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Campagne elettorali permanenti e triangoli viziosi @formichenews

Anche le campagne elettorali permanenti potrebbero portare frutti: se qualche contenuto fa capolino, se chi le pratica è costretto a sentire critiche e repliche, se gli elettori imparano a secernere il grano dal loglio. Le democrazie imparano e con loro anche i cittadini democratici diventano meglio informati e più accorti. Voto libero, segreto, permanente. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica

Quel che sappiamo è che se non si vota liberamente, segretamente, periodicamente non può esistere nessuna democrazia. Naturalmente, da solo il semplice votare non implica l’esistenza di una democrazia; anzi, spesso è semplicemente manipolazione delle preferenze dei votanti e non votanti. Un professore cinese mi comunicò candidamente che in troppe democrazie occidentali si vota troppo spesso. Con rischi per i governi e per le stesse democrazie. Le elezioni regionali in Abruzzo offrono il destro (oops, par condicio, anche il sinistro) per criticare le elezioni troppo frequenti e le campagne elettorali permanenti. Scrivo subito che non condivido né l’una né l’altra critica.

   Esistono diversi livelli di governo: comunale, regionale, nazionale ed giusto e opportuno che ciascuno abbia la sua tornata elettorale. “Accorpare” tutte le elezioni comunali e tutte le elezioni regionali? No, è giusto che si voti quando è giunto alla fine del suo mandato qualsiasi governo locale e non procedendo ad accorpamento artificiali. Ed è preferibile che gli elettori possano maturare la loro opzione di voto con riferimento all’organismo per il quale votano. Poi, sicuramente l’elettorato dell’Abruzzo sa perfettamente che il suo voto ha una forte valenza locale, vale a dire, l’elezione del Presidente della Regione, ma verrà anche interpretato come un segnale che l’opposizione ha imboccato la strada giusta dopo la vittoria in Sardegna oppure che quella rondine sarda non fa primavera e che il centro-destra ha subito superato la sua battuta d’arresto. Tutto questo è, comunque, importante e utile al triangolo, non sempre virtuoso, dei protagonisti: elettori, operatori dei media, dirigenti politici.

   Qualsiasi elezione produce informazioni politiche e sociali rilevanti, anche informazioni sulle disinformazioni e sui disinformatori. Fissato questo punto, il quesito successivo riguarda la cosiddetta campagna elettorale permanente. La traduco come segue. Quella campagna è intessuta di tutti gli atteggiamenti, tutte le dichiarazioni, tutte le prese di posizione dei dirigenti politici orientate continuativamente a lucrare qualche voto in più, qualche consenso aggiuntivo, qualche spazio di visibilità. Talvolta questa ossessiva ricerca va a scapito del tempo e delle energie che dovrebbero essere assegnate a governare. Talvolta nasconde le difficoltà, forse anche l’incapacità dei governanti e la sterilità degli oppositori. La metafora è quella dell’equilibrista costretto a muoversi più o meno rapidamente sul filo per procedere evitando di cadere. La campagna elettorale permanente esige movimenti permanenti che, senza idee, diventano balletti quasi incomprensibili, ma che danno qualche soddisfazione ai ballerini non in grado di fare altro.

   Ciò doverosamente detto, anche le campagne elettorali permanenti potrebbero portare frutti: se qualche contenuto fa capolino, se chi le pratica è costretto a sentire critiche e repliche, se gli elettori imparano a secernere il grano dal loglio. Non concluderò che nelle democrazie non fanno la loro comparsa problemi che l’arsenale democratico non possa risolvere, ma ci vado molto vicino. Le democrazie imparano e con loro, grazie a qualche aiutino che provenga da comunicatori preparati, non neutrali, ma imparziali, dotati di indispensabile senso civico, anche i cittadini democratici diventano meglio informati e più accorti. Voto libero, segreto, permanente.

Pubblicato il 10 marzo 2024 su Formiche.net

Perché il richiamo di Mattarella è necessario. La versione di Pasquino @formichenews

Il richiamo del Presidente Mattarella al non ricorso ai manganelli per mantenere l’ordine pubblico è totalmente conforme allo spirito della Costituzione italiana e, aggiungo con una sommessa enfasi retorica, della sua democrazia fintantoché sapremo preservarla. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei

Le immagini degli agenti di polizia che, a Pisa più che a Firenze, manganellano giovani studenti delle scuole superiori, sono conturbanti anche per me, uomo d’ordine. Ho cercato di guardare nei dettagli quelle immagini variamente trasmesse. Non ho visto né passamontagna né sbarre e bastoni che mi avrebbero permesso di diventare “pasoliniano”: studenti di famiglie borghesi contro poliziotti di origine proletaria. Quindi, posso schierarmi con quel borghese del Presidente della Repubblica “l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli” e “con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». Mi permetto di non citare le prevedibilissime, non impara mai niente, parole di Matteo Salvini. Mi preoccupano, invece, quelle di Antonio Tajani: “sanzionare chi ha sbagliato, ma le forze dell’ordine non si toccano”. Se alcuni appartenenti alle forze dell’ordine hanno sbagliato, opportuno e giusto che vengano sanzionate. Punto.

