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Le mille anime del paese che non trovano più unità @DomaniGiornale

Gli USA che sono andati a votare sono un paese che molti americani e molti osservatori non hanno saputo e forse non hanno voluto vedere. Il motto federalista “e pluribus unum” da tempo non coglieva più la realtà. L’integrazione del melting pot era garantita dalla supremazia WASP (White Anglo Saxon Protestant) venuta meno quando neppure i WASP ci credevano più. Una parte di loro si ritraeva per complesso di colpa: non avere sconfitto e superato definitivamente la discriminazione, il razzismo. Una parte si è ricompattata per proteggere sì, certo, i loro posti di lavoro, ma soprattutto i loro valori e i loro stili di vita. Li hanno sentiti minacciati, dalla affirmative action, dal politically correct, dal femminismo. La guerra “culturale” strisciante ha fatto molte vittime soprattutto fra coloro che si sentivano perdenti e i cui figli capivano che le loro aspirazioni ad una vita migliore di quella dei genitori non sarebbero state soddisfatte

Dall’altra parte, i WASP affluenti, progressisti e multiculturali vedevano, per lo più con compiacimento, le tendenze demografiche e culturali come un grande flusso, compatibile con tutte le interpretazioni sociologiche del passato, non solo come arricchimento complessivo, ma come un fenomeno che avrebbe inevitabilmente giovato alle sorti elettorali dei Democratici. Tensioni e contraddizioni erano tutte temporanee, superabili e risolvibili. Lo evidenziò con acume Alexis de Tocqueville: “quando c’è un problema gli americani si associano”. La virtù massima del pluralismo associativo è che cross-cutting, vale a dire che coinvolge uomini e donne di più classi sociali, e che è overlapping, quegli uomini e quelle donne fanno parte di più associazioni. Gli inevitabili scontri non degenereranno mai. Anzi, associandosi, si produce capitale sociale, nascono reti di relazioni che proteggono da sfide e catastrofi con scambio reciproco di solidarietà ogni volta che è necessario.

Al mai venuto meno razzismo nei confronti dei neri, si è aggiunta una fortissima diffidenza e contrarietà nei confronti dei latinos. Sono loro gli immigrati da bloccare, anche con un lungo muro. Sono loro i clandestini da respingere. Sono loro i portatori di una cultura non integrabile. Sono loro quella minoranza, peraltro cospicua, che, si teme, si spera, stanno cambiando, cambieranno il volto elettorale degli USA.

Gli svantaggiati, coloro che sentono di stare declinando economicamente e socialmente, spesso non hanno neppure le risorse per mettersi insieme, associarsi, produrre e scambiare capitale sociale. Talvolta, addirittura identificano il loro declino con quello del loro paese e mettono il loro orgoglio al servizio del rilancio della grandezza perduta: Make America Great Again. Simile è l’obiettivo dei repubblicani del business e dei privilegi da mantenere. Uno di loro, Donald Trump è l’imprenditore politico di successo. Ha raccolto prepotentemente tutto lo scontento di settori in parte già repubblicani. Ha conquistato e ridefinito il partito repubblicano. Ha incanalato quello scontento in grande consenso elettorale.

Mettere insieme le sparse membra delle diversità e differenziazioni etniche, sociali, culturali, persino di genere, che i Democratici pensavano avrebbero comunque prodotto una maggioranza elettorale “naturale”, continua a essere un compito molto complicato. L’afroamericano Barack Obama vinse in parte perché ci riuscì, ma, in parte forse maggiore, perché i suoi due oppositori-sfidanti, John McCain e Mitt Romney, non avevano nessuna delle qualità indispensabili ad un imprenditore dello scontento.  Anche qualora Kamala Harris sia riuscita a creare la coalizione delle diversità la riduzione dello scontento e il rilancio dell’American dream, in patria e sulla scena mondiale sarà una missione difficilissima. God bless America. 

Pubblicato il 16 novembre 2024 su Domani

La sinistra perdente tra quisquilie e pinzillacchere @DomaniGiornale

Esistono destini cinici e bari, ma anche, spesso, sconfitte davvero meritate. Però, non tutti gli sconfitti hanno gli stessi demeriti. Esplorarli e capirli servirebbe a politici razionali, non accecati da rancori e non obnubilati da mal poste e ingiustificabili ambizioni personali, a non commettere gli stessi errori o simili nelle prossime consultazioni elettorali. La struttura della situazione in Liguria è la stessa che esisteva in Sardegna e che si presenterà fra poche settimane in Emilia-Romagna e in Umbria (e fra qualche anno, nel 2027, sic, a livello nazionale). La coalizione di centro-destra, nonostante alcune inevitabili, anche profonde, differenze programmatiche, al momento del voto sa ricompattarsi elettoralmente e politicamente. Non è necessariamente e ineluttabilmente maggioritaria nel paese, ma segue con determinazione l’odore del potere. Nel centro-sinistra, all’inizio non esiste nessuna coalizione, solo molta competizione per “spoglie” tutte da conquistare e fin troppa ambizione per cariche ritenute appetibili. Se la coalizione, che è sbagliato definire campo, poiché non è prefissabile, ma è in movimento e mobilitabile da coloro intenzionati a farne parte, non si forma a causa di veti, gelosie e altre “bazzecole, quisquilie, pinzillacchere”, la sconfitta è quasi certa. Scaricare poi le responsabilità non servirà né a recuperare i voti perduti né a costruire una coalizione migliore, più competitiva, con qualche possibilità di vittoria.

