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L’ordine liberale è morto da anni. L’interregno genera mostri @DomaniGiornale

L’ordine politico internazionale liberale è venuto meno da più di un decennio. Era definito liberale in quanto basato sul riconoscimento, la protezione e la promozione dell’autonomia degli Stati e dei diritti e delle libertà dei cittadini. Soltanto parzialmente e non dappertutto riuscì a conseguire questi obiettivi. Pertanto è giustamente criticabile. Però, in qualche modo garantì che le due superpotenze USA e URSS non si facessero la guerra e che, seppure grazie all’equilibrio detto “del terrore” poiché motivato dall’imperativo di evitare un devastante conflitto nucleare, sul continente europeo si avessero decenni di pace. Altrove, certo non mancarono i conflitti armati, alcuni, quelli relativi alla decolonizzazione, tanto inevitabili quanto complessivamente positivi. Con il crollo dell’URSS prima, che per qualche tempo lasciò gli USA, come scrisse acutamente Samuel Huntington, superpotenza “solitaria”, e con la lenta, ma inarrestabile, crescita della Cina, il vecchio ordine è quasi del tutto scomparso, ma un nuovo ordine non si è affermato. Non è neppure alle viste. Nell’interregno, vale l’affilata, troppo spesso dimenticata, visione di Antonio Gramsci: proliferano i germi della degenerazione, “nascono i mostri”.

Nessuno sembra sapere dire quanto sia diffusa la consapevolezza della pericolosità dell’interregno. In misure e con modalità diverse, tre protagonisti: Russia, USA e Cina, stanno cercando di trarre il massimo vantaggio dalla situazione esistente. Per dirla con Fukuyama, le liberal-democrazie, che erano riuscite a porre fine vittoriosamente alla storia della Guerra Fredda e del conflitto, non soltanto ideologico, con il comunismo, sono chiamate a combattere una nuova guerra, quella della costruzione di un nuovo ordine internazionale. Ed è tutta un’altra storia.

C’è chi, come Putin, vorrebbe tornare al passato, ma neppure un’improbabile vittoria in Ucraina glielo consentirebbe poiché il costo di quella guerra è la sua ormai evidente pesante dipendenza dalla Cina. C’è chi, come Trump, si gioca tutto il potere tentando di restituire la grandezza per gli USA a costo di distruggere con i dazi da lui tesso imposti uno dei pilastri dell’ordine mondiale che fu: il commercio regolamentato. Non a caso la libertà di circolazione dei beni e dei servizi, delle persone e delle idee è considerata uno dei grandi successi dell’Unione Europea. C’è chi, last but not least, come il neo-primo ministro giapponese, la conservatrice Sanae Takaichi, annuncia dopo l’incontro con Trump che la via da seguire sono gli accordi bilaterali. Alla faccia dell’appartenenza del Giappone all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). C’è anche chi, come il Presidente argentino Milei, accolto di recente con grande empatia dal capo del governo italiano, si fa comprare come un vassallo la vittoria nelle elezioni di metà mandato, accettando il ricatto di un cospicuo prestito elargito da Trump. Ubi sovranista maior sovranista minor cessat.

Tutti i “sovranismi”, nessuno escluso, da un lato, cercano accordi e favoritismi personalizzati; dall’altro, si oppongono a prospettive più ampie di collaborazione che potrebbero condurre ad un nuovo ordine internazionale. Da questo punto di vista, l’incontro fra sorrisi e ammiccamenti di Giorgia Meloni con il filoputiniano Viktor Orbán è stato assolutamente deplorevole. Ha segnalato affinità che non possono avere spazio in una Unione europea che voglia essere protagonista nella costruzione del prossimo, necessario, ordine politico internazionale. All’uopo, non è plausibile stare con Trump, che vuole indebolire l’Unione Europea, e neppure, come rivendica Giorgia Meloni, stare con l’Occidente e rappresentarlo. Mai semplice (sic) dato geografico, oggi più che mai, l’Occidente, luogo di valori, diritti, libertà, va (ri)costruito nell’ottica non del sovranismo intimamente egoistico, ma in quella di un internazionalismo aperto. C’è davvero molto da fare con amici e alleati affidabili.

Pubblicato il 29 ottobre 2025 su Domani

Meglio il diavolo che conosci: perché Meloni è ancora forte @DomaniGiornale

Appena superato per durata il governo Craxi, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si avvia a raggiungere i due governi più longevi della Repubblica guidati da Silvio Berlusconi, il II 1287 giorni e il IV 1412 giorni, e a centrare l’obiettivo più ambizioso. Infatti, il governo Meloni I ha notevolissime probabilità di diventare il primo e unico dei finora 68 governi italiani a completare l’intera legislatura 2022-2027. Così facendo, lo scrivo e lo sottolineo, farebbe cadere il presupposto fondante del suo disegno di legge costituzionale che prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio “per il rafforzamento della stabilità del Governo”. Da tempo sappiamo che, da un lato, la stabilità dei governi è effettivamente un problema nelle democrazie parlamentari; dall’altro, che non dipende affatto dalla sua elezione diretta e popolare, che non esiste da nessuna parte. La stabilità dei governi parlamentari dalla Svezia alla Norvegia, dalla Germania alla Spagna dipende dalla coesione politica delle coalizioni e dalla loro condivisione programmatica, con il contributo essenziale, ma variabile, del capo del governo.

