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Non è il nuovo che avanza

Ansia di irrefrenabile protagonismo, desiderio di vendetta (contro chi?), incapacità di autocritica, ricerca di un futuro nel quale scatenare tutte le sue potenzialità: sono queste chiavi di lettura plausibili della scissione proclamata ieri da Renzi, ma a lungo progettata? Probabilmente tutte insieme. Ma, è utile soffermarci sulla psicologia del due volte ex-segretario di un partito da lui conquistato e dominato, poi portato alla grande sconfitta referendaria del 2016 e ai minimi termini elettorali nel 2018? Credo di no. Lascerò il passato ad altri interpreti e guarderò al futuro, non come un astrologo, ma come un analista della complicata scena politica italiana. Lasciare il PD, ma non il seggio parlamentare non può che significare il non avere fiducia nel partito per portare avanti la linea politica preferita. Eppure, il PD di Zingaretti ha appena fatto proprio quello che Renzi, ad un anno dalla sua dichiarazione contraria qualsiasi dialogo con le Cinque Stelle ha imposto, ovvero un governo con Di Maio e i suoi collaboratori. Sarebbe certamente disastroso se Renzi e i suoi parlamentari scissionisti facessero cadere il governo appena nato nel quale si trovano almeno cinque di loro. Infatti, Renzi si è affrettato ad escludere questa eventualità. Intende sostenere il governo Conte 2, ma, aggiungo io, come la corda sostiene l’impiccato. È probabile che ogni provvedimento legislativo del governo dovrà essere contrattato e approvato dai renziani. Se, però, il distacco dal PD è motivato dalla non condivisione della linea del partito, come potranno i renziani accettare quanto il governo Conte farà traducendo in leggi e in politiche pubbliche anche molte delle preferenze del PD di Zingaretti? In effetti, anche se in maniera poco limpida, Renzi sostiene che questo PD, peraltro, non molto diverso da quello da lui variamente guidato, ha una collocazione che non gli garba, che c’è una parte, presumibilmente ampia, di elettorato, del paese, che il PD non riesce a raggiungere e non può rappresentare. Sulla rappresentanza politica e sociale bisognerebbe chiedere conto a Renzi della pessima legge che porta il nome di Ettore Rosato, suo fedelissimo, e di quei suoi parlamentari, come la Boschi, paracadutati molto lontano dai loro territori. Sulla collocazione dell’elettorato alla ricerca di politiche diverse da quelle del PD e del governo al quale partecipa, è lecito discutere. Sarebbe questo elettorato collocato al centro dello schieramento politico? centristi e moderati, quindi, contendibili anche da Berlusconi e Forza Italia? Oppure, se non esistono più destra e sinistra, non sono sopravvissuti neppure i centristi, ma esistono soltanto cittadini-elettori italiani (e di altri paesi) che guardano alla qualità delle proposte politiche e alle priorità programmatiche? Rimane il quesito se il nuovo piccolo veicolo renziano, valutabile 4, forse 5 per cento, farà avanzare una politica nuova o proteggerà i ruoli e le cariche di cui già godono.

Pubblicato AGL il 18 settembre 2019

Quanto malposto rumore su #Rousseau Conversazione democratica senza insulti sui meccanismi interni ai partiti