Il Presidente Mattarella ha parlato in piena conformità con il dettato costituzionale. All’art. 87 sta scritto che il Presidente della Repubblica “rappresenta l’unità nazionale”. I manganelli sui volti e sulle schiene degli studenti che manifestano incrinano quell’unità nazionale che si fonda anche sulla libertà di espressione e di dissenso esplicitato in forme non violente. Sappiamo che molte telefonate fra i responsabili istituzionali avvengono in maniera riservata. La telefonata intercorsa con il Ministro Piantedosi è stata resa pubblica perché riguarda i rapporti fra cittadini e le forze dell’ordine. Non può essere interpretata come critica puntuale dell’operato di quelle specifiche forze di polizia, non come riprovazione generale del governo. Quindi, sarebbe stato meglio se tanto Salvini quanto Tajani avessero scelto la apprezzabile opzione del silenzio. Il Presidente ha voluto anche fare un richiamo più ampio a comportamenti che non debbono essere mai tollerati.

Leggo interpretazioni fantasiose secondo le quali Mattarella avrebbe/ha inteso procedere ad un “assaggio” di quello che potrebbe succedere se la riforma del premierato elettivo andasse in porto. Quella riforma toglierebbe al Presidente della Repubblica due poteri istituzionali significativi, vale a dire quello di nominare il Presidente del Consiglio e quello di sciogliere, ancor più di non sciogliere, il Parlamento. La riforma, per quanto sbagliata e piena di azzardi, non toglie la parola al Presidente. Personalmente nutro molti dubbi sull’attribuzione a Mattarella di operazioni subdole con inconfessabili fini. Il premierato elettivo, una volta approvato, dovrà essere valutato con riferimento alla costituzionalità delle sue clausole, alcune delle quali, attualmente, alquanto pasticciate. Il richiamo del Presidente Mattarella al non ricorso ai manganelli per mantenere l’ordine pubblico rimarrà comunque necessario poiché è totalmente conforme allo spirito della Costituzione italiana e, aggiungo con una sommessa enfasi retorica, della sua democrazia fintantoché sapremo preservarla.      

Pubblicato il 26 febbraio 2024 su Formiche.net

Medio Oriente, c’è un tempo per distruggere e uno per (ri)costruire. Il commento di Pasquino @formichenews

Nessuno può dettare la linea a uno Stato indipendente che è sempre esposto a credibili minacce di estinzione. Tuttavia, proprio per questo, il governo di Netanyahu deve prendere sul serio le critiche, a cominciare da quelle che nascono dall’interno, e delineare alternative proporzionate all’annientamento fisico dei palestinesi di Gaza (e dintorni). Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica

Fa il suo dovere di diplomatico nominato dal governo di Israele, l’ambasciatore in Vaticano. Gli riconosciamo la facoltà di replicare con l’aggettivo regrettable alla definizione “sproporzionata” data dal Cardinale Parolin alla risposta dello Stato d’Israele al movimento terroristico Hamas. Ma, sbaglia. Un conto è perseguire l’obiettivo della distruzione di Hamas, a mio parere legittimo, ma sostanzialmente impossibile; un conto molto diverso è mirare a conseguire quell’obiettivo attraverso azioni che pongano a rischio la sopravvivenza dei palestinesi in tutta la striscia di Gaza. Con buona pace (quanto malamente sgraziate sono queste due parole!) dell’Ambasciatore israeliano, quella degenerazione di risposta merita integralmente l’aggettivo sproporzionato. E non credo che Parolin debba rimpiangere quell’aggettivo né pentirsi della sua valutazione purché sia consapevole di avere tagliato i ponti di qualsiasi ruolo vaticano in una, peraltro già improponibile, mediazione.