In Liguria Giuseppe Conte è riuscito nell’impresa di perdere tre volte. Ha perso voti e seggi in maniera abbondante portando il Movimento alle soglie di quell’estinzione che Beppe Grillo rivendica come sua prerogativa. Ha perso dentro e con la coalizione di cui faceva parte dopo avere imposto l’ostracismo a Matteo Renzi anche se, diciamolo, un po’ se lo meritava. Infine, ha perso alla grande e in maniera definitiva la competizione con Elly Schlein per la guida del centro-sinistra. No, a Palazzo Chigi lui non tornerà, ma certamente sfruttando i voti che gli rimangono potrebbe riuscire, con dichiarazioni e comportamenti imbarazzanti su guerra e Europa, a rendere impossibile la vittoria del centro-sinistra. Tuttavia, sarebbe un errore molto grave per il centro-sinistra, i suoi dirigenti e i suoi guru pensare che con una qualche imprevedibile resipiscenza Conte diventerebbe l’asso della manica nei prossimi appuntamenti elettorali. In negativo, Conte può essere decisivo. In positivo, è probabilmente necessario, ma certamente non sufficiente.

Sono sorpreso dallo scarso rilievo dato al fatto che l’astensionismo in Liguria ha riguardato più della metà degli aventi diritto al voto. Certo, parte degli (ex)elettori di Toti possono avere tradotto la loro grande delusione in grande astensione. Un tempo il Movimento 5 Stelle avrebbe offerto lo sbocco elettorale ai delusi dal sistema. Questa è un’altra sconfitta di Conte. Se la sinistra non vuole che sia anche una sconfitta, non della democrazia in quanto tale, ma della sua qualità soprattutto in termini di rappresentanza ha il dovere politico e, in qualche modo, anche etico, di andarli a cercare quegli astensionisti. Per tornare a vincere potrebbe essere sufficiente raggiungerli, rimotivarli, portarli alle urne. Non conta quanto largo sarà il campo. Conta, moltissimo, in maniera decisiva, che il campo sia molto affollato da elettori ai quali è stata fatta una credibile offerta di una coalizione progressista, non litigiosa, capace di buongoverno. Altrove dissero “yes, we can” e vinsero.

Pubblicato il 30 ottobre 2024 su Domani

La manovra non è solo numeri: per il futuro serve una vera strategia @DomaniGiornale

Dalle democrazie parlamentari anglosassoni, non dal presidenzialismo USA che è tutta un’altra non raccomandabile storia, è facile imparare che la legge finanziaria è l’atto più importante di qualsiasi governo. Dunque, non soltanto i governanti debbono scriver(se)la, ma hanno piena facoltà di far(se)la approvare dalla loro maggioranza parlamentare. La finanziaria è, ovviamente, soprattutto un documento economico con i numeri che contano, ma anche che, a saperli interrogare, raccontano molte storie. Anzitutto, c’è la storia delle modalità con le quali i vari governi hanno affrontato le esigenze dei loro concittadini, meglio se loro elettori. Del come hanno reagito alle urgenze, alle sfide. Del modo come hanno quantomeno cercato di tradurre le loro preferenze in politiche pubbliche.

Nella finanziaria i migliori fra i governi esprimono e articolano una filosofia, una visione di lungo periodo. Quando appare probabile che quella compagine di governo abbia la prospettiva di durare nel tempo, è lecito attendere e pretendere che gli interventi che riguardano l’economia, la società e la cultura esprimano con sufficiente chiarezza l’dea di nazione che quella compagine ha. Dalla terza finanziaria del governo Meloni sarebbe/è pertanto lecito aspettarsi qualcosa di più di soliti e stucchevoli riferimenti ai sacrifici, ovviamente, “per tutti” (magari graduati a seconda di chi più ha e che spesso neanche si accorgerà di un eventuale “sacrificio”), delle critiche al passato dei governi della parte politica opposta, degli scaricabarile e degli alibi: “ce lo chiede l’Europa”.

Al Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non è possibile concedere di essere cattivo, come ha annunciato, se non spiega con chi, perché e in che modo vorrà e saprà esercitare la sua cattiveria. Sulla base dei precedenti, non gli riuscirà di fare granché, ma, soprattutto, questo è il punto da fermare, la sua cattiveria sarà episodica, marginale, non collegabile al disegno dell’Italia del futuro che il primo governo davvero e orgogliosamente di destra promette di costruire. Da un governo Meloni/Salvini/Tajani nessuno si aspetta l’indicazione di un’Italia sociale,” socialdemocratica” nella quale sacrifici e tagli riguardino quasi esclusivamente i settori già privilegiati. Con le parole del grande filosofo politico John Rawls, bisogna esigere che qualsiasi intervento non vada a scapito dei ceti inferiori, ma, al contrario, nei limiti del possibile, ne migliori le condizioni di vita e ne accresca le opportunità. Invece, anche la terza finanziaria di destra è un patchwork che mette insieme interventi disordinati senza un filo (né, comprensibilmente, rosso, né nero, né tricolore).

