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Era una crisi buia e tempestosa… Pasquino legge Renzi (e Mattarella) @formichenews

Qualcuno dovrebbe andare a vedere le carte renziane. Ma non stiamo giocando a poker e chiamare il bluff è pericolosissimo, tanto per i partiti di governo quanto per il sistema politico di oggi e di domani. Meglio ascoltare il richiamo di Mattarrella. Il commento di Gianfranco Pasquino

Finalmente una (non)bella crisi al buio. La crisi è, non facciamo finta di niente, conclamata. Non è neanche possibile sostenere che è un ritorno alla tanto, erroneamente, biasimata Prima Repubblica. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, allora tutti sapevano che la crisi si sarebbe chiusa in venti-trenta giorni, non di più (tranne la clamorosa eccezione, protagonisti il defenestrato De Mita, Craxi, Andreotti, e Cossiga, con la crisi che durò dal 19 maggio al 23 luglio 1989). Non sempre veniva cambiato il presidente del Consiglio. Infatti, ci sono stati molti bis; sempre “girava” qualche ministro per accontentare le correnti e per dare l’idea di nuovo slancio. Con bassi tassi di rendimento il sistema politico funzionava.

Adesso, il problema è che il rottamatore d’antan non sa esattamente che cosa vuole e che cosa non vuole. Forse, ha ingaggiato un duello personale prima che politico con Conte. Lui sostituirlo non può, ma di sostituti plausibili dentro la coalizione attuale non se ne vedono. Tutto il balletto sulle sue ministre che non sono attaccate alle “poltrone” (ho cercato, ma non trovato, questa parola nella costituzione, forse cariche?) serve soltanto a fare sapere che sono i capi dei partitini che scelgono i/le ministri/e e ne dettano i comportamenti. Che tristezza.

Quello sull’assegnazione dei fondi europei, invece, è un problema molto più serio. È talmente serio che il Presidente della Repubblica, immagino profondamente infastidito dal comportamento di chi ha plaudito al suo discorso di fine anno nel quale aveva auspicato l’avvento del tempo dei “costruttori” e si esibisce in senso contrario, ha fatto sapere che prima di qualsiasi altro movimento/minaccia/ricatto i protagonisti debbono mettere in salvezza quei fondi. Per quel che conta approvo la richiesta di Mattarella che mi sembra molto più che una semplice “moral suasion” e che avrà conseguenze sui prossimi comportamenti presidenziali. Non so se basterà a frenare chi, avendo cominciato le ostilità, non sa oggettivamente più dove andare.

Qualcuno dovrebbe, forse, andare a vedere le carte renziane, ma poiché non stiamo giocando a poker, chiamare il bluff è pericolosissimo, non soltanto per i partiti di governo, ma per il sistema politico di oggi e di domani, addirittura per la Next Generation. Di qui l’importanza del richiamo secco presidenziale. Il tris di Conte non è impossibile, ma richiede qualche legittimo rimescolamento parlamentare (d’altronde, Italia Viva è già un modesto monumento alla possibilità di rimescolamenti). Anche se vedo qualche sceneggiata, data la gravità della situazione, non finirò dicendo che la telenovela continua. Qualche volta guadagnare tempo serve a qualcuno per riflettere e imparare qualcosa. Vado sul banale (non meno vero): “Gli italiani non capirebbero”, sostengono i sostenitori dell’esistente. “Al Paese non serve una crisi”, annunciano i sostenitori del crisaiolo. Tutti vediamo, però, che non soltanto la notte è “buia e tempestosa”.

Pubblicato il 11 gennaio 2021 su formiche.net

Legion d’Onore, perché sto dalla parte di Augias. L’opinione di Pasquino @formichenews

Una volta per tutte (sì, sono consapevole del tasso di retorica di questa affermazione) è essenziale che si dica alto e forte che anche sulla scena internazionale, non v’è nulla di più importante dei diritti delle persone. L’opinione di Gianfranco Pasquino

Con un gesto nobile e esemplare Corrado Augias ha restituito all’ambasciatore di Francia a Roma la Legion d’Onore per protestare contro l’assegnazione della stessa onorificenza al presidente egiziano Al-Sisi. La motivazione di Augias è chiara e condivisibile. Non si può stare nella stessa compagnia di chi, come Al-Sisi, calpesta i diritti umani.

