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Perché tocca all’Ue guidare le trattative tra Mosca e Kiev @DomaniGiornale


Non deve essere Macron e non deve essere Draghi. Non tocca a Boris Johnson e neppure alla pensionata Angela Merkel. Negoziare con la Russia, intermediare fra Putin e Zelensky è compito esclusivo e urgente dell’Unione Europea. Pertanto, le due autorità che hanno l’obbligo politico e etico di attivarsi sono la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Josep Borrell. Condurre ad una tregua immediata e riportare ad una situazione nella quale le armi cedano ai negoziati sarà più probabile, anche se non facile, grazie al fatto importantissimo che l’Unione Europea ha dimostrato non soltanto la sua compattezza politica, ma anche la sua volontà univoca di potenza di pace per la pace.
Avendo stabilito una pluralità di pesanti sanzioni economiche nei confronti della Russia, del suo leader, degli oligarchi, e potendo, in assenza di accordi, estenderle e inasprirle, l’Unione va al tavolo delle trattative con risorse di cui può fare uso efficace, scambiandole in maniera appropriata. Abbiamo giustamente plaudito alla inaspettata coesione fra gli Stati-membri e alle loro solidarietà in azione. Abbiamo notato che, con pochissime e limitate eccezioni, le opinioni pubbliche europee sostengono le posizioni dei loro governi. Questo significa che l’azione diplomatica dell’Unione può partire con il piede giusto e con il vigore che le democrazie hanno regolarmente saputo dimostrare nelle ore più buie. Avendo già accettato di prendere in considerazione la domanda di adesione dell’Ucraina all’Unione, il Parlamento Europeo ha segnalato al legittimo governo ucraino che gli garantirà tutti i vantaggi, che sono molti, che derivano dal diventare Stato-membro.
Poiché l’Unione è stata provatamente in grado di produrre e di mantenere la pace al suo interno dal momento della sua formazione ad oggi, la sua credibilità non dovrebbe sfuggire nemmeno a Putin. Nessun europeo pensa che l’Ucraina nella UE possa diventare una testa di ponte per attacchi alla sicurezza della Russia, una spina nel fianco. Questo implica che l’Ucraina rinuncerà a un suo eventuale, ventilato inserimento nella Nato. Non ne avrebbe, comunque, più nessuna necessità dopo un accordo chiaro fra Unione Europea e Russia. Non abbiamo modo di fare cadere i sospetti dell’autocrate russo sui possibili rischi di contagio democratico. Sul tavolo del negoziato, però, von der Leyen e Borrell non dovranno in nessun modo porre le questioni interne al regime russo. Il Parlamento europeo si è già ripetutamente e giustamente espresso a favore dei diritti degli oppositori. Lì si deve fermare. Infine, potremo continuare a auspicare che le opposizioni a Putin non siano né oppresse né represse, ma questa è un’altra storia (per un’altra volta).
Pubblicato il 9 marzo 2022 su Domani
Gli intellettuali hanno deciso di cancellare il dibattito? @DomaniGiornale #DibattitoPubblico


“Gli editorialisti di questo giornale non debbono criticarsi a vicenda nei loro articoli”. Questa frase, ripetutami più volte, mi è rimasta impressa. Ho prestato maggiore attenzione a quello che gli editorialisti di quel quotidiano e del suo concorrente più diretto scrivevano e ne ho trovato conferma. Talvolta i loro articoli argomentavano in maniera diversa e offrivano interpretazioni divergenti, persino anche se raramente, in maniera plateale. Tuttavia, l’interlocutore non veniva citato. Difficile dire se i lettori cogliessero le differenze e considerassero positivo il silenzio sui nomi degli autori che si contrapponevano.
