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Il federatore di Pd e M5S non sarà Conte. La versione di Pasquino @formichenews

Quell’importantissimo compito e ruolo di federatore non toccherà certamente a un uomo. Una donna sarà la federatrice di un centro-sinistra, di gialli e rossi. Eppure, poco si può dire se non vengono differenziate le indicazioni e le proposte con riferimento ai livelli di governo e non vengono chiarite le condizioni di alleanze tuttora non facili. L’analisi di Gianfranco Pasquino

Ma davvero è giunto il momento agognato di interrogarci sulla comparsa di un federatore delle non “magnifiche sorti e progressive” del PD e delle 5 Stelle? Ovvio, comunque, e prioritario, rilevare che quell’importantissimo compito e ruolo non toccherà certamente a un uomo. Una donna sarà la federatrice di un centro-sinistra (uhm, mi sento a disagio con le collocazioni spaziali), di gialli e rossi. “Gialli” che, secondo Di Maio, sono moderati, ma ha anche detto liberali? Forse, sì,  per rassicurare il Corriere della Sera dove sono tutti più liberali che si può e, infatti, intrecciano dialoghi e interviste con i diversamente liberali Giorgia Meloni e Matteo Salvini, e “rossi”, parola che non fa parte del lessico di Enrico Letta, diciamo rosé come lo champagne de Paris. I gialli stanno, forse, cambiando, come le cipolle, il terzo o quarto dei loro strati, con la regia di Grillo e sotto la guida elegante e forbita di Giuseppe Conte. Purtroppo, Rousseau recalcitra e di altri partecipazionisti in giro non se ne vedono. Eppure, quella è la zona nella quale i giunti al compimento del secondo insuperabile (sic) mandato si metteranno all’opera con profitto tutti, ma proprio tutti (o forse no) i leader dell’entusiasmante legislatura 2018-2023 che li ha visti presenti, attivi, esuberanti in tre molto diversi governi, alla Shakespeare: “governanti per tutte le stagioni”.

   La cultura politica del Movimento 5 Stelle 2.0 per un mondo nuovo post-Covid sta per arrivare. Alquanto lontanina, invece, sembra la formulazione (ri-formulazione farebbe erroneamente sospettare che già ce ne sia una) della cultura politica per il PD di Letta. Tutti in attesa dei contributi delle donne, mentre si disboscano i rami secchi: la velleitaria “vocazione maggioritaria”, che ha pure portato iella, e traballano rami che pure sarebbero, se adeguatamente curati, in grado di dare frutti politici, come le primarie “fatte bene”. No, non ho nulla da aggiungere qui se non l’auspicio che Letta dedichi un po’ di attenzione proprio alle primarie che, a determinate condizioni, dimostrerebbero grande efficacia nel fare partecipare i potenziali elettori e sostenitori di un’alleanza, non perinde ac cadaver, con i pentastellati, costruita sulle idee, sulle soluzioni, sulle persone migliori (non tutti i migliori sono al governo) nelle più importanti situazioni locali. A Torino e a Roma potrà Letta dire no alla ricandidatura di due donne? Comunque, le proposte delle donne del PD stanno per arrivare soddisfacendo attese spasmodiche.

   Al momento, non vedo e non sento elaborazioni nuove e trascinanti. Mi pare sia in onda il tradizionale dico e non dico, anche perché c’è poco da dire se non vengono differenziate le indicazioni  e le proposte con riferimento ai livelli di governo e non vengono chiarite le condizioni di alleanze tuttora non facili. Qualche riflessione sulla cultura delle coalizioni, esiste un’abbondante convincente letteratura sulla formazione e il funzionamento dei governi di coalizione, mi parrebbe opportuna. Conte manifesta alcune propensioni nella direzione giusta, ma l’intendenza non pare già disposta a seguire. Letta sicuramente sa che ne esiste la necessità. Chi ha più filo tesserà più tela, ma è sulla qualità del filo, che per il momento appena si intravede, che è lecito nutrire un tot di riserve.

Pubblicato il 4 aprile 2021 su formiche.net

Questione femminile o scusa per calare i capigruppo dall’alto? Scrive Pasquino @formichenews

È legittimo che Letta voglia sostituire Delrio e Marcucci, ma più in generale calare dall’alto due nomi non mi pare il modo migliore per andare verso la parità di genere. Che non dovrebbe comunque mai prescindere da valutazioni di capacità e prestazioni. La versione di Gianfranco Pasquino

Qualche volta, in politica, bisogna anche dare giudizi politici. Per esempio, è possibile dire forte e chiaro che i gruppi parlamentari del Partito Democratico alla Camera e al Senato sono stati costruiti da un segretario con qualche (è un eufemismo) pulsione solipsistica che ha voluto premiare i suoi fedelissimi e fedelissime. Di conseguenza, i due capigruppo, loro stessi (già) fedelissimi, sono stati eletti da maggioranze che porta(va)no un imprinting molto preciso. Da allora, se ne sono distanziati a sufficienza? Hanno, comunque, operato attuando una linea politica e parlamentare soddisfacente? Condividono la direzione che il nuovo segretario sta elaborando per il Partito? Per sostituirli, operazione che, a mio modo di vedere, non può e non deve essere imposta dall’alto, bisognerà comunque democraticamente votare in entrambi i gruppi.

