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E/Lezioni francesi

1. Il ballottaggio per l’elezione del Presidente della Repubblica si svolge fra due candidati. Non ha nulla, proprio nulla a che vedere con il ballottaggio previsto nell’Italicum che si sarebbe svolto fra due liste/partiti e che avrebbe dato un cospicuo premio in seggi al vincente.

2. Nel ballottaggio francese a sostegno dei due candidati rimasti in lizza possono andare e sono andati alcuni dei candidati sconfitti. Fin da subito il socialista Benoît Hamon (2.268.738 voti) e in seguito il gollista François Fillon (7.126.277) hanno invitato a votare Macron. Dal canto suo, Marine Le Pen ha ottenuto l’appoggio di Dupont-Aignan (1.689.666). Invece, Mélenchon (7.011.381) ha annunciato il liberi tutti ai suoi elettori i quali, a giudicare dall’esito, gli hanno, almeno in parte, non proprio piccola, disobbedito, com’è giusto che sia.

3. Il ballottaggio è una sottospecie del doppio turno che, infatti, per le elezioni legislative (11 e 18 giugno) prevede che possano passare al secondo turno tutti i candidati che superano in ciascun collegio uninominale la soglia del 12,5 per cento degli aventi diritto a votare. Non ci sono candidature multiple né, naturalmente, candidature bloccate. Il problema per Macron, leader senza partito, ma con migliaia di collaboratori/sostenitori nella campagna elettorale, consisterà nel trovare 577 candidati per i collegi uninominali oppure di raggiungere accordi con i socialisti, che hanno molti deputati uscenti, desiderosi di rientrare, con i centristi, pochini, e, eventualmente, con i gollisti. Quasi sicuramente la stragrande maggioranza dei candidati lepenisti riusciranno ad ottenere più del 12,5 per cento dei voti e passeranno al secondo turno. Niente ballottaggio, allora, ma competizioni quantomeno triangolari.

4. Emmanuel Macron ha vinto in maniera molto netta: 20.753.704 voti (66,06) molto più che raddoppiando il numero dei voti ottenuti al primo turno. Ha vinto in 26.044 comuni contro i 9.194 comuni che hanno dato la maggioranza a Le Pen. Ho conquistato il 90 per cento dei votanti nella città di Parigi. Naturalmente, questi dati e neppure le percentuali non possono in nessun modo essere paragonati ai dati della votazione per il segretario del Partito Democratico.

5. Non è vero che Macron il “banchiere tecnocrate” ha sconfitto Le Pen la populista. Macron è molto di più di un banchiere. È un europeista con esperienza di governo. Marine non è soltanto e neppure esclusivamente una populista. È una donna di destra, nazionalista, solidamente impiantata in una tradizione politica francese autoritaria nella quale ci stanno la xenofobia e il senso di superiorità culturale che per non pochi sostenitori degenera in una non sempre modica dose di razzismo.

6. Il clivage (uso opportunamente la parola francese per frattura) più profondo fra Macron e Le Pen è stato quello relativo all’Unione Europea. Per la prima volta, un candidato ha fatto una campagna elettorale “senza se e senza ma” sulle sue posizioni, convinzioni e proposte europeiste. Il precedente del referendum del 2005 sulla Costituzione europea, quando una divisione interna ai socialisti che ne bocciò la ratifica, era assolutamente preoccupante. Macron ha sconfitto anche il passato, ma molti elettori di Mélenchon non debbono averlo votato proprio per il suo europeismo. Al proposito, nessun leader italiano si è mai espresso così positivamente sull’Unione Europea. No, Macron n’habite pas en Italie. Macron non abita qui. Stupefacente e indimenticabile la scelta di far risuonare l’Inno dell’Unione Europea dalla Nona Sinfonia di Beethoven al suo primo discorso da Presidente. In Italia, il capo del governo che ha preceduto Gentiloni fece rimuovere la bandiera dell’Unione in occasione di una sua conferenza- stampa.

7. In attesa delle elezioni legislative è fin d’ora possibile sottolineare che chi davvero vuole riformare le istituzioni italiane deve tornare a confrontarsi con la Repubblica semipresidenziale francese: regime aperto, solido, competitivo, che contiene le condizioni per cambiamenti incisivi ed efficaci rispondenti alle preferenze degli elettori. Il resto è soltanto fastidiosissimo chiacchiericcio. Rien de rien.

