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La vittoria di Trump. Difficile da credere, ma è una questione di “cultura” #Paradoxaforum

I numeri attestano che la vittoria di Donald Trump è stata epocale. Segna un’epoca che, forse, a causa dell’età, non sarà lui a guidare, ma che è uno spartiacque nella storia USA. Troppo spesso il “suo” elettorato è stato fatto coincidere quasi esclusivamente con la grande maggioranza degli uomini bianchi di mezz’età (e le loro famiglie), con limitato livello di istruzione e redditi medio-bassi. Per tutti costoro le tematiche di genere, gli scontri sul politicamente corretto, le riscritture della storia dell’uomo bianco colonizzatore e oppressore, non erano semplicemente riprovevoli e sbagliate. Politicamente e culturalmente colpivano il loro status sociale. In gioco era la loro stessa identità di americani, osteggiati, isolati, circondati. Certo, i latinos portano via posti di lavoro, ma c’è di più. Portano con sé una cultura di organizzazione familiare, di vita sociale, di musica e di cibo, di forme di svago che non si incontra e non si mescola con quella degli americani “come noi”. Anzi, che la vuole più o meno inconsapevolmente sostituire sotto gli occhi amichevoli e beneaguranti degli intellettuali e dei divi, delle grandi università dedite al multiculturalismo e dei quotidiani delle gradi città, come se davvero le culture potessero essere messe tutte sullo stesso livello, dimentiche che “e pluribus unum” (il motto del federalismo USA) indica l’obiettivo dell’integrazione, non la conservazione della separatezza.

Tutti, o quasi, affermano che l’Occidente è in declino tanto quanto, e viceversa, gli USA. Non è accettabile nessuna rassegnazione a quell’esito. Make America Great Again è un compito che restituisce l’orgoglio, la consapevolezza di potere fare quanto altri non riuscirebbero neppure a immaginare. Da un lato, una componente non trascurabile, forse persino crescente dei latinos, si fa coinvolgere: saranno parte attiva del ritorno alla grandezza, prova provata della loro integrazione riuscita; dall’altro, fenomeni simili attraversano non pochi sistemi politici europei: i sovranisti variamente declinati come Veri Finlandesi, Democratici Svedesi, Fratelli d’Italia et al. Vecchi e nuovi americani non chiedono autocritiche, ma desiderano pieno riconoscimento di dignità storica e di cittadinanza. Suggeriscono come (ri)conquistarle perché il loro tempo non è passato, ma futuro.

Che un uomo bianco possa fare tutto questo meglio di una donna di colore, vista con sospetto persino dagli stessi uomini di colore, appare addirittura scontato. Quell’elettorato trumpiano non attendeva nient’altro che l’offerta credibile di riscatto. Madornale è l’errore di credere che la sua motivazione prevalente fosse la paura e che i Democratici offrissero speranza, che, invece, era contrizione per i misfatti dell’uomo bianco e della potenza egemone. Unico sollievo per la leadership democratica è che Trump durerà per un solo mandato. Però, se i Democratici non trovano quel (weberiano) imprenditore politico che sappia delineare una strategia di attrazione attorno al credo americano (opportunità per tutti) e ai valori costituzionali troppo spesso disattesi nei confronti dei cittadini di colore, lo scontro culturale continuerà a premiare i repubblicani trumpiani post-Trump.

Pubblicato il 11 novembre 2024 su PARADOXAforum

Le mille anime del paese che non trovano più unità @DomaniGiornale

Gli USA che sono andati a votare sono un paese che molti americani e molti osservatori non hanno saputo e forse non hanno voluto vedere. Il motto federalista “e pluribus unum” da tempo non coglieva più la realtà. L’integrazione del melting pot era garantita dalla supremazia WASP (White Anglo Saxon Protestant) venuta meno quando neppure i WASP ci credevano più. Una parte di loro si ritraeva per complesso di colpa: non avere sconfitto e superato definitivamente la discriminazione, il razzismo. Una parte si è ricompattata per proteggere sì, certo, i loro posti di lavoro, ma soprattutto i loro valori e i loro stili di vita. Li hanno sentiti minacciati, dalla affirmative action, dal politically correct, dal femminismo. La guerra “culturale” strisciante ha fatto molte vittime soprattutto fra coloro che si sentivano perdenti e i cui figli capivano che le loro aspirazioni ad una vita migliore di quella dei genitori non sarebbero state soddisfatte

Dall’altra parte, i WASP affluenti, progressisti e multiculturali vedevano, per lo più con compiacimento, le tendenze demografiche e culturali come un grande flusso, compatibile con tutte le interpretazioni sociologiche del passato, non solo come arricchimento complessivo, ma come un fenomeno che avrebbe inevitabilmente giovato alle sorti elettorali dei Democratici. Tensioni e contraddizioni erano tutte temporanee, superabili e risolvibili. Lo evidenziò con acume Alexis de Tocqueville: “quando c’è un problema gli americani si associano”. La virtù massima del pluralismo associativo è che cross-cutting, vale a dire che coinvolge uomini e donne di più classi sociali, e che è overlapping, quegli uomini e quelle donne fanno parte di più associazioni. Gli inevitabili scontri non degenereranno mai. Anzi, associandosi, si produce capitale sociale, nascono reti di relazioni che proteggono da sfide e catastrofi con scambio reciproco di solidarietà ogni volta che è necessario.