   Ė assolutamente legittimo che il neo-segretario Letta voglia sostituire Del Rio e Marcucci. Potrebbe chiedere a loro di fare il classico passo, non “indietro”, ma almeno di lato, a favore, però, non di “una, qualsiasi, “donna”, quanto di una rosa di tre quattro deputate e senatrici che desiderino esse stesse candidarsi con motivazioni esplicitamente politiche: “la propria biografia; cariche già avute e svolte con successo; capacità di guidare un gruppo parlamentare”. Altrimenti, limitarsi a dire che ci vogliono due donne è soltanto un cedimento al politically correct che Letta dovrebbe, invece, sfidare su tutti i piani. Poi, naturalmente, tutte le candidate chiederanno di essere sottoposte alla votazione dei loro colleghi alla Camera e al Senato. Mi aspetto che, prima del voto, i bravissimi giornalisti investigativi (pardon, le bravissime giornaliste investigative) che hanno i numeri di telefono giusti, raccolgano informazioni sulle appartenenze correntizie delle prescelte, in sintesi: in quota di chi? qualcuna è entrata in parlamento addirittura sulle code di Veltroni, un’altra è di un qualche “rito” correntizio, tutti sanno che c’è chi è molto vicina a (a voi che leggete lascio inserire il nome) e così via.

Più in generale calare dall’alto due nomi non mi pare il modo migliore per andare verso la parità di genere che non dovrebbe comunque mai prescindere da valutazioni di capacità e prestazioni. Per fortuna che una ex-parlamentare, tuttora molto vicina ad un padre/nonno nobile, vicinanza che ha denunciato come ragione della sua esclusione dalla carica di sottosegretaria, afferma che al prossimo congresso dovrà esserci una candidata donna alla segreteria. Non sarebbe affatto una novità come la partecipazione alle primarie di Rosy Bindi (2007) e di Laura Puppato (2012) attesta. Sappiamo anche che molte donne non votano le donne. Non entro in questa complessissima tematica perché sono sicuro (sic) che le donne del PD stanno affaticandosi sul perché. Insomma, c’è anche molto spazio di elaborazione autonoma, non di gregge. Lo si sfrutti.

P.S. Il Segretario regionale dell’Emilia-Romagna e il Presidente della Regione, il segretario provinciale di Bologna e il sindaco della città e i due attualmente candidati a succedergli sono uomini. Non ho sentito critiche e autocandidature dalle donne di questi luoghi progressisti.

Pubblicato il 22 marzo 2021 su formiche.net

Ecco cosa Enrico Letta dovrebbe dire al Partito Democratico @pdnetwork @formichenews

l politologo Gianfranco Pasquino si “sostituisce” a Enrico Letta e immagina su Formiche.net ciò che dirà in occasione dell’assemblea del PD in programma domani

Donne e uomini del Partito Democratico,

mettiamo subito chiaro che la carica di segretario che mi avete offerto su un piatto forse d’argento non è un risarcimento per i vostri deplorevoli e indimenticabili comportamenti del passato che portarono alla mia sostituzione da Presidente del Consiglio. Non cerco né risarcimenti impossibili né vendette. Non sono nel mio stile. Quello che mi offrite non può neppure essere un riconoscimento delle mie qualità. Lo hanno già fatto i francesi e me ne onoro. La Presidenza della Scuola di Affari Internazionali a Sciences Po non ha confronti con nessuna attività di consulenza, neanche con quelle per portare il neo-rinascimento in Arabia Saudita. Lascio quella prestigiosa Presidenza con qualche rammarico e soltanto perché voglio contribuire a migliorare la politica di questo paese. Però, non sono qui per consentirvi di conservare le vostre cariche e di continuare nei vostri intollerabili giochi correntizi. Fin d’ora annuncio che sfrutterò tutte le opportunità di nomine politiche premiando i meriti, come sarò in grado di valutarli, e mai cedendo ai gentili suggerimenti dei capi corrente. Questa mia propensione vale anche per le donne, quelle che si fanno sponsorizzare dai capicorrente che già le hanno portate alla Camera e al Senato.

   Care donne del PD non chiedetevi più che cosa i vostri capicorrente possono fare per voi oggi e domani. Chiedetevi che cosa voi siete in grado di fare per il partito. Vi sentirete più libere; sarete più utili; otterrete i successi che meritate. Ai partiti democratici delle diverse zone dell’Italia annuncio che loro è tutta la possibilità e tutta la responsabilità di fare politica sul territorio. Avendo come bussola lo Statuto ritagliatevi tutti gli spazi di autonomia e sfruttateli con coraggio. Non fate come il PD di Bologna da mesi in un vergognoso stallo per la individuazione del candidato sindaco. Quando c’è più di un pretendente si fanno le primarie seconde regole chiare, esplicite, non manipolate. Ça suffit come diciamo noi che abbiamo visto Parigi.  

