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Conte ha fatto bene a informare gli italiani. Il punto di Pasquino @formichenews

Era giusto e opportuno informare l’opinione pubblica dello stato di salute del suo governo dopo le elezioni europee. Il resto verrà

LE PRECEDENTI CRISI DI GOVERNO

Ricordo nel febbraio 2014 il passaggio della campanella di Presidente del Consiglio dal gentiluomo Enrico Letta al segretario del PD Matteo Renzi. Non ricordo che quel passaggio sia stato preceduto da un dibattito parlamentare. Grazie alla mia età e alle mie invidiabili capacità mnenomiche ricordo che nessuna, ma propria nessuna crisi di governo in Italia (debbono essercene state almeno 62) è stata annunciata in Parlamento. Semmai, raramente, un governo veniva sconfitto in Parlamento. Fu il caso clamoroso del governo dell’Ulivo nell’ottobre 1998, senza la necessità di un dibattito sul perché, sulle responsabilità, sulle conseguenze. Con queste premesse non faccio nessuna fatica a dichiarare che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha preso un’ottima iniziativa.

Era del tutto giusto e opportuno informare attraverso una conferenza stampa l’opinione pubblica italiana dello stato di salute del suo governo dopo le elezioni europee. Preferisco di gran lunga ascoltare dalla sua voce l’argomentata opinione del capo del governo piuttosto che leggere le più o meno fantasiose ricostruzioni dei retroscenisti, molti dei quali, lo debbo proprio dire, non conoscono né le regole né le prassi delle democrazie parlamentari né il grande pregio di queste forme di governo: la flessibilità.

MOSSA CONCORDATA

Ritengo che la maggior parte dei contenuti del Contratto di Governo sia sbagliata, che la loro attuazione sarebbe costosa e controproducente, che l’Italia sia da qualche tempo (da prima del governo giallo-verde) in declino e che nulla di quanto vogliono Di Maio e Salvini servirà a fermare il declino e a capovolgere la tendenza. Tuttavia, riconosco che il governo guidato da Conte è legittimo, è pienamente costituzionale (“il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” art. 94) e può continuare fino a quando quella fiducia non mancherà. Sono convinto che nel loro colloquio informale, che non può essere in nessun modo criticato, di qualche giorno fa, il Presidente della Repubblica (mi faccio io stesso “retroscenista”) abbia consigliato o concordato con Conte la mossa della conferenza stampa. È stata un avvertimento, ma anche un chiarimento come si conviene in democrazia.

Conte ha chiaramente indicato delle responsabilità. Le hanno entrambi i suoi Vice-Presidenti del Consiglio, ma uno (Salvini) più dell’altro (Di Maio) poiché la sua fantasiosa interpretazione del voto degli italiani che sconfigge le regole europee è eversivo, persino sottilmente contraddittorio. La democrazia nazionale sovranista italiana dovrebbe cambiare grazie ai voti espressi per l’elezione del Parlamento europeo? “Rob de matt” direbbero a Milano. Conte ha affermato in maniera convincente che non si presterà a “vivacchiare”. Il Presidente della Repubblica ricorderà a tutti, ma dovremmo saperlo, che non è sufficiente che esista una maggioranza numerica in Parlamento. Quella maggioranza deve essere operativa e operosa. Se i due contraenti bloccano reciprocamente le proprie priorità, la loro maggioranza perde qualsiasi operatività e il titolo principale per continuare a sussistere. In maniera pacata, pubblica, esplicita, Conte ha sottolineato che saranno Salvini e Di Maio, in quest’ordine, ad assumersi la responsabilità della fine di questo governo, del suo governo. L’eventuale apertura della crisi di governo dimostrerà che sono degli irresponsabili nei confronti del sistema politico e dei molti italiani che li hanno votati.

Avrebbe Conte dovuto dire tutto questo e di più in una seduta formale del Parlamento con il titolo “Comunicazioni del Presidente del Consiglio”? Credo proprio di no poiché automaticamente, oggettivamente avrebbe fatto un passo avanti in più sulla strada della crisi. Invece, la sua conferenza stampa ha avuto e ha conseguito l’obiettivo di informare senza drammatizzare. Il resto verrà. Lascio da parte qualsiasi riflessione sulle dichiarazioni delle opposizioni nel cui ambito proliferano coloro che ragionano in maniera particolaristica e miope con riferimento esclusivamente a loro eventuali vantaggi e guadagni. Non ce ne sarà per nessuno.