   Invece di ribattere colpo su colpo, l’Ambasciatore di Israele e con lui il Primo ministro Netanyahu dovrebbero cercare di capire che i comportamenti militari del governo Israeliano stanno alienando, non le simpatie occidentali nei loro confronti, purtroppo, mai particolarmente elevate, ma il sostegno di larghi settori di opinione pubblica. Essendo una società aperta, all’interno dello Stato d’Israele esiste una opposizione laica, certamente minoritaria che già ritiene esagerata, per l’appunto sproporzionata, la risposta del governo, sicuramente controproducente rispetto ai fini di corto periodo e alla sicurezza dello Stato nel lungo periodo.  Le guerre possono essere vinte e perse anche grazie alle opinioni pubbliche. Le paci possono essere ottenute e salvaguardate da quelle opinioni pubbliche (ma, sicuramente anche da una indefinita dose di risposte armate credibili).

Freddamente e oggettivamente, i governanti israeliani attuali dovrebbero sapere che, non solo nel mondo dei paesi in via di sviluppo, dei Brics e degli aspiranti tali, ma anche in Occidente, già in partenza non godono di una grande riserva di apprezzamento. Molti continuano ad esplorare le radici profonde e nodose dell’antisemitismo, molti sottolineano piuttosto il loro antisionismo che, correttamente inteso come opposizione e rifiuto dell’esistenza di uno Stato ebraico, è anche peggio. Rimane chiaro, netto, visibile il fenomeno, attuale, ma che si estende, di minore sostegno, quando non anche di aperta critica ai comportamenti delle Forze Armate e del governo di Israele. Regrettable? Alcune critiche sono da deplorare altre da respingere altre da comprendere nella loro portata e negli obiettivi che suggeriscono. Nessuno può dettare la linea a uno Stato indipendente che è sempre esposto a credibili minacce di estinzione. Tuttavia, proprio per questo, il governo di Netanyahu deve prendere sul serio le critiche, a cominciare da quelle che nascono dall’interno, e delineare alternative proporzionate all’annientamento fisico dei palestinesi di Gaza (e dintorni). C’è un tempo per distruggere e c’è un tempo per (ri)costruire.

Pubblicato il 15 febbraio 2024 su Formiche.net

Trovata una lettera di Giorgia Meloni a Emmanuel Macron @formichenews

Caro Emmanuel,

ho appreso dai giornali che intendi candidare Mario Draghi alla Presidenza della Commissione Europea. Ottima idea. Oltre ad essere un grande europeista, Draghi è italiano, quindi, almeno potenzialmente un patriota. Sono stata una ferma e coerente oppositrice del suo pasticciato governo. Lui ha cavallerescamente apprezzato e mi ha portato molta fortuna politica e elettorale. Non ho pensato di candidarlo a niente dopo averlo sentito dire, con una certa durezza al limite dell’irritazione: “Un lavoro sono in grado di trovarmelo da solo”. Immagino che tu gli abbia parlato de visu della tua pensata, pardon offerta, e che lui ti abbia autorizzato a farla circolare come ballon d’essai per vedere che effetto che fa. Allora, lasciami dire con nettezza che, in questa Unione Europea che io voglio cambiare e cambierò, ci sono delle procedure e delle regole da osservare. Noi, uomini e donne di destre, siamo molto rispettosi dell’esistente, delle tradizioni, delle gerarchie e, non da ultimo, dei risultati dei ludi cartacei, di nuovo, pardon, delle elezioni, in questo caso europee. Non ti nascondo che i miei Fratelli d’Italia sono fiduciosissimi in un ottimo esito: triplicare il numero dei nostri seggi parlamentari. Poi ci vedremo nel Consiglio dei capi di governo, naturalmente lo champagne lo porti tu, e discuteremo.

   Hai già convinto i presidenti dei Popolari e dei Socialisti e Progressisti a rinunciare ai loro Spitzenkandidaten? Oppure con qualche vostra trama sotterranea e oscura avete raggiunto un ennesimo accordo di spartizione come quelli sui quali noi, non da oggi, sosteniamo avete costruito un’Europa dei banchieri e dei burocrati? Immagino che farai un bellissimo rotondissimo discorso per argomentare la validità, impossibile da mettere in dubbio, del tuo candidato. Non avendo sponsor partitici e non essendosi Draghi mai, proprio mai sottoposto al vaglio elettorale, sosterrò con fermezza, con un filo d’irritazione nella mia voce, che è ora di cambiare e quindi di scegliere una candidatura che rappresenti il popolo europeo o, se preferite, i popoli europei. Comunque, a proposito di rispetto delle regole, sia chiaro che Draghi è in quota della Francia, vale a dire, tu, caro Emmanuel, avrai giocato la tua carta, il tuo asso, ovviamente, di denari, e non potrai nominare nessun commissario francese.