    Ritengo mio compito prioritario ristrutturare quello che avete quasi (non voglio attribuirvi eccessive capacità) sistematicamente destrutturato. Smettiamo di raccontarci la rassicurante favola, in parte vera, che tutte le inadeguatezze discendono dalla fusione a freddo. La verità è che in 14 anni da quel fatidico 2007, c’eravate già tutti, non avete mai provato a porre rimedio agli errori gravi dei padri (già, dov’erano le madri?) fondatori. Non avete studiato niente. Avete snobbato facendo spallucce tutte le critiche. Fare politica vuole anche dire rischiare, sbagliare, pagare gli errori, ricominciare dopo le sconfitte. Sì, questa è una lezione che viene, non da una serie televisiva, ma da Max Weber. Dalla teoria della democrazia e dalle riflessioni di due grandi professori ho imparato che l’unanimità non è una prassi democratica. Nasconde unanimismo peloso e dà grande potere di ricatto. Quella che Bobbio mirabilmente definì “democrazia dell’applauso” è servilismo. Ecco perché vi chiedo di votare, e lo chiederò su tutte le decisioni importanti, nonché di dissentire apertamente argomentando il vostro dissenso.

   Non voglio “pieni poteri”, ma tutti i poteri che dallo Statuto sono attribuiti al segretario. La democrazia nei partiti è sempre stata un oscuro oggetto del desiderio, in particolare delle minoranze (fintantoché restavano minoranze, poi per loro era tutta un’altra storia). Ma, donne e uomini del Partito Democratico, se non operiamo noi sempre comunque e ovunque in maniera democratica, come possiamo sperare di rendere la politica italiana effettivamente democratica? Adesso si voti.

Pubblicato il 13 marzo 2021 su formiche.net

Zingaretti e il Pd araba fenice. L’analisi di Pasquino @formichenews

Il Pd, come scriveva Antonio Floridia, è un “partito sbagliato”. Da Veltroni a Zingaretti, non sono mai mancate appassionanti discussioni su nomi e ruoli da dividersi. Sono mancate invece le idee, senza le quali è difficile andare avanti di un passo. Il commento di Gianfranco Pasquino

Mi sono sempre fatto una certa idea del Partito Democratico: un partito sbagliato (è anche il titolo dell’eccellente analisi scritta da Antonio Floridia e pubblicata da Castelvecchi nel 2019). Sbagliato fin dall’inizio quando, nell’estate del 2007, candidato alla guida del neo-nato PD, Walter Veltroni fece una “entusiasmante” e vittoriosa cavalcata dal Lingotto a Roma. Nei suoi molti appassionati discorsi Veltroni riuscì a non dire mai che tipo di partito voleva organizzare e guidare preferendo stilare il programma del suo governo prossimo venturo. Destabilizzò Prodi che, infatti, cadde qualche mese dopo. Da allora, tutte le volte, oramai molte, cinque, che si tratta di eleggere un segretario, i mass media si accaniscono a riportare nomi e persone, aneddoti e storielle, senza chiedere ai candidati che partito cercheranno di costruire.

   Zingaretti se n’è andato proprio o essenzialmente perché il dibattito dentro e intorno al partito era ridotto ad uno stillicidio, “martellamento” di critiche personalistiche con nessuna attenzione a che cosa deve essere un partito democratico in questa fase e a che cosa deve diventare. Purtroppo il (non) nuovo dibattito parte dai nomi, da chi è in pole position e da chi viene candidato/a contro i front runners (uso i termini giornalistici anche se non mi aggradano). Delle persone sappiamo molto. Sappiamo abbastanza anche delle loro idee politiche spesso definite dall’essere “vicini a …”. Qualcuno è vice-segretario; qualcun altro ha vinto le elezioni contro Salvini (ma a me non risulta); qualcuna ha una storia ministeriale e il genere “giusto”. A nessuno si chiede quale è la loro idea di partito e anche quali idee (no ideologia, è troppo) vorrebbero porre a (ri)fondamento di un partito democratico e progressista (posso scriverlo? e audacemente persino auspicarlo?) non solo in questa fase e non solo in Europa.

   Un partito che è nato sulla avvenuta e certificata fine delle ideologie, ma anche sull’evanescenza da nessuno contrastata delle molto indebolite culture politiche dell’Italia repubblicana, non ha mai pensato che al populismo e al sovranismo, ma anche alla “tecnocrazia” (scusate se è troppo) bisogna contrappore una visione ideale, di idee. A suo, troppo breve e troppo quieto, tempo, Bersani annunciò nella campagna per le primarie che bisognava “dare un senso a questa storia”, che era la storia del PCI, mai socialdemocratico: una storia senza futuro. Bisogna, invece, indicare la strada ad un partito che voglia costruire, anzitutto, il suo futuro, poi quello del paese: 2050. Bisogna indicarlo a coloro ai quali si chiede l’impegno a trasformare profondamente il PD attualmente esistente, aprendo effettivamente il reclutamento (le primarie, per evitare le quali a Bologna si svolge un deplorevole balletto, possono servire efficacemente anche a questo scopo), poi a quelli che hanno qualche capacità di elaborazione di idee: un’idea di Europa, un’idea di giustizia sociale, un’idea di partecipazione politica. Mi fermo qui (non sono candidato!).