Pubblicato l’8 maggio 2017 su PARADOXAforum

Premiato chi ha giocato in nome dell’Europa

Prima di buttarsi a capofitto nei paragoni sbagliati Francia-Italia, che denotano un misto di ignoranza e malafede, è opportuno mettere in evidenza gli insegnamenti importanti dell’elezione presidenziale francese. Al ballottaggio ha vinto il candidato che ha fatto dell’Europa, così com’è, ma anche come vorrebbe che fosse, il cuore della sua campagna elettorale e del suo messaggio politico. In maniera persino commovente il suo discorso della vittoria di fronte al Louvres è stato accompagnato dalle note dell’Inno alla Gioia della Nona Sinfonia di Beethoven che è anche l’Inno ufficiale dell’Europa. Il 66 per cento dei francesi hanno segnalato con il voto che credono che il loro futuro migliore si costruirà dentro l’Unione Europea e che Emmanuel Macron è l’uomo più credibile per rappresentare le loro preferenze, i loro interessi e i loro ideali a Bruxelles. Fino ad ora, sulla scena politico-elettorale europea non s’era visto nulla di tanto esplicitamente e coerentemente europeista. Anzi, i candidati a cariche elettive usa(va)no abitualmente l’Europa come capro espiatorio di quello che non va nel loro paese oppure come alibi delle riforme che dovrebbero fare se rispettassero gli impegni presi a Bruxelles. Altrove, ad esempio, in Italia, l’Europa è identificata con gli Eurocrati, i Burocrati e i Tecnocrati che applicano regole senza pietà e non conoscono le condizioni di vita degli europei. Quasi tutti quegli Eurocrati, se parliamo dei Commissari, sono stati capi di governo e ministri dei loro paesi, avendo vinto e governato. Con loro e con gli altri capi di governo, il Presidente Macron sarà in grado di utilizzare la carta del grande consenso elettorale ottenuto e della sua personale credibilità, diversamente da chi, criticando e non adempiendo agli impegni presi, si aliena qualsiasi potenziale alleato.

Il ballottaggio francese, che non ha nulla a che vedere con il ballottaggio previsto nell’ormai defunto Italicum, è servito, non a dare un cospicuo premio in seggi a un partito, ma a eleggere il Presidente. In quel ballottaggio, a sostegno dei due candidati si sono schierati anche i partiti i cui candidati erano stati sconfitti al primo turno, mentre le coalizioni erano/sono vietate nell’Italicum. È molto probabile che quelle coalizioni si riproducano nei collegi uninominali per le elezioni legislative. Non ci saranno pluricandidature e, naturalmente, neppure candidati privilegiati. Ciascuno e tutti dovranno conquistarsi i voti offrendo sia rappresentanza al collegio sia sostegno alla maggioranza di governo o all’opposizione. Il sistema maggioritario a doppio turno nei collegi uninominali garantisce competizione politica e avvicina la politica agli elettori e viceversa. Chi non vuole un sistema elettorale proporzionale (e l’Italicum è proporzionale, peggiorato dal premio di maggioranza) sa dove guardare.

Il Presidente Macron non può fare affidamento su un partito, ma su migliaia di entusiasti sostenitori e su molti parlamentari uscenti, specialmente del Parti Socialiste, che potranno essere ottimi candidati nei collegi uninominali. D’altronde, neanche in Francia mancano coloro che, come scrisse memorabilmente Ennio Flaiano, corrono in soccorso del vincitore. È un bene che sia così poiché al vincitore toccherà anche l’arduo compito di operare per la ristrutturazione del sistema dei partiti francesi. No, la destra e la sinistra non sono scomparse. Marine Le Pen non è principalmente una populista. Rappresenta la destra nazionalista francese che ha una lunga, non sempre onorevole, storia. I gollisti debbono la loro crisi, non mortale, alla cattiva selezione del candidato Fillon e alla sua mediocrissima campagna elettorale. È la sinistra francese il luogo della divisione e della conseguente debolezza politica. Forse sul territorio, nei collegi uninominali si formeranno utili alleanze di centro-sinistra. Dall’Eliseo Macron avrà modo di inviare consigli e aiuti. Nel frattempo, che tutti imparino che la politica in Francia ha dimostrato che né la Brexit né il trumpismo possono fermare chi predica e agisce in nome della libertà e dell’Europa.

