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Corbyn è il vecchio, Renzi è borioso. La nuova sinistra è un’altra cosa

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Non sta nascendo una nuova forza progressista europea. Troppe differenze tra il leader Labour, Podemos e Syriza

Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA.it

Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, adesso la vittoria di Jeremy Corbyn alle primarie del partito laburista inglese. In Europa sta nascendo una nuova sinistra? Il politologo Gianfranco Pasquino non sembra troppo convinto. Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, già senatore della Sinistra indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, l’autore del primo ddl sul conflitto di interessi in Italia spiega: «Corbyn non diventerà mai primo ministro. E questo lo sa anche lui». Le differenze con Podemos e Syriza sono tante, a partire dal gap generazionale che divide il politico britannico dagli altri leader. In compenso è basso il rischio di conseguenze politiche per l’Italia. «Se nel Partito democratico ci sarà una scissione – continua Pasquino – sarà solo per colpa della boria di Matteo Renzi».

Professore, in Europa sta nascendo una nuova sinistra?

La vittoria di Corbyn non mi ha sorpreso. Le possibilità sono cresciute nel corso del tempo e negli ultimi giorni prima del voto la sua affermazione era piuttosto annunciata. Ma non sono sicuro che si tratti di un fenomeno europeo. I leader di Podemos e Syriza rappresentano una nuova sinistra, Corbyn rappresenta la vecchissima sinistra già presente nel partito laburista. Consideriamo che siede in Parlamento già dal 1983. Per i laburisti questo è un ritorno al passato. Gli stessi punti programmatici di Corbyn sono espressione del passato. Penso alle nazionalizzazioni, che dovrebbero far rabbrividire qualcuno.

Spagna e Grecia hanno anche una diversa situazione economica rispetto all’Inghilterra.

Se è per questo Spagna e Grecia sono anche due ex regimi, la Gran Bretagna no. Ma c’è anche un’altra differenza. Corbyn ha quasi 70 anni, forse è mio coetaneo. I leader di Syriza e Podemos sono quarantenni: un gap generazionale che si traduce anche in un gap di idee.

A unire queste diverse esperienze politiche forse sono le crescenti disuguaglianze in Europa?

Il filo conduttore, l’unico elemento che vedo, sono i rapporti con l’Europa. Anzi, l’opposizione contro il modo in cui questa Europa si è autogovernata negli ultimi dieci anni.

I critici assicurano che Corbyn è destinato a rappresentare la protesta, mai una posizione di governo.

Sulla base delle tre elezioni perse dai laburisti dal 1983 al 1992 direi che sono d’accordo. Corbyn può rappresentare una ripresa per i laburisti, la creazione di un nuovo partito. Ma penso che neppure lui abbia mai sognato di diventare primo ministro. Anche con la più fervida immaginazione, nel suo orizzonte non c’è questa aspirazione.

In Inghilterra si teme una scissione nel partito. E se invece la scissione arrivasse in Italia? Qualche esponente del Pd potrebbe decidere di dar vita a un nuovo movimento di sinistra anche nel nostro Paese?

Nel partito laburista una scissione ci fu effettivamente nei primi anni Ottanta, con la nascita del partito socialdemocratico. Se pensiamo che 220 parlamentari su 240 non hanno votato per Corbyn, è possibile immaginare che oggi altri si spostino per cercare nuove alleanze. In Italia è diverso. Chi ha guardato altrove come Stefano Fassina non ha fatto molta strada. E credo che Gianni Cuperlo, nonostante condivida l’iniziale del cognome con Corbyn, non abbia intenzione di intraprendere lo stesso percorso. Le vittorie altrui non devono determinare conseguenze per noi. Se ci sarà una scissione sarà per altre logiche, penso alla ristrutturazione del partito. Contro la boria insopportabile di un presidente del Consiglio che è anche segretario del partito. Ecco una differenza, Corbyn non ha alcuna boria, Matteo Renzi ne ha in gran quantità.

Insomma oggi in Europa chi è fuori contesto? Podemos e Syriza, Jeremy Corbyn o il Partito democratico?

Corbyn non è fuori contesto, nel partito laburista quella sinistra è sempre esistita. Siamo noi difformi rispetto al resto d’Europa. Spesso si dimentica la storia. Questo Partito democratico è il prodotto di una fusione tra quello che restava degli ex comunisti e quello che restava degli ex democristiani, all’epoca Margherita. Ed è un partito guidato da un leader che viene dagli ex Dc. Non c’entra nulla con la tradizione europea. Adesso si tenta di costruire un’identità con l’adesione al partito socialista europeo, ma quel dna comune di cui ha recentemente parlato Giorgio Napolitano non esiste.

Pubblicato il 14 settembre 2015

Italia-Renzi è finita la luna di miele? da il @fattoquotidiano

Il Fatto Quotidiano mi ha chiesto cosa ne pensassi.