Se la buona informazione democratica passa anche, direi soprattutto, da un dibattito pubblico di idee e di interpretazioni, non è questo che trovo sui quotidiani italiani. Leggo, invece, di frequente quegli stessi editorialisti che, con opportuna distanza temporale, recensiscono i loro rispettivi libri quasi mai sollevando dubbi, rilevando mancanze, individuando problemi. Anche questo è in linea con il forte consiglio (sic) a non criticarsi reciprocamente. Impossibile, non solo per il lettore medio abituale, ma anche per lo specialista, sapere da quella recensione se quel libro apporta davvero qualcosa di nuovo, contribuisce a spiegare avvenimenti, fornisce visioni alternative. Sicuro, però, che considerevole è l’effetto pubblicitario di una recensione a tutta pagina, magari non direttamente sulle vendite, ma sulla visibilità. L’autore, chiedo scusa, l’autrice sarà chiamata a parlare del suo libro in due/tre salotti televisivi nei quali sarà messa in bella mostra la copertina del libro. Poiché è improbabile che conduttrice e conduttore né gli altri ospiti abbiano letto il libro, non ne seguirà nessuna discussione. Nessuna conseguenza possibile in termini di arricchimento delle conoscenze che non esclude affatto che quel libro sia originale, colto, bello da leggere, gratificante. Non lo sapremo da quei salotti. Eppure gli invitati dovrebbero essere interessati a saperne di più, a discutere. Per lo più si trattengono. Se la discussione vertesse prima o poi sul libro che hanno scritto meglio non essersi creati nemici con eventuali critiche passate. Ciascuno degli invitati parlerà solo se interpellato da chi presiede al salotto. Dopo avere sistematicamente lodato l’eventuale servizio esterno dal quale prende le mosse il dibattito, l’invitato, tranne se politicamente schierato, darà sistematicamente ragione, con qualche rara, ma prevedibile eccezione, a chi gli/le ha fatto la domanda: “Assolutamente, sì!” Gli ospiti che intervengono successivamente non menzioneranno chi li ha preceduti, troppo onore, meno che mai se sono in dissenso. Più facile dirsi d’accordo il che per lo più conduce alla menzione del proprio intervento da parte dell’ospite successivo. Non so quanto sia vero che i telespettatori dei talk show televisivi vi assistono distrattamente salvo fare salire la curva dell’audience quando gli ospiti si accapigliano. So che ci sono guastatori di mestiere, spesso invitati per questa loro precipua propensione. Naturalmente, da questi incidenti non scaturisce mai informazione, non discendono elementi conoscitivi, non si costruisce un dibattito pubblico istruttivo.
Scrivo questo articolo mentre sui giornali si ricorda il centesimo anniversario della nascita di Pier Paolo Pasolini. Mi trovai spesso in disaccordo sulle sue prese di posizione nelle quali riconobbi sempre vera sostanza. Dove (su quale quotidiano?, oso: in quale salotto televisivo?) sono finiti gli intellettuali pubblici in grado di discutere con Pasolini?
Pubblicato il 23 febbraio 2022 su Domani
A cosa servono i referendum nelle democrazie parlamentari @DomaniGiornale


Non so quanti altri peli i giudici costituzionali troveranno nelle otto uova referendarie sottoposte alla loro attenta e decisiva disamina giuridica. L’inammissibilità del cosiddetto “omicidio del consenziente” è un’enormità. La maggioranza della Corte non si è lasciata convincere da Giuliano Amato, l’autorevolissimo, per dottrina e storia personale, loro Presidente. Da non esperto, per di più con qualche propensione referendaria, la giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia di referendum mi è frequentemente sembrata tenere in smodato conto alcuni criteri politici. Poi li nobilitava con riferimenti alla necessità di non aprire/acuire scontri, di non mettere a rischio la stabilità politica, già di per sé inferma, di non creare situazioni difficili. Dall’altro lato, i radicali hanno troppo spesso usato i referendum come clava contro i pur precari equilibri politici, come raffiche per abrogare la classe politica (eh, sì, qualche striscia di populismo nella concezione radicale della democrazia ha spesso fatto capolino). Nella stagione dei referendum elettorali, Giuliano Amato, allora vice-segretario del PSI, usò del suo prestigio di grande professore di Diritto Costituzionale, per denunciarli come “incostituzionalissimi”. La Corte l’accontentò soltanto in parte, ma commise quello che interpretai come un grave errore politico. Consentì all’abrogazione, non della legge nella sua interezza, ma di una o più frasi, con l’esito di una riscrittura del testo e della comparsa di una legge differente da quella che non s’era potuta abrogare. Si affermarono gli esperti del ritaglio.
Rapidamente, alcuni politici, ma anche i cardinali di Santa Romana Chiesa, sapendo che non potevano vincere contando i voti fecero appello all’astensione per fare fallire i referendum per mancanza di quorum. “Portare” alle urne il 50 per cento più uno degli italiani in epoca di disaffezione, declino dei partiti, polarizzazione politica, è diventato oramai un’impresa disperante. Triste, però, è vedere materie rilevanti per la vita degli italiani soppresse dal 20-25 per cento di astensionismo aggiuntivo a quello cronico con la sconfitta di quasi la metà dell’elettorato che si è mobilitato per conoscenza e convinzione.
