione in grandissimo visibile preoccupatissimo imbarazzo. Ad alcune domande proprio non sapeva rispondere (non gli avevano fornito i dati? inadeguato, parziale, briefing degli uffici militari?); ad altre domande, con tutta evidenza, gli era stato detto (consigliato? imposto?) di non rispondere affatto, di eludere. Lo osservavo nervoso, si agitava sulla sedia, sudava.

Il secondo ricordo è che, già dopo le prime sedute e le informazioni variamente, anche se sommariamente, ottenute e discusse dalla Commissione, si era diffusa la sensazione/ convinzione che il Dc9 dell’Itavia era stato colpito da un missile. Che quella sera del 27 agosto 1980 fosse in corso un’operazione di guerra sembrava innegabile, soprattutto era testimoniato da molteplici tracciati radar. Non sembrava possibile identificare tutti i protagonisti delle scorribande aeree, ma erano numerosi e diversi. L’ipotesi bomba a bordo trovava fra i componenti della Commissione e fra gli esperti che venivano ascoltati pochissimi sostenitori, non particolarmente convinti e, mi pareva, non proprio disposti a impegnare la propria reputazione per sostenerla. Alcuni sembravano interessati a mantenere viva una pista alternativa per evitare una troppo facile e troppo rapida prevalenza della tesi del missile. Per quanto mi riguardava mi ero rapidamente fatto l’opinione che era stato un missile, indirizzato ad un altro obiettivo, lanciato da uno degli aerei in quell’improprio teatro di battaglia. Però, ero perfettamente consapevole che un conto è maturare un’opinione un conto molto diverso è disporre di prove sicure e inconfutabili. Come in altre commissioni fra i componenti c’erano esperti e alcuni parlamentari che si dedicavano maggiormente alla raccolta e all’analisi delle informazioni, mentre i loro compagni di partito li ascoltavano, li sostenevano e cercavano di trarre il massimo dal dibattito. La mia posizione era intermedia. Partivo con qualche conoscenza utile, mi fidavo degli apporti di un capacissimo consulente parlamentare della Sinistra Indipendente, seguivo con il massimo di attenzione le audizioni. Nel corso delle riunioni, duranti gli scambi informali negli intervalli, nei tragitti di andata e ritorno dal Senato al Palazzo di San Macuto, luogo nel quale si tengono gli incontri delle Commissioni bicamerali, parlavo con molti colleghi comunisti, democristiani, di altri partiti, mentre i socialisti erano abitualmente abbastanza “abbottonati”, non inclini a proseguire/ampliare i temi affrontati in Commissione. Sentivo, però, che fra tutti loro la (ipo)tesi della bomba risultava molto, molto minoritaria. La tesi del missile aveva, non scriverò moltissimi sostenitori, ma si presentava con maggiore plausibilità e, qui un vero punctum dolentissimum, con l’accompagnamento di enorme preoccupazione politica. La responsabilità di averlo lanciato era di un aereo da guerra francese. Che automaticamente coinvolgesse la NATO non era possibile sostenerlo (ed era preferibile non farlo). Nessuno dei colleghi parlamentari e dei giornalisti con i quali talvolta mi intrattenevo aveva la minima idea di che cosa potesse significare l’accertamento della responsabilità francese. Nell’intervista Amato ha parlato di “ragion di Stato” e di “ragion di Nato”. Entrambe andavano nella direzione di non approfondimento dei fatti e delle responsabilità. Eravamo in terra incognita quasi paralizzati dall’incapacità di prevedere impatto e conseguenze dell’accertamento dei fatti. E ora?

Pubblicato il 4 settembre 2023 su Domani