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Bandire i banditi della democrazia? La mozione contro AfD vista da Pasquino @formichenews

Giusto sfidare i dirigenti e i militanti di AfD sul piano del rispetto della democrazia, anche nel linguaggio e negli obiettivi dichiarati. Più problematico mettere al bando un partito che gode di seguito notevole. Sembrerebbe una misura disperata di chi ha perso la fiducia nelle sue capacità di riconquistare con la conversazione democratica quegli elettori “sbandati”. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica e Accademico dei Lincei
La democrazia è pluralismo e competizione. Lasciate che 10, 100, 1000 gruppi, associazioni, partiti nascano, si confrontino, tessano le loro tele, vincano, perdano, scompaiano, rinascano. I loro confronti, incontri, scontri si svolgano in pubblico, coram populo e il popolo decida se aderire a quale associazione, se votare quale partito, da chi farsi interpretare e rappresentare. Ma, il problema è, lo so benissimo, l’ho studiato, con quali modalità debba avvenire la competizione. I regimi autoritari pongono limiti stretti, soprattutto nei confronti di coloro che sfidano i detentori del potere politico e che potrebbero sconfiggerli e sostituirli. Le democrazie debbono essere il più aperte possibile, ma almeno un limite invalicabile hanno l’obbligo politico ed etico di porlo. Nella competizione a qualsiasi livello, la violenza fisica, l’intimidazione, l’aggressione, l’uso delle armi non sono accettabili e debbono essere sanzionate e punite. Reagendo con forza e con restrizioni, alcune democrazie europee (la Cecoslovacchia, il Belgio, la Finlandia), come ha splendidamente documentato Giovanni Capoccia (Defending Democracy: Reactions to Extremism in Interwar Europe, Johns Hopkins University Press, 2005), hanno respinto con successo la sfida dei sostenitori del nazismo all’interno dei loro paesi.
Oggi, la domanda è: chi si richiama, in forme più o meno esplicite, al nazismo (o al fascismo o al franchismo) deve essere messo al bando, escluso dalle elezioni (i ludi cartacei nel lessico di Mussolini) e le relative organizzazioni disciolte (XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana relativa al partito fascista)? Un (in)certo numero di parlamentari tedeschi chiedono che Alternative für Deutschland (AfD) venga messa al bando. Sicuramente, quel partito non fa mistero della sua provenienza e dei suoi obiettivi. Però, le democrazie non possono discriminare in base a affermazioni, dottrine, ideologie. Anzi, la convinzione dei democratici è che la forza delle loro idee sconfigge anche coloro che la democrazia vorrebbero distruggere. Soltanto il ricorso ripetuto alla violenza può legittimare la messa al bando e lo scioglimento di un’organizzazione. Fu così in Italia nel novembre 1973 per Ordine Nuovo fondato e guidato da Pino Rauti. Non pochi di quegli attivisti, lo stesso Rauti, ebbero poi una carriera politica nell’accogliente alveo della democrazia italiana.
La Carta Fondamentale (Grundgesetz) tedesca ha consentito che nel 1952 la Corte Costituzionale bandisse il Partito Socialista del Reich in quanto neo-nazista. I diversi successori ebbero sempre scarsissimo successo alle urne, al massimo sfiorando, come il NPD, la clausola del 5 per cento. AfD è già andata molto al di sopra del 5 per cento in alcuni Länder, attestandosi intorno al 30 per cento quasi triplicando i voti delle elezioni nazionali del 2021. Giusto sfidare i dirigenti e i militanti di AfD sul piano del rispetto della democrazia, anche nel linguaggio e negli obiettivi dichiarati. Più problematico mettere al bando un partito che gode di seguito notevole. Sembrerebbe una misura disperata di chi ha perso la fiducia nelle sue capacità di riconquistare con la conversazione democratica quegli elettori “sbandati”. Il dibattito sulla richiesta di messa al bando potrà chiarire molti punti. Forse servirà anche come insegnamento agli elettori.
Pubblicato il 1° ottobre 2024 su Formiche.net

Europeismo o sovranismo? Il prof. Pasquino spiega perché Fitto è tra due fuochi @formichenews

La nomina di Raffaele Fitto vicepresidente non è una faccenda di italianità e neppure di bontà/generosità. Attiene alla visione d’Europa che la Commissione e il Parlamento esprimeranno e cercheranno di attuare seguendo, mi auguro, in massimo grado le indicazioni di due europeisti italiani: Letta, Enrico e Draghi, Mario. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica
Back to basics. Nell’Unione Europea la regola fondamentale per la formazione della Commissione è chiara. I governi nominano il/la loro Commissario/a, magari dopo avere scambiato qualche, più di una, idea con la Presidente della Commissione. La delega primaria, specifica, il cosiddetto portfolio, di quel Commissario dipende, in buona parte dalle sue competenze e attività pregresse, ma, in una (in)certa misura dalle necessità operative della Commissione, cioè quali compiti debbono essere svolti, quali rimarrebbero altrimenti scoperti. Con buona pace degli italiani, questa distribuzione non ha nulla a che vedere con il pure glorioso Manuale Cencelli.