Pubblicato il 4 giugno 2019 su formiche.net  

Come cambia la sinistra europea, tra leader assenti e principi dimenticati

Parlare di diseguaglianze in modo credibile e denunciarle è essenziale purché se ne spieghino le origini e se ne indichino i rimedi. Pensare di potere ricostruire una sinistra plurale (o pluralista) e accogliente per gli elettori solamente come sommatoria dei diseguali non sembra la strada migliore. La riflessione di Gianfranco Pasquino

Le sinistre in Europa godono di ottima salute. Sono numerose, anche all’interno di ciascun Paese. Sono, come vuole una distorta concezione del mercato politicoelettorale, sempre in competizione fra loro. Offrono un ampio ventaglio di alternative ai loro elettori immusoniti e intristiti i quali, di tanto in tanto, scendono in piazza al fatidico grido di “unità unità”. Non per acquisita saggezza, ma per mancanza di materia prima (idee e cultura politica) hanno smesso di combattere esiziali battaglie ideologiche. Sono una debolezza tranquilla. Preferiscono il terreno del posizionamento, della personalizzazione, delle narrazioni contrastanti. Purtroppo, non ci sono più i bambini di Andersen capaci di esclamare ad alta voce: “La regina (sinistra) è nuda” e – come aggiungo abitualmente – “pure brutta e miope”.

Ci sono soltanto due partiti di sinistra in tutta l’Europa (se i brexiters si risentono, peggio per loro) che superano la soglia del 30% di voti, il Partito laburista di Jeremy Corbyn (40%) e il Partito socialista portoghese (32%). Persino i leggendari socialdemocratici scandinavi si sono ormai stabilizzati da qualche tempo intorno al 25% che, talvolta, consente loro di andare al governo. Per tutti coloro che hanno, giustamente, guardato alla socialdemocrazia tedesca, grande è la tristezza. Anche se è in un governo che è difficile definire “grande” coalizione, la Spd al livello più basso di sempre del suo consenso elettorale è davvero il partner minore, junior. Tutto questo dopo che, come scrisse memorabilmente Ralf Dahrendorf, se non tutto il ventesimo secolo è stato socialdemocratico, quantomeno per più di cinquant’anni i socialdemocratici furono influentissimi. Non solo hanno guidato molti governi anche per lunghi periodi, ma le loro idee e le loro pratiche riformiste incisero profondamente nel tessuto sociale, economico e persino culturale di tutta l’Europa occidentale. Tranne l’Italia, poiché il Pci mai ebbe “cedimenti” socialdemocratici e il Psi mai ebbe abbastanza consenso elettorale, ma idee sì, con la Cgil che nulla cercò di apprendere dai potenti sindacati socialdemocratici.

La politica continua ad avere bisogno di organizzazione, di presenza sul territorio, di attività costanti e insistenti, ma gli attivisti delle (e nelle) sinistre sembrano scomparsi quasi dappertutto, persino in Andalusia, la culla del socialismo spagnolo. Sono poi effettivamente svaniti anche i dirigenti delle sinistre; sono costretto a usare il plurale, ma attenzione, non è vero che le sinistre europee sono plurali (o pluralistiche). Sono semplicemente disaggregate, particolaristiche, conflittuali. Nessuna narrazione, neanche le più retoriche, come quella di Walter Veltroni, può sostituire un’organizzazione e nel caso del neonato Partito democratico di organizzazione ne era rimasta poca tranne quella di alcune fazioni.

Però, se narrazione ha da essere, allora sono indispensabili due elementi: narratori credibili che conoscano la storia e rivitalizzino la memoria del loro partito, riuscendo a proiettarlo in un futuro difficile da immaginare, e un iniziale tessuto connettivo fatto di princìpi e convinzioni, di priorità e programmazioni, di analisi e proposte non occasionali, ma collegate a un passato di realizzazioni concrete. Per una molteplicità di buone ragioni la sinistra europea dovrebbe ricordarsi che si era proposta di perseguire non solo interessi di parte, ma di tutta la nazione e che, senza contraddizioni, si era regolarmente definita internazionalista, oggi europeista.