Da anni gli egiziani depistano le indagini sul rapimento e l’assassinio di Giulio Regeni; da quasi un anno tengono in carcere in condizioni repellenti il loro concittadino Patrick Zaki, studente di master all’Università di Bologna, senza un’imputazione precisa. Questi fatti sono ben noti alle autorità francesi e, naturalmente, anche al presidente Macron. Infatti, la concessione della Legion d’Onore a Al-Sisi è stata fatta quasi di soppiatto senza grande cerimonia, non a causa del Covid, ma per timore delle proteste dei francesi stessi, a cominciare dagli intellettuali. Non voglio fare paragoni, ma ricordo che in occasione dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, Nenni restituì il premio Lenin per la pace ricevuto nel 1951. Mi aspetterei che anche altri italiani premiati con la Legion d’Onore seguissero, ciascuna con la sua motivazione che, però, deve assolutamente includere Regeni (e Zaki), l’esempio di Augias. Particolarmente importante è che lo facciano Emma Bonino e Piero Fassino, per il loro ruolo politico e sensibilità personale ai diritti delle persone.

In alcune dichiarazioni Augias ha sostenuto che comprende i vincoli dell’azione politica. È lampante, peraltro, che non è affatto disposto a condividerli e a giustificarli in nome del mercato, del più o meno libero commercio, della rilevanza strategica. Sono tutte motivazioni che hanno appesantito i comportamenti delle autorità italiane e che non hanno condotto a nessun esito. Evidentemente, a sua volta, il presidente Macron pone a fondamento della sua politica estera motivazioni che nulla hanno a che vedere con i diritti, alla faccia di tutti coloro che fra noi (e fra i francesi stessi) hanno ammirato la République proprio per la sua opera ispirata dalla protezione e dalla promozione dei diritti umani.

Quella Legion d’Onore a Al-Sisi avrebbe potuto essere condizionata al suo impegno a rispondere alle richiese della magistratura italiana (manifestazione della solidarietà fra Paesi europei, non di malposta concorrenza). A maggior ragione, dovremo noi, proprio come insistentemente fanno i genitori di Regeni, chiedere alle autorità italiane, dal ministro degli Esteri al ministro della Difesa e, naturalmente al capo del governo che alzino il tiro dell’azione diplomatica, a cominciare dal sempre più sacrosanto richiamo dell’ambasciatore italiano al Cairo e al blocco delle transazioni commerciali.

Una volta per tutte (sì, sono consapevole del tasso di retorica di questa affermazione) è essenziale che si dica alto e forte che anche sulla scena internazionale, non v’è nulla di più importante dei diritti delle persone.

Pubblicato il 14 dicembre 2020 su formiche.net

Pazienza e giudizio. Pasquino spiega perché Conte neanche barcolla @formichenews

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa Corriere e Repubblica (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di Formiche.net che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino

Ho la propensione a pensare che il professor Conte non avesse fra le sue letture preferite i “Quaderni del Carcere”. Visti, però, i suoi comportamenti come Presidente del Consiglio dei Ministri in una coalizione che va dalla Sen. Barbara Lezzi al Sen di Scandicci Matteo (Ghino) Renzi, ritengo che nel suo studio da qualche parte abbia appeso una frase di Gramsci: “la pazienza è una virtù rivoluzionaria”.

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa “Corriere” e “Repubblica” (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di “Formiche” che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Da qualche settimana, lo sport è diventato quello di imporgli il rimpasto minacciando/annunciandogli la sua sostituzione per gennaio 2021. Palesemente convinto e lieto di potere mangiare il panettone ancora a Palazzo Chigi, Conte ha continuato nel suo lavoro, con stile e con metodo. Lo stile è non perdere mai la pazienza (tranne con Salvini). Il metodo è molto limpido: “lasciare che tutti i fiori [della critica] sboccino” e appassiscano.

Vale a dire che le critiche, spesso pretestuose e prive di qualsiasi costrutto, formulate a fini quasi esclusivi di visibilità, hanno le gambette corte e fanno pochissima strada. Alcune di quelle critiche a lui rivolte riguardano lotte interne ai pentastellati o ghiribizzi di Italia Viva. Sulla riforma del MES i/le Cinque Stelle hanno dato (quasi) il peggio di sé: non ideologia (che è troppo esigente), ma idiosincrasia che naturalmente non va e non porta da nessuna parte. Conte ha anche assistito, credo molto incuriosito, all’acrobazia di Berlusconi e sono certo ha apprezzato il nobile dissenso e la efficace motivazione di Renato Brunetta a favore del MES.

Qualcuno sostiene che dietro Conte starebbe il Presidente della Repubblica Mattarella. Sono per l’appunto i dietrologi. In verità, Mattarella non sta affatto dietro a nessuno e non le manda a dire. “Armato” della Costituzione e di una cultura politica democratico-progressista, esperto della politica italiana che ha “praticato” con la schiena diritta, Mattarella si limita di tanto in tanto a fare opportuni richiami ai protagonisti che, invece di dichiarare, dovrebbero studiare. Avendo fatto qualche ripasso, Conte conosce i testi giusti, anche, evidentemente, quelli europei suggeritigli cortesemente da Angela Merkel e Ursula von der Leyen. Li ha già adoperati con loro felice sorpresa per trattare con coerenza e intransigenza (e con non scarso successo).