Pubblicato AGL il 9 maggio 2017

Cosa insegna la vittoria di Macron a Renzi e Berlusconi. Parla il prof. Pasquino

Intervista raccolta da Andrea Picardi per Formiche.net

Qual è la lezione che i partiti italiani possono trarre dall’esito delle presidenziali francesi? E in che modo la netta affermazione di Emmanuel Macron e la sconfitta di Marine Le Pen potranno impattare sul nostro sistema politico? Formiche.net ha posto queste domande al politologo e scienziato politico Gianfranco Pasquino che in questa conversazione ha anche analizzato le ragioni di un risultato destinato a cambiare le sorti del Vecchio Continente.

Professore, dalla prospettiva italiana questo risultato come può essere visto?

Per prima prima cosa è giusto ricordare che stiamo parlando di una Repubblica semi-presidenziale e di un’elezione presidenziale che si svolge con un ballottaggio. E’ tutto distantissimo dall’Italia.

Ma che cosa ci dice quel voto?

Ci dice che se cambiamo le regole del gioco è anche possibile che ci siano dei giocatori nuovi. Ci dice che gli elettori sono donne e uomini intelligenti che guardano i candidati e che alla fine scelgono il migliore. Ci dice che il ballottaggio conduce a votare al primo turno in un certo modo e al secondo in maniera anche molto diversa in virtù della mutata offerta politica.

Dalle parti del Pd – Matteo Renzi in testa – si sta rimpiangendo il ballottaggio che era previsto dall’Italicum. Che ne pensa?

A mio avviso l’Italicum era un pessimo sistema elettorale, il cui ballottaggio non aveva nulla a che vedere con le elezioni presidenziali francesi. Era un ballottaggio solo eventuale fra due partiti e non tra due coalizioni. In più quel ballottaggio attribuiva un premio di maggioranza a un partito, ma non eleggeva nessuno.

Cosa ha pensato quando ha visto Macron sfilare accompagnato dall’inno dell’Unione europea?

E’ stato il momento più emozionante. Tra l’altro Beethoven è un tedesco: tendo a pensare che si trattasse di un sorta di anticipazione rispetto a quello che accadrà. Francia e Germania unite per ridare impulso all’Unione europea. D’altronde sono gli unici Paesi che possono farlo. Gli altri Stati un po’ si acquattano, un po’ borbottano e un po’ parlano di europeismo ma in maniera semi-populista come fa Matteo Renzi.

Con il loro voto i francesi hanno voluto dire sì all’Europa?

Per la prima volta – con una maggioranza cospicua – hanno scelto l’Europa, che infatti costituiva il cardine del programma di Macron. E’ un risultato straordinario per la storia francese, basti pensare al referendum del 2005 in cui fu bocciata la Costituzione europea. Oggi la situazione è cambiata in maniera molto significativa e ciò va tutto a onore di Macron: ora vedremo come utilizzerà questa percentuale.

Ritiene l’europeismo una carta elettorale che sia possibile giocare con successo anche in Italia?

Sì ma ad alcune condizioni specifiche: innanzitutto è necessario conoscere veramente l’Europa e farla finita con gli attacchi ingiustificati. C’è chi li chiama eurocrati o burocrati ma i commissari europei sono ex capi di governo o ex ministri dei rispettivi Paesi: qualcuno, magari, potrebbe spiegarlo a Renzi.

E le altre condizioni?

La si può giocare a patto di essere credibili a livello europeo: un’operazione difficile per l’Italia visto che costantemente non manteniamo gli impegni assunti. Ed è anche necessario essere davvero europeisti e, quindi, adottare politiche che siano coerenti con questa impostazione. Non mi sembra che tutto ciò vi sia stato nei tre anni di governo di Matteo Renzi, né ad esempio l’ho sentito ieri durante il suo discorso all’Assemblea del Pd. Per rispondere, in definitiva, le direi che, certo, questa carta può essere giocata. A condizione però che vi sia un giocatore in grado di farlo.

E chi potrebbe essere? L’Italia a suo avviso è pronta a votare una proposta politica convintamente europeista?