Le opposizioni hanno gioco facile a criticare ciascuno dei singoli provvedimenti, spesso indicando lo spostamento di risorse da un intervento ad un altro: dalla balorda gestione dell’immigrazione all’inadeguato finanziamento della sanità. Sono, tuttavia, colpevoli dello stesso difetto attribuibile alla maggioranza governativa. Le loro controproposte sono episodiche e non delineano quel tipo di società che vorrebbero costruire. Per stare nel discorso sulla necessità di convergenza e di coordinamento di un’area, di un campo (più) largo, ciascuna opposizione preferisce gioca nel suo campetto, con il suo pallone, persino con sue regole. Probabilmente, è già venuto il tempo di capire che una credibile alleanza che si candida al governo dovrebbe sfruttare l’opportunità della finanziaria elaborando un documento comune, una vera e propria finanziaria alternativa, lezione di metodo e di sostanza. Per la prossima volta, ma si può già cominciare subito.

Pubblicato il 16 ottobre 2024 su Domani

Sono i governi a fare le leggi. E non è affatto uno scandalo @DomaniGiornale

Nel dibattito politico e istituzionale circolano da troppo tempo posizioni e affermazioni empiricamente prive di riscontri e teoricamente insostenibili che si traducono in proposte di riforma sbagliate. La prima riguarda il presunto compito principale del Parlamento: fare le leggi. Dovrebbe incuriosire che quasi dappertutto è chiamato Parlamento, molto raramente assemblea legislativa. Il fatto è che nelle democrazie parlamentari come, in ordine alfabetico, la Germania, la Gran Bretagna, l’Italia, la Norvegia, la Svezia e così via, fra l’80 e il 90 per cento delle leggi emanate sono di origine governativa. I governi “fanno” le leggi, ovvero le scrivono, e il ruolo, che rimane importante, del Parlamento consiste nel discuterle e emendarle, poi anche di valutarne l’attuazione. Se e quando il governo non è soddisfatto del testo uscito dalle Commissioni e in via d’approvazione da parte dell’aula, succede, ma molto raramente, può semplicemente addirittura ritirarlo.

    Che sia il governo con il sostegno della sua maggioranza, e non il Parlamento, cioè i parlamentari a loro piacimento a fare le leggi è politicamente opportuno, persino necessario. I partiti, avendo vinto le elezioni, hanno ricevuto quanto di più simile possa essere a un mandato. In coalizioni multipartitiche l’eterogeneità è, entro (in)certi limiti, la norma. In parte, la soluzione balorda che ricompatta la maggioranza consiste nell’emanare decreti. La decretazione è la prova provata che le leggi le fa il governo, ma è anche la degenerazione dell’attività legislativa. Raramente i decreti hanno i requisiti costituzionali straordinari della necessità e dell’urgenza. Soprattutto, l’urgenza è spesso procurata dai ritardi, più o meno voluti, del governo e della sua maggioranza, dalla cattiva gestione dei tempi e dei modi, da mancati accordi. Ciò detto, rimane intollerabile. Pure già più volte intervenuti con critiche e indicazioni, sia il Presidente della Repubblica sia la Corte Costituzionale dovrebbero alzare il livello della loro severità ad esempio nella odiosa fattispecie dei decreti omnibus, per definizione esattamente il contrario dell’omogeneità. Sono diventati regali di Natale. Il peggio, però, è che con la micidiale tenaglia “decreto più voto di fiducia”, il governo toglie non solo alle opposizioni, ma alla sua stessa maggioranza la possibilità di discutere e emendare i suoi testi, consapevolmente e deliberatamente facendo dei parlamentari veri e propri passacarte, certamente violando i principi a fondamento di qualsiasi democrazia parlamentare. 

    Altra questione delicata sono le nomine che il governo può fare per un’ampia gamma di cariche. Legittimamente i governanti possono nominare anche parenti e amici ad una pluralità di cariche politiche, in particolare quelle ministeriali in senso lato che sono preposte all’attuazione del programma. Sono affari dei governanti se privilegiare la lealtà o la competenza, con la prima che può andare a scapito delle prestazioni e del rendimento del governo. Giudicheranno gli elettori. Molto diverso è il caso delle nomine che riguardano cariche definibili di garanzia: il Presidente della Repubblica e i giudici costituzionali. Non per caso i Costituenti hanno previsto maggioranze specifiche, almeno assolute, spesso qualificate. Non è affatto un incentivo al più o meno deprecabile consociativismo. Più semplicemente è l’invito tassativo alla ricerca di personalità di competenza e prestigio che trascendono la parte politica di provenienza. Anche in questo caso il Parlamento ha un ruolo rilevante da svolgere.