La trattativa nello stivale italiano sarà alquanto più complicata anche per lo scontro (non di civiltà, ma) di personalità. Dalla pazienza, che sicuramente manterrà con grande elegante aplomb, Conte è stato chiamato da Del Rio all’umiltà di (Papa) Francesco (non di san Francesco che quei miliardi li avrebbe tutti investiti per sora acqua e sora natura). Per il PD che deve disarmare Italia Viva il richiamo è a una governance che, nelle intenzioni del rottamatore d’antan, riduca il ruolo (e il numero) dei tecnici nominati da Conte e aumenti i politici scelti dai capi dei partiti finora coalizzati. Per Conte non sarà affatto un problema. Lentamente gradualmente con juicio ridimensionerà la sua effettivamente esagerata task force cercando di mantenere il controllo che conta.

L’omelia natalizia che deve portare almeno fino a gennaio inoltrato sarà ricca di riferimenti e di approfondimenti. La pazienza rivoluzionaria consentirà di “scavallare”. Buon 2021.

Pubblicato il 9 dicembre 2020 su formiche.net

Basta soluzioni tampone, serve una road map del Covid. La lezione di Pasquino @formichenews

Dopo il ripetuto ricorso ai Dpcm, una discussione parlamentare sarebbe utile per migliorare e affinare le decisioni prese. Soprattutto, vorrei che tanto il governo quanto l’opposizione si esercitassero a individuare le tappe e i passaggi attraverso i quali evolverà il Covid. Il commento di Gianfranco Pasquino

Il dilemma è drammatico: chiudere le attività economiche per salvare vite, ma impoverendo tremendamente milioni di italiani oppure lasciare aperte moltissime attività ponendo a rischio contagio, con un numero di vittime già quantificabile, ampi settori della popolazione italiana? Per dare una risposta a questo dilemma è anche possibile, forse consigliabile guardare le decisioni prese altrove. Certo, non siamo un’isola con circa sei milioni di abitanti come la Nuova Zelanda. Non è possibile sigillare l’Italia. La lezione asiatica, Corea del Sud, Giappone, Taiwan (due di questi paesi sono isole), non l’abbiamo studiata, ma è molto plausibile che il loro successo dipenda da tratti culturali distanti da quelli degli italiani e da comportamenti che abbiamo già capito non sapremmo imitare e praticare. Degli altri paesi europei, a giudicare dai numeri, solo la Germania ha fatto meglio. Il governo Conte ha trovato qualche insegnamento in quell’esperienza?

In tutte le democrazie i governi debbono essere costantemente sotto la lente dell’opinione pubblica, anche quella delle opposizioni. È imperativo che giustifichino le decisioni che prendono e quelle che evitano. Hanno l’obbligo di spiegare tempi, modi, conseguenze di quelle decisioni. Non sono affatto sicuro che al dilemma che ho posto all’inizio la risposta migliore stia nel mezzo. No, in medio non stat virtus. Suggerirei alle opposizioni che le critiche più efficaci non sono quelle formulate alzando la voce e che si traducono in “un po’ più di questo (orari di apertura e soldi)” “un po’ meno di quest’altro (meno didattica a distanza)”. E non consistono mai nel condonare il “disagio” che si traduce in disordini, saccheggi, violenza organizzata che chiaramente è del tutto controproducente. Sono convinto che, da un lato, il capo del governo ha la facoltà di emanare i famigerati DPCM per comprensibili ragioni di urgenza e di necessità. Dopo il ripetuto ricorso a questo strumento ho, però, maturato l’opinione che una discussione parlamentare sia utile per migliorare e affinare le decisioni prese. Soprattutto, vorrei che tanto il governo quanto l’opposizione si esercitassero a individuare le tappe e i passaggi attraverso i quali evolverà il Covid. Però, non vedo come questo compito sarebbe meglio svoto da un governo di larghe intese, che non si è formato sulla spinta del Covid in nessuna democrazia (la Grande Coalizione tedesca è nata prima del Covid)

Nessun governo democratico è finora caduto a causa del Covid. Neppure Trump potrà e, forse, neanche sarà in grado di giustificare la sua sconfitta come esito di una malattia trascurabile, poco più di un’influenza. Nelle attuali condizioni in Italia non è pensabile un altro governo né è minimamente plausibile andare alle urne. Proprio per questo è lecito pretendere che il governo Conte non navighi a vista limitandosi alla formulazione di soluzioni tampone (sì, desidero proprio usare questa parola) soluzioni che non è in grado di argomentare motivatamente e giustificare convincentemente. Last, ma tutt’altro che least, e non è un’altra cosa, il governo dovrebbe stare approntando i progetti, tempi, contenuti, costi, indispensabili a ottenere gli ingenti fondi del programma Next Generation EU. Sarebbe utile che, lo dirò con il massimo di retorica disponibile, il paese venisse informato. Donne e uomini informati mezzo salvati.

