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Le mosse dei cavalli

Con la mossa del cavallo, che nel gioco degli scacchi ribalta tutto, Matteo Renzi si vanta da tempo, girando per pubblicizzare un suo libro dallo stesso titolo,e con lui, all’unisono i renziani, di avere dato vita al governo Cinque Stelle-Partito Democratico nell’agosto 2019. Curiosamente, nessuno gli ricorda che fu proprio il suo “cavallo” imbizzarrito a impedire che s’andasse alla trattativa con le Cinque Stelle già nel marzo 2018 subito dopo le elezioni. Il paese si sarebbe forse risparmiato un turbolento anno di governo giallo-verde che, comunque lo si consideri, è stato il trampolino di lancio per l’impetuosa crescita dei voti per la Lega di Salvini.

Subito dopo la formazione del governo Conte 2, avendo piazzato in incarichi di governo non pochi dei parlamentari a lui fedeli, Renzi lasciò il Partito Democratico creando ItaliaViva che dovrebbe conquistare gli elettori di centro dei quali molti commentatori assicurano l’esistenza, ma che, in verità, finora proprio non si vedono, non si materializzano e sono corteggiati anche dall’ex-ministro Carlo Calenda. Forse preoccupato, nonostante sue plateali smentite, dalla soglia di accesso al Parlamento indicata nel 5 per cento dalla legge elettorale in corso di discussione, Renzi si è praticamente da subito gettato a capofitto, anche per temperamento, alla ricerca di visibilità politica. I sondaggi, che non collocano praticamente mai ItaliaViva sopra il 5 per cento e che danno bassi punteggi di popolarità al suo leader, sono alquanto preoccupanti. Forse soprattutto per questo e non solo per puntiglio e malignità nei confronti del PD che per quattro anni ha tenuto in pugno, Renzi ha di recente alzato il tiro proprio contro il governo di cui fa parte.

La riforma della prescrizione che, peraltro, è già legge, è diventata il suo cavallo di battaglia. Renzi vuole presentarsi come il difensore della giusta e ragionevole durata del processo di contro ai giustizialisti, quelli che la stampa di destra definisce, con molta esagerazione, i “fine processo mai”. Ha già annunciato che non voterà il testo concordato fra Cinque Stelle, Partito Democratico, LiberiEguali. Addirittura si è spinto fino a dichiarare che voterà la proposta di Enrico Costa (Forza Italia). A suo tempo, criticò alcuni provvedimenti della Legge di Bilancio e adesso lascia trapelare che non è d’accordo sulle modalità della lotta contro l’evasione. Insomma, le sue ripetute e puntigliose prese di distanza stanno oggettivamente minando la stabilità del governo Conte. In questi casi, è opportuno che qualsiasi valutazione ulteriore attenda la prova dei numeri parlamentari. Se cadrà il governo, è molto improbabile che il Presidente Mattarella dica no ad una più che legittima richiesta di scioglimento del Parlamento. L’unico presumibile vantaggio per Renzi sarà che si andrà al voto con la legge Rosato, il coordinatore dei suoi gruppi parlamentari, che non ha soglia di esclusione. Ma il cavallino di Renzi rischia comunque di fare pochissima strada.

Pubblicato AGL il 9 febbraio 2020

LA DEMOCRAZIA NEI PARTITI (DEGLI ALTRI)

da La democrazia nei partiti (degli altri), in “il Mulino”, vol. LXVIII, Novembre/Dicembre 2019, pp. 908-915)

Se non c’è democrazia nel Partito Socialdemocratico tedesco, che cerca di introdurre la democrazia nel sistema politico della Germania imperiale e lotta per ottenerla, la democrazia non potrà mai affermarsi. Al contrario, si imporrà, scrisse memorabilmente Robert Michels, “la legge ferrea dell’oligarchia” (La sociologia del partito politico, ed. originale 1911, trad. it. Il Mulino, 1966. Questa edizione contiene una splendida, illuminante e insuperata introduzione di Juan Linz, Michels e il suo contributo alla sociologia politica, pp.VII-CXIX). L’apparentemente inevitabile concentrazione di potere nelle mani di coloro che controllano le informazioni, le comunicazioni, la distribuzione delle cariche e le fonti di finanziamento delle associazioni impedisce la comparsa della democrazia nel sistema politico a tutto vantaggio delle oligarchie, anche di partito, nei partiti. In sostanza si presenta il dilemma se sia meglio costruire un’arma organizzativa (copyright Philip Selznick 1960) per vincere le elezioni in modo da avere l’opportunità di tradurre i programmi del partito in politiche pubbliche che soddisfino le preferenze e le necessità degli elettori oppure dare voce agli iscritti, agli attivisti, spesso carrieristi, talvolta ideologicamente irrigiditi e lasciarsi guidare dalle loro maggioranze spesso mutevoli qual piume al vento che potrebbero essere poco rappresentative degli elettori e incapaci di conseguire vittorie elettorali. Un po’ dovunque questo dilemma, spesso non così limpidamente visibile, si presenta ai dirigenti dei partiti pressati dal desiderio di vincere le elezioni, ma obbligati a tenere conto delle preferenze e delle opinioni, se non degli iscritti, quantomeno dei militanti ai quali debbono le loro cariche e senza i quali l’organizzazione partitica non potrebbe funzionare.

Che cosa vuole comunicare agli italiani l’inciso “con metodo democratico” dell’art. 49 della Costituzione riferito alla concorrenza fra partiti per “determinare la politica nazionale”? Michels si preoccupava giustamente dell’emergere di una oligarchia di/nel partito che si sarebbe dedicata prevalentemente al perseguimento degli obiettivi di avanzamento personale e di carriera dei dirigenti a scapito delle preferenze degli iscritti. Però, se (anche) così facendo, quell’oligarchia di funzionari avesse condotto il partito a vittoria elettorale dopo vittoria elettorale e conquistato il potere di governare, avrebbe/avremmo comunque dovuto lamentare la mancanza o le limitazioni di democrazia all’interno del partito? Giunto al governo quel partito ha la grande opportunità di produrre politiche pubbliche che migliorano la vita del suo elettorato, forse di tutti gli elettori e, di conseguenza, anche dei suoi iscritti. È accettabile sacrificare un po’/molta/quanta democrazia interna all’efficienza politica? Oppure dovrebbero tutti i partiti considerare la democrazia al loro interno non soltanto un mezzo, ma, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, un fine in se stesso?