A coloro che ritengono che il Parlamento sia declinato perché non fa più le leggi può non bastare sapere che non le ha mai fatte e che, in una democrazia parlamentare è preferibile e inevitabile che sia così. Allora, bisogna evidenziare e sottolineare che, oltre a controllate tutte le attività del governo, il Parlamento ha due importantissimi compiti da svolgere. Primo, il Parlamento è luogo di confronto di governo e opposizione, di espressione delle preferenze e delle visioni di società, di progresso, di futuro, in qualche modo contribuendo alla formazione dell’opinione pubblica. Secondo, è la sede più elevata e insostituibile della rappresentanza politica dove gli eletti hanno la possibilità di agire secondo le aspettative, i bisogni e le speranze dei loro, ma non solo, elettori. Che la vigente legge elettorale sia tra le peggiori per dare rappresentanza politica e sociale minimamente soddisfacente è acclarato. Chi vuole un Parlamento migliore non deve preoccuparsi più di tanto della legislazione, ma della selezione dei rappresentanti, solo talvolta anche legislatori.

Pubblicato il 12 ottobre 2024 su Domani

Gridare al lupo è stucchevole. Ma il rischio illiberale esiste @DomaniGiornale

Non sono persona che cede facilmente agli allarmismi. Non credo all’esistenza di una troppo sbandierata crisi della democrazia. I dati oramai ampiamente disponibili, provenienti da più fonti e da diverse agenzie di ricerca evidenziano che nessun sistema politico diventato democratico nel secondo dopoguerra ha perso la sua democrazia, con l’eccezione del Venezuela. Vedo, però, che fanno spesso la loro comparsa una pluralità di problemi di funzionamento, di maggiore o minore gravità, un po’ in tutte le democrazie contemporanee. Nessuno di quei problemi è insuperabile; nessuno ha portato al crollo del regime democratico. Tuttavia, in un (in)certo numero di casi, è facile constatare e comprovare che ne risulta ridotta la qualità di quelle specifiche democrazie. Dalla storia (sic) ho anche imparato che troppo spesso i democratici, politici e studiosi, hanno sottovalutato i problemi, si sono dimostrati troppo permissivi, non hanno reagito tempestivamente e con adeguato vigore. Proprio per tutte queste ragioni, ritengo opportuno non gridare “al lupo al lupo”, ma esplorare se esistano tracce dell’avvicinarsi del lupo qui in Italia.

Mi attenderei che questa esplorazione si giovasse in particolare del contributo degli studiosi, dei commentatori, dei politici che si definiscono liberali e che chiedono a tutti prove di liberalismo. Se viene colpito il principio fondamentale delle democrazie liberali che si chiama separazione delle istituzioni per cui a qualche istituzione si consente di invadere e occupare la sfera di autonomia delle altre, c’è un grosso rischio democratico. Nessun governo dovrebbe mai piegare il parlamento, assemblea nella quale ha la maggioranza, attraverso l’eccesso di decretazione d’urgenza per di più accompagnato dalla micidiale richiesta del voto di fiducia che non solo vanifica qualsiasi emendamento, ma impedisce la discussione sul merito. So che questa pratica ha radici profonde, mai adeguatamente recise. So anche che alcuni Presidenti della Repubblica e qualche sentenza della Corte Costituzionale hanno vanamente cercato rimedio. Però, constato che nei suoi due anni di vita il governo Meloni vi ha già fatto ricorso in maniera smodata, superiore a quella di tutti i suoi predecessori. Aggiungo che non è compito del parlamento “fare” le leggi, ma controllare, emendare, migliorare le leggi del governo, tutto questo reso impossibile dalla tagliola “decreto più voto di fiducia”.

Cinque giudici costituzionali sono eletti dal parlamento, che, ancora una volta, può significare, senza scandalo alcuno, dalla maggioranza parlamentare. Il discorso diventa inevitabilmente valutativo ovvero incentrato sul curriculum e sulla competenza delle candidature. Il solo pensare di eleggere chi ha avuto il ruolo fondamentale nella stesura di un disegno di legge costituzionale sul quale molto probabilissimamente vi sarà una richiesta di referendum per “proteggerlo”, mi pare riprovevole. Gli inglesi affermerebbero “it’s simply not done”. Poiché lampante è il conflitto di interessi, semplicemente non s’ha da fare. Ricordo anche che il premierato, “madre di tutte le riforme”, espressione di Giorgia Meloni sulla quale meditare, ridimensiona significativamente i poteri del Presidente della Repubblica di agire come “freno e contrappeso”, compito cruciale nell’ottica liberale, all’esercizio del potere di governo.

Nelle democrazie da tempo esiste un quarto potere, in senso lato, i mass media. Attraverso di loro, i cittadini si informano e, in generale, ma anche di volta in volta, nasce, si manifesta, opera l’opinione pubblica. Governi che querelano giornali e giornalisti, che li intimidiscono, come più volte fatto dal governo Meloni, mirano a rendere più difficoltosa la formazione di un’opinione pubblica adeguatamente informata. Ancora peggio, naturalmente, quando la maggioranza governativa va ad occupare armi e bagagli l’azienda RAI che in quanto pubblica dovrebbe offrire informazione imparziale e pluralista. Ho segnalato quello che, a mio parere, è l’inizio di un percorso illiberale. Può certamente essere rallentato e addirittura fermato anche grazie ai liberali coerenti. Così, sperabilmente, sia.