Parlare di diseguaglianze in modo credibile e denunciarle è essenziale purché se ne spieghino le origini e se indichino i rimedi. Pensare di potere ricostruire una sinistra plurale (o pluralista) e accogliente per gli elettori solamente come sommatoria dei diseguali non sembra la strada migliore. Poiché all’orizzonte non si vede una cultura politica che mette al centro di una società giusta la dignità e il riconoscimento del valore delle persone, è ora di elaborarla.

Pubblicato il 21 aprile 2019 su formiche.net

INTERVISTA Più circoli e nuove alleanze. I consigli di Pasquino a Zingaretti @formichenews

Intervista raccolta da Francesco De Palo

Il noto politologo punta sulla gestione autonoma di circoli e federazioni, in antitesi al piglio renziano. E sul futuro prossimo crede che la prospettiva di alleanze piddine sarà sì a sinistra, ma saldandosi con il sindacato. E su Calenda, Sala e Letta dice che…

Meglio andare a vedere le carte dei grillini oppure quelle della Lega? È il quesito che il prof. Gianfranco Pasquino, politologo di fama internazionale e professore emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, porrà nel prossimo futuro al neo segretario del Pd.

Perché, all’indomani delle primarie, a Nicola Zingaretti non basterà tornare all’antico di circoli e federazioni, ma “farsi moderno mostrandosi aperto a rilievi e critiche”. E condurre il partito a saldarsi con il sindacato e con il popolo della piazza milanese, che ha manifestato contro il razzismo. E su Calenda, Sala eLettadice che…

Il Pd con Nicola Zingaretti segretario torna all’antico di circoli e federazioni, dopo la parentesi renziana?

Sarebbe antico se tornasse a circoli e federazioni come sono stati trattati da Renzi, se invece li lasciasse autonomi, facendoli lavorare ed esprimere allora no. Se li frequenterà e al tempo stesso si mostrerà aperto a rilievi e critiche allora compierà un grande passo, che prende il nome di modernità.

Zingaretti ha chiuso ad un accordo col M5S: ma per essere alternativa al governo gialloverde basterà solo dialogare a sinistra?

Difficile rispondere ora, perché non ci troviamo in una fase dove si presentano prospettive del genere. Ma non c’è dubbio che, quando si giungerà alla composizione del prossimo Parlamento, il Pd dovrà porsi il problema dei numeri e quando vedrà che i numeri non saranno sufficienti dovrà decidere: negoziare con la Lega o con il M5s? Stando così le cose il sistema è, come minimo, tripolare, per cui con qualcuno bisognerà confrontarsi. A quel punto chiederò a Zingaretti e agli altri se meglio andare a vedere le carte dei grillini oppure quelle della Lega che le squaderna quotidianamente.

Un milione e seicentomila votanti, che sono molto meno di quelli del 2007, 2009, 2013 e 2017, crede siano un segno di vera testimonianza oppure solo un residuo di apparato?

Intanto direi che sono un buon segno per il Pd, lo dimostra il fatto che inizialmente l’asticella era stata posizionata attorno al milione. Significa che esiste ancora una spinta alla partecipazione, nonostante la delusione e la rassegnazione di molti dem al cattivissimo andamento del partito. Se, come io penso, il Pd dovrà essere fulcro di un’alleanza più ampia, allora bisognerebbe aggiungere a quei numeri i cittadini che sono scesi in piazza a Milano contro il razzismo, e anche quelli a sostegno dei sindacati lo scorso 9 febbraio. Non sono tutti ovviamente del Pd, li definirei culturalmente di sinistra, se cultura significa rapportarsi ad altre persone anche se straniere, ma tutti sono in opposizione al governo. Questo lo peso come un segnale di vivacità.

Ha citato i sindacati: come farà Zingaretti a sanare la ferita del jobs act?