Una volta nominato e “attrezzato”, ciascuno dei Commissari affronterà lunghe ed esaurienti udienze con le commissioni parlamentari di merito che, uso l’efficacissimo termine inglese, lo metteranno sulla griglia. Lì viene misurata la sua competenza, valutati i suoi propositi, meglio che ne abbia di precisi e praticabili, soppesato il suo tasso di europeismo. In quell’occasione non saranno pochi i parlamentari europei a ricordare ai commissari in pectore che chi entra a fare parte della Commissione deve dimenticare la sua provenienza nazionale e porre gli interessi e gli obiettivi europei molto al di sopra, meglio se del tutto, agli obiettivi, interessi, preferenze del suo Paese e del governo che l’ha nominato. Sappiamo dalle memorie scritte da molti commissari che si sono effettivamente impegnati in questo senso e, ex post facto, ne sono molto lieti e orgogliosi.
Sono sicuro che letizia e orgoglio sono i sentimenti che esprimerà anche l’uscente ottimo commissario Paolo Gentiloni. Fin d’ora mi auguro che al termine del suo mandato anche Raffaele Fitto vorrà e potrà raccontare con grande soddisfazione una storia simile. Sì, salvo errori e malaffari dei suoi sponsor italiani, Fitto farà certamente parte della prossima imminente Commissione europea. Questo suo ruolo non è minimamente in discussione. Quello che liberali, verdi e socialisti del Parlamento europeo mettono in discussione e respingono è l’opportunità di affidare una vicepresidenza di peso a chi è stato nominato da un governo sovranista che andrebbe a scapito della coesione e dell’efficacia della Commissione e sarebbe imbarazzante per lo stesso Fitto schiacciato tra i due fuochi di un europeismo che avanza e un sovranismo che gira all’incontrario le lancette dell’orologio, lo dico con tutta l’enfasi retorica di cui sono capace, della storia.
Male fanno e molto sbagliano coloro che, contro lo spirito dell’europeismo, chiedono al Partito Democratico di schierarsi seguendo improponibili appartenenze nazionali a favore di Fitto vicepresidente “pesante”. Non è una faccenda di italianità e neppure di bontà/generosità. Attiene alla visione d’Europa che la Commissione e il Parlamento esprimeranno e cercheranno di attuare seguendo, mi auguro, in massimo grado le indicazioni di due europeisti italiani: Letta, Enrico e Draghi, Mario.
Dal canto suo, Fitto avrà modo di esprimere il suo parare nelle audizioni. Finora, però, fanno testo le opinioni espresse da Giorgia Meloni e soprattutto il suo voto contrario a von der Leyen. Il resto si vedrà poiché rimangono molti i modi di essere influenti anche fuori da una non meritata vicepresidenza di peso e di prestigio.
Pubblicato il 12 settembre 2024 su Formiche.net

Fuori di testa
Errori e orrori di politici e comunicatori
Paesi Edizioni
Riuscirà Kamala Harris a dare vita e corpo a un’anima progressista? Risponde Pasquino @formichenews

Gianfranco Pasquino legge l’ultima convention democratica e la sfida roosveltiana della candidata Harris. Il nuovo libro del professore emerito di Scienza politica, “Fuori di testa. Errori e orrori di politici e comunicatori” (Paesi Edizioni), sarà in libreria a settembre
Nell’elezione presidenziale USA del 5 novembre è in gioco, come ha più volte detto il Presidente Biden, “l’anima [soul] dell’America”? In un certo senso, sì, ma credo che per capire meglio sia opportuno procedere ad alcune importantissime precisazioni. Primo, non da oggi, gli USA, il cui motto è “ex pluribus unum”, sono un sistema politico con molte anime. Predominante è la contrapposizione, sulla quale si esercita in special modo Donald Trump, fra una visione animata del passato di un’America bianca, suprematista e dominante e quella della realtà attuale che i migliori fra i Democratici descrivono come una democrazia, pur sempre primeggiante, ma multicolore, aperta e inclusiva.
