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Centrosinistra, un segnale da Cagliari

Avere un seggio in meno alla Camera dei deputati non fa una differenza significativa per l’ampia maggioranza parlamentare del governo giallo-verde. Tuttavia, l’elezione suppletiva tenutasi a Cagliare per sostituire un parlamentare delle 5 Stelle, espulso dal Movimento e dimissionario, ha un significato politico che va oltre il piccolo dato numerico. A fare campagna elettorale per il candidato unitario del centro-destra era sceso in campo persino Silvio Berlusconi. In applauditissimi incontri pre-elettorali, Berlusconi ha utilizzato l’occasione per annunciare la sua candidatura alle prossime elezioni del Parlamento europeo poiché lui è l’unico capace di portare idee liberali in Europa. Immagino la curiosità e la preoccupazione dei liberali nel Parlamento europeo che sanno benissimo che Forza Italia si trova nello schieramento dei Popolari Europei che comprende anche il partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, sovranista amico di Salvini e nient’affatto “liberale”. Anzi, Orbán ha orgogliosamente dichiarato di avere fatto dell’Ungheria una democrazia illiberale.No, il leader carismatico Berlusconi non ha prodotto nessun miracolo a Cagliare. La candidata di Forza Italia è arrivata terza. Dunque, Forza Italia non è affatto in ripresa.

Clamoroso il crollo delle 5 Stelle che precipitano da più del 42 per cento di voti ottenuti neppure un anno fa al 29 per cento: un vero tonfo a evitare il quale non sono state sufficienti né l’”abolizione della povertà” annunciata da Di Maio né l’approvazione del reddito di cittadinanza. Tutti i sondaggi nazionali danno il Movimento in “decrescita”, non so quanto felice, mentre la Lega svetta. Però, nelle elezioni locali Salvini non ha nessuna intenzione di intaccare la sua coalizione con Forza Italia e con Fratelli d’Italia, che gli consente di governare in molte zone e costituisce un’ottima posizione di ricaduta se i contrasti con Di Maio dovessero mai portare a una crisi di governo. La sorpresa è venuta dalla vittoria del candidato comune del centro-sinistra che rappresentava uno schieramento definito “Progressisti di Sardegna. Ha ottenuto più del 40 % dei voti e ha annunciato che s’iscriverà al Gruppo dei deputati del PD.

Sarebbe eccessivo trarre insegnamenti definitivi o, comunque, a largo e lungo raggio da questa elezione soprattutto per un’importante ragione: ha votato poco più del 15 per cento dei cagliaritani aventi diritto. Due elementi meritano di essere sottolineati. Primo, il Movimento 5 Stelle appare effettivamente in una situazione di grande difficoltà. Non riesce più a presentarsi come il ricettore dell’insoddisfazione dei cittadini, ma neanche come il partner di governo che produce risposte efficaci. Il secondo elemento è che, tuttora in stallo a livello nazionale, non brillante e incisivo come opposizione, con il PD incapace di dare smalto al processo con il quale approderà all’elezione del segretario, il centro-sinistra è ancora vivo. Quando l’elezione si svolge in un collegio uninominale, può vincere.

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Lo stato di salute dell’opposizione PLAY #2019

“Quando una democrazia funziona poco e male, la responsabilità non è esclusivamente del governo, ma anche dell’opposizione: quella guidata da un vecchio leader ormai declinato che rampogna il potenziale alleato dotato di felpe e ruspe per riportarlo nell’ovile di Arcore; la semi-opposizione dei Fratelli d’Italia che vorrebbero più securità e più sovranismo; l’opposizione sostanzialmente irrilevante di un partito che i suoi dirigenti si impegnano a dilaniare senza tregua. Per ragioni oggettive di collocazione politica le due opposizioni e mezza non potranno convergere, ma neppure collaborare. Nel 2019 la democrazia italiana continuerà a essere ostaggio di due organismi dal pensiero democratico debole tanto quanto deboli sono le opposizioni.”

