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Pasquino e le partite di calcio in America: «Draghi era riflessivo anche in campo» di @ClaudioBozza @Corriere

Il ricordo: «Negli studi eccelleva, come giocatore di calcio però era poco scattante, riluttante a scartare gli avversari. Mario se la cavava decisamente meglio a basket»

di Claudio Bozza MILANO
Ottobre 1974: Belmont, elegante sobborgo di Cambridge. Sono i giorni dei mille colori del foliage, uno spettacolo nel Massachusetts. In quelle settimane una decina di italiani si trovano il sabato e la domenica a casa di Sergio Brosio, giovane campione di pattinaggio e nipote di Manlio, ambasciatore e segretario generale della Nato.

Sul prato di una bellissima casa quei ragazzi si sfidano in lunghe partite. «Basket? Macché, solo calcio. Eravamo italiani», ricorda il politologo Gianfranco Pasquino, che aveva appena vinto la Lauro De Bosis fellowship, prestigiosa borsa di studio di Harvard. Il professore racconta poi che in campo con i ragazzi della Business school c’era anche un certo Mario Draghi: 27 anni, già sposato con Serena, e che stava concludendo il dottorato al Mit con Franco Modigliani, futuro Nobel per l’Economia. «Draghi, che negli studi eccelleva, però come giocatore di calcio era poco scattante, troppo riflessivo, riluttante a ostacolare gli avversari e a spingerli», riavvolge ancora il nastro Pasquino; mentre i compagni di liceo italiani raccontano oggi che «Mario se la cavava decisamente meglio a pallacanestro, anche se non era molto alto».

Ma torniamo sul prato del Massachusetts: «In quelle occasioni si affacciava anche il professor Modigliani – dice ancora Pasquino -: era interessato a conoscere tutti gli italiani, ci faceva un sacco di domande, voleva sapere». Draghi arrivò presentato da Federico Caffè e quindi non c’era bisogno di aggiungere altro. Di politica si parlava raramente anche durante il rito del tè con pasticcini (rigorosamente italiani).
«Draghi, nelle discussioni politiche, brillava per “riservatezza” – aggiunge il politologo -. Era semmai interessato alla politica americana: non era certo un uomo di sinistra, bensì piuttosto un moderato. Non gli sentii mai fare riferimento ai partiti, ma ricordo la sua ferma preferenza per il keynesismo temperato».
C’era poi Sergio Brosio, liberale come suo zio. Mentre tutti gli altri giocatori sul prato di Belmont, con Pasquino che sarà poi eletto tre volte in Senato con i progressisti, si collocavano variamente a sinistra. Una sinistra non comunista, altrimenti non sarebbe stato concesso loro il visto.

Da quelle sfide a pallone sono passati quasi 47 anni. Draghi, dopo aver occupato le poltrone chiave della finanza mondiale, si trova catapultato a Palazzo Chigi per gestire il dramma economico e della pandemia: «Se potessi consigliarlo? – conclude il professor Pasquino – Gli direi: occhio a quelli che adesso ti giurano lealtà incondizionata a prescindere. Draghi dovrebbe assumere un atteggiamento contrattuale con tutte le parti in causa: mettere tutto nero su bianco».

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