Secondo, la forza della concezione di Trump è che la sua America esiste già, è molto più omogenea, molto più compatta e, mossa o no dal risentimento, sente il pericolo di perdere i privilegi, teme ossessivamente la caduta di status. Combatte una orgogliosa battaglia per la sopravvivenza. Questa situazione non si traduce affatto in un vantaggio sicuro e immediato per l’America di Kamala Harris. La “sua” America esiste sociologicamente e demograficamente, ma ha grandi contraddizioni culturali ed evidenti difficoltà di tradursi politicamente. Troppo facile e poco originale è affermare, come ha fatto la candidata democratica, che, una volta eletta, sarà ”la Presidente di tutti”. Sicuramente, la grande maggioranza dell’elettorato che voterà comunque Trump non le crede affatto. Inoltre, il vero problema è che gli elettori che la voteranno non hanno un livello di omogeneità tale da farne in partenza una sola “anima”.
Terzo, ecco, oggi, come forse già una volta nel passato, ai Democratici non basterà cercare di rappresentare al meglio i loro diversificatissimi, differentissimi elettori/ati, interpretarne le preferenze, sosddisfarne gli interessi (non si vive di soli ideali). Dovranno porsi l’arduo, ambizioso, assolutamente cruciale compito di dare vita e corpo a un’anima nuova che riesca ad essere attraente e, al tempo stesso, unificante, coesiva.
Nel passato esiste un esempio di enorme successo che ha cambiato la storia degli USA e del mondo: la coalizione del New Deal assemblata dall’aristocratico Presidente Franklin Delano Roosevelt. Classe operaia degli stati industriali del Nord, immigrati irlandesi, scandinavi, polacchi, italiani, elettori bianchi del Sud, intellettuali costituirono il sostegno politico-elettorale dei Presidenti democratici dal 1932 al 1968. Roosevelt diede loro un’anima progressista che guardava al futuro. Quell’anima va ridisegnata e ricostruita dai Democratici, compito che per una qualche comprensibile timidezza non è stato neppure tentato da Barack Obama. Sappiamo che i soggetti protagonisti dovranno essere diversi: le donne, i Iatinos, i neri, i bianchi con buon livello di istruzione. Al momento, per quanto dagli ambiti che ho indicato provengano i migliori sostenitori dei Democratici e, dunque, sarà possibile formulare buone politiche, manca una visione unificante che, per l’appunto, comunichi quale deve e può essere l’anima di questa America progressista. Obama ha detto che “yes, she can”, cioè potrà vincere, ma riuscirà Kamala Harris nella difficile, ma forse essenziale, avventura che chiamo rooseveltiana?
Pubblicato il 23 agosto 2024 su Formiche.net
Lezioni francesi per chi ha studiato almeno un poco @formichenews del 08/07/2024

Superata una sfida insidiosa e minacciosa, non solo al regime semipresidenziale, ma in special modo ai suoi valori fondanti, la République ha impartito una lezione democratica molto importante un po’ a tutti, anche al papa preoccupato per l’astensionismo, e continua. Alors, bon voyage. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica
Con il 35 per cento dei voti, il risultato del Rassemblement National al primo turno non era una vittoria, e meno che mai un trionfo (come scrissi qui con encomiabile capacità analitica, sic!). Con il 35 per cento dei voti al secondo turno, il Rassemblement perde alla grande. Incapace, forse, meglio impossibilitato a trovare alleati, il partito di Marine Le Pen e del suo delfino, in verità né carne né pesce, Jordan Bardella, non sembra avere ancora afferrato, dopo un quarto di secolo di avventure elettorali tutte inequivocabilmente perdute, la logica del sistema elettorale francese. Vince chi sa fare alleanze. Come disse a proposito delle elezioni russe, uno statista e filosofo politico padano, “quando il popolo vota ha sempre ragione”. Il 65 per cento del popolo francese ha detto “non, absolument pas” alla destra nazionalista, anti europeista, pro putinista, con qualche sottile venatura di discriminazione su base di nascita e colore della pelle. Adesso, come un sol uomo, i commentatori italiani si affannano a denunciare l’ingovernabilità della Francia, l’impossibilità di fare un governo poiché nessun partito ha la maggioranza assoluta.
Premesso che la nomina del Primo ministro spetta al Presidente della Repubblica che è difficile considerare un sconfitto, va subito aggiunto che quel Primo ministro non ha bisogno di un voto di fiducia (investitura). Chi non lo vuole deve trovare una maggioranza assoluta dell’Assemblea nazionale che gli/le voti contro. Vero è che il Nouveau Front Populaire è il gruppo parlamentare maggioritario, 182 seggi, ma, primo: dovrebbe compattamente unirsi al Rassemblement National, e questa sì sarebbe una alleanza del “disonore” (espressione di Bardella al quale bisognerà spiegare che la politica democratica consiste nel costruire alleanze ampie e rappresentative sia pro sia contro); secondo, almeno la metà dei parlamentari del NFP, grazie alla generosità nelle desistenze che va riconosciuta a Mélenchon, non sono esponenti di France Insoumise, ma socialisti, verdi e, nel lessico francese, divers gauche.