Gianfranco Pasquino
Lo stato di salute dell’opposizione

La democrazia, elettorale, e politica, italiana entra nel 2019 a vele quasi spiegate, con un governo notevolmente rappresentativo delle scelte effettuate dagli elettori. Composta da due organismi che hanno ottenuto un significativo successo elettorale e che hanno stilato non troppo faticosamente un Contratto di governo, entrambi elementi decisivi e presenti in tutte le democrazie occidentali, la coalizione Cinque Stelle-Lega rappresenta più della metà dell’elettorato italiano e attua politiche che ne riflettono le preferenze e che hanno consentito addirittura di accrescerne il consenso. Ovviamente, esistono fra i contraenti differenze di opinione, peraltro, non tali da mettere in discussione la continuazione dell’attività di governo. Tuttavia, qualche elemento di maggiore difficoltà è destinato a fare la sua comparsa in occasione delle elezioni europee di fine maggio 2019. Soltanto se la divaricazione fra Cinque Stelle e Lega fosse grande e dirimente, ponendo, ad esempio, le Cinque Stelle come quasi decisive per lo schieramento europeista, le tensioni potrebbero riflettersi sul governo e, in parte peraltro piccola, sulla stessa democrazia.

In realtà, la democrazia italiana ha sempre saputo nelle sue varie fasi superare le tensioni e ricomporre le fratture anche nell’ambito di coalizioni diversificate. L’elemento contemporaneo di incertezza è dato dalla quasi nulla conoscenza del passato ad opera delle Cinque Stelle e dalla loro incerta padronanza delle regole del “gioco” di una Repubblica parlamentare. I pericoli per la democrazia vengono sostanzialmente da atteggiamenti che meritano di essere definiti “ideologici”, in quanto rigidi e aprioristici, relativi a due elementi centrali della democrazia: il Parlamento ovvero, meglio, la rappresentanza parlamentare e l’accettazione del pluralismo competitivo. Da un lato, per bocca di Davide Casaleggio, le Cinque Stelle hanno dichiarato la probabile inutilità del Parlamento in un futuro prossimo al tempo stesso che, con la cooperazione della Lega, lo piegano ai voleri del governo ricorrendo alla molto tradizionale, comunque deprecabile, tagliola: “decretazione d’urgenza e voto di fiducia”. Dall’altro, in una pluralità di forme, ad esempio, con le loro plateali accuse ai mezzi di comunicazione di massa, tentano di contenere le critiche dimostrando fastidio proprio per quell’opinione pubblica che, anche quando commette errori, costituisce la linfa delle liberal-democrazie. A sua volta, la Lega va nella direzione, condivisa da un numero molto elevato di italiani, che chiamerò securitaria (e sovranista) accentuando politiche di “legge e ordine” che colpiscono alcuni elementi cruciali di una democrazia come “società aperta” secondo l’insuperata analisi di Karl Popper. Infine, l’attuazione di alcune riforme di bandiera: reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni chiama in causa il rendimento del governo e la sua capacità di autocorrezione.

Quando una democrazia funziona poco e male, la responsabilità non è, fin troppo facile dirlo, esclusivamente del governo, ma anche dell’opposizione. Nel contesto italiano attuale, potremmo rallegrarci per l’esistenza di più di una opposizione: quella guidata da un vecchio leader oramai declinato che rampogna il potenziale alleato dotato di felpe e ruspe per riportarlo nell’ovile di Arcore; la semi-opposizione dei Fratelli d’Italia che vorrebbero più securità e più sovranismo; l’opposizione sostanzialmente irrilevante di un partito che i suoi dirigenti s’impegnano a dilaniare senza tregua, senza avere imparato nulla dalle sconfitte e senza perseguire un qualsivoglia obiettivo specifico e chiaro, meglio se in una certa misura mobilitante. Per ragione oggettive di collocazione politica le due opposizioni e mezza non potranno convergere, ma neppure, se non in maniera occasionale e episodica, collaborare. Nel 2019 la democrazia italiana continuerà a essere ostaggio di due organismi dal pensiero democratico debole tanto quanto deboli sono le opposizioni. Auguri.