Al mai venuto meno razzismo nei confronti dei neri, si è aggiunta una fortissima diffidenza e contrarietà nei confronti dei latinos. Sono loro gli immigrati da bloccare, anche con un lungo muro. Sono loro i clandestini da respingere. Sono loro i portatori di una cultura non integrabile. Sono loro quella minoranza, peraltro cospicua, che, si teme, si spera, stanno cambiando, cambieranno il volto elettorale degli USA.

Gli svantaggiati, coloro che sentono di stare declinando economicamente e socialmente, spesso non hanno neppure le risorse per mettersi insieme, associarsi, produrre e scambiare capitale sociale. Talvolta, addirittura identificano il loro declino con quello del loro paese e mettono il loro orgoglio al servizio del rilancio della grandezza perduta: Make America Great Again. Simile è l’obiettivo dei repubblicani del business e dei privilegi da mantenere. Uno di loro, Donald Trump è l’imprenditore politico di successo. Ha raccolto prepotentemente tutto lo scontento di settori in parte già repubblicani. Ha conquistato e ridefinito il partito repubblicano. Ha incanalato quello scontento in grande consenso elettorale.

Mettere insieme le sparse membra delle diversità e differenziazioni etniche, sociali, culturali, persino di genere, che i Democratici pensavano avrebbero comunque prodotto una maggioranza elettorale “naturale”, continua a essere un compito molto complicato. L’afroamericano Barack Obama vinse in parte perché ci riuscì, ma, in parte forse maggiore, perché i suoi due oppositori-sfidanti, John McCain e Mitt Romney, non avevano nessuna delle qualità indispensabili ad un imprenditore dello scontento.  Anche qualora Kamala Harris sia riuscita a creare la coalizione delle diversità la riduzione dello scontento e il rilancio dell’American dream, in patria e sulla scena mondiale sarà una missione difficilissima. God bless America. 

Pubblicato il 16 novembre 2024 su Domani

Riuscirà Kamala Harris a dare vita e corpo a un’anima progressista? Risponde Pasquino @formichenews

Gianfranco Pasquino legge l’ultima convention democratica e la sfida roosveltiana della candidata Harris. Il nuovo libro del professore emerito di Scienza politica, “Fuori di testa. Errori e orrori di politici e comunicatori” (Paesi Edizioni), sarà in libreria a settembre

Nell’elezione presidenziale USA del 5 novembre è in gioco, come ha più volte detto il Presidente Biden, “l’anima [soul] dell’America”? In un certo senso, sì, ma credo che per capire meglio sia opportuno procedere ad alcune importantissime precisazioni. Primo, non da oggi, gli USA, il cui motto è “ex pluribus unum”, sono un sistema politico con molte anime. Predominante è la contrapposizione, sulla quale si esercita in special modo Donald Trump, fra una visione animata del passato di un’America bianca, suprematista e dominante e quella della realtà attuale che i migliori fra i Democratici descrivono come una democrazia, pur sempre primeggiante, ma multicolore, aperta e inclusiva.

   Secondo, la forza della concezione di Trump è che la sua America esiste già, è molto più omogenea, molto più compatta e, mossa o no dal risentimento, sente il pericolo di perdere i privilegi, teme ossessivamente la caduta di status. Combatte una orgogliosa battaglia per la sopravvivenza. Questa situazione non si traduce affatto in un vantaggio sicuro e immediato per l’America di Kamala Harris. La “sua” America esiste sociologicamente e demograficamente, ma ha grandi contraddizioni culturali ed evidenti difficoltà di tradursi politicamente. Troppo facile e poco originale è affermare, come ha fatto la candidata democratica, che, una volta eletta, sarà ”la Presidente di tutti”. Sicuramente, la grande maggioranza dell’elettorato che voterà comunque Trump non le crede affatto. Inoltre, il vero problema è che gli elettori che la voteranno non hanno un livello di omogeneità tale da farne in partenza una sola “anima”.

Terzo, ecco, oggi, come forse già una volta nel passato, ai Democratici non basterà cercare di rappresentare al meglio i loro diversificatissimi, differentissimi elettori/ati, interpretarne le preferenze, sosddisfarne gli interessi (non si vive di soli ideali). Dovranno porsi l’arduo, ambizioso, assolutamente cruciale compito di dare vita e corpo a un’anima nuova che riesca ad essere attraente e, al tempo stesso, unificante, coesiva.

   Nel passato esiste un esempio di enorme successo che ha cambiato la storia degli USA e del mondo: la coalizione del New Deal assemblata dall’aristocratico Presidente Franklin Delano Roosevelt. Classe operaia degli stati industriali del Nord, immigrati irlandesi, scandinavi, polacchi, italiani, elettori bianchi del Sud, intellettuali costituirono il sostegno politico-elettorale dei Presidenti democratici dal 1932 al 1968. Roosevelt diede loro un’anima progressista che guardava al futuro. Quell’anima va ridisegnata e ricostruita dai Democratici, compito che per una qualche comprensibile timidezza non è stato neppure tentato da Barack Obama. Sappiamo che i soggetti protagonisti dovranno essere diversi: le donne, i Iatinos, i neri, i bianchi con buon livello di istruzione. Al momento, per quanto dagli ambiti che ho indicato provengano i migliori sostenitori dei Democratici e, dunque, sarà possibile formulare buone politiche, manca una visione unificante che, per l’appunto, comunichi quale deve e può essere l’anima di questa America progressista. Obama ha detto che “yes, she can”, cioè potrà vincere, ma riuscirà Kamala Harris nella difficile, ma forse essenziale, avventura che chiamo rooseveltiana?