Nel caso italiano, sicuramente la leadership governativa di Giorgia Meloni ha fatto la sua parte che i sondaggi rilevano positivamente. Invece, le prestazioni del governo non sono certamente mirabolanti tantomeno se paragonate con gli obiettivi programmatici. In altri paesi esistono istituti che eseguono l’opera meritoria di valutare nella maniera più scientifica possibile il fatto, il non fatto, il malfatto. Qui lascerò da parte le mie preferenze politiche e programmatiche personali e enucleerò sommariamente solo alcune tematiche. L’immigrazione non è stata posta sotto controllo e il tanto vantato centro in Albania per lo più ospita meno di una ventina di persone al costo di parecchie migliaia di euro. Il tasso di crescita economica dell’Italia non è soltanto molto basso, è anche inferiore alla media degli Stati-membri dell’Unione Europea. Vero è che il governo ha riportato il deficit sotto il 3 per cento e, forse, eviteremo la procedura di infrazione, ma il debito pubblico rimane altissimo, 135 per cento del Prodotto Interno Lordo. Il livello medio dei salari italiani è al penultimo posto nell’UE. Il numero delle persone che vivono sotto la soglia della povertà è cresciuto.

Mai una priorità nelle preoccupazioni politiche degli italiani, la politica estera ha, comunque, offerto alla Presidente del consiglio grandi opportunità di mostrare che è una governante tenuta in considerazione, per lo più valutata affidabile e, talvolta, persino, nonostante qualche contraddizione, nient’affatto “cortigiana”, ma con una vicinanza a Trump che la rende relativamente influente. Poiché quel che conta è il parere dell’elettorato non sembra dubbio che nell’insieme Giorgia Meloni ha (re)suscitato una buona dose di orgoglio nazionale (un tempo prerogativa della squadra di calcio quando vinceva i mondiali. Il 12 luglio del 1982 ricordo di avere festeggiato con un gelato tricolore. Più o meno significativamente anche questo si riflette in maniera positiva sul governo. E poi si vede un’alternativa?

Nelle democrazie parlamentari con governi stabili le opposizioni contrastano sul merito i disegni di legge del governo, argomentando e proponendo, in piena consapevolezza che quel governo non cadrà anzitempo. Invece, le opposizioni italiane danno all’elettorato l’impressione che una “spallata” sia spesso possibile e praticabile in parte illudendolo in parte allarmandolo. Quella parte di elettorato –singoli e associazioni dei più vari tipi- non ampia, spesso decisiva, che gradisce la stabilità, ma sarebbe disponibile al cambio, vede le divisioni e le distanze politiche, le ambizioni e le gelosie, i personalismi delle e nelle opposizioni italiane che renderebbero un loro potenziale governo tutto meno che stabile. E, allora, ragionatamente, better the devil we know, si tiene più meno rassegnatamente, il governo Meloni I. Almeno fino a che le opposizioni, anche stimolate da commentatori e commentatrici non zelanti, ma capaci di criticarle per i loro molti errori, riescano a elaborare posizioni comuni lealmente sostenute e praticate. Domani potrebbe essere un altro giorno.

Pubblicato il 22 ottobre 2025 su Domani

Legge elettorale. La sinistra pensi alle primarie @DomaniGiornale

Nonostante i classici dotti pareri di giuristi sempre molto generosi con i detentori di potere politico, la più recente neppure originale trovata dei revisori della legge elettorale vigente pone qualche problema di costituzionalità. Infatti, inserire nel simbolo del partito/lista elettorale il nominativo del/la candidato/a alla carica di Presidente del Consiglio cozza, certo indirettamente, e ridimensiona, se non addirittura elimina, più o meno informalmente, il potere costituzionale (art. 92) che viene attribuito al Presidente della Repubblica di nominare lui il capo del governo. Naturalmente, anche questo è uno degli intenti, subito conciliantemente negato dai proponenti, perseguiti da quell’inserimento che, per di più, aggravante, servirebbe ad anticipare la soluzione proposta nel disegno di legge costituzionale sul premierato de noantri.

Già scritto, detto e ripetuto che in nessuna democrazia parlamentare, dalla più antica, quella della Gran (sì, Great) Bretagna alla Germania fino ad una delle più recenti e importanti, quella del Spagna, i simboli dei partiti non contengono mai i nomi dei candidati alla carica di capo del governo, la cui (in)stabilità dipende dalla fiducia del Parlamento, quel nome accarezza e agevola la personalizzazione della politica. Viene ritenuto un modo per raggiungere e mobilitare alcuni settori dell’elettorato accontentando una preferenza mai chiaramente esplicitata che, per di più, non ha nessuna garanzia di essere tradotta in pratica e di essere mantenuta in corso d’opera. Questa osservazione critica vale anche per il cosiddetto premierato che, addirittura, regolamenta la sostituzione dell’eletto (qui proprio non riesco a usare il femminile: l’eletta non si lascerebbe mai sostituire) dal popolo con un prescelto dalla stessa o quasi maggioranza. Insomma, lo stratagemma elettorale si rivela come un trucchetto ad alto potenziale di inganno.