Dunque, esistono spazi di manovra numerici e politici che, applicando la Costituzione della Quinta Repubblica, il semipresidenzialismo consente non poca flessibilità, Macron potrà abilmente sfruttare con successo. Nell’Assemblea Nazionale, senza troppi ghirigori, intorno al governo e ai governanti, vi saranno deputati disposti a votare molte politiche concordate. Giusto così. Ne risponderanno ai rispettivi elettorati nei collegi uninominali. Si chiama accountability ed è la virtù democratica per eccellenza.
Superata una sfida insidiosa e minacciosa, non solo al regime semipresidenziale, ma in special modo ai suoi valori fondanti, la République ha impartito una lezione democratica molto importante un po’ a tutti, anche al Papa preoccupato per l’astensionismo, e continua. Alors, bon voyage.
Pubblicato l’8 luglio 2024 su Formiche.net
Ancora non ha vinto nessuno. Il doppio turno francese spiegato da Pasquino @formichenews del 01/07/2024

Dai seggi francesi non c’è ancora una indicazione su chi ha vinto né su chi ha perso, è il bello del doppio turno. Il ballottaggio sancirà il colore della nuova maggioranza parlamentare, e molto dipenderà da come si muoveranno le forze politiche. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica
Nelle elezioni, come le legislative francesi, nelle quali si vota con un sistema di doppio turno in collegi uninominali, nessun partito “vince” al primo turno. Più correttamente è in testa se ha più voti degli altri. Vincono, il seggio, i candidati che ottengono il 50 per cento più uno di voti espressi (votanti almeno il 25 per cento degli aventi diritto). Fonte “Le Monde” ore 10.30, 76 eletti al primo turno, leggera prevalenza, forse 40, fra cui Marine, del Rassemblement. Quindi, Le Pen non ha vinto, ma il suo Rassemblement National ha ottenuto più voti dei concorrenti, ancorché con una percentuale un po’ inferiore a quella che le attribuivano i sondaggi.
Adesso, comincia quella che non è una operazione riprovevole, nient’affatto un mercato delle vacche, ma un confronto/scontro aperto e trasparente. Candidati e candidate di RN rimarranno tutti/e in lizza. L’onere di decidere che cosa fare al secondo turno è tutto sulle spalle e, sperabilmente, anche nella testa dei dirigenti nazionali e locali del Nouveau Front Populaire e di Ensemble pour la République. Per loro, il problema da risolvere è quello della desistenza di quale candidato poiché se “corrono” entrambi le probabilità di una sconfitta sono elevatissime. I voti del primo turno contano, chi è in testa fra i due, magari con un buon vantaggio, deve diventare il candidato unico al secondo turno. Però, esistono sicuramente situazioni locali nelle quali i dirigenti sanno che il riporto di voti è più sicuro se uno specifico candidato rimane in campo (largo). Decenni di storia elettorale hanno dimostrato che al secondo turno i candidati dei partiti estremi hanno maggiori difficoltà a fare il pieno dei voti della loro area. Al contrario, il candidato della sinistra moderata sa di potere attrarre tutti o quasi i voti degli elettori “estremi”, che non hanno altra scelta, e di non perdere voti verso il centro.
Un numero nient’affatto trascurabile di elettori ragiona proprio nei termini che gli americani definiscono electability, probabilità/capacità dei candidati di riuscire a essere eletti. Personalità, radicamento, esperienza, credibilità, capacità di rappresentare al meglio la coalizione che si è formata per fare convergere i voti su di lui/lei per eleggerlo sono i fattori cruciali. Talvolta può risultare decisiva la propensione degli elettori a raccogliere e tradurre in voto l’invito dei dirigenti, a loro volta quanto credibili?, dei loro partiti. Quel che sappiamo, infine, è che è sempre stato difficilissimo per i Le Pen, Jean-Marie e Marine, andare oltre il loro perimetro iniziale, trovare voti aggiuntivi al secondo turno. Scampoli di destra disponibile ce ne sono, forse anche qualche gollista che il Generale de Gaulle disapproverebbe sferzantemente. Conta la loro collocazione nei collegi dove potrebbero essere decisivi. Alla fine, una lezione è chiara e significativa: il doppio turno offre grandi opportunità ai candidati, ai dirigenti, ai massa media e ai commentatori (sic!), ma soprattutto agli elettori. Alors, l’esito lo scrivono loro.