Leggendo criticamente Michels e andando al cuore della sua tesi, Giovanni Sartori (Democrazia, burocrazia e oligarchia nei partiti, in “Rassegna Italiana di Sociologia”, n. 3, 1960, pp. 119-136) ha sostenuto che i partiti hanno la facoltà di darsi qualsiasi modalità organizzativa preferiscano. È presumibile e auspicabile che coloro che si iscrivono ad un partito ne conoscano almeno in una certa misura le modalità di funzionamento e, con la loro iscrizione, le accettino. Potranno, poi, nel corso del tempo anche cambiare idea passando, come ha acutissimamente messo in rilievo Albert O. Hirschman (Lealtà defezione protesta, Bompiani 1982, ed. originale 1970), dalla lealtà, il sostegno ai dirigenti e alle loro attività, alla protesta (voice), vale a dire la critica dei comportamenti, fino alla defezione (exit), all’abbandono del partito. Protesta e defezione sono i comportamenti più probabili quando il partito perde voti e di conseguenza subisce sconfitte elettorali a presumibile causa della linea politica applicata dai dirigenti e della candidature da loro prescelte. Allora, forse soltanto allora, gli iscritti accuseranno i dirigenti di scarsa democrazia interna, per l’appunto, avendo formulato un brutto programma, selezionato malamente le candidature, avendo condotto una inadeguata campagna elettorale.

Il detonatore di tutte queste accuse e critiche è la sconfitta elettorale nella libera competizione per ottenere voti e seggi cosicché, ha affermato Sartori, quel che conta di più non è la democrazia nei partiti, in quello specifico partito, ma la democrazia fra i partiti, che si esplica nella, per usare la parola che deriva dalla Costituzione italiana, concorrenza fra i partiti. Infatti, gli esiti negativi della concorrenza politica e elettorale per alcuni partiti possono condurre a pratiche da considerarsi democratiche: sostituzione totale o parziale dei gruppi dirigenti (scrisse Michels che la circolazione delle élites “non avviene come un ricambio vero e proprio, quanto piuttosto sotto la forma di un amalgamarsi dei nuovi elementi con i vecchi”, p. 502), più ampio coinvolgimento degli iscritti nella selezione delle candidature e nella formulazione del programma, estensione della partecipazione degli iscritti alle decisioni che riguardano tematiche giorno per giorno, ma anche di lungo periodo. Esiste la possibilità che la concorrenza “con metodo democratico” fra i partiti, comunque elemento imprescindibile della democrazia nel sistema politico, stimoli e produca pratiche democratiche anche all’interno dei singoli partiti. Tuttavia, questo punto è molto importante, ciascuna e tutte queste pratiche non sono imposte per legge, ma dipendono essenzialmente dalla valutazione e dalla volontà dei dirigenti e degli iscritti, delle loro interazioni. Saranno loro a scegliere quali pratiche utilizzare, come e quando. Sottolineo questo punto poiché sento pericolosamente serpeggiare la tentazione di imporre dall’alto ai partiti una regolamentazione che finirebbe per essere omologante e persino oppressiva. Rimango dell’idea che per tutte le associazioni dei più vari generi, ma soprattutto per quelle che esplicano attività politiche in senso lato, allo stesso modo che per i partiti deve valere l’invito-auspicio pronunciato nella sua fase liberaleggiante dal compagno Presidente Mao zedong: “che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero gareggino”. A scanso di equivoci, temo di dovere precisare che so che non esisteva ieri e non c’è oggi un elevatissimo tasso di democrazia nel Partito Comunista Cinese.

Nella misura in cui viene posto l’accento sulla concorrenza/competizione fra partiti da effettuarsi con “metodo democratico” per procedere alla determinazione della politica nazionale diventa inevitabile prendere in considerazione le leggi elettorali. Rassicuro subito i lettori. Non intendo riesumare l’infinito, never ending e pessimo dibattito italiano in materia né avventurarmi in qualsiasi nuova e sorprendente proposta. Già da tempo, dovremmo avere acquisito le conoscenze necessarie e avere imparato che i dirigenti di partito intendono quasi esclusivamente manipolare: non una buona legge per il paese, ma una legge che li ponga in condizione di vantaggio, comunque svantaggiando i concorrenti. Mi limito, invece, a sottolineare due punti. Se pensiamo con Sartori che la democrazia fra i partiti sia essenziale per offrire agli iscritti opportunità di partecipazione incisiva, allora abbiamo l’obbligo scientifico e “civico” di segnalare quali sono i criteri più appropriati per valutare i sistemi elettorali che consentano una migliore, più limpida, più trasparente concorrenza, quei sistemi che conferiscono maggiore potere agli elettori. Andiamo per esclusione. A determinate, non facili da attuare, condizioni, i sistemi elettorali proporzionali sono in grado di garantire una rappresentanza fair, equa all’elettorato, ma,se hanno liste chiuse, da un lato, limitano fortemente il potere di scelta degli elettori, dall’altro, la loro formula di traduzione di voti in seggi, soprattutto quando gli spostamenti da un partito all’altro sono contenuti, raramente consente di dire chi fra i (dirigenti dei) partiti ha davvero perso e chi ha davvero vinto. A fronte di variazioni del consenso misurabili in pochi punti percentuali, che è spesso la norma quando si usano leggi proporzionali, tutti o quasi i dirigenti dei partiti riusciranno facilmente a trovare giustificazioni plausibili e accettabili. Invece, nei sistemi maggioritari uninominali sia a turno unico sia a doppio turno, è sempre chiaro chi ha vinto e chi ha perso. Quindi, la responsabilità dei dirigenti di partito è molto più facilmente individuabile, attribuibile, valutabile. Non è certamente casuale che i dirigenti dei partiti in sistemi multipartitici che votano con leggi di rappresentanza proporzionale siano sostituiti con molta minore frequenza di quelli dei partiti laddove si vota con sistemi maggioritari. È un bell’argomento per ricerche comparate.

