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Doppio stop per le destre nel voto UE

Non so se le due importanti votazioni di ieri sono state il canto del cigno di un Europarlamento nel quale i rappresentanti dei partiti europeisti eletti nel maggio 2014 godono di un’ampia maggioranza. Però, sono sicuro che quei due voti hanno rincuorato tutti i sinceri europeisti incoraggiandoli a fare una campagna elettorale molto dinamica e propositiva in vista delle elezioni di fine maggio 2019. Due terzi degli Europarlamentari hanno finalmente deciso che colossi come Google e come Facebook non possono appropriarsi di quanto appare nella stampa e di quanto prodotto da chi scrive e canta musica, facendoli propri e traendone grandi, persino ingenti, vantaggi economici. Proteggere il copyright esigendo adeguate ricompense non è soltanto cosa giusta, ma contribuisce anche alla buona comunicazione politica (sociale, economica e culturale) consentendo ai piccoli che hanno cose da dire di non venire strangolati e schiacciati da colossi il cui interesse alla buona politica e alla buona società sfugge a me come alla grande maggioranza degli europarlamentari di ventotto Stati-membri dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, l’Europarlamento ha votato stigmatizzando gravi e persistenti violazioni dello Stato di diritto ad opera del governo del Primo ministro ungherese Viktor Orbán. Più di due terzi di europarlamentari hanno ritenuto convincente la risoluzione presentata dalla verde olandese Judith Sargentini, non contro l’Ungheria, ma contro i comportamenti e la legislazione di quel governo per imbavagliare i mass media, “normalizzare” le università, a cominciare dalla Central European University, fondata e finanziata dal banchiere di origine ungherese George Soros, reprimere l’opposizione. Certo, il rifiuto sprezzante del Primo ministro ungherese di accogliere i migranti “redistribuibili” ha complicato la sua situazione.

Nonostante qualche tentennamento, il Partito Popolare Europeo al quale Orbán porta molti voti e seggi ha tenuto la barra. Da un lato, i Popolari austriaci hanno votato per le sanzioni e la libertà di coscienza non ha prodotto defezioni rilevanti. Dall’altro, però, Forza Italia ha rinsaldato da posizioni di debolezza un deplorevole asse sovranista con la Lega di Salvini. Brutto segno, ma forse chiarificatore, per tutti quelli che in Italia si illudono di costruire un vasto arco/fronte di europeisti veri e sinceri da contrapporre alla Lega sovranista-populista anti-europeista alla quale sta lavorando Salvini. Le Cinque Stelle hanno esibito un’altra volta un comportamento schizofrenico, votando per sanzionare le violazioni ungheresi allo Stato di diritto, ma opponendosi alla protezione del copyright. Le dichiarazioni di Di Maio, che ha gridato alla censura (per Google e Facebook?) sostenendo che l’Europarlamento dovrebbe vergognarsi, appaiono imbarazzanti e preoccupanti. Per adesso, chi vuole un’Europa più democratica e più giusta può godersi due vittorie importanti di buon auspicio per il prossimo importantissimo Europarlamento.

Pubblicato AGL 13 settembre 2018

I commenti e la “farina” dei giudizi

Faccio molta fatica a vedere dove sta lo scandalo se un commentatore del “Financial Times” scrive che le riforme costituzionali di Renzi sono “un ponte verso il nulla”. Faccio molto meno fatica, ma provo parecchio fastidio, quando la stampa italiana, i suoi commentatori, i guru televisivi riportano con grande rispetto ed esagerato provincialismo qualsiasi affermazione delle banche d’affari USA, delle agenzie di rating, di qualche ambasciatore, di alcuni professori di storia (ma non di geografia) non particolarmente noti per essere esperti della complicata politica italiana. Nessuno che si chieda mai da dove traggono le loro opinioni i diversi commentatori della politica italiana, compresi, sia chiaro, i corrispondenti delle varie testate estere? Possibile che nessuno sappia e dica alto e forte che molto dipende dalle fonti alle quali attingono i giornalisti che, spesso, in questa come in troppe altre occasioni, fanno affidamento su qualche battuta scambiata al telefono con uno, lo dirò proprio così, di noi, incontrato per caso, sembrato simpatico e persino autorevole, ma i cui giudizi dovrebbero pur sempre, non tanto essere accompagnati da giudizi contrapposti, ma da un minimo di controllo sulla loro corrispondenza alla realtà?