Pubblicato il 23 agosto 2024 su Formiche.net

Ora i dem possono indicare un futuro nuovo all’America @DomaniGiornale

Quello che sembrava dover essere un scontro ripetitivo e acrimonioso fra due uomini bianchi anziani, scontro, secondo i sondaggi, sgradito al 75 percento degli americani, sta trasformandosi effettivamente e senza esagerazioni in una sfida per la conquista dell’anima degli USA. Oppure, meglio, per la (ri)definizione di quell’anima nel XXIesimo secolo. Un uomo bianco ricco, anche di pregiudizi e di condanne, che fa leva sul rancore, da lui sollecitato, veicolato e rappresentato, che non è interessato all’anima, ma al potere alla vendetta, contro una donna californiana progressista di colore, inevitabilmente lontanissima dal mondo di Trump, protagonista di una storia politica e professionale finora coronata da successi.

Vicepresidente tenuta un po’ ai margini del circolo di Biden e incerta sulla definizione del suo ruolo, Kamala Harris si trova improvvisamente proiettata in una sfida già in stato avanzato. Sa che deve difendere e promuovere gli indubbi, ma non agli occhi dei repubblicani, risultati in campo economico e nella sanità, che deve salvaguardare il diritto delle donne all’autonomia nelle sfera riproduttiva, ma sa soprattutto che per vincere deve convincere quell’America plurale, multiculturale, diversificata che si aspetta una visione ottimistica e credibile di un futuro attualmente offuscato da guerre e disordine. Harris può cambiare totalmente le modalità con le quali il conflitto politico si stava sviluppando. Ha la possibilità di girare pagina indicando un futuro plausibile nel quale tutte le minoranze si sentiranno a loro agio, protette e rispettate, ma anche garantite che saranno le loro capacità a fare la differenza.

 Il sogno americano, variamente declinato e attrattivo, non è affatto svanito. Guardando al percorso del vicepresidente repubblicano designato, J.D. Vance, qualcuno potrebbe pensare che il successo arrida di preferenza ai sognatori con la pelle bianca. Quel centinaio di migliaia di uomini bianchi di mezz’età, privi di un diploma e con basso reddito che dal Michigan al Wisconsin e alla Pennsylvania decretarono la sconfitta di Hillary Clinton non sono andati via. Probabilmente continuano a ritenere che la risposta alla loro richiesta di status e di riconoscimento si trovi nello slogan MAGA (Make America Great Again) e che i Democratici continuino a sottovalutarli. A neppure cercare di comprenderli. Comunque, non vedono posto per loro in nessuna composita coalizione multicolore. Qui Kamala Harris trova l’ostacolo più alto.

   Offrire anche a loro opportunità economiche e sociali è assolutamente necessario, imperativo. Potrebbe non bastare se a quelle opportunità non si accompagnano comportamenti credibili di comprensione, empatia, commozione. La nota positiva è che i Democratici sembrano essersi già rapidamente aggregati a sostegno della loro candidata (come oramai non potevano più fare con Biden). La nota al momento negativa è che non sta circolando nessuno slogan, nessuna frase ad effetto che sia affascinante e trascinante (quanto sento la mancanza dei kennediani, a cominciare da Ted Sorensen!)e che contrasti verticalmente quello che è l’alquanto logorato MAGA. Trump e i suoi sostenitori, compresa la maggioranza della Corte Suprema vogliono far rivivere un passato morto, ma male sepolto. I Democratici di Kamala Harris hanno la possibilità e il dovere di indicare come procedere verso la conquista e la rielaborazione dell’anima USA nel prosieguo del secolo. Il tempo è poco, ma tuttora sufficiente.

Pubblicato il 24 luglio 2024 su Domani

I nodi dell’epoca post-materialista @La_Lettura @Corriere #6febbraio

Gianfranco Pasquino (1942), torinese, allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e socio dell’Accademia nazionale dei lincei. È autore di numerosi libri, i più recenti dei quali sono Minima politica. Sei lezioni di democrazia (2019) e Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (2021), entrambi UTET. A marzo arriverà in libreria Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022).

What is Left? All’incirca all’inizio degli anni novanta del XX secolo con persino troppo grande pensosità e delusione, gli intellettuali di sinistra di qua e di là dell’Atlantico si interrogavano dolorosamente sullo stato di salute dei loro punti di riferimento partitici e politici. L’intraducibile gioco di parole, in inglese left è sia “sinistra” sia “rimasto”, prendeva le mosse da molte sconfitte elettorali, a cominciare dall’ennesima subita dai laburisti nel 1992 e a continuare con quella inflitta da Berlusconi nel 1994 a quel che, appunto, era rimasto della sinistra italiana. Già allora, alquanto insofferente alle autoflagellazioni senza attenzione comparata alla “realtà effettuale”, replicai in varie sedi che c’era ancora molto di sinistra nel mondo, in Europa (e negli USA). Infatti, erano “rimasti” numerosi milioni di elettori, centinaia di migliaia di eletti dai comuni ai Parlamenti, decine di partiti di sinistra. Successivamente, mentre commentatori e studiosi si attardavano e crogiolavano pigramente nelle loro superficiali analisi, in pochi anni, già nella seconda metà degli anni novanta, la situazione si era, se non totalmente ribaltata, significativamente trasformata.