Pubblicato il 1° luglio 2014 su Formiche.net
Arbitrio, censura, furto? Cosa è successo al profilo X di Pasquino @formichenews @Elon Musk @X

Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica, si interroga sulle ragioni che hanno portato alla sospensione del suo profilo su Twitter, con una lettera aperta rivolta proprio al suo proprietario Elon Musk
Illustre Ing. Musk,
so che lei è impegnatissimo, ma credo che debba essere messo a conoscenza di un fatto increscioso perpetrato da suoi troppo zelanti impiegati immagino italiani. Senza nessun preavviso hanno sospeso il mio account: @GP_ArieteRosso, accusandomi di avere violato le regole. Non mi hanno detto quali regole. Alla mia richiesta di essere precisi, ad esempio, di inviarmi qualche mio tweet offensivo, che inciti all’odio e alla violenza, che esprima sostegno ad attività terroristiche oppure anche solo che travisi più o meno la realtà, hanno opposto il silenzio. Sono stato privato non soltanto della possibilità di comunicare con i miei 18mila e 300 followers, ma persino di fare sapere loro che Twitter mi ha in effetti non sospeso, ma addirittura cancellato. Questa sì è una violazione grave. Mi avete tolto e mi state negando il sacrosanto diritto di parola. Freedom of speech, direste voi americani. Sembra che i suoi collaboratori italiani non la conoscano, ma, forse, vogliono decidere loro chi la può esercitare e chi no.
Farò, quindi, per uso e consumo di tutti, l’elenco di coloro che si sono lamentati dei miei tweet e mettendosi insieme, “cospirando”?, mi hanno screditato. Poiché ho ripetutamente sostenuto l’Ucraina contro l’aggressione russa, i putiniani d’Italia mi considerano giustamente un nemico e sono certamente contenti se vengo silenziato. Stanno con loro gli antisemiti e i sostenitori di Hamas che considero un’organizzazione terrorista da sconfiggere e distruggere insieme con i loro ben arredati tunnel le cui spese sono state pagate con fondi destinati ai palestinesi. Sostengo senza nessun tentennamento, e l’ho ripetutamente scritto, la libertà delle donne di decidere sul proprio corpo e la libertà di tutti di scegliere come terminare una vita che ci sia diventata impossibile sostenere. Papisti, fondamentalisti e bigotti stanno da un’altra parte e comprensibilmente sono lieti di tapparmi la bocca, pardon, di cancellarmi l’account. Con lo spirito dei tempi, lei potrebbe replicarmi: “molti nemici molto onore”. Non mi basta.
Ho spesso denunciato con sarcasmo gli errori dei giornalisti. Si figuri che ancora oggi c’è chi scrive saccentemente che è evidente che “la storia non è finita, come affermato da Fukuyama”. Immagino e spero che lei, Musk, sappia che Fukuyama ha sostenuto che nel 1989 è finita la storia della contrapposizione fra le liberaldemocrazie, vittoriose, e i comunismi realizzati, sprofondati. Da allora è cominciata tutta un’altra storia da lui brillantemente monitorata e spiegata. Nella nuova storia sta anche Donald Trump sgradito a Fukuyama e criticato nei miei tweet. Anche in questo caso è presumibile che i trumpiani dello stivale si siano molto lamentati.
Caro Musk, se non vorrà farmi rispondere con le motivazioni che giustifichino la non riattivazione del mio account sarò molto deluso, ma, almeno mi faccia restituire i miei tweet. L’appropriazione mi pare del tutto scorretta, arbitrio e furto mi paiono una accoppiata micidiale, e poi sono l’unica prova del reato o dell’innocenza. Attendo.
Pubblicato il 10 maggio 2024 su Formiche.net
La scienza politica come cultura politica, ieri e domani. Pasquino ricorda Sartori @formichenews

Verso la fine della sua lunga e produttiva vita, riflettendo sul suo lascito culturale, Sartori esprimeva la preoccupazione di essere (già) stato dimenticato. Per fortuna è possibile suggerire perché i suoi scritti non solo mantengono grandissima rilevanza, ma non hanno perso quasi nulla della loro carica esplicativa, propulsiva, persino eversiva. Gianfranco Pasquino ricorda Giovanni Sartori a 100 anni dalla sua nascita a Firenze, il 13 maggio 1924
Nato cent’anni fa a Firenze, Giovanni Sartori è stato uno dei quattro/cinque più importanti studiosi di politica del XX secolo. Tutt’altro che autore di un solo grande libro, ha dato contributi fondamentali, non superati in tre settori: l’analisi della democrazia, lo studio dei sistemi di partiti, l’ingegneria costituzionale, vale a dire l’applicabilità/applicazione delle conoscenze politologiche alla riforma delle istituzioni. Talvolta, verso la fine (2017) della sua lunga e produttiva vita, riflettendo sul suo lascito culturale, Sartori esprimeva la preoccupazione di essere (già) stato dimenticato. Non bastano qualche sparsa citazione e interviste pop a smentire i suoi timori. Per fortuna, senza fare ricorso alla classica ricerca di “ciò che è morto e ciò che è vivo”, è possibile, a mio modo di vedere, suggerire perchè gli scritti di Sartori non solo mantengono grandissima rilevanza, ma non hanno perso quasi nulla della loro carica esplicativa, propulsiva, persino eversiva. Collloco a fondamento di qualsiasi analisi e proposta il principio metodologico formulato da Sartori e contenuto nella frase che segue: “Chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema politico”. Senza (saper) comparare non potremo mai dire ciò che è valido e perchè e ciò che è fuori norma e perchè. Né, meno che mai, saremo in grado di proporre cambiamenti migliorativi nel senso desiderato.
