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L’astensione all’80 per cento. Si può ancora parlare di democrazia? @DomaniGiornale

Le elezioni suppletive tenutesi a Reggio Calabria hanno registrato quasi l’80 per cento dei (non-)voti a favore del cosiddetto Partito degli astensionisti che, però, non hanno vinto niente. Chi non vota non conta. Non fa neanche partito. E allora? Questa volta i politici ci hanno risparmiato le lacrime di coccodrillo, troppo grande è stato il sollievo derivante dal limitatissimo, ma non insignificante, impatto del candidato per Futuro Nazionale di Vannacci. Tuttavia, qualcuno ha discettato non abbastanza dottamente sull’astensionismo segnale e, forse, portatore di disagio degli elettori e addirittura di crisi della democrazia.

Né l’uno né l’altra: non si astengono soprattutto i “disagiati”, qualunque sia l’origine del loro disagio; e l’astensionismo non mette in crisi le democrazie anche se è giusto considerarlo un problema eloquente del funzionamento e, forse, anche della qualità dei sistemi politici democratici. Esiste un imponente massa di ricerche empiriche su una pluralità di elezioni nazionali e locali che offrono tre motivazioni dell’astensionismo. Un certo numero di elettori si astiene semplicemente perché non vuole votare. Possono avere letto quanto stava scritto su un muro a Bologna, città, peraltro, poco propensa all’astensionismo: “Tutti promettono nessuno mantiene vota nessuno”. Non votano perché si sentono ingannati e delusi, si sentono ininfluenti e inutili. Quei candidati e quei partiti non meritano il loro voto. Le loro condizioni di vita non cambieranno né in meglio né in peggio. Alcuni elettori cambieranno idea nel tempo e in condizioni diverse. Altri diventeranno astensionisti cronici e se ne vanteranno. Non si fanno prendere in giro dai politicanti.

Un incerto numero di elettori non vota perché non può, non ci riesce. Sono imprenditori impegnati all’estero, studenti in Erasmus o semplicemente fuori sede, non vivono dove si vota, hanno smarrito la tessera elettorale, sono donne e uomini anziani, malati, con figli che vivono altrove. Molti di loro voterebbero per posta, molti saprebbero arrangiarsi e farsi aiutare se ci fosse il voto elettronico. In una società che invecchia, la percentuale degli astensionisti di questo tipo è destinata ad aumentare.

Infine, molti astensionisti, anche questa è una percentuale variabile, si giustificano, implicitamente rivelando che sono consapevoli dell’importanza del voto, dichiarando che nessuno ha chiesto il loro voto. Non sono stati raggiunti dai candidati, dagli attivisti, dai partiti (neanche dai rissosi talk show). Hanno poche relazioni sociali. I contatti, le amicizie, i colleghi/compagni di lavoro sono quasi scomparsi in un società che è molto frammentata e, in parte, anche liquida.

Se guardiamo al di là delle Alpi, il fenomeno della crescita dell’astensionismo esiste, ma in misura meno accentuata. Possiamo anche rilevare che, quando le elezioni hanno poste importanti, come le presidenziali USA nel 2024, le parlamentari ungheresi di alcuni mesi fa e le elezioni politiche in Svezia a settembre, gli elettori vanno alle urne in percentuali elevate. Dunque, dobbiamo preoccuparci dell’Italia, di noi stessi, della nostra politica anche se le elezioni suppletive a Reggio Calabria sono appena un campanellino d’allarme. Vannacci non è in nessun modo riuscito a sfruttare il patriarcato mediterraneo una leva per mobilitare gli astensionisti, come seppero fare i pentastellati delle origini nel 2013. Da lui non dobbiamo temere nessuna insorgenza populista.

L’astensionismo non fa cadere le democrazie, ma quando molti milioni di elettori non comunicano con il voto le loro preferenze e i loro interessi, chi vince non saprà quali tematiche affrontare prioritariamente e come. Anche le opposizioni avranno non poche difficoltà nello svolgere una adeguata, efficiente, propulsiva attività di rappresentanza politica finendo ciascuna per coltivare l’orticello che conosce. Dalla somma di quegli orticelli non sappiamo quanto largo diventerà il campo, ma sembra improbabile che ne scaturisca una chiomata alternativa.