   Sono convinto che con le idee condivise attraverso discussioni anche aspre e dissensi espliciti, ma ricomposti, si costruisce un partito di uomini e donne che andranno alla ricerca di voti per conquistare cariche (non poltrone), costruire coalizioni, andare al governo, attuare un programma. Questo è il catalogo.

Pubblicato il 7 marzo 2021 su formiche.net

Le democrazie nascono con i partiti, funzionano a seconda della qualità dei partiti, risentono del declino dei partiti @formichenews

Pubblichiamo alcuni paragrafi del Cap. 1 Costruire una democrazia, e mantenerla del libro di Gianfranco Pasquino, Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021).

Le democrazie che abbiamo conosciuto e conosciamo sono “democrazie di partiti”. In effetti, le democrazie nascono con i partiti e funzionano più o meno bene a seconda della qualità dei partiti, quindi, risentono negativamente del declino dei partiti

Capitolo 1 Costruire una democrazia, e mantenerla

Illusorio credere che la democrazia italiana variamente intesa e praticata dai protagonisti potesse essere rinnovata attraverso cambiamenti particolaristici e episodici nelle regole, nei meccanismi, nelle strutture costituzionali. Attraverso una serie di riflessioni e considerazioni tutt’altro che lineari e assolutamente prive di riscontri comparati, furono alcuni politici e alcuni studiosi collocati nel centro-sinistra a segnalarsi nella ricerca alquanto confusa delle modalità per giungere alla democrazia maggioritaria, bipolare, dell’alternanza, ritenuta semplicisticamente la democrazia migliore. L’illusione diventava ancora più profonda quando i suoi proponenti facevano riferimento all’inimitabile modello Westminster caratterizzato, a loro parere, da un Premierato “forte” (l’inesistente strong Premiership), talvolta definito, erroneamente, elettivo. Che la maggior parte delle democrazie dell’Europa occidentale fosse/sia fondata su governi di coalizione, ai quali danno vita una molteplicità di partiti disponibili ad accordi non precostituiti dal bipolarismo, e che una vera e propria alternanza fra una coalizione di governo che viene sostituita nella sua interezza da un’altra coalizione nessuna delle cui componenti aveva avuto un precedente ruolo di governo nella coalizione sconfitta, fosse piuttosto rara, sfuggiva, sembrava non interessare, comunque, non conduceva alle necessarie revisioni analitiche e valutative. Gravi sono le responsabilità degli intellettuali tecnici, in particolare, di molti docenti di diritto costituzionale, nel perpetuare questo serio errore, ma anche altri, ad esempio, quello, più grave, dell’esistenza di una qualsivoglia elezione popolare del capo del governo nelle democrazie parlamentari.

   Non restava che tentare un’operazione di alta politica: dare vita ad un partito le cui dimensioni e le cui propensioni consentissero di imporre quel tipo di desiderata democrazia. Gli ex-democristiani e gli ex-comunisti avevano visto le loro due chiese (copyright Francesco Alberoni), non rinnovate dai rispettivi vescovi e monsignori, perdere i fedeli e affievolirsi l’intensità delle loro credenze. Che da credenze deboli potesse nascere un partito che si giovasse di una ondata di entusiasmo, quello che, per restare con Alberoni e soprattutto con Max Weber, produce e caratterizza i grandi movimenti collettivi fino, talvolta, a portarli all’istituzionalizzazione, appariva quantomeno improbabile. E stupisce come gli ideologi del Partito Democratico, fra i quali colloco il political economist Michele Salvati … e il sociologo politico, poi Ministro della Difesa, Arturo Parisi, potessero appoggiare senza riserve un’operazione di ceto politico che nella pratica ammontò a una fusione a freddo (espressione usata da quasi tutti i commentatori)

….

   Le democrazie che abbiamo conosciuto e conosciamo sono “democrazie di partiti”. In effetti, le democrazie nascono con i partiti e funzionano più o meno bene a seconda della qualità dei partiti, quindi, risentono negativamente del declino dei partiti. L’affrettata fusione che portò al Partito Democratico non avrebbe dovuto impedire una riflessione, possibile con le molte conoscenze disponibili, sulle modalità con le quali nascono i partiti. Volendo, la Francia offriva una pluralità di casi, anche molto diversi fra loro, per esempio, da un lato, il partito gollista; dall’altro, il Parti Socialiste (1971) di Mitterrand. Nessuna comparazione, nessun insegnamento: il PD uscì bell’e fatto dalla testa di pochi dirigenti politici che vi si aggrapparono quasi per disperazione. Non ha finora superato i suoi limiti costitutivi. Anzi, le sue difficoltà hanno offerto grandi opportunità ad esperimenti, come il Movimento 5 Stelle, la cui parabola non sarebbe altrimenti comprensibile.