Riconosco ai partiti e ai non-partiti con il loro non-statuto, ai movimenti più o meno personali e personalizzati, a tutte le associazioni politiche il diritto a scegliere come regolamentare la loro vita interna in qualsiasi forma e modalità preferiscano. Riconosco a me stesso e a tutti commentatori che si informano il diritto a criticare quelle forme e quelle modalità purché lo facciano in maniera seria e argomentata, non, per esempio, in maniera pretestuosa. Sto ancora cercando materiale sulle riunioni degli organismi dirigenti di Forza Italia – eppure dal 1994 ad oggi ce ne dovrebbe essere di abbondantissimo – e della Lega. Vorrei sapere come hanno deciso la loro linea politica e le loro alleanze, come scelgono le candidature, come promuovono e perché rimuovono i dirigenti. So che, in maniera un po’ raffazzonata, il Partito democratico ha tenuto più di mille primarie, che non sono “consultazioni”, come ho sentito da alcuni giornalisti televisivi, ma modalità di selezione delle candidature per cariche monocratiche, non per l’elezione del segretario del partito, che hanno rivelato più di un problema “democratico”. So anche che la democrazia non si esaurisce in queste scelte né da mai “pieni poteri” agli eletti in questo modo. Ho personalmente di persona partecipato a più riunioni della Direzione di un partito nelle quali le decisioni erano preconfezionate. In una di quelle riunioni, il documento conclusivo da sottoporre all’approvazione, che debitamente fu espressa con larghissima maggioranza, era stato scritto prima della discussione e non ritoccato in nulla.

Dunque, quando il Movimento 5 Stelle fa ricorso alla piattaforma Rousseau non mi esibisco in male informate critiche preliminari in sbeffeggi in insulti in affermazioni indignate poiché ne deriverebbero chi sa quali violazioni della Costituzione e, nel caso dell’approvazione o no dell’accordo con il Partito democratico, addirittura in un non meglio motivato sgarbo alla presidenza della Repubblica. Quando 75 mila attivisti, vale a dire quasi il 70% degli aventi diritto, decidono di esprimere la loro valutazione mi rallegro. Probabilmente, si sono informati, ne hanno parlato con altri, hanno deciso che la loro opinione conta, hanno partecipato ad una scelta significativa. Avevano addirittura, udite udite, ricevuto input dei più vari tipi e toni, dai dirigenti e dai parlamentari del Movimento. Si chiama “conversazione” democratica. Sostanzialmente, abbiamo assistito a un inusitato e perfettibile procedimento politico di notevole rilievo culminato in un voto la cui rilevanza non può affatto essere sminuita definendolo tanto spregiativamente quanto erroneamente  “plebiscitario” dal momento che quasi il 20% ha votato no. Tutto questo non significa in nessun modo che non ritenga di esprimere tutta una serie di critiche.

La piattaforma Rousseau è di proprietà di un privato che la “gestisce” anche a scopi di lucro? Se non c’è un reato, non vedo il problema a meno che una parte degli attivisti ritenga che quel privato e i suoi collaboratori falsino deliberatamente i risultati. Allora siano loro a fare ricorso. Non abbiamo modo di assicurarci che abbiano votato esclusivamente coloro che ne avevano diritto e non disponiamo di strumenti per accertare la validità dei risultati? Le procedure opache non mi piacciono. La mancanza di trasparenza mi preoccupa. L’impossibilità di controllare se vi siano state o no violazioni e/o interferenze è una ferita inferta al gracile corpo della democrazia diretta. Stanno le 5 Stelle praticando una democrazia diretta che non conoscono in attesa di scoprire le modalità migliori per suscitare partecipazione politica e premiarla? Temo proprio di sì. Sono affari loro e dovrei soltanto farmi gli affari miei? Nient’affatto. Quando un attore politico rilevante fa ricorso a procedure decisionali che incidono sulla rappresentanza politica e addirittura sulla nascita (e poi anche sulla possibile morte) del governo, diventano affari di tutti i cittadini democratici e le critiche sono assolutamente doverose. Per essere anche credibili quelle critiche dovrebbero però provenire da chi fa congressi di partito, tiene riunioni degli organismi dirigenti, spiega e giustifica le scelte delle candidature e dei leader, formula analisi – lo scrivo per i commentatori politici – fondate su conoscenze comparate. Naturalmente, sono del tutto fiducioso che, preso atto dell’esito della consultazione online svolta dalle 5 Stelle una folta e mista delegazione di parlamentari democratico-partecipativi s’impegnerà – naturalmente “pancia a terra” – per tradurre in norme di legge quel piccolo e prezioso inciso dell’articolo 49 “con metodo democratico”. Mi stupisco che la proposta non si trovi già nei ventisei punti programmatici del governo Conte bis.

