Home » Posts tagged 'Franco Modigliani'

Tag Archives: Franco Modigliani

Una vita da predicatore errante passata tra scienza e politica @DomaniGiornale #TraScienzaePolitica @UtetLibri

I maestri, le lezioni ad Harvard, una “borsa di studio” del Pci al Senato. «Dopo tanto studio e passione, sento che è un po’ diminuita la mia speranza di influenzare il dibattito. Ma molti sul mio Twitter mi rassicurano» Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022)

Scrivere una autobiografia non è mai stato in cima ai miei pensieri né ai miei progetti. Però, di tanto in tanto, leggevo autobiografie interessanti: tra le quali quella dello scrittore tedesco Premio Nobel Günther Grass, Sbucciando la cipolla (Torino, Einaudi, 2007), che non mi è piaciuta; dell’importante sociologo di Harvard George C. Homans, Coming to My Senses. The Autobiography of a Sociologist (Transaction Books 1984), del sociologo politico, oppositore del regime militare brasiliano, diventato Presidente, Fernando Henrique Cardoso, The Accidental President (Public Affairs 2006). Ho conosciuto entrambi. Cardoso lo incontrai a Washington D.C. nell’inverno del 1978, poi in alcuni convegni accademici. Affittai per un prezzo davvero modico la bella casa di Homans quando insegnai alla Summer School di Harvard diversi anni a partire dal 1980. Tuttavia, i miei ricordi di vita furono stimolati da due occasioni molto distanti e lontane. Il docufilm di Nanni Moretti, Santiago, Italia, che mi spinse a scrivere per il Mulino il resoconto dei miei ripetuti incontri (osservatore parlamentare del plebiscito del 1988 e delle elezioni presidenziali del 1989; incontro con la Presidenta Michelle Bachelet nel 2009) con il Cile: Italia, Santiago (n. 1/2019, pp. 156-163).

Seguì la richiesta da parte dell’Ambasciatore Alessandro Cortese de Bosis di avere uno scritto in memoria di suo zio Lauro, l’antifascista che, dopo avere volato sui cieli di Roma lanciando manifestini contro Mussolini, scomparve nel Tirreno. Questa storia è elegantemente narrata da Giovanni Grasso, Icaro. Il volo su Roma (Rizzoli 2021). Dovevo raccontare il mio semestre a Harvard nel 1974-75 quando fui Lauro de Bosis Fellow in the History of Italian Civilization. La Fellowship, primo assegnatario Gaetano Salvemini, era stata istituita dalla compagna di de Bosi, l’attrice Ruth Draper. Fu in quel periodo a Harvard che conobbi il più giovane Mario Draghi, allora Ph.D. candidate al Massachusetts Institute of Technology, sotto la supervisione del futuro Premio Nobel Franco Modigliani. Con questi due lunghi interventi il dado era tratto. Al resto pensò il Covid-19 cancellando tutte le gratificanti conferenze live, in persona, almeno quaranta all’anno negli ultimi dieci anni, ottanta conferenze nel 2016 contro il plebiscito costituzional-personalistico di Renzi, e i relativi, talvolta non brevi e non facili, viaggi (ancora grazie a chi mi invitò a Sciacca al tramonto).

In maniera sistematica, tutti i giorni, mattina e pomeriggio, mai la sera, scrissi, non di getto, ma riflettendo, ricercando, correggendo e precisando, con l’aiuto di una lettrice attenta soprattutto perché curiosa del mio passato, la mia biografia intellettuale. Racconto quello che sono diventato come studioso e docente, come parlamentare, come collaboratore (“imprevedibile” disse uno dei direttori) di molti quotidiani, last but not least, del “Domani”. C’è qualche riferimento molto discreto e riconoscente alle donne che hanno accompagnato parti della mia vita, ma, non c’è quasi nulla, per esempio, sulle mie vacanze da adolescente a Rapallo e Zoagli, sui miei fortunosi campeggi, sulla mia inadeguatezza tanto come sciatore quanto come surfista, sulle mie escursioni turistiche dalla Sardegna alla Corsica, dalla Grecia alla Spagna al Portogallo. Sì, nonostante il mio essere integralmente torinese il Mediterraneo è il “mio” mare.