Comunque, poiché l’attuale maggioranza di governo dispone abbondantemente dei numeri parlamentari proverà ad andare avanti a meno che il Presidente della Repubblica non decida di fare ricorso a qualcosa di più incisivo che semplice moral (aggettivo che non troverebbe terreno fertile) suasion. Le opposizioni non possono permettersi di ricorrere a forme di persuasione, con il “moral” non utilizzabile da tutte, costantemente respinte con perdite dalla granitica maggioranza della destra. Sapendo di avere, quando si voterà, anche una volta stilati buoni impegni programmatici comuni, la necessità di segnalare chi diventerà il capo (anche al femminile) del loro governo, dovrebbero con colpo d’ala stabilire che terranno primarie di coalizione. Sarebbe un sano ritorno ad un dolce bel tempo antico: le primarie dell’Ulivo, ottobre 2005, che designarono un candidato poi andato a vincere.

In consapevole e deliberata non presenza di una candidatura dell’allora Partito Democratico della Sinistra, Romano Prodi vinse alla grande grazie al loro esplicito generoso impegno e sostegno. Oggi, anche, ma non solo, per convincere i potenziali alleati, in primis, il Conte stellato, sarebbe opportuno che il PD consentisse quantomeno la praticabilità di più di una candidatura scaturita dai suoi ranghi, ramoscello d’ulivo offerto ai “riformisti” insoddisfatti, ma finora solo bofonchianti. Il resto, che è molto, lo faranno gli altri candidati, di partito oppure no. Dovranno andarsi a cercare gli elettori vantando la propria biografia personale, professionale, politica. Argomenteranno le loro priorità programmatiche e le loro capacità di dare soluzioni non soltanto ai problemi più urgenti. Esalteranno la loro capacità di tenere unita la coalizione senza permissivismo, ma con vigore e rigore. Chi vincerà non soltanto ne saprà di più sullo sparso elettorato progressista di questo paese, ma potrà vantare una notevole legittimità di leadership. Questa delle primarie è ad ogni buon conto un’ottima, forse la migliore, modalità di scelta delle candidature in competizione, di coinvolgimento degli elettori e di personalizzazione della politica.

Pubblicato il 15 ottobre 2025 su Domani

Cosa imparare dal partito dell’astensione @DomaniGiornale

Le Marche sono, oramai lo sappiamo tutti, l’Ohio dell’Italia. Perdere lì, come hanno fatto i “campeggiatori” del centro-sinistra, è brutt’affare assai. Invece, la Calabria è il Tennessee dove raramente vincono i progressisti. E poi lì, troppi dicono che con poco più del 50 per cento dei non voti ha vinto il Partito dell’Astensionismo. Però, sorpresona o classica truffa elettorale, quel Partito non ha ottenuto neanche un seggio. Non sapremo mai dai suoi non-eletti se i loro non-elettori vogliono più sanità o più Palestina, più servizi e meno criminalità organizzata e sommersa. Da quale proposta più “radicale” saranno raggiunti quei novecentomila elettori che alle urne non ci sono andati e probabilmente non erano neanche andati in piazza con le bandiere della Palestina? Tanto per cominciare, sparse abbondanti lacrime coccodrillo, i politici potrebbero pensare al voto postale in tutte le sue varianti, compresa la possibilità di votare in anticipo. Lungi da me, peraltro, credere che un meccanismo tecnico risolva un problema politico gigantesco che riguarda il campo a geometria troppo variabile del centro-sinistra (e la politica italiana).

Il punto di partenza è prendere sempre atto che nelle amministrazioni locali, comuni e regioni, le elezioni si vincono sulle tematiche che riguardano e preoccupano gli elettorati delle diverse zone. Nessun elettore di destra voterà una lista di sinistra perché è Pro-Palestina. Meno che mai quegli elettori andranno alle urne dell’Ohio e del Tennessee, chiedo scusa, delle Marche e della Calabria, per “cacciare” Giorgia Meloni da Palazzo Chigi. Gli elettori prossimi venturi della California, alias Toscana, che voteranno Eugenio Giani Presidente della regione sanno quello che vogliono, ma non si aspettano che il loro voto sia una spallata al governo delle destre. Saranno tanto più soddisfatti se potranno votare una candidatura di persona che conoscono, che abita nel collegio, che fa campagna elettorale sui temi politici, economici e sociali sui quali la coalizione a suo sostegno ha elaborato una posizione condivisa. Quegli elettori non si chiederanno se stanno dalla parte giusta della storia, dove li aspetta graniticamente attestato Nicola Fratoianni. Saranno probabilmente molto più interessati a stare con chi propone credibilmente soluzioni fattibili.

A sua volta, almeno in parte, la platea degli astenuti tornerebbe in “campo” se quelle proposte la raggiungessero, se ne vedessero i portatori, se venissero convinti che, andata al governo, quella coalizione non si dividesse, non si paralizzasse in estenuanti mediazioni, non precipitasse travolta da ambizioni personalistiche e da profonde contraddizioni. Quegli astenuti hanno opinioni che possono essere plasmate e ridefinite, che un partito capace di meritevole pedagogia politica può fare cambiare a cominciare dall’insegnamento costituzionale che l’esercizio del voto è “dovere civico” (art. 48). Quel partito pedagogico sa anche che ha molto da imparare sulla sua inadeguatezza da chi si astiene, dai motivi talvolta fondati (rappresentanza tradita) ai motivi sbagliati: la politica è autoreferenziale, “non si occupa di persone come me”.

