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L’ossessione per la scelta diretta dei presidenti @DomaniGiornale

Ancora una volta dalle pagine del “Corriere” giunge una lezione di politica e di democrazia che non ha nessun fondamento nella teoria e nella pratica proprio delle democrazie. Paolo Mieli ci aveva già raccontato, senza nessun riscontro empirico, che l’alternanza è la norma nelle democrazie occidentali e che, in assenza di alternanza, l’Italia è destinata a restare nel caos.

Per lo più, invece, nelle democrazie europee assistiamo, con l’eccezione della Gran Bretagna, non alla sostituzione in toto di un governo ad opera di una opposizione, ma alla ridefinizione, uno o due partiti escono, uno entra, della coalizione di governo. Così sta avvenendo in Germania.

Adesso Mieli sostiene, forse addirittura invoca, ispirato, ma non so quanto sostenuto, dal vescovo Ambrogio, l’elezione popolare diretta dei capi di governo e dei capi di Stato.

Nelle democrazie parlamentari, tali sono tutti i sistemi politici dell’Europa occidentale, nessun Primo ministro/Cancelliere è mai stato eletto dal “popolo”, per molte buone ragioni a cominciare dal consentire cambi di persone e cariche in caso di necessità senza tornare alle urne. Quanto ai capi di Stato, mi limito a ricordare che in Europa occidentale esistono otto monarchie (Belgio, Danimarca, Gran Bretagna, Lussemburgo, Olanda , Norvegia, Spagna e Svezia) nelle quali, naturalmente, non c’è nessun bisogno di nessuna elezione.

Nulla osta a proporre il cambiamento della forma di governo italiana da parlamentare a presidenziale o semipresidenziale, sapendo che esistono differenze profonde fra questi due modelli. Sapendo anche che l’elezione popolare diretta apre la strada a outsider che, da Trump a, ipoteticamente, Zemmour, non sembrano costruttori di buona politica.

Secondo Mieli, dare la parola al popolo nel silenzio dei “presidenziabili” italiani ri-avvicinerebbe gli italiani alla politica. Dalle pagine del Corriere qualsiasi lettore può notare che da qualche mese i “presidenziabili” parlano, eccome. Alcuni di loro sono frequenti ospiti di programmi televisivi nei quali presentano libri e raccontano storie. Insomma, le informazioni circolano e, comunque, nessuno di coloro che ha raggiunto la più alta carica della Repubblica italiana era uno sconosciuto, privo di carriera politica e biografia professionali.

Il “direttismo”, come lo definì Giovanni Sartori, a lungo editorialista del Corriere, non migliora necessariamente la politica. A riportare gli italiani alle urne e a riavvicinarli alla politica, dalla quale espressioni come “casta” e “razza poltrona” contribuiscono a demotivarli e a confermarli nei loro pregiudizi, debbono essere i partiti, magari con una legge elettorale, ne esistono diverse, che garantisca competizione e elimini la cooptazione. Nel frattempo, sono molto fiducioso che per riavvicinare i cattolici alla politica e per fuoruscire dalle “vie tortuose e imperscrutabili” dei Conclavi, ma anche dalla tutt’altro che democratica acclamazione, Papa Francesco stia formulando le regole affinché il suo successore sia eletto direttamente dal popolo cattolico.

Pubblicato il 21 novembre 2021 su Domani

Ma i collegi sono una bella riscoperta

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Intervista raccolta da Monica Rubino

ROMAI collegi uninominali? Quelli sì che sono una buona modifica“. Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza della politica all’Università di Bologna, è questo il merito principale della proposta di riforma della legge elettorale avanzata dal Pd.

I collegi uninominali al posto delle liste bloccate quindi le piacciono.

Sono una bella riscoperta, senza dubbio. È lì che si crea un rapporto vero tra candidati e elettori, ma si può fare di più.

E come?

Inserendo una piccola clausola, ossia il “requisito di residenza”, che potrebbe recitare così: “Per essere candidati in un collegio uninominale bisogna avere abitato in quella zona per almeno tre anni”. Così evitiamo i paracadutati dall’alto.

Trova giusto eliminare il ballottaggio?

No, è una pessima idea. Senza il ballottaggio l’Italicum è castrato. Anche se secondo me dovrebbe essere non fra due partiti ma fra due coalizioni, che rappresentano meglio l’elettorato e smussano gli angoli estremi delle proposte programmatiche fatte dalle forze che le compongono.

E che ne pensa dell’ipotesi di assegnare il premio di governabilità alla coalizione invece che alla lista?

Questo invece va bene. Però bisognerebbe consentire la formazione di coalizioni pre-elettorali ben definite e stabilire soglie certe.

Ha detto sì già a due punti su tre. Come giudica infine la proposta di elezione diretta dei neosenatori?

Sa qual è la questione? Che se anche vincesse il No al referendum, comunque una legge elettorale per il Senato andrà fatta. La soluzione sarebbe presentare le candidature dei senatori nelle Regioni. In questo modo avremmo veri eletti su scala regionale.

Pubblicato il 7 novembre 2016