Tutto questo mi pare abbastanza prematuro, ma le mie considerazioni rimangono. Vedremo nella campagna elettorale quali temi emergeranno, uno dei quali, lo annuncio da subito, dovrà essere sicuramente prendere atto che il duetto Germania-Francia ha esaurito, oramai da qualche tempo, la sua carica propulsiva. É ora di sostituirlo con una governance pluralista nella quale l’Italia da me solidamente e stabilmente governata ambisce essere una componente centrale e lo e merita. La campagna elettorale servirà anche a Draghi, se lo vorrà, per esprimersi sulle priorità dell’Unione Europea prossima ventura. Mica si limiterà a rimandarci a quanto ha detto e fatto nel passato? Infine, noi, Fratelli d’Italia, auspichiamo l’emergere di una pluralità di candidature. Diremo di più e a voce molto più alta dopo il voto che ci premierà e ci darà maggior peso politico. Il commissario italiano lo sceglierò io, personalmente. Non sarà un ultrasettantenne e avrà il compito di rappresentare un’altra visione d’Europa.

Bons baisers da Roma

Giorgia

Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza politica, Accademico dei Lincei, europeista

Pubblicato il 15 dicembre 2023 su Formiche.net

Dove porta l’antiparlamentarismo di sinistra. Scrive Pasquino @formichenews

Persino opinion-makers di lungo e onorevole corso non conoscono a sufficienza come funzionano il Parlamento e i parlamentari. Inoltre, non saprei quanto inconsapevolmente, quegli opinionisti gettano immeritato discredito non soltanto sui parlamentari, tacciandoli tutti di assenteismo, troppo pagati che lavorano troppo poco, ma anche sull’istituzione nel suo complesso, l’istituzione che, in una democrazia parlamentare, è programmaticamente centrale. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, accademico dei Lincei, già senatore della Sinistra Indipendente

Tristo è l’antiparlamentarismo, anche quello di sinistra. “L’aula del Senato che, durante il dibattito sulle violenza, alcune foto immortalano desolatamente vuota”. Comincio con le parole di Massimo Gramellini (Corriere della Sera, 24 novembre, p. 1) che ripetono stancamente la condanna al presunto assenteismo dei parlamentari. Per quel che ne so, il processo all’aula (tutt’altro che sorda e certamente neppure grigia) comincia con la foto postata, l’ho vista sul mio X, dalla senatrice del Pd, già segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso. Replicai subito “solo a causa della mia incurabile malattia di predicatore istituzionale. Non contano le presenze in aula a questo stadio. Gli uffici dei parlamentari hanno radio e TV [anche a circuito interno]. Conteranno i voti. Questa foto è #antiparlamentarismo di piccolo cabotaggio”. Poi è arrivato Giovanni Valentini, già direttore de L’Espresso e a lungo editorialista de la Repubblica citando Camusso e la sua foto: “Prova visibile di grande partecipazione e sensibilità” del Senato. Ritwittai con queste parole: “Prova provata. Le disposizioni contro la violenza di genere e il femminicidio sono state approvate all’unanimità dai 157 [su 200] presenti”.

Nel frattempo, Massimo Giannini, già direttore de La Stampa, editorialista de la Repubblica, aveva scritto: “Si parla di femminicidi, il Senato è deserto: ecco cos’è il potere patriarcale”. Al Senato ci sono 71 senatrici donne, tutte succubi del potere patriarcale? Poi, incurante, ma non me ne dolgo più di tanto, della mia replica, Giannini ha ripetuto lo stesso concetto in un Podcast. Forse repetita iuvant, ma non quando si tratta di errori: perseverare diabolicum. Nel frattempo, il Corriere della Sera aveva pilatescamente pubblicato la foto a colori senza commenti. Nessuno dei molti giornalisti ha cercato di scovare dov’erano tutti i senatori e tutte le senatrici assenteisti: nei loro uffici, alla buvette, in Piazza Navona? Che, per caso s’intende, fossero al corrente del contenuto del testo, che lo avessero letto, dibattito compreso, negli accurati resoconti dei lavori in Commissione, che si fidassero di chi fra loro ne sa di più? Fatto sta che al momento giusto, da qualsiasi luogo provenissero, si sono trovati al punto giusto, in aula a votare, ma, ahiloro, il fotografo se n’era già andato!