La posizione renziana era di disintermediazione, se quella di Zingaretti sarà di aggregazione allora i sindacati saranno della partita. Se il Pd è divenuto il partito delle zone a traffico limitato e intende ritrovare i lavoratori, allora dovrà spostarsi in periferia. Nessuna sinistra sarà mai forte se non avrà un rapporto vero e non organico con il sindacato: nel senso di confronto e di contrasto, ma finalizzato a stare nella stessa barca e adoperarsi affinché si muova.

In questo senso l’elezione di Maurizio Landini al vertice della Cgil può essere elemento di trade union?

Direi di sì. Nonostante le sue asprezze e le sue impuntature, Landini è un utile soggetto nella sinistra.

I renziani adesso restano senza una prospettiva?

Sono andati molto male e particolarmente il renzianissimo Giachetti. Non credo sia interessante sapere dove andranno ora, ma in teoria Zingaretti dovrebbe fare il possibile per tenere tutti uniti ed evitare che escano, incentivandoli a partecipare attivamente e non a ostacolare in modo sgradevole il funzionamento del partito.

Come farà il Pd a dialogare con quegli elettori, anche di centro, che il 4 marzo 2018 hanno scelto il M5S ma che ad esempio in Abruzzo e Sardegna hanno fatto marcia indietro?

Bisognerà fare un’offerta a quel 30% di elettorato che nel 2018 ha votato M5S e che, presumibilmente, nel 2023 potrebbe cambiare idea. Gli elettori grillini insoddisfatti si trovano alle prese con dei rappresentanti che non sanno che pesci prendere e, quando li pescano, non sanno come cucinarlo. Inoltre il Pd dovrà sperare che il sistema italiano si ristrutturi in maniera bipolare, perché a quel punto tutti coloro che non vogliono la destra si coaguleranno in un unico interlocutore.

Quale il ruolo dell’operazione civica di Calenda?

Se Calenda sceglierà di farsi una sua lista per le europee, gli farò i miei auguri. Così come la leggo io, quella è un’operazione molto confusa, perché in realtà non rafforza il centrosinistra e neanche gli europeisti. Credo occorra altro, come ad esempio dei capilista che siano uomini e donne della politica che possano vantare competenze europee, non giornalisti, scrittori o attrici.

Le faccio due nomi, Beppe Sala ed Enrico Letta: come potranno intrecciarsi con il lavoro di Zingaretti? Consigli, sussurri o con ruoli di primo piano?

Secondo me Sala dovrebbe continuare a fare il sindaco di Milano, anche perché il consenso del capoluogo lombardo è di primaria importanza. Una volta terminato il suo mandato, poi, deciderà come proseguire. Mi auguro che Zingaretti stabilisca un buon rapporto di collaborazione con lui. Su Letta non scelgo la strada del politichese, che mi porterebbe a dire che è una riserva dello Stato e una risorsa. Per cui mi limito a osservare che si tratta di una persona di grande competenza, che parla splendidamente sia inglese che francese, dotato di una cultura europea. Se qualcuno sta cercando un capolista per una circoscrizione, allora è il nome giusto. Aggiungo che ha un suo prestigio personale a livello europeo, il nome giusto se Zingaretti vorrà cercare profili all’altezza.

Pubblicato il 5 marzo 2019 su formiche.net

 

L’Abruzzo non è l’Ohio, ma non è da sottovalutare

Si dice che l’Ohio sia uno Stato chiave nelle elezioni presidenziali USA. In effetti, spesso i suoi voti sono stati decisivi per la vittoria, in particolare, dei candidati repubblicani alla Presidenza. Sconsiglio dall’assimilare l’Abruzzo all’Ohio. Per quanto interessante, l’esito del voto in Abruzzo non prefigura necessariamente un eventuale, peraltro, a mio modo di vedere, del tutto improbabile, voto politico nazionale. Tuttavia, non è neanche da sottovalutare. Senza fare il populista (non mi riesce difficile), quando il popolo, meglio, i cittadini parlano con il loro voto, nel quale hanno investito energie, tempo, forse anche denaro (per informarsi e andare alle urne), è sempre auspicabile ascoltarli, cercare di capire che cosa hanno voluto dire, quale messaggio contiene il loro voto, da quali fattori è stato influenzato. Tuttavia, il voto è sempre il prodotto di una relazione fra le promesse dei candidati e dei partiti e la ricezione, influenzata da una molteplicità di considerazioni, degli elettori.

Tanto per cominciare, poco meno della metà degli abruzzesi hanno deciso e detto che, no, le elezioni nella loro regione non erano abbastanza importanti da meritare la loro partecipazione. Questa risposta meriterebbe una qualche riflessione non ipocrita da parte dei dirigenti di partito. Non me l’aspetto, quindi soprassiedo, riservandomi il diritto di criticare chi, regolarmente, si strappa le vesti per qualche minuto (leggi il dopo-Cagliari), poi va avanti come se niente fosse. Minimizzeranno anche i dirigenti delle Cinque Stelle, il capo politico Di Maio, che ha finora collezionato sconfitte e perdite di voti nient’affatto trascurabili e non colmabili da nessun accordo con gilet gialli o di altri colori? E il comandante Di Battista impegnato sul fronte venezuelano? Qualcuno vorrà chiedere al Presidente del Consiglio Conte perché gli elettori abruzzesi non hanno capito che il 2019 sarà un anno bellissimo e non hanno deciso di incoraggiare la forza di governo, ancora per poco, maggioritaria?

Siamo sempre in attesa di una riflessione dei dirigenti del PD, a cominciare da quella che sul suo divano attrezzato con pop corn dovrebbe effettuare il due volte ex-segretario, sul voto del 4 marzo 2018. Adesso, però, qualche parola sulla necessità e utilità del PD di costruire davvero alleanze con una varietà di associazioni che operano sul “mitico” territorio (che è il luogo dove bisognerebbe tornare a fare politica, ovvero a interloquire con ci abita e vive) parrebbe assolutamente opportuna. Andare oltre il PD con associazioni che lo reputano utile, ma da solo non adeguato, sembra essere la strada da imboccare. Comunque, i tre candidati alla segreteria non hanno tuttora saputo indicarne nessuna.

Qual’è la sua strada Matteo Salvini la conosce molto bene: battere il territorio, sembra che sia stato il leader nazionale che ha visitato più di tutti l’Abruzzo, stando quando serve, e nelle elezioni locali serve eccome, con il centro-destra. Il messaggio che manda il capitano-Ministro Salvini è duplicemente chiarissimo. Sappia il centro-destra che la sua Lega è assolutamente indispensabile per vincere e governare a livello locale (e nel futuro, non si sa quanto prossimo, azzarderei non tanto, anche a livello nazionale). Sappiano le Cinque Stelle, non soltanto che la Lega continua a crescere elettoralmente, ma che, lui, ha una alternativa coalizionale. In caso di una crisi di governo, Salvini può vantare e contare su una comoda posizione di ricaduta. Tutto questo è estraibile dall’esito delle elezioni regionali in Abruzzo. Mi pare parecchio e interessante.

Pubblicato il 11 febbraio 2019 su formiche.net

M5s in cerca di un’identità (europea). La missione Di Battista spiegata da Pasquino

di Francesco Bechis
Conversazione di Formiche.net con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna.
Di Battista? Se è mancato ai Cinque Stelle vuol dire che hanno un problema strutturale. Le pagelle del 2018? Moscovici il ministro più efficiente, Bonafede secondo. Il Pd? È un partito caserma.

 

“Sto leggendo una stupenda biografia di Trotsky scritta da un trotskista, Isaac Deutscher. Ma se proprio volete parlare di Di Battista…”. Interrompiamo a malincuore le letture natalizie di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, decano dei politologi italiani. Siamo però costretti a riferirgli una notizia: Alessandro Di Battista è tornato in pista. Non solo quella da sci, dove si è fatto immortalare in un video di auguri di fine anno con l’amico Luigi Di Maio, in rispettoso silenzio. Per qualche mese, prima di partire alla volta del Congo, il pasionario del Movimento Cinque Stelle darà manforte ai suoi in vista di una campagna, quella per le europee di maggio, che non sarà una passeggiata di salute. “Sì, sì, ho visto il video un paio di volte, sono commosso”, scherza il professore – “A me Di Battista non era mancato, spero non sia mancato anche ai suoi colleghi. Un Movimento che ha bisogno di un suo esponente per sopravvivere ha un problema strutturale”.

Professore, partiamo dal video di auguri.

C’è una doppia lettura che possiamo dare del video. Di Battista parla solo per pochi secondi, riconosce che Di Maio è il vero capo politico. Di Maio lancia ai suoi e ai detrattori un messaggio molto chiaro: è lui che parla a nome di tutto il Movimento, e nessun altro.

Quanto è mancato Di Battista al Movimento Cinque Stelle?

Se un movimento soffre dolorosamente la mancanza di un suo esponente significa che ha un problema strutturale, perché dipende da pochissime persone. Dovrebbero rifletterci su.

Il Movimento si è perso un po’ per strada mentre Di Battista era in Sud America?

Non si è perso nulla per strada. Più semplicemente la strada ha preso una direzione diversa. Quando si va al governo non ci si può portare dietro tutto, qualcosa deve essere abbandonato, altre proposte devono essere limate assieme all’alleato di coalizione. Il Movimento aveva una straordinaria capacità di dire no all’opposizione, ora è obbligato a dire qualche sì. Anche Di Battista avrebbe subito restrizioni una volta entrato nella stanza dei bottoni, forse per questo se ne è andato a spasso 7-8 mesi.

Perché questo ritorno? Sarà un modo per arginare l’onnipresenza mediatica di Matteo Salvini in vista delle europee?

Sarò controcorrente, ma sono convinto che la personalizzazione della politica abbia poco a che vedere con le qualità personali e abbia molto a che vedere con le idee. Di Battista potrebbe arginare Salvini se avesse un’idea di Europa davvero alternativa e la sapesse articolare. E invece, a differenza di Salvini e dei suoi colleghi sovranisti, mi sembra che lui e il Movimento abbiano le idee molto confuse.

Ora i Cinque Stelle devono trovare un alleato per avere i numeri all’Europarlamento. Con chi possono andare?

In Europa non c’è nessuno come loro. La convivenza al governo con la Lega rende loro difficile trovare partner, avranno problemi molto grossi a meno che non riescano ad elaborare una linea politica che li distingua. Gli unici che potrebbero tendere una mano sono i Verdi, a patto che i pentastellati valorizzino il tema ambientale e quello dei diritti. L’alternativa è vagare e finire nel gruppo misto. I liberali di Verhofstadt saranno il vero ago della bilancia fra Ppe e Pse, non ricommetteranno l’errore di tentare un’alleanza con i Cinque Stelle.

A proposito di numeri, a forza di espulsioni alla Camera e al Senato la maggioranza si stringe. Queste cacciate dall’Eden creeranno problemi?

La questione numerica è irrilevante, recupereranno i numeri persi da altre parti. Sorvolerei anche sulle critiche al modello democratico del Movimento, perché non c’è un partito italiano che al suo interno abbia dinamiche democratiche. I Cinque Stelle sono più esposti perché si sono dati regole molto restrittive, ma la democrazia non abita nei partiti. Bisogna invece riflettere sulla capacità del gruppo dirigente di controllare il reclutamento. Troppo spesso vengono reclutate persone con idee chiaramente in contrasto con il Movimento solamente perché sono famose, è il caso di De Falco. Il risultato è che vengono espulse da un giorno all’altro, senza neanche fornire una pubblica motivazione. Il dissenso dovrebbe essere valorizzato, non espulso.

Altro che Pd. Lì il dissenso c’è eccome, anzi regna sovrano…

Il Pd non dà spazio al dissenso, ma a una moltitudine di persone con opinioni diverse fra cui spunta sempre qualcuno che vuole imporre la sua volontà. Renzi ci è riuscito per un po’, ma ha commesso il grave errore di buttare fuori i dissidenti. Oggi nel Pd c’è una competizione fra persone con distanze ideologiche minime, l’unica vera distanza che viene misurata è quella da Renzi. I candidati alla segreteria, Zingaretti, Giachetti, Martina, dovrebbero prima chiedersi che tipo di partito vogliono costruire. Ovvero, come diceva Achille Occhetto, se costruire un partito caserma o un partito carovana, che va avanti e accetta tutti.