Non bisogna rottamare chi si è astenuto, ma offrire buone ragioni di ravvedimento operoso. Non bisogna disintermediare, ma fare sì che il partito e i suoi candidati/e si rapportino alle associazioni economiche (i sindacati, proprio così), sociali, religiose, culturali, non con mire egemoniche strumentalizzanti, ma per interazioni fruttuose produttive di quel capitale sociale che rende robuste e vibranti le società, anche quelle non proprio e non sempre davvero civili. Sì, la politica in Italia, la politica italiana è arrivata al tornante al quale senza esagerazioni né drammatizzanti né superlative l’astensionismo ne dichiara e evidenzia una condizione deplorevole, tutt’altro che attribuibile esclusivamente al governo di destra e tutt’altro che magicamente risolvibile da una qualsiasi coalizione di centro sinistra. Ma se il centro-sinistra vuole tornare, provare a vincere meglio che tenga conto del sintetico catalogo sopra squadernato.   

Pubblicato l’8 ottobre 2025 su Domani

Solo un governo fatto da vassalli non riconosce la Palestina @DomaniGiornale

Giorno dopo giorno Gaza diventa il condensato dei drammi e delle contraddizioni del conflitto in Medio-Oriente e delle incapacità, delle inadeguatezze e dei neppure molto oscuri disegni di alcuni protagonisti. In primis non possono che stare le tremende condizioni in cui Netanyahu ha ridotto i gazawi. Non basta dire che tutto finirebbe se Hamas liberasse gli ostaggi anche se le pressioni sui capi di quell’organizzazione debbono essere intensificate da tutti e l’eventuale bluff merita di essere chiamato con un cessate il fuoco temporaneo. I dirigenti israeliani e i loro sostenitori non possono avere dimenticato in che modo furono trattati gli ebrei nell’Europa dell’Olocausto. Oramai raggiunti dall’accusa di genocidio e con Netanyahu criminale di guerra dovrebbero porre un limite alle loro efferate azioni a Gaza. Questo esito sarebbe più probabile se il Presidente Trump smettesse di inviare armi ad Israele. Non verrà avvicinato dalla sequenza di riconoscimenti dello stato della Palestina.

 Oggettivamente, quello stato non esiste e la sua costruzione richiederà tempo e impegno. Legittimo è anche pensare che l’attuale Autorità Nazionale Palestinese non abbia né l’autorevolezza politica né la credibilità e la competenza per procedervi in maniera efficace. E’ altresì possibile dubitare che Abu Mazen riesca a controllare, disarmare, escludere i dirigenti di Hamas, ma molto difficile sarà comunque evitare che le migliaia di palestinesi che anni fa votarono Hamas e che lo hanno a lungo sostenuto non intendano avere un ruolo politico nel nuovo stato. Se il riconoscimento è un gesto politico inteso a mandare soprattutto, credo, un messaggio di profonda riprovazione al governo Netanyahu e in subordine di sostegno alle aspirazioni di molti palestinesi, anche il non riconoscimento è un gesto politico. Se il cancelliere tedesco Merz sente giustamente il peso di un passato indimenticabile, le motivazioni del governo italiano appaiono fragili e sono forse opportunistiche.

  Non compiere un gesto simbolico, ma tutt’altro che ininfluente soprattutto perché risulterebbe sgradito al Presidente degli USA, è una posizione molto criticabile che segnala subordinazione, mancanza di autonomia, forse persino rinuncia all’esercizio della sovranità nazionale da parte del governo italiano. Ancora più triste sarà il giorno in cui il riconoscimento dello Stato palestinese da parte del governo italiano dovesse arrivare a ruota di quello di Trump. Peggio ancora se quel riconoscimento fosse rivendicato come contributo alla posizione comune e condivisa dell’Occidente.

   Quello che sappiamo delle opinioni pubbliche nelle democrazie europee e occidentali nelle quali hanno la possibilità di esprimersi liberamente è che il governo israeliano ha bruciato gran parte del capitale di sostegno di cui ha a lungo goduto. Dappertutto le opinioni pubbliche occidentali hanno, per così dire, svoltato. Le immagini di repressione e di oppressione ad opera del governo israeliano assolutamente e inequivocabilmente sproporzionate rispetto a qualsiasi comprensibile rappresaglia per le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre 2023, soprattutto l’agonia e la morte di un numero elevatissimo di bambini, hanno giustamente contribuito alla crescita di sostegno per i palestinesi. Quel sostegno non può essere intaccato neppure dalle totalmente deprecabili manifestazioni di dissennata violenza dei sedicenti pro-Pal italiani. Al tempo stesso, quel sostegno è tuttora privo di uno sbocco politico in direzione di un reale sollievo per i palestinesi di Gaza.  

Resta da vedere se l’operazione della Global Sumud Flotilla riuscirà a conseguire i suoi obiettivi, a cominciare dalla rottura pacifica del blocco navale imposto da Israele. Da un lato, rinunciando a scorte armate, i partecipanti dimostrerebbero che mezzi non violenti possono conseguire obiettivi di notevole importanza, non tanto contro Israele, ma soprattutto a favore della popolazione di Gaza. Dall’altro lato, al governo israeliano si offre la grande opportunità di dimostrare che “pietà non l’è morta”.