Sarebbe “bello” poter dire che questo neanche tanto sottile antiparlamentarismo di sinistra non porta da nessuna parte. Invece, primo segnala che persino opinion-makers di lungo e onorevole corso non conoscono a sufficienza come funzionano il Parlamento e i parlamentari. Punto da approfondire anche con riferimento al diritto/dovere del governo che i suoi parlamentari approvino la legge finanziaria come arriverà al voto. Another time. Secondo, non saprei quanto inconsapevolmente, quegli opinion-makers gettano immeritato discredito non soltanto sui parlamentari, tacciandoli tutti di assenteismo, troppo pagati che lavorano troppo poco, ma anche sull’istituzione nel suo complesso, l’istituzione che, in una democrazia parlamentare, è programmaticamente centrale. Difendere ruolo e prerogative del Parlamento a fronte del premierato prossimo (av)venturo diventerà molto più difficile e persino contraddittorio: perché “aspettare” il voto di parlamentari assenteisti e non auspicare e accettare rapidamente la decisione formulata e presa senza tanti fronzoli dal(la)Premier eletto direttamente dal popolo?

Pubblicato il 24 novembre 2023 su Formiche.net

Autonomia per premierato. Pasquino mette in guarda da scambisti e semplificatori @formichenews

“Niente scambi di prigionieri, prima i cittadini poi le forme di governo”, dice il governatore leghista Zaia. Che dunque, contrariamente a Meloni, sembra pensare che le seconde non influiscano sulle condizioni da vita dei primi. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica

Nella Lega e in Fratelli d’Italia si annidano alcuni scambisti. Nessuna sorpresa e nessuno scandalo. C’è qualcuno che crede non da oggi di potere ottenere l’autonomia differenziata appoggiando, meglio, non obiettando al premieratino di Giorgia Meloni. Meno incline a fare la scambista è la stessa Meloni, preoccupata, non da oggi, dalle conseguenze scarsamente prevedibili dell’attuazione dell’autonomia differenziata. In aggiunta a difficoltà, tensioni e conflitti sulle risorse e sulle attribuzioni di poteri, regioni forti entrerebbero in contrasto con un Primo ministro rafforzato dall’elezione popolare. I più ottimisti, difficile dire quanto tecnicamente attrezzati, sostengono che lo scambio può essere evitato procedendo ad un coordinamento. Nessuno, però, è intervenuto in maniera concreta e precisa a chiarire termini e modalità del coordinamento. Forse qualche parente di qualche governante sta già affilando le armi dei suoi saperi politici e costituzionali e verrà individuato al momento opportuno e premiato con una qualche carica appositamente create.

Uno che ha le idee chiare in materia è il Presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia: “Niente scambi di prigionieri [non capisco questa espressione, ma forse è del titolista del quotidiano che riporta le parole di Zaia. Semmai da scambiare sono gli ostaggi] tra premierato e autonomia [credo dovrebbe essere autonomie, al plurale, visto che sono “differenziate”], prima i cittadini poi le forme di governo.” Zaia, dunque, contrariamente a Meloni, sembra pensare che le forme di governo non concernano i cittadini, non influiscano sulle loro condizioni da vita. Strano, davvero, molto bizzarro visto che, invece, Meloni sostiene che l’elezione popolare diretta darà grande potere ai cittadini e che molto ritengono che le autonomie differenziate daranno potere ai governanti regionali non ai cittadini, comunque in forma molto indiretta. Per di più il potere dei governanti regionali Zaia vorrebbe ampliarlo con l’abolizione del limite dei mandati riforma per la quale Zaia non vede nessun inconveniente. Cito: “Se cambia il limite dei mandati per i presidenti di Regione non si crea nessuna cupola”. Chi sa cos’è la cupola di Zaia? Il problema, più che la concentrazione di potere, è l’incrostazione dei poteri. I democristiani, ex e post, dovrebbero averlo imparato. Si creano aggregazioni senza limiti e le innovazioni diventano rarissime, persino impossibili e i potenti senza limiti rischiano di essere oggetto di pratiche corruttive.»

Attendo le espressioni di giubilo e di ammirazione provenienti in maniera tersa da Vincenzo De Luca, il Presidente della Regione Campania. Senza limiti forse anche off limits. Dopodiché, come si potrà suggerire il limite ai mandati anche per il Primo ministro del premieratino? La precisazione di limiti, che per i capi di governi parlamentari non esistono (è il popolo a decidere chi premiare e chi cacciare) sarebbe segno di incoerenza, anzi un modo per surrettiziamente indebolirlo/a. Al secondo mandato potrebbe cominciare una vera e propria cacci al Primo ministro non più rieleggibile. Insomma: scambiare, coordinare, forse, ricominciare meglio, cambiare molto? Comunque, diffidare sia degli scambisti, con scambi inevitabilmente sempre al ribasso, sia dei terribili semplificatori.