   Nel 1996 l’Ulivo, almeno in parte costituito da pezzi di sinistra, vinse le elezioni italiane. Nel 1997 il New Labour di Tony Blair tornò in forza al governo del Regno Unito dal quale mancava dal lontano 1979. Nel 1998 la coalizione socialdemocratici-verdi guidata da Gerhard Schröder (e Joschka Fischer) pose termine alla più lunga esperienza di governo della Germania del dopoguerra: 16 anni del democristiano Helmut Kohl. Fra i grandi paesi europei mancava all’appello soltanto la Francia dopo quattordici lunghi anni, tuttora il record probabilmente insuperabile, della Presidenza di François Mitterrand (1981-1995). Altrove, in particolare nei paesi scandinavi, socialdemocratici e laburisti continuavano a essere partiti capaci di andare al governo. Insomma molto di sinistra era rimasto, risultava competitivo, vinceva e, come avviene nei regimi democratici, talvolta perdeva le elezioni a quel punto garantendo una opposizione in grado di controllare i governi in carica e di presentarsi come alternativa credibile all’elettorato che variamente premiava partiti e leader di sinistra.

   Non c’è nessun dubbio, però, che quello che il grande sociologo liberale tedesco Ralf Dahrendorf aveva definito il “secolo socialdemocratico” si era chiuso. La sinistra, socialdemocratici e laburisti, rimase competitiva. Altre vittorie elettorali sarebbero arrivate. Altri governi sarebbero stati formati, in Germania, addirittura due Grandi Coalizioni a guida democristiana 2005-2009 e 2017-2021 con indispensabile partecipazione socialdemocratica. Negli USA la clamorosa epocale affermazione di Obama (2008) sembrò avere aperto la strada ad un altro New Deal. Non è stato così, ma non mi spingerei a sostenere che, invece, lastricò la strada per Trump. Nel mondo in senso lato di sinistra qualcosa era, però, davvero finito. I due grandi pilastri economico e sociale costruiti dai socialdemocratici e da loro sperimentati e tradotti in scelte concrete quando andavano, erano e rimanevano al governo: il keynesismo e le politiche di welfare, furono attaccati e, il keynesismo, relegato ai margini. In qualsiasi modo si definissero e qualsiasi ruolo svolgessero, neo-(vetero)liberisti e neo-conservatori si misero alacremente all’opera per smantellare il secolo socialdemocratico. Non era più questione di numeri, ma di cultura economica e ancor più di cultura politica, di visione del mondo.

   Quando liberismo e “revisione” (è un eufemismo) del welfare si affermarono anche a livello dell’Unione Europea, inevitabilmente, poiché sostenuti e proposti dalla maggioranza dei governi degli stati-membri, la situazione complessiva di salute dei socialdemocratici, della sinistra europea sembrò ancora più grave di quella dell’inizio degli anni novanta. La riflessione sui motivi di quello che appariva un declino gravissimo tardarono. Nessuno può dubitare che il welfare e il keynesismo abbiano cambiato per il meglio la vita di centinaia di milioni di europei, in maniera in larga parte irreversibile. Sentendosi più sicuri nel quotidiano e più fiduciosi per il loro futuro milioni di cittadini hanno pensato di potere fare a meno della protezione economica e promozione sociale che veniva loro offerta e garantita dai partiti di sinistra. La comparsa di quelli che in una illuminante ricerca comparata su molte nazioni occidentali, il docente di Scienza politica Ronald Inglehart definì cittadini post-materialisti, stava cambiando o aveva già cambiato in maniera irreversibile aspettative e pratiche. Interessati alla loro autorealizzazione personale molto più che alla collaborazione e alla solidarietà collettiva e convinti non solo di potere fare a meno della politica, ma che la politica e lo Stato siano ostacoli di cui sbarazzarsi, i cittadini post-materialisti con il loro fare da soli indebolivano in special modo tutti i partiti socialdemocratici, vecchi e nuovi, vale a dire, quelli dei paesi di recente accesso alla democrazia. Di più, interessati ai temi etici e portatori di soluzioni spesso controverse in termini di libertà di scelta e opposte al conservatorismo sociale di non pochi settori delle classi popolari, i post-materialisti hanno creato tensioni nell’elettorato potenzialmente socialdemocratico (dal quale molti di loro provengono) tanto sulle priorità quanto sulla combinabilità dei temi etici con le politiche più propriamente sociali e economiche.

   Da alcuni anni, prima la crisi economica, poi la pandemia sembrano avere almeno in una (in)certa misura cambiato il vento delle aspettative e delle emozioni, ma gli spezzoni di nuove culture progressiste, il neo-femminismo e l’ambientalismo, non hanno dato vita a nessun rilancio consistente e duraturo della sinistra e delle sue politiche. Anzi, si sono spesso rivelati sfidanti e trasformati in temibili concorrenti elettorali. In verità, indebolitosi e molto screditatosi il liberismo nelle sue varie manifestazioni e applicazioni, anche gli sfidanti della sinistra si trovano in difficoltà e ricorrono a tematiche “negative”, in senso lato “nazional-culturali”, in particolare esprimendosi contro l’immigrazione e contro l’Europa, ruotanti intorno ad una non sempre modica dose di populismo. Ne sono derivati partiti come i Democratici svedesi, i Veri finlandesi, patrioti di varia estrazione, sedicenti democratici orgogliosamente “illiberali” che fanno tutti appello, con qualche successo, ai settori popolari altrimenti elettorato potenziale delle sinistre.