Pubblicato il 26 ottobre 2020 su formiche.net

Legge elettorale, Pasquino spiega perché il doppio turno è molto meglio del doppio forse @formichenews

Il criterio migliore con il quale valutare le leggi elettorali è quanto potere conferiscono all’elettorato, non il tornaconto personalistico e particolaristico immediato, che genera invece leggi mediocri se non pessime. Il commento di Gianfranco Pasquino

Da oramai troppo tempo la discussione sulle leggi elettorali è inquinata da inesattezze, più o meno volute, e manipolazioni. Purtroppo, in alcune, non proprio marginali, inesattezze è incorso anche il prof. Alfonso Celotto nel suo intervento “Carlo Magno e l’eterno dilemma della legge elettorale”. Il Mattarellum non era “un sistema per 2/3 maggioritario”, ma per 3/4 tale ed è importante aggiungere “in collegi uninominali”. Fatti salvi due difetti, le modalità dello scorporo alla Camera e la possibilità di liste civetta, facilmente rimediabili, la legge elettorale di cui fu relatore Sergio Mattarella rimane la migliore delle leggi elettorali post-1993. Non è corretto affermare che “nel 2005, sulla spinta [non fu una spinta, ma una meditata decisione] del centro-destra, si è tornati a un proporzionale semplice [C.vo mio], ma con la forte correzione di soglia di sbarramento e premio di maggioranza (oltre alle liste bloccate: cosiddetto Porcellum)”.

Infatti, ovviamente, una legge che ha una soglia di sbarramento e un premio di maggioranza, non può e non deve mai essere definita “semplice” e neppure “proporzionale puro” come leggo su troppi quotidiani e ascolto in troppi talk show.  Semmai, è proporzionale corretta, ma di “correzioni” se ne possono escogitare molte altre a partire dalla dimensione della circoscrizione. Meno parlamentari si eleggono in una circoscrizione tanto più difficile sarà per i partiti piccoli vincere un seggio.

Nella sua storia la Francia ha spesso cambiato leggi elettorali, anche, per la precisione, nel 1985 quando la maggioranza di sinistra, Mitterrand presidente, abolì la legge maggioritaria in collegi uninominali e introdusse una legge proporzionale, non “piccola rettifica”, nel tentativo di impedire la vittoria del centrodestra a guida gollista. Nelle elezioni legislative del 1986 Jacques Chirac vinse lo stesso e con la sua maggioranza assoluta subito reintrodusse il maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Dobbiamo chiederci il perché della lunga durata del doppio turno, ma dobbiamo subito aggiungere che quel doppio turno si accompagna alla forma di governo semipresidenziale con elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica.

Potremmo pretendere un salto di qualità dalla discussione in corso (centrata sulla “altezza” della soglia di accesso al Parlamento), ma siamo consapevoli che la nostra pretesa è una grande illusione. Fintantoché i sedicenti riformatori impronteranno le loro proposte al tornaconto personalistico e particolaristico immediato, avremo leggi elettorali mediocri, se non pessime. Il criterio migliore con il quale valutarle è quanto potere conferiscono all’elettorato. Poi, ad libitum, sarei in grado di precisare, facendo riferimento sia al sistema proporzionale personalizzato (si chiama proprio così) tedesco sia al doppio turno francese, che cosa significa “potere dell’elettorato”, come strutturarlo e come valutarlo. Ho promesso a Carlo Magno che lo dirò a lui per primo.

Pubblicato il 28 settembre 2020 su formiche.net

Il taglio delle poltrone e il trilemma dei costituzionalisti. Il commento di Pasquino @formichenews

Per il prof. Gianfranco Pasquino il bicameralismo italiano deve essere riformato non perché “perfetto”, ma perché ha non pochi inconvenienti dovuti, più che ai numeri, ai compiti che i parlamentari svolgono in maniera tutt’altro che perfetta e che, a numeri ridotti, svolgeranno probabilmente peggio

“Mi si nota di più se: i) ho votato no al referendum di Renzi e adesso taglio le poltrone? [Valerio OnidaUgo de SiervoLorenza Carlassare]; ii) ho votato sì al referendum di Renzi, ma adesso voto no? [Luciano Violante, Sabino Cassese, Angelo Panebianco]; oppure, iii) faccio l’asino, naturalmente, di Buridano? [Gustavo Zagrebelski, il presidente del Comitato del No alle riforme di Renzi]”.