Pubblicato il 12 novembre 2023 su Formiche.net

La condizione di una alleanza Pd-5 Stelle secondo Pasquino @formichenews

Se il Movimento 5 Stelle non è d’accordo con le posizioni che derivano dall’articolo 11 della Costituzione, che mi paiono e mi auguro essere centrali nella visione del Partito democratico e con le prospettive anche operative che ne derivano, è improbabile che nasca un’alleanza di governo dotata di senso sulla scena europea e internazionale. Sull’ambiguità non si costruisce nulla di buono, nulla di solido, nulla di accettabile. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica e accademico dei Lincei

Come elettore sarei molto esigente. Credo che non riuscirei a convincermi a votare per una coalizione che includesse in posizioni dominanti due partiti che sulla politica internazionale si collocano su fronti opposti, incompatibili. Probabilmente, un sistema elettorale proporzionale, grazie al quale i partiti possono consentirsi il lusso di andare in ordine sparso, mi permetterebbe di sfuggire ad una scelta comunque dolorosa. Però, quel che un elettore può evitare i partiti coalizzati in un’alleanza di governo dovrebbero affrontare di petto. Visibilmente. Responsabilmente.

   Di fronte ad alcune alternative: dare armi all’Ucraina o no; sostenere Israele o dirsi equidistanti dai terroristi di Hamas, e altre simili che potrebbero (ri)presentarsi, le furbizie al/di governo sarebbero paralizzanti o distruttive. Per di più, poiché l’Italia fa parte di non poche organizzazioni sovranazionali, quelle furbate metterebbero inevitabilmente in discussione il suo ruolo, politico e economico, la sua affidabilità, la sua lealtà. Tutto questo appare sufficientemente chiaro e preoccupantemente delicato quando si confrontano le posizioni del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle sull’Ucraina e, in buona misura, anche sul conflitto Hamas/Israele.

Non so se la mia posizione personale: “sto sempre dalla parte delle democrazie” meriti di essere definita non negoziabile. Sicuramente, costituisce la mia preziosa scorciatoia cognitiva e etica alla quale non intendo rinunciare. Prodotto delle mie conoscenze storiche e delle mie preferenze politiche, la mia posizione si appoggia sulla lettura della Costituzione italiana e ne trae alimento e guida.

 Articolo 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Grazie alla loro conoscenza storica e alle loro esperienze personali, per non pochi drammatiche, nella stesura di questo articolo i Costituenti si sono rivelati anche preveggenti. Ripudiare qualsiasi guerra di offesa significa anche riconoscere il diritto alla difesa di Stati e cittadini che vengono aggrediti. Significa agire insieme con altri Stati democratici per difendere i diritti degli aggrediti e ristabilire, con fondi e, quando, spesso, necessario, con armamenti, l’indipendenza, la sovranità, la vita.

Se il Movimento 5 Stelle non è d’accordo con queste posizioni, che mi paiono e mi auguro essere centrali nella visione del Partito Democratico e con le prospettive anche operative che ne derivano, è improbabile che nasca un’alleanza di governo dotata di senso sulla scena europea e internazionale. Sull’ambiguità non si costruisce nulla di buono, nulla di solido, nulla di accettabile.

Professore Emerito di Scienza politica, socio dell’Accademia dei Lincei, kantiano.

Pubblicato il 16 ottobre 2023 si Formiche.net

Slovacchia: non stracciarsi le vesti, contrastare l’evitabile @formichenews

Non so come si dice in slovacco “Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare”, ma so che un mieloso soft power non ha finora ottenuto i risultati necessari. Meglio un not so soft power congegnato e concordato con gli slovacchi democratici e europeisti. Ora. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica

Comincio con le attenuanti. Fico non ha propriamente “vinto” le elezioni, ma il suo partito ha avuto il maggior numero di voti con una percentuale, 23,37, che segnala che per lui non ha votato neanche un quarto degli slovacchi. Secondo, c’è stata una massiccia opera di disinformazione russa, sottovalutata e non contrastata. Terzo, anche il Partito Socialista Europeo porta la responsabilità di non avere espulso, indirettamente legittimandoli, Fico e i suoi sedicenti europarlamentari socialdemocratici per usufruire di un pugnetto di voti. Infine, ultimo ma non infinitesimo, Fico deve dare vita ad una coalizione che raggiunga la maggioranza assoluta nel Parlamento slovacco e che, comunque, qualora vi riuscisse, sarà abbastanza eterogenea.

