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La campanella delle risorse politiche
“I voti contano, le risorse decidono” è il titolo di un breve, ma densissimo articolo scritto da un famoso studioso di scienza politica norvegese: Stein Rokkan. Fra le risorse, nient’affatto improprie (non, ad esempio, le fritture di pesce à la De Luca o altri scambi clientelari, promesse di “quel che vi do, ma, soprattutto, quel che non vi darò”), Rokkan includeva in modo particolare la rete di rapporti fra partiti e governi con i sindacati e con le associazioni industriali, più in generale con la società civile. Credo, però, che a quarant’anni dalla pubblicazione di quell’articolo, Rokkan (deceduto prematuramente nel 1979) non avrebbe nessuna obiezione a includere, anche sulla base delle ricerche successive ai suoi tempi, risorse come il prestigio, le aspettative positive, la credibilità, il consenso basato anche sulle prestazioni passate, la competenza. Certo, non è facile precisare e soppesare queste risorse, ma sicuramente ciascuna di loro conta in politica come e qualche più dei voti e, naturalmente può contribuire ad accrescere quei voti e farli pesare di più.
In Italia, dopo l’esito referendario, i più accaniti sostenitori di Renzi hanno, da un lato, attribuito a Renzi tutti i voti conseguiti dal SI’, vale a dire 13 milioni 432 mila, dall’altro, hanno sostenuto in maniera davvero arbitraria che quello è il bottino dal quale il Partito Democratico potrà fare ripartire la sua politica. Sono due affermazioni assolutamente controvertibili, ma anche rivelatrici di una scheletrica concezione della politica. Dunque, prima considerazione, si riconosce implicitamente che la campagna referendaria di Renzi è stata effettivamente condotta con intenti plebiscitari che, incidentalmente, denunciai fin dal maggio (si vedano i miei interventi ora raccolti in NO positivo. Per la Costituzione. Per buone riforme, Per migliorare la politica e la vita, Edizioni Epoké 2016, anche e-book). Se la richiesta tambureggiante e assillante di voti a sostegno della sua leadership, delle sue riforme, della sua concezione della politica è andata molto oltre quella di un voto per il Partito Democratico, allora non sarà il PD a ripartire da quei voti, ma il Partito di Renzi. Questo è tanto vero che, seconda considerazione, non sono mancati inviti a Renzi di essere lui a uscire dal PD, lasciandolo alle minoranze e lanciando un nuovo veicolo elettorale che soltanto lui può guidare. Che poi quel veicolo abbia comunque bisogno, soprattutto se svincolatosi dalle minoranze interne, dell’appoggio nient’affatto insignificante di Alfano, di Verdini e di non proprio pochi elettori di Forza Italia, è sfuggito agli interessati, nient’affatto interessanti, apologeti di Renzi e del renzismo, gettatisi sulla strada del Partito della Nazione.
Rokkan, studioso gentiluomo, non si preoccuperebbe di venire utilizzato a sostegno della mia tesi, cioè che alla politica italiana dei numeri, manca l’apporto delle risorse: prestigio, aspettative, consenso e, ma non vorrei esagerare, empatia. Infatti, gli imponenti numeri del NO, assolutamente imprevedibili e largamente inaspettati, contengono non soltanto la bocciatura delle riforme costituzionali, ma anche un rigetto, quasi antropologico (aggettivo piuttosto logorato), proprio della leadership di Renzi, del suo stile, delle sue modalità. Amareggiato, è stato lo stesso Renzi a riconoscere questo elemento: “non credevo di essere tanto odiato”. Allora, i numeri contano, ma, forse, non sono tutti di Renzi. Se, però, le risorse contano anch’esse e decidono, allora per mantenere quei numeri e per trovare altri voti e i necessari alleati, qualcuno dovrà comunicare a Renzi che deve acquisire la statura e i comportamenti di un leader democratico che convince prima di e per vincere.
Non sembra che questa strada sia stata imboccata, ma già si vede dietro l’angolo il primo test: la soluzione della crisi di governo e il passaggio della campanella di Presidente del Consiglio al suo successore, come Renzi ha detto, “allegramente”. Lasciamo a Luca Lotti, il braccio destro armato di Renzi, la misurazione del tasso di allegria del suo datore di lavoro.
Pubblicato l’8 dicembre 2016 su Il Blog della Fondazione Nenni
Salvini può sognarsi la guida della Destra, ha più possibilità persino Maroni
Intervista raccolta da Giorgio Velardi
Altro che “Trump italiano”. La leadership del centrodestra il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, può sognarsela. Parola del politologo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza della politica all’Università di Bologna. “A quel punto meglio Roberto Maroni – dice a La Notizia –. Peccato non spinga fino in fondo sull’acceleratore”.
Andiamo verso un centrodestra italiano a trazione leghista?
La prospettiva di un centrodestra italiano a trazione leghista credo che non esista.
Cosa la porta a dire questo?
Il fatto che in questo Paese per vincere c’è bisogno di un leader che non sia troppo distante dal centro. I voti delle ali estreme convergono in quella direzione, mentre non avviene il contrario. Salvini non può diventare il capo di quell’area, ma al tempo stesso può impedirle di riunificarsi. Dall’altra parte, Berlusconi continua a non trovare un successore. E probabilmente non lo troverà mai, perché è unico nel suo genere.
Il Cavaliere ha “scaricato” l’ennesimo delfino sul quale aveva investito, Stefano Parisi. Era quello più sacrificabile se messo a confronto con Salvini?
