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Il predicatore disarmato

Non un re, ma un predicatore disarmato: così è apparso il Presidente Napolitano nel suo ottavo discorso di Capodanno. La troppo frequentemente utilizzata metafora del re è assolutamente inappropriata. Da un lato, Napolitano è stato democraticamente eletto e rieletto da due parlamenti diversi per composizione politica e demografica, con il secondo parlamento, l’attuale, significativamente ringiovanito. Dall’altro, non soltanto non desiderava la rielezione e non l’ha in nessun modo sollecitata, ma la aveva anche dichiarata inopportuna per ragioni istituzionali e personali. Lo ha ribadito nel suo più del solito asciutto, sobrio, severo discorso di Capodanno annunciando (non minacciando) anche la sua intenzione di andarsene quando la situazione italiana sarà migliorata, quando la sua pres(id)enza non sarà più necessaria. Non essendo un re, Napolitano non ha un erede designato ed è lecito dubitare che il Parlamento partorito dal Porcellum incontrerà enormi difficoltà, notissime al Presidente, nell’elezione del suo successore: una ragione in più per non uscire frettolosamente di scena.

Non un re, ma un predicatore il quale, però, è disarmato. Deve agire, e Napolitano lo sottolinea puntigliosamente, ma senza astio, subendo una “campagna calunniosa di ingiurie e di minacce”, sostanzialmente prive di fondamento e addirittura ridicole. I suoi comportamenti, anche i più innovativi e sorprendenti  non hanno mai travalicato i limiti dei suoi poteri costituzionali. Contrariamente ai suoi disinvolti e supponenti critici, giunti a sventolare la carta della messa in stato d’accusa, Napolitano conosce quei limiti e anche le opportunità molto meglio di tutti loro, compresi i giuristi “presidenziabili” secondo  Grillo e Travaglio. Lo ha dimostrato in più occasioni, la più recente delle quali è sfociata nella riscrittura ad opera del governo di un deprecabile decreto, da lui subito respinto. Lo dimostra sostenendo il governo contro tendenze destabilizzanti e distruttive che renderebbero impossibile formulare disegni di ripresa che hanno bisogno di un orizzonte più lungo. E’ la concezione che Napolitano ha dell’unità nazionale, inevitabilmente non condivisa dalla neanche troppo strana coppia dei leader extraparlamentari Grillo e Berlusconi,  che motiva la sua convinzione che le scelte del governo debbano essere lungimiranti e continuative.

Come molti si aspettavano e avevano fin troppo facilmente previsto, il Presidente ha giustamente insistito sulla necessità di riformare la politica e le istituzioni, a cominciare dalla legge elettorale. Peccato che, dopo avere sottolineato il ruolo centrale del Parlamento, il Presidente abbia detto che non spetta a lui indicare concretamente e precisamente i contenuti delle riforme da fare. Eppure sarebbe davvero importante sentire dalla sua voce (o dalla sua penna, con un solenne Messaggio al Parlamento)quale legge elettorale consentirebbe di avere un Parlamento migliore, di dare vita ad una dialettica politica fatta di confronto di idee e di proposte, di restituire potere agli elettori, di costruire governi stabili e duraturi. Non basterà il sacrificio dei cittadini italiani di cui il Presidente ha letto alcune lettere accorate nel tono, molto civili nella sostanza. Sarà certamente utile il coraggio di innovare da parte di molti imprenditori. Tuttavia, se non cambiano profondamente le modalità di fare politica in Italia non sarà possibile sfruttare l’importante occasione del semestre italiano di Presidenza in Europa, quell’Europa dei valori e dei diritti nella quale Napolitano crede profondamente. Quell’Europa che costituisce un altro dei temi che lo separano dai suoi critici, più o meno populisti, certamente ignoranti e manipolatori. L’esercizio presidenziale di moral suasion continua con tenacia, sostenuto dalla convinzione che qualche volta le idee riescono a fare breccia nel muro di gomma del potere, che i predicatori disarmati riescono ad avere successo. Gli italiani e il governo sanno di potere contare sulla competenza costituzionale e sulla saggezza politica del Presidente. A ognuno la sua parte.


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