Pubblicato in Play 2019 Formiche n. 143 gennaio 2019

Pasquino: «Non solo periferie, il Carroccio ormai pesca ovunque»

Intervista raccolta da Mauro Bonciani per il Corriere Fiorentino

Gianfranco Pasquino è professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Il suo libro più recente è Deficit democratici (UniBocconi 2018).

Professore, Salvini inizia la sua campagna elettorale per conquistare Firenze: come si muoverà secondo lei nei prossimi mesi?
«Salvini ha imparato a muoversi molto bene. Quando serve fa anche muovere le ruspe. Ha le physique du rôle sia quando fa il capo politico, il Capitano della Lega, sia quando indossa le felpe da ministro degli Interni che difende il territorio. Che poi sul territorio si trovi di tutto, anche qualche capo ultrà condannato perché facinoroso e più, ma “milanista”, è un incidente di percorso. A Firenze viene facendo più attenzione a incontri selettivi senza rinunciare a qualche provocazione».

Il leader della Lega ha detto che prima a Firenze il centrodestra non ci ha mai veramente provato, con un riferimento implicito a Forza Italia e alla conduzione di Denis Verdini: è vero?
«Ha ragione. Effettivamente a Firenze il centrodestra ci ha “provato” quasi soltanto presentando un candidato, mai credendoci a sufficienza. Salvini avrebbe fatto una campagna elettorale più aggressiva, almeno a favore del milanista Giovanni Galli. Avrebbe cercato di radicare il centro-destra».

Dove prenderà i voti, nelle periferie e nel centro? Negli strati popolari o nella borghesia e nelle categorie economiche?
«Nel centro, nella Ztl, continuerà a prevalere il Partito democratico. Oramai si trova quasi più soltanto lì. La Lega è diventata un organismo che prende voti un po’ dappertutto. Le sue due tematiche, che si intersecano, immigrazione e sicurezza, fanno breccia anche nei settori popolari, non soltanto di Firenze. Artigiani e piccoli imprenditori hanno capito che Salvini rappresenta anche i loro interessi».

Lega e centrodestra puntano su un candidato civico a Firenze: fanno bene?
«Non posso rispondere senza sapere se già esiste quel candidato civico e chi è. Neppure i “civici” sono tutti eguali in quanto a visibilità politica, biografia professionale, capacità di rapportarsi alle persone, agli elettori. Un civico può vincere, ma se non ha esperienza e competenza non governerà in maniera soddisfacente».

La Lega può strappare l’area di centro a Nardella?
«Nardella non “possiede” l’area di centro. Deve riconquistarsela. Quella area è contendibile più che nel passato, è preoccupata, non è organizzata, quindi fluttua».

Firenze, ma anche Prato e Livorno, sono ormai diventati contendibili: perché non c’è più l’“eccezione Toscana”, il monolite rosso ad egemonia Pd?
«Non dimentichiamo che altrove, Arezzo e Siena, ma anche Massa, la contendibilità ha già portato alla sconfitta dei “rossi”. Non so se il Pd è mai stato un monolite rosso capace di egemonia. Credo, invece, che anche in Toscana sia stato un “amalgama mal riuscito” (espressione di Massimo D’Alema che se ne intende. Punto!), privo di cultura politica da trasmettere e da utilizzare per ottenere e mantenere il sostegno dell’elettorato. Il potere politicoamministrativo ha cessato di produrre altro potere e i voti necessari per riprodursi. La classe politica del Pd è chiaramente inferiore come qualità ai suoi predecessori di dieci-quindici anni fa. Non va più da nessuna parte».

E la sinistra si mobiliterà e si unirà contro l’“effetto Salvini” o crede che le divisioni, anche senza Renzi in campo, siano ormai troppo profonde?
«Non so cos’è la “sinistra” a Firenze. Quel poco di eletti e di amministratori che hanno ancora una visione che combina, giustamente, le loro preferenze personali, anche di carriera politica, con una visione di città e di Paese da costruire e da guidare potrebbero impegnarsi nella mobilitazione. Però potrebbe non essere sufficiente. Con quali idee e proposte, credibilità personale e politica la “sinistra” pensa di ricostruirsi?».