Pubblicato il 4 settembre 2019 su rivistailmulino.it

 

Conte e DUE #GovernoContebis

La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2019

Governo 5 stelle-Pd anti Salvini o vittoria del centrodestra alle elezioni? #intervista #crisidigoverno

Intervista raccolta da Tatiana Santi

La crisi di governo è segnata in queste ore da una crescente confusione. Il Partito Democratico è ancora più spaccato al suo interno su un possibile dialogo con i 5 stelle, nel frattempo Beppe Grillo torna in aiuto dei suoi, salta l’incontro Salvini-Berlusconi. Si aprono le danze.

Lo strano matrimonio fra Lega e Movimento 5 stelle oramai è un ricordo del passato. La crisi di governo ha rimescolato tutte le carte in tavola: sono iniziate le trattative fra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia; il movimento 5 stelle e il Partito Democratico mostrano segnali di dialogo.

Quali scenari si aprono per l’Italia: elezioni anticipate con la vittoria del centrodestra o governo 5 stelle e Pd in chiave anti Salvini? Attendendo il voto del Senato sul calendario della crisi, Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

Professore Pasquino, perché torna in campo Beppe Grillo?

Torna perché innanzitutto lui è all’origine di tutto questo, è il fondatore, è colui che ha dato grande impulso al movimento per i primi 3-4 anni. Grillo è anche responsabile di aver scelto Di Maio come capo politico. Si rende conto che il movimento se la sta passando male e cerca di dare una mano per riuscire a recuperare un po’di voti, di prestigio e visibilità.

Secondo lei fra i 5 stelle e la Lega è una rottura definitiva?

Credo di sì. Fin dall’inizio l’accordo era molto strano, si è trattato di un vero accordo di potere, oserei dire. Il contratto di governo era basato su cose che potevano fare insieme, ma erano molto conflittuali. Ora la situazione è definitivamente conclusa.

Parliamo delle coalizioni. Quali sono i possibili scenari? Il movimento 5 stelle va a braccio con il Partito Democratico ormai?

Lo scenario più probabile è che se si va a votare vince il centro destra e Salvini diventa Presidente del Consiglio. Il centrodestra in questo momento è sicuramente più forte di qualsiasi alternativa. In Parlamento la situazione è diversa: i seggi del movimento 5 stelle assieme a quelli del Pd e di Leu consentono di costruire una maggioranza. Una maggioranza numerica non è necessariamente una maggioranza politica. Questi partiti devono dire su che cosa vogliono costruire la maggioranza, altrimenti non possono dare vita al governo.

Un governo formato da Partito Democratico e i 5 stelle si potrebbe definire di sinistra?

Nel Partito Democratico ci sono posizioni che secondo me non sono di sinistra. Almeno la metà del Movimento 5 stelle non è di sinistra. È un governo fatto da due forze politiche che condividono un principio fondamentale: non fare vincere Salvini, non fare vincere il centrodestra. Hanno posizioni non troppo distanti per esempio sull’Europa e su un’economia che funzioni in modo meno favorevole ai grandi gruppi italiani. Possono quindi stare insieme, però non è facile.

Con l’attuale crisi e soprattutto con un governo 5 stelle-Partito Democratico come possono cambiare i rapporti con l’Europa? Fra Bruxelles e Roma tornerà l’amicizia?

Il Pd è sicuramente un partito europeista, il Movimento 5 stelle ha votato Ursula von der Leyen e quindi sosterrà la Commissione. Il problema è chi sarà il commissario italiano. Il presidente del Consiglio Conte avrebbe già dovuto nominarlo, dovrebbe farlo in fretta. L’Italia del Partito Democratico e dei 5 stelle è più europeista e certamente conterebbe di più, Salvini in Europa non conta assolutamente nulla, Berlusconi conta un pochino, ma è nel gruppo popolare europeo, la Meloni non conta nulla. Non solo, hanno un atteggiamento antagonistico e aggressivo nei confronti dell’Europa e non verrebbero presi in considerazione. L’Italia in generale non conta moltissimo, ma se vuole contare un po’ ha bisogno del Pd e dei 5 stelle.