L’elettorato non è pronto a votare una proposta in stile Macron – molto netta e molto chiara – perché nessuno ha dissodato il terreno europeo fino in fondo. Mentre in Francia il 68% dei cittadini ritiene che l’Europa sia qualcosa di positivo, in Italia siamo intorno al 50%. Ciò significa che c’è moltissimo da fare. Non vedo nessuno che possa compiere un percorso simile: di Renzi le ho detto, ma non vedo questa proposta europeista forte neppure ad esempio da parte di Andrea Orlando o di Roberto Speranza. Il più europeista dei ministri è Carlo Calenda che è certamente competente: gli italiani, però, si sono molto disaffezionati ai tecnici.

La sfida tra Macron e Le Pen segna l’inizio di un nuovo bipolarismo? Non più centrodestra contro centrosinistra ma europeisti contro sovranisti?

Credo di no, neppure in Francia: Marine Le Pen è prima di tutto un leader politico di destra. Non è finita. Bisognerà invece verificare come si ridefinirà il sistema dei partiti francesi: all’interno dei gollisti – anche tra gli elettori – c’è una parte che guarda a Le Pen mentre a sinistra c’è molto da fare per recuperare coloro che hanno votato Jean-Luc Mélenchon al primo turno e che poi non hanno votato Macron al ballottaggio. In questo senso la prima tappa fondamentale saranno le elezioni legislative del prossimo giugno.

Perché in Francia c’è stata questa decomposizione del sistema politico?

E’ dipesa anche molto dalla crisi delle leadership: Francois Hollande è stato un presidente molto debole, non aveva alcun risultato significativo da rivendicare e per questo ha fatto bene a lasciare spazio ad altri. Francois Fillon, invece, si è cacciato in pasticci memorabili: i gollisti avrebbero potuto sostituirlo, non l’hanno fatto e hanno sbagliato. Il problema è nato dalla testa.

Dal punto di vista italiano la lezione principale è per il centrodestra? Cosa dovrebbe insegnare il risultato francese a Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi?

Ai primi due deve insegnare che con questo tipo di proposte potranno ancora crescere a livello di voti ma che non potranno mai vincere. Silvio Berlusconi deve invece capire che non può vincere se si limita semplicemente ad appoggiare Matteo Salvini e Giorgia Meloni: deve convincerli ad avere una posizione che sia, per così dire, di destra moderata. E, quindi, non eccessivamente anti-europeista e anti-immigrati.

E il M5S? E’ stato l’unico partito a non essersi ufficialmente schierato. Ha fatto bene?

Probabilmente sì. Forse si sono resi conto di non conoscere il contesto politico francese abbastanza da potersi schierare…

Ma secondo lei, alla fine, sono più simili a Macron o Le Pen?

Abbiamo ormai imparato che il MoVimento 5 Stelle è quello che si definisce un partito pigliatutti. Al suo interno ci sono moltissime posizioni. Probabilmente la maggior parte è orientata a sinistra: molti dei suoi elettori – se non ci fossero i pentastellati – voterebbero un qualche partito di sinistra: Articolo 1, Sinistra Italiana, e ovviamente anche il Pd. C’è però un 25% di elettori di destra che su alcune tematiche potrebbero anche essere considerati più vicini a Salvini o Meloni. Se non fosse così prorompente la figura di Berlusconi, forse voterebbero persino Forza Italia. Per questo ritengo che non siano assimilabili né all’uno né all’altra.

Molti osservatori, però, tendono a identificarli con Le Pen.

Non sono simili alla Le Pen. Sostenerlo, a mio avviso, è un errore.

Anche il sistema politico italiano è in via di ridefinizione come quello francese? Oppure da noi quel processo si è già compiuto soprattutto con l’emergere del Movimento 5 Stelle?

Il nostro sistema partitico è già decomposto. Persino il Pd – l’unico partito che possa definirsi tale – non è solido: è attraversato da notevoli tensioni interne e sta rimanendo unito – non del tutto, peraltro – anche perché detiene il potere politico. Sarei però curioso di vedere cosa succederebbe in caso di sconfitta alle elezioni. Il M5S certo non è consolidato: vive sul sentimento di insoddisfazione nei confronti della politica e sull’idea che spazzeranno via tutti. Gli altri invece sono partiti personalistici: Fratelli d’Italia è Giorgia Meloni, la Lega Matteo Salvini, Forza Italia Silvio Berlusconi. Pure Alternativa popolare in fondo è Angelino Alfano e, non a caso, abbiamo parlato a lungo di verdiniani e così via.