La sicurezza sarà centrale nella campagna elettorale: la Lega avrà il monopolio si questo tema? Cosa può fare la sinistra?
«Sulla sicurezza la Lega ha conquistato quella che si chiama issue ownership, possiede la tematica. È più credibile di qualsiasi concorrente. Fino ad un certo punto non è importante che risolva il problema, che non è mai uno solo. Molti elettori pensano che solo la Lega è intenzionata ad affrontarlo. La sinistra non sa fare granché e la maggioranza dei suoi elettori, sbagliando, almeno in parte, pensano che i problemi sono altri, diversi, risolvibili con una indefinita “integrazione”, con la solidarietà, con il multiculturalismo, tutto soltanto parzialmente vero, ma mai declinato in maniera convincente».

Pubblicato il 21 dicembre 2018

La democrazia che spaventa i pentastellati

Improvvisamente e inaspettatamente, si è aperto un molto delicato problema per il Movimento 5 Stelle: mettere alla prova un elemento essenziale della loro concezione di democrazia diretta e partecipata. Sul terreno della TAV dove, fra l’altro, si trova molto esposta la amministrazione pentastellata di Torino, il Capitano Salvini prima ha dichiarato di essere favorevole a quella “grande opera”, poi ha aggiunto “se la sbroglino i cittadini con un referendum”. Il Sottotenente Di Maio, noto sostenitore della democrazia partecipata, ha subito replicato che i referendum li debbono chiedere i cittadini, non un ministro, il che è solo parzialmente vero. Infatti, autorizzato dal Parlamento, i referendum li può chiedere anche il governo, come fu nel 1989 per il referendum, certo, consultivo: “volete dare più poteri al Parlamento Europeo?” (quesito approvato dall’88 per cento, affluenza alle urne dell’80 per cento degli aventi diritto). Poi, Di Maio ha glissato evitando di spiegare perché non siano proprio gli elettori delle Cinque Stelle nella Valle di Susa e a Torino a dare inizio alla raccolta delle firme.

Nella vicina Liguria, il governatore Giovanni Toti (Forza Italia, ma molto vicino alla Lega) ha sfidato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti il pentastellato Toninelli a fare un referendum sulle Grandi Opere, compresa la Gronda intorno a Genova, aggiungendo “chi perde si dimette”. La risposta di Toninelli, “il referendum lo debbono chiedere i cittadini”, è stata molto evasiva, ma proprio per questo rivelatrice.

Vero è che referendum del genere di quello chiesto da Salvini e da Toti presentano molti problemi. Per esempio, a quello sulla TAV, supponendo che lo chiedano gli abitanti della Val di Susa che sono i diretti interessati, chi sarà ammesso a votare: solo i residenti oppure anche i proprietari di seconde case per la villeggiatura e coloro nati in Val di Susa che colà hanno parenti, ma non vi abitano più, oppure ancora tutti i torinesi, tutti i piemontesi? Ma, se l’opera è di interesse nazionale, non dovrebbe il referendum coinvolgere tutto l’elettorato italiano? Un discorso simile vale anche per il referendum chiesto da Toti. Infatti, sia il Ponte Morandi sia la Gronda, una “bretella” per alleggerire il traffico che grava su Genova, interessano non solo i genovesi e, più in generale, i liguri, ma, da un lato, tutti coloro che ritengono che quelle opere sono necessarie a un paese moderno e dinamico, e, dall’altro, coloro che alle grandi opere si oppongono (questa è la posizione assunta ufficialmente da lungo tempo dal Movimento 5 Stelle). Adesso, emergono le loro contraddizioni. Sembra proprio che i vertici delle Cinque Stelle temano di dare voce ai cittadini e di ascoltarne le preferenze. La democrazia “diretta” la stanno interpretando come democrazia da loro diretta, non come democrazia nella quale i cittadini si esprimono direttamente senza mediazioni.