Riprendiamo il discorso da una semplice, ma cruciale affermazione: democrazia nei partiti non è solo possibilità e effettività di sostituzione dei gruppi dirigenti. Possiamo estendere il raggio d’azione dell’inciso “con metodo democratico” dalle attività e competizioni elettorali, che debbono essere combattute senza ricorso a forme che implichino violenza, manipolazioni, ricatti e altre modalità improprie, che oggi comprenderebbero anche la diffusione delle fake news e le interferenze elettroniche, l’hackeraggio, a quanto succede dentro le organizzazioni di partito. Infatti, sappiamo, che nella discussione sulla stesura di quell’articolo, una parte dei Costituenti, in particolare, liberali, moderati e democristiani, avevano di mira proprio le modalità di organizzazione interna dei partiti, il loro statuto, il loro funzionamento, e che socialisti (in particolare, Lelio Basso, il segretario del partito) e comunisti proprio non ne volevano sapere temendo, aggiungerei giustamente, intromissioni di ogni tipo, anche poliziesche, nella vita interna dei loro partiti, da parte di chi avrebbe ottenuto il potere di governare. Poi, ciascuno di quei partiti si diede il proprio statuto e l’organizzazione che riteneva più funzionale ai suoi obiettivi e forse anche per raggiungere quelle parti di elettorato che intendeva rappresentare. Nel bene e nel male, questo punto è da fermare.

In estrema sintesi, i democristiani diventarono un partito di oligarchie competitive nel quale le correnti rappresentavano effettivamente pezzi di società e si aggregavano variamente all’interno del partito. La corrente che occupava il centro poteva praticare la politica di più forni, e lo faceva. In un certo senso, le modalità di competizione e aggregazione della DC furono sempre relativamente democratiche, ma “gestite” da un ristretto gruppo di dirigenti. Ugualmente partito di correnti, il PSI ebbe un funzionamento che più si avvicinava alla democrazia intesa come competizione fra le correnti, ma certamente questa qualità non fu affatto di giovamento per il suo consenso elettorale. Quelle correnti socialiste ad alto tasso di ideologia non pescavano a sufficienza nella società e talvolta, invece, di battersi per attrarre elettori entravano in conflitto interno per conquistare le cariche dirigenziali –nessuna delle quali veniva definita “poltrona”. Quando nel 1968 telefonai alla Federazione del PSI di Torino chiedendo quali fossero i candidati giolittiani e lombardiani, poiché intendevo dare loro le mie quattro preferenze,mi risposero negando l’esistenza di simili appartenenze.

Molto è stato scritto sul centralismo democratico, il principio organizzativo interno del Partito comunista italiano, ma anche di tutti i partiti comunisti, occidentali e no. Sappiamo che nella grande maggioranza dei casi le decisioni erano prese dal gruppo dirigente al vertice, che, certo, aveva previamente raccolto e conosceva gli umori della base, e venivano poi trasmesse agli iscritti che le ratificavano per convinzione e per conformismo (sarebbe bello potere misurare la quantità di entrambi). Le candidature alle cariche elettive erano talvolta espresse dalla base, talvolta paracadutate dal vertice, talvolta emerse da processi sociali che avevano individuato leadership “naturali”, vale a dire, dotate delle qualità desiderate. A lungo e prevalentemente, i due principi del modello organizzativo: centralismo e democrazia interagirono in maniera virtuosa, ma in quello che avrebbe potuto essere un momento di straordinaria svolta: “i fatti di Ungheria”, il centralismo, consapevole delle preferenze di quella che chiamerò la Piattaforma Stalin, prevalse e i dissenzienti, soprattutto del mondo intellettuale, dopo avere espresso la loro protesta (voice), si sentirono obbligati ad andarsene (exit). Mi sono spesso chiesto quanto la impossibile alternanza abbia contribuito al mantenimento del centralismo democratico che consentiva al vertice di evitare qualsiasi “punizione” per le sconfitte elettorali, ad esempio, nel 1948 e nel 1979 e poi 1983. Eppure, a lungo il centralismo democratico servì anche alla politica comunista della rappresentanza: reclutare e candidare persone che avessero radicamento in taluni ambienti e fossero portatrici di istanze di alcune associazioni, già fiancheggiatrici oppure da raggiungere.

Nulla di tutto questo esiste più oggi. Chi si preoccupa, più o meno ipocritamente, della mancanza di democrazia all’interno dei partiti italiani, sa che dovrebbe cominciare da Forza Italia, sempre dominata et pour cause da Silvio Berlusconi. Quanto alle procedure decisionali su qualsiasi argomento, possiamo soltanto dire che portano a esiti che riflettono le preferenze di volta in volta espresse da Silvio Berlusconi. Sappiamo che non esiste nessun luogo dove si procede alla scelta delle candidature alle cariche elettive tranne Arcore e la modalità è appropriatamente definita casting, quello che fanno i registi teatrali e cinematografici. Non conosciamo, considero questo il test decisivo, nessuna situazione nella quale le preferenze di Berlusconi siano state sconfitte in una qualsivoglia votazione. Ricordo che nel corso del tempo, Forza Italia e Berlusconi sono stati solo saltuariamente raramente criticati per la mancanza di democrazia interna all’organizzazione, e mai dagli aderenti, dai dirigenti, dai parlamentari, dagli eletti nelle varie assemblee. Al polo, per così dire, opposto stanno LiberieUguali per i quali la scelta delle candidature è stata l’esito di una complessa negoziazione fra piccoli oligarchi, che non ha nulla a che vedere con qualsivoglia modalità democratica.

Nel Partito Democratico, quelle che sono pudicamente definite le varie sensibilità (o anime) del partito sono, fuori dai denti, vere e proprie correnti con gli affiliati che votano secondo le indicazioni sostanzialmente vincolanti del capo corrente e, da quel che sappiamo, con le candidature imposte dal segretario del partito a prescindere da qualsiasi considerazione che esuli dalla fedeltà delle prescelte/i. La novità del PD è che le candidature alle cariche elettive monocratiche, ad esempio, sindaco e presidente della regione, e l’elezione del segretario del partito sono affidate ad un “selettorato” che non è fatto dagli iscritti al partito, ma, senza nessuna garanzia, da tutti coloro che si autocertifichino come simpatizzanti del partito, passati, e probabilmente futuri, elettori del partito. Possiamo attribuire una valutazione positiva alla pratica delle primarie e all’elezione popolare del segretario, ma certo hanno poco o nulla a che vedere con la democrazia all’interno del partito. Anzi, com’è noto, non sono pochi gli iscritti al Partito Democratico che lamentano la perdita di potere a favore dei partecipanti alle primarie e all’elezione del segretario.