Pubblicato il 30 settembre 2026 su Domani

La Premier e la corsa all’identità peggiore @DomaniGiornale

“C’è un tempo per governare e c’è un tempo per propagandare” come si dice ironicamente parafrasando l’Ecclesiaste. Da qualche tempo, però, i moderni traduttori dell’Ecclesiaste hanno imparato che in alcuni sistemi politici democratici il tempo della campagna elettorale permanente non finisce mai, neppure per coloro che stanno al governo. Anzi, per alcuni governanti non proprio brillanti, la campagna elettorale permanente è indispensabile. Serve a nascondere che sotto il governo niente.

A Giorgia Meloni, i modi e i toni della campagna elettorale sono sempre piaciuti, sia da oppositrice in Parlamento sia come invitata speciale dei partiti di destra. Nessuna sorpresa, quindi, che abbia deciso che deve alzare il tiro dei suoi interventi oratori a un anno dalla conclusione della legislatura nella quale, comunque, ha già conseguito l’inaspettato record di più longeva Presidente del consiglio dell’Italia repubblicana, in verità della storia dell’Italia unita.

Il trofeo è da collocare in bacheca, ricordando alle opposizioni italiane che in materia loro hanno zero tituli tranne quello del numero dei governi fatti cadere molto prematuramente. È venuto il tempo per i Fratelli d’Italia di preoccuparsi di come conquistare un secondo mandato, altro record di assoluta importanza. La mal congegnata riforma elettorale era stata pensata proprio per agevolare il successo alle urne della coalizione di governo che lei, Meloni, manteneva unita pur nelle sue contraddizioni, ambiguità e inadeguatezze di non pochi ministri. Il convento delle destre quello passa e non ha prodotto nessuna sorpresa, tranne un generale, prima furbescamente reclutato, poi andatosene a cercar fortuna da solo con esiti finora inaspettatamente positivi.

Già non propriamente esperta di questioni istituzionali, Meloni conta(va) molto su una manipolazione della legge elettorale per garantirsi la maggioranza assoluta dei seggi con un premio extra large. Probabilmente, ha sbagliato la sequenza. Doveva puntare al bersaglio del premierato, “la madre di tutte le riforme”, per giustificare la sua riforma elettorale come logico, indispensabile completamento. La lista Futuro Nazionale del generale Vannacci appare attualmente essere molto più che un granello di sabbia nel poco oliato meccanismo elettorale. Rincorrerlo, al momento, forse, operazione prematura sarebbe un segnale di debolezza. A una donna politica di professione, orgogliosa e “scafata”, risulta più attraente e promettente una strategia che disinneschi alcune tematiche di Vannacci.

La società italiana è notoriamente molto diversificata e malamente organizzata. Non priva di slanci umanitari, molto spesso esibisce tratti identitari, componenti egoiste, comportamenti conflittuali.  Sull’identità, Meloni va forte, ma Vannacci preme e allora, la premier ricorre al concetto vero e portante di appartenenza, la sua storia e quella della Gioventù Nazionale, sentirsi e fare parte di un progetto. Poi, il resto consiste nell’identificare le tematiche e proporre le soluzioni più semplici, più immediate, più specifiche. Al momento del voto, gli italiani si ricorderanno di chi ha abolito il bollo auto così come, ma non abbastanza, premiarono chi (il furbone Berlusconi) abolì l’ICI. Si ricorderanno anche che l’italianità va protetta e promossa, non con una impraticabile, costosa e fin controproducente remigrazione, ma con misure di riequilibrio nelle classi fra stranieri e italiani, anche se il “riequilibrio” rischia molto di andare a scapito di una buona integrazione.