Ciò detto, la Slovacchia del patriota Fico, così definito nelle frettolose congratulazioni del “compagno” di banco Orbán, pone un problema non particolarmente nuovo. In alcuni Stati-membri dell’Unione Europea, situati nell’Europa centro-orientale già comunista, le regole, i comportamenti, le concezioni democratiche non sono propriamente vitalissime e vivacissime. L’allargamento del 2004, pur probabilmente necessario per agganciare quei paesi ad una Unione democratica, non è stato seguito con sufficiente attenzione e cura dagli altri Stati-membri, dall’Europarlamento e dalla burocrazia europea. Semplicistico mi sembra attribuire all’aggressione russa quel che potrebbe succedere in Slovacchia.

   La sfida dei migranti e la risposta degli Stati del gruppo Visegrad avevano già suonato più di un campanello d’allarme. D’altronde, non è che gli “altri” Stati dell’Unione abbiano già saputo dare una risposta comune e condivisa, concordata e solidale e, soprattutto, efficace e strutturale ai migranti e ai problemi socio-economici da cui originano e di cui sono portatori.

   Adesso è il tempo della congiuntura: sventare un governo Fico filo russo e di stampo orbaniano, operando probabilmente con un ventaglio di avvertimenti soffici resi credibili dalla non disponibilità dei fondi europei se verranno oltrepassate certe linee sui diritti. Impegnarsi da parte dell’Unione a contrastare i disinformatori russi e i loro alacri sostenitori, imparando e impartendo lezioni che serviranno anche in non pochi altri contesti. Sviluppare una propaganda ampia, battente, trasparente, esplicita per chiarire all’opinione pubblica slovacca vantaggi e pregi di cui ha già goduto, di cui usufruisce e che potrebbe perdere. Non so come si dice in slovacco “Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare”, ma so che un mieloso soft power non ha finora ottenuto i risultati necessari. Meglio un not so soft power congegnato e concordato con gli slovacchi democratici e europeisti. Ora.   

Pubblicato il 2 ottobre 2023 su Formiche.net

Un anno non basta. La versione di Pasquino @formichenews

A un anno dalle ultime elezioni politiche, il prof. Pasquino passa in rassegna quanto messo in campo dal governo. Rapporti con l’Europa, questione migranti, proposte economiche. Un bilancio che può migliorare, secondo l’accademico dei Lincei

Non è l’anniversario di un anno di governo, ma quello di una vittoria annunciata, magari non con tanta chiarezza e non con un vincitore, chiedo scusa, una vincitrice tanto consapevole delle difficoltà di governare quanto convinta delle sue capacità, della sua superiorità sui competitors (uno dei quali, il capitano Salvini, si affanna pericolosamente, per sé e per la tenuta e operatività del governo).

Un più credibile e affidabile bilancio sarebbe possibile se Giorgia Meloni stessa estraesse dal suo programma quelle che lei riteneva/ritiene priorità. Arbitrariamente, lo farò io. Primo, “in Europa per cambiare tutto”, bilancio: non proprio così. In Europa cercando di mostrare competenza e affidabilità, ma al tempo stesso senza riuscire a comandare al cuore che continua a battere per Orbán, per Vox e per i polacchi. In Europa con Ursula von der Leyen, ma disposta a drasticamente ridefinire la maggioranza che ora la sostiene. In Europa, ma senza riuscire ad attuare il PNRR, lasciando riemergere la realtà di un’Italia che non riesce mai a rispettare fino in fondo gli impegni presi. Voto tra il 5 e il 6.

Immigrazione: nessuna delle ricette della destra funziona, ma di ricette davvero funzionanti confesso di non vederne … tranne la mia!: provando correggendo riprovando, mai con intenti punitivi che, invece, stanno nel profondo delle viscere di troppi esponenti del centro-destra. Sarò, però, generoso: espulsione dei violenti, no, non fra i migranti, ma fra gli esponenti del centro-destra, loro rieducazione e rinvio al settembre dell’anno prossimo per il Ministro degli Interni, i suoi collaboratori, i suoi consulenti.

Economia: le vacche grasse non abitano più qui, ma regalie e esenzioni, tasse basse e piatte, assenza di una concezione di ripresa della crescita dicono che neanche il più bravo, il Ministro Giorgetti, presiederà al miracolo economico prossimo venturo, concepibile solo se anche nell’Unione Europea faranno la loro comparsa solutori più che abili. Condivisione e compartecipazione sono le parole chiave che il centro-destra non riesce a declinare preferendo sussurrare sovranità e patria. Il patriottismo economico è quasi sinonimo di stagnazione.