Prima di lasciarla alle sue letture trotskiste, le chiedo una pagella dei ministri gialloverdi nel 2018.

Se devo stilare una classifica dei ministri più efficaci lascio in disparte sia Salvini che Di Maio. Sul primo posto non ho alcun dubbio, scelgo Pierre Moscovici (ride, ndr). Al secondo ci metto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha portato a casa il ddl anticorruzione e ha saputo tenere una linea decorosa nella polemica con i giudici.

Pubblicato il 2 gennaio su Formiche.net

Dalle piazze ai tweet. Così il corpo del Capitano (della Lega) mette ko Di Maio

 

Oltre ad una base, che è organizzata sul territorio in associazioni dei più vari tipi e sa attivarsi, Salvini ha anche una strategia chiara: dimostrarsi in grado di dare voce e seguito a chi già lavora

C’è un dislivello, politico, comunicativo, corporale, che si fa sempre più evidente fra i due vicepresidenti del Consiglio. Anche se la tematica “immigrazione”, che aveva dato una possente spinta alla popolarità di Salvini, è un po’ retrocessa nell’attenzione dei media e dei cittadini, la persona del ministro degli Interni schiaccia la visibilità di Di Maio. Il corpo del Capitano (della Lega) s’impone su quello, piuttosto gracile, del capo politico del Movimento 5 Stelle. Salvini non ha bisogno di sostenere di avere eliminato l’immigrazione come Di Maio aveva “abolito” la povertà (ma molti italiani non se ne sono accorti) perché interviene a tutto campo, anche nelle problematiche dello sviluppo economico. Tremila imprenditori si sono rivolti a lui per chiedergli investimenti e una politica industriale. Soltanto dopo, anche perché quello non è il suo elettorato, non ne tiene conto, forse, neppure lo capisce, Di Maio ha approntato un tavolo con imprenditori e sindacalisti (un piccolo classico della Prima Repubblica secondo il suo gergo, anche se il Renzi aveva tentato addirittura la “disintermediazione”, e mal gliene incolse).

La realtà è che Salvini ha una base di sostegno che vuole sviluppo e le Cinque Stelle hanno per troppo tempo sostenuto la decrescita felice che si è tradotta in molto discutibile (e ora, infatti, messa in discussione) opposizione generalizzata alle infrastrutture, non necessariamente tutte grandi opere, spesso soltanto, come il Passante autostradale nel congestionatissimo snodo di Bologna, opere medie, ma indispensabili. Oggi e domani è e sarà la Tav Torino-Lione a dimostrarsi la vera patatona bollente per il ministro del Lavoro e dello Sviluppo. Oltre ad una base, che è organizzata sul territorio in associazioni dei più vari tipi e sa attivarsi, Salvini ha anche una strategia chiara: dimostrarsi in grado di dare voce e seguito a chi già lavora, dagli artigiani ai piccoli e medi industriali ai professionisti minando il consenso rimanente di Forza Italia.

Non bastano i meet-up e la piattaforma Rousseau a dare una spinta costante e un sostegno solido a Di Maio. Moltissimi dei voti pentastellati del 2018, che erano conseguenza di un’insoddisfazione anche di sinistra, rimangono disorganizzati e fluttuanti, in attesa del reddito e delle pensioni di cittadinanza che la manovra di bilancio farà molta fatica a garantire. Il corpo di Salvini spadroneggia nelle piazze e nei tweet. Quello di Di Maio si affaccia timidamente dagli schermi, talvolta sfidato addirittura dalla maggiore presenza scenica e fonica di Di Battista il latino-americano. Nessuno dei due può volere una resa dei conti, anche se Salvini ha una posizione di ricaduta: ritornare da una posizione di forza e di comando nel centrodestra, mentre Di Maio non ha alternative.