Ecco le mie dichiarazioni pubblicate a pag 3 Domenica 2 agosto 2015 – Anno 7 – n° 210

Il fatto

A

Personalmente non ho mai creduto molto in questo governo. Le cose che ha realizzato in questo anno e mezzo di potere sono molto meno di quelle che aveva annunciato. Se devo dirla tutta, l’esecutivo di Matteo Renzi mi irrita proprio: è fatto di boria senza gloria. Ha prodotto poche riforme i cui esiti sono ancora più che incerti. Il calo del debito? Non è avvenuto. Il calo della disoccupazione? Non pervenuto. L’aumento del prodotto interno lordo? Non conseguito. Insomma, non è riuscito a cambiare nessuna tendenza rispetto al passato e noi non siamo né più forti né più rispettati in Europa. Inoltre se le riforme sono ferme non è perché il governo è bloccato dal Parlamento. Questa scusa non può reggere. A cominciare dal suo sprezzante capo Matteo Renzi, questo è un governo composto da persone inesperte e, salvo poche eccezioni, non competenti. L’esecutivo non ha la capacità culturale e politica di guidare il parlamento con i sottosegretari a svolgere l’essenziale compito di seguire le commissioni e indirizzarle.

Le mie risposte alle domande* de “Il Sole 24 ORE” su pregi e difetti dell’ #Italicum

1) La riforma che la Camera si avvia ad approvare è buona o cattiva?

– Piuttosto cattiva

2) Se dovesse elencarne i meriti in tre punti, quali citerebbe?

– Un solo merito: il ballottaggio che dà potere reale agli elettori

3) In cosa invece la ritiene sbagliata o migliorabile?

– Sbagliato il premio alla lista; sbagliate le candidature multiple; sbagliata la bassa soglia (3%) per l’accesso al Parlamento

4) I sostenitori della legge ne sottolineano la spinta a favore della governabilità. Lei è d’accordo? E in che modo ciò avverrà?

– Non sanno di che cosa parlano. In nessuna democrazia europea la governabilità dipende dal premio di maggioranza

5) Al contrario i detrattori ne sottolineano i limiti in termini di rappresentatività. Vede anche lei un rischio in questo senso?

– La rappresentatività dipende solo parzialmente dal numero dei partiti “rappresentati” in Parlamento. Dipende dalla competizione fra i partiti costretti ad essere rappresentativi per vincere. Il rischio è troppo potere ad un partito che si convinca di essere il rappresentante della Nazione

6) Una delle obiezioni della Consulta al Porcellum è l’eccessiva disproporzionalità del premio di maggioranza attribuito senza stabilire una soglia minima. L’Italicum prevede una soglia del 40 per cento per ottenere il premio del 15 per cento. Si risponde così alle osservazioni della corte?

– Il premio va al partito che vince al ballottaggio, dunque, ottenendo anche solo un voto in più del 50 per cento dei voti espressi. Di volta in volta si saprà quale percentuale degli aventi diritto sarà rappresentata dai votanti al ballottaggio. Rimane che al primo turno quel partito potrebbe avere ottenuto anche solo il 26 per cento dei voti. Poiché gli verranno assegnati il 54 per cento dei seggi parlamentari, il premio ammonterà ad un sonante  28 per cento. La Corte dovrebbe essere fortemente insoddisfatta

7) Non è un’anomalia in sé applicare un premio di maggioranza sulla base di un sistema proporzionale?

 – Il premio di maggioranza su un sistema proporzionale non è un’anomalia italiana. Già lo abbiamo, con buoni esiti, per l’elezione dei Consigli comunali e dei sindaci

8) La soglia di sbarramento è stata portata al 3 per cento per tutti i partiti. Se si voleva davvero fronteggiare la frammentazione non era meglio una soglia più alta, magari del 5 come in Germania?

– Ovviamente, sì: 5 per cento. Fare come in Germania è molto spesso una cosa buona e giusta

9) Non si rischia in questo modo la “balcanizzazione” delle opposizioni in presenza di un primo partito rafforzato dal premio?

– Fare come nei Balcani è per lo più la cosa cattiva e sbagliata, ma sia Renzi sia Berlusconi erano, e probabilmente continuano ad essere, con motivazioni diverse, d’accordo sulla balcanizzazione delle opposizioni

10) L’altra importante obiezione della Consulta al Porcellum riguarda le lunghe liste bloccate, che non permettevano all’elettore di riconoscere il futuro eletto. La soluzione del capolista bloccato e delle preferenze per tutti gli altri non è un ibrido al ribasso? Soddisfa le indicazioni della Consulta?

– Ibrido pessimo, riprovevole. Lascio il giudizio all’incerta giurisprudenza della Corte. La mia soluzione sarebbe, in linea con il referendum del 1991, una sola preferenza

11) L’Italicum prevede la possibilità di candidature plurime per il posto di capolista. Con il rischio che un elettore scelga un partito in virtù dell’appeal di un capolista ritrovandosi poi ad eleggere un altro candidato. Questo non va contro l’indicazione della Consulta sulla riconoscibilita?