Non penso che Berlusconi abbia investito su Parisi. È vero il contrario: l’ex candidato sindaco di Milano ha puntato su di sé probabilmente esagerando, vista la sconfitta rimediata contro Sala. Del resto, il leader di Forza Italia ha sempre avuto dei tratti che lo accomunavano a Umberto Bossi: populista elegante il primo, rampante il secondo. E sa che il rapporto con il Carroccio è fondamentale, altrimenti le chance di un’eventuale vittoria sarebbero ridotte al lumicino.
Ma quindi un Trump italiano non esiste proprio?
Trump è il Berlusconi americano, che grazie a quel sistema elettorale ha vinto contro la Clinton. Nel bene e nel male, se non ci fosse l’ex presidente del Consiglio non avremmo nessun “nostro” Trump.
E la Meloni? Lei continua a chiedere le primarie, da sempre annunciate a destra e mai diventate realtà.
Ha le caratteristiche per poter guidare uno schieramento di centrodestra, ma il problema in questo caso è un altro.
A cosa si riferisce?
Prima che il centrodestra affidi a una donna la leadership passerà ancora molto tempo. Anche perché se la Meloni scendesse in campo dovrebbe confrontarsi con Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, le candidate di Berlusconi. Bene fa la leader di Fratelli d’Italia a chiedere le primarie: sono un elemento di mobilitazione ma vanno organizzate bene, altrimenti rischiano di disaggregare. Anche perché il Cavaliere spingerà una sua figura che poi potrà controllare.
Berlusconi rimane un brand. La prospettiva resta la candidatura di uno dei suoi figli?
Era una prospettiva esistente ma credo che sia passata. Marina ha dimostrato in questi anni di avere delle capacità per raccogliere il testimone del padre, ma ha perso l’attimo. Stesso discorso per Piersilvio: è troppo tardi.
Secondo lei in che direzione si va?
È difficile da dire, anche perché non ci sono figure vincenti. Forse fra quelli che oggi popolano quell’area il migliore è Raffaele Fitto. Ma…
Quali problemi vede in questo caso?
Per il centrodestra è fondamentale l’elettorato del Nord, e Fitto non ha quella caratura per poterlo raggiungere.
E un outsider non esiste proprio?
Una figura che potrebbe aggregare bene le anime sparse c’è e si chiama Roberto Maroni, leghista moderato e governante. Certo, non è una novità. E non lo vedo spingere sull’acceleratore fino in fondo.
Alfano sta cercando di rientrare nelle grazie di Berlusconi. Ci riuscirà?
La dico brutalmente: Alfano, che non è un leader, vale il 3/3,5%, Salvini il 12. Credo che questo Berlusconi lo sappia bene.
Tw: @GiorgioVelardi
Pubblicato il 16 novembre 2016 su lanotiziagiornale.it
Riforma autoritaria? No, confusionaria!
Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA
Il politologo Gianfranco Pasquino: «Voteremo No a questa riforma costituzionale, anche se rischiamo di fare la figura dei gufi». «Renzi ha detto che se perde il referendum si dimette? Mi affido alla sua coerenza»
«È una riforma confusionaria, più che autoritaria. Pasticciata e senza visione». Anche per questo, quando a ottobre ci sarà il referendum, il noto politologo Gianfranco Pasquino sosterrà le ragioni del No. La partita è aperta. «Molto dipenderà da quanti italiani andranno a votare», spiega. Il contributo dei leader, anche di centrodestra, è fondamentale. «Non si può pensare che Zagrebelski e Rodotà convincano da soli milioni di elettori». Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, già senatore della Sinistra indipendente e dei Progressisti, Pasquino è l’autore del primo disegno di legge sul conflitto di interessi in Italia. Un esperto, quando si parla della nostra carta fondamentale. Non a caso ha appena pubblicato per Utet un bel libro sull’argomento: La Costituzione in trenta lezioni.
Professor Pasquino, cosa pensa della riforma all’esame del Parlamento?
Complessivamente mi sembra una riforma pasticciata e frettolosa. Nata in parte dall’accordo con Silvio Berlusconi, un leader che già aveva riformato, e male, la nostra Costituzione. È una riforma che non ha una visione sistemica. Nella nostra Costituzione le varie parti si tengono insieme, toccarne una rischia di modificare l’intero equilibrio. A questo si aggiunge una legge elettorale che, tranne poche modifiche, è come il Porcellum.
Tra i critici della riforma qualcuno denuncia persino il rischio di una deriva autoritaria. Anche lei la pensa così?
Questa mi sembra un’esagerazione. Non c’è alcuna deriva autoritaria, semmai una deriva confusionaria. Pensiamo alla riforma del Senato: non è ancora chiaro come i senatori dovranno essere ratificati o designati. Non si capisce perché, se è una camera delle Regioni, il presidente della Repubblica dovrà nominare cinque componenti. Non si sa neppure quali effettivi poteri avrà questo Senato.
Intanto Matteo Renzi ha promesso che in caso di sconfitta al referendum lascerà la politica. Gli riconoscerà almeno il coraggio…
Questa affermazione è un ricatto plebiscitario. Renzi ripete che il governo chiederà un referendum, ma secondo l’articolo 138 della Costituzione il referendum può essere chiesto da un quinto dei membri di una Camera, cinque consigli regionali o 500mila elettori. Non solo. Ogni volta Renzi ricorre a un grave gioco di parole. Questo non è un referendum confermativo, come dice. Semmai oppositivo. Lo chiedono coloro che sono contrari alla riforma, non quelli che l’hanno approvata.