Sì, lo so, i referendum, anche, non soprattutto, quelli costituzionali, non “confermativi”, ma, sanamente, “oppositivi”, rimescolano le carte. Non sapevo, però, che avessero anche il dono di rimescolare le interpretazioni della Costituzione e delle conseguenze dei quesiti. Ovviamente, è legittimo scegliere fra il Sì e il No anche per non indebolire il governo oppure per farlo cadere. Starà al governo spiegare perché un referendum costituzionale, che nessuno ha trasformato in un plebiscito, non debba essere in grado di dare spallate al governo.

Non è, naturalmente, affatto detto che alla vittoria del Sì farà immediatamente seguito una nuova legge elettorale, e perché poi dovrebbe essere proporzionale? (Per favore, nessuno aggiunga “pura/o” se ci sarà una clausola d’accesso e un inopinato diritto di tribuna). Le leggi elettorali non hanno quasi nulla a che vedere con le riforme costituzionali.

La brutta legge Rosato deve essere cambiata perché, appunto, è brutta. Punto. E il bicameralismo italiano deve essere riformato non perché “perfetto”, ma perché ha non pochi inconvenienti dovuti, più che ai numeri, ai compiti che i parlamentari svolgono in maniera tutt’altro che perfetta e che, a numeri ridotti, svolgeranno probabilmente peggio.

Le riforme costituzionali non si fanno e non si approvano per aprire “brecce” nella Costituzione, come sostiene il deputato dem Stefano Ceccanti, prof. di Diritto costituzionale, il quale dopo avere motivato in aula il no del suo partito, adesso è “sparato” per il Sì. Ma, voce del/dal popolo, se non approviamo neanche questa riformetta, che è solo un inizio, finiremo per mettere una pietra tombale (sic) sulle riforme costituzionali. Lo proclamavano anche i renziani e, invece, pochi anni dopo quella sonora sconfitta nel dicembre 2016, già ci troviamo con un’altra riforma “epocale”, che colpisce il cuore della democrazia parlamentare dove pulsano la rappresentanza politica e la capacità di controllo del Parlamento sull’operato del governo. Meditate gente, meditate.

Pubblicato il 7 settembre su formiche.net

Bettini o grillini, la democrazia nei partiti sarebbe utile. Sostiene Pasquino @formichenews

Dipendiamo dal pensiero di Goffredo Bettini per apprendere dove va e dove deve andare il Pd e dove andrà il sistema politico italiano. Qualcuno si faccia sentire spiegando quali sono i processi decisionali del partito, quali le strutture coinvolte, quali le modalità

Non mi sono noti i processi decisionali dei partiti/corsari protagonisti della politica italiana di cui discorre da par suo Sabino Cassese sulle pagine del “Corriere della Sera” (21 agosto 2020). So, però, che soltanto i corsari che avevano successo continuavano nella loro leadership, ma spesso c’erano ammutinamenti, ammirevoli richieste di democrazia (sic) partecipata e deliberativa. Non sono un grande estimatore di piattaforme decisionali le cui procedure non sono proprio trasparenti e i cui esiti non sono verificabili. Prendo, però, positivamente atto che il numero di aderenti al Movimento 5 Stelle che votano è regolarmente calcolabile in parecchie migliaia. Sono cifre che il Corsaro Nero, il mio preferito, non ha mai conseguito. Sono cifre che nessuno degli attuali partiti corsari è in grado di ottenere tranne il Partito Democratico quando organizza in maniera decente le primarie. Poi, succede che a un segretario così eletto, Nicola Zingaretti, venga contrapposto come potenziale successore un Presidente di regione, Stefano Bonaccini, che ha fatto poco più del suo dovere politico (e istituzionale): vincere da incumbent la rielezione nella regione Emilia-Romagna.