Alle elezioni del Parlamento europeo di fine maggio 2019 inevitabilmente i voti, che non saranno né numerini né decimali, dovranno essere contati. Il sovranista Salvini parte avvantaggiato anche perché le Cinque Stelle di Di Maio non sanno ancora con chi allearsi e dove andare.

Pubblicato 11 dicembre 2018 su formiche.net

Ecco come funziona una legge elettorale con il doppio turno

Non si può parlare di doppio turno di collegio e di doppio turno di lista come se fossero quasi intercambiabili. L’intervento di Gianfranco Pasquino

Non si deve permettere neppure ai più acrobatici interpreti dei sistemi elettorali di scrivere, à la D’Alimonte, di doppio turno indifferentemente, che sia di collegio (uninominale) oppure fra partiti/coalizioni come quello previsto nell’Italicum. Faccio, non completamente, grazia ai lettori sottolineando, per l’ennesima, ma non ultima, volta che da nessuna parte al mondo esiste un meccanismo come quello del defunto, da non compiangere e meno che mai resuscitare, Italicum.

I sistemi elettorali servono a tradurre voti in seggi per dare vita a un Parlamento, non, da nessuna parte, tantomeno nelle democrazie parlamentari, a un governo. Il doppio turno francese applicato in collegi uninominali elegge i parlamentari. Al primo turno, giova ripeterlo e sottolinearlo, gli elettori votano in maniera prevalentemente sincera, vale a dire, per il/la candidato/a preferito/a che riuscirà a passare al secondo turno soltanto qualora riesca a superare una certa soglia percentuale (in Francia, attualmente, il 12,5 per cento degli aventi diritto). Pur nella consapevolezza che il suo preferito non supererà la soglia, l’elettore decide di votarlo per rafforzarne il potenziale di contrattazione al secondo turno. Quei suoi voti, una volta contati, potrebbero essere decisivi per fare vincere il seggio a un altro candidato di un partito con il quale è possibile, da un lato, contrattare i voti in un altro collegio, dall’altro, eventualmente, formare una coalizione di governo. Al secondo turno, che è sbagliato definire ballottaggio poiché nella grande maggioranza dei collegi vi saranno più di due candidati, alcuni elettori avranno la possibilità di votare il loro candidato preferito, altri finiranno per scegliere il candidato meno sgradito. Fra il primo e il secondo turno, tutti gli elettori avranno avuto l’opportunità di acquisire un numero aggiuntivo di informazioni politicamente rilevanti prodotte e diffuse dai candidati, dai partiti, dai mass media.

Invece, il doppio turno previsto dall’Italicum avrebbe dovuto svolgersi fra due partiti e/o coalizioni (il significato di “lista” non fu mai furbescamente precisato). Dunque, era sostanzialmente un ballottaggio. In maniera molto accondiscendente e supponente, i suoi laudatores riconoscevano che il premio attribuito al vincitore, anche qualora fosse stato soltanto del 15 per cento, distorceva la rappresentanza politica a favore di quella che, impropriamente, chiamavano governabilità. Certo, quel premio avrebbe dato modo allo schieramento maggioritario di godere di una confortevole maggioranza assoluta in Parlamento. Che questa fosse governabilità, se quella maggioranza non avesse poi avuto la capacità di prendere decisioni e di farle applicare, è evidentemente tutto da dimostrare.

Ad ogni buon conto, rimane la differenza verticale fra il doppio turno di collegio e il doppio turno Italico. Il primo serve a eleggere i parlamentari, il secondo a dare vita a un governo. Sono, palesemente, incomparabili e, altrettanto palesemente, non sono affatto intercambiabili. In particolare, il doppio turno Italico incide sulla forma di governo fuoriuscendo dalla democrazia parlamentare ed entrando in terra incognita.

Al di là delle preferenze personali, meglio se sorrette dalle conoscenze scientifiche, le differenze fra i due doppi turni sono profonde. Chiunque le cancelli sta manipolando, più o meno consapevolmente, a spese di tutti, il dibattito pubblico e non dà nessun contributo alla formulazione di una legge elettorale migliore, non è difficile, della pessima Legge Rosato.

Pubblicato il 2 maggio 2018 su Formiche.net