Facendo sua una cruciale considerazione di Karl Popper che è preferibile avere una teoria anche sbagliata a nessuna teoria (sulla prima, correggendo, si può, costruire; sul nulla, no), Sartori, anzitutto, diffidava e rigettava le “narrazioni” e proponeva la elaborazione di teorie probabilistiche. “Ogniqualvolta si presentano le condizioni a, b, e c è probabile che ne derivino le conseguenze x, y, z”. Ovviamente, cambiando le condizioni è molto probabile che le conseguenze siano differenti. Due altri fondamentali principi stanno alla base delle analisi e degli insegnamenti di Sartori: la conoscenza profonda dell’argomento in oggetto, vale a dire, nel suo lessico, “avere la bibliografia in ordine”, e la pulizia concettuale. I concetti hanno una etimologia e una storia che non debbono essere né “stiracchiati” (su espressione) e stravolti né cancellati. No, i “novisti” non erano i suoi interlocutori preferiti, e neppure i cultori e i divulgatori del politicamente corretto.
Da ultimo, voglio ricordare quella che è stata ed è rimasta, sottovalutata e sostanzialmente incompresa, la sua aspirazione civile: fare della scienza politica il fulcro di una cultura politica liberaldemocratica che sconfiggesse il pensiero del cattolicesimo sociale e il marxismo nelle sue varianti, gramscismo compreso. Quelle due culture politiche sono affondate nelle loro contraddizioni e nella loro incapacità di rinnovamento, ma la scienza politica non è (ancora?) riuscita a colmare il vuoto nel quale galleggiano populisti, sovranisti e altri brutti tipi. Il compito che Sartori si era posto mantiene tutta la sua validità. Gli direi che il suo lascito esiste, è imponente, contiene risposte. I suoi libri, Democrazia. Cosa è; Parties and party systems; Ingegneria costituzionale comparata, sono letture essenziali e gratificanti che mantengono assoluta validità. Le considero fra le letture migliori, oggi e domani.
Pubblicato il 12 maggio 2024 su Formiche.nethttps://formiche.net/2024/05/sartori-scienza-politica-pasquino-ricordo/#content
L’arte di costruire e coltivare le alleanze. Dove falliscono i capi, la parola agli elettori @formichenews

Per mettere insieme due elettorati che, in partenza, condividono solo l’opposizione al governo delle destre, appare indispensabile rinunciare alla reciprocità del fuoco che è proprio fuori luogo chiamare “amico”. Vincere sulle carni del proprio indispensabile alleato significa solo continuare a perdere. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, socio dell’Accademia dei Lincei
Sbagliata fin dall’inizio (ah, se chi vuol fare politica studiasse o almeno leggesse un po’ di Scienza politica!), l’espressione “campo largo” è finalmente da cestinare senza nessuna riluttanza. Nella pratica, né a Bari né altrove non esiste nessun campo largo nel quale rincorrere l’elettorato di sinistra, conquistarlo, sommarlo. Ci sono campetti di elettori/trici fedeli, testardi, spesso faziosi, molto refrattari, poco inclini a farsi sommare. Eppure, dare vita a coalizioni vincenti è l’arte della politica. Richiede pazienza e idee.
Schematicamente sosterrò che, in misura diversa, né Schlein né Conte sembrano avere dimostrato di essere in possesso delle due doti necessarie in quantità sufficienti. Allora, vadano pure verso lo schema prodiano: competition is competition, meglio, naturalmente, senza esagerare nelle accuse reciproche scavando fosse in quel campo.
Per mettere insieme due elettorati che, in partenza, condividono solo l’opposizione al governo delle destre, appare indispensabile rinunciare alla reciprocità del fuoco che è proprio fuori luogo chiamare “amico”. Vincere sulle carni del proprio indispensabile alleato significa solo continuare a perdere. Non sarebbe neanche una vittoria di Pirro, ma una vittoria da “pirla”. Suggerisco come punto di partenza quella riflessione mai avvenuta sulle condizioni che hanno portato alla vittoria di Alessandra Todde in Sardegna.