È plausibile che faccia male io a sostenere che tanto il “Wall Street Journal” e la banca d’affari JP Morgan quanto l’Ambasciatore USA e l’agenzia di rating Fitch hanno sostanzialmente utilizzato poche affermazioni raccogliticce piuttosto che ricorrere a informazioni e dati che nel loro paese verrebbero accuratamente controllate? No, sono i giornalisti italiani che sbagliano a riportare queste opinioni senza chiedere, basterebbe anche una semplice telefonata, grazie a quale fonte: persona, libro, ricerca, sondaggio, Facebook e Twitter, sono state elaborate quelle interpretazioni e, nel caso del referendum, le valutazioni sia delle riforme costituzionali sia, non soltanto qualora risultasse vittorioso il NO, delle conseguenze.

Naturalmente, alcuni degli studiosi italiani di politica e di economia sono noti all’estero. Vengono più o meno spesso intervistati. Scrivono articoli e pubblicano libri, in inglese, il che accresce le loro probabilità di essere letti. Tuttavia, per ottenere il doppio esito di influenzare le opinioni altrui ed essere citati è indispensabile che le loro opinioni e le loro ricerche siano affidabili e, in misura, più o meno grande, comunque sempre variabile, appaiano convincenti, dotate di potere esplicativo. Nel pieno della crisi 1992-1994, il famoso, abitualmente definito “autorevole”, settimanale inglese “Economist” mi intervistò, si appropriò della mia valutazione: “La crisi è creativa”, e la utilizzò, senza citarmi. Molti, in Italia, invece, citarono l’Economist per lo più in maniera approvativa. Se, adesso, il “Financial Times” indirettamente utilizza come fonte un lungo commento, di cui sono stato autore unitamente a Andrea Capussela, pubblicato e visibile sul sito della London School of Economics, non posso che esserne lieto. Condivido quasi tutte le valutazioni che l’autore dell’articolo del FT dà delle riforme costituzionali di Renzi, ma non sono un’eminenza grigia e neppure un suggeritore. L’articolo è e rimane (apprezzabile) farina del sacco dell’autore inglese. Chi non condivide produca altra, controllabile e migliore farina!

Pubblicato AGL 7 ottobre 2016

Articolo 138. Referendum o plebiscito?

testata

Ho letto una bellissima frase di Emma Bonino:

penso sempre che siamo persone d’altri tempi, possibilmente quelli futuri“.

Dice e ripete il governante Renzi, aggiunge e insiste la Ministra Boschi: “chiederemo un referendum sulle riforme istituzionali”. Dovranno spiegare come poiché l’art. 138 è assolutamente limpido nella sua statuizione relativa a chi e quando può chiedere un referendum su riforme costituzionali. Anzitutto, il referendum non può tenersi se le riforme sono state approvate in seconda lettura dai due terzi della Carnera e del Senato. Incredibilmente, il governo Renzi ha addirittura fatto balenare l’opportunità di impedire agli eventuali due terzi di manifestarsi nel voto affinché si possa tenere il referendum! A proposito dei due terzi, qualche ineffabile costituzionalista non-riformatore ha addirittura suggerito che l’art. 138 fosse riformato imponendo per l’approvazione di qualsiasi riforma costituzionale una maggioranza di due terzi con l’esito molto probabile che nessuna riforma sarebbe mai approvata oppure soltanto quelle di bassissimo livello, piccole variazioni, “razionalizzazioni” in politichese. Semmai, dovrebbe essere proprio il contrario: riforme approvate da qualsiasi maggioranza sono tutte sottoponibili a referendum.