Diverso è il discorso che deve essere fatto per le procedure affidate alla Piattaforma Rousseau dal Movimento Cinque Stelle, utilizzate per la scelta delle candidature a varie cariche, nel 2018 quelle parlamentari, e di recente messe in atto per decidere come i parlamentari dovessero comportarsi/votare se consentire oppure no ai magistrati di porre sotto processo l’allora Ministro Matteo Salvini e, infine, se dare vita o no ad una coalizione di govern o con il Partito Democratico. Tralascio qualsiasi considerazione, peraltro, del tutto legittima, sulla opacità della piattaforma, quella meno legittima sulla tempistica della consultazione e quella, a mio parere sbagliata, sull’esito che avrebbe vincolato i parlamentari. Credo che il quesito di fondo riguardi, piuttosto, se queste consultazioni degli iscritti alla Piattaforma si configurino oppure no come una modalità di esercizio del metodo democratico. Per rispondere correttamente e convincentemente al quesito, è tanto opportuno quanto indispensabile tentare di definire il metodo democratico e stabilire come concretamente dovrebbe estrinsecarsi, vale a dire quali sono le sue componenti minime e imprescindibili.

Ipotizzo e argomento che, da un lato, debbano essere gli iscritti stessi a formulare e approvare le regole riguardanti i loro diritti, i loro doveri e i loro poteri fino a scrivere un vero e proprio Statuto (e non mi importa se verrà definito non-Statuto o con qualsiasi altra denominazione); dall’altro, pur con qualche perplessità, credo che fra i poteri degli iscritti sia indispensabile collocare in bella evidenza quello di fare ricorso ai tribunali della Repubblica per dirimere i conflitti interni riguardanti le eventuali violazioni degli Statuti. Rimango, però, fermo nella mia convinzione che non è affatto auspicabile ricorrere alla stesura e all’imposizione di uno Statuto tipo a tutte le organizzazioni, politiche e no, che, qui sta il discrimine, intendano presentare candidature alle elezioni. Questo non significa affatto che le procedure prescelte dalle varie organizzazioni. Movimento 5 Stelle compreso, non possano essere criticate una volta che siano chiaramente esplicitati i criteri in base ai quali sono formulate le critiche.

Non è questo il luogo nel quale formulare proposte dettagliate relativamente al se e al come incardinare il “metodo democratico”nel funzionamento dei partiti italiani. Preferisco suggerire di guardare, poiché lo ritengo di gran lunga più importante, alle condizioni nelle quali si trova la società italiana nei suoi rapporti complessivi con la politica. Ci sarà anche stata un’esplosione di interesse per i talk show dell’agosto 2019 subito dopo e durante la crisi di governo. A proposito, attraverso quali procedure decisionali Matteo Salvini giunse alla stesura della mozione di sfiducia del governo di cui faceva parte come Ministro degli Interni? Chi ratificò e come, con una votazione fra gli iscritti?, quanto da lui deciso? La transizione degli italiani da spettatori a attori rimane tutta da valutare. Quello che sappiamo, però, è che è tuttora molto elevata la percentuale di coloro che dichiarano di non interessarsi alla politica, che rivelano di avere conoscenze molto limitate sulla politica, che partecipano poco ad attività politiche diverse dal voto, ad esempio, iscrivendosi ai partiti e contribuendo personalmente alla loro vita(lità), al loro funzionamento. Sappiamo anche che la qualità della conversazione politica e democratica è notevolmente peggiorata a cominciare dal lessico: inciucio, poltrone, casta, accordicchi, ribaltoni etc. Che di questo peggioramento portano grandi responsabilità non soltanto gli uomini (e le donne) in politica, ma i comunicatori stessi a cominciare dai giornalisti che commentano gli avvenimenti politici e molti di coloro che usano i social network. In queste condizioni generali, andare alla ricerca di modalità che consentano di applicare il metodo democratico alla vita dei partiti è un obiettivo forse nobile, ma che ha pochissime chance di essere conseguito.

Sono giunto alla conclusione, che esprimo come congettura, che il meglio che è possibile ottenere in Italia oggi e domani è la creazione di condizioni che consentano alla competizione fra i partiti di essere massima, senza rete, nella speranza che le conseguenze sui partiti consistano nell’accrescimento del potere degli iscritti sia nella valutazione dei dirigenti e degli eletti sia nel comminare sanzioni. Alla fine, la circolazione delle elite e la trasparenza delle procedure decisionali, sono quasi certo che Michels concorderebbe, è un risultato tutt’altro che disprezzabile.

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Dal 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.

Non è il nuovo che avanza

Ansia di irrefrenabile protagonismo, desiderio di vendetta (contro chi?), incapacità di autocritica, ricerca di un futuro nel quale scatenare tutte le sue potenzialità: sono queste chiavi di lettura plausibili della scissione proclamata ieri da Renzi, ma a lungo progettata? Probabilmente tutte insieme. Ma, è utile soffermarci sulla psicologia del due volte ex-segretario di un partito da lui conquistato e dominato, poi portato alla grande sconfitta referendaria del 2016 e ai minimi termini elettorali nel 2018? Credo di no. Lascerò il passato ad altri interpreti e guarderò al futuro, non come un astrologo, ma come un analista della complicata scena politica italiana. Lasciare il PD, ma non il seggio parlamentare non può che significare il non avere fiducia nel partito per portare avanti la linea politica preferita. Eppure, il PD di Zingaretti ha appena fatto proprio quello che Renzi, ad un anno dalla sua dichiarazione contraria qualsiasi dialogo con le Cinque Stelle ha imposto, ovvero un governo con Di Maio e i suoi collaboratori. Sarebbe certamente disastroso se Renzi e i suoi parlamentari scissionisti facessero cadere il governo appena nato nel quale si trovano almeno cinque di loro. Infatti, Renzi si è affrettato ad escludere questa eventualità. Intende sostenere il governo Conte 2, ma, aggiungo io, come la corda sostiene l’impiccato. È probabile che ogni provvedimento legislativo del governo dovrà essere contrattato e approvato dai renziani. Se, però, il distacco dal PD è motivato dalla non condivisione della linea del partito, come potranno i renziani accettare quanto il governo Conte farà traducendo in leggi e in politiche pubbliche anche molte delle preferenze del PD di Zingaretti? In effetti, anche se in maniera poco limpida, Renzi sostiene che questo PD, peraltro, non molto diverso da quello da lui variamente guidato, ha una collocazione che non gli garba, che c’è una parte, presumibilmente ampia, di elettorato, del paese, che il PD non riesce a raggiungere e non può rappresentare. Sulla rappresentanza politica e sociale bisognerebbe chiedere conto a Renzi della pessima legge che porta il nome di Ettore Rosato, suo fedelissimo, e di quei suoi parlamentari, come la Boschi, paracadutati molto lontano dai loro territori. Sulla collocazione dell’elettorato alla ricerca di politiche diverse da quelle del PD e del governo al quale partecipa, è lecito discutere. Sarebbe questo elettorato collocato al centro dello schieramento politico? centristi e moderati, quindi, contendibili anche da Berlusconi e Forza Italia? Oppure, se non esistono più destra e sinistra, non sono sopravvissuti neppure i centristi, ma esistono soltanto cittadini-elettori italiani (e di altri paesi) che guardano alla qualità delle proposte politiche e alle priorità programmatiche? Rimane il quesito se il nuovo piccolo veicolo renziano, valutabile 4, forse 5 per cento, farà avanzare una politica nuova o proteggerà i ruoli e le cariche di cui già godono.