   Avendo saputo accogliere e talvolta significativamente promuovere le donne e le loro tematiche, molti partiti di sinistra con alla testa socialdemocratici e laburisti norvegesi, svedesi, finlandesi e danesi si trovano attualmente al governo. Comunque, si presentano sempre in grado di essere considerati affidabili partiti di governo. Nel resto del continente, socialisti spagnoli e portoghesi hanno saputo dare vita a pur complicate e complesse coalizioni di governo [con la sua clamorosa affermazione elettorale del 30 gennaio 2022, il Partito Socialista Portoghese di Antonio Costa potrebbe anche farne a meno], mentre avvenimento molto rilevante è la riconquista nel 2021 della cancelleria ad opera dei socialdemocratici tedeschi pure lontani dai loro esiti elettorali migliori. In questo panorama, i punti deboli, anzi, debolissimi sono rappresentati da Italia e Francia, sistemi politici nei quali i socialisti sono sostanzialmente assenti oppure ridotti a percentuali irrilevanti, privi, affermerebbe Giovanni Sartori, di qualsiasi potenziale di coalizione. Sullo sfondo si affacciano, più per errori e comportamenti inadeguati dei conservatori, i laburisti inglesi che stanno all’opposizione oramai da dodici anni, ma senza avere finora saputo individuare tematiche e modalità di rinnovamento della loro offerta programmatica post-Brexit (sulla quale hanno pagato il prezzo della ambiguità).

    Una rapida panoramica rivela che i partiti socialisti europei, molti dei quali debbono fare i conti con concorrenti che si situano alla loro sinistra, non riescono più ad andare oltre il 30 per cento dei voti, tranne per l’appunto in Portogallo. Le loro percentuali elettorali oscillano dal 24-28 per cento dei voti, nell’ordine Austria, Danimarca, Norvegia, Spagna e Svezia, spesso sufficienti, però, a farne una componente dei governi dei rispettivi sistemi politici, quando non addirittura il partito del capo del governo. Tuttavia, le loro politiche devono essere costantemente negoziate con gli alleati prevalentemente centristi. Manca cioè la possibilità di imporre una impronta effettivamente e visibilmente “socialista” alle politiche di governo e manca anche il tempo per tentare un’ambiziosa operazione di elaborazione e formulazione di una cultura progressista per il XXI secolo. Soprattutto o semplicemente in aggiunta, si manifesta con grande evidenza l’assenza di leadership attraenti e affascinanti come furono il tedesco Willy Brandt, il portoghese Mario Soares, lo spagnolo González, lo svedese Olof Palme, l’inglese Tony Blair (e persino di intellettuali come è stato il sociologo politico Anthony Giddens, influentissimo teorico della Terza Via). L’ultimo leader che è riuscito ad “appassionare” in qualche modo la sinistra, non strettamente socialista, europea è stato il giovane greco Alexis Tsipras alla guida della coalizione chiamata Syriza (sinistra, movimenti, ecologia), attualmente con più del 30 per cento dei voti, peraltro non vista con grande simpatia dai socialdemocratici/laburisti europei.

  In definitiva, è rimasto ancora molto di sinistra nel continente europeo, anche, ma scarsissima presenza a livello di governo, nei paesi dell’Europa centro-orientale. I problemi da affrontare sono quelli delle società contemporanee avanzate. In estrema sintesi, solo in parte, data la difficoltà del compito, sorprende, anche se può preoccupare, che non si intraveda nell’ambito della sinistra una visione nuova e trascinante, un cultura politica che sappia dare risposte europeiste anche al tema, più che emergente, delle diseguaglianze sociali, culturali prima e più di quelle economiche (alle quali i populisti offrono risposte viscerali tremendamente semplificatrici spesso di fluttuante successo), che siano in grado di dettare le politiche nel futuro prossimo. Hic Europa hic salta.

Da La Lettura del Corriere della Sera 6 febbraio 2022

L’occupazione ha fatto emergere anche una società civile afghana @DomaniGiornale

In Afghanistan c’erano le truppe americane, ma anche quelle della NATO nonché i soldati italiani che, notoriamente, svolgono solo missioni umanitarie (sic). Prima, con nessun successo ci furono anche i sovietici, sonoramente costretti a ritirarsi dopo alcuni anni di guerra perdente. In Afghanistan gli USA non andarono per esportare la democrazia (il tentativo fu abbozzato in Iraq un paio d’anni dopo), ma per colpire i terroristi di Al Quaeda e distruggerne i santuari. Ci sono riusciti. La maggior parte del tempo e la maggior parte delle risorse, certo, inopinatamente ingenti, furono destinate a compiti definibili di nation-building, di costruzione di strutture in grado di produrre e mantenere l’ordine politico e sociale. Pur avendo rotto i rapporti (o forse proprio per questo) con i suoi colleghi al Dipartimento di Stato, Fukuyama indicò chiaramente gli obiettivi nel libro da lui curato Nation-Building. Beyond Afghanistan and Iraq (2006): addestrare e equipaggiare le Forze Armate, dotare le principali città di forze di polizia efficienti, dare vita a una burocrazia statale capace di fornire i servizi essenziali e di attuare le decisioni del potere politico, costruire ospedali e scuole, garantire il diritto a libere elezioni. Ma, come ha tanto intelligentemente quanto sarcasticamente scritto uno studioso argentino, Fabián Calle, “il potere del voto non potrà mai essere alla stessa altezza del potere dei messaggeri della volontà di Dio”.

   Quella americana non era, dunque, una “semplice” e criticabile, in effetti talvolta criticata (da chi?), occupazione militare. Non aveva inspiegabili obiettivi territoriali quanto, piuttosto, l’obiettivo, idealistico (proprio così) di fare emergere una società civile, a cominciare dalla libertà per le donne e da un loro ruolo, in uno dei luoghi più impervi al mondo. Parte di questi obiettivi, come rivelano le molti voci di donne terrorizzate dalla prospettiva di ripiombare nella sottomissione violenta ai talebani, erano stati conseguiti. Certo, è giusto andare alla ricerca di una spiegazione del collasso degli apparati statali afghani. Non so se tutta la risposta sta nella enorme corruzione soprattutto dei vertici, ma credo che una nazione e i suoi apparati non siano mai facilmente costruibili laddove i gruppi etnici, a cominciare dai Pashtun ai quali appartengono i talebani, non abbiano nessuna intenzione di giungere a compromessi.