Pubblicato il 9 ottobre 2024 su Domani

Oltre la stupidità. Il centrosinistra alla prova finale @DomaniGiornale

Nomina sunt consequentia rerum è una frase che sembra assolutamente fuori luogo se riferita all’espressione “campo largo” di cui Conte ha annunciato ieri l’estinzione. Infatti, senza interrogarci più di tanto su chi, forse Enrico Letta in un momento a metà fra speranza e disperazione, ne sia l’inventore, il nome “campo largo” è venuto molto prima della cosa. Anzi, la cosa, pur ampiamente oggetto di dibattito, di spesso meritati lazzi e sberleffi, proprio non esiste. Insistere nella parola mi pare addirittura masochistico. Vi ho contribuito asserendo la necessità di un campo “elastico”, ma ritengo che sia auspicabile e possibile fare di meglio anche lasciando perdere la stupida giustificazione “gli elettori non ci capiscono”. Invece, numerosi elettori che si auto-collocano fra il centro e la sinistra sentono la necessità di accordi per sconfiggere la coalizione che esprime il governo di destra-centro e, più o meno coerentemente, fa politiche di quel tipo.

Alcuni grandi uomini politici italiani hanno sempre saputo che sia per vincere davvero le elezioni, che non è mai soltanto “arrivare in testa”, sia per governare bisogna trovare alleati, fare coalizioni. Giovanni Giolitti aveva la sua ricetta che usò spregiudicatamente, con successo finché gli fu possibile. Socialisti e popolari si mostrarono molto meno accorti e aprirono la strada ai fascisti. De Gasperi non aveva molto bisogno di alleati, ma deliberatamente volle coinvolgere i partiti centristi minori nella sua opera di governo dando rappresentanza a ceti che la DC non poteva raggiungere. Tenacemente, Palmiro Togliatti perseguì la strategia di alleanze politiche e sociali. A livello locale il tentativo fu più facile e spesso coronato da successo. A livello nazionale, il fattore K (kommunismus) fu, ovviamente, bloccante.

La distinzione dei livelli è cruciale, ma sembra che i dirigenti nell’arco del centro-sinistra non l’abbiano adeguatamente compresa. Le differenze di visione sull’aggressione russa all’Ucraina e sulle politiche dell’Unione Europea, sull’immigrazione e sulla giustizia saranno un problema per fare campagna elettorale nel 2027 (sic), per conquistare elettori attenti e perplessi, probabilmente decisivi, e per governare (sic sic). Non c’è, però, quasi nessuna ragione per farle emergere e contare quando la posta in gioco è la Presidenza delle regioni, a cominciare dalla Liguria e poi Emilia-Romagna e Umbria. Non è in gioco la leadership del/nel centro-sinistra. Non è dal torneo oratorio a chi le spara più grosse, al quale, per fortuna, Elly Schlein finora non ha partecipato, che emergerà la candidatura alla Presidenza del Consiglio. Altrove, nelle democrazie multipartitiche, lo sottolineo qui e lo farò di continuo, la carica più elevata di governo va alla persona designata dal partito che ha avuto più voti. È una delle applicazioni più coerenti del principio democratico di maggioranza.

A livello locale, i veti preventivi reciproci, sulla base di sgarbi politici e personali del passato, sono semplicemente stupidi. Spesso, inevitabilmente, in situazioni competitive, sono anche tristemente controproducenti. Non solo in Italia, le sinistre moderate e “avanzate” offrono esempi di comportamenti suicidi che, di nuovo, una parte di elettori giudica deprecabili e deprimenti. La soluzione, certo più facile a dirsi che a farsi, è stabilire prioritariamente i punti programmatici assumendo l’impegno alla loro attuazione. L’affidabilità dei contraenti, uno dei quali, lo sappiamo, si fa un vanto della sua volubilità, potrebbe non essere un problema se vi fosse anche l’impegno a lasciare piena autonomia di azione, implementazione e valutazione ai dirigenti e agli eletti locali. Altrove, quello che ho scritto non è (quasi) mai un catalogo di pii desideri. È ora di imparare e praticare.

Pubblicato il 2 ottobre 2024 su Domani

Fuori campo: catalogo breve per chi sta tra il centro e la sinistra @DomaniGiornale

Nomina sunt consequentia rerum è una frase che sembra assolutamente fuori luogo se riferita all’espressione “campo largo”. Infatti, senza interrogarci più di tanto su chi, forse Enrico Letta in un momento a metà fra speranza e disperazione, ne sia l’inventore, il nome “campo largo” è venuto molto prima della cosa. Anzi, la cosa, pur ampiamente oggetto di dibattito, di spesso meritati lazzi e sberleffi, proprio non esiste. Insistere nella parola mi pare addirittura masochistico. Vi ho contribuito asserendo la necessità di un campo “elastico”, ma ritengo che sia auspicabile e possibile fare di meglio anche lasciando perdere la stupida giustificazione “gli elettori non ci capiscono”. Invece, numerosi elettori che si auto-collocano fra il centro e la sinistra sentono la necessità di accordi per sconfiggere la coalizione che esprime il governo di destra-centro e, più o meno coerentemente, fa politiche di quel tipo.