Pubblicato il 24 settembre 2025 su Domani

Gaza è una tragedia dell’Umanità @DomaniGiornale

Gaza è una tragedia, non “umanitaria”, aggettivo tremendamente ambiguo in questa situazione, ma dell’umanità. Conseguenza anche, ma nient’affatto esclusiva e necessitata, dei crimini commessi da Hamas il 7 ottobre e che probabilmente Hamas avrebbe potuto evitare liberando senza condizioni gli ostaggi israeliani, Gaza sta affondano sotto il tiro incrociato di altri crimini, di gravissimi errori, di deprecabili ambizioni. La rappresaglia, secondo qualsiasi criterio davvero sproporzionata, scatenata dal Primo ministro Netanyahu lo ha giustamente reso un criminale di guerra. Finora la continuazione della rappresaglia contro Hamas e i palestinesi gli è anche servita, obiettivo da non dimenticare, a mantenere la carica e a procrastinare il processo per reati di corruzione.

L’opinione pubblica israeliana, inevitabilmente attraversata da molte linee di divisione, sembra dare priorità allo sforzo bellico. Una piccola parte protesta contro quella che è l’indifferenza del capo del governo alla sorte degli ostaggi ancora in vita. La destra, soprattutto quella religiosa, trae vantaggio dalla situazione che contempla il suo ruolo indispensabile per la continuazione del governo e ne approfitta per espandere gli insediamenti. Grande e fondato appare il timore che la democrazia in Israele venga imprigionata e sottomessa dai comportamenti di Netanyahu e dei suoi sostenitori.

Il riconoscimento, da parte di alcuni governi, non soltanto europei, di un improbabile Stato palestinese, risulta essere poco più che una mossa propagandistica più o meno apprezzabile e condivisibile, che purtroppo fa anche correre il rischio che si tralasci di pensare e di operare rapidamente per soluzioni più concrete e praticabili. La foto del segretario di Stato Marco Rubio a Gerusalemme con il Primo ministro israeliano proprio nelle ore in cui questi lanciava l’invasione di Gaza che dovrebbe essere l’operazione finale (non commento la terminologia e la sua macabra assonanza con “soluzione finale”) è certamente meno raccapricciante di quelle dei tre autocrati Xi Jinping, Putin, Kim Jong-un a Shanghai alla ricerca di un diverso ordine internazionale, mai specialità dei dittatori. Però, segnala l’impotenza degli USA e la connivenza del loro Presidente con il governo israeliano.

L’affarista newyorkese insediatosi alla Casa Bianca, stende il tappeto rosso per il criminale di guerra Putin in cambio di nulla (certo non, visti gli esiti del pessimamente organizzato e deprecabile incontro bilaterale, l’agognato Premio Nobel), ma fa di peggio con Netanyahu. Smettesse di sostenerlo economicamente e soprattutto con abbondanti forniture di armi potrebbe cercare di avvicinare la fine del conflitto. Qualcuno dovrebbe far sapere a Trump l’immobiliarista che soltanto a conflitto concluso sarà possibile cominciare i lavori per costruire, incuranti degli ordigni bellici che saranno rimasti in grande quantità, luoghi di vacanze di superlusso. Quanto breve in questa visione malata è il passaggio di Gaza dalla tragedia alla farsa che, però, sarebbe riscattata dalle migliaia di posti di lavoro a disposizione dei palestinesi locali. Questo è, finora non sono arrivate smentite e neppure indicazioni alternative, il livello di raffinatezza del pensiero geopolitico elaborato a Washington.

Immagino che sul continente europeo molti, come me continuino a sentire acutamente un profondo senso di colpa per i comportamenti dei loro governanti e dei loro connazionali ai tempi dell’Olocausto. Nessuno creda che la tragedia di Gaza offra l’opportunità di liberarsi di sensi di colpa. Anzi, dovremmo tutti interrogarci sulle ragioni della nostra inadeguatezza di pensiero e di azione. Giusto armare l’Unione Europea per dissuadere gli attacchi dal fronte orientale e difendersi adeguatamente, In qualche modo, però, interrogandosi sugli errori commessi in Medio Oriente l’Unione Europea deve provvedere anche a elaborare una strategia ad ampio raggio per il perseguimento di paci giuste fuori del suo continente, a cominciare da quel che resterà di Gaza.

Pubblicato il 17 settembre 2025 su Domani

In Francia sono in crisi i partiti, non la democrazia @DomaniGiornale

 “Chi conosce il diritto costituzionale classico e ignora la funzione dei partiti, ha un’idea sbaglia dei regimi politici contemporanei; chi conosce la funzione dei partiti e ignora il diritto costituzionale classico ha un’idea incompleta ma esatta dei regimi politici contemporanei”. Questa frase del giurista e politologo francese Maurice Duverger, è tratta dal suo giustamente famosissimo libro Les partis politiques (1951). Mantiene tutta la sua validità e bisogna farne tesoro analitico. Anni dopo, pur fiero oppositore del Gen. de Gaulle e inizialmente delle istituzioni della Quinta Repubblica, Duverger diventò sostenitore e cantore del semipresidenzialismo, modello di governo poi diffusosi con successo in Portogallo e in non poche democrazie postcomuniste dell’Europa centro-orientale. Fedele alla sua impostazione, oggi Duverger suggerirebbe di guardare alle notevoli difficoltà di funzionamento (come sono bravo a evitare la parola crisi meno che mai associandola a democrazia) della Quinta Repubblica, ma, senza in nessun modo sottovalutare l’assetto costituzionale, andando ad esplorare in special modo la struttura e la dinamica del sistema dei partiti.