Ammetterà che il fronte dei contrari alla riforma è piuttosto eterogeneo. Si va dai Cinque Stelle alla Lega, da Forza Italia a Sinistra Italiana. Ma cos’hanno da spartire Silvio Berlusconi e Nichi Vendola?
Sul fronte del No ciascuno ci arriva con le proprie motivazioni. Alcune sono comprensibili, altre molto meno… Ma ricordiamo che in occasione dei referendum gli schieramenti sono normalmente eterogenei. Dopotutto, questo è un referendum che il governo ha rapidamente trasformato in un voto sulla figura del presidente del Consiglio. Io voterò certamente No. Però bisogna evitare di impostare una campagna elettorale sul rifiuto totale. Il nostro deve essere un “No, ma…”. Vede, il Senato potrebbe essere splendidamente abolito. E si potrebbe abolire anche il Cnel. Bisognerebbe fare in modo che i presidenti della Repubblica, terminato il loro mandato, andassero in pensione. Ecco, bisogna avere una controproposta, non essere conservatori. Del resto la Costituzione può essere riformata, lo hanno previsto proprio i padri costituenti.
Intanto si registra una prima novità, per una volta la sinistra è tutta sullo stesso fronte. Landini, Sinistra Italiana, Civati, ex Pd… Almeno questo è un aspetto positivo?
È un aspetto positivo se la sinistra trova anche una convergenza operativa sulle riforme da fare. Ripeto, è importante l’aspetto positivo del “No, ma..”. Non la sola opposizione a Renzi.
Nei mesi che seguiranno il presidente del Consiglio imposterà uno scontro dialettico tra l’Italia del cambiamento e quella dell’immobilità. Nel migliore dei casi sarete presentati come dei conservatori e dei gufi…
Non c’è alcun dubbio. Legittimamente Renzi denuncia l’esistenza di un fronte conservatore che vuole bloccare il Paese. E a volte ha anche ragione a dirlo. Ma la nostra critica deve essere rivolta a una riforma brutta e sbagliata. Bisogna puntare sugli aspetti negativi e raccontare cosa di meglio si potrebbe fare. Ad esempio in tema di bicameralismo. Siamo tutti d’accordo che il Senato debba essere cambiato, io ritengo che possa essere abolito.
La riforma del Senato porta inevitabilmente alcuni risparmi. Votando contro non rischiate di schierarvi con i difensori della Casta?
Si fa economia se le due Camere – o una sola in caso di abolizione del Senato – funzionano meglio. Così si risparmiano tempo e soldi. Si poteva ridurre il numero di parlamentari in maniera più equilibrata: perché ci sono ancora 630 deputati? Potevano tranquillamente scendere a 500 senza creare alcun problema democratico. E comunque le riforme costituzionali non si fanno con l’obiettivo di risparmiare soldi.
Che idea si è fatto sull’esito del referendum?
Sono convinto che il referendum sarà aperto a tutti risultati. Non c’è alcun quorum, quindi la sfida sarà convincere gli elettori ad andare a votare. Credo che gli schieramenti partano grossomodo allo stesso livello. Il Pd ha un 30 per cento di consenso abbastanza consolidato. Nello schieramento degli oppositori conterà molto il peso degli elettori di centrodestra, meno facilmente “mobilitabili”. Ecco perché giocheranno un ruolo importante i leader di quei partiti. Non possiamo pensare che Rodotà e Zagrebelski siano in grado di convincere da soli milioni di elettori.
Se la riforma sarà bocciata crede che Renzi lascerà davvero la politica?
Lo affido alla sua sensibilità di essere coerente con quanto promesso…
Pubblicato il 15 gennaio 2016
Lo spartiacque è il 1994: i partiti non sono più figli di vere culture politiche
Intervista raccolta da GIA.RO. per Il Fatto Quotidiano
“Nella Prima Repubblica i cambi di casacca erano rarissimi perché i partiti erano figli di grandi culture politiche: quella cattolica, quella liberale, repubblicana e socialista. Ce lo vedete un comunista diventare socialista o un liberale diventare democristiano? Il dissenso era accettato, ma sempre all’interno di un perimetro preciso. Poi, dal 1994, quelle culture sono scomparse“.
Gianfranco Pasquino, politologo, guarda sconsolato al trasformismo parlamentare che ormai sembra diventato endemico della seconda repubblica, e di questa legislatura in particolare. E individua tre cause.
“INNANZITUTTO“, spiega Pasquino, “c’è la totale perdita di controllo su Forza Italia da parte di Silvio Berlusconi, che non riesce più a tenere unite le truppe, con la conseguenza di diaspore continue. In secondo luogo, ci sono i numerosi movimenti dei grillini, in parte espulsi da Beppe Grillo e altri in fuga volontaria. Infine – continua il professore – l’ultima causa di questi smottamenti è il forte dissenso della minoranza del Pd nei confronti della leadership di Matteo Renzi, un malcontento che ha già provocato diverse uscite che il premier si è guardato bene dal frenare“. Civati, Fassina, D’Attorre, ecc… “A Renzi non interessa nulla del Pd. Anzi, più se ne vanno meglio è, perché al prossimo giro, con l’Italicum, piazzerà in lista solo i fedelissimi. Quelli che escono dal partito per lui sono un problema in meno”, osserva il professore. In questo modo siamo arrivati al record di transfughi di questa legislatura. “Siamo nel pieno di una fase di destrutturazione dei partiti. Ma, ripeto, tutto parte dal disfacimento di Forza Italia. Perché, se il partito berlusconiano avesse tenuto, anche Renzi avrebbe dovuto preoccuparsi di serrare le file” afferma Pasquino. Il quale, se da una parte condanna il trasformismo “come una grave malattia della democrazia parlamentare“, dall’altra difende l’articolo 67 della Costituzione che consente al singolo deputato o senatore di non avere vincoli di mandato.