….

   Se i partiti, anche i partiti pigliatutti che grazie al loro bassissimo tasso di pensiero politico-ideologico, possono rivolgersi indiscriminatamente a quasi tutti gli elettori, sono la democrazia che si organizza, la loro dis-organizzazione diventa subito un problema democratico. Con la disgregazione dei partiti che avevano costruito e fatto funzionare la prima lunga fase della Repubblica, è ovviamente caduta la partitocrazia, ma non sono scomparse tutte le sue manifestazioni pratiche. Unitamente ai rischi di una transizione senza precedenti, si sono presentate opportunità di trasformazione migliorativa che nessuno dei protagonisti politici e intellettuali ha finora saputo sfruttare.

   Negli anni venti del terzo millennio, non esiste in Italia nessun pensatore democratico all’altezza di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, vale a dire, in grado di offrire gli orientamenti indispensabili al funzionamento di una democrazia esposta alle sfide congiunte del populismo e del sovranismo. Si è (dis)perso anche il pensiero federalista europeo che Altiero Spinelli argomentò con impegno e passione fino alla sua morte nel 1986. Trincerarsi dietro difficoltà analoghe di funzionamento e di prestazioni di altre democrazie, le quali, peraltro, si trova(va)no a livelli qualitativi più elevati, non avvicina la soluzione ai problemi italiani. Sarebbe persino esagerato e lusinghiero sostenere che gli intellettuali italiani discutano finemente di una democrazia sospesa fra decisionismo, governabilità e rappresentatività. È il vuoto del pensiero politico democratico che appare preoccupante. Pur del tutto doverose, le critiche al populismo … sono spesso banali, ripetitive e confuse. Comunque, la democrazia non è semplicemente l’opposto del proteiforme populismo. La ricomparsa esile di un pensiero sovranista non è finora servita a precisare le relazioni fra la democrazia italiana e la democrazia nell’Unione Europea. La ricerca, pure necessaria e raccomandabile, di rimedi e soluzioni in termini di regole, meccanismi e istituzioni… è destinata all’insuccesso se non nasce e non persegue un’idea di democrazia possibile e auspicabile. Venuta meno, non per un successo che non ci fu, la ricerca, peraltro impostata in maniera discutibile, della democrazia compiuta, che cosa sostituirvi è un interrogativo rimasto finora privo di risposta. 

Pubblicato il 28 febbraio 2021 su formiche.net

Sconfitta della politica? No, ma di alcuni politici… La versione di Pasquino @formichenews

“Lasciate ogni speranza voi che entrate” nel mondo della cattiva politica e della non-politica. Espressi i dovuti riconoscimenti a Draghi per la sua personale dedizione, sarà il caso di pensare a altri protagonisti per la ricostruzione della Politica. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino

Contrariamente a quanto troppo frettolosamente sentenziato da numerosi commentatori, l’incarico conferito a Mario Draghi non sanziona la sconfitta della Politica. Ė, invece, la presa d’atto che alcuni politici riescono a distruggere, ma, poiché sono irresponsabili, non sanno costruire. Che, poi, quegli stessi politici demolitori si buttino a sostegno della scelta del Presidente Mattarella, il quale nel suo messaggio per il 2021 aveva rivolto un appello ai costruttori, è soltanto una conferma ulteriore di superficialità, improvvisazione, cattiva politica. Ciò detto, però, neppure il comportamento del Presidente Mattarella va del tutto esente da critiche. Sì, in democrazia tutte le cariche e tutti i comportamenti possono essere soggetti a critiche purché motivate.

   Primo, non era necessario “incoraggiare” il Presidente del Consiglio Conte a dimettersi poco dopo avere “incassato” due voti di fiducia alla Camera e al Senato. Secondo, preso atto del fallimento dell’esplorazione condotta da Roberto Fico, il Presidente della Repubblica avrebbe potuto rimandare alle Camere Giuseppe Conte, vale a dire il Presidente del Consiglio non sconfitto al quale i sabotatori non avevano saputo prospettare alternative praticabili. In questo modo, pur fra permanenti difficoltà, la politica avrebbe fatto il suo corso evidenziando chi erano coloro che avevano aperto e tenevano aperta la crisi essendo portatori di interessi non limpidamente espressi. Sconfitti, dunque, sono quei piccoli politici e i loro reggicoda anche nel mondo dell’informazione, non è affatto vero che l’incarico conferito a Mario Draghi sia una qualche rivincita della politica (neppure della politica di Mattarella). Quell’incarico è stato possibile in un momento di sospensione della politica (non della democrazia), di resa dei politici alla più alta personalità istituzionale del paese.

   Draghi riuscirà o no nella ardua impresa di costruire un governo decente per affrontare (risolvere è ben altra cosa) i tre problemi indicati da Mattarella: pandemia, economia, NextGenerationEU. Ciò detto, in nessun modo risolverà e sicuramente neppure si curerà di affrontare il compito di ricostruire una politica decente per questo paese. Sarebbe davvero illusorio credere che un autorevole esponente del mondo dell’economia, privo di qualsiasi esperienza politica concreta e delle necessarie relazioni anche di potere, intenda impegnarsi in un compito che i politici italiani non hanno saputo adempiere da un quarto di secolo. “Lasciate ogni speranza voi che entrate” nel mondo della cattiva politica e della non-politica. Espressi i dovuti riconoscimenti a Draghi per la sua personale dedizione, sarà il caso di pensare a altri protagonisti per la ricostruzione della Politica.   

Pubblicato il 4 febbraio 2021 su formiche.net

Era una crisi buia e tempestosa… Pasquino legge Renzi (e Mattarella) @formichenews

Qualcuno dovrebbe andare a vedere le carte renziane. Ma non stiamo giocando a poker e chiamare il bluff è pericolosissimo, tanto per i partiti di governo quanto per il sistema politico di oggi e di domani. Meglio ascoltare il richiamo di Mattarrella. Il commento di Gianfranco Pasquino

Finalmente una (non)bella crisi al buio. La crisi è, non facciamo finta di niente, conclamata. Non è neanche possibile sostenere che è un ritorno alla tanto, erroneamente, biasimata Prima Repubblica. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, allora tutti sapevano che la crisi si sarebbe chiusa in venti-trenta giorni, non di più (tranne la clamorosa eccezione, protagonisti il defenestrato De Mita, Craxi, Andreotti, e Cossiga, con la crisi che durò dal 19 maggio al 23 luglio 1989). Non sempre veniva cambiato il presidente del Consiglio. Infatti, ci sono stati molti bis; sempre “girava” qualche ministro per accontentare le correnti e per dare l’idea di nuovo slancio. Con bassi tassi di rendimento il sistema politico funzionava.

Adesso, il problema è che il rottamatore d’antan non sa esattamente che cosa vuole e che cosa non vuole. Forse, ha ingaggiato un duello personale prima che politico con Conte. Lui sostituirlo non può, ma di sostituti plausibili dentro la coalizione attuale non se ne vedono. Tutto il balletto sulle sue ministre che non sono attaccate alle “poltrone” (ho cercato, ma non trovato, questa parola nella costituzione, forse cariche?) serve soltanto a fare sapere che sono i capi dei partitini che scelgono i/le ministri/e e ne dettano i comportamenti. Che tristezza.

Quello sull’assegnazione dei fondi europei, invece, è un problema molto più serio. È talmente serio che il Presidente della Repubblica, immagino profondamente infastidito dal comportamento di chi ha plaudito al suo discorso di fine anno nel quale aveva auspicato l’avvento del tempo dei “costruttori” e si esibisce in senso contrario, ha fatto sapere che prima di qualsiasi altro movimento/minaccia/ricatto i protagonisti debbono mettere in salvezza quei fondi. Per quel che conta approvo la richiesta di Mattarella che mi sembra molto più che una semplice “moral suasion” e che avrà conseguenze sui prossimi comportamenti presidenziali. Non so se basterà a frenare chi, avendo cominciato le ostilità, non sa oggettivamente più dove andare.

Qualcuno dovrebbe, forse, andare a vedere le carte renziane, ma poiché non stiamo giocando a poker, chiamare il bluff è pericolosissimo, non soltanto per i partiti di governo, ma per il sistema politico di oggi e di domani, addirittura per la Next Generation. Di qui l’importanza del richiamo secco presidenziale. Il tris di Conte non è impossibile, ma richiede qualche legittimo rimescolamento parlamentare (d’altronde, Italia Viva è già un modesto monumento alla possibilità di rimescolamenti). Anche se vedo qualche sceneggiata, data la gravità della situazione, non finirò dicendo che la telenovela continua. Qualche volta guadagnare tempo serve a qualcuno per riflettere e imparare qualcosa. Vado sul banale (non meno vero): “Gli italiani non capirebbero”, sostengono i sostenitori dell’esistente. “Al Paese non serve una crisi”, annunciano i sostenitori del crisaiolo. Tutti vediamo, però, che non soltanto la notte è “buia e tempestosa”.

Pubblicato il 11 gennaio 2021 su formiche.net

Legion d’Onore, perché sto dalla parte di Augias. L’opinione di Pasquino @formichenews

Una volta per tutte (sì, sono consapevole del tasso di retorica di questa affermazione) è essenziale che si dica alto e forte che anche sulla scena internazionale, non v’è nulla di più importante dei diritti delle persone. L’opinione di Gianfranco Pasquino

Con un gesto nobile e esemplare Corrado Augias ha restituito all’ambasciatore di Francia a Roma la Legion d’Onore per protestare contro l’assegnazione della stessa onorificenza al presidente egiziano Al-Sisi. La motivazione di Augias è chiara e condivisibile. Non si può stare nella stessa compagnia di chi, come Al-Sisi, calpesta i diritti umani.

Da anni gli egiziani depistano le indagini sul rapimento e l’assassinio di Giulio Regeni; da quasi un anno tengono in carcere in condizioni repellenti il loro concittadino Patrick Zaki, studente di master all’Università di Bologna, senza un’imputazione precisa. Questi fatti sono ben noti alle autorità francesi e, naturalmente, anche al presidente Macron. Infatti, la concessione della Legion d’Onore a Al-Sisi è stata fatta quasi di soppiatto senza grande cerimonia, non a causa del Covid, ma per timore delle proteste dei francesi stessi, a cominciare dagli intellettuali. Non voglio fare paragoni, ma ricordo che in occasione dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, Nenni restituì il premio Lenin per la pace ricevuto nel 1951. Mi aspetterei che anche altri italiani premiati con la Legion d’Onore seguissero, ciascuna con la sua motivazione che, però, deve assolutamente includere Regeni (e Zaki), l’esempio di Augias. Particolarmente importante è che lo facciano Emma Bonino e Piero Fassino, per il loro ruolo politico e sensibilità personale ai diritti delle persone.

In alcune dichiarazioni Augias ha sostenuto che comprende i vincoli dell’azione politica. È lampante, peraltro, che non è affatto disposto a condividerli e a giustificarli in nome del mercato, del più o meno libero commercio, della rilevanza strategica. Sono tutte motivazioni che hanno appesantito i comportamenti delle autorità italiane e che non hanno condotto a nessun esito. Evidentemente, a sua volta, il presidente Macron pone a fondamento della sua politica estera motivazioni che nulla hanno a che vedere con i diritti, alla faccia di tutti coloro che fra noi (e fra i francesi stessi) hanno ammirato la République proprio per la sua opera ispirata dalla protezione e dalla promozione dei diritti umani.

Quella Legion d’Onore a Al-Sisi avrebbe potuto essere condizionata al suo impegno a rispondere alle richiese della magistratura italiana (manifestazione della solidarietà fra Paesi europei, non di malposta concorrenza). A maggior ragione, dovremo noi, proprio come insistentemente fanno i genitori di Regeni, chiedere alle autorità italiane, dal ministro degli Esteri al ministro della Difesa e, naturalmente al capo del governo che alzino il tiro dell’azione diplomatica, a cominciare dal sempre più sacrosanto richiamo dell’ambasciatore italiano al Cairo e al blocco delle transazioni commerciali.

Una volta per tutte (sì, sono consapevole del tasso di retorica di questa affermazione) è essenziale che si dica alto e forte che anche sulla scena internazionale, non v’è nulla di più importante dei diritti delle persone.

Pubblicato il 14 dicembre 2020 su formiche.net

Pazienza e giudizio. Pasquino spiega perché Conte neanche barcolla @formichenews

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa Corriere e Repubblica (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di Formiche.net che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino

Ho la propensione a pensare che il professor Conte non avesse fra le sue letture preferite i “Quaderni del Carcere”. Visti, però, i suoi comportamenti come Presidente del Consiglio dei Ministri in una coalizione che va dalla Sen. Barbara Lezzi al Sen di Scandicci Matteo (Ghino) Renzi, ritengo che nel suo studio da qualche parte abbia appeso una frase di Gramsci: “la pazienza è una virtù rivoluzionaria”.

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa “Corriere” e “Repubblica” (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di “Formiche” che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Da qualche settimana, lo sport è diventato quello di imporgli il rimpasto minacciando/annunciandogli la sua sostituzione per gennaio 2021. Palesemente convinto e lieto di potere mangiare il panettone ancora a Palazzo Chigi, Conte ha continuato nel suo lavoro, con stile e con metodo. Lo stile è non perdere mai la pazienza (tranne con Salvini). Il metodo è molto limpido: “lasciare che tutti i fiori [della critica] sboccino” e appassiscano.

Vale a dire che le critiche, spesso pretestuose e prive di qualsiasi costrutto, formulate a fini quasi esclusivi di visibilità, hanno le gambette corte e fanno pochissima strada. Alcune di quelle critiche a lui rivolte riguardano lotte interne ai pentastellati o ghiribizzi di Italia Viva. Sulla riforma del MES i/le Cinque Stelle hanno dato (quasi) il peggio di sé: non ideologia (che è troppo esigente), ma idiosincrasia che naturalmente non va e non porta da nessuna parte. Conte ha anche assistito, credo molto incuriosito, all’acrobazia di Berlusconi e sono certo ha apprezzato il nobile dissenso e la efficace motivazione di Renato Brunetta a favore del MES.

Qualcuno sostiene che dietro Conte starebbe il Presidente della Repubblica Mattarella. Sono per l’appunto i dietrologi. In verità, Mattarella non sta affatto dietro a nessuno e non le manda a dire. “Armato” della Costituzione e di una cultura politica democratico-progressista, esperto della politica italiana che ha “praticato” con la schiena diritta, Mattarella si limita di tanto in tanto a fare opportuni richiami ai protagonisti che, invece di dichiarare, dovrebbero studiare. Avendo fatto qualche ripasso, Conte conosce i testi giusti, anche, evidentemente, quelli europei suggeritigli cortesemente da Angela Merkel e Ursula von der Leyen. Li ha già adoperati con loro felice sorpresa per trattare con coerenza e intransigenza (e con non scarso successo).