Pubblicato AGL il 18 settembre 2019

Quanto malposto rumore su #Rousseau Conversazione democratica senza insulti sui meccanismi interni ai partiti

Riconosco ai partiti e ai non-partiti con il loro non-statuto, ai movimenti più o meno personali e personalizzati, a tutte le associazioni politiche il diritto a scegliere come regolamentare la loro vita interna in qualsiasi forma e modalità preferiscano. Riconosco a me stesso e a tutti commentatori che si informano il diritto a criticare quelle forme e quelle modalità purché lo facciano in maniera seria e argomentata, non, per esempio, in maniera pretestuosa. Sto ancora cercando materiale sulle riunioni degli organismi dirigenti di Forza Italia – eppure dal 1994 ad oggi ce ne dovrebbe essere di abbondantissimo – e della Lega. Vorrei sapere come hanno deciso la loro linea politica e le loro alleanze, come scelgono le candidature, come promuovono e perché rimuovono i dirigenti. So che, in maniera un po’ raffazzonata, il Partito democratico ha tenuto più di mille primarie, che non sono “consultazioni”, come ho sentito da alcuni giornalisti televisivi, ma modalità di selezione delle candidature per cariche monocratiche, non per l’elezione del segretario del partito, che hanno rivelato più di un problema “democratico”. So anche che la democrazia non si esaurisce in queste scelte né da mai “pieni poteri” agli eletti in questo modo. Ho personalmente di persona partecipato a più riunioni della Direzione di un partito nelle quali le decisioni erano preconfezionate. In una di quelle riunioni, il documento conclusivo da sottoporre all’approvazione, che debitamente fu espressa con larghissima maggioranza, era stato scritto prima della discussione e non ritoccato in nulla.

Dunque, quando il Movimento 5 Stelle fa ricorso alla piattaforma Rousseau non mi esibisco in male informate critiche preliminari in sbeffeggi in insulti in affermazioni indignate poiché ne deriverebbero chi sa quali violazioni della Costituzione e, nel caso dell’approvazione o no dell’accordo con il Partito democratico, addirittura in un non meglio motivato sgarbo alla presidenza della Repubblica. Quando 75 mila attivisti, vale a dire quasi il 70% degli aventi diritto, decidono di esprimere la loro valutazione mi rallegro. Probabilmente, si sono informati, ne hanno parlato con altri, hanno deciso che la loro opinione conta, hanno partecipato ad una scelta significativa. Avevano addirittura, udite udite, ricevuto input dei più vari tipi e toni, dai dirigenti e dai parlamentari del Movimento. Si chiama “conversazione” democratica. Sostanzialmente, abbiamo assistito a un inusitato e perfettibile procedimento politico di notevole rilievo culminato in un voto la cui rilevanza non può affatto essere sminuita definendolo tanto spregiativamente quanto erroneamente  “plebiscitario” dal momento che quasi il 20% ha votato no. Tutto questo non significa in nessun modo che non ritenga di esprimere tutta una serie di critiche.

La piattaforma Rousseau è di proprietà di un privato che la “gestisce” anche a scopi di lucro? Se non c’è un reato, non vedo il problema a meno che una parte degli attivisti ritenga che quel privato e i suoi collaboratori falsino deliberatamente i risultati. Allora siano loro a fare ricorso. Non abbiamo modo di assicurarci che abbiano votato esclusivamente coloro che ne avevano diritto e non disponiamo di strumenti per accertare la validità dei risultati? Le procedure opache non mi piacciono. La mancanza di trasparenza mi preoccupa. L’impossibilità di controllare se vi siano state o no violazioni e/o interferenze è una ferita inferta al gracile corpo della democrazia diretta. Stanno le 5 Stelle praticando una democrazia diretta che non conoscono in attesa di scoprire le modalità migliori per suscitare partecipazione politica e premiarla? Temo proprio di sì. Sono affari loro e dovrei soltanto farmi gli affari miei? Nient’affatto. Quando un attore politico rilevante fa ricorso a procedure decisionali che incidono sulla rappresentanza politica e addirittura sulla nascita (e poi anche sulla possibile morte) del governo, diventano affari di tutti i cittadini democratici e le critiche sono assolutamente doverose. Per essere anche credibili quelle critiche dovrebbero però provenire da chi fa congressi di partito, tiene riunioni degli organismi dirigenti, spiega e giustifica le scelte delle candidature e dei leader, formula analisi – lo scrivo per i commentatori politici – fondate su conoscenze comparate. Naturalmente, sono del tutto fiducioso che, preso atto dell’esito della consultazione online svolta dalle 5 Stelle una folta e mista delegazione di parlamentari democratico-partecipativi s’impegnerà – naturalmente “pancia a terra” – per tradurre in norme di legge quel piccolo e prezioso inciso dell’articolo 49 “con metodo democratico”. Mi stupisco che la proposta non si trovi già nei ventisei punti programmatici del governo Conte bis.