“IL PARLAMENTARE deve essere libero dai partiti e dalle lobby“, precisa Pasquino, “questo però non consente di fare i furbi: se si viene eletti per realizzare un programma, a quello ci si deve attenere. Sul resto, invece, si può votare secondo coscienza, ma le scelte devono essere ben motivate. Insomma, prima di agire in dissenso dal proprio partito o addirittura abbandonarlo, ci vorrebbe una riflessione profonda. Che, come vediamo, non sempre c’è“.
Pubblicato il 4 gennaio 2016
Sogni di ballottaggio
Ringalluzzito dal successo della manifestazione congiunta con Berlusconi e Meloni, organizzata qui due settimane fa dalla Lega, è comprensibile che Matteo Salvini si proponga l’obiettivo più ambizioso: la conquista della carica di sindaco di Bologna. E’ anche un buon obiettivo propagandistico. Concretamente, comunque vada, servirà ad aumentare i voti e a evidenziare ulteriormente che la sua leadership ha più che rivitalizzato la Lega. A fronte delle non giovanili incertezze del leader di Forza Italia e del suo gruppo molto poco dirigente, sia in Emilia sia a Bologna, Salvini può addirittura mostrarsi molto generoso. Se emergerà una candidatura più convincente della leghista Lucia Borgonzoni, lui (un po’ meno lei) è disposto a prenderla in seria considerazione. Salterebbe così anche la candidatura del consigliere regionale di Forza Italia Galeazzo Bignami, più disponibile a rinunciarvi poiché saggiamente consapevole che le probabilità di vittoria per chi corre diviso sono ridotte al lumicino. Salvini che, nonostante le sue frequenti incursioni cittadine, non sembra conoscere adeguatamente i rapporti di forza politici, snobba il Movimento 5 Stelle e il suo candidato ufficializzato, Massimo Bugani. Di più, sembra convinto, contro i sondaggi finora noti, che una candidatura del centro-destra, unitario, ma non troppo, dato che permane il suo veto contro NCD, riuscirebbe a costringere Merola (se sarà lui il candidato del PD), al ballottaggio.
La campagna elettorale dei Cinque Stelle è già cominciata e sbaglia alla grande chi pensa che la selezione dall’alto di Bugani, in verità, piuttosto la ratifica di una candidatura naturale, sia qualcosa di scoraggiante per i cultori pentastellati della democrazia attraverso la rete. Attivisti e elettori del Movimento hanno imparato, oramai da qualche tempo, che fare politica richiede anche parecchia flessibilità (e qualche volta anche contraddittorietà). Per le Cinque Stelle, Bologna, pur non essendo un obiettivo a portata di mano tanto quanto sembra Roma, ha già dato non poche soddisfazioni al Movimento. In più, rispetto a qualsiasi candidato/a del centro-destra che dovrebbe fare il pieno dei suoi voti con un’opera di mobilitazione della quale non s’è mai mostrato capace, se fosse Bugani ad andare al ballottaggio, i giochi sarebbero apertissimi. Difficile che gli elettori delle Cinque Stelle votino candidature berlusconiane o salviniane (e il “civico” di centro-destra non è ancora apparso all’orizzonte). Più probabile, lo dicono alcune esperienze recenti, che una parte di elettorato del centro-destra, a cominciare dai leghisti, sia disposta a convergere sul candidato del Movimento 5 Stelle. A Parma quell’elettorato si è espresso con successo. Insomma, i giochi sono tutt’altro che fatti, ma la strada del centro-destra bolognese, persino per arrivare al ballottaggio, è lunga e accidentata.
Pubblicato il 22 novembre 2015
Cosa manca al centrodestra di Salvini. Parla il prof. Pasquino
Intervista raccolta da Giovanni Bucchi per Formiche.net
Salvini e Meloni pimpanti. Berlusconi spompato. Al centrodestra manca la terza gamba centrista, ossia un esponente di Forza Italia, più o meno quarantenne, che abbia la stessa capacità di trascinamento e sia un buon oratore. L’analisi del politologo che era presente in piazza Maggiore a Bologna per la kermesse voluta dalla Lega
Avanza un nuovo centrodestra. Avanza una nuova generazione di leader incarnata dal leghista Matteo Salvini della Lega e da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia. Peccato però che in questo nuovo centrodestra ci sia un “terzo assente”, dato che ancora non si trova un leader giovane ed emergente di Forza Italia in grado di guidare la coalizione e gettare l’amo nell’area centrista. Questo “40enne forzaitaliota” continua a latitare perché Silvio Berlusconi non vuole cedere il passo. Nonostante l’inevitabile declino della sua forza propulsiva e aggregatrice, come si è visto oggi a Bologna.
E’ questa in sintesi l’analisi fatta da Gianfranco Pasquino dopo una mattinata trascorsa in piazza Maggiore a seguire la manifestazione “Liberiamoci e Ripartiamo” organizzata dal Carroccio. Il politologo dell’Università di Bologna, ex senatore indipendente di sinistra, in questa intervista con Formiche.net offre una lettura di quanto accaduto sotto le Due Torri, tratteggiando gli scenari futuri del centrodestra italiano.
Professor Pasquino, lei oggi era in piazza Maggiore nella sua Bologna alla manifestazione della Lega Nord. Qual è stata la sua impressione?