Pubblicato AGL il 13 dicembre 2018

 

Il Governo funziona male, ma le elezioni non migliorerebbero nulla

Chi intende il “dialogo” come chiacchierata a pranzo, a cena, negli intervalli di lavoro di una giornata, nel quale ci si limita a scambiare senza impegno parole parole parole, non può pensare che questo significhi negoziare e, neppure, ottenere assenso. Se, poi, come ripetutamente hanno detto, in ordine di rilevanza, Salvini, Di Maio, Tria, Conte, sì al dialogo, però, “la manovra non cambia”, allora meglio non andare a Bruxelles, ma andare al mare. Ciononostante, non dobbiamo, come interpreto la dura riflessione di Cisnetto, abbandonare le speranze poiché, contrariamente alla scommessa dei governanti giallo-verdi, tirare per le lunghe non significa affatto evitare di tirare le cuoia. Al contrario, già nel medio periodo, mercati e spread potrebbero insegnare qualcosa anche a chi ha ampiamente dimostrato poca dimestichezza con i numeri (e con Babbo Natale). La letterina della Commissione arriverà e sarà severa. Chi ha la pazienza di aspettare, ma spero che i piccoli e medi industriali del Nord l’abbiano già persa questa pazienza, potrebbe vedere il governo cambiare qualcosa di sostanziale. Magari avendo capito che il mantra al quale fanno ricorso: “i fondamentali dell’economia italiana sono sani”, è profondamente sbagliato. Il 131 per cento di debito pubblico non è sano. È molto malsano. Evadere 20-25 percento di tasse non è sano. La crescita più bassa di quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione è malsanissima, ed è difficile credere che la manovra riuscirà a rovesciare una tendenza ventennale. Lascio da parte il costo, ingente, della corruzione politica che, naturalmente, non riguarda affatto solamente i politici.

Se il non-negoziato Commissione- Italia non porta a nulla, allora, sostiene Cisnetto, meglio andare alle urne. La penso molto diversamente per un insieme di ragioni. In maniera sorprendente, ma non incredibile tutti i sondaggi concordi rilevano che né il governo né l’evanescente Presidente del Consiglio (dal quale stiamo attendendo che operi davvero da “avvocato del popolo”) hanno perso popolarità. Probabilmente questa solidità del consenso dipende dal fatto che l’opposizione di Forza Italia è molto ambigua e quella del Partito Democratico è da tutti i punti di vista: leadership, proposte, credibilità, assolutamente irrilevante. Secondo né la Lega avanzante né le Cinque Stelle declinanti possono permettersi il lusso di gettare la spugna andando di fronte all’elettorato come dei falliti. Terzo, Mattarella sconsiglierebbe nuove elezioni che, inevitabilmente, avrebbero effetti deleteri sul bilancio dello Stato e esplorerebbe tutte le alternative possibili. Ce ne sono? Dipende dal rinsavimento di alcuni dirigenti politici, ma le democrazie parlamentari hanno sempre molte frecce al loro arco. Infine, non è affatto detto che dalle urne uscirebbe un’alternativa numericamente valida all’attuale governo. Potrebbe benissimo succedere che l’ascesa di Salvini si riveli insufficiente ad una maggioranza di centro-destra e che l’unica coalizione possibile torni ad essere quella Cinque Stelle(ine) e Lega.

Che fare, dunque? Due tipi di azioni sono possibili, entrambe contemplate e praticate nelle democrazie parlamentari. Primo, premere sul governo affinché prenda atto che ci sono politiche che non può attuare. Le cambi, oppure, come dice flautatamente Giuseppe Conte, le “rimoduli”, anche nei numeri (magari con la spinta del Quirinale che non dovrebbe fare fatica a cogliervi già alcuni elementi di incostituzionalità). Secondo, si proceda a un rimpasto che non è “vecchia politica”: la May in Gran Bretagna l’ha già fatto un paio di volte e certo la vecchia politica non abita lì, mandando a casa i ministri palesemente inadeguati –e se a Toninelli fischiano le orecchie è solo giusto così, ma anche Conte e Tria meritano qualche fischio) reclutando persone più competenti, in grado di avere maggiore capacità di intervento in Italia e di convincimento a Bruxelles. Poco? Certo, ma meglio di niente –e meglio di elezioni quasi sicuramente inconcludenti.