   Fintantoché i partiti gollista e, in maniera appena inferiore, il Parti Socialiste hanno saputo raccogliere e organizzare il consenso dell’elettorato, la Francia, che, è opportuno ricordarlo, veniva dall’esperienza disastrosa della Quarta Repubblica, ha acquisito dinamismo, si è modernizzata, ha dato vita a energizzanti alternanze al governo e grande spolvero alla sua grandeur. Indebolitisi i partiti per molte ragioni, una delle quali è il declino delle qualità delle loro leadership, è diventato più difficile acquisire e mantenere un funzionamento soddisfacente delle istituzioni semipresidenziali.

    Nel 2017 Emmanuel Macron conquistò la presidenza sfruttando un appositamente creato veicolo elettorale che scompaginò la sinistra, soprattutto i socialisti, e in parte anche i gollisti. Poi, contando probabilmente troppo sulle sue capacità personali, non si è impegnato a sufficienza per radicare sul territorio, operazione comunque difficile, la sua comunque strutturalmente debole organizzazione politica. Riconquistata la presidenza nel 2022 soltanto grazie a quel che rimane della “disciplina repubblicana” con la quale de Gaulle escludeva democraticamente la destra da qualsiasi accesso al governo, Macron si è trovato a fronteggiare un’Assemblea Nazionale nella quale i “suoi” deputati non sono mai stati maggioranza assoluta e hanno dimostrato di non avere abbastanza forza di attrazione. Al contrario.

   La sua esagerata autostima e una malposta volontà di ripicca nei confronti di alcuni settori della sinistra, in particolare quelli guidati da Jean-Luc Mélenchon, hanno portato l’orgoglioso Presidente Macron in un vicolo cieco. Potrebbe procedere a sciogliere nuovamente il Parlamento, sperando in qualche colpo di fortuna elettorale, ma il rischio di logorare a suo personale scapito sia l’elettorato sia le istituzioni è molto grave. Non riesce a trovare, probabilmente oggi non esiste, una personalità in grado di convincere almeno parte dei rappresentanti della France Insoumise a sostenere un nuovo governo. Per di più non potendo ricandidarsi per un terzo mandato, le sue dimissioni in tempi brevi aprirebbero una voragine, pardon la strada per l’Eliseo al Rassemblement National, anche se non all’inibita Marine Le Pen ovvero, in alternativa, non meno sgradita al campione di europeismo Macron, ad un esponente anti-Unione Europea di France Insoumise. Se i non sottomessi saranno capaci, superando le loro differenze, di trovare un candidato vincente.

  Comunque vada, senza una effettiva e significativa ristrutturazione del sistema dei partiti, il funzionamento del sistema politico francese non migliorerà. Anzi, continuerà ad essere la palla al piede delle indispensabili riforme economiche e sociali la cui attuazione richiede una guida politica competente, affidabile, legittimata dal consenso elettorale. Vaste programme, bien sûr

Pubblicato il 10 settembre 2025 su Domani

Le fatiche di Sisifo della sinistra multiforme @DomaniGiornale

Da qualche tempo, forse più che nel recente passato, per intenderci ai tempi dei governi guidati da Berlusconi, le opposizioni italiane si (rap)presentano all’elettorato e all’opinione pubblica in maniera frammentata e particolaristica, conflittuale al loro interno, improponibili come governanti. In parte consapevolmente e deliberatamente, in parte anche, va detto, con egoismo e insipienza, sembrano avere deciso che ciascuna di loro rappresenta una sua parte di elettorato, che a ciascuna di loro viene appaltata quasi in esclusiva una tematica importante.

   Coerentemente con la sigla prescelta, Alternativa Verdi e Sinistra si definisce con riferimento alle tematiche ambientali, affidate a Bonelli, e alle tematiche sociali più antagoniste (quelle sulle quali il Partito Democratico è più timido) riserva di Fratoianni, sempre televisivamente ripresi insieme (par condicio). Lasciato un po’ (troppo) sullo sfondo il reddito di cittadinanza, le 5 Stelle di Giuseppe Conte, lui più che altri, si caratterizzano come il partito più contrario alla guerra con tutte le ambiguità del caso. Dal canto loro, Renzi e Calenda sono essi stessi tutto un programma personalistico e non esitano a rimarcarlo in maniera più o meno plateale ogniqualvolta possibile, preferendo farlo con prese di distanza rispetto alle posizioni del Partito Democratico.