La scelta in una buona candidatura è l’elemento maggiormente unificante. Viene prima di qualsiasi programma perché nelle elezioni a cariche monocratiche (presidente di regione e sindaco), le singole persone, con le loro esperienze, le loro competenze, le qualità professionali, politiche, personali, sono il programma. Sono le gambe sulle quali la coalizione correrà per conquistare quella carica. Qualcuno dirà che proprio il caso di Bari, dove né Conte né Schlein vogliono “sacrificare” il loro candidato, costituisce la prova provata che i due campetti rimarranno separati e che la sconfitta sarà meritatissima. Ineccepibile. Schlein ha tentato di riunificare i campetti con le primarie. Conte si è chiamato fuori. Forse, gli attivisti condividono. Rimane, però, una grande, potenzialmente decisiva, opportunità offerta dalle regole di quella buona legge attraverso la quale si eleggono i sindaci. Difficile che il candidato delle destre baresi vinca al primo turno. Al ballottaggio, insieme a lui, si presenterà chi fra il candidato pentastellato e il candidato democratico avrò ottenuto più voti. Soltanto una tremenda combinazione, che non escludo, di narcisismo e faziosità potrebbe tradursi nella non convergenza dei voti democratici sul pentastellato o viceversa.
Insomma, la convergenza non fatta dai capi verrebbe prodotta, magari grazie anche all’incoraggiamento di Conte, Schlein e con una nobile dichiarazione del candidato sconfitto, dagli elettorati. Naturalmente, questo, che sarebbe il migliore degli esiti possibile, è ripetibile in altri cointesti locali con gli adattamenti dei diversi casi. Anche i capi dei partiti talvolta imparano. A livello nazionale, in attesa delle nuove regole elettorali, un po’ tutti i “centro-sinistri” saranno chiamati a operare per un rapporto più stretto e solidale già in partenza. Una mia stretta e brava collaboratrice sostiene che suo figlio di sei anni, sarà il federatore delle sinistre italiane. A buon intenditor/trice poche parole.
Pubblicato il 6 aprile 2024 su Formiche.net
Campagne elettorali permanenti e triangoli viziosi @formichenews

Anche le campagne elettorali permanenti potrebbero portare frutti: se qualche contenuto fa capolino, se chi le pratica è costretto a sentire critiche e repliche, se gli elettori imparano a secernere il grano dal loglio. Le democrazie imparano e con loro anche i cittadini democratici diventano meglio informati e più accorti. Voto libero, segreto, permanente. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica
Quel che sappiamo è che se non si vota liberamente, segretamente, periodicamente non può esistere nessuna democrazia. Naturalmente, da solo il semplice votare non implica l’esistenza di una democrazia; anzi, spesso è semplicemente manipolazione delle preferenze dei votanti e non votanti. Un professore cinese mi comunicò candidamente che in troppe democrazie occidentali si vota troppo spesso. Con rischi per i governi e per le stesse democrazie. Le elezioni regionali in Abruzzo offrono il destro (oops, par condicio, anche il sinistro) per criticare le elezioni troppo frequenti e le campagne elettorali permanenti. Scrivo subito che non condivido né l’una né l’altra critica.
Esistono diversi livelli di governo: comunale, regionale, nazionale ed giusto e opportuno che ciascuno abbia la sua tornata elettorale. “Accorpare” tutte le elezioni comunali e tutte le elezioni regionali? No, è giusto che si voti quando è giunto alla fine del suo mandato qualsiasi governo locale e non procedendo ad accorpamento artificiali. Ed è preferibile che gli elettori possano maturare la loro opzione di voto con riferimento all’organismo per il quale votano. Poi, sicuramente l’elettorato dell’Abruzzo sa perfettamente che il suo voto ha una forte valenza locale, vale a dire, l’elezione del Presidente della Regione, ma verrà anche interpretato come un segnale che l’opposizione ha imboccato la strada giusta dopo la vittoria in Sardegna oppure che quella rondine sarda non fa primavera e che il centro-destra ha subito superato la sua battuta d’arresto. Tutto questo è, comunque, importante e utile al triangolo, non sempre virtuoso, dei protagonisti: elettori, operatori dei media, dirigenti politici.