Pubblicato il 4 settembre 2019 su rivistailmulino.it

 

Conte e DUE #GovernoContebis

La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2019

Governo 5 stelle-Pd anti Salvini o vittoria del centrodestra alle elezioni? #intervista #crisidigoverno

Intervista raccolta da Tatiana Santi

La crisi di governo è segnata in queste ore da una crescente confusione. Il Partito Democratico è ancora più spaccato al suo interno su un possibile dialogo con i 5 stelle, nel frattempo Beppe Grillo torna in aiuto dei suoi, salta l’incontro Salvini-Berlusconi. Si aprono le danze.

Lo strano matrimonio fra Lega e Movimento 5 stelle oramai è un ricordo del passato. La crisi di governo ha rimescolato tutte le carte in tavola: sono iniziate le trattative fra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia; il movimento 5 stelle e il Partito Democratico mostrano segnali di dialogo.

Quali scenari si aprono per l’Italia: elezioni anticipate con la vittoria del centrodestra o governo 5 stelle e Pd in chiave anti Salvini? Attendendo il voto del Senato sul calendario della crisi, Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

Professore Pasquino, perché torna in campo Beppe Grillo?

Torna perché innanzitutto lui è all’origine di tutto questo, è il fondatore, è colui che ha dato grande impulso al movimento per i primi 3-4 anni. Grillo è anche responsabile di aver scelto Di Maio come capo politico. Si rende conto che il movimento se la sta passando male e cerca di dare una mano per riuscire a recuperare un po’di voti, di prestigio e visibilità.

Secondo lei fra i 5 stelle e la Lega è una rottura definitiva?

Credo di sì. Fin dall’inizio l’accordo era molto strano, si è trattato di un vero accordo di potere, oserei dire. Il contratto di governo era basato su cose che potevano fare insieme, ma erano molto conflittuali. Ora la situazione è definitivamente conclusa.

Parliamo delle coalizioni. Quali sono i possibili scenari? Il movimento 5 stelle va a braccio con il Partito Democratico ormai?

Lo scenario più probabile è che se si va a votare vince il centro destra e Salvini diventa Presidente del Consiglio. Il centrodestra in questo momento è sicuramente più forte di qualsiasi alternativa. In Parlamento la situazione è diversa: i seggi del movimento 5 stelle assieme a quelli del Pd e di Leu consentono di costruire una maggioranza. Una maggioranza numerica non è necessariamente una maggioranza politica. Questi partiti devono dire su che cosa vogliono costruire la maggioranza, altrimenti non possono dare vita al governo.

Un governo formato da Partito Democratico e i 5 stelle si potrebbe definire di sinistra?

Nel Partito Democratico ci sono posizioni che secondo me non sono di sinistra. Almeno la metà del Movimento 5 stelle non è di sinistra. È un governo fatto da due forze politiche che condividono un principio fondamentale: non fare vincere Salvini, non fare vincere il centrodestra. Hanno posizioni non troppo distanti per esempio sull’Europa e su un’economia che funzioni in modo meno favorevole ai grandi gruppi italiani. Possono quindi stare insieme, però non è facile.

Con l’attuale crisi e soprattutto con un governo 5 stelle-Partito Democratico come possono cambiare i rapporti con l’Europa? Fra Bruxelles e Roma tornerà l’amicizia?

Il Pd è sicuramente un partito europeista, il Movimento 5 stelle ha votato Ursula von der Leyen e quindi sosterrà la Commissione. Il problema è chi sarà il commissario italiano. Il presidente del Consiglio Conte avrebbe già dovuto nominarlo, dovrebbe farlo in fretta. L’Italia del Partito Democratico e dei 5 stelle è più europeista e certamente conterebbe di più, Salvini in Europa non conta assolutamente nulla, Berlusconi conta un pochino, ma è nel gruppo popolare europeo, la Meloni non conta nulla. Non solo, hanno un atteggiamento antagonistico e aggressivo nei confronti dell’Europa e non verrebbero presi in considerazione. L’Italia in generale non conta moltissimo, ma se vuole contare un po’ ha bisogno del Pd e dei 5 stelle.

Pubblicato il 14 agosto 2019 su it.sputniknews.com

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Ecco perché Salvini si è intortato. Lezione del prof. Pasquino @formichenews

 

l rischio è che un certo numero di potenziali elettori del leader della Lega finisca, in parte, per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi) e non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma

“You cannot have your cake and eat it”. Questo lapidario detto inglese riflette ottimamente la situazione nella quale si trova Salvini. No, non è possibile avere la moglie drogata e la siringa piena, come spiritosamente tradusse Giorgio Galli. Salvini ha voluto rimanere al governo pur formulando una mozione di sfiducia, dunque, dichiarando alto e forte di non fidarsi più neppure dei Ministri (e dei sottosegretari) della Lega, meno che mai (sic, è una valutazione sulla quale concordo) del Ministro degli Interni. Adesso vorrebbe accelerare i tempi, votare fulmineamente la mozione, sciogliere il Parlamento, andare ad elezioni anticipate, approvare subito la sua manovra finanziaria che, sostiene, è già bella cotta e commestibile.

Non so che cosa ne pensano i suoi indispensabili alleati, Meloni e Berlusconi, forse troppo interessati ad andare al governo, ma il passo non sarà breve. Sarebbe stato sufficiente che Salvini rinunciasse alla sua carica, no, debbo usare un’espressione più salviniana: “alzasse le chiappe dalla (sua) poltrona ministeriale” e avrebbe ottenuto molto. Non tutto poiché in una democrazia costituzionale nessuno ha pieni poteri, quindi alcune decisioni spettano al Parlamento, altre al Presidente della Repubblica.

Una volta abbandonata la poltrona di Ministro alla quale dice di non essere attaccato, Salvini poteva salire al Colle per comunicare al Presidente della Repubblica che il governo Conte non aveva più la maggioranza in parlamento e che, di conseguenza, doveva prenderne atto e rassegnare il suo mandato. Invece, sempre per rimanere con gli inglesi che, Brexit a parte, se ne intendono, there is an entirely new ball game. La palla non è più nelle mani di Salvini, ma dei gruppi parlamentari, dei dirigenti delle Cinque Stelle e del Partito Democratico, del Presidente del Consiglio e, naturalmente, dulcis in fundo, del Presidente della Repubblica. È anche, ma poco, nelle mani di Forza Italia e di Fratelli d’Italia ai quali Salvini ha dovuto prematuramente, precocemente concedere addirittura la prospettiva, forse fare la promessa di un’alleanza pre-elettorale. Quando sarà sarà.