   In quanto vero e proprio, anche se spesso insoddisfacentemente, partito, il PD non può limitarsi a possedere una sola preminente e prominente tematica che lo caratterizzi una volta per tutte. In aggiunta alla sanità e al salario minimo garantito (che non merita di essere lasciato appassire), deve avere una pluralità di offerte e di posizioni programmatiche e deve cercare di fare sintesi con quelle dei potenziali e indispensabili alleati. Al suo interno, e non soltanto perché la segretaria Elly Schlein da quell’interno, che poco si concilia con alcune sue propensioni di movimento, non viene e poco lo conosce, stanno diverse “sensibilità” che cercano di manifestarsi, per l’appunto intorno ad una tematica. Di recente, sono stati i cattolici, sì, lo so, molto più di una semplice tematica, piuttosto un posizionamento (ideale?), a esprimere il loro disagio. La sostanza complessiva è che l’elettorato percepisce una immagine variegata delle opposizioni che, talvolta attrae e talvolta respinge, a seconda dei luoghi e della prevalenza non del tutto casuale di uno o di altro oppositore.

Marciare separati per offrire il massimo di rappresentanza ad una società frammentata e conflittuale, agitata da interessi particolaristici è comprensibile. Può servire e riuscire, ma è una fatica di Sisifo. Richiede determinazione, pazienza e raffinatezza. Si esaurisce di volta in volta. Per stare alle parole della politica, il campo deve essere definito, popolato e allargato costantemente. Per colpire uniti, che è la seconda, decisiva fase, se non ad una unità impossibile, forse neppure desiderabile, da chi crede che il pluralismo è la vera ricchezza, è essenziale non soltanto formulare un programma, non una sommatoria, coerente, ma dimostrare molto più che la semplice condivisione e intenzione di sostenerlo. Invece, nelle aule del Parlamento, nel salotti dei talk televisivi, sui social, nelle piazze, i dirigenti delle opposizioni ricercano la loro visibilità segnalando quanto gli altri siano distanti e, soprattutto, siano in errore, sbaglino. Gli elettori vedono e sentono, alcuni se ne dolgono e se ne vanno (lontano dalle urne). Pochi, non sufficienti, si lasciano attrarre da promesse contrastanti. Altri, lo sappiamo da diverse ricerche, non vogliono un governo attraversato da tensioni che potrebbero essere paralizzanti se non letali.

Sarebbe sbagliato chiedere alle opposizioni di appiattirsi abbandonando temi cari e importanti per l’lettorato, ma se non riescono ad elaborare una credibile prospettiva di governo non all’ultimo minuto, il futuro loro e quel che più conta dei loro elettori sarà triste e gramo.

Pubblicato il 3 settembre 2025 su Domani

Per arrivare alla pace servono veri mediatori @DomaniGiornale

A nessuno sono note le capacità di mediazione del Presidente Trump. Al contrario, le sue esternazioni all’inizio del secondo mandato (tertium non datur!) hanno mostrato propensioni autoritarie e impositive che mal si conciliano, anzi, per niente, con gli assi portanti di qualsiasi mediazione minimamente efficace e produttiva. Infatti, i suoi maldestri passi non hanno finora prodotto nulla di positivo e molto di deprecabile. L’accettazione del cessate il fuoco, tra Russia e Ucraina e tra Netanyahu e Hamas, deve costituire senza se senza ma la premessa imprescindibile di un negoziato che conduca in tempi necessariamente non predefinibili ad una pace decente (sì, lo so che il mantra è “pace giusta e duratura”, ma non sembra funzionare). I mediatori non dovrebbero porsi nessun altro obiettivo né quello di ottenere il conferimento del Premio Nobel per la pace né quello della trasformazione delle spiagge della striscia di Gaza in una riviera internazionale di lusso. I desideri di Trump lo squalificherebbero fin dall’inizio come mediatore credibile se non fossero sostenuti dalla potenza militare gli USA e dalle dimensioni spropositate del suo ego. Quello che è da temere ancor più è la sua visione complessiva, espressa politicamente e visivamente nell’incontro in Alaska con l’autocrate Putin, di come ricostruire l’ordine internazionale, vale a dire con accordi bilaterali. Chi vuole mediare non deve stendere nessun tappeto rosso, meno che mai omaggiando l’aggressore né, naturalmente, deve continuare a vendere armi al governo israeliano.

Trump non è né il mediatore ideale né l’unico mediatore possibile anche se è inevitabile. L’Unione Europea ha l’obbligo politico e, lo scrivo con convinzione, morale di rivendicare un posto di rilievo al tavolo delle trattative. Lo può fare e deve cercare di farlo fin da adesso se le sue autorità, a cominciare dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri Kaja Kallas, prendono l’iniziativa. A quel tavolo dovrebbe essere presente e avere un ruolo anche il segretario generale delle Nazioni Unite. Però, sono consapevole che per le sue posizioni espresse in maniera imprudente e talvolta esagerata, Antonio Guterres è persona sgradita tanto a Zelensky quanto a Netanyahu (che gradisce solo se stesso).

La situazione generale dei due conflitti mi pare talmente grave, complicata, potenzialmente foriera di sviluppi ancora più drammatici da richiedere qualche innovazione che potrebbe essere sostenuta dai policy-makers di una pluralità di stati, anche, forse soprattutto, dai Volenterosi e dalle loro opinioni pubbliche. Non soltanto credo che sarebbe opportuno che a Putin e Zelensky e a Netanyahu e Hamas venisse chiesto di suggerire un certo, piccolo, numero di mediatori a loro graditi e nei quali hanno fiducia, ma anche che emergessero candidature autorevoli di personalità di indiscusso prestigio dotate di competenza in materia. Finora sono circolate idee vecchie, inadeguate, senza retroterra storico-culturale, talvolta essenzialmente desideri, non tutti pii, purtroppo alcuni piuttosto empi.