Fermo deve restare che qualsiasi referendum costituzionale è facoltativo, mai obbligatorio. Spetta, se lo desiderano, a un quinto dei parlamentari oppure cinque consigli regionali oppure cinquecentomila elettori, richiedere il referendum. Da nessuna parte sta scritto nella Costituzione italiana, che non ha ancora settant’anni…, che il governo ha la facoltà e il potere di imporre un referendum sulle sue riforme. Sì, lo so che i corifei di Renzi-Boschi, i costituzionalisti di corte (aspiranti alla Corte costituzionale) diranno gonfiando il petto e impostando la voce, pardon il twitter, che non sarà il governo a chiederlo, ma il Partito Democratico. La sostanza non cambia. Anzi, forse, peggiora. Il segretario del Partito Democratico farà quello che annuncia il Presidente del Consiglio. Imporrà ad un quinto dei “suoi” parlamentari e a cinque consigli regionali di attivarsi. No, non avrà voglia di (fare) raccogliere le firme. Non esageriamo. Lette le carte (sì, è un’allusione a un precedente fatto di bugie e di inganni), i parlamentari del PD, molti più di un quinto sicuramente, per offrire lo spettacolo di una forza unita e convinta, chiederanno il referendum costituzionale. Poi si mobiliteranno per andare a spiegare ai loro elettori, che, però, trattandosi di parlamentari nominati, manco li conoscono, i contenuti di un eccellente pacchetto. Debbo chiedere scusa una seconda volta. Niente parlamentari sul terreno, on the ground. Andranno Renzi e Boschi in televisione, forse addirittura a RaiTre, pacificata, in radio, in interviste, anche a “Sorrisi e Canzoni”. Poi ci saranno valanghe di tweet e qualche messaggio non troppo lungo, appena sgrammaticato, su Facebook. “Italiani, confermate che felicità è passare dal bicameralismo perfetto al bicameralismo striminzito e pasticciato”. No, no: non voglio fare una lezioncina su parole e concetti. Ce lo chiede l’Europa di fare le riforme, magari chiamandole con il nome giusto, e bicameralismo perfetto è, come capisce facilmente chi appena appena si mette a pensare, senza correre, espressione sbagliata. Bicameralismo paritario, simmetrico, indifferenziato.

Il nome giusto di un referendum con il quale il capo del governo chiama il popolo a scegliere fra le riforme fatte da lui e l’opposizione che, almeno in quella forma, non le vuole, è plebiscito. Da un lato, il sedicente riformatore che dice di rappresentare il popolo (oh, sì, c’è anche una striscia di populismo nell’appello plebiscitario); dall’altro, quelli che remano contro. Resta da vedere se almeno il Ministro Boschi chiederà ai cittadini di andare a firmare anche per il referendum abrogativo della legge elettorale Italicum ovvero se il suo partito userà i suoi potenti mezzi. Coerenza vorrebbe che sì, proprio l’Italicum più di qualsiasi altra legge, poiché è quella che regola i fondamentali rapporti fra i cittadini e i loro rappresentanti, fosse sottoposta al giudizio degli elettori. Non si può abrogare in toto, ha ripetutamente sentenziato la Corte Costituzionale, nessuna legge elettorale. No problem. L’on. Boschi, ne sono sicuro, chiederà saggiamente il ritaglio abrogativo dei tre punti più controversi, in ordine crescente di importanza: le candidature multiple; il premio di maggioranza alla lista; e i capilista bloccati. Insomma, il cammino delle riforme è tutt’altro che terminato. Discutendone apertamente sia per il plebiscito sia per il referendum abrogativo, usciremo tutti meglio informati che è proprio quello che Renzi e Boschi dall’alto della loro cultura politica e istituzionale desiderano per noi italiani.

Articolo scritto per il Laboratorio della contemporaneità della Casa della Cultura