Pubblicato il 24 novembre 2018 su Terza Repubblica

Democrazie in bilico, ecco come correggerle

Colloquio con Pasquino, atteso ad Arona la sera di venerdì 9 novembre 2018

Intervista raccolta da Manuela Borraccino

Il politologo: senza forte opposizione grave deficit

In una fase in cui «l’antipolitica dilaga, riverita e alimentata dalla comunicazione», il deficit democratico può fare la sua comparsa in tre casi, denuncia il politologo Gianfranco Pasquino. «Primo, quando il regime risulta inadeguato nelle sue strutture di rappresentanza e di governo; secondo, quando le autorità non hanno le competenze necessarie; e, terzo, quando i cittadini sono apolitici, impolitici e antipolitici». Tuttavia «l’esistenza di un deficit può costituire lo stimolo che spinge ad azioni migliorative» riflette con il nostro giornale lo studioso docente emerito all’Università di Bologna, atteso venerdì 9 novembre ad Arona per offrire delle chiavi di lettura dello stato dell’arte nelle democrazie occidentali sulla scia del suo ultimo saggio Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader (Università Bocconi Editore 2018; 192 pagg.; 16,50 euro; 8,99 epub).

Professore, le elezioni del 4 marzo hanno visto il trionfo della cosiddetta “anti-politica”. La vittoria del populismo rappresenta un deficit democratico?

Il paradosso è che in questo caso la democrazia italiana ha funzionato ed il deficit di democrazia è stato in parte colmato, poiché è evidente che i partiti usciti vincitori hanno dato voce ad un blocco maggioritario di cittadini che si sentivano poco rappresentati dai partiti tradizionali ed aspiravano ad una rappresentanza nuova, diversa. Non dimentichiamoci che godono del consenso di circa il 60 % degli italiani.

Dove vede il deficit maggiore in Italia?

Direi che il deficit maggiore si annida soprattutto nella crisi dei partiti tradizionali e dell’afasia dei loro leader: in particolare nel centro-destra con Forza Italia non c’è alcuna attività propulsiva mentre il Pd appare paralizzato in un’opposizione irrilevante alla Lega e al Movimento 5 Stelle, senza offrire alcuna rappresentanza politica agli elettori che ha perso e ad una prospettiva di cambiamento».

In un recente saggio il sociologo De Rita lamenta l’egemonia di una classe politica “prigioniera del presente” senza un progetto di sviluppo organico per il Paese. Lei che ne pensa?

Non sono sicuro che siano prigionieri del presente. La Lega ha una strategia chiara almeno fino alle elezioni europee del 2019: riuscire ad essere più forte in Italia per essere più forte in Europa. Per raggiungere tale obiettivo non esita ad allearsi con regimi autocrati come Mosca e altri Paesi dell’ex blocco sovietico. Ritengo assai più evidente la manifesta incapacità politica del Movimento 5 Stelle. Il fatto stesso che il premier Giuseppe Conte si definisca “un avvocato del popolo” che ritiene di dover “proteggere il popolo” lascia intravvedere come non abbia neppure capito dove si trovi: il presidente del Consiglio è infatti un rappresentante del popolo e non un suo avvocato, deve guidare il popolo e non difenderlo.

Un deficit dei leader come nel caso della Brexit?

Se si votasse oggi i britannici sarebbero di certo assai più informati sull’Europa.

Nel suo libro lei punta l’indice anche contro gli astensionisti. Chi non vota danneggia la democrazia?