Pubblicato il 14 agosto 2019 su it.sputniknews.com

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Ecco perché Salvini si è intortato. Lezione del prof. Pasquino @formichenews

 

l rischio è che un certo numero di potenziali elettori del leader della Lega finisca, in parte, per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi) e non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma

“You cannot have your cake and eat it”. Questo lapidario detto inglese riflette ottimamente la situazione nella quale si trova Salvini. No, non è possibile avere la moglie drogata e la siringa piena, come spiritosamente tradusse Giorgio Galli. Salvini ha voluto rimanere al governo pur formulando una mozione di sfiducia, dunque, dichiarando alto e forte di non fidarsi più neppure dei Ministri (e dei sottosegretari) della Lega, meno che mai (sic, è una valutazione sulla quale concordo) del Ministro degli Interni. Adesso vorrebbe accelerare i tempi, votare fulmineamente la mozione, sciogliere il Parlamento, andare ad elezioni anticipate, approvare subito la sua manovra finanziaria che, sostiene, è già bella cotta e commestibile.

Non so che cosa ne pensano i suoi indispensabili alleati, Meloni e Berlusconi, forse troppo interessati ad andare al governo, ma il passo non sarà breve. Sarebbe stato sufficiente che Salvini rinunciasse alla sua carica, no, debbo usare un’espressione più salviniana: “alzasse le chiappe dalla (sua) poltrona ministeriale” e avrebbe ottenuto molto. Non tutto poiché in una democrazia costituzionale nessuno ha pieni poteri, quindi alcune decisioni spettano al Parlamento, altre al Presidente della Repubblica.

Una volta abbandonata la poltrona di Ministro alla quale dice di non essere attaccato, Salvini poteva salire al Colle per comunicare al Presidente della Repubblica che il governo Conte non aveva più la maggioranza in parlamento e che, di conseguenza, doveva prenderne atto e rassegnare il suo mandato. Invece, sempre per rimanere con gli inglesi che, Brexit a parte, se ne intendono, there is an entirely new ball game. La palla non è più nelle mani di Salvini, ma dei gruppi parlamentari, dei dirigenti delle Cinque Stelle e del Partito Democratico, del Presidente del Consiglio e, naturalmente, dulcis in fundo, del Presidente della Repubblica. È anche, ma poco, nelle mani di Forza Italia e di Fratelli d’Italia ai quali Salvini ha dovuto prematuramente, precocemente concedere addirittura la prospettiva, forse fare la promessa di un’alleanza pre-elettorale. Quando sarà sarà.

Nel frattempo, saranno altri a decidere le regole e i tempi, persino i protagonisti, del new ball game. A tempi dilatati il rischio è che un certo numero di potenziali elettori di Salvini finisca, in parte,per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi), non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma: non le autonomie differenziate non la tassa piatta. Another time another place, ma, allora, anche un altro governo.

Pubblicato il 13 agosto 2019 si formiche.net

Litigano su tutto, e allora? A chi (non) convengono le elezioni anticipate

La Lega è forte di un grande sostegno dai cittadini, M5S non ha alternative a questo esecutivo. Cosa si nasconde dietro i “litigi” di governo? Il commento di Gianfranco Pasquino