Nel frattempo, saranno altri a decidere le regole e i tempi, persino i protagonisti, del new ball game. A tempi dilatati il rischio è che un certo numero di potenziali elettori di Salvini finisca, in parte,per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi), non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma: non le autonomie differenziate non la tassa piatta. Another time another place, ma, allora, anche un altro governo.

Pubblicato il 13 agosto 2019 si formiche.net

Litigano su tutto, e allora? A chi (non) convengono le elezioni anticipate

La Lega è forte di un grande sostegno dai cittadini, M5S non ha alternative a questo esecutivo. Cosa si nasconde dietro i “litigi” di governo? Il commento di Gianfranco Pasquino

La congiuntura espressa senza una briciola di originalità e ripetuta fino alla noia è come segue. “Litigano su tutto. Non sono d’accordo su niente. Bisogna preparare l’alternativa. Elezioni anticipate: si chiudono le finestre”. Incidentalmente, chi le aveva (mai lasciate) aperte? Sono davvero stucchevoli le dichiarazioni degli oppositori e i resoconti dei retroscenisti. È sicuro che nel governo M5S e Lega hanno forti differenze di opinione e le manifestano anche ad uso dei loro sostenitori. Molto coesa, invece, è Forza Italia nella quale Berlusconi e Toti si abbracciano tutti i giorni, Carfagna e Taiani stanno organizzando le primarie, ma anche no, e a livello locale il deflusso degli amministratori è lento, ma costante. Chi davvero vuole litigare nel Partito Democratico, pacificato e propositivo? I Dem vanno d’amore e d’accordo su tutto. Anche sul fatto che il neo-eletto segretario non ha finora avuto neanche un’idea originale? Comunque, tutti vogliono un partito che si estenda da Calenda a chi? (quesito non proprio lacerante). Grande è l’accordo sulla necessità assoluta e positiva che il due volte ex-segretario Renzi si faccia il suo partitino post-leopoldino. Unanimità sulla costruzione di un’alternativa all’attuale governo, meno promettenti i numeri, ma bisogna gettare il cuore e i sondaggi oltre l’ostacolo. Meno chiari i contenuti, non pervenuti i partecipanti. Remember la sinistra plurale, aperta, inclusiva? Faccenda del secolo scorso. Questo è il secolo della rottamazione, della disintermediazione, della sparizione.

Chi andando a elezioni anticipate potrebbe vantare di avere introdotto il reddito di cittadinanza e conseguito quota cento? Chi potrebbe utilizzare come temi propagandistici il salario minimo e la tassa piatta? Chi potrà chiedere five more years per procedere a tagliare le poltrone garantendo ai cittadini il referendum propositivo e il perseguimento di una effettiva devolution differenziata di potere alle regioni? Quanto deve essere preoccupata la Lega arrembante e crescente se Fratelli d’Italia è pronta tutti giorni a buttarsi nelle sue braccia e se le critiche dell’affievolito Berlusconi (ricordiamolo: “grande amico di Putin”) non sono praticamente mai sulle politiche, ma solo sull’alleanza con il Movimento Cinque Stelle?

Nel contrattare con la Lega, inevitabilmente, come in tutti i governi di coalizione, Di Maio è in parte indebolito dalle tensioni all’interno del Movimento, ma l’inconveniente più grande è che non ha nessuna posizione di ricaduta. Deve, comunque, tirare a campare comprando tempo in maniera resiliente (copyright Luigi Di Maio) per completare un paio di punti programmatici, anche in, attesa delle conseguenze positive del reddito di cittadinanza. Fortissimo è il desiderio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di durare, ovviamente per fare. Chi più di lui, avvocato del popolo e mediatore fra i due contraenti del Contratto di Governo, può ambire a diventare Presidente della Repubblica nel gennaio 2022? E il Partito Democratico, non importa se quello di Zingaretti, quello di Calenda, quello, beaucoup déjà vu, di Renzi, non sta neppure a guardare le stelle. Chi guarda dal basso è la crescita economica. Chi guarda tutti dall’alto è il debito pubblico. Né l’una né l’altro rilasciano dichiarazioni, neanche off the record.

Pubblicato il 13 luglio 2019 su formiche.net    

La cultura politica oltre l’ostacolo PD

Se fossi solo interessato alle sorti del Partito Democratico, questo post non dovrebbe essere pubblicato, L’ho scritto perché vorrei una società davvero civile che esprima una politica decente entrambe conseguibili soltanto se si trasforma sostanzialmente quella che è rimasta, seppure con problemi gravissimi, l’unica organizzazione simile ad un partito. Ma, in quanto tale, è fallita. Ne propongo un superamento totale

Già, caro Gianni Cuperlo, come si costruisce “un’alternativa alla destra di oggi” (e di domani e dopodomani)? Alla destra italiana, quella famosa che sta dentro di noi e che non debelliamo mai perché, da un lato, preferiamo non parlarne oppure minimizzarne le implicazioni e conseguenze, dall’altro, perché fino ad oggi non è stata costruita una cultura politica liberale e democratica. Certo, nel secondo dopoguerra non c’è mai stato tempo peggiore di adesso per tentare di dare vita e linfa a una cultura politica che in Italia è sempre stata fortemente minoritaria. Tuttavia, nel male contemporaneo, è proprio spiegando perché i populisti e i sovranisti non sono mai parte della soluzione, ma gran parte del problema, che diventa possibile formulare una variante di cultura politica liberale e democratica. E, allora, sarò drastico, per una molteplicità di ragioni, il Partito Democratico, come è stato costruito, come ha funzionato, per come è diventato costituisce forse l’ostacolo più alto alla elaborazione di una cultura liberal-democratica. Non posso/possiamo aspettarci nessuna riflessione su quella cultura dalle rimanenze di Forza Italia e di tutti coloro che sono caduti nella trappola di una improponibile “rivoluzione liberale” condotta dal duopolista Berlusconi in palese irrisolvibile conflitto di interessi. Mi auguro che un giorno, qualcuno, non chi scrive, farà un dettagliato elenco dei molti opinionisti che hanno fatto credito, interessato, al liberalismo immaginario di Berlusconi. Se l’antifascismo da solo non è democrazia, l’anticomunismo da solo non è liberalismo.