Istituzioni: qui l’abbandono della proposta portante è clamoroso. Se è il (semi-)presidenzialismo quello che sta nel programma come modello di governo per garantire la stabilità governativa, ma non l’efficacia decisionale, che dipende dalla qualità dei decisori, il premierato è un tradimento programmatico, peggio poi se fosse una caramella data ad Italia Viva per avere un mucchiettino di voti, pur non sufficienti ad evitare il referendum. Zero.

Sondaggi e previsioni: le mie valutazioni sobrie e informate contano (sic), ma, giustamente, molto di più conta il parere del popolo, oops, degli elettori ai quali, non senza criticarli e senza cercare di fare loro cambiare opinione, mi inchino democraticamente. La Presidente del Consiglio continua ad avere un alto, maggioritario gradimento. Il suo partito è cresciuto passando dal 25 per cento di un anno fa a intenzioni di voto intorno al 30 per cento. Questo conta. Gli elettori promuovono Giorgia. Però, si può fare di più, di-verso, di meglio (anche come stile e come rilettura del passato). Studiare.   

Pubblicato il 24 settembre 2023 su Formiche.net

Il salario minimo e la dialettica che serve tra governo e opposizione @formichenews

Un governo buono incontra le opposizioni che, unite, stimolano e sfidano l’esecutivo. Ecco cosa insegna il dialogo che si è aperto sul salario minimo, in cui è stato chiamato in causa il Cnel guidato da Renato Brunetta. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica. Recentemente ha pubblicato “Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve” (UTET 2023)

C’è del merito nel confronto fra Giorgia Meloni e le opposizioni sul salario minimo e c’è anche del metodo. Non sufficientemente sottolineato, il merito, vale a dire, stabilire per legge che tutti coloro che (circa 4 milioni di persone) svolgono un lavoro dipendente debbono ricevere come minimo 9 euro l’ora è molto importante. Non significa affatto che nella contrattazione collettiva i sindacati non potranno chiedere di più né, meno che mai, coloro che già ottengono di più verranno retrocessi. Certo, 9 euro l’ora non è quel salario ricco che chiede Tajani sventolando il cedolino (ricco) della sua indennità, ma porrebbe i lavoratori italiani più vicini ai lavoratori di 22 su 27 Stati membri dell’Unione Europea. Sul punto mi affido alla creatività del CNEL e del suo presidente Renato Brunetta che ricordo apprezzato docente di Diritto del Lavoro. Sarà utile operare nei dintorni e nei contorni del salario minimo senza perdere di vista il bersaglio rosso: migliorare le condizionidi vita di milioni di persone e delle loro famiglie.

La qualità del metodo è sbucata imprevista e imprevedibile dalla esigenza di Giorgia Meloni di uscire dall’angolo nel quale alcuni suoi troppo zelanti collaboratori l’avevano cacciata con i loro intransigenti mal motivati “no” al salario minimo (“e perché? Perché no”). La premier ha deciso di andare a vedere meglio le carte delle opposizioni e ha scoperto che c’è qualcuno che carte non ne ha e pensa che lo si nota di più se non lo si vede. Ma ha anche scoperto una inaspettata “granitica” (aggettivo di antico sapore) convergenza, quasi una coesione, fra gli oppositi politico-parlamentari con il sostegno perfino della CGIL (agli altri sindacati, soprattutto alla CISL, si deve chiedere il perché della loro assenza).

La convergenza si è manifestata nel disegno di legge presentato dalle opposizioni senza che nessuno procedesse ad una presa di distanza per piantare le sue bandierine. La convergenza “senza se senza ma” delle opposizioni non è venuta meno neanche nella fase successiva. Delusione solo parziale per avere tecnicamente ottenuto poco: un rinvio e un transfert al CNEL il cui parere servirò anche a Giorgia Meloni per ammorbidire e fare ragionare i suoi di fronte a dati inoppugnabili. Lungi da me parlare della necessità di una “cabina di regia” delle opposizioni affinché “stiano sul pezzo”. Però, forse, molti hanno imparato che su buone precise proposte condivise (la pratica dell’obiettivo) si può fare molto strada insieme. Che lo schieramento governativo ha qualche crepa e non poche differenze d’opinione e di preparazione. Che solo uno schieramento alternativo che si mostri convinto delle sue proposte riesce a diventare convincente. Che anche se non si vince subito e mai tutto l’incontro è quasi sempre preferibile allo scontro. Il resto è massimalismo, non meno nocivo quando lo praticano i governanti, ma improduttivo se esercitato saccentemente dalle opposizioni. Il resto a settembre, ma con la consapevolezza che in democrazia esiste costantemente la possibilità di imparare