   Chi critica l’occupazione militare USA non dovrebbe oggi, in maniera assolutamente contraddittoria, lamentare il “tradimento” degli USA che ritirano le loro truppe. Forse il segretario generale della NATO ha preventivamente espresso il suo dissenso rispetto alla decisione di Trump attuata da Biden? Si è levata alta e forte la voce di Macron, di Merkel e di Di Maio/Guerini? Nessuno degli analisti ha pre-visto un crollo tanto rapido e capillare quanto quello che in pochi giorni ha consegnato il paese ai Talebani. A furia di azioni umanitarie, le varie missioni europee non si erano mai preoccupate di quanti e quanto armati fossero i talebani? La delega data agli americani per i colloqui “di pace” ha implicato tappare le orecchie e chiudere gli occhi dei cooperanti, dei dirigenti, degli ambasciatori europei presenti e attivi in Afghanistan? Nessuno può mettere in dubbio che, adesso, salvare le vite e il futuro di chi ha collaborato con gli europei e gli italiani, sia l’obiettivo prioritario da perseguire. Non aggiungerò “senza se e senza ma” perché credo sia opportuno interrogarsi se la fuoruscita di tutti gli Afghani e Afghane che hanno lavorato con gli occidentali per un esito molto diverso non finisca per privare il paese proprio delle energie di cui ha più bisogno: quelle di coloro che vogliono un paese decente per donne e uomini, non schiacciato da un credo religioso e da leggi crudeli.

Pubblicato il 18 agosto 2021 su Domani

Zuckerberg può oscurare Trump a difesa di Facebook @DomaniGiornale

Il quesito è relativamente chiaro. È lecito che Mark Zuckerberger, fondatore e proprietario di Facebook e da qualche tempo anche di Instagram, blocchi e cancelli, per sempre o anche solo per un periodo di indefinito, l’account del Presidente Donald Trump (o di un qualsiasi altro utente)? Con più di una motivazione e dopo la rimozione di alcuni post menzogneri e violenti, Zuckerberg ha deciso di sì. Si tratta di un caso di intollerabile censura politica oppure di una decisione completamente legittima?

   I critici di quella che ritengono essere una censura politica sostengono che l’informazione, anche quella che passa attraverso Facebook e Twitter, deve circolare liberamente. Peraltro, si è spesso rumorosamente sostenuto che quel tipo di “informazione” può, anzi, deve, essere soggetto a un rigoroso processo di fact-checking. Per quale ragione, quindi, a Zuckerberg dovrebbe essere negata la facoltà, il diritto di discriminare fra gli utenti, impedendogli di bloccare il Presidente degli USA perché ritiene le opinioni da lui espresse insultanti e pericolose? Coloro che ne approvano l’operato, sostengono che, come e più di qualsiasi altro utente, Zuckerberg, proprietario della piattaforma sulla quale avviene lo scambio di informazioni e contenuti ha il diritto, meglio la facoltà, di bloccare chiunque lui ritenga sgradito e che il Presidente degli USA non deve essere trattato in maniera diversa, privilegiata. I critici aggiungono che Facebook è un servizio pubblico che deve essere e rimanere disponibile per tutti e mai sottoposto a blocchi/censure politicamente motivate. I sostenitori sottolineano che il servizio fornito da Facebook è aperto al pubblico, ma, primo, non è un servizio pubblico e, secondo, obbedisce a criteri definiti dalle leggi vigenti. Uno di questi criteri riguarda l’ordine pubblico. Chi incita alla violazione dell’ordine pubblico e istiga alla violenza può (deve) essere bloccato e, naturalmente, anche processato secondo le leggi esistenti.

   In una società liberal-costituzionale è accettabile e legittimo introdurre divieti addirittura ad personam? In particolare, le democrazie hanno il diritto di difendersi anche riducendo lo spazio pubblico e la sua accessibilità? Un conto sono i privati cittadini che hanno sempre la facoltà di scegliere con chi comunicare e stabilire relazioni e chi escludere, anche dopo averli visti all’opera, dalla loro rete di relazioni personali e sociali. I critici della decisione presa da Zuckerberg gli negano la facoltà, concessa agli altri cittadini, di scegliere chi bloccare e chi no, affermando che Zuckerberg ha il dovere “pubblico” (in virtù di che cosa? forse che i direttori dei giornali e delle reti televisive non filtrano tutti i contenuti?) di consentire a tutti di esprimere e fare circolare le loro opinioni.

   Ė mia opinione che le democrazie, se hanno imparato qualcosa da molte amare esperienze, debbano difendersi dai loro nemici, ad esempio, da coloro che, potendo, limiterebbero drasticamente la libertà d’informazione all’insegna dello slogan degli assaltatori di Capitol Hill: murder the media , espressione autorizzata dallo stesso Trump che aveva più volte minacciato di censurare per legge i social. Lo debbono fare con riferimento alle leggi esistenti, ma anche, eventualmente, con la formulazione di leggi approvate seguendo le procedure democraticamente previste e sancite. Debbono anche riconoscere a tutti i cittadini di fare ricorso alla legittima difesa contro le fake news, contro i “fatti alternativi”, contro l’istigazione alla violenza. Chi ritiene che Zuckerberg abbia violato qualche legge può chiederne l’incriminazione. Chi ritiene che tragga profitto da una sua posizione dominante può chiedere che l’Autorità USA per le Comunicazioni (Federal Communication Commission) intervenga. Quello che non può essere fatto è imporre a chi offre un servizio di accettare tutti i clienti senza eccezione alcuna, ad esempio, obbligando un ristoratore ad accogliere e servire anche quei clienti che gli spaccano i tavoli, le sedie, le suppellettili e incitano gli altri avventori a fare la stessa cosa.