La trattativa nello stivale italiano sarà alquanto più complicata anche per lo scontro (non di civiltà, ma) di personalità. Dalla pazienza, che sicuramente manterrà con grande elegante aplomb, Conte è stato chiamato da Del Rio all’umiltà di (Papa) Francesco (non di san Francesco che quei miliardi li avrebbe tutti investiti per sora acqua e sora natura). Per il PD che deve disarmare Italia Viva il richiamo è a una governance che, nelle intenzioni del rottamatore d’antan, riduca il ruolo (e il numero) dei tecnici nominati da Conte e aumenti i politici scelti dai capi dei partiti finora coalizzati. Per Conte non sarà affatto un problema. Lentamente gradualmente con juicio ridimensionerà la sua effettivamente esagerata task force cercando di mantenere il controllo che conta.

L’omelia natalizia che deve portare almeno fino a gennaio inoltrato sarà ricca di riferimenti e di approfondimenti. La pazienza rivoluzionaria consentirà di “scavallare”. Buon 2021.

Pubblicato il 9 dicembre 2020 su formiche.net

Basta soluzioni tampone, serve una road map del Covid. La lezione di Pasquino @formichenews

Dopo il ripetuto ricorso ai Dpcm, una discussione parlamentare sarebbe utile per migliorare e affinare le decisioni prese. Soprattutto, vorrei che tanto il governo quanto l’opposizione si esercitassero a individuare le tappe e i passaggi attraverso i quali evolverà il Covid. Il commento di Gianfranco Pasquino

Il dilemma è drammatico: chiudere le attività economiche per salvare vite, ma impoverendo tremendamente milioni di italiani oppure lasciare aperte moltissime attività ponendo a rischio contagio, con un numero di vittime già quantificabile, ampi settori della popolazione italiana? Per dare una risposta a questo dilemma è anche possibile, forse consigliabile guardare le decisioni prese altrove. Certo, non siamo un’isola con circa sei milioni di abitanti come la Nuova Zelanda. Non è possibile sigillare l’Italia. La lezione asiatica, Corea del Sud, Giappone, Taiwan (due di questi paesi sono isole), non l’abbiamo studiata, ma è molto plausibile che il loro successo dipenda da tratti culturali distanti da quelli degli italiani e da comportamenti che abbiamo già capito non sapremmo imitare e praticare. Degli altri paesi europei, a giudicare dai numeri, solo la Germania ha fatto meglio. Il governo Conte ha trovato qualche insegnamento in quell’esperienza?

In tutte le democrazie i governi debbono essere costantemente sotto la lente dell’opinione pubblica, anche quella delle opposizioni. È imperativo che giustifichino le decisioni che prendono e quelle che evitano. Hanno l’obbligo di spiegare tempi, modi, conseguenze di quelle decisioni. Non sono affatto sicuro che al dilemma che ho posto all’inizio la risposta migliore stia nel mezzo. No, in medio non stat virtus. Suggerirei alle opposizioni che le critiche più efficaci non sono quelle formulate alzando la voce e che si traducono in “un po’ più di questo (orari di apertura e soldi)” “un po’ meno di quest’altro (meno didattica a distanza)”. E non consistono mai nel condonare il “disagio” che si traduce in disordini, saccheggi, violenza organizzata che chiaramente è del tutto controproducente. Sono convinto che, da un lato, il capo del governo ha la facoltà di emanare i famigerati DPCM per comprensibili ragioni di urgenza e di necessità. Dopo il ripetuto ricorso a questo strumento ho, però, maturato l’opinione che una discussione parlamentare sia utile per migliorare e affinare le decisioni prese. Soprattutto, vorrei che tanto il governo quanto l’opposizione si esercitassero a individuare le tappe e i passaggi attraverso i quali evolverà il Covid. Però, non vedo come questo compito sarebbe meglio svoto da un governo di larghe intese, che non si è formato sulla spinta del Covid in nessuna democrazia (la Grande Coalizione tedesca è nata prima del Covid)

Nessun governo democratico è finora caduto a causa del Covid. Neppure Trump potrà e, forse, neanche sarà in grado di giustificare la sua sconfitta come esito di una malattia trascurabile, poco più di un’influenza. Nelle attuali condizioni in Italia non è pensabile un altro governo né è minimamente plausibile andare alle urne. Proprio per questo è lecito pretendere che il governo Conte non navighi a vista limitandosi alla formulazione di soluzioni tampone (sì, desidero proprio usare questa parola) soluzioni che non è in grado di argomentare motivatamente e giustificare convincentemente. Last, ma tutt’altro che least, e non è un’altra cosa, il governo dovrebbe stare approntando i progetti, tempi, contenuti, costi, indispensabili a ottenere gli ingenti fondi del programma Next Generation EU. Sarebbe utile che, lo dirò con il massimo di retorica disponibile, il paese venisse informato. Donne e uomini informati mezzo salvati.

Pubblicato il 26 ottobre 2020 su formiche.net