La storia inizia nella Torino del Grande Torino la cui scomparsa a Superga quel pomeriggio piovoso e grigio del 4 maggio 1949 costituisce il secondo più grande dolore della mia vita. Nella Torino i cui nomi delle scuole segnalano un passato di uomini degni del nostro apprezzamento: elementari De Amicis; medie Costantino Nigra; liceo classico Camillo Benso di Cavour, da qualche anno diventato il miglior liceo cittadino e uno dei migliori d’Italia, allora inesorabilmente dietro il D’Azeglio, il liceo di Augusto Monti e Massimo Mila, Norberto Bobbio e Giancarlo Pajetta, Cesare Pavese e Franco Antonicelli, Giorgio Agosti e Leone Ginzburg. Ai miei tempi, al Cavour la personalità più importante fu Livio Berruti, olimpionico a Roma 1960 sui duecento metri. Pochi anni dopo, Adelaide Aglietta, segretaria del Partito Radicale, coraggiosissima giurata nel processo del 1977 alle Brigate Rosse. Dopo buoni studi con professori preparati (mai perso una lezione) esigenti, ero approdato all’Università, corso di laurea in Scienze Politiche. Non proprio quello che desiderava mia mamma, cioè, un figlio laureato in ingegneria, prestigio e guadagno. La immagino lieta e sorridente al sapere che mio figlio è diventato ingegnere.

   Non mi ero mai posto l’interrogativo di che cosa avrei fatto. L’insegnamento di Storia e Filosofia nei licei mi è sempre parso attraente anche, credo, per l’influenza indiretta del mio professore di liceo, valdese, antifascista, per anni sospeso dalla cattedra durante il fascismo. Il resto lo fecero i grandi professori a Scienze politiche, in rigoroso ordine alfabetico: Norberto Bobbio, Leopoldo Elia, Luigi Firpo, Francesco Forte, Siro Lombardini, Alessandro e Ettore Passerin d’Entrèves, Guido Quazza. L’inserimento nell’accademia fu relativamente facile e rapido, piuttosto fortunato, ma anche meritato. Con un Master in Relazioni Internazionali della School of Advance International Studies della Johns Hopkins, un anno a Bologna, un anno a Washington, D.C., di scienza politica ne avevo imparata e ne sapevo abbastanza da essere reclutato da Giovanni Sartori e da cominciare a insegnare a Bologna (e anche a Firenze). Facevo anche conferenze varie in Emilia-Romagna, scrivevo articoli, partecipavo a dibattiti. Fui nominato Direttore di una ricerca sul terrorismo affidata all’Istituto Cattaneo dopo la strage alla stazione di Bologna. Poi, una somma di circostanze: divenni Direttore della rivista “il Mulino”, il mio piccolo libro Crisi dei partiti e governabilità (il Mulino 1980) fu letto da Ingrao che volle conoscermi, ad un convegno a Torino sul PCI “liocorno o giraffa” il mio intervento fu apprezzato da Giorgio Napolitano, infine, nella ricerca da parte del PCI di, lo debbo scrivere proprio così, “personalità della cultura” per il Parlamento 1983 su suggerimento di Lanfranco Turci, Presidente delle Regione Emilia-Romagna, con mia grande sorpresa (avevo praticamente accettato di andare a insegnare negli USA), mi venne offerta la candidatura. Scelsi il Senato e non me ne sono pentito. Scherzando ho talvolta parlato di una ricca borsa di studio offertami dal Partito Comunista Italiano. Lascio la valutazione ai molti dirigenti e miIitanti di partito, non quelli di Bologna che mi hanno poi regolarmente ignorato. Da Reggio Emilia a Cosenza, da San Giovanni Valdarno a Trani, da Pesaro a Treviso, da Rimini a Ferrara (elenco nient’affatto esaustivo), ancora oggi i “compagni” si ricordano di me e della mia disponibilità e io ricordo la grande maggioranza di loro come genuinamente interessati alla politica, a capire come rappresentare e come governare. Ho imparato tantissimo. Divenni abbastanza noto anche grazie al mio libro Restituire lo scettro al principe (Laterza 1985) frutto della mia esperienza nella Commissione Bozzi. Ebbi colleghi come Andreatta e Giugni, Sergio Mattarella e Eliseo Milani, Pannella e Natta, Ruffilli, il prudente Barbera e il conservatorissimo Rodotà. Tre legislature molto differenti, molte impegnative, culminate in una sconfitta nel 1996 nel collegio di Piacenza dove, oggettivamente, c’entravo molto poco. Qualche rammarico, ma tornando subito all’Università ebbi modo di scrivere quello che fu e rimane l’unico testo base di scienza politica opera di un solo autore.