Alcuni grandi uomini politici italiani hanno sempre saputo che sia per vincere davvero le elezioni, che non è mai soltanto “arrivare in testa”, sia per governare bisogna trovare alleati, fare coalizioni. Giovanni Giolitti aveva la sua ricetta che usò spregiudicatamente, con successo finché gli fu possibile. Socialisti e popolari si mostrarono molto meno accorti e aprirono la strada ai fascisti. De Gasperi non aveva molto bisogno di alleati, ma deliberatamente volle coinvolgere i partiti centristi minori nella sua opera di governo dando rappresentanza a ceti che la DC non poteva raggiungere. Tenacemente, Palmiro Togliatti perseguì la strategia di alleanze politiche e sociali. A livello locale il tentativo fu più facile e spesso coronato da successo. A livello nazionale, il fattore K (kommunismus) fu, ovviamente, bloccante.

La distinzione dei livelli è cruciale, ma sembra che i dirigenti nell’arco del centro-sinistra non l’abbiano adeguatamente compresa. Le differenze di visione sull’aggressione russa all’Ucraina e sulle politiche dell’Unione Europea, sull’immigrazione e sulla giustizia saranno un problema per fare campagna elettorale nel 2027 (sic), per conquistare elettori attenti e perplessi, probabilmente decisivi, e per governare (sic sic). Non c’è, però, quasi nessuna ragione per farle emergere e contare quando la posta in gioco è la Presidenza delle regioni, a cominciare dalla Liguria e poi Emilia-Romagna e Umbria. Non è in gioco la leadership del/nel centro-sinistra. Non è dal torneo oratorio a chi le spara più grosse, al quale, per fortuna, Elly Schlein finora non ha partecipato, che emergerà la candidatura alla Presidenza del Consiglio. Altrove, nelle democrazie multipartitiche, lo sottolineo qui e lo farò di continuo, la carica più elevata di governo va alla persona designata dal partito che ha avuto più voti. È una delle applicazioni più coerenti del principio democratico di maggioranza.

A livello locale, i veti preventivi reciproci, sulla base di sgarbi politici e personali del passato, sono semplicemente stupidi. Spesso, inevitabilmente, in situazioni competitive, sono anche tristemente controproducenti. Non solo in Italia, le sinistre moderate e “avanzate” offrono esempi di comportamenti suicidi che, di nuovo, una parte di elettori giudica deprecabili e deprimenti. La soluzione, certo più facile a dirsi che a farsi, è stabilire prioritariamente i punti programmatici assumendo l’impegno alla loro attuazione. L’affidabilità dei contraenti, uno dei quali, lo sappiamo, si fa un vanto della sua volubilità, potrebbe non essere un problema se vi fosse anche l’impegno a lasciare piena autonomia di azione, implementazione e valutazione ai dirigenti e agli eletti locali. Altrove, quello che ho scritto non è (quasi) mai un catalogo di pii desideri. È ora di imparare e praticare.

Pubblicato il 2 ottobre 2024 su Domani

La tragedia medio-orientale e la mancanza di mediatori @DomaniGiornale

Nella tragica, non da oggi, situazione del Medio-Oriente non può, oggettivamente e augurabilmente, esserci un vincitore. Israele sa che può annichilire Hamas e gli Hezbollah per un certo periodo di tempo, ma non può cancellare i palestinesi né, tantomeno, l’Iran. Dal canto loro, i terroristi, teocrazia iraniana compresa, dovrebbero avere acquisito la consapevolezza che, per rendere la Palestina libera “dal fiume al mare” , sarebbe inevitabile innescare un conflitto anche nucleare. Nel primo caso, obiettivo che Netanyahu persegue anche per continuare a rimanere al potere, l’impossibile annichilimento non potrà che essere temporaneo. Con esagerato pessimismo, si può e, forse, si deve aggiungere, che, da un lato, soltanto la democratizzazione dell’intera area (una nuova primavera non solo araba), e dall’altro, la fuoruscita di Netanyahu sostituito da governanti che imbriglino i coloni, riuscirebbero a porre le basi iniziali minime di una soluzione ragionevolmente (avverbio al quale mi abbandono) duratura. Che quella soluzione significhi “due popoli due Stati” è facile dirlo, ma di enorme difficoltà progettarlo.

Nel frattempo, il progetto urgente consiste nel porre fine alle devastanti azioni e reazioni armate, magari riflettendo su come Hamas abbia potuto costruire un imponente e costosissimo reticolo di cunicoli variamente arredati e su come gli Hezbollah siano riusciti ad ammassare enormi quantità di armi e missili lungo un periodo ventennale. Fallimento delle (plurale) organizzazioni di intelligence oppure deplorevoli connivenze di alcuni stati che si compravano in questo modo la sicurezza interna?