– Ovviamente sì. Cancellare con un tratto di pennarello le candidature multiple (10) sarebbe un atto di semplice decenza

12) Il premio di maggioranza, sia in caso di vittoria al primo turno sia in caso di vittoria al ballottaggio, attribuisce alla prima lista un vantaggio alla Camera di circa 25 deputati. Dal momento che la legge è stata pensata soprattutto in chiave di governabilità, non è un margine troppo esiguo?

– E’ un margine sufficiente per un partito che abbia una vita interna vivace e democratica

13) L’Italicum vieta espressamente gli apparentamenti tra partiti tra il primo e l’eventuale secondo turno di ballottaggio, apparentamenti consentiti in altri sistemi con ballottagio. Non si rischia in questo modo di comprimere troppo il confronto democratico dando tutto il potere ai partiti maggiori?

– La domanda contiene parte della risposta. La parte più importante è che in tutta Europa, tranne in Spagna, almeno finora, i governi sono di coalizione. Sarebbe opportuno consentire le coalizioni al primo turno oppure, almeno, come per i sindaci (la buona legge fatta nel 1993 dal Parlamento su impulso dei referendari, gli apparentamenti per il ballottaggio

14) Non è anomalo posticipare l’entrata in vigore dell’Italicum al luglio 2016 privando il Paese di un efficiente sistema elettorale in caso di necessità?

-Piuttosto che di anomalia parlerei di scommessa o di spadina di Damocle sulla testa dei parlamentari. Comunque, molti dicono, ma non è questa la mia opinione, che, in caso di necessità, evidentemente procurata, ci sarebbe il sistema proporzionale delineato dalla Corte. Pasticcio più pasticcio meno: rassegnatevi

15) L’Italicum vale solo per l’elezione della Camera dei deputati dal momento che c’è un legame politico con la riforma costituzionale ora all’esame del Senato per la terza lettura che abolisce il Senato elettivo trasformandolo in Camera delle Autonomie. Non è irrazionale, nel caso in cui la riforma costituzionale non andasse in porto, andare a votare con due sistemi diversi (l’Italicum per la Camera e il proporzionale Consultellum per il Senato)?

–  A questa domanda passo. Che cosa si può suggerire a sedicenti riformatori pasticcioni? Ricordare loro che un sistema politico è per l’appunto un sistema, non un supermercato, nel quale ciascuna delle componenti è in relazione con le altre e che, di conseguenza, cambiarne una significa dovere tenere conto dell’impatto sulle altre

16) C’è il rischio di introdurre un presidenzialismo di fatto con il maggioritario Italicum e una sola Camera elettiva, come sostengono gli oppositori di questa riforma elettorale?

– Sì, c’è soprattutto il rischio di eccessiva concentrazione di poteri nelle mani del Primo ministro. Non è presidenzialismo. E’ piuttosto il “premierato forte”, che nonostante alcuni cattivi maestri provinciali (che non sanno neanche cosa sia l’analisi comparata dei sistemi politici) e i loro ossequiosi allievi, non esiste da nessuna parte e che toglierà non pochi poteri al Presidente della Repubblica rendendogli impossibile svolgere il ruolo di arbitro, di garante, di contrappeso, persino di rappresentante dell’unità nazionale

*Italicum, 16 domande per capire la riforma – Il Sole 24 ORE 01 maggio 2015 (pagg 11/14)

La terza Repubblica

Pubblicato su terzarepubblica.it il 3 maggio 2015

Lezioni per il governo Renzi

Non è indispensabile che un Presidente del Consiglio sia un’autorità in materia di sistemi elettorali né un noto studioso di regimi democratici. Però, in un paese nel quale la società che ama definirsi civile continua a conoscere molto poco di politica e di costituzione, quel Presidente del Consiglio dovrebbe predicare bene (e, se mai ci riuscisse, a razzolare meglio) proprio come ha tentato di fare l’ex-Presidente Napolitano. Invece, forse trascinato dal luogo, la School of Government (ma Renzi, tranquillizzatevi, non ha parlato in inglese) della Luiss, il capo del governo italiano si è fatto, inconsapevolmente e azzardatamente, politologo e giurista, un misto fra Montesquieu e Kelsen. Prima ha affermato con sicurezza (sicumera?) che “fra cinque anni mezza Europa si doterà dell’Italicum”, legge elettorale che, incidentalmente, non è neppure ancora stata approvata in Italia, alla faccia della “velocità” a più di undici mesi dal suo ingresso nelle aule parlamentari. Poi, ha argomentato quello che qualcuno, i professori non pigri (i pigri gli rimproverano una “deriva autoritaria”, mentre è soltanto una deriva confusionaria), definirebbe decisionismo. Le affermazioni di Renzi meritano di essere citate: “Il sistema in cui non decide nessuno si chiama anarchia, quello in cui uno può decidere si chiama democrazia. Il diritto/dovere di rispettare l’esito del voto e consentire al partito che ha vinto le elezioni di realizzare il programma, è la banalità, l’abc di un sistema di governance: senza non c’è possibilità per l’Italia di essere credibile”.

