Home » Posts tagged 'Eurogruppo'

Tag Archives: Eurogruppo

Lo scontro in atto sul #MES, tra politica interna e rapporto con l’Europa

Lo scontro in atto sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) merita più di una riflessione perché riguarda il modo di governare (e di fare) opposizione in Italia e il modo di rapportarsi all’Europa. Sul primo punto abbiamo appreso e non dobbiamo dimenticare che il precedente governo giallo-verde aveva sostanzialmente accettato il MES e che, pertanto, ha ragione il Presidente del Consiglio Conte a criticare duramente l’opportunismo di Salvini che, andato all’opposizione, smentisce se stesso.Tuttavia, Conte fa male quando eccede nelle critiche facendone un fatto di scontro personale con Salvini, nel quale si inserisce con notevole grinta Giorgia Meloni per trarre il meglio di visibilità a fini elettorali. Lo scontro politico ha in qualche modo posto rimedio alla mancanza di conoscenze. Però, è almeno in parte vero che alla sostanza del MES non era stata data sufficiente attenzione. In estrema sintesi, il MES non è un meccanismo inteso primariamente a salvare le banche tedesche, come dicono gli oppositori, ma tutte le banche le cui difficoltà si ripercuoterebbero in maniera più pesante sui paesi con un alto debito pubblico, come l’Italia.

Adesso, con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, già importante europarlamentare, il governo giallo-rosso andrà a discutere e negoziare nelle sedi europee. Gualtieri ha immediatamente comunicato che lo spazio è minimo e un’affermazione simile è stata fatta dal portoghese Centeno alla presidenza dell’Eurogruppo. Come in troppe altre occasioni, la posizione italiana non appare forte dal punto di vista negoziale poiché i rappresentanti degli altri paesi hanno ricevuto sufficienti informazioni sulle resistenze italiane e sulle divisioni anche in ambito governativo. Non possono fare a meno di preoccuparsi che l’Italia allunghi i tempi dell’approvazione del MES per ragioni di politica interna senza nessuna proposta operativa e migliorativa di un testo già lungamente discusso.

La posizione negoziale italiana è inevitabilmente inficiata proprio dalla inaffidabilità dei suoi governi e dall’oscillazione delle sue posizioni e preferenze (in questo caso, in particolare quelle del Movimento Cinque Stelle). Incredibilmente, troppi esponenti italiani dimenticano che il paese è costantemente sotto osservazione per un motivo strutturale: l’altissimo livello raggiunto dal debito pubblico, il 138 per cento del Prodotto Nazionale Lordo. Gli europei hanno visto con favore, sarebbe stupido negarlo, la fuoruscita dal governo italiano dei sovranisti della Lega e l’ingresso degli europeisti del PD. Si attendono che dalle apprezzabili posizioni di principio conseguano comportamenti pratici altrettanto apprezzabili. Il MES è la prima importante occasione per mostrarsi coerenti e sulla base di quella coerenza essere poi in grado di fare valere le proprie preferenze, le proprie valutazioni e i propri interessi nella consapevolezza che gli interessi italiani coincidono con un’Europa potenziata nei suoi meccanismi economici.

Pubblicato AGL il 6 dicembre 2019

Uno scontro frontale “calcolato”

“Il tasso di crescita non è negoziabile”. Attribuita al Ministro dell’Economia Giovanni Tria, questa frase denuncia arroganza e insipienza. C’è  arroganza poiché il Ministro afferma come sicuro qualcosa che, il tasso di crescita da lui previsto, è assolutamente aleatorio. C’è insipienza poiché Tria confonde l’aggettivo “negoziabile” con “conseguibile”. Tutti gli organismi che, a vario titolo, si sono occupati (e preoccupati) dell’Italia dalle agenzie di rating al Fondo Monetario Internazionale, dalla Commissione Europea ai ministri dell’Eurogruppo, persino gli Uffici tecnici del Parlamento italiano, hanno prodotto stime molto diverse da quelle italiane, ma convergenti fra loro e chiaramente inferiori alle percentuali del Ministro Tria. Ripetutamente, i ministri Salvini e Di Maio, mai smentiti (potrebbe permetterselo?) dal Presidente del Consiglio Conte, hanno affermato con toni spesso offensivi per il Presidente della Commissione Juncker e per i Commissari che si occupano di economia Dombrovskis e Moscovici, che andranno  avanti, tireranno dritto, che il popolo italiano vuole questa legge di bilancio.

Adesso, da un lato, è diffusa la consapevolezza che fra qualche settimana la Commissione aprirà la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Dall’altro, che i mercati, fatti, come ho scritto più volte, da operatori, anche italiani, che non vogliono perdere soldi né per loro né per i loro clienti, fra i quali anche molti italiani, segnaleranno il rischio Italia, sposteranno gli investimenti, faranno salire il fatidico spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani acuendo la crisi della finanza pubblica italiana e rendendo costosissimo pagare gli interessi sull’altissimo debito pubblico, 130% del Prodotto Interno Lordo. Ad alleviare le conseguenze economiche non basteranno le dismissioni di proprietà dello Stato per la cui vendita e incasso ci vorrà molto tempo.

Anche se dimostratisi assolutamente privi di un minimo di conoscenze economiche, Salvini, Di Maio e Conte, in quest’ordine, non possono non avere pensato alle conseguenze, economiche e politiche, della loro manovra. Altrimenti, sarebbero tecnicamente e politicamente degli irresponsabili. Inquietante è l’ipotesi che Salvini e Di Maio desiderino che la procedura d’infrazione si trascini per qualche tempo e che la loro inevitabile manovra correttiva risulti giustificata agli occhi degli italiani come un’imposizione dall’esterno che sono obbligati a malincuore ad accettare. Entrambi si prepareranno per le elezioni del Parlamento Europeo del maggio 2019. Salvini cercherà di mobilitare in maniera nazionalpopulista gli italiani euroscettici e sovranisti. Di Maio sosterrà coraggiosamente che la Commissione si è espressa contro l’abolizione della povertà in Italia. Poiché la Commissione è consapevole che andare allo scontro frontale con l’Italia è dannoso per tutta l’Unione, il contenzioso rischia di rimanere aperto fino alle elezioni. La partita si annuncia lunga, e brutta.

Pubblicato AGL il 15 novembre 2018

Una letale spirale di sfiducia

Una volta avuta la prova che quella di Tsipras in un referendum che non avrebbe mai dovuto indire (altro che prova di democrazia) è stata una vittoria di Pirro, le diciotto democrazie dell’Eurozona hanno concesso al Primo ministro greco una nuova possibilità. Cancellando, alla faccia del “popolo” greco, ovvero di quel terzo che aveva votato “No” alle condizioni del negoziato, i suoi impegni, Tsipras è stato obbligato a fare nuove proposte. In sostanza, ha guadagnato, o perduto, a seconda dei punti di vista (il secondo mi pare più convincente), tempo. Crescono i problemi in Grecia, le banche rimangono chiuse, i debiti accumulano altri interessi. Tuttavia, la proposta greca, non più appesantita dall’ingombrante figura di Varoufakis, va, almeno nelle riforme interne che Tsipras tardivamente promette, nella direzione giusta. Anzi, si pone nel solco dei sacrifici già fatti, con lacrime e sangue, ma anche con successo, da Irlanda, Portogallo, Spagna.

Purtroppo, per Tsipras, per la Grecia e, ahinoi, per tutti paesi dell’Eurozona, ha fatto la sua inevitabile comparsa un altro fattore, finora solo strisciante: la fiducia. Nelle democrazie, come sono tutti i sistemi politici dell’Unione Europea (anche se il capo del governo ungherese Orbàn fa del suo peggio in materia), contano le opinioni pubbliche. I politici più avvertiti tengono grande conto delle loro opinioni pubbliche. Non le insultano; non le ingannano. Se sono capi di organizzazioni partitiche vere, radicate, come si dice nell’italiano politichese, “nel territorio” hanno antenne sensibili che riportano quanto si sente, quanto si muove, quanto si preferisce. Non soltanto i tedeschi, ma molti capi di governo hanno ricevuto dalle loro opinioni pubbliche un’informazione sgradevole, ma, sicuramente, degna di attenzione.

La maggioranza degli europei non si fidano dei greci. Pensa che fanno promesse che non manterranno. Non li ritengono credibili neppure, come scrisse Virgilio nell’Eneide, quando “portano doni”. E Tsipras non ha proprio nessun dono da portare. Al contrario, vorrebbe esenzioni, proroghe, addirittura regali. Per di più con le sue dichiarazioni, da ultimo, con il suo discorso al Parlamento Europeo, ha cercato, in maniera davvero troppo orgogliosa, di scaricare buona parte della responsabilità delle condizioni del suo sventurato paese sulle spalle dei creditori, definendoli “terroristi”, delle banche e dei banchieri e, indirettamente, dei paesi più solidi dell’Unione Europea, di quelli che rispettano le regole e pretendono che tutti lo facciano. Soltanto coloro che rispettano le regole sono poi legittimati a chiedere che siano cambiate, magari spostando le politiche comuni dall’austerità alla crescita.

Se, come sembra, il negoziato all’Eurogruppo scivola dai numeri, dalle riforme, dalle promesse alla fiducia, allora un suo esito positivo appare sempre più difficile, molto improbabile. Non è chiaro se la Germania, non priva di sostenitori fra gli altri stati, desidera davvero escludere la Grecia dall’Eurozona, dandole cinque anni nei quali rimettere in sesto le sue finanze, con una sua moneta e con il pieno controllo della sua economia –per quanto “piena” possa essere l’autonomia economica di un paese piccolo e molto impoverito. Quello che, invece, è lampante è che la mancanza di fiducia reciproca distrugge qualsiasi possibilità di tenere insieme un progetto, quello dell’unificazione europea, nato proprio intorno alla volontà di sei, dieci, quindici, infine ventotto paesi, di credersi parte di uno stesso mondo. Come l’Eurogruppo riesca a uscire dalla spirale letale della mancanza di fiducia è impossibile prevederlo.

Pubblicato AGL il 12 luglio 2015