Qualsiasi elezione produce informazioni politiche e sociali rilevanti, anche informazioni sulle disinformazioni e sui disinformatori. Fissato questo punto, il quesito successivo riguarda la cosiddetta campagna elettorale permanente. La traduco come segue. Quella campagna è intessuta di tutti gli atteggiamenti, tutte le dichiarazioni, tutte le prese di posizione dei dirigenti politici orientate continuativamente a lucrare qualche voto in più, qualche consenso aggiuntivo, qualche spazio di visibilità. Talvolta questa ossessiva ricerca va a scapito del tempo e delle energie che dovrebbero essere assegnate a governare. Talvolta nasconde le difficoltà, forse anche l’incapacità dei governanti e la sterilità degli oppositori. La metafora è quella dell’equilibrista costretto a muoversi più o meno rapidamente sul filo per procedere evitando di cadere. La campagna elettorale permanente esige movimenti permanenti che, senza idee, diventano balletti quasi incomprensibili, ma che danno qualche soddisfazione ai ballerini non in grado di fare altro.
Ciò doverosamente detto, anche le campagne elettorali permanenti potrebbero portare frutti: se qualche contenuto fa capolino, se chi le pratica è costretto a sentire critiche e repliche, se gli elettori imparano a secernere il grano dal loglio. Non concluderò che nelle democrazie non fanno la loro comparsa problemi che l’arsenale democratico non possa risolvere, ma ci vado molto vicino. Le democrazie imparano e con loro, grazie a qualche aiutino che provenga da comunicatori preparati, non neutrali, ma imparziali, dotati di indispensabile senso civico, anche i cittadini democratici diventano meglio informati e più accorti. Voto libero, segreto, permanente.
Pubblicato il 10 marzo 2024 su Formiche.net
Perché il richiamo di Mattarella è necessario. La versione di Pasquino @formichenews

Il richiamo del Presidente Mattarella al non ricorso ai manganelli per mantenere l’ordine pubblico è totalmente conforme allo spirito della Costituzione italiana e, aggiungo con una sommessa enfasi retorica, della sua democrazia fintantoché sapremo preservarla. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei
Le immagini degli agenti di polizia che, a Pisa più che a Firenze, manganellano giovani studenti delle scuole superiori, sono conturbanti anche per me, uomo d’ordine. Ho cercato di guardare nei dettagli quelle immagini variamente trasmesse. Non ho visto né passamontagna né sbarre e bastoni che mi avrebbero permesso di diventare “pasoliniano”: studenti di famiglie borghesi contro poliziotti di origine proletaria. Quindi, posso schierarmi con quel borghese del Presidente della Repubblica “l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli” e “con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». Mi permetto di non citare le prevedibilissime, non impara mai niente, parole di Matteo Salvini. Mi preoccupano, invece, quelle di Antonio Tajani: “sanzionare chi ha sbagliato, ma le forze dell’ordine non si toccano”. Se alcuni appartenenti alle forze dell’ordine hanno sbagliato, opportuno e giusto che vengano sanzionate. Punto.
Il Presidente Mattarella ha parlato in piena conformità con il dettato costituzionale. All’art. 87 sta scritto che il Presidente della Repubblica “rappresenta l’unità nazionale”. I manganelli sui volti e sulle schiene degli studenti che manifestano incrinano quell’unità nazionale che si fonda anche sulla libertà di espressione e di dissenso esplicitato in forme non violente. Sappiamo che molte telefonate fra i responsabili istituzionali avvengono in maniera riservata. La telefonata intercorsa con il Ministro Piantedosi è stata resa pubblica perché riguarda i rapporti fra cittadini e le forze dell’ordine. Non può essere interpretata come critica puntuale dell’operato di quelle specifiche forze di polizia, non come riprovazione generale del governo. Quindi, sarebbe stato meglio se tanto Salvini quanto Tajani avessero scelto la apprezzabile opzione del silenzio. Il Presidente ha voluto anche fare un richiamo più ampio a comportamenti che non debbono essere mai tollerati.
Leggo interpretazioni fantasiose secondo le quali Mattarella avrebbe/ha inteso procedere ad un “assaggio” di quello che potrebbe succedere se la riforma del premierato elettivo andasse in porto. Quella riforma toglierebbe al Presidente della Repubblica due poteri istituzionali significativi, vale a dire quello di nominare il Presidente del Consiglio e quello di sciogliere, ancor più di non sciogliere, il Parlamento. La riforma, per quanto sbagliata e piena di azzardi, non toglie la parola al Presidente. Personalmente nutro molti dubbi sull’attribuzione a Mattarella di operazioni subdole con inconfessabili fini. Il premierato elettivo, una volta approvato, dovrà essere valutato con riferimento alla costituzionalità delle sue clausole, alcune delle quali, attualmente, alquanto pasticciate. Il richiamo del Presidente Mattarella al non ricorso ai manganelli per mantenere l’ordine pubblico rimarrà comunque necessario poiché è totalmente conforme allo spirito della Costituzione italiana e, aggiungo con una sommessa enfasi retorica, della sua democrazia fintantoché sapremo preservarla.
Pubblicato il 26 febbraio 2024 su Formiche.net