Con queste premesse è fin troppo facile aspettarsi un’impennata di favori e di esenzioni (i balneari tacciono gongolando) per altri gruppi sociali scelti di volta in volta. Proseguire lecitamente fino a settembre 2027 non è solo comprare tempo, ma serve a sfruttare qualsiasi opportunità si presenti e, in subordine, a togliere la scena a opposizioni, anche a quelle che fastidiosamente stanno “dalla parte giusta della storia”, poco promettenti, tuttora alla ricerca delle tematiche più originali e più sentite e delle soluzioni più efficaci.  

Pubblicato il 23 settembre 2026 su Domani

Le colpe di chi vuole premiare il generale @DomaniGiornale

Sono tanti coloro che hanno, più o meno consapevolmente, contribuito alla ascesa, che sembra, (ir)resistibile nei sondaggi del Gen. Roberto Vannacci. Trovare le responsabilità intorno a lui, nel variegato mondo della destra italiana, non significa in nessun modo che Vannacci stesso non ci abbia messo molto di suo nel trovare, interpretare e esaltare tematiche che la destra estrema, in Italia e in Europa ha da sempre considerato sue e arditamente cavalcato. La disponibilità e la salienza di quelle tematiche sono alla base del successo, l’elenco sarebbe molto lungo, di Vox in Spagna, di Alternative für Deutschland, di Farage in Gran Bretagna, dei Democratici Svedesi e anche dei MAGA più oltranzisti, e coì via. Incolpare Giorgia Meloni di avere, con le sue ondivaghe politiche sull’immigrazione e sull’Europa, aperto spazi a Vannacci, è un errore. Lo spazio politico per una destra davvero reazionaria e repressiva esiste un po’ dappertutto, soprattutto in Europa e negli USA perché esistono problemi simili: immigrazione, ordine, identità, stili di vita.

Nient’affatto dappertutto, i partiti e le organizzazioni della destra politica hanno, però, aperto opportunisticamente le porte a sfidanti tipo Vannacci. Attualmente, il generale è europarlamentare eletto nelle liste della Lega. Nella sua disperata ricerca di voti per bloccare l’emorragia della Lega, Salvini lo aveva addirittura fatto assurgere alla carica di vicesegretario.  D’altronde, le priorità tematiche esistono tutte, da tempo, anche nella Lega voluta da Salvini. Non avendo responsabilità di governo, Vannacci può permettersi il lusso di declinare le sue proposte nella maniera più estrema possibile. I voti di sfiducia espressi dai suoi parlamentari nei confronti del governo Meloni non possono essere confusi con quelli dell’opposizione. I Vannacci ani vogliono più destra, remigrazione, nessuna politica di genere, nessun aiuto all’Ucraina. I sondaggi dimostrano non sorprendentemente che 5/6 per cento degli italiani condividono queste proposte e sono disposti a votare per la lista Futuro Nazionale.

Non è, come troppi ripetono banalmente e pappagallescamente, un problema culturale, vale a dire che questi potenziali elettori non hanno abbastanza cultura, conoscenze, per capire che l’Italia e l’Unione Europea per “funzionare” economicamente e socialmente hanno bisogno di immigrati, che le discriminazioni di genere e di preferenze sessuali sono indecenti, che fuori dall’Unione Europea l’Italia sarebbe allo sbando. Comunque, “insegnare” tutto questo a cittadini recalcitranti richiederebbe molto tempo e molto impegno condiviso. Sarebbe anche denunciato come un sopruso, un insopportabile e antidemocratico indottrinamento.

    Prima di tutto, è un problema politico. L’immigrazione deve essere controllata dalle autorità e deve avvenire seguendo le regole che, naturalmente, debbono contemplare procedure certe e regolarmente attuate per le espulsioni di chi le viola. Il riconoscimento delle diversità non può implicare premi di nessun genere per i diversi. Bisogna dimostrare che l’Italia sa stare ai tavoli europei grazie alla sua affidabilità e capacità che le consentono di acquisire prestigio e risorse. Qualsiasi ambiguità concernenti queste politiche può essere sfruttata dai vannacciani che, almeno finora, hanno dimostrato di non essere utili idioