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Quale Europa: di più, di meno, diversa? #6dicembre #MisanoAdriatico

L’Europa: una grande opportunità
Giovedì 6 dicembre 2018 – ore 21
Sala Ex Scuola Bianchini, via Repubblica 124

Le ragioni fondanti dell’Unione Europea
Il Ratto d’Europa: la fondazione di un’idea
Iconografia: Sabrina Foschini; Voce recitante: Tamara Balducci;
Chitarra: Riccardo Amadei

Quale Europa: di più, di meno, diversa?
Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza politica
nell’Università di Bologna

 

Salvini, Di Maio e il gioco del fifone. Il commento di Pasquino

Se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri Tria e Conte non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il commento del professore emerito di Scienza Politica Gianfranco Pasquino

No, nonostante un’accurata rilettura del Contratto di Governo non si è trovata traccia della condivisione del braccio teso a pugno chiuso del Ministro Toninelli. Nel Contratto non sembra esistere neppure la minima presenza del condono di Ischia e meno che mai la ricostruzione del Ponte Morandi, ma, per dare un colpo anche alla botte di Salvini (dopo quello al cerchio di Di Maio), non ci stanno neppure gli inceneritori per ogni prefettura. Comunque, non saranno queste assenze e le relative differenze di opinione a mandare in crisi il governo giallo-verde. Cominciamo con il mettere i puntini sulle molte “i” del contratto e dintorni.

Salvini si è accaparrato due tematiche –in inglese si direbbe “issue ownership”, ma confesso di non sapere come tradurre “ceppa”– che gli italiani continuano a considerare le più importanti: l’immigrazione e la sicurezza, che, per di più, hanno una probabile lunga durata. Si è anche buttato allegramente, forse dovrei dire “coraggiosamente”,contro la Commissione Europea. Continua a sfuggirgli che i Commissari non sono né burocrati né, principalmente, tecnocrati (e neanche banchieri), errore che condivide con le Cinque Stelle. Potremmo scusarlo, il Salvini, da Europarlamentare molto latitante, non ha mai imparato che i Commissari sono tutti uomini e donne con esperienze di governo ai vertici dei rispettivi paesi, spesso dotati di competenze specialistiche. Non possiamo, invece, scusare le Cinque Stelle che, insomma, qualcosina potrebbero studiare e imparare.

“Italians first” è oramai il grido (l’ululato?) di Salvini fino alle elezioni dell’Europarlamento di fine maggio 2019. Le Cinque Stelle non sanno che pesce prendere, chiedo scusa, che posizione assumere nei confronti dell’Europa dove sono molti che ricordano il Di Maio vagante per rassicurare istituti di ricerche, autorevoli quotidiani e quant’altri delle buone intenzioni europeiste delle Cinque Stelle. Nel Contratto di Governo non stanno né l’uscita dall’Euro né quella dall’Unione. Per di più, la Brexit sta offrendo una serie di lezioni, politiche ed economiche, su quanto alto possa essere il costo dell’uscita, anche sulla società e la sua coesione. Ma se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri, non posso trattenermi, “non eletti” da nessuno: Tria e Conte, ma vicinissimi alle Cinque Stelle, non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il reddito di cittadinanza e quota cento (pericolosamente vicina per quei pochi italiani che ricordano la storia, quindi non elettori penta stellati, all’infausta quota novanta di Mussolini, Benito) per le pensioni (che pagheranno i loro figli, se ne hanno).

Né l’uno né l’altra piacciono agli europei. Sembra che non piacciano, lo dirò con parole antiche, neppure ai ceti produttivi del Nord (dall’Honduras Di Battista agita un’abbronzata risposta rivoluzionaria: “se ne faranno una ragione”). Soprattutto, però, non hanno nessuna possibilità di produrre dividendi né economici né politici in tempi brevi. Nel frattempo, il Salvini ruspante (quello delle ruspe) sta avvicinandosi al raddoppio dei suoi consensi, almeno stando ai sondaggi che, personalmente, ritengo credibili poiché ho fiducia nella professionalità sia di Nando Pagnoncelli sia di Ilvo Diamanti. Pertanto, non ha nessuna intenzione di fare cadere il governo, il luogo migliore per continuare le sue esibizioni muscolari e la sua crescita di apprezzamenti. Se li risolvano le Cinque Stelle i problemi dei dissenzienti e quelli dei rimpasti. Incidentalmente, tutto normale non solo nella Prima Repubblica, ma in tutte le democrazie parlamentari, come non cessa di insegnare Westminster, la madre di tutti i parlamenti. Loro non si faranno fermare. Tireranno diritto. Anche l’Unione Europea tirerà diritto. Si chiama “chicken game”, gioco del fifone, reso famoso da James Dean in “Gioventù bruciata”. Il prezzo lo pagheranno, first, the Italians.

Pubblicato il 17 novembre 2018 su formiche.net

INVITO Democrazia, istituzioni e cittadini nell’Unione Europea #15novembre #Pordenone Auditorium Casa Zanussi @ScopriEuropa

Nell’ambito del Progetto Europa. Integrazione o implosione?
44ª serie di incontri di cultura storico politica organizzati da
Istituto Regionale Studi Europei del Friuli Venezia Giulia

Giovedì 15 novembre 2018 ore 15.30
CRISI DEL PROGETTO EUROPA?

Democrazia, istituzioni e cittadini nell’Unione Europea

Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza politica

Introduce e coordina Roberto Reale
giornalista già vicedirettore di RaiNews 24

 

La partecipazione è gratuita. È gradita l’iscrizione irse@centroculturapordenone.it

Centro Culturale Casa A. Zanussi
via Concordia Sagittaria, 7
33170 Pordenone (PN)

Democracia y ciudadanos de la UE

No es verdad que la Unión Europea sufra de un déficit democrático. Ciertamente, en algunos Estados miembros la democracia funciona mejor que en la propia Unión Europea. Sin embargo, en no pocos Estados miembros -por ejemplo, Hungría, Polonia, Eslovaquia y también Italia- tanto la calidad de la democracia como su funcionamiento dejan mucho que desear. En estos casos, la comparación no es favorable, ni mucho menos, a los Estados. Los así llamados soberanistas no pueden presumir de unas credenciales democráticas superiores. La oposición de esos países, muy a menudo, puede dar testimonio de cuán difícil y dura es su vida (y no solo política). El valor de la democracia radica en su capacidad para reformarse y ello, en el caso de la Unión Europea, exige la condición de que el diagnóstico sea correcto y de que los reformadores sepan proponer los remedios adecuados. Antes de declarar, por tanto, la existencia de un déficit democrático en la Unión Europea es necesario valorar, con conocimiento de causa, a qué se refiere cuando se habla de tal déficit, dónde se ubica y cómo se manifiesta.

¿Cómo no puede ser considerado democrático el Consejo en el cual se reúnen (se confrontan y enfrentan) los jefes de Gobierno de los Estados miembros? Cada uno de ellos ha ganado las elecciones en su país, por lo tanto representa a una mayoría electoral y política que permanecerá en el Consejo mientras se mantenga. Podremos, en todo caso, hacer objeciones a los procedimientos decisionales del Consejo. De un lado, a la regla de la unanimidad y, de otro, a la modalidad con la cual los jefes de Gobierno alcanzan las decisiones. La unanimidad, por otra parte rara vez utilizada, tiene escasa legitimidad democrática en tanto que permite a un mandatario bloquear cualquier decisión que no sea de su agrado aunque todos los demás jefes de Gobierno hayan alcanzado un acuerdo. El jefe de Gobierno que disiente puede, en cualquier modo, chantajear al resto. Por lo tanto, los reformadores deberían eliminar esta regla. En cuanto a la modalidad de procedimientos decisionales, en el Consejo y, en menor medida, en la Comisión, estos procedimientos son muchas veces farragosos y poco o nada transparentes. Es verdad que en algunas materias políticas es oportuno, precisamente para servir al objetivo de alcanzar decisiones mejores, preservar espacios más o menos amplios de confidencialidad. Sin embargo, sería deseable que la mayor parte de los procedimientos decisionales se desarrollasen de tal manera que los ciudadanos tengan la posibilidad real de atribuir responsabilidades, positivas y negativas, sobre qué se ha decidido, qué no se ha decidido o se ha decidido mal.

Aquéllos que consideran que la democracia se expresa de forma particular a través de las elecciones no pueden jamás sostener que el Parlamento Europeo es un organismo no democrático en el cual se manifestaría un déficit. Al contrario, la Eurocámara es un lugar muy significativo de representación de las preferencias y de los intereses de los ciudadanos europeos. En el curso del tiempo ha adquirido mayores cotas de poder tanto frente al Consejo como frente a la Comisión, controlando la actividad y evaluando los resultados. Si puede imputarse un déficit democrático al Parlamento europeo no es intrínseco a su naturaleza, sino que deriva de los partidos y los ciudadanos de los Estados miembros. Son los partidos, que hacen campañas electorales basadas en cuestiones y objetivos nacionales, a los que se debe imputar ese déficit. Paradójicamente, son menos responsables los partidos populistas y soberanistas, los cuales, haciendo campaña contra la Unión Europea, son más propensos a hablar propiamente de lo que Europa hace, no hace, hace mal y de cuánto mejor lo harían los Estados si recuperasen la soberanía cedida. Escribo “cedida”, no perdida ni expropiada, porque cualquiera de los Estados miembros ha cedido, de manera consciente y deliberada, parte de su soberanía a la Unión para perseguir objetivos que de otra manera serían inalcanzables como Estado singular.

Por tanto, los partidos nacionales son responsables de su incapacidad para convencer a los electores de ir a votar para elegir a sus representantes. Cuando, como en mayo de 2014, sólo el 44% de los electores europeos (porcentaje netamente inferior al que todos nosotros hemos estigmatizado respecto de los americanos en las elecciones presidenciales) va a votar, entonces tenemos un problema, pero que no es definible como déficit de las instituciones de la UE. Precisamente, se trata de un déficit de participación de los ciudadanos europeos a los cuales se necesitaría hacer saber, de alguna manera, que están perdiendo la facultad de criticar un Parlamento y unos parlamentarios que no han querido elegir.

En el banco de los imputados por el déficit democrático parece muy fácil poner, y hacerlo en bloque, a la Comisión Europea, y en particular a los comisarios. Les falta algún tipo de legitimación democrática. Serían, como afirman demasiados críticos mal informados y con prejuicios, burócratas o, incluso peor, los tecnócratas que los populistas consideran una raza maldita. Sobre todo porque anteponen sus conocimientos a las preferencias y experiencias del pueblo sin haber tenido nunca un mandato democrático (electoral).

La verdad es que, prácticamente siempre, han adquirido el cargo de comisario mujeres y hombres que provienen de cargos políticos y de gobierno, incluso al más alto nivel, en sus respectivos países. Por lo tanto, nunca son burócratas sino políticos, y frecuentemente con conocimientos de alto nivel. Deben su puesto al nombramiento y obra de los jefes de Gobierno de todos los Estados miembros, pero, como ya he comentado, éstos están legitimados democráticamente. Aun más, cada uno de los comisarios debe superar, o ha superado, un examen relativo a sus conocimientos y a su grado de europeísmo desarrollado frente al Parlamento europeo. Además sabe que, una vez confirmado, en su acción deberá prescindir de cualquier preferencia nacional. Deberá operar en el nombre de los intereses de la Unión Europea. Oso afirmar que la gran mayoría de los comisarios de los últimos 60 años ha tenido, de verdad, el proceso de la unificación política de Europa como estrella polar. En cuanto al presidente, a partir de 2014 se ha establecido que cada una de las familias políticas europeas pueda presentar un candidato a la Presidencia. El candidato de la familia que ha obtenido más votos es designado presidente, pero incluso en su caso debe superar el escrutinio del Parlamento europeo. Frente a estos procedimientos, cada uno con su evidente nivel de democraticidad, resulta ciertamente absurdo sostener que la Comisión no tiene signos democráticos, que existe una carencia democrática, cuando no por añadidura ilegítima. Obviamente, la Comisión, el verdadero motor institucional y en parte también política de Europa puede ser, por su parte, criticada por aquello que hace, no hace o hace mal.

Por tanto, ¿va todo bien en la Unión Europea? Ciertamente, no. Sin embargo, el problema no se llama déficit democrático. Se llama déficit de funcionalidad. Seguramente hay mucha burocracia en la Unión Europea, demasiada red tape, como han sostenido constantemente los ingleses (a los que echaremos de menos y que están dándose cuenta de que echarán de menos a Europa). Hay demasiado espacio para los lobbies, para los grupos de interés. Demasiada lentitud a la hora de tomar decisiones. Demasiada opacidad. Son inconvenientes que, asimismo, pueden ser seguramente afrontados y resueltos desde dentro de la Unión. No podrán hacerlo, desde luego, aquellos que reclaman irse fuera. Y menos aún podrán resolver estos y otros problemas -empezando por la inmigración y siguiendo con el crecimiento de las economías europeas y la regulación y la tasación de las grandes corporaciones- aquéllos que obstaculizan la Europa que existe. A pesar de los soberanistas, ningún Estado solo podrá hacer más y mejor de lo que ya ha hecho y podrá hacer en los próximos años la Unión Europea por la vida de sus ciudadanos. Serán los ciudadanos europeos, aquéllos que se interesan por Europa, que se informan, participan y votan, los que decidirán, democráticamente, qué Europa quieren. Y serán responsables de aquello que hagan, de lo que voten o dejen de votar. Tal y como ocurre en las (mejores) democracias.

Publicado el 18 de octubre de 2018 elmundo.es

Al PD non servono guaritori ma passeggiate salutari sul territorio

Troppi improvvisati e affannati medici si accalcano al capezzale del PD che è davvero malmesso. Qualcuno, il suo Presidente (sic) Orfini, lo dà per morente. La maggior parte dei presunti guaritori sostiene che, già debole e malaticcio alla nascita, abbia bisogno d’interventi di chirurgia invasiva che, quantomeno, taglino le molte escrescenze di dirigenti irresponsabili e inutili. Meglio ricordarsi che, se il PD è ancora un partito o vuole diventarlo, la cura si trova sul territorio: passeggiate e chiacchierate con le persone per capirne esigenze e preferenze e farsi una cultura. 

 

PD dove vai se una cultura politica non ce l’hai? #HuffPost

Blog by Gianfranco Pasquino

PD dove vai se una cultura politica non ce l’hai?

Rifondare il Partito Democratico che c’è, con le stesse, o quasi, persone e senza nessuna nuova strategia oppure fuoruscire da questo PD e costruire un partito diverso con altre persone e con una nuova cultura politica? Se questo è il dilemma, va subito rilevato che, mentre è in corso una non troppo sotterranea campagna per l’elezione del prossimo segretario, nessuno dei due corni del dilemma è stato fatto oggetto di una qualsivoglia elaborazione.

Per la rifondazione, oltre ad una strategia che dica soprattutto quale partito, organizzato come, presente sul territorio, per raggiungere che tipo di elettori, sembrano mancare le persone, sia vecchie che nuove (non sollecitate a qualsivoglia partecipazione), che abbiano espresso interesse e manifestato le loro qualità. Il due volte ex-segretario, mai interessato al partito, sembra volere più di qualsiasi altra cosa, trovare una candidatura in grado di impedire quella che sembra la probabile vittoria di Luca Zingaretti e impiombarne fin dall’inizio la segreteria. La seconda strategia, certamente più ambiziosa, trova addirittura meno fondamenta nel partito che c’è, nei circoli sul territorio, nelle dichiarazioni dei dirigenti. Orfini ha buttato un sassolino a favore di un altro partito, di un partito altro, ma senza sapere quale sassolino e dove lo buttava.

Di tanto in tanto qualcuno richiama l’Ulivo senza ricordarsi che l’Ulivo fu un’aggregazione elettorale con il grande merito di avere suscitato le energie di una molteplicità di associazioni, dei loro dirigenti e iscritti, ma di cui poi non fu, per responsabilità di molti, a cominciare dai vertici, mai tentata la trasformazione in qualcosa di simile a un partito grande. Adesso, ancora per poco, il punto di riferimento è rappresentato da Emmanuel Macron. Il paese incuriosito si chiede chi sarà il Macron italiano? Chi costruirà un rassemblement simile a “En marche”? Purtroppo, pochi sembrano sapere che le condizioni istituzionali francesi, a cominciare dall’elezione popolare diretta del Presidente della (Quinta) Repubblica, sono state di grande aiuto alla sfida, comunque coraggiosa, di Macron. Qualcuno dovrebbe anche ricordare che, sì, il Parti Socialiste si era sfaldato, ma che l’apporto decisivo al successo di Macron venne dalla debolezza e dallo slittamento degli elettori già gollisti a favore del candidato Presidente.

Nulla di tutto questo esiste in Italia né può essere creato in tempi brevi. Non lo sarà in nessuna cena, a prescindere dai commensali, meglio se non sono i responsabili del declino. Infine, non basterà neanche parlare di un qualche Fronte repubblicano da costruire in vista delle elezioni europee del maggio 2019 se non si inizia una campagna “educativa” sull’Europa che c’è e l’Europa che vorremmo. Forse, non è mai troppo tardi, ma qualsiasi opzione si vorrà seguire, sarebbe opportuno partire da quella che, nonostante la fanfara “democratica” della contaminazione delle “migliori culture progressiste del paese”, è stata la reale drammatica carenza del PD: l’inesistenza di una cultura politica. Questo “esercizio” è assolutamente propedeutico a qualsiasi tentativo di ricostruzione di quello che esiste o di creazione di qualcosa di nuovo. Per andare da qualsiasi parte, una cultura politica è la bussola irrinunciabile.

Pubblicato il 18 settembre 2018 su huffingtonpost.it

Orbán sfida l’Europa

La risoluzione Sargentini, dal cognome della parlamentare dei Verdi olandesi che l’ha presentata, costituisce un test rilevante per molti partiti e rappresentanti nel Parlamento Europeo. Chiede di condannare l’Ungheria per violazione dello Stato di diritto. Già approvata in Commissione, la sua approvazione nell’aula del Parlamento europeo appare più complicata per una molteplicità di ragioni e di implicazioni. Da sovranista integrale, che è la qualità che il Ministro degli Interni Matteo Salvini maggiormente apprezza in lui, Viktor Orbán è intervenuto direttamente, non per rispondere sulle violazioni addebitategli, ma per difendere l’Ungheria. In questione, però, è quanto il governo da lui guidato dal 2010 a oggi ha fatto limitando il potere dei giudici, cercando di imbavagliare mass media e università, rendendo difficile e pericolosa la vita dell’opposizione. Anche se approvata la risoluzione Sargentini non avrebbe effetti immediati poiché le sanzioni dovranno essere decise all’unanimità dal Consiglio dei capi di Stato e di governo nel quale è molto probabile Orbán potrà contare sul sostegno della Repubblica Ceca, della Slovacchia e, soprattutto, della Polonia che, quanto a violazione dei diritti, non è certamente seconda all’Ungheria. Tuttavia, il voto del Parlamento europeo conterrà più di un significato politico. Dirà quanti credono fino in fondo che l’Unione Europea deve rimanere un grande spazio di libertà e di diritti. Una non-sconfitta di Orbán soffierebbe nelle vele dei sovranisti e potrebbe fare aumentare il numero di coloro che non tollerano le direttive europee in materia di economia e di immigrazione. A livello delle delegazioni nazionali due sono gli osservati speciali, gli europarlamentari austriaci del Partito Popolare e quelli del Movimento Cinque Stelle. Il cancelliere austriaco Kurz, leader dei Popolari, ha già fatto sapere che i suoi colleghi di partito voteranno la censura al governo ungherese contrariamente agli esponenti alleati del Partito Liberale. In Commissione le Cinque Stelle hanno votato per stigmatizzare il governo ungherese. Invece, gli europarlamentari di Forza Italia voteranno per salvare Orbán con due implicazioni. La prima è che in questo modo sconfesseranno addirittura il Presidente del Parlamento europeo, loro collega di partito, Antonio Tajani. La seconda è che risulterà evidente la loro convergenza con la Lega di Salvini senza che il capo della Lega abbia dato né promesso nulla in cambio. L’ago della bilancia nella votazione è costituito dal Partito Popolare Europeo del quale fanno parte sia Fidesz, Unione Civica Ungherese, il partito del Primo ministro dell’Ungheria, sia Forza Italia. L’eventuale spostamento a destra dei Popolari Europei, guidati dal capogruppo, il democristiano bavarese Manfred Weber, che aspira a diventare il prossimo Presidente della Commissione, carica attribuita al più grande degli schieramenti dopo le elezioni del maggio 2019, sarebbe davvero una pessima notizia per l’Unione Europea.

Pubblicato AGL 12 settembre 2018