Gli USA, protagonista indispensabile, non sono in questa fase di campagna presidenziale, in grado di svolgere credibilmente le attività necessarie. C’è da augurarsi che chi entrerà nella casa Bianca abbia la preparazione, le conoscenze e la determinazione per farsi valere. L’Unione Europea, grande donatrice di fondi ai palestinesi, sembra essersi ritagliata uno spazio di profilo bassissimo in attesa che la nuova Commissaria prenda pieno possesso della sua carica e si giovi del non avere bagagli pesanti provenienti dal passato. Tuttavia, forse, esiste un passato potrebbe portare qualcosa di positivo. Il punto più elevato di accordo fra israeliani e palestinesi fu raggiunto nel 2000 fra il primo ministro Ehud Barak e il presidente Yasser Arafat con la mediazione del Presidente USA Bill Clinton.

Qatar e Egitto sembrano ragionevolmente in grado di esercitare qualche forma di mediazione, ma se il conflitto in Palestina va oltre quell’area geografica, ci vuole qualcosa, molto di più. Pertanto. il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per quanto sgradito ad Israele, dovrebbe farsi dare dalla sua organizzazione un vero e proprio mandato da condividere con la Commissaria Kaja Kallas e con alcune poche personalità accettabili sia dagli israeliani sia dai palestinesi (credibilmente rappresentati da chi?). Dovrebbero essere proprio loro a indicare nomi accettabili di negoziatori. Personalmente, sono convinto che sarebbe opportuno fare ricorso all’esperienza dell’ex-presidente Clinton. Libero da condizionamenti politici, forte del risultato ottenuto a suo tempo e sostenuto da alcuni suoi esperti collaboratori di un quarto di secolo, Bill Clinton sarebbe sicuramente in grado di esercitare un ruolo molto importante.

Pubblicato il 26 settembre 2024 su Domani

Draghi, Letta e una lezione di europeismo alla Spinelli @DomaniGiornale

Forse è più che una felice coincidenza che gli autori dei due rapporti che aprono il quinquennio del nuovo Parlamento europeo, sul Mercato Unico e sul Futuro della competitività europea, siano stati scritti da due italiani, rispettivamente, Enrico Letta e Mario Draghi. Oltre alle personali prestigiose carriere professionali, Letta e Draghi sono anche stati Presidenti del Consiglio avendo, dunque, accesso alle più alte sedi decisionali dell’Unione Europea. Certamente non è un caso che i loro rapporti convergano sul punto più rilevante per il presente e, in special modo, per il futuro: maggiore coordinamento maggiore condivisione. I problemi dell’Unione Europea si debbono affrontare e si possono risolvere con “una unione più stretta” (uso parole che vengono da Altiero Spinelli che è all’origine di questa Europa).

Indicando il futuro possibile, ma difficile, entrambi i Rapporti suggeriscono, ovviamente, con le differenze che derivano dai compiti a cui dovevano rispondere, che tocca alla politica e alle istituzioni europee prendere le decisioni opportune. Poiché si tratta di decisioni di enorme importanza è ai vertici dell’Unione che bisogna rivolgere lo sguardo e chiedere se, come, quanto siano consapevoli, adeguati e disponibili. Finora la dicotomia europeisti/sovranisti, anche se schematica, è stata sufficientemente chiara per rendere conto della diversità delle posizioni, delle aspettative, dei comportamenti.  Naturalmente, era anche possibile scorgere alcune, non marginali, contraddizioni in entrambi i campi. Più facile coglierle fra i sovranisti, in particolare fra coloro che vogliono strappare, chiedo scusa, riappropriarsi di alcune competenze per le quali, poi, non dispongono degli strumenti per esercitarle. La sfida dei sovranisti agli europeisti finora ha fatto leva su sentimenti e risentimenti, sulla reviviscenza di identità nazionali, su qualche egoismo particolaristico. Con eleganza il Rapporto Draghi non sfiora neppure uno di questi elementi. L’analisi, la sfida, le soluzioni sono tutte improntate all’europeismo e dirette agli europeisti.

Per sentirsi dalla parte giusta per troppo tempo a troppi europeisti, anche a quelli italiani, sembrava sufficiente segnalare con un’alzata di spalle e con qualche critica la loro distanza dai sovranisti. Forse c’è anche molto di questo compiacimento alla base della perdita di competitività dell’Unione e della carenza di innovazione. Personalmente anch’io ho condiviso l’idea che, comunque, l’Unione procedeva e che le sue istituzioni democratiche avevano bisogno di poche sollecitazioni. Erano/sono comunque in grado, proprio perché democratiche, quindi, aperte, intelligenti, reattive, capaci di imparare, di innovare.

Letta, da una parte, ancor di più Draghi, dall’altra, affermano chiaro e forte che le istituzioni dell’Unione Europea debbono essere trasformate, essere rese più coese, più flessibili, più incisive, rapidamente. Il “cattivo” non è esclusivamente il voto all’unanimità, comunque da abolire. Sono tutte le procedure opache e strascicate che proteggono interessi nazionali spesso obsoleti, che debbono essere rivisitate e riformate. Il sovranismo è la ricetta di un ritorno al passato che non potrebbe comunque essere fatto rivivere e che porterebbe costosi conflitti fra Stati costretti a rivendicare i loro esclusivi interessi proprio sulle tematiche più importanti. Invece, fin d’ora è auspicabile e possibile costruire un’Unione Europea a più velocità. Se i “velocizzatori” hanno successo, questa è la scommessa, saranno molti, Stati-membri e associazioni intermedie, quelli che vorranno rincorrerli. E l’Unione Europea (ri)prenderà slancio.