Di fronte alla divisione, partigianeria e, talvolta, inadeguatezza, non del parlamento, ma dei parlamentari, i referendum abrogativi continuano ad avere la possibilità di adempiere ad alcuni compiti, relativamente impropri, ma utili. Possono servire soprattutto da stimolo individuando un problema e imponendo un dibattito pubblico in pubblico. Talvolta, fanno opera di supplenza prospettando soluzioni persino in concorrenza con quelle formulate dal governo. In questa tornata è il caso dei quesiti sull’amministrazione della giustizia sottoposti dalla Lega. L’ultima parola può sempre averla il Parlamento anche contro, ma meglio di no, le preferenze espresse dagli elettori referendari. Nelle democrazie parlamentari, il referendum rimane strumento irrinunciabile. Consentirlo anche su materie delicate, come l’omicidio consenziente, continua a sembrarmi opportuno.
Pubblicato il 16 febbraio 2022 su Domani
Il significato del “bagno di democrazia” di Conte @DomaniGiornale


Troppo facile usare il sarcasmo contro un Movimento che si è presentato come portatore di una speranza di democrazia integrale e gioire perché un tribunale di Napoli decapita la sua leadership in quanto è stata eletta violando lo Statuto e, forse, un principio democratico. Il tribunale dà ragione ai ricorrenti che hanno sostenuto che dovevano essere ammessi a votare tutti gli iscritti, anche quelli da meno di sei mesi. Troppo facile anche ricordare che in molti congressi di molti partiti democratici (sic, qualche partito italiano i congressi neanche li fa), il voto è consentito soltanto a chi è iscritto talvolta da più di sei mesi, anche da almeno un anno, proprio per evitare afflussi indebiti e manipolazioni.
Sulla democrazia nei partiti, cominciando dal classico libro La sociologia del partito politico (1911) dell’allora socialdemocratico Robert Michels, che giunse alla conclusione che è impossibile, c’è sempre molto da raccontare, da scrivere, da criticare. La democrazia interna, più o meno auspicabile, non è mai soltanto un problema giuridico, ma è sempre, anche, soprattutto, un problema di rispetto delle regole, di equità e non solo di funzionalità. Il problema di adesso, ma anche a seguire, per il Movimento 5 Stelle non può, però, essere definito nei termini prospettati da Conte che ha dichiarato che il piano politico-sostanziale, dove si colloca la sua leadership, deve essere contrapposto e considerato superiore al piano giuridico-formale che la sospende. Rimane che la violazione dello Statuto concernente la votazione per il leader è, comunque, grave.
Sollevata, certo non necessariamente in nome della democrazia, ma come strumento di battaglia politica, quella violazione fa sospendere, se non decadere, la leadership che ne è scaturita. Almeno temporaneamente, alla testa del Movimento dovrà andare una leadership di emergenza e di garanzia. Conte deve prendere atto della nuova situazione. Ottima è la sua intenzione di procedere con le opportune modifiche allo Statuto. Meno chiaro è che cosa significhi la promessa di un “bagno di democrazia”. Infatti, la democrazia non esiste mai nel vuoto di regole e di procedure. Chi vuole instaurare e mantenere una democrazia deve sempre iniziare da lì e fare affidamento sugli irrinunciabili elementi formali che sono, per estendere la metafora, l’acqua nella quale sta immersa la democrazia.
A nessuna situazione che pretenda di essere democratica può bastare la sostanza, vale a dire un leader riconosciuto e acclamato. È essenziale che quel leader abbia ottenuto la sua carica, il suo ruolo in ottemperanza alle norme pattuite con il rispetto dovuto alle minoranze. Naturalmente, questo discorso vale per tutti i partiti. Conte sta forse imparando che la lotta politica si svolge dolorosamente su più piani e che il piano puramente politico non deve mai prevalere su quello anche giuridico, del rispetto delle regole. La lezione è salutare ed è auspicabile che valga per tutti, erga omnes.