   Zuckerberg difende la sua creature Facebook. Ha il diritto di accogliere/respingere coloro che usano quegli strumenti per manipolare le informazioni e per incoraggiare la violenza. Le sue decisioni, gradite o sgradite, non sono inoppugnabili, ma vanno valutate con riferimento non alle sue e alle nostre preferenze politiche, ma alle leggi esistenti. Esclusivamente quello è il level playing field, il campo che non tollera favoritismi.

Pubblicato il 12 gennaio 2021 su Domani

Cose che so sugli USA e la loro democrazia

La prima cosa che so è che, da tempo, prima di Trump, con frequenza e costanza, non pochi studiosi americani, storici, sociologi, politologi hanno criticato, anche severamente, lo stato della democrazia negli USA. So anche, però, che la critica al razzismo non è mai stata centrale ovvero tanto centrale quanto avrebbe dovuto e dovrebbe ancor di più essere in questi anni. Non voglio fare graduatorie, ma trovo assolutamente meritorio il lavoro fatto nell’ultimo decennio da Jill Lepore (These Truths. A History of the United States, 2018). Suggerirei anche di tornare alla ricerca coordinata e curata dall’economista svedese Premio Nobel Gunnar Myrdal, An American Dilemma. The Negro Problem and Modern Democracy (1944). Però, il problema non è “il negro”, ma sono i suprematisti bianchi. Nella folla degli assaltatori al Congresso, sovraeccitati da un uomo bianco supersuprematista alla Casa Bianca, non ho visto neppure una persona di colore. Nelle carceri USA i detenuti di colore sono il 60 per cento del totale. I neri rappresentano poco meno del 13 per cento della popolazione.

La seconda cosa che so è che non è vero, come molti hanno scritto, che la democrazia USA è la più grande, la più importante, implicitamente la migliore democrazia al mondo. Non lo è probabilmente mai stata. Quasi sicuramente, ma qualche inglese obietterebbe, è stata la prima democrazia, ma da tempo non è la più grande (con riferimento ai numeri ben più grande è l’India) e, se importante, vuol dire migliore, i dati di Freedom House e quelli della Intelligence Unit dell’Economist dicono che nelle rispettive graduatorie, gli USA si collocano rispettivamente al 30esimo e al 25 posto. Nella classifica dell’Economist l’Italia è 35esima.

La terza cosa che so è che proprio nell’ambito dei diritti la democrazia USA è sempre stata piuttosto carente, a partire, come ho già detto, dalla condizione dei neri. Mi limito a segnalare che l’uscita formale dalla segregazione è del 1954. Il Civil Rights Act è del 1964 e il Voting Rights Act è del 1965, ma quantomeno da una ventina d’anni un po’ dappertutto a partire dagli stati del Sud e, più in generale, dove governano i Repubblicani intensa e incessante è la pratica nota come voter suppression che ha sostanzialmente di mira i non-bianchi, ma soprattutto i neri e, in parte, i latinos, per impedirne l’esercizio del diritto di voto.

La quarta cosa che so è che il diritto di voto è il più importante diritto politico, un vero spartiacque. Quindi, coloro che non riescono a votare perdono la opportunità/capacità di scegliere chi viene eletto e di influenzare le sue politiche. Mentre dappertutto nell’Unione Europea e in altri stati democratici del Vecchio Continente sono riconosciuti, rispettati e messi all’opera i diritti sociali, negli USA persino una riforma importante, ma non “universale”, come l’ObamaCare, continua ad essere oggetto di scontri durissimi con i Repubblicani che hanno tentato pervicacemente di sabotarla e persino di abolirla. Qui si innesta la quinta cosa che so.

   Gli USA sono gradualmente diventati la democrazia che ha (e che tollera) le più grandi diseguaglianze economiche e sociali al mondo. Sono diseguaglianze cresciute in maniera clamorosa negli ultimi trent’anni. Sono diseguaglianze che molti americani ritengono non soltanto inevitabili, ma collegate in qualche modo al merito, al duro lavoro, all’impegno personale e, di converso, attribuite all’indolenza e carenza di capacità per chi sta in fondo alla scala sociale. Troppo spesso gli osservatori non colgono il nesso fra ricchezza personale e influenza politica e fra povertà e non-partecipazione, nesso che, naturalmente, perpetua e addirittura accresce le diseguaglianze. Tutte le cose che so convergono su una considerazione importante. L’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill è stato sconfitto. Seppure a fatica, le istituzioni USA hanno retto (e, prima, i procedimenti elettorali si sono rivelati free and fair). La Corte Suprema, pure imbottita di giudici nominati da Trump, non ha dato nessun ascolto agli eversori. Il Congresso ha ratificato l’esito del voto dopo un dibattito svoltosi secondo le regole. Insomma, la democrazia non si è piegata, non è affatto scivolata all’indietro. Ritengo che sia profondamente sbagliato affermare che la democrazia USA è in crisi. C’è stata una sfida gravissima proveniente dall’interno della democrazia. È stata respinta e sconfitta. Certo, però, la società e la politica USA hanno molto da lavorare per migliorare l’attualmente non buona qualità della democrazia. Da tempo, la democrazia americana non abita più in “una città scintillante sulla collina”, ma democrazia rimane, in grado di apprendere, resistere, cambiare.