Più pensieri più proposte più soluzioni verranno affacciate meglio sarà e più probabile sarà trovare le strade da percorrere oggi e domani perché certo porsi anche il compito di evitare la riproposizione di conflitti simili è oramai imperativo.

    Tutto questo sembra un futuribile alquanto improbabile a sostegno del quale, peraltro, non sarebbe difficile sollecitare riflessioni condivise, valutazioni dei pro e dei contro, indicazioni che i protagonisti, da Trump ai governi in conflitto e ai loro sostenitori, siano in linea di principio disponibili a muoversi in questa mai sperimentata direzione che, peraltro, presenta, a mio parere, più opportunità che rischi. L’alternativa è sotto gli occhi di tutti: prosecuzione dei conflitti e dei massacri che creano anche situazioni peggiori nelle quali trattare e costruire futuri accettabili.

Pubblicato il 27 agosto 2025 su Domani

Le elezioni regionali e il compagno trend @DomaniGiornale

Entrare e battersi nella competizione per la visibilità con la Presidente del Consiglio che occupa con la sua immagine “internazionale” tutti gli schermi del reame è operazione impervia. Meglio limitarsi a pochissime critiche mirate e plausibili, ma i dirigenti dell’opposizione italiana raramente si contengono esibendosi in critiche non sempre fondate con il risultato di accrescere la visibilità di Giorgia Meloni. Peraltro, tutti, commentatori e operatori politici, dovrebbero avere imparato e sapere che la politica internazionale non è mai la tematica dominante nelle preoccupazioni degli elettori e che gli elettori, anche quelli italiani, non hanno sempre ragione, ma sanno distinguere la posta in gioco al momento delle elezioni.

   Dunque, non sarà l’immagine di Giorgia Meloni seduta compiaciuta al fianco del Presidente Trump a farli scegliere il candidato di Fratelli d’Italia alla Presidenza della Regione Marche. In tre delle sei regioni che in relativamente rapida sequenza andranno al voto fra settembre e dicembre, il Presidente uscente è di centro-sinistra in tre di centro-destra. Le tre regioni di centro-sinistra: Campania, Puglia e Toscana sembrano inespugnabili, con il Veneto di centro-destra che è inespugnabilissimo, mentre nelle Marche e, alquanto meno, in Calabria, il centro-destra rischia, rispettivamente molto e un po’.

Al momento, la grande novità è che il centro-sinistra sembra avere raggiunto l’accordo su tutte le candidature. Anche se rimangono alcuni problemi relativi alle liste a sostegno e a candidature ingombranti e riottose ai Consigli regionali. Qualsiasi riflessione di fondo deve partire da una constatazione elementare quasi una lezione di politica, forse finalmente appresa e condivisa: “correre” separati implica la quasi certezza della sconfitta. Naturalmente e comprensibilmente, ciascuno dei potenziali alleati deve trovare il modo di affermare la sua importanza coalizionale anche per tradurla in voti. Indicare il candidato di vertice o imporre qualche tematica specifica e caratterizzante, qualche priorità nel programma da formulare e presentare è sempre il modo migliore di acquisire visibilità.

   Nessuno è così ingenuo da non vedere che nel centro-sinistra, contrariamente al centro-destra, esistono due problemi reali, preliminari e non facilmente risolvibili. Primo, la segretaria del Partito Democratico è costantemente sotto esame all’interno e fuori, anche se nessuno sa, vuole, riesce e proporre un’alternativa. Elly Schlein, la cui leadership richiede più di un approfondimento analitico e politico, ha comunque conseguito obiettivi rilevanti. Secondo, in prospettiva, ma con effetti e ripercussioni frequenti e sicuramente volute, Giuseppe Conte non ha mai (ancora?) abbandonato la ambizione e la speranza di tornare lui a Palazzo Chigi. Dunque, fa stagliare il suo profilo di governante, senza, per quel che conta, trovare il mio gradimento. Qui mi limiterò a dire che il centro-sinistra dovrà comunque chiarire i criteri di selezione dell’antagonista della Meloni dei record, di durata e stabilità.

La pazienza e la insistenza con la quale Schlein continua opportunamente a cercare di costruire un campo il più largo possibile, senza nocive contraddizioni e contrapposizioni, vanno apprezzate poiché sono assolutamente meritorie. Gli esiti delle imminenti elezioni regionali potranno confortarla. Qualche decennio fa i socialdemocratici tedeschi all’opposizione si trovarono a vincere una dopo l’altra quattro, cinque elezioni in alcuni importanti Länder. Scherzosamente, ma non troppo, si riferirono a quella che sembrava (e fu) la tendenza all’aumento cospicuo dei loro voti anche a livello nazionale come al Genosse Trend (compagno trend). Ecco, con l’aggiunta di un po’ di quell’indispensabile impegno sul territorio, talvolta colpevolmente mancato, per parlare con la “gente” (che è fare politica, le sei elezioni regionali prossime venture potrebbero diventare il Genosse Trend del centro-sinistra.

Pubblicato il 20 agosto 2025 su Domani