Pubblicato il 9 febbraio 2022 su Domani
Un sistema fragile appeso agli uomini della provvidenza @DomaniGiornale


Quando in un sistema politico due sole persone vengono ritenute capaci di svolgere i compiti più importanti: Presidente della Repubblica e capo del governo c’è un problema. Quando entrambi avevano annunciato di avere aspettative e prospettive diverse, Draghi il Quirinale, Mattarella la vita privata, e hanno dovuto rinunciarvi, il problema è ancora più grave. Da potenziale king, sembra che Draghi si sia sentito obbligato a trasformarsi in kingmaker convincendo Mattarella a lasciarsi incoronare per salvare il governo delle forse troppo larghe intese e consentirne l’essenziale prosecuzione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Non posso unirmi a lodi sperticate e talvolta ipocrite sul senso di responsabilità di entrambi. Valutazioni diverse e esiti diversi, nient’affatto peggiori, erano sicuramente possibili. Credo che adesso Draghi e Mattarella dovrebbero riflettere sulle loro azioni, forse errori, e sulle conseguenze prossime e future.
Davvero in Italia, nella sua politica, non c’erano alternative? Non si trovava un altro capo del governo in sostituzione di Draghi? Non esisteva un altro uomo/donna delle istituzioni in grado di succedere a Mattarella? Sarebbe gravissimo. Non sono gli scontri, le inadeguatezze, le incapacità dei parlamentari e dei loro partiti a segnalare quello che troppi definiscono una crisi di sistema e invece è la fisiologia della democrazia parlamentare italiana. Tutti gli inconvenienti sono da tempo tanto noti quanto, con pazienza (virtù che i mass media non sanno praticare), faticosamente e almeno parzialmente, rimediabili. La crisi di sistema è clamorosa, ancora incombente, potenzialmente esplosiva specialmente quando il sistema è appeso all’esistenza di due e due sole personalità. Non basta, come ha detto a caldo il rieletto Presidente Mattarella, garantire “l’impegno di interpretare le attese e le speranze dei nostri concittadini”. “Vaste programme” sosterrebbe un altro grande Presidente, Charles de Gaulle, che, peraltro, ebbe e utilizzò notevoli poteri esecutivi. Bisogna capire in che modo interpretarle, sapendo che il Presidente della Repubblica difficilmente riesce ad andare oltre la classica moral suasion (lasciando il tempo che trova).
Uscito indebolito dalle elezioni presidenziali, le tensioni dentro la sua maggioranza essendo cresciute, Draghi avrà molti problemi a governare a maggior ragione se i partiti daranno inizio alla danza della fibrillazione elettorale. Frequente diventerà il ricorso ai decreti e pesante lo schiacciamento del Parlamento le cui decisioni (sic) Mattarella afferma di avere voluto rispettare. Vorrà/saprà il Presidente rieletto contribuire al ristabilimento di un equilibrio positivo fra governo e Parlamento? Oppure Draghi continuerà come uomo un po’ più solo , con diminuito consenso, approfittando dello stato di necessità e contando sul sostegno di Mattarella? La ripartenza di entrambi mi pare poco promettente e tutta in salita.
Pubblicato il 3 febbraio 2022 su Domani
Quirinale, quali sono davvero le conseguenze del possibile passaggio di Draghi dal governo al Colle? @DomaniGiornale


Dai commenti, di retroscenisti e folkloristi, deduco che per l’elezione al Quirinale è già stata superata la fase dei requisiti richiesti. Male. Per molti commentatori, comunque, il problema s’era posto solo con riferimento all’aggettivo ripetuto ad nauseam “divisivo”. Quasi sparita la necessità che il candidato/a dia garanzie di sapere proteggere ruolo, prerogative, potere della Presidenza. Addirittura, Più Europa e Azione, per voce di Emma Bonino, hanno dichiarato di votare la signora (sic) Cartabia per fare la (quale?) riforma della giustizia arrivando così, inopinatamente, alla Presidenza governante. A questo evitabile proposito, è forse utile ricordare che il semipresidenzialismo de jure prevede che il Presidente nomini comunque un Primo Ministro. Non so se il ministro Giorgetti temesse/tema (o auspicasse) che Draghi presidente della Repubblica significhi semipresidenzialismo di fatto con la scelta di un Presidente del Consiglio di suo gradimento, ma il tema è posto nettamente in queste ore.