Primum vincere, sono d’accordo, ma talvolta persino i corsari si davano qualche obiettivo mobilitante aggiuntivo. Leggo che le scelte qualificanti del Partito Democratico sono state prese in maniera, lo scriverò pudicamente, irrituale. L’alleanza di governo con le Cinque Stelle è il prodotto della fervida immaginifica azione dell’ex-segretario Renzi, colui che il 4 marzo 2018, senza nessuna consultazione degli organismi dirigenti, buttò il suo partito all’opposizione. Se la memoria mi assiste, non pare ci sia stata un’insurrezione di dissenzienti. Un giorno dell’agosto 2019, lo stesso Renzi, senza nessuna spiegazione, mai il suo forte, dichiarò la fattibilità, anzi, la necessità di un governo con le Cinque Stelle: eroico. Poi, collocati alcuni seguaci al governo fece una scissione, strategica. Epperò, lo stratega vero del Partito Democratico, dicono gli intervistatori dei giornaloni, ma, ieri, anche il bravo Francesco De Paolo e l’autorevolissimo studioso della comunicazione politica Massimiliano Panarari, si sono esercitati nelle esegesi, è l’imponente Goffredo Bettini. Dal suo fervido pensiero variamente esternato dipendiamo per apprendere dove va e dove deve andare il PD e dove andrà il sistema politico italiano.

Ipocritamente elogiato da tutti tranne Marco Travaglio, l’ex-Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi non ha detto nulla sulla politica italiana. Perché non vuole bruciare sue chances oppure perché non ne sa abbastanza? Almeno l’interrogativo andrebbe/andava posto. Invece, Bettini, commentano De Palo e Panarari, detta la linea al PD. Allora, sì, mi sono preoccupato, comunque, molto meno di quanto mi renda tristemente preoccupato il Covid-19. Il Partito Democratico e il suo segretario si fanno dettare la linea da Bettini, gliela hanno affidata in base a meriti pregressi? Sulla base di successi epocali? Con riferimento a mandati congressuali?

Alcuni “antichi” studiosi di scienza politica si sono regolarmente posti il problema della democrazia nei partiti. Deve esserci eticamente. Deve esserci programmaticamente. Deve esserci perché serve. Affari del PD, direbbe qualcuno. In parte, sì; ma né un partito eterodiretto da strateghi né, anche se meglio, quello pilotato da Rousseau, sono da considerare soluzioni ideali. Sappiamo che il problema dei partiti più o meno corsari è che non capiscono e non riescono a rappresentare la complessità, spesso positiva, del loro elettorato. Allora, Bettini rilasci tutte le interviste che vuole. A corto di riflessioni, “Repubblica”, “Corriere” et al. le pubblichino, ma dal PD qualcuno si faccia sentire spiegando quali sono i processi decisionali del partito, quali le strutture coinvolte, quali le modalità. Non oso dire quale la visione del mondo… È il minimo per un Partito sedicente Democratico. Lo dovrebbe desiderare anche Bettini. Renderebbe più salaci le sue interviste e, chi sa, farebbe avanzare un dibattito politico da tempo dolorosamente asfittico.

Pubblicato il 22 agosto 2020 su formiche.net

Ma quale rimpasto, è ora di studiare. La versione di Pasquino @formichenews

Non è il momento di pensare a un rimpasto di governo che, peraltro, potrebbe non piacere troppo all’Europa. È l’ora di studiare, scrive Gianfranco Pasquino, e stilare con immaginazione i progetti, tempi e costi, per ottenere i fondi europei. Il commento del professore emerito di Scienza Politica

Il gioco italiano del rimpasto mi ha sempre affascinato. Circolano nomi, anche fantasiosi. Si evocano spettri, anche maligni. Si saltano a pié pari, ma anche dispari, i problemi e le motivazioni. Si fa credere ai retroscenisti che il rimpasto/quel rimpasto è un’operazione di enorme rilevanza. Risolutiva. Infine, si intervista anche qualche stratega peso massimo per ottenere conferme che puntuali arrivano, ma anche no, tanto ci siamo già scordati dei punti di partenza. Sono due, in contemporanea: le elezioni regionali e il referendum sul taglio (riduzione del numero) dei parlamentari.

Mi sforzo, ma non riesco a individuare quali sarebbero i ministri da rimpastare se, per fare un esempio, i giallo-rossi perdessero qualche regione di troppo. Chi dovrebbe andarsene se saggiamente gli elettori dicessero no al taglio della loro già incerta e claudicante rappresentanza? Qualcuno ha per caso stilato un elenco delle cose fatte e delle malefatte dei ministri di Conte? Certo, il rimpasto non può toccare il Presidente del Consiglio popolarissimo e stimato punto di equilibrio della coalizione. Dopo il Conte Due si trova soltanto un eventuale Conte Tre per andare a elezioni, quindi, dopo il gennaio-febbraio 2022, avvenuta l’elezione del Presidente della Repubblica in un trilottaggio scintillante e appassionante “Casellati/Casini/Draghi” (a domanda di Formiche, spiegherò, un’altra volta).