Certamente, perchè la qualità di una democrazia dipende in modo speciale dalla qualità dei suoi cittadini. Le democrazie hanno bisogno di cittadini interessati alla politica, ovvero alle modalità di vita organizzata nella loro città. Informati sulla politica, altrimenti come si potrebbe concedere a loro il potere di scegliere chi dovrà formulare e attuare le politiche pubbliche che tutti ci coinvolgono e che tutti dovremo subire e pagare? Partecipanti, perché senza partecipazione non può esistere nessuna democrazia. E che si sentano efficaci, ovvero dotati di una ragionevole fiducia nella loro capacità di influenzare coloro che hanno ottenuto il potere politico.

Pubblicato il 2 novembre 2018

Il “compagno trend” bacia Salvini

Genosse trend” dicevano i socialdemocratici tedeschi di fine anni sessanta del secolo scorso (bei tempi, davvero) quando crescevano in voti e ampliavano il consenso elettorale che avrebbe loro consentito di restare al governo per più di un decennio. Da allora, un po’ dappertutto, il “compagno trend” ha cambiato luoghi e strade. Da qualche mese si è messo insieme alla Lega di Salvini e l’accompagna senza remore in tutte le località italiane dove ci sono elezioni. È andato a Bolzano e a Trento dando una bella spinta verso l’alto e incrinando il potere, durato fin troppo a lungo, della Südtiroler Volkspartei (che paga così anche il prezzo di eleggere una candidata toscana colà paracadutata). Adesso, sappiamo anche che la Lega è un vero “partito del Popolo” persino nel Trentino-Alto Adige. Tutti gli altri ci hanno messo del loro per facilitarne la crescita. Forza Italia in mezzo al guado del “critichiamo la presenza di Salvini al governo” e “ma vorremmo/dovremmo essere con lui” sta sprofondando nell’abisso della sua inevitabile lenta e triste eutanasia. Pervicacemente, il Partito Democratico ha cercato e ottenuto conferma della sua irrilevanza che fa seguito a mesi di non dibattito su temi e idee al quale ha preferito rancori e rimpianti (senza l’ombra di pentimenti) che, ovviamente, non hanno nulla da offrire all’elettorato dalla Sicilia alle Alpi.

Troppo impegnati a abolire la povertà (“purtroppo” non molto diffusa in Trentino-Alto Adige), le Cinque Stelle vanno piuttosto male, ma vedono uno di loro, Paul Köllensperger, quasi novello Pizzarotti, fare nascere e impennare il suo partito personalistico portandolo in un sol colpo al 15 per cento. Naturalmente, non sono questi i risultati che possono cambiare gli attuali solidi equilibri nel governo e produrre una svolta politica di qualsiasi tipo. Incapaci di trovare tematiche originali e di individuare soluzioni nuove, i pentastellati alzano la voce contro il Presidente della Repubblica e per bocca di Grillo, ma in maniera davvero logora e noiosa, contro i “morenti” Commissari europei. Inanellando banalità imperturbabili, ancora sostenuto da un gradimento intorno al 60 per cento, il loro Presidente del Consiglio Conte (mai passato al vaglio elettorale e chiaramente a digiuno di qualsiasi cognizione politica) non porta voti al Movimento.

Il Ministro Salvini non si limita a farsi sospingere dal “compagno trend”. Lo va a cercare dappertutto, modulando i suoi toni, differenziando le sue esternazioni, esaltando le sue azioni. In Alto Adige le sue politiche contro i migranti non potevano non riscuotere approvazione, ma naturalmente nella crescita della Lega c’è anche qualcosa-molto di più. Potrebbe essere la difesa dell’italianità. Potrebbe essere la coerenza. Potrebbe addirittura essere che, mentre Berlusconi è una vecchia gloria e di nuove glorie il PD non sa trovarne e la SVP pensa di poterne fare a meno ritenendosi radicata für ewig, per sempre, Salvini s’impegna persino con evidente e trasudante compiacimento personale. Brutale, ma concreto, sul territorio con candidati del territorio, non è solo il trend che accompagna Salvini: è la politica.

Pubblicato il 22 ottobre 2018 su huffingtonpost.it