Premesso che desidererei che chi critica Draghi e il suo operato in quanto capo del governo dovrebbe coerentemente estendere la sua critica anche al più alto sponsor di Draghi, ovvero al Presidente Sergio Mattarella, molti hanno capito che elezione del Presidente e futuro del governo si intrecciano. Chi vuole che Draghi rimanga al governo dovrebbe avere capito che l’attuale Presidente del Consiglio vuole giustamente la garanzia che la maggioranza che lo sostiene sia quella che elegge il Presidente della Repubblica e che, di conseguenza, s’impegni a coadiuvarne l’opera. Dunque, il nuovo Presidente deve più o meno esplicitamente prendere un impegno di continuità. Ci sono almeno due presidenziabili che quell’impegno sono disponibili a prenderlo, che non pretenderebbero di governare e che sono credibili. Non stanno, però, tra i tre nomi proposti dal centro-destra.
Quanto all’eventuale transizione, inusitata, da capo del governo a Presidente della Repubblica, che sarebbe effettuata da un capo di governo inusitatamente non politico e non parlamentare, non serve a nulla limitarsi a notarne l’eccezionalità. Necessario è chiedersi quali ne sarebbero le implicazioni istituzionali e politiche con riferimento al caso concreto del viaggio di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale. Se quel viaggio è benedetto dalla maggioranza che sostiene Draghi, allora sarebbe opportuno che i leader dei partiti di maggioranza comunicassero (quasi certamente ne hanno già, per quanto separatamente, discusso con lui) al Presidente che, se è vero che il Presidente della Repubblica “nomina il Presidente del Consiglio”, la Costituzione materiale si basa sul suggerimento, talvolta anche di più, di uno o più nomi ad opera dei capi dei partiti i cui parlamentari daranno o no la fiducia all’incaricato dal Presidente della Repubblica. Insomma, Draghi eletto Presidente della Repubblica deve sapere che potrà esercitare la moral suasion, ma che la politica di una democrazia parlamentare riconosce a partiti e parlamentari molti poteri e notevole flessibilità. Talvolta mi illudo (non riesco a non farlo) che mettere in luce alcuni meccanismi, indicarne le modalità di attuazione e lo spazio di discrezionalità sia utile anche agli operatori ciascuno dei quali dispone di un quid di potere politico. C’è un rischio per Draghi che sale al Colle, ma c’è anche un rischio per Draghi se al Colle salirà un politico troppo sensibile alle richieste dei partiti che lo hanno prescelto. Non è facile stabilire qual è il rischio minore e per chi (temo per il sistema politico italiano).
Pubblicato il 25 gennaio 2022 su Domani
Un Presidente di tutti? No, solo di chi rispetta la Costituzione #Elezione @Quirinale @DomaniGiornale


Primo: dare i numeri. Curiosamente, però, coloro che affermano che il centro-destra ha la maggioranza relativa possono farlo soltanto definendo lo schieramento a loro avverso non centro-sinistra, ma giallorossi (PD più 5 Stelle). Non tengono conto di coloro che, vengano, più meno correttamente collocati nel centro e nei suoi pressi, dovendolo fare, si definirebbero di centro-sinistra. Comunque, nessuno ha il “diritto” di fare un nome per primo. Quello non è un diritto, ma una facoltà. L’iniziativa se la conquista chi è per l’appunto in grado di indicare/proporre un nome lasciando perdere le stupidissime superstizioni sul bruciare candidature. Fra l’altro, a questo punto della troppo lunga storia di questa elezione presidenziale, sono praticamente stati bruciati tutti. Qualcuno potrebbe anche ricordarsi che proporre un nome secco appare un po’ come una imposizione, pertanto, a molti sgradita in partenza e che esiste una sanissima alternativa: offrire una rosa che consenta libertà di scelta.