La congiuntura espressa senza una briciola di originalità e ripetuta fino alla noia è come segue. “Litigano su tutto. Non sono d’accordo su niente. Bisogna preparare l’alternativa. Elezioni anticipate: si chiudono le finestre”. Incidentalmente, chi le aveva (mai lasciate) aperte? Sono davvero stucchevoli le dichiarazioni degli oppositori e i resoconti dei retroscenisti. È sicuro che nel governo M5S e Lega hanno forti differenze di opinione e le manifestano anche ad uso dei loro sostenitori. Molto coesa, invece, è Forza Italia nella quale Berlusconi e Toti si abbracciano tutti i giorni, Carfagna e Taiani stanno organizzando le primarie, ma anche no, e a livello locale il deflusso degli amministratori è lento, ma costante. Chi davvero vuole litigare nel Partito Democratico, pacificato e propositivo? I Dem vanno d’amore e d’accordo su tutto. Anche sul fatto che il neo-eletto segretario non ha finora avuto neanche un’idea originale? Comunque, tutti vogliono un partito che si estenda da Calenda a chi? (quesito non proprio lacerante). Grande è l’accordo sulla necessità assoluta e positiva che il due volte ex-segretario Renzi si faccia il suo partitino post-leopoldino. Unanimità sulla costruzione di un’alternativa all’attuale governo, meno promettenti i numeri, ma bisogna gettare il cuore e i sondaggi oltre l’ostacolo. Meno chiari i contenuti, non pervenuti i partecipanti. Remember la sinistra plurale, aperta, inclusiva? Faccenda del secolo scorso. Questo è il secolo della rottamazione, della disintermediazione, della sparizione.

Chi andando a elezioni anticipate potrebbe vantare di avere introdotto il reddito di cittadinanza e conseguito quota cento? Chi potrebbe utilizzare come temi propagandistici il salario minimo e la tassa piatta? Chi potrà chiedere five more years per procedere a tagliare le poltrone garantendo ai cittadini il referendum propositivo e il perseguimento di una effettiva devolution differenziata di potere alle regioni? Quanto deve essere preoccupata la Lega arrembante e crescente se Fratelli d’Italia è pronta tutti giorni a buttarsi nelle sue braccia e se le critiche dell’affievolito Berlusconi (ricordiamolo: “grande amico di Putin”) non sono praticamente mai sulle politiche, ma solo sull’alleanza con il Movimento Cinque Stelle?

Nel contrattare con la Lega, inevitabilmente, come in tutti i governi di coalizione, Di Maio è in parte indebolito dalle tensioni all’interno del Movimento, ma l’inconveniente più grande è che non ha nessuna posizione di ricaduta. Deve, comunque, tirare a campare comprando tempo in maniera resiliente (copyright Luigi Di Maio) per completare un paio di punti programmatici, anche in, attesa delle conseguenze positive del reddito di cittadinanza. Fortissimo è il desiderio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di durare, ovviamente per fare. Chi più di lui, avvocato del popolo e mediatore fra i due contraenti del Contratto di Governo, può ambire a diventare Presidente della Repubblica nel gennaio 2022? E il Partito Democratico, non importa se quello di Zingaretti, quello di Calenda, quello, beaucoup déjà vu, di Renzi, non sta neppure a guardare le stelle. Chi guarda dal basso è la crescita economica. Chi guarda tutti dall’alto è il debito pubblico. Né l’una né l’altro rilasciano dichiarazioni, neanche off the record.

Pubblicato il 13 luglio 2019 su formiche.net    

La cultura politica oltre l’ostacolo PD

Se fossi solo interessato alle sorti del Partito Democratico, questo post non dovrebbe essere pubblicato, L’ho scritto perché vorrei una società davvero civile che esprima una politica decente entrambe conseguibili soltanto se si trasforma sostanzialmente quella che è rimasta, seppure con problemi gravissimi, l’unica organizzazione simile ad un partito. Ma, in quanto tale, è fallita. Ne propongo un superamento totale