   Grazie a Bobbio ero diventato da tempo condirettore del Dizionario di Politica, la cui edizione del 2004, Bobbio non ebbe modo di vedere. Grazie a Sartori diventai condirettore della “Rivista Italiana di Scienza Politica” e con il suo sostegno sono stato eletto socio dell’Accademia dei Lincei. Con il permesso accordatomi da entrambi mi fregio del titolo di loro allievo. Da qualche anno vengo invitato a talk show televisivi, non più a quelli nei quali ho blandamente corretto qualche esternazione fuori luogo del conduttore/conduttrice. C’est la vie. Rimango, come ha detto una mia cara amica sociologa tedesca, un Wanderedner (predicatore errante). Sento amaramente che è un po’ diminuita la mia speranza di avere qualche influenza sul dibattito pubblico, ma molti interlocutori sul mio Twitter (@GP_ArieteRosso) gentilmente mi rassicurano. Nelle parole di Kant “fai quel che devi accada quel che può”, spesso citate da Bobbio, trovo qualche conforto. Chi leggerà Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022) ne saprà di più e deciderà se il conforto è meritato.

Pubblicato il 11 marzo 2022 su Domani

Pasquino e le partite di calcio in America: «Draghi era riflessivo anche in campo» di @ClaudioBozza @Corriere

Il ricordo: «Negli studi eccelleva, come giocatore di calcio però era poco scattante, riluttante a scartare gli avversari. Mario se la cavava decisamente meglio a basket»

di Claudio Bozza MILANO
Ottobre 1974: Belmont, elegante sobborgo di Cambridge. Sono i giorni dei mille colori del foliage, uno spettacolo nel Massachusetts. In quelle settimane una decina di italiani si trovano il sabato e la domenica a casa di Sergio Brosio, giovane campione di pattinaggio e nipote di Manlio, ambasciatore e segretario generale della Nato.

Sul prato di una bellissima casa quei ragazzi si sfidano in lunghe partite. «Basket? Macché, solo calcio. Eravamo italiani», ricorda il politologo Gianfranco Pasquino, che aveva appena vinto la Lauro De Bosis fellowship, prestigiosa borsa di studio di Harvard. Il professore racconta poi che in campo con i ragazzi della Business school c’era anche un certo Mario Draghi: 27 anni, già sposato con Serena, e che stava concludendo il dottorato al Mit con Franco Modigliani, futuro Nobel per l’Economia. «Draghi, che negli studi eccelleva, però come giocatore di calcio era poco scattante, troppo riflessivo, riluttante a ostacolare gli avversari e a spingerli», riavvolge ancora il nastro Pasquino; mentre i compagni di liceo italiani raccontano oggi che «Mario se la cavava decisamente meglio a pallacanestro, anche se non era molto alto».

Ma torniamo sul prato del Massachusetts: «In quelle occasioni si affacciava anche il professor Modigliani – dice ancora Pasquino -: era interessato a conoscere tutti gli italiani, ci faceva un sacco di domande, voleva sapere». Draghi arrivò presentato da Federico Caffè e quindi non c’era bisogno di aggiungere altro. Di politica si parlava raramente anche durante il rito del tè con pasticcini (rigorosamente italiani).
«Draghi, nelle discussioni politiche, brillava per “riservatezza” – aggiunge il politologo -. Era semmai interessato alla politica americana: non era certo un uomo di sinistra, bensì piuttosto un moderato. Non gli sentii mai fare riferimento ai partiti, ma ricordo la sua ferma preferenza per il keynesismo temperato».
C’era poi Sergio Brosio, liberale come suo zio. Mentre tutti gli altri giocatori sul prato di Belmont, con Pasquino che sarà poi eletto tre volte in Senato con i progressisti, si collocavano variamente a sinistra. Una sinistra non comunista, altrimenti non sarebbe stato concesso loro il visto.

Da quelle sfide a pallone sono passati quasi 47 anni. Draghi, dopo aver occupato le poltrone chiave della finanza mondiale, si trova catapultato a Palazzo Chigi per gestire il dramma economico e della pandemia: «Se potessi consigliarlo? – conclude il professor Pasquino – Gli direi: occhio a quelli che adesso ti giurano lealtà incondizionata a prescindere. Draghi dovrebbe assumere un atteggiamento contrattuale con tutte le parti in causa: mettere tutto nero su bianco».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Caro Mario, se l’offerta arriva, it’s your choice ma… Firmato Pasquino @formichenews

Draghi dovrebbe essere alla guida di un governo di quale tipo? Tecnico, di unità nazionale, di solidarietà, di grandissima coalizione, “inciucio”, di sospensione della politica, del presidente? Comunque vada sarebbe  subito esposto a due critiche, entrambe sbagliate, ma orientate a metterne in questione la legittimità. Il commento di Gianfranco Pasquino

Nell’autunno del 1974 una decina o poco più di italiani si trovava qualche volta di sabato qualche volta di domenica a Belmont, un elegante sobborgo di Cambridge, Massachusetts, dove abita(va) Sergio Brosio. Nipote di Manlio, famoso ambasciatore e segretario generale della NATO, Sergio era stato più volte campione nazionale di pattinaggio, con ottimi risultati anche a livello europeo. Era un anno avanti a me, sezione A, al Liceo Classico Cavour di Torino, dove avevamo avuto come compagni sia Livio Berruti sia Adelaide Aglietta. Era Sergio che ci ospitava e che ci forniva bevande, thé, pasticcini italiani. Prima e dopo giocavamo al pallone.

Fra noi c’era anche, più giovane di qualche anno, Mario Draghi, già sposato con Serena e, curiosamente, Serena era anche il nome della moglie di Franco Modigliani, futuro Premio Nobel, autorevole Professore di Economia al Massachusetts Institute of Technology, con il quale Mario studiava per prendere il dottorato. Però, come giocatore di calcio Mario non era un granché: lento, poco scattante, troppo riflessivo, riluttante a ostacolare gli avversari e a spingerli. Di politica parlava molto raramente. Sentivamo che non aveva forti passioni. Non era certo un uomo di sinistra quanto piuttosto un moderato. Non gli sentii mai fare riferimento ai partiti, ma ricordo la sua ferma preferenza per il keynesismo temperato. Sergio Brosio era liberale come suo zio. Altri fra noi si collocavano variamente a sinistra (non comunista, se no, non avremmo avuto il visto!), ma nelle discussioni “politiche” Mario brillava per la sua riservatezza.

Da allora ci siamo rivisti brevemente una sola volta, ma abbiamo corrisposto per posta elettronica. La sua competenza economica e il suo coraggio in questo campo sono evidenti e commendevoli. La sua conoscenza della politica, meno che mai quella politicata all’italiana, mi pare embrionale. Da uomo intelligente imparerebbe presto e molto. Credo che, nel frattempo, sia al tempo stesso gratificato e incuriosito, con un sorriso scettico sulle labbra, a sentire che molti lo ritengono il Presidente del Consiglio ideale per eventualmente sostituire (un esausto) Conte.

Chi lo propone sottovaluta, se non addirittura trascura, la moltitudine di inconvenienti sulla strada di Palazzo Chigi. Draghi dovrebbe essere alla guida di un governo di quale tipo, qui le formule si sprecano: tecnico, di unità nazionale, di solidarietà, di grandissima coalizione, “inciucio”, di sospensione della politica, del Presidente? Sarebbe subito esposto a due critiche, entrambe sbagliate, ma orientate a metterne in questione la legittimità: non avere personalmente superato il vaglio elettorale, essere a capo di un governo non scelto dal popolo/non uscito dalle urne.

E poco importa che dal punto di vista della Costituzione italiana le obiezioni siano risibili e fuori luogo. Al momento, molto dipende da chi gli sarà offerta l’opportunità. Molto dalla sua valutazione personale. Non credo che gli piacerebbe il ruolo di “uomo della Provvidenza”. Ciampi nel 1993-1994 conosceva molto più da vicino i politici e il sistema dei partiti era più stabile dell’attuale con la consapevolezza diffusa della gravità della crisi.

Draghi mi sembra sia molto più un outsider. Avrebbe bisogno di notevole aiuto, di una rete di collaboratori non esibizionisti, disposti a grandi sacrifici. Alla fine della ballata, caro Mario, in larga misura, se l’offerta arriva, it’s your choice.

Pubblicato il 19 dicembre 2020 su formiche.net

Draghi: cambio di passo per affrontare virus e crisi economica @Zeta_Luiss

Sito di informazione della Scuola Superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” – Luiss Guido Carli.

L’allarme dell’ex presidente della BCE. Gianfranco Pasquino: “è molto preoccupato”
Intervista raccolta da Elisabetta Amato e Chiara Sgreccia

«È necessario un cambio di mentalità per affrontare questa crisi, come lo sarebbe in tempo di guerra» ha scritto Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, sul Financial Times. «Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere supportati. Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile».

Aumentare il debito pubblico e permettere agli stati di spendere quanto è necessario per fronteggiare la pandemia è la risposta – secondo l’ex presidente BCE – per impedire alla recessione economica attuale di trasformarsi in una crisi profonda. Ma non basta: occorre fornire liquidità alle imprese e, oltre a dare incentivi a chi perde il lavoro, deve essere mobilitato il sistema finanziario affinché le aziende non perdano la loro capacità produttiva e non siano costrette a licenziare i dipendenti. Le imprese possono superare questo momento di recessione facendo debito che poi lo stato dovrà assorbire. «Il punto non è se ma come lo stato potrà farlo» scrive Draghi.

Le banche hanno un ruolo chiave in questo sistema, offrendo velocemente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Diventano uno strumento della politica pubblica per sanare il sistema produttivo e per questo i costi a loro carico dovranno essere sostenuti dallo stato. Inoltre le imprese dovranno essere ripagate delle perdite che stanno subendo in quanto le loro capacità di investimento, una volta fuori dalla crisi, saranno fondamentali. Per questo è necessario accrescere il debito pubblico, pena «una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale che sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico».

La velocità ha un ruolo fondamentale. Non si tratta di una crisi ciclica ma di un vero e proprio shock di cui nessuno di coloro che pagano le spese ha colpa. La velocità con cui si deteriorano i bilanci privati deve essere affrontata con uguale velocità nel mobilitare i bilanci pubblici, le banche ed il sostegno europeo «Il costo dell’esitazione può essere irreversibile».

«Io e Mario Draghi ci conosciamo abbastanza bene e questo mi dice qualcosa di importante sull’articolo che ha pubblicato: è evidentemente molto preoccupato»: così il professor emerito di Scienza Politica, Gianfranco Pasquino, ha commentato le parole dell’ex presidente della Banca Centrale Europea. L’amicizia nata a Cambridge nel 1974, quando Mario Draghi svolgeva il suo dottorato all’MIT con Franco Modigliani, ha permesso al professor Pasquino di vedere al di là dei tecnicismi. Ha riconosciuto il tono calmo e chiaro, che contraddistingue da sempre l’ex presidente, ma con una nota di tensione: «è l’articolo di una persona che sa che stanno succedendo cose importanti e che l’Europa, l’istituzione che lui ha guidato con la Banca Centrale Europea per otto anni, non sta facendo quello che dovrebbe fare. Preoccupazione che non deriva dal suo protagonismo, che non ha mai avuto e non lo ha neanche adesso».

Secondo Gianfranco Pasquino, Mario Draghi scrivendo quell’articolo si è mantenuto coerente con l’insegnamento di Modigliani e con il suo lavoro di presidente. Proseguendo nel commentare le parole del suo compagno di pallone ai tempi della sua fellowship a Harvard afferma: «È un articolo keynesiano: nei momenti di crisi i governi devono investire in opere pubbliche, che producano reddito e che salvaguardino al massimo le fasce della popolazione. Questo è importante perché cerca di evitare che dalla recessione si passi alla depressione e crea anche una possibilità di rilancio da quella che sarà una crisi economica molto lunga».

Nell’Europa tanto amata da Mario Draghi, c’è posto, però, per un’azione comune? Secondo il professor emerito di Scienza Politica ci dovrebbe essere per poter uscire da questa situazione, aiutando così anche il nostro paese: «L’Italia da sola non ce la può fare ha assoluto bisogno di un aiuto europeo. Gli europei più intelligenti, più lungimiranti, sanno che aiutare l’Italia significa aiutare l’Europa e i loro paesi. Se si aiuta l’Italia si avrà un rimbalzo positivo anche sugli altri paesi». Gianfranco Pasquino ha, infine, provato a immaginare un futuro politico italiano post coronavirus: «Non so come ne uscirà la politica dell’Italia. Il presidente del Consiglio ha dimostrato di avere delle capacità e possiamo dire di essere stati fortunati, perché altri l’avrebbero giocata in maniera più politica. Conte la sta giocando in maniera di rappresentanza nazionale, come colui che deve guidare un governo e cerca di evitare lo scontro politico». E gli italiani cambieranno? «Non so se questo ci farà capire che siamo tutti sulla stessa barca, perché vedo che ci sono tantissime persone che sono state multate: non si rendono conto che la loro licenza incide sulle vite degli altri. Mi auguro che i disciplinati diventino quasi la totalità degli italiani. Se alla fine di questo ci renderemo conto che osservare le leggi, non solo ci rende dei bravi cittadini, ma permette anche di far vivere bene gli altri, allora sarà un grande successo. Se, però, mi chiede se ci scommetto le dico di no».

Pubblicato il 27 marzo 2020 su zetaluiss.it