Secondo: elaborare gli aggettivi. Per tutti coloro che criticano il lessico di quella che chiamano la Prima Repubblica (incidentalmente, l’unica Repubblica che abbiamo), il test è: trovereste un aggettivo peggiore di divisivo con il quale troppi si riempiono la bocca, ma non saprebbero declinarlo? Divisivo è il candidato che non piace? Divisivo è chi ha fatto politica in posizioni di vertice, prendendo decisioni che, inevitabilmente, “dividevano” l’opinione pubblica? Divisivo è chi è sempre stato solidamente e fermamente su posizioni rappresentative del centro-destra oppure del centro-sinistra? I centristi non sono, dunque, mai divisivi? Di questo passo si arriverà facilmente, ma senza, per quel poco che conta, la mia approvazione, a definire non divisivi/e tutti/e coloro che hanno vagato tra uno schieramento e l’altro, transumanti trasformisti voltagabbana e così via (non pochi di quei casi meriterebbero una analisi dettagliata e approfondita). Il contrario di divisivo non è condiviso con il rischio che si vada alla ricerca del minimo comun denominatore (i minimi comuni sarebbero abbastanza numerosi). L’alternativa a candidature divisive consiste in candidature di personalità che abbiano fatto politica con stile, coerenza, senza cedimenti e senza aggressioni. Non c’è bisogno di andare molto indietro nel tempo. Sergio Mattarella ha fatto politica stando sempre coerentemente e fermamente da una parte, assumendosi responsabilità, senza cercare di piacere o dispiacere a nessuno. Chiara fu per lui la distinzione (divisione?) destra/sinistra, ma non agitò mai le sue preferenze, i suoi valori come un’arma. Cestinati gli aggettivi divisivo e condiviso (il secondo potrà riemergere al momento del voto, addirittura ex post facto), gli aggettivi appropriati sono autorevole e indipendente. Sì, lo so che è consuetudine che il Presidente eletto (soprattutto dopo un’elezione popolare) dichiari che sarà il Presidente di tutti. Di persona personalmente vorrei che l’eletto dicesse che sarà soprattutto il Presidente di coloro che rispettano la Costituzione e le leggi (comprese quelle che riguardano le tasse). Un Presidente che sa che deve stare da una parte, dalla parte, come disse il Presidente Napolitano, della Costituzione.
Terzo: definire le qualità. È un compito che potrebbe essere svolto anche dai parlamentari, la grande maggioranza dei quali, sbagliando e in parte non adempiendo alla loro funzione che, in questa circostanza, non è di rappresentare i partiti, ma gli elettori interpretandone le preferenze, tacciano o, al massimo, rispondono a telefonate, più o meno improprie. Il Presidente Fico vorrebbe una personalità di “alta moralità”, “aderente alla Costituzione”. No, non voglio scrivere che questi due elementi sono “il minimo sindacale” poiché alcuni dei nomi che circolano non hanno né l’una né l’altra qualità. Scrivo, invece, che è essenziale che il/la Presidente sia persona che conosce la politica e le istituzioni per esperienza pratica, che ha prestigio personale, che garantisce di offrire sulla scena europea un profilo riconosciuto e apprezzato. Il patriottismo è intessuto di una storia personale e di comportamenti politici che servono alla patria nel contesto in cui l’Italia, collaborando, ottiene riconoscimenti e risorse. Allora, tenendo conto di questi criteri, non divisivi e che non pretendono di essere da tutti condivisi, faîtes vos jeux. Ma l’elezione di un Presidente non è mai un gioco, meno che mai deve essere affrontata come un risiko.
Pubblicato il 19 gennaio 2022 su Domani
Criteri e qualità per la scelta del nuovo Presidente della Repubblica @DomaniGiornale


Nessun sistema politico deve trovarsi mai appeso ad un solo uomo. Neanche quando quest’uomo, come Mario Draghi, gode di straordinario prestigio conquistato nell’Unione Europea grazie alle sue qualità tecniche e capacità personali. Ha saputo tenere insieme, tradurre, orientare, talvolta fare cambiare le preferenze dei componenti della Banca Centrale Europa e di non pochi ministri delle Finanze. Forse, quasi inconsapevolmente, deve avere pensato che tenere insieme e convincere i segretari dei partiti della maggioranza eterogenea che si è a lui affidata non poteva essere una missione impossibile. In effetti, non lo sarebbe (stata), anche grazie al suo apprendimento di alcune modalità di rapportarsi a quei segretari e ai loro ministri (che lo vedono da vicino) se non fosse che ai compiti di governo, aggravati dalla pandemia, si è aggiunto il problema della elezione del Presidente della Repubblica.
Draghi ha avuto qualche mese per abituarsi all’idea di diventare Presidente del Consiglio e soprattutto sapeva fin dall’inizio che avrebbe goduto del sostegno istituzionale, politico e personale del Presidente Mattarella. La situazione attuale, con chi lo spinge, amoveatur ut promoveatur, alla Presidenza della Repubblica, forse per liberarsene, ma soprattutto senza avere la credibilità e la forza politica sufficiente per garantire l’esito, e chi desidera mantenerlo a Palazzo Chigi, ma soprattutto per farne un parafulmine, è tanto inusitata quanto foriera di rischi, per lui e per il sistema politico. Con la dichiarazione di essere-sentirsi “un nonno al servizio delle istituzioni”, Draghi ha dato la sua disponibilità aprendo una strada che spetta ai segretari dei partiti decidere se percorrere o no. Di più, Draghi non deve e non può dire.
In qualche modo, alcuni esponenti dei partiti hanno già fatto conoscere le loro preferenze, con chi vuole mantenere Draghi al governo per candidare altri, magari se stessi, alla Presidenza della Repubblica, e chi è persino disposta a eleggere Draghi pur di porre fine alla sua azione di governo e ottenere elezioni anticipate. Non può essere Draghi a scegliere una opzione piuttosto dell’altra salvo, comprensibilmente, sottolineare che l’azione di governo su pandemia e PNRR non è da interrompere, ma necessita di essere approfondita. Le domande allora vanno tutte indirizzate agli uomini e alle donne dei partiti e ai loro parlamentari. Il dibattito non può essere sui numeri, utili a conoscere le chances, ma non necessariamente a individuare il/la candidato/a migliore.
Le ricostruzioni delle precedenti elezioni presidenziali, prive di qualsiasi riflessione sullo stato del sistema politico italiano quando si svolsero, e di qualsiasi valutazione sulle conseguenze di ciascuna specifica elezione, sono tanto inadeguate quanto, persino, fastidiose. Trarremmo tutti vantaggi conoscitivi, oserei aggiungere democratici se, come coloro che rappresentano, sì lo so, a causa della legge elettorale Rosato, più o meno casualmente, volessero rendere noti i criteri con i quali intendono scegliere: dalla volontà di stare con il proprio partito al sistema politico che desiderano, dalle capacità del candidato/a agli equilibri politici da mantenere o da cambiare. Provocatoriamente concludo che Draghi, una volta annunciata la sua indisponibilità a rispondere a domande sul suo futuro, avrebbe potuto chiedere a ciascuno dei giornalisti (che, talvolta, riescono persino a influenzare l’opinione pubblica e i parlamentari!) di esprimersi in materia di Presidenza della Repubblica. Fatevi la domanda e dateci la risposta.
Pubblicato il 12 gennaio 2022 su Domani
“Lettera ai partiti che non sanno come funziona il Parlamento” Da #Draghi @DomaniGiornale


Cari partiti,
ho ricevuto la vostra letterina di fine anno e l’ho letta attentamente. Dalla qualità delle critiche ho subito capito che non è stata scritta dai vostri segretari, scarsi frequentatori del Parlamento, tranne quando c’è una television opportunity, e quindi poco conoscitori del suo funzionamento e della sua dinamica.
Avete ragione a lamentarvi della compressione del Parlamento, ma non dipende essenzialmente da me, ma dai vostri capigruppo e dai vostri stessi rappresentanti. L’ordine del giorno e i tempi dei lavori parlamentari vengono decisi da loro e dalle due assemblee. Il fatto è che nei vostri gruppi mancano le competenze (i parlamentari sono stati da voi selezionati in base al tasso di obbedienza, no, non fatemi scrivere di servilismo, al leader di turno, non con riferimento alle necessarie competenze) e le esperienze. Dunque, i capigruppo non conoscono i precedenti e fanno molti errori. Molti parlamentari hanno la tendenza a scrivere emendamenti che sono sostanzialmente messaggi ai gruppi esterni che hanno sponsorizzato la loro candidatura e spesso convogliato le indispensabili preferenze. Per lo più quegli emendamenti sono inutili e sbagliati, ma insieme agli errori risultano costosissimi in termini di tempo e qualche volta inevitabilmente richiedono l’apposizione del voto di fiducia per farli cadere tutti e in blocco.
Quanto ai tempi, è vero che la legge finanziaria ha, da qualche tempo, la tendenza ad “approdare” nelle commissioni apposite quasi in zona Cesarini, ma è altrettanto vero che talvolta sono i vostri parlamentari a fare mancare il numero legale per iniziare la discussione. Comunque, trovo curioso che, soprattutto i parlamentari di maggioranza, ovvero tutti meno i pochissimi deputati e senatori di Fratelli d’Italia, non vengano previamente informati dai loro ministri e sottosegretari e non ottengano da loro i giusti suggerimenti su quello che è controverso o che è ancora possibile cambiare e migliorare.