Già, caro Gianni Cuperlo, come si costruisce “un’alternativa alla destra di oggi” (e di domani e dopodomani)? Alla destra italiana, quella famosa che sta dentro di noi e che non debelliamo mai perché, da un lato, preferiamo non parlarne oppure minimizzarne le implicazioni e conseguenze, dall’altro, perché fino ad oggi non è stata costruita una cultura politica liberale e democratica. Certo, nel secondo dopoguerra non c’è mai stato tempo peggiore di adesso per tentare di dare vita e linfa a una cultura politica che in Italia è sempre stata fortemente minoritaria. Tuttavia, nel male contemporaneo, è proprio spiegando perché i populisti e i sovranisti non sono mai parte della soluzione, ma gran parte del problema, che diventa possibile formulare una variante di cultura politica liberale e democratica. E, allora, sarò drastico, per una molteplicità di ragioni, il Partito Democratico, come è stato costruito, come ha funzionato, per come è diventato costituisce forse l’ostacolo più alto alla elaborazione di una cultura liberal-democratica. Non posso/possiamo aspettarci nessuna riflessione su quella cultura dalle rimanenze di Forza Italia e di tutti coloro che sono caduti nella trappola di una improponibile “rivoluzione liberale” condotta dal duopolista Berlusconi in palese irrisolvibile conflitto di interessi. Mi auguro che un giorno, qualcuno, non chi scrive, farà un dettagliato elenco dei molti opinionisti che hanno fatto credito, interessato, al liberalismo immaginario di Berlusconi. Se l’antifascismo da solo non è democrazia, l’anticomunismo da solo non è liberalismo.

A che punto siete voi Democratici con la elaborazione di una cultura politica decente? Quando è stata l’ultima volta che di questo avete discusso, dei principi culturali a fondamento del PD: in una Direzione e in un’Assemblea del partito, nel corso dell’approvazione delle riforme costituzionali, che, ma proprio non dovrei dirvelo, non possono non avere una superiore cultura politica di riferimento (soprattutto, per chi crede, sbagliando, che la Costituzione italiana sia un documento “catto-comunista”), durante la maldestra difesa di quelle riforme condotta all’insegna di mediocri varianti di motivazioni neo-liberali e decisioniste, di una bruciante sconfitta elettorale? Non ho sentito nessuna parola in proposito nell’ultima campagna per l’elezione del segretario del partito. Già, Zingaretti non è un intellettuale, ma un minimo di consulto con professoroni e professorini potrebbe servirgli oppure gli ideologi del Partito Democratico sono diventati il neo europarlamentare Carlo Calenda e il senatore di Bologna Pierferdinando Casini? Non dovrebbe qualcun preoccuparsi anche del silenzio degli Ulivisti, da Romano Prodi a Arturo Parisi, i quali, peraltro, hanno avallato tutte, ma proprio tutte le decisioni di Renzi le cui personali vette culturali sono state attinte da due parole chiarissime: rottamazione e disintermediazione.

Ho esplorato la letteratura disponibile riguardo le culture politiche democratiche e riformiste finendo per constatare che quei due termini proprio non hanno fatto la loro comparsa, mai, neppure nei più aspri, e sono stati tanti, momenti di confronto e scontro all’interno dei partiti di sinistra. Senza nessuna sorpresa ho anche notato –non scoperto poiché già da sempre sta nel mio bagaglio di professore di scienza politica– che, da Tocqueville e John Stuart Mill, ma si potrebbe tornare anche a Locke (chi erano costoro?), democrazia è mediazione, lasciando la disintermediazione alle pratiche autoritarie e totalitarie (ne ho ricevuto immediata conferma da George Orwell).

Allora, caro Gianni Cuperlo, dobbiamo davvero aspettare che il bambino di Andersen si metta a gridare che il re (il Partito Democratico) è nudo (privo di qualsiasi rifermento culturale) e, aggiungo subito, anche bruttino assai. Acquisita questa consapevolezza, peraltro, già molto diffusa, lasciamo che il PD imploda oppure che si disperda sul territorio confrontandosi senza rete e senza arroganza (per molti piddini questa richiesta non sarà facile da soddisfare) con tutte quelle organizzazioni sociali, professionali, culturali e persino politiche che ritengono che alla egemonia della destra è possibile contrapporre una cultura politica democratica (Bobbio avrebbe aggiunto “mite”) che rimette insieme le sparse membra del liberalismo dei diritti e delle istituzioni con il riconoscimento del potere del popolo, meglio, dei cittadini e dei loro doveri. Caro Cuperlo, sarò molto interessato ad una tua iniziativa in materia. Non posso neppure escludere a priori di parteciparvi.

Pubblicato il 1 luglio 2019 su PARADOXAforum