Nel frattempo, le ambizioni dei ministrables vanno tenute sotto controllo. Si dedichino a risolvere i rimanenti problemi con le autostrade. A stilare con immaginazione i progetti, tempi e costi, per ottenere i fondi europei. A leggere, non dico un libro (vaste programme per i politici italiani sosterrebbe de Gaulle), ma un articolo scientifico sulle leggi elettorali e le loro conseguenze. Potrebbe servire e poiché non è affatto urgente hanno tutto il tempo per dedicarvisi, ma assumano l’impegno magari per farsi spiegare da Delrio come la legge Rosato sia nel frattempo diventata da 2/3 Pr e 1/3 maggioritaria addirittura “ipermaggioritaria”. Naturalmente, alcuni di noi, viziosi e viziati studiosi, apprezzerebbero essere informati su qualche altro esempio esemplare di legge elettorale maggioritaria, non “il sindaco d’Italia” che è una forma di governo similpresidenziale, non una legge elettorale.

Mentre i Cinque Stelle si arrovellano su Crimi e su Di Battista e i Dem si interrogano su come ricostruire una cultura politica, scriverò, azzardatamente, un aggettivo da prendere con le molle, esplosivo: “riformista” (no? allora progressista), non è credibile che abbiano tempo e capacità di fare due cose insieme, aggiungendovi il rimpasto anche perchè all’orizzonte non si affacciano personalità straordinarie alle quali affidare i ministeri decisivi. Riesco, però, ad immaginare le facce sgradevolmente sorprese e inquiete delle autorità europee se dovessero essere obbligati a trattare con qualche faccia italiana nuova, non sperimentata, meno affidabile del (non già brillante) solito. Buone vacanze.

Pubblicato il 6 agosto 2020 su formiche.net

Vi spiego perché Conte non ha intrapreso una deriva autoritaria. A lezione da Pasquino @formichenews

Fermo restando che l’aggettivo più appropriato alle molteplici derive italiane è confusionarie, altri molto diversi e molto più concreti sono i pericoli incombenti. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, un beneducato di talento (parafraso la non dimenticabile valutazione di Renzi, “un maleducato di talento”, scritta qualche tempo fa dall’allora Direttore del “Corriere della Sera” Ferruccio De Bortoli) ha ancora una volta irretito il Parlamento italiano provocando grande irritazione in Matteo Salvini e Giorgia Meloni (e contenuta preoccupazione in alcuni Dem), chiedendo e ottenendo il prolungamento dei suoi poteri di emergenza fino al 15 ottobre. Poi, chi sa.

Grazie al suo talento e alla sua buona educazione Conte era già riuscito ad irretire il frugalissimo Mark Rutte, e dovremmo rallegrarcene. Ma, come ha saggiamente scritto (o lasciato capire fra le righe) l’Ecclesiaste, c’è un tempo per irretire e un tempo per agire. Il tempo per irretire si presenta spesso; quello per agire arriva e passa. Spesso è poco più di un attimo per l’appunto fuggente. Il primo tempo non può essere usato per irretire il secondo, ma deve, invece, saperlo preparare. Incidentalmente, neppure la sequenza di alcune, tre-quattro richieste, debitamente approvate dal Parlamento, dei poteri di emergenza, può giustificare l’eccitazione dei giuristi allarmisti. No, Conte non arriverà mai alla vetta dei pieni poteri rivendicati da Salvini (è sempre il caso di ricordarglielo al leader della Lega, aggiungendo che, a suo tempo, dalla furente costituzionalista Meloni non pervennero riserve, neppure velate). Non ricordo casi di fondatori di regimi autoritari una delle cui doti fosse la buona educazione. No, Conte non ha intrapreso nessuna deriva autoritaria.

Fermo restando che l’aggettivo più appropriato alle molteplici derive italiane è confusionarie, altri molto diversi e molto più concreti sono i pericoli incombenti. Come irretire gli appetiti dei parlamentari e dei numerosissimi gruppi di pressione, le famigerate lobby, che scalpitano per avere almeno una fetta della enorme torta di fondi europei? Sul punto, temo che il Conte non abbia le idee chiare e che le chiarissime idee delle lobby, Confindustria compresa, non siano propriamente né quello di cui il paese ha bisogno né quello che la Commissione Europea vorrebbe dall’Italia. Un programma di interventi precisi, circostanziati, con tempi, modi, costi, lungo le direttive ecologiche e digitali, per il lavoro e per la ricerca e, magari, anche per la sanità, è quanto bisogna elaborare. Solo parzialmente mi pare lo potrebbe fare il Parlamento nelle cui commissioni di merito pure ci sono donne e uomini competenti (ma la sintesi?). Una Commissione bicamerale, anche eventualmente presieduta da Renato Brunetta, correrebbe due rischi: spettacolarizzazione ad usum dei mass media e scambi impropri fra le diverse “parti” politiche.