Pubblicato il 11 gennaio 2021 su PARADOXAforum.com

Il trumpismo prima e dopo the Donald

Faremmo troppo immeritato onore a Trump se attribuissimo il trumpismo tutto alle sue “qualità” personali. Al tempo stesso, finiremmo per nutrire l’improbabile aspettativa che con la sua uscita di scena scomparirà quanto di molto sgradevole e sconveniente ha caratterizzato buona parte della società americana nei quattro anni della sua pessima Presidenza. Invece, il coacervo di risentimenti, rancori, demonizzazioni di cui si è nutrito il trumpismo hanno una storia lunga e si proiettano nel futuro.

  Il suprematismo bianco, versione contemporanea del Ku Klux Klan, non è mai finito. Anzi, gli otto anni della Presidenza dell’afro-americano Barack Obama gli hanno dato una spinta possente. Tuttora sono molti fra gli elettori repubblicani coloro che continuano a negarne la legittimità asserendo, contro tutta la documentazione esistente, che Obama non doveva diventare Presidente in quanto nato all’estero. Le condizioni economiche e sociali dei neri americani sono peggiorate e le straordinariamente ingiuste modalità di trattamento da parte delle varie polizie locali hanno dato una forte spinta al movimento Black Lives Matter visto come una minaccia dai suprematisti bianchi sempre condonati dal Presidente. Peraltro, tutti i gruppi etnici, a cominciare dai latinos, sono stati pesantemente insultati da Trump.

   La mentalità paranoica nella politica USA, analizzata circa ottant’anni fa dal famoso storico di Harvard Richard Hofstadter, ha trovato espressione nelle decine di migliaia di tweet di Trump e dei suoi sostenitori, in particolare di coloro che vedono cospirazioni e complotti dappertutto. La sconfitta nel 2016 di Hillary Clinton, sbeffeggiata per tutta la campagna elettorale, anche al grido “mettetela in galera”, aveva fra le sue componenti l’antifemminismo e l’invidia per una donna colta che era giunta quasi al vertice istituzionale più alto. Il disprezzo per la scienza e per le competenze, anche dei medici, è un’altra delle componenti propriamente populiste del trumpismo, manifestatasi appieno potendo contare sul sostegno del Presidente. La maggior parte degli esponenti politici repubblicani hanno sfruttato consapevolmente questo corposo grumo di emozioni e manipolazioni, influenzando il loro elettorato, ma finendone prigionieri.

   L’assalto al Congresso, “palude” è il termine usato da Trump per definire la politica in Washington, D.C., è stato lanciato dalle parole del Presidente, ma in quel Congresso più di 100 rappresentanti repubblicani e almeno dodici senatori si erano preparati a dichiarare illegittima l’elezione di Joe Biden. Nessuno di questi atteggiamenti, suprematisti al limite del razzismo, maschilisti, antiscientifici, populisti, di risentimento sociale e culturale, è destinato a sparire nei giorni nei mesi negli anni successivi all’uscita di Trump dalla Casa Bianca. Molti resteranno a lungo anche perché largamente tradotti nelle nomine di giudici reazionari, compresi quelli alla Corte Suprema. Biden e i Democratici hanno molto lavoro da fare.

Pubblicato Agl il 8 gennaio 2021

“Bobbio y Sartori. Comprender y cambiar la política” #video Gianfranco Pasquino presenta su libro

La propuesta de Gianfranco Pasquino es transitar en estas páginas el pensamiento de Norberto Bobbio y Giovanni Sartori deteniéndose especialmente en temas abordados por ellos en sus trayectorias como filósofos de la ciencia política. El recorrido incluye temas fundamentales como las nociones de ambos autores sobre la democracia, el papel de los intelectuales en la vida democrática, el sistema de partidos y temáticas de profunda actualidad. Con el conocimiento cercano de la vida y la obra que le otorga su condición de discípulo de ambos pensadores –perspectiva que no rehúye pero tampoco abusa de cierta agradecida nostalgia– pero desde la madurez del intelectual formado y probado en las armas de la disciplina, Pasquino nos acerca estas herramientas “para comprender y cambiar la política”.

Commentano: Mara Pegoraro e Cecilia Galván Moderatore: Luciana Berman

Gianfranco Pasquino es profesor de mérito de la Universidad de Bolonia, donde enseñó por más de treinta años. Fue discípulo de Norberto Bobbio y de Giovanni Sartori. Publicó y compiló más de medio centenar de libros y es autor de innumerables artículos en revistas científicas, notas de divulgación académica y de columnas sobre temas de actualidad en la prensa escrita. En las carreras de ciencia política de toda América Latina son bien conocidas sus obras dedicadas, sobre todo, a la enseñanza (El diccionario de ciencia política, que compiló junto con el dream team de los politólogos italianos Norberto Bobbio, Morlino, Panebianco, Bartolini, y los libros Sistemas políticos comparados y Nuevo curso de ciencia política). Sin embargo, el profesor Pasquino no solo ha enseñado y ha estudiado la política, también la protagonizó desde un lugar muy relevante. Fue senador de la República Italiana entre 1983 y 1992 y entre 1994 y 1996.

Nell’ambito della Settimana delle Scienze Politiche (organizzata dalla Carriera in Scienze Politiche dell’UBA), e per quanto riguarda l’edizione spagnola del suo libro “Bobbio y Sartori. Capire e cambiare la politica ”(Eudeba, 2020),  lo hanno intervistato i professori Mara Pegoraro e Cecilia Galván .