Pubblicato l’8 maggio 2017 su formiche.net

Invito all’ascolto: Prospettive e sfide di un voto europeo @RadioRadicale @ScuolaSantAnna

 

ASCOLTA QUI 
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 RADIO RADICALE

Discutono le conseguenze del voto francese:
Yves Mény
Presidente della Scuola Superiore Sant’Anna
Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza Politica
Marco Tarchi
Professore Ordinario di Scienza Politica
Università di Firenze

Aula Magna, Scuola Superiore Sant’Anna
Lunedì 8 Maggio, 20.30

 

Macron-LePen al voto con l’ombra degli hacker

Il confronto televisivo fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen è stato, secondo il vecchio Jean-Marie, “noioso e incomprensibile”. Forse “malconsigliata”, Marine non è stata, secondo suo padre, “all’altezza”. Comunque, bontà di genitore, escluso, sostituito e emarginato dalla figlia, alla fine il duello si è risolto in un pareggio. L’invidia del risultato elettorale ottenuto da Marine, 5 per cento e 1 milione e 2000 mila voti in più del suo massimo, e delle prospettive che la danno addirittura al 40 per cento nel ballottaggio, hanno spinto il padre a giudizi severi, non condivisi da buona parte dell’elettorato. Tuttavia, Marine è, da un lato, la candidata che ha un elettorato molto fedele, che sicuramente tornerà a votarla al ballottaggio, ma, dall’altro, elettori molto ostili che la temono e che dichiarano di non volerla assolutamente vedere vittoriosa. Grazie all’alleanza siglata con Dupont-Aignan, al quale ha promesso di nominarlo Primo ministro, Marine Le Pen gode in partenza di una base di voti superiore al 26 per cento, in numeri assoluti più di 9 milioni e 350 mila.

Non sappiamo chi abbia “hackerato” i computer del quartier generale di Macron: i soliti russi di Putin, la destra americana, altri che cercano di impedirgli di compiere l’ultimo passo verso la vittoria? Chiunque sia stato segnala che questa elezione presidenziale francese è davvero importante e che, per dirla con le parole di Marine, la globalizzazione è diventata effettivamente selvaggia. In tutto questo si staglia un dato in una certa misura sorprendente e abbastanza rassicurante per Macron: due terzi dei francesi dichiarano che l’Unione Europea è positiva per la Francia. Se, dunque, ha ragione Marine Le Pen nel dire che la linea distintiva più profonda fra i due candidati è data dall’atteggiamento nei confronti dell’Europa, allora Macron ha un grande motivo per stare sereno. Tuttavia, vi sono due elementi che bisogna prendere in seria considerazione in attesa dei risultati. Il primo elemento è, per dirla con le ricerche elettorali italiane, che il voto per Macron, candidato senza partito, è sostanzialmente un voto di opinione, quindi, non incardinato, ma fluttuante e mutevole.

Senza la convergenza di elettori che, come i socialisti e i gollisti, non hanno più il loro candidato in lizza, Macron vedrebbe ridursi significativamente le sue chances. Inoltre, chi l’ha votato al primo turno afferma di averlo fatto più in mancanza di meglio (il 60 per cento) che per convinzione (40 per cento). Le motivazioni dei voti dati Marine sono quasi specularmente opposte: molto più per convinzione. Il secondo elemento è che, dunque, Macron ha assoluta necessità dell’apporto dei socialisti piuttosto indeboliti, e dei gollisti, rimasti senza candidato, ma soprattutto memori che il Gen. de Gaulle fu sempre intransigente nel chiudere la porta alla destra francese. Quasi la metà degli elettori gollisti ha dichiarato ai sondaggisti di volere seguire l’indicazione di voto a favore di Macron data da François Fillon e da Alain Juppé, già Primo ministro, oggi sindaco di Bordeaux, ma il comportamento dell’altra metà farebbe una notevole differenza se si traducesse nel voto a Marine piuttosto che nella più probabile astensione.

Bella sorpresa per Macron è che più di un terzo degli elettori di Mélenchon (che al primo turno sono stati 7 milioni e 126 mila) sceglieranno di votarlo non seguendo l’esiziale suggerimento di equidistanza espresso dal loro candidato. La conquista della Presidenza ad opera di Macron sarà un’ottima notizia soprattutto per coloro che pensano che la politica debba essere fatta con argomentazioni razionali contro chi manipola gli elettori facendo appello alla paura e ai risentimenti. Sarà anche una buona notizia per tutti gli europeisti. Però, per sapere come sarà governata la Francia per i prossimi cinque anni bisognerà attendere le elezioni legislative di giugno quando si vedrà quanta forza è rimasta a socialisti e gollisti e quanta disponibilità a collaborare con il Presidente eletto.

Pubblicato AGL il 7 maggio 2017

Sistemi partitici che cambiano, talvolta in meglio

No, in Francia non è già avvenuto tutto. È probabile che Macron vinca al ballottaggio, ma è anche probabile che, pur perdendo, Marine Le Pen sfondi il tetto di voti finora ottenuti da quello che è un partito tradizionale. Il Front National ha un’organizzazione, una presenza sul territorio, iscritti, militanti e eletti a livello locale. Quindi, no, almeno questo partito “tradizionale” non scomparirà; anzi, forse, si rafforzerà. No, non sono scomparsi neppure i gollisti e i socialisti. Certamente, sono andati molto male, soprattutto i socialisti, ma non dimentichiamo che la competizione nelle elezioni presidenziali francesi è fra candidati non fra partiti. Il candidato gollista François Fillon, appesantito da un molto riprovevole uso del denaro pubblico per ricompensare moglie e figli di collaborazioni mai avvenute, ha comunque ottenuto quasi il 20 per cento dei voti. Il bacino elettorale del socialista Benoît Hamon, già ridimensionato dalla pessima presidenza del suo compagno di partito Hollande, che, del partito non si era proprio curato, è stato largamente prosciugato sia verso il centro, da Macron, sia a sinistra, da Mélenchon. È vero che Gollisti e Socialisti hanno dominato la politica francese per sessant’anni, ma i gollisti non sono mai stati un partito davvero tradizionale e i Socialisti esistono nella loro forma, quella di un partito plurale, variegato e con differenze significative al loro interno (che hanno impedito a Lionel Jospin di giungere al ballottaggio nel 2002) dal non lontano 1971. Tutto il resto lo vedremo.

Per intenderci, il sistema partitico francese si sfalderà come sembra essere successo nelle elezioni del 2016 al sistema partitico spagnolo dove sia i Popolari sia, un po’ di più, i Socialisti hanno subito perdite gravi e hanno visto emergere concorrenti a sinistra e al centro? Qualcuno può fare finta di niente e credere che il sistema partitico italiano attuale sia solido e consolidato? Abbiamo dimenticato che democristiani e comunisti scesero a livelli elettorali molto bassi già nel 1994 e che il loro maldestro tentativo di costruzione del Partito Democratico ha prodotto, nelle spesso citate e molto appropriate parole di Massimo D’Alema, ”un amalgama mal riuscito” che, pochi mesi fa ha anche subito una scissione? Però, nelle democrazie europee esistono anche sistemi partitici piuttosto stabili: da, ovviamente, quello del Regno (ancora per quanto?) Unito alla Germania e, per fare solo un altro esempio da non snobbare, nel Portogallo, repubblica semipresidenziale come la Francia. Comunque, è chiaro che, dopo molti decenni di democrazia, gli elettorati sono cambiati e le sfide degli ultimi dieci anni hanno lasciato un segno che va nel senso della richiesta di qualcosa di nuovo che può anche non funzionare creando ulteriore delusione e insoddisfazione.

Nel caso francese, l’insoddisfazione ha la possibilità di esprimersi in maniera molto efficace già da giugno nelle elezioni legislative. Grazie ai collegi uninominali e al sistema elettorale maggioritario a doppio turno, nel quale i candidati possono passare al secondo turno qualora superino la soglia del 12,5 per cento degli aventi diritto (dunque, non si tratta di un ballottaggio che è tale quando riservato ai primi due), i partiti tradizionali potranno recuperare grazie ai loro candidati che, in molti casi, sono parlamentari uscenti, quindi noti agli elettori dei rispettivi collegi. Toccherà a Macron costruire alleanze per i suoi candidati e convergenze su altri candidati, probabilmente configurando in questo modo la maggioranza parlamentare di cui ha bisogno per governare nei prossimi cinque anni. Insomma, Macron “formez vos battalions” et on verra. Le buone istituzioni francesi e l’ottimo sistema elettorale promettono, non disastri, ma cambiamento positivo.

Pubblicato il 24 aprile 2017 su                Italianinelmondo.com 

Immagine dal sito wide-wallpapers.net

Avanza chi capisce la lezione #Francia

C’è qualcosa di patetico nei commenti, di politici e giornalisti, al primo turno (sottolineo primo), delle elezioni presidenziali francesi. No, non ha vinto Marine Le Pen, come sembra sostenere Salvini. No, non è andato bene neppure Jean-Luc Mélenchon, come pensa Stefano Fassina, che suggerisce l’astensione al ballottaggio come se fra Le Pen e Macron la (sua) sinistra potesse/dovesse dichiararsi equidistante. No, Emmanuel Macron non è Renzi (meno che mai un giovane Berlusconi). Non è né il nuovo che avanza né un politico senza esperienza. Ha soltanto capito, ma questa è una lezione importantissima, per tutti, che era cosa buona e giusta sfidare chi non si mostrava sufficientemente europeista e che, in Francia, esiste un elettorato che vuole una guida di centro-sinistra, rassicurante e non aggressiva, competente e non improvvisata. Poiché in un’elezione presidenziale conta anche e molto la personalità del candidato, Macron ha goduto di tre elementi positivi. Primo, la sfida più credibile alla sua persona era/è rappresentata da Marine Le Pen, destra estrema, nazionalista, sovranista, xenofoba prima ancora e più che semplicemente populista. Secondo, i socialisti hanno pagato il prezzo, alto, delle troppe inadeguatezze della Presidenza di François Hollande e della non brillante candidatura di Benoît Hamon, piombato a una percentuale simile a quella che, nel 1969, con l’allora sindaco di Marsiglia Gaston Defferre, segnò la fine di quella che si chiamava Sezione Francese dell’Internazionale Operaia (SFIO). Su quelle ceneri, due anni dopo, François Mitterrand costruì il Parti Socialiste. Dunque, non è affatto detto che il socialismo sparirà dalla faccia della Francia. Terzo, la mancata rinuncia alla candidatura del gollista François Fillon, troppo disinvolto nel suo nepotismo (soldi alla moglie e ai figli per collaborazioni parlamentari mai effettuate), ha spinto non pochi elettori a preferirgli proprio Macron.

Sembra abbastanza scontata la vittoria di Macron al ballottaggio, che si svolge fra due candidati alla Presidenza della Repubblica e non ha quindi nulla da vedere con l’ex-ballottaggio dell’Italicum, sperabilmente defunto per sempre, che si sarebbe svolto fra due partiti per ottenere più seggi in Parlamento. Tuttavia, poiché i voti contano, anche se bisogna saperli contare, l’esito numerico avrà grande importanza. Il ballottaggio 2017 è significativamente diverso da quello che ebbe luogo nel 2002 quando la sinistra, esclusa per suoi enormi errori di calcolo e politici, fu obbligata a convergere sul gollista Chirac contro Jean-Marie Le Pen, più estremo e più sgradevole di sua figlia Marine. Non è affatto detto che tutti gli elettori del gollista Fillon andranno a votare Macron. Potrebbero semplicemente astenersi, in questo modo, però, indirettamente favorendo Marine che gode di quello che è un consenso consistente, fortemente motivato e stabile. Sono possibili, anche prevedibili, ma non calcolabili, astensioni di sinistra, di alcuni/molti elettori di Mélenchon. Insomma, Macron ha ancora molto da lavorare. Lo deve fare anche in prospettiva delle elezioni legislative, di cui si dovrà parlare a suo tempo, poiché, essendo praticamente privo di un partito organizzato, avrà qualche difficoltà, a meno che non stringa molti accordi con i socialisti, nel presentare suoi candidati (o candidati concordati) in tutti i 577 collegi uninominali della Francia e dei territori d’oltremare.

È vero che il sistema partitico francese sembra essersi sostanzialmente sfaldato, ad eccezione del Front National, ma la ricomposizione potrebbe essere incentivata proprio dall’imperativo, che il centro-sinistra francese non potrà eludere, di candidature comuni in molti/ssimi collegi uninominali. Questa, probabilmente, è la lezione più importante che i tuttora incerti e maldestri riformatori elettorali italiani dovrebbero imparare. A meno che vogliano tenersi un sistema partitico malamente destrutturato senza nessuna leadership legittimata, come sarà il prossimo Presidente francese, dal voto dei cittadini.

Pubblicato AGL il 25 aprile 2017