Per molte buone ragioni deve essere il governo con i suoi ministri e con le loro burocrazie, che poi valuteremo anche con riferimento alle concrete prestazioni, a formulare il piano. Ad assumersene la responsabilità. A sottoporlo molto tempestivamente al Parlamento nelle molte sedi e nelle molte forme già disponibili. Vedremo allora se la buona educazione del Presidente del Consiglio si estende oltre la sua capacità di equilibrio, di coordinamento, di combinazione di esigenze e preferenze e arriva fino alla innovazione e alla decisione motivata sulle scelte possibili. Ci vuole talento.

Pubblicato il 29 luglio 2020 su formiche.net

Un’altra legge elettorale è possibile. Pasquino spiega come @formichenews

Potere degli elettori e rappresentanza politica sono i due criteri che propongo di utilizzare per valutare qualsiasi legge elettorale, compresa, naturalmente, quella alla quale si lavora adesso in Parlamento (sperabilmente senza battezzarla in latino). Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

Non possiamo e non dobbiamo schiacciarci ad analizzare qualsiasi testo di legge elettorale sia in discussione in Parlamento. Meno che mai dobbiamo affannarci a spiegare perché questa clausoletta perché questa percentuale perché questi criteri per le candidature. È ora di cambiare il campo di gioco. Cominciamo dai fondamentali. Il criterio dominante, ancorché non l’unico, per valutare la bontà (non la perfezione) di una legge elettorale è quanto potere e quale dà agli elettori. La legge Calderoli e la legge Rosato sono diversamente esemplari. Nella Calderoli il potere degli elettori stava tutto in una crocetta. Che, poi, con quella crocetta gli elettori sapessero vagamente quale candidato ce l’aveva fatta era, a causa delle pluricandidature, sostanzialmente impossibile. La Rosato faceva appena meglio. Mantenute le pluricandidature, ma aggiunto il voto di preferenza di genere (che, peraltro, è suscettibile di notevoli manipolazioni), dava un minimo di potere agli elettori.

Chini sui numeri e sulle percentuali che per molti di loro e dei loro partiti sono questione di vita e di morte, i facitori di leggi elettorali neppure più si ricordano che le modalità con le quali si elegge un Parlamento hanno conseguenze di enorme impatto sulla rappresentanza politica. Da tempo sostengo, in buona compagnia che va da Edmund Burke a Giovanni Sartori, che non è possibile avere nessuna governabilità decente se si riduce la rappresentanza (incidentalmente, tagliare il numero dei parlamentari italiani è riduzione di rappresentanza) invece di migliorarla qualitativamente.

Per quel che attiene alle leggi elettorali, il requisito di residenza nel collegio/circoscrizione per i candidati è il minimo. Soltanto chi vive laddove viene candidato/a e poi eventualmente eletto/a conosce i problemi, ma anche le risorse e le opportunità del luogo e delle persone e sarà in grado di rappresentarle adeguatamente, efficacemente. Le pluricandidature, oltre ad ingannare gli elettori, incidono pesantemente sulla rappresentanza del territorio che è rappresentanza di persone, delle loro attività, delle loro preferenze, delle loro speranze e, ebbene, sì, anche delle loro emozioni.

È giusto porsi l’obiettivo di evitare la frammentazione (di quel che rimane) del sistema dei partiti. Non bisogna mai premiare in qualsiasi forma i “frammentatori”. Tuttavia, credo che, nell’ottica della rappresentanza, esista una soluzione migliore delle clausole percentuali di accesso al Parlamento. In un partito escluso dal Parlamento perché non ha superato quella clausola, possono esserci candidati/e che nelle rispettive circoscrizioni hanno ottenuto notevole successo perché radicati, competenti, molto rappresentativi, ma rimarranno fuori. Meglio allora ricorrere al disegno di circoscrizioni di medio-bassa dimensione che eleggano 15-10 parlamentari (senza recupero dei resti!). Se quindici, allora la soglia sarà all’incirca 7/8 per cento; se dieci la soglia potrebbe essere 8/9 per cento. Complessivamente un partito potrà anche non raggiungere il 4/5 per cento dei voti su scala nazionale, ma alcuni suoi candidati/ saranno comunque eletti perché capaci di esprimere le esigenze di quel territorio. Ne gioverà la rappresentanza parlamentare.

Potere degli elettori e rappresentanza politica sono i due criteri che propongo di utilizzare per valutare qualsiasi legge elettorale, compresa, naturalmente, quella alla quale si lavora adesso in Parlamento (sperabilmente senza battezzarla in latino).

Pubblicato il 21 luglio 2020 su formiche.net