Piazza Maggiore era certamente piena; al di là dei numeri che daranno gli organizzatori, credo che 40mila persone ci fossero per davvero, e per Bologna non è poco. Ho visto molte bandiere della Lega, molte anche di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, assenti invece quelle di Forza Italia. Ho girato abbastanza tra la gente, riscontrando un pubblico molto variegato, fatto di persone anziane, donne di mezza età, giovani e molti uomini. Ho avuto l’impressione di trovarmi in una piazza di popolo, antagonista rispetto al governo ma senza intemperanze.
E’ stato un successo per gli organizzatori?
E’ stato un grande successo organizzativo di Salvini, che ha fatto gli onori di casa. Era una piazza leghista con due invitati di rilievo: una giovane donna romana, la Meloni, buona oratrice di piazza anche un po’ teatrale, e un uomo anziano, un po’ ripetitivo, chiaramente spompato, che dava i numeri ma che non ha più nessuna forza propulsiva e non riesce a prenderne atto. Ha parlato quasi nel disinteresse della gente.
Immagino stia parlando di Berlusconi. Il quale però ha detto che con Salvini e la Meloni può superare il 40%, si è preso pure qualche fischio ed è arrivato a paragonare Grillo a Hitler e Renzi al Duce. Che idea s’è fatto?
La narrazione berlusconiana è finita, non riesce più a dare nulla di convincente a questo Paese. La sua parabola si è conclusa, continua a ripetere le stesse cose dette negli ultimi tre o quattro anni ma prive di accenti di novità. Berlusconi non è più convincente per nessuno, oggi lo si percepiva a pelle. I suoi eccessi al microfono hanno destato qualche ilarità tra la folla, c’era intorno a me chi diceva che stava esagerando, poi ha iniziato a dare i numeri come quella storia del 40%… è stata accolta da alcune risate. Sa cosa ho fatto io?
No, me lo dica.
Ho avvertito mio figlio: se divento così ripetitivo, devi intervenire per farmi smettere!
Dopo la manifestazione di Bologna, nel centrodestra cambierà qualcosa?
Bisogna prendere atto che c’è una nuova generazione incarnata da Salvini e dalla Meloni. Però manca la terzo gamba, io parlo di un “terzo assente”, ossia un esponente di Forza Italia, più o meno quarantenne, che abbia la stessa capacità di trascinamento e sia un buon oratore di piazza. Ci manca questo forzaitaliota giovane, anche perché è evidente che né Salvini né la Meloni possono guidare il centrodestra nel suo insieme; sono di parte, anche di parti distanti tra loro, non riescono a fare una sintesi adeguata. La Meloni ha fatto un discorso nazionalista, senza eccessi e senza nessun cenno di populismo, anche quando ha parlato di islamofobia ha chiaramente fornito una visione italiana, di destra nazionale, ma non è una Le Pen perché non eccede a quel livello. Salvini invece ha aspirazioni populiste, ha mandato sul palco alcune persone a raccontare delle loro difficoltà di vita per farle attaccare il governo, ma erano poco considerate dalla piazza.
La piazza di Bologna ha incoronato Salvini come nuovo leader del centrodestra?
Se il centrodestra facesse le primarie, le vincerebbe subito Salvini, a meno che decida di non partecipare. Ma non credo proprio che le faranno. Salvini è consapevole di essere tecnicamente il capo dello schieramento, ma la coalizione con lui in testa non vince, non conquista abbastanza voti; e lui lo sa. Per questo sono convinto che cercheranno di trovare personalità differenti, come i governatori leghisti Zaia e Maroni. Anche se io continuo a pensare che il miglior candidato premier del centrodestra debba essere un esponente di Forza Italia, preferibilmente legato al mondo cattolico, che in regioni chiave come il lombardo-veneto è molto forte. Sul palco di oggi mancava proprio una figura di questo tipo. Gli serve un politico di statura medio-alta, non devono andare a cercare un giornalista o chissà cos’altro.
Si apre quindi il tema del rapporto con il centro. C’è Area Popolare, un soggetto politico magmatico e con contorni non ancora ben definiti.
La definizione di ambiente magmatico è corretta. Si tratta di un’area confusa, alla quale non si può dare un’organizzazione, ma dove si può tentare di reclutare quelli che sono leader naturali dentro al mondo cattolico. Anche il centrodestra salviniano ha bisogno di una componente di centro. Quando c’era Berlusconi, era lui che riusciva ad agganciarla e a prenderne i voti. Adesso non c’è un esponente forte di Forza Italia su cui fare leva; non a caso la Meloni oggi ha insistito molto sulla difesa della famiglia tradizionale perché sa di dover trovare voti nel mondo cattolico.
Con Salvini leader del centrodestra e Berlusconi e Meloni al traino, Renzi può dormire sonni tranquilli?
Spero proprio che Renzi non dorma sonni tranquilli e si preoccupi del fatto che se non cambia la legge elettorale, al ballottaggio si trova con uno sfidante scelto da Grillo, il che potrebbe diventare per lui parecchio problematico. Non ho alcun dubbio sul fatto che al ballottaggio con Renzi ci andrà un esponente dei 5 Stelle, così come non ho dubbi sul fatto che una parte della piazza di oggi preferirà in quel caso votare un grillino rispetto a Renzi.
Pubblicato 8 novembre 2015
Manca la terza punta
La scelta di Bologna da parte di Leghisti e Forzitalioti per “bloccare l’Italia” è, forse a loro insaputa, particolarmente appropriata. E’ sufficiente, lo sanno tutti coloro che vanno da Nord a Sud e viceversa, chiudere la stazione ferroviaria e creare qualche incidente sulla tangenziale, per rendere impossibile il traffico di merci e di persone. Nel frattempo, il comizio di riappacificazione fra Lega e Forza Italia in Piazza Maggiore avrà, probabilmente, il risultato, non propriamente politico, di bloccare Bologna (sperando che quelli che difendono la Costituzione rinunzino alla violenza per bloccare la libertà di espressione per tutti, tutelata proprio dall’art. 21). Quanto alle idee, soprattutto a quelle per vincere a Bologna e risalire, almeno nei sondaggi, a livello nazionale, né la Lega né, ancor meno, Forza Italia si sono “sbloccati” e non sembrano in grado di metterle in circolazione. Il sindaco Merola vacilla e barcolla, ma la candidatura del centro-destra in grado di farlo tracollare proprio non si vede all’orizzonte della Padania.
Sul palco, con il promotore Salvini, vedremo anche Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. Manca Casini, già in corso di riposizionamento, altrimenti, lo schema del centro-destra ritrovato, sarebbe perfetto. Sono, però, passati più di vent’anni da quando, da un supermercato di Casalecchio, che non c’è più, Berlusconi lanciò le sue coalizioni elettorali che hanno fatto il bello e il brutto tempo nel paese. Ecco, forse, Berlusconi fatica a prendere atto che il suo tempo personale di leader incontrastato è passato oramai da qualche anno. Annuncia, di tanto in tanto, che vuole fare il regista. Poi, nostalgico, lento e inconcludente, torna in campo, dove Salvini scalpita rumorosamente e Meloni discetta fra un dribbling televisivo e un altro. Manca, per usare una metafora calcistica berlusconiana, la terza punta, proprio quella di Forza Italia.
Da Piazza Maggiore potrebbero venire due messaggi importanti più uno. Il primo è che gran parte del centro-destra ha deciso di rimettere insieme i suoi cocci lasciando da parte le differenze di opinione e di azione, che qualche volta in qualche area del paese, sono comunque utili per attrarre elettori. Secondo, che Salvini, con il suo invito a Berlusconi, ne riconosce la perdurante rilevanza politica e che Berlusconi, accettando l’invito, è disposto a discutere a fondo il problema della leadership dello schieramento nel quale Meloni avrà il ruolo che si è conquistata. Infine, il terzo messaggio, ancorché non definitivo, potrebbe essere la conferma che la leghista Lucia Bergonzoni sarà la candidata a sindaco del centro-destra. Tuttavia, se quelle che il gergo giornalistico chiamerebbe “prove tecniche” di un’alleanza nazionale procedono, allora anche la candidatura bolognese del centro-destra, nel quale molti sperano in un “civico” disceso dal cielo, potrebbe cambiare.
Pubblicato 8 novembre 2015
Primum vivere, deinde scribere l’autobiografia
Recensione del libro di Claudio Martelli, Ricordati di vivere, Bompiani, Milano, 2013, pp. 594
Il titolo dell’autobiografia politica di Claudio Martelli mi ha molto incuriosito. Però, giunto alla fine di una lettura sempre molto interessante confesso di non averlo capito. Deve essere un monito per altri, non identificati personaggi, forse per quei troppi dirigenti socialisti dei suoi anni ruggentissimi che, oltre che alla politica, si dedicavano alla ricerca di mezzi per stare in politica, per crescere nelle cariche e per arricchimento personale (“convento povero, frati ricchissimi” nella valutazione del socialista Rino Formica)? Certamente, a giudicare da quello che scrive lo stesso Martelli, lui non ha avuto bisogno di nessuno che gli ricordasse di vivere. Tralasciando per il momento il suo arrembante percorso politico, durato poco meno di trent’anni, quindici dei quali in ruoli importanti (quattro legislature alla Camera dei deputati, a lungo vice-segretario del PSI, Ministro della Giustizia e vice-Presidente del Consiglio, infine, dal 1999 al 2004 Europarlamentare), ha “goduto di generosi benefit del partito, spese di segreteria, affitto di appartamenti, macchine, viaggi, alberghi, ristoranti”. Tutto questo gli è servito per “fare politica onestamente e anche godere di agi e vantaggi” grazie “a Craxi e al Partito socialista, che [lo] hanno messo al riparo dai rischi di dover[s]i procurare le risorse necessarie per [lui], per i [suoi] collaboratori, per le campagne elettorali, per i continui trasferimenti di un piccolo apparato” (p. 578). Anche nel privato Martelli non si è affatto dimenticato di vivere: belle e avventurose vacanze dalla California al Kenya e una pluralità di rapporti sentimentali più che soddisfacenti e, se posso permettermi, molto variegati: due mogli, quattro figli da tre diverse compagne. Ce n’è abbastanza per riempire la vita anche di un uomo irrequieto, alla ricerca di qualcosa di non specificato, forse non soltanto di potere politico, ma di riconoscimento, che plachi la sua irrequietezza.
Dev’essere davvero difficile (vedo in giro molti esempi, di gran lunga meno interessanti di Martelli) per gli uomini che hanno avuto potere e che lo hanno per le più diverse ragioni, spesso soprattutto per loro demerito, perduto, rassegnarvisi graziosamente e intraprendere una second life. Se non hanno avuto altro interesse e altro scopo nella vita che quel potere politico, ahi ahi, la privazione diventa insopportabile poiché non sanno come occupare il loro tempo. Continuano a strusciare, finché possono, i piedi nel Transatlantico di Montecitorio, cercano di farsi citare dai giornalisti, vanno alla ricerca di qualche comparsata televisiva da ex. I più fortunati si fanno ficcare in qualche Commissione per la revisione di qualsiasi cosa non funzioni nello Stato italiano (e spesso vi riescono): patetici. Martelli, no. Questa autobiografia può essere letta non soltanto come il tentativo di riscrivere un pezzetto, importante, di storia italiana, socialista, personale, ma come una catarsi.
Ho cercato di capire le motivazioni del fatidico ingresso di Martelli in politica. Potrei dire che ho intravisto molta, legittima, ambizione, forse anche gli incentivi del tempo, inizi anni sessanta, non so se fin da subito, ma sicuramente in seguito, anche il tentativo di cambiare la politica, più che a livello locale, dove pure ebbe qualche responsabilità pratica, soprattutto a livello nazionale. E’ l’incontro con Craxi che segna la svolta decisiva e, per Martelli, molto positiva. Sono le differenze d’opinione con Craxi che, ad avviso di Martelli, impedirono cambiamenti cruciali, ad esempio, quello della (auto)riforma del partito, proposta da Martelli quando Craxi era già arrivato a Palazzo Chigi, quindi dopo il 1983 (pp. 311-321). Sono, infine, le divergenze con Craxi sui tempi e sui modi di proseguire la politica socialista poco prima del crollo del muro di Berlino. “Ancora alla vigilia del crollo dei muri, l’apparenza sembrava giustificare la tattica attendista di Bettino, che saldo su se stesso e sul suo partito si limitava a regolare il gioco politico dividendo gli alleati, logorando gli avversari, aspettando che un nuovo ciclo gli restituisse lo scettro [sic] con il ritorno a Palazzo Chigi o magari, chissà ( anche di questo abbiamo ragionato e vagheggiato in certi momenti), gli aprisse la strada al Quirinale” (p.439), che segnano una profonda e dolorosa incomprensione. Molto diversa erano la diagnosi preveggente e la strategia suggerite a Craxi da Martelli: “Una stagione politica è finita e pensare di ripeterla è molto rischioso. Che cosa può dare di più di quello che ha già dato nei quattro anni in cui sei stato presidente del consiglio? L’alleanza con la DC è esaurita, la DC è esausta, rischiamo di farci trascinare nella sua decadenza. Prepariamo qualcosa di nuovo, prepariamo un nuovo ciclo, dedichiamoci a riunire e guidare una sinistra divisa, confusa. Bettino, non basta parlare di unità socialista, formularla come un diktat, come un prendere o lasciare. Dobbiamo essere pronti anche noi a rinunciare a qualcosa, persino al governo se è necessario per costruire qualcosa di grande. … Dobbiamo puntare alla presidenza della repubblica, perché è da lì che si guiderà la nuova fase politica” (pp. 511-512).
Pure essendo molto consapevole del ruolo molto influente svolto dai Presidenti: da Scalfaro (poi criticatissimo da Martelli), in misura inferiore, da Ciampi, in misura enormemente superiore da Napolitano (regolarmente descritto da Martelli come molto attento alle preferenze e alle esigenze del PSI), non intendo discutere della validità dell’asserzione di Martelli (guidare la nuova fase politica dal Quirinale), ma trovo curioso come nella sua autobiografia i rapporti Craxi-Berlusconi siano appena accennati e il potere successivo di Berlusconi non sia neppure preso in considerazione. Maliziosamente aggiungerò che parecchio spazio viene concesso, invece, a Gelli e agli incontri da Martelli avuti con il capo della P2. Ancora più curioso è che Martelli scriva della necessità di “riunire e guidare” la sinistra, divisa e confusa, praticamente cancellando quello che mi era sembrato l’impegno predominante del suo agire politico, oserei aggiungere, intellettuale e culturale: costruire una grande forza politica liberalsocialista. Affronterò questo importantissimo aspetto facendo riferimento a due nomi, diversamente molto significativi, e a un evento straordinariamente importante. La premessa, di cui Martelli potrebbe dolersi, sta in una sua frase: “La coerenza è una virtù che parla di noi ma ha poco a che fare con la realtà” (p. 499). Quindi, essere incoerenti non è soltanto giustificabile; diventa assolutamente indispensabile. Qui, entra in campo, preceduto da critiche durissime (che sono spesso molto condivisibili) al Sessantotto e alle sue manifestazioni, il capo di “Lotta Continua” (e il direttore dell’omonimo giornale) di uno dei movimenti di maggiore successo, allora e oggi: Adriano Sofri. Mi limito a registrare un siparietto svoltosi nel 1985 in occasione del loro primo incontro nelle sale della rivista socialista “Mondoperaio”. “A riunione conclusa, Sofri mi abbordò: ‘Mi avevano detto che ci assomigliamo, ma tu sei più bello’. Scherzo per scherzo, risposi: ‘Tu sei più intelligente’ ” (p. 329). Resisto, ma davvero con molta fatica, dal commentare quanto di questo scambio riveli delle personalità di entrambi. Registro, invece, le molte parole che Martelli spende per sottolineare un’ampia concordanza di vedute con Sofri, del quale non riesco a ricordare espressioni lontanamente avvicinabili al “liberalsocialismo”.
Il secondo nome è Norberto Bobbio, il relatore della mia tesi di laurea all’Università di Torino, ovviamente, non il più noto e il più rilevante dei suoi meriti intellettuali e dei suoi contributi alla cultura politica di un paese refrattario, per di più schiacciato fra il cattolicesimo e il comunismo. Bobbio, uno dei grandi maestri del liberalsocialismo, viene citato tre volte. Nella prima citazione incidentale viene collocato insieme con Federico Mancini (con il quale non aveva praticamente nulla in comune) fra i “maestri tradizionali” (p. 212). La seconda volta, ricorda Martelli, di essere incorso “nella censura, amichevole, ma severa, di Norberto Bobbio: ‘equità e eguaglianza sono sinonimi’ [ho i miei dubbi sulla veridicità dell’attribuzione di questa frase a Bobbio] e mi rimandò a una bibliografia, –piuttosto datata, a dire il vero–… Replicai che tutto ciò che chiamiamo e amiamo con il nome di liberalsocialismo ruota intorno al tentativo di conciliare libertà ed eguaglianza in una sintesi superiore, più comprensiva e più mobile” (p. 333-334, corsivo mio). Avrei sperato che, per quanto “maestro tradizionale” e antico, Bobbio avesse imparato la lezioncina. Invece, qualche tempo dopo, a Bobbio toccò di ricevere un’altra severa e sprezzante critica: “a definire destra e sinistra non basta” –scrive Martelli dall’alto della sua filosofia politica– “il rapporto che, rispettivamente, hanno l’una con la libertà e l’altra con l’eguaglianza, secondo la discutibile distinzione resa celebre da Norberto Bobbio in un libricino di successo” (p. 379, corsivi miei). Peccato che Martelli dimentichi di citare il titolo La democrazia dell’applauso, di un famoso (e “discutibile”?) articolo di Bobbio con il quale su “La Stampa” del maggio 1984 il filosofo torinese stigmatizzava l’acclamazione senza votazione con la quale Craxi fu riconfermato segretario del PSI nel Congresso di Verona. A quell’articolo vale la pena di citare anche l’immediata e sprezzante replica di Craxi: “i filosofi che hanno perso il senno”. Tutto l’episodio è omesso da Martelli. Il quesito, però, è come fare il liberalsocialismo in Italia relegando ai margini il più influente filosofo del liberalsocialismo stesso.
La risposta Martelli l’aveva già data. Questo è l’evento che ho preannunciato: il suo giustamente famoso discorso “sui meriti e sui bisogni” pronunciato alla conferenza programmatica “Governare il cambiamento” che il PSI tenne a Rimini (31 marzo-4 aprile 1982). Martelli ricorda ai lettori che quel discorso fu giudicato “da molti osservatori, dagli stessi comunisti e da un interlocutore ostico come De Mita – come “il momento più alto del nuovo corso socialista” (p. 291). Sottolinea che voleva “scrivere un manifesto del socialismo moderno”, “uscire dal discorso ideologico, dal confronto di dottrine e di esperienze politiche” … attingendo dagli esempi, dal metodo, dai percorsi e dai risultati del secolo socialdemocratico [questa è la caratterizzazione data al XX secolo da Ralf Dahrendorf], a cominciare dalla sua espressione più compiuta, quella svedese” (p. 291). Fu senza nessuna riserva un discorso efficacissimo, persino entusiasmante, che riuscì, almeno con le parole, a coniugare in maniera ispirata il liberalismo, premiare i meriti, con il socialismo, liberare dai bisogni. Proprio il liberalsocialismo che Bobbio aveva provveduto a teorizzare da almeno trent’anni. “Il discorso di Rimini fu interrotto da applausi ripetuti, intensi e da un’ovazione finale lunga cinque minuti, con tutti i delegati in piedi e non pochi con le lacrime agli occhi, come mostrano i video d’epoca. Solo Craxi rimase seduto” (p. 298, corsivo di commento mio). Il resto è storia. Il PSI non seppe, non volle, non cercò di applicare quei due principi. Martelli continuò a fare il delfino di Craxi e Craxi continuò a dedicarsi alle manovre per (ot)tenere il potere, alla fine rifiutandosi di cederlo per tempo a Martelli.
Tralascio qui due elementi che, invece, Martelli sottolinea: il suo intenso e meritorio rapporto con Giovanni Falcone e le sue alquanto logore e banali, a mio parere, spesso esagerate e non inoppugnabili, critiche alla magistratura. Un ex-Ministro della Giustizia dovrebbe saperne di più e avrebbe dovuto agire rapidamente e più a fondo nei confronti dei magistrati corporativi, politicizzati, carrieristi, inefficienti. Tutto questo vale per un bilancio della sua personale traiettoria politica. Quanto all’operato complessivo, “quel che Craxi ha fatto, quel che abbiamo fatto insieme e con tanti altri compagni merita ancora di essere studiato, discusso, compreso” (p. 591). Gli errori Martelli li attribuisce all’insistenza di Craxi su un anticomunismo obsoleto che, in verità, fu la cifra, 0quasi totalmente condivisa da Martelli, del suo agire politico. “Nettamente prevalenti sulle ombre”, le luci furono “la rinascita del PSI e di un riformismo moderno [peccato che di questo non vi sia più traccia con almeno due terzi dei socialisti confluiti in Forza Italia], la contestazione energica, democratica, vincente del comunismo italiano [che, però, ha infiacchito i rimanenti comunisti, ma non ne ha fatto dei ‘liberalsocialisti’], la prova di governo e di orgoglio nazionale, le battaglie per i diritti umani e l’indipendenza dei popoli” (p. 591). Ricordati di vivere è una storia politica di grandi successi personali la cui morale è che, alla fine, in politica, non si vince mai. Questo, forse, spiega perché nelle memorie di Martelli, la sua innegabile arroganza si combina con l’inconfessabile dolore per l’irreparabile incompiutezza della sua parabola politica.