Pubblicato il 11 settembre 2024 su Domani

Il potere non può invocare la sfera privata @DomaniGiornale

Separare con una linea chiara e precisa la sfera pubblica dalla sfera privata di coloro che fanno e stanno in politica è un’operazione difficile e delicata, sempre controversa, ma essenziale. Comprendo nella sfera pubblica tutte le attività che debbono svolgersi in pubblico, visibilmente, di fronte all’opinione pubblica, e per sfera privata tutte le attività che, riguardanti la persona non politica, possono e debbono rimanere riservate. Naturalmente, queste complesse distinzioni valgono e possono essere discusse e variamente (ri)definite esclusivamente nei sistemi politici democratici. Nei regimi non-democratici la sfera privata è alla mercé dei governanti autoritari che vi penetrano se e quando vogliono, e l’opinione pubblica, in assenza della libertà di parola, semplicemente non può formarsi, non esiste.

Troppo politici lamentano incursioni non gradite nel loro privato e troppi commentatori accomodanti si affannano a dare loro ragione, mentre i governanti anche in democrazia tentano di restringere le modalità con le quali risulta praticabile acquisire informazioni su quanto i politici hanno fatto e continuano a fare in privato. Il punto di partenza generale di qualsiasi analisi è che chi fa politica, acquisisce cariche e esercita potere non è un cittadino come gli altri. “Scendendo” in politica fa il suo ingresso sulla scena pubblica. Esprime le sue posizioni in pubblico e gli/le viene richiesto di farlo. Deve raggiungere il pubblico, che sono principalmente gli elettori e gli operatori dei mass media, indispensabili tramiti dei loro messaggi, delle loro proposte, della loro propaganda.

   Tuttavia, tanto quanto è legittimo guardare anche di chi è il dito che punta alla luna, i più accorti e acuti fra i commentatori politici e operatori dei media non si accontenteranno di ascoltare i messaggi e di leggere i programmi. Vorranno conoscere chi “messaggia” e chi programma. Quali sono i suoi titoli e i suoi meriti professionali, quali le sue esperienze pregresse, quale la sua traiettoria complessiva. Le sue azioni sono state coerenti con i suoi pronunciamenti? Per saperlo bisogna fare incursione nella sua sfera privata, legittimamente. Se si dichiara favorevole al controllo delle armi perché mai tiene in casa un fornito arsenale di rivoltelle e fucili? Se si oppone all’interruzione della gravidanza perché mai l’ha lasciata praticare alla sua compagna? Le risposte a questi più che legittimi interrogativi servono agli elettori, talvolta sono decisive, per valutare la coerenza e la credibilità delle candidature, di coloro che stanno facendo politica e occupando cariche.

  Nel passato, la sfera privata dei politici faceva meno notizia anche per ragioni legate al mondo dell’informazione, meno intrusivo e forse meno dannatamente impegnato nella ricerca degli scoop, del sensazionale. Però, sbagliano alla grande tutti coloro che attribuiscono ai giornalisti, ai comunicatori politici con troppe ambizioni e poche limitazioni il (quasi) venir meno della sfera privata dei politici. In qualche modo, già gli antichi romani avevano notato e segnalato il fenomeno. “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”. Non so se Cesare propagandasse la   virtù della moglie come suo merito per fare carriera in politica. So, però, che da qualche tempo, iniziato negli USA, si è diffuso il fenomeno della narrativa (termine che preferisco a narrazione).

Per giustificare e rafforzare la loro ambizione (parola mai pronunciata) a ottenere dagli elettori una carica di rappresentanza e di governo, soprattutto ai livelli più elevati, i candidati narrano la loro vita, spesso facendone un libro che evidenzia i loro sacrifici, le loro capacità, i loro principi, persino le loro eventuali conversioni sulla via di Damasco: sanno imparare e oggi vedono di più e meglio. Quel privato è il trampolino per entrare e restare sulla scena pubblica in posizioni di vertice. Giusto, pertanto, che quel privato venga studiato dai commentatori (e dagli oppositori), venga soppesato e valutato, e alla coerenza con quel privato quel candidato poi eletto venga frequentemente richiamato, anche per criticarlo.

Chi più sale in alto come carriera politica e esercita potere politico, più vede restringersi la sua sfera privata. Infatti, l’aspettativa democratica è che quel potere sia messo al servizio di fini pubblici, mai condizionato da interessi privati. Allora, tutto deve sapere l’opinione pubblica sulla sfera privata del governante. La più ampia trasparenza possibile, la “casa di vetro”, è il prezzo da pagare per avere e gestire il potere politico. Torni nel suo privato chi se ne lamenta.

Pubblicato il 9 settembre 2024 su Domani