Per valutare la correttezza della previsione che le altre democrazie europee cambieranno i loro sistemi elettorali in vigore da decine d’anni per sceglierne uno mai collaudato, è sufficiente lasciare passare il tempo. Sulla teorizzazione del decisionismo che, affidato ad una sola persona, si chiamerebbe “democrazia”, si possono, invece, fare molte osservazioni accompagnate dal dovuto rimprovero ai politologi della Luiss di non avere rispettosamente, ma fermamente, corretto il Presidente del Consiglio. Primo, il sistema nel quale decide uno solo non si chiama democrazia, ma potrebbe essere autoritarismo (qualora alcune poche associazioni mantengano un po’ di potere, di veto e non di decisione politica) oppure totalitarismo, quando esiste un leader massimo. Anche quando quel presunto decisore singolo è stato eletto direttamente dal popolo — che non è il caso di Renzi–, per esempio, nelle democrazie presidenziali o semi-presidenziali, gli tocca decidere insieme con altri, come Obama (non come Putin) che deve tenere conto dei potenti Senatori e Rappresentanti ciascuno eletto in collegi uninominali. Democrazia è quando decidono le maggioranze che hanno avuto un mandato elettorale e lo fanno sempre rispettando i diritti delle minoranze, mai schiacciandole né cercando di spezzettarle. Semmai, l’abc della governance democratica è che chi decide, oltre a rispettare gli spazi di autonomia delle altre istituzioni, Parlamento, Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, si assume la responsabilità (parola che non appare nel discorso politologico di Renzi) delle decisioni.

Quanto alla credibilità dell’Italia, nessuno in Europa l’ha mai valutata sulla base della velocità di decisioni prese da una sola persona, chiunque egli/ella fosse, tutti essendo consapevoli della irriducibile complessità della politica e della vita democratica. Il criterio fondamentale che tuttora applicano gli altri capi europei di governo, nessuno dei quali è preoccupato dal non avere l’Italicum né impegnato a formularne uno a suo uso e consumo, è che le decisioni promesse e prese siano davvero applicate. Con pazienza, con precisione, con l’impegno a riformare le politiche che non funzioneranno. Questo, non soltanto in Europa, si chiama democrazia più riformismo. Questa una buona Scuola di Governo e un bravo (e informato) Presidente del Consiglio dovrebbero volere e sapere insegnare agli italiani, studenti, docenti, cittadini.

Pubblicato AGL 27 marzo 2015

Quell’idea di nazione e di Europa

Il Presidente che se ne va ha fatto tutto il possibile per “tenere insieme” un sistema politico che stava disgregandosi. Ha fatto moltissimo, secondo alcuni anche troppo. Probabilmente se ne va con un po’ di amarezza e di preoccupazione, consapevole che il sistema non è ancora messo in sicurezza e che proprio la scelta del suo successore potrebbe produrre forti tensioni. Due stelle polari hanno guidato l’azione di Napolitano per quasi nove lunghissimi anni: un’idea di nazione, una visione dell’Europa. Come quasi nessun altro prima di lui, il Presidente Napolitano ha inteso rappresentare “l’unità nazionale” come il suo fondamentale compito a norma di Costituzione. L’ha fatto spingendo i partiti politici e i loro dirigenti a trovare accordi e a prendere decisioni condivise. Le “larghe intese” sono state una delle modalità di rappresentare l’unità nazionale e di procedere a riforme, socio-economiche e istituzionali, tuttora, però, incompiute. L’ha fatto opponendosi a scioglimenti anticipati del Parlamento, richiesti da una classe politica composta da ignavi e da presuntuosi, che avrebbero logorato le istituzioni e gli stessi cittadini elettori senza risolvere nessun problema. L’ha fatto nominando tre capi del governo e sostenendoli fin dove poteva con il suo prestigio, le sue indicazioni, i suoi consigli, preziosissimi perché derivanti da cinquant’anni di onorata esperienza politico-parlamentare. L’ha fatto, infine, “predicando” i valori della libertà, della partecipazione, dell’appartenenza a una stessa comunità, del senso civico, dell’impegno politico. Sono valori tanto più credibili poiché da lui non soltanto annunciati, ma coerentemente praticati.