A che punto siete voi Democratici con la elaborazione di una cultura politica decente? Quando è stata l’ultima volta che di questo avete discusso, dei principi culturali a fondamento del PD: in una Direzione e in un’Assemblea del partito, nel corso dell’approvazione delle riforme costituzionali, che, ma proprio non dovrei dirvelo, non possono non avere una superiore cultura politica di riferimento (soprattutto, per chi crede, sbagliando, che la Costituzione italiana sia un documento “catto-comunista”), durante la maldestra difesa di quelle riforme condotta all’insegna di mediocri varianti di motivazioni neo-liberali e decisioniste, di una bruciante sconfitta elettorale? Non ho sentito nessuna parola in proposito nell’ultima campagna per l’elezione del segretario del partito. Già, Zingaretti non è un intellettuale, ma un minimo di consulto con professoroni e professorini potrebbe servirgli oppure gli ideologi del Partito Democratico sono diventati il neo europarlamentare Carlo Calenda e il senatore di Bologna Pierferdinando Casini? Non dovrebbe qualcun preoccuparsi anche del silenzio degli Ulivisti, da Romano Prodi a Arturo Parisi, i quali, peraltro, hanno avallato tutte, ma proprio tutte le decisioni di Renzi le cui personali vette culturali sono state attinte da due parole chiarissime: rottamazione e disintermediazione.

Ho esplorato la letteratura disponibile riguardo le culture politiche democratiche e riformiste finendo per constatare che quei due termini proprio non hanno fatto la loro comparsa, mai, neppure nei più aspri, e sono stati tanti, momenti di confronto e scontro all’interno dei partiti di sinistra. Senza nessuna sorpresa ho anche notato –non scoperto poiché già da sempre sta nel mio bagaglio di professore di scienza politica– che, da Tocqueville e John Stuart Mill, ma si potrebbe tornare anche a Locke (chi erano costoro?), democrazia è mediazione, lasciando la disintermediazione alle pratiche autoritarie e totalitarie (ne ho ricevuto immediata conferma da George Orwell).

Allora, caro Gianni Cuperlo, dobbiamo davvero aspettare che il bambino di Andersen si metta a gridare che il re (il Partito Democratico) è nudo (privo di qualsiasi rifermento culturale) e, aggiungo subito, anche bruttino assai. Acquisita questa consapevolezza, peraltro, già molto diffusa, lasciamo che il PD imploda oppure che si disperda sul territorio confrontandosi senza rete e senza arroganza (per molti piddini questa richiesta non sarà facile da soddisfare) con tutte quelle organizzazioni sociali, professionali, culturali e persino politiche che ritengono che alla egemonia della destra è possibile contrapporre una cultura politica democratica (Bobbio avrebbe aggiunto “mite”) che rimette insieme le sparse membra del liberalismo dei diritti e delle istituzioni con il riconoscimento del potere del popolo, meglio, dei cittadini e dei loro doveri. Caro Cuperlo, sarò molto interessato ad una tua iniziativa in materia. Non posso neppure escludere a priori di parteciparvi.

Pubblicato il 1 luglio 2019 su PARADOXAforum

Centrosinistra, un segnale da Cagliari

Avere un seggio in meno alla Camera dei deputati non fa una differenza significativa per l’ampia maggioranza parlamentare del governo giallo-verde. Tuttavia, l’elezione suppletiva tenutasi a Cagliare per sostituire un parlamentare delle 5 Stelle, espulso dal Movimento e dimissionario, ha un significato politico che va oltre il piccolo dato numerico. A fare campagna elettorale per il candidato unitario del centro-destra era sceso in campo persino Silvio Berlusconi. In applauditissimi incontri pre-elettorali, Berlusconi ha utilizzato l’occasione per annunciare la sua candidatura alle prossime elezioni del Parlamento europeo poiché lui è l’unico capace di portare idee liberali in Europa. Immagino la curiosità e la preoccupazione dei liberali nel Parlamento europeo che sanno benissimo che Forza Italia si trova nello schieramento dei Popolari Europei che comprende anche il partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, sovranista amico di Salvini e nient’affatto “liberale”. Anzi, Orbán ha orgogliosamente dichiarato di avere fatto dell’Ungheria una democrazia illiberale.No, il leader carismatico Berlusconi non ha prodotto nessun miracolo a Cagliare. La candidata di Forza Italia è arrivata terza. Dunque, Forza Italia non è affatto in ripresa.

Clamoroso il crollo delle 5 Stelle che precipitano da più del 42 per cento di voti ottenuti neppure un anno fa al 29 per cento: un vero tonfo a evitare il quale non sono state sufficienti né l’”abolizione della povertà” annunciata da Di Maio né l’approvazione del reddito di cittadinanza. Tutti i sondaggi nazionali danno il Movimento in “decrescita”, non so quanto felice, mentre la Lega svetta. Però, nelle elezioni locali Salvini non ha nessuna intenzione di intaccare la sua coalizione con Forza Italia e con Fratelli d’Italia, che gli consente di governare in molte zone e costituisce un’ottima posizione di ricaduta se i contrasti con Di Maio dovessero mai portare a una crisi di governo. La sorpresa è venuta dalla vittoria del candidato comune del centro-sinistra che rappresentava uno schieramento definito “Progressisti di Sardegna. Ha ottenuto più del 40 % dei voti e ha annunciato che s’iscriverà al Gruppo dei deputati del PD.

Sarebbe eccessivo trarre insegnamenti definitivi o, comunque, a largo e lungo raggio da questa elezione soprattutto per un’importante ragione: ha votato poco più del 15 per cento dei cagliaritani aventi diritto. Due elementi meritano di essere sottolineati. Primo, il Movimento 5 Stelle appare effettivamente in una situazione di grande difficoltà. Non riesce più a presentarsi come il ricettore dell’insoddisfazione dei cittadini, ma neanche come il partner di governo che produce risposte efficaci. Il secondo elemento è che, tuttora in stallo a livello nazionale, non brillante e incisivo come opposizione, con il PD incapace di dare smalto al processo con il quale approderà all’elezione del segretario, il centro-sinistra è ancora vivo. Quando l’elezione si svolge in un collegio uninominale, può vincere.

Pubblicato AGL il