Purtroppo, siete un po’ tutti voi e i vostri giuristi di riferimento prigionieri di una falsa concezione del ruolo del Parlamento il cui compito principale non è fare le leggi, ma dare rappresentanza ai cittadini (non esattamente quello che fanno le vostre pessime leggi elettorali) e controllare il governo, che significa cogliere i punti deboli non solo delle leggi di origine governativa, valutare come e quanto sono attuate e con quali inconvenienti da risolvere il prima possibile. Anche a questo proposito esperienza e competenza sarebbero decisive. In quella che voi e i giornalistoni impropriamente chiamate Prima Repubblica esistevano entrambe. Non le creerete con i limiti ai mandati e con la riduzione del numero dei parlamentari.
Un test importante delle vostre capacità sarà l’elezione del Presidente della Repubblica. Non siate troppo preoccupati dalla mia eventuale elezione, che è tutta nelle vostre mani. Sappiate, però, che anche la nomina del prossimo capo di governo è nelle vostre mani. Toccherà solo voi decidere a chi darete la fiducia. Non mi pare siate politicamente e psicologicamente preparati. Buon anno.
Mario Draghi
Pubblicato il 4 gennaio 2022 su Domani
La vera patria è il luogo della libertà, ma Meloni non lo sa @DomaniGiornale


Mi sono sempre fatto una certa idea del patriottismo. Per Cicerone, ubi patria ibi libertas, che poteva essere vero per la Roma repubblicana, ma altrove in quel mondo la situazione era certo molto diversa. Per me, patria è dove si è affermata e esiste la libertà. Ne consegue che patriota è colui che si propone di acquisire la libertà nel luogo in cui vive e lotta per questo obiettivo. Conduce la lotta utilizzando, se possibile, le regole esistenti, ma anche violandole, se necessario, nella piena consapevolezza che la sua disobbedienza civile comporterà un prezzo da pagare. Il/la patriota pagherà quel prezzo nella speranza/convinzione che le regole inadeguate, obsolete, repressive verranno rifiutate da un numero crescente di cittadini e, appena possibile, saranno riformate. Il patriota pensa che la storia del suo paese meriti di essere riletta nella sua interezza, compresi gli inevitabili periodi oscuri, che dovranno essere non nascosti né trascurati, ma criticati proprio in nome della libertà. Il patriota sa che il futuro della patria si costruisce proprio riflettendo criticamente sul passato e formulando progetti sempre all’insegna della libertà.
Imparando dalla storia, il/la patriota è giunto a ritenere che la libertà non si difende e meno che mai si amplia chiudendosi nei confini della patria “geografica”. In uno slancio progressista, il patriota pensa che la libertà in un solo paese, a maggior ragione in un mondo globalizzato, sia tanto improbabile quanto lo fu il socialismo in un solo paese. L’esistenza di popoli non liberi, dalla paura e dal bisogno, variamente oppressi, rende la libertà in altri luoghi sempre fragile, a rischio, sfidata dai nemici delle società aperte. Al contrario, l’aumento del numero delle società aperte e i miglioramenti nelle loro qualità sono il prodotto sia della competizione sia della collaborazione fra quelle società. Vedendo le società libere prosperare e garantire opportunità di vita preferibili a qualsiasi altra situazione, in maniera crescente i cittadini si attiveranno per ottenere anch’essi quelle condizioni di libertà tanto promettenti e efficaci. Il loro patriottismo sarà “emulativo”. Non accetteranno mai lo slogan my country right or wrong. Anzi, cercheranno di mutare profondamente tutte le condizioni e tutti i fattori responsabili di quanto è sbagliato (wrong) nella politica/nelle politiche del loro paese.
A fronte di sfide globali, il/la patriota potrà giungere alla conclusione che l’unica o comunque la risposta migliore in termini di libertà è la collaborazione con altre patrie libere. Questa collaborazione, secondo molti patrioti contemporanei, ha ragionevoli probabilità di successo nel quadro dell’Unione Europea che, complessivamente, costituisce il più grande spazio di diritti e di libertà mai esistito al mondo. Rannicchiandosi nei suoi confini geografici e mentali, il nazionalista rischia di perdere anche la sua qualifica di patriota difensore e sostenitore della libertà. Soltanto chi riesce a pensare e agire superando entrambi quei confini può sperare di mantenere e persino di accrescere le libertà sue e le libertà degli altri. Patrioti/e veri/e.
P.S. Ciò detto, concediamo generosamente tempo a Giorgia Meloni per chiarire in cosa il suo patriottismo differisca dal sovranismo. Esplicitati i criteri, potrebbe anche venire a conoscenza degli elementi che ha dichiarato di non avere per scoprire se Draghi meriti la qualifica di patriota, o no.
Pubblicato il 15 dicembre 2021 su Domani