Quella visione d’Europa, di un continente che si unifica politicamente anche perché condivide una storia, tragica, ma superata, che è fondato su valori occidentali diventati universali, che si oppone alla violenza e al fondamentalismo di tutti i tipi, ha fatto la sua (ri)comparsa nella grande marcia di Parigi. Il Presidente Napolitano, sulla scia del grande combattente federalista Altiero Spinelli, l’aveva fatta sua, interpretata e manifestata da almeno quarant’anni. L’ha ripetutamente richiamata nell’assoluta consapevolezza che unicamente in Europa, grazie all’Unione Europea, agendo credibilmente e responsabilmente, l’Italia e gli italiani (ri)troveranno la strada della crescita, non soltanto economica, ma politica e culturale. I capi di governo e di Stato europei e molte università in Italia e nel continente hanno dato ampio riconoscimento all’europeismo di Napolitano che, purtroppo, continua a non essere pienamente, in maniera convinta e operosa, tradotto in comportamenti proprio in Italia.

Chiarissimo, ampio e positivo il lascito di Napolitano potrà durare esclusivamente se chi gli succederà, uomo o donna, avrà, se non le sue stesse, probabilmente inimitabili, qualità, almeno la volontà e le capacità per svolgere i difficilissimi compiti che l’Italia ha di fronte. Napolitano è stato molto più di un arbitro, ancorché severo, e di un garante autorevole. Ha voluto e saputo essere il garante dei cittadini, non dei dirigenti di partito, il garante del buon funzionamento delle istituzioni, non dei detentori delle cariche. Il Presidente Napolitano è anche stato, nei limiti della Costituzione ma, talvolta, anche proiettandosi per necessità oltre, senza mai violarla, un protagonista. Questo suo innegabile protagonismo ha anche significato l’ineludibile presa d’atto che la Costituzione, da lui celebrata nel 2008 come una splendida sessantenne con poche rughe, è esigente con tutti, dai cittadini al Presidente della Repubblica, ai quali impone doveri democratici. Indiscrezioni suggeriscono che Napolitano, tornato, in veste diversa, Senatore a vita, si appresta a votare il suo successore. Auguriamo a lui e a noi tutti che il successore sia più che degno, quindi non una persona di basso profilo e di limitata autonomia politica, altrimenti turbolentissimi saranno i tempi della Repubblica.
Pubblicato Agl 14 gennaio 2015

Non basta andare di corsa

Il “passo dopo passo” dichiarato da Renzi a conclusione di quello che doveva essere un importante Consiglio dei Ministri rappresenta un significativo arretramento rispetto alla avventata promessa iniziale di “una riforma al mese” oppure è il segno di un ritrovato pragmatismo? Il Presidente del Consiglio sembra essersi accorto che per governare un paese complesso come l’Italia, popolato da quelli che lui chiama gufi e rosiconi, infestato da professoroni, bloccato da burocrati e banchieri, non basta correre. Non basta inviare molti tweet (facendo affidamento sui giornalisti amichevoli). Bisogna riflettere, selezionare, investire tempo ed energie, convincere. Soprattutto, è venuta l’ora di indicare un progetto di lungo periodo (Renzi si è dato un orizzonte di mille giorni a partire dal primo settembre) e di formulare una strategia. Infatti, l’Italia è stata bloccata da governi come, in particolare, ma non esclusivamente, quelli guidati da Berlusconi, che di strategie di lungo periodo, tranne quella della propria sopravvivenza, non ne avevano proprio. Correre e fare in fretta sono due modalità d’azione, qualche volta apprezzabili anche in politica, ma non si trasformano automaticamente in nessuna strategia in grado di mobilitare le forze vitali di coloro, che quasi sicuramente non sono la maggioranza in Italia, vale a dire, i riformisti, che vogliono davvero cambiare, lavorando.

Alla necessità di dare contenuti chiari e precisi ai suoi provvedimenti, a non affastellare, ma a tenere distinti i diversi ambiti delle riforme e a stabilire una sequenza di priorità, Renzi è stato richiamato dal Presidente Napolitano il quale, oramai da vero e severo governante ombra, ha poi anche discusso di cifre, conti, coperture con il Ministro dell’Economia. In Europa, non basterà replicare al settimanale “‘Economist” gustando ostentatamente gelati (italiani, of course) e neppure dicendo che stiamo già facendo i compiti a casa, che non è del tutto vero. Bisognerà, invece, conquistare la flessibilità possibile sulla base di riforme italiane che sveltiscano il funzionamento della giustizia civile, la quale, oltre ad essere un costo sistemico per l’Italia, scoraggia gli investimenti stranieri, e che rendano più efficiente la burocrazia e migliore la scuola. Di sicuro, la burocrazia, che per natura è inevitabilmente una struttura popolata da conservatori, si opporrà a qualsiasi riforma, in modo speciale a quelle che colleghino carriera e stipendi alla produttività e all’efficienza. Tuttavia, un attacco frontale ai burocrati senza distinguere fra loro gli efficienti e gli indispensabili dai troppi altri provoca soltanto rigetto ed è destinata, se non a fallire, a dare scarsi e sterili frutti. Un discorso molto simile vale per la scuola sulla alquanto abborracciata riforma della quale lo stesso Napolitano, che non è un esperto, ha chiesto a Renzi chiarimenti e approfondimenti.

L’entusiasmo seguito al tanto inaspettato quanto straordinariamente positivo risultato per il PD e, indirettamente, per il suo segretario-capo del governo, delle elezioni europee del maggio sembra sostanzialmente svanito. Il Presidente del Consiglio rincorre qualche successo di prestigio, come, ad esempio, la nomina di Federica Mogherini a responsabile della politica estera dell’Unione Europea: un riconoscimento, ma anche una difficile sfida. Gli operatori economici, italiani e soprattutto europei, attendono, invece, di vedere una strategia di fondo che si proponga di portare l’Italia fuori dalla recessione. Efficace è lo slogan del decreto “Sblocca-Italia”, ma per andare in quale direzione, perseguendo quali obiettivi prioritari e con quali modalità? Oltre al tempo per correre, c’è anche un tempo per riflettere, magari, in questo caso, concentrandosi, studiando (in fretta) e andando al di là del troppo ristretto e non abbastanza attrezzato cerchio dei consiglieri del Presidente del Consiglio.

Pubblicato AGL domenica 31 agosto 2014

Rimandati a settembre

Viviamo in un mondo difficile. Ci sono brutte guerre in diverse aree, la più pericolosa è quella fra Israele e Hamas. Proliferano anche intrattabili guerre civili: dall’Ucraina alla Libia, dalla Siria all’Iraq. Qualcuno critica “il silenzio dell’Europa”, ma certamente non è possibile sostenere che “le parole dell’ONU” si stiano dimostrando utili a porre fine alla guerra in Palestina né altrove. Nessuno Stato nel mondo islamico sa fare di meglio; anzi, spesso, quei governi autoritari e corrotti sono gran parte del problema. Ciò detto, quando il segretario di un partito italiano, il Partito Democratico, si avventura nella sua lunga relazione alla Direzione a parlare della politica e della guerra nel resto del mondo dovrebbe essere in grado di dare indicazioni precise e operative. Altrimenti la sua analisi diventa un diversivo dai temi spinosi che lo riguardano più direttamente. Questa è l’impressione che ho tratto guardandolo e ascoltandolo in streaming. I tiepidi applausi che hanno accolto la relazione di Matteo Renzi suggeriscono che il suo sogno di mezz’estate di produrre riforme incisive e decisive non sta traducendosi in realtà. Lo scarno e moscio dibattito successivo non ha fatto emergere proposte sensazionali.

Certo, la riforma del Senato va avanti con lentezza e con una pluralità di inconvenienti ai quali probabilmente porranno rimedio le doppie letture (ah, il pregio del bicameralismo!). Quanto all’Italicum, ovvero alla riforma della legge elettorale approvata in prima lettura alla Camera dei deputati, il segretario ha sostanzialmente chiesto e ottenuto una sorta di delega a ri-negoziarne il testo in alcuni punti cruciali. E’ un segnale a doppio taglio. Il lato positivo è che il segretario ha, seppur tardivamente, preso atto che, nella sua stesura attuale, l’Italicum non è una buona riforma; dunque, bisogna introdurvi correttivi anche profondi. Il lato negativo è che l’accordo su quali correttivi va cercato con Berlusconi che, dal canto suo, non sa esattamente, non che cosa vuole, ma che cosa gli conviene, tranne, è l’unico suo punto fermo, che gli preme continuare a nominare tutti i suoi parlamentari. Quindi, da Berlusconi verrà un no alle preferenze e, a maggior ragione, un no ai collegi uninominali. Il negoziato con Berlusconi si blocca lì dove, forse, Renzi riuscirebbe a incontrare le richieste e le aspettative del Movimento Cinque Stelle e, se intende abbassare le soglie di accesso al Parlamento (ovvero, prossimamente, alla sola Camera dei deputati), anche quelle di Sinistra Ecologia Libertà. Dall’alto del 40,8 per cento dei voti “europei”, il PD di Renzi annuncia che con il partito di Vendola rimangono le alleanze politiche già in esistenza, ma che nelle prossime elezioni amministrative (e più tardi politiche)il PD è convinto che, anche senza alleanze, otterrà ottimi risultati. Addirittura, Renzi sostiene che l’ostruzionismo parlamentare sta facendo gradualmente, ma inesorabilmente crescere la percentuale dei voti per il PD.

Un conto sono le cose, belle e meno belle, sul piano nazionale e sulle riforme istituzionali, ma dall’Unione Europea non smettono di guardare e di monitorare i comportamenti dei governanti italiani. Probabilmente, le parole dure di Renzi nei confronti dei tecnici, dei tecnocrati e, in buona sostanza, di Cottarelli, che ha il compito di ridurre e tagliare le spese degli apparati dello Stato, non saranno piaciute né ai Commissari europei né agli esperti dei governi dell’UE. Nessuno può credere che sono state le politiche dell’Unione Europea a creare disoccupazione in Italia e a ingrassare il nostro ingente debito pubblico. L’Unione Europea non può essere un capro espiatorio della cattiva condotta nazionale, ma neanche possiede la bacchetta magica per risolvere i problemi di nessun Stato-membro. I famosi “compiti a casa”, adesso certamente da intendersi come “compiti delle vacanze”, è assolutamente necessario farli. Chiamandoli spesso per nome di battesimo, Renzi ha lodato i suoi compagni di classe, vale a dire, i suoi ministri. Però, alla luce dei risultati finora conseguiti, tutta la classe deve ritenersi rimandata a settembre.

Pubblicato AGL 1 agosto 2014

A Manciano (GR) domenica 15 giugno

Manciano

Dalle elezioni europee alle amministrative, dal semestre italiano alle riforme nazionali.

Domenica 15 giugno 2014 ore 18

Piazza della Rampa – Manciano (GR)

Incontro promosso dall’unione comunale del Partito Democratico di Manciano

 

Manciano: “Un paese che esce dalle ultime elezioni con un’indicazione omogenea su tutto il territorio, un partito che con il 40,8 per cento dei voti riceve il mandato per una vocazione nazionale. Come cambierà il paese, e come cambierà il Pd? E come riusciranno, insieme, a cambiare l’Europa”?

L’unione comunale del Pd di Manciano invita tutti i cittadini a discuterne insieme a tre osservatori eccellenti:

– Sergio Rizzo, giornalista del “Corriere della Sera”

– Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica

– Paolo Freguglia, docente al Disim, Università dell’Aquila

Conciliare sogni e concretezza

La cultura e la scuola ci salveranno, sostiene il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, contro i molti che pensano che gli insegnanti siano il problema. L’Europa, quella “cosa” bella sognata da un uomo confinato a Ventotene nel pieno della Seconda Guerra mondiale (magari sarebbe stato preferibile farne il nome: Altiero Spinelli), è il luogo dove troveremo molte soluzioni ai problemi italiani se sapremo comportarci come si deve. L’Europa è il luogo dove dal 1 luglio il Presidente del Consiglio italiano si troverà a collaborare con gli altri capi di governo europei per il suo importante semestre di Presidenza. In maniera molto disinvolta, qualche volta fin troppo (le mani in tasca), Renzi ha cercato di parlare di più alla società che alle istituzioni e ai suoi rappresentanti. Nella parte iniziale del suo intervento, probabilmente, la parte migliore, ha ricordato a tutti, che la politica è un’attività nobile e che chi disprezza la politica non sarà mai grado di guidare una società. Secondo lui, ma la diagnosi è controversa, la società italiana è, da parecchi anni, più avanti della politica cosicché da tempo la politica deve rincorrere la società. La potrà raggiungere esclusivamente se saprà fare le riforme, quelle istituzionali e quelle socio-economiche. Le riforme istituzionali, a cominciare dall’abolizione, urgentissima, delle province e poi dall’approvazione della legge elettorale e, detto con qualche esitazione, vista la sede in cui parlava, del Senato, debbono essere fatte con tutti coloro che le condividono. Le altre non escludono apporti fuori della maggioranza di governo, ma richiedono compattezza e concretezza.

A tratti, Renzi, che non leggeva un testo scritto, è sembrato persino troppo sicuro di sé, accettando, addirittura incentivando, qualche interruzione ad opera dei senatori, in particolare di quelli delle Cinque Stelle da lui sfidati. Qualche volta ha mostrato eccessi di autostima, ricorrendo a una terminologia inusuale nelle aule parlamentari quasi a marcare con lo stile il distacco da un passato in verità molto prossimo e nient’affatto superato. In maniera non proprio originale, ha insistito alla Veltroni sui sogni e sul coraggio. Ha fatto qualche esempio, non sempre calzante, per rendere vivace la sua esposizione. Ha tentato una difficile conciliazione fra coloro che vorrebbero procedere a un’integrazione a maglie larghe degli immigrati (concedendo subito la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia) e coloro che difendono l’identità italiana come un baluardo invalicabile. E’ sembrato disposto a non pochi compromessi, a suo modo di vedere, essenziali per trovare punti d’accordo.

Nel complesso, il suo discorso, interrotto da non molti applausi, ha spiccato soprattutto per il modo con il quale veniva pronunciato, molto meno per la concretezza, rivendicata, ma non sufficientemente esplicitata. I numeri e le date sono stati pochi. I costi e i tempi delle riforme, in special modo, quella cruciale della burocrazia, affidata a una neo-Ministra non proprio preparatissima, non ci è dato conoscerli, mentre prima di entrare in carica Renzi aveva baldanzosamente garantito l’attuazione di una riforma importante al mese. Sono stati i due banchi del governo a mandare un visibilissimo (e, in linea di principio, positivo) segnale: una nuova generazione, salve tre o quattro eccezioni, ha conquistato le cariche e ha conseguito la parità di genere. Le parole del premier, non tutte scelte ad arte, ma a lui congeniali, indicano che almeno il lessico è già cambiato. Non è necessariamente migliore del linguaggio dei politici più capaci della Repubblica, il migliore dei quali sta al Quirinale, ma costruisce aspettative di cambiamento. Però, l’indispensabile passaggio dalle parole ai fatti, quello che Renzi ha insistentemente rimproverato al suo predecessore Letta di non avere saputo fare, rimane inevitabilmente ancora tutto da costruire.

 

Pubblicato AGL  25 febbraio 2014

Il predicatore disarmato

Non un re, ma un predicatore disarmato: così è apparso il Presidente Napolitano nel suo ottavo discorso di Capodanno. La troppo frequentemente utilizzata metafora del re è assolutamente inappropriata. Da un lato, Napolitano è stato democraticamente eletto e rieletto da due parlamenti diversi per composizione politica e demografica, con il secondo parlamento, l’attuale, significativamente ringiovanito. Dall’altro, non soltanto non desiderava la rielezione e non l’ha in nessun modo sollecitata, ma la aveva anche dichiarata inopportuna per ragioni istituzionali e personali. Lo ha ribadito nel suo più del solito asciutto, sobrio, severo discorso di Capodanno annunciando (non minacciando) anche la sua intenzione di andarsene quando la situazione italiana sarà migliorata, quando la sua pres(id)enza non sarà più necessaria. Non essendo un re, Napolitano non ha un erede designato ed è lecito dubitare che il Parlamento partorito dal Porcellum incontrerà enormi difficoltà, notissime al Presidente, nell’elezione del suo successore: una ragione in più per non uscire frettolosamente di scena.

Non un re, ma un predicatore il quale, però, è disarmato. Deve agire, e Napolitano lo sottolinea puntigliosamente, ma senza astio, subendo una “campagna calunniosa di ingiurie e di minacce”, sostanzialmente prive di fondamento e addirittura ridicole. I suoi comportamenti, anche i più innovativi e sorprendenti  non hanno mai travalicato i limiti dei suoi poteri costituzionali. Contrariamente ai suoi disinvolti e supponenti critici, giunti a sventolare la carta della messa in stato d’accusa, Napolitano conosce quei limiti e anche le opportunità molto meglio di tutti loro, compresi i giuristi “presidenziabili” secondo  Grillo e Travaglio. Lo ha dimostrato in più occasioni, la più recente delle quali è sfociata nella riscrittura ad opera del governo di un deprecabile decreto, da lui subito respinto. Lo dimostra sostenendo il governo contro tendenze destabilizzanti e distruttive che renderebbero impossibile formulare disegni di ripresa che hanno bisogno di un orizzonte più lungo. E’ la concezione che Napolitano ha dell’unità nazionale, inevitabilmente non condivisa dalla neanche troppo strana coppia dei leader extraparlamentari Grillo e Berlusconi,  che motiva la sua convinzione che le scelte del governo debbano essere lungimiranti e continuative.

Come molti si aspettavano e avevano fin troppo facilmente previsto, il Presidente ha giustamente insistito sulla necessità di riformare la politica e le istituzioni, a cominciare dalla legge elettorale. Peccato che, dopo avere sottolineato il ruolo centrale del Parlamento, il Presidente abbia detto che non spetta a lui indicare concretamente e precisamente i contenuti delle riforme da fare. Eppure sarebbe davvero importante sentire dalla sua voce (o dalla sua penna, con un solenne Messaggio al Parlamento)quale legge elettorale consentirebbe di avere un Parlamento migliore, di dare vita ad una dialettica politica fatta di confronto di idee e di proposte, di restituire potere agli elettori, di costruire governi stabili e duraturi. Non basterà il sacrificio dei cittadini italiani di cui il Presidente ha letto alcune lettere accorate nel tono, molto civili nella sostanza. Sarà certamente utile il coraggio di innovare da parte di molti imprenditori. Tuttavia, se non cambiano profondamente le modalità di fare politica in Italia non sarà possibile sfruttare l’importante occasione del semestre italiano di Presidenza in Europa, quell’Europa dei valori e dei diritti nella quale Napolitano crede profondamente. Quell’Europa che costituisce un altro dei temi che lo separano dai suoi critici, più o meno populisti, certamente ignoranti e manipolatori. L’esercizio presidenziale di moral suasion continua con tenacia, sostenuto dalla convinzione che qualche volta le idee riescono a fare breccia nel muro di gomma del potere, che i predicatori disarmati riescono ad avere successo. Gli italiani e il governo sanno di potere contare sulla competenza costituzionale e sulla saggezza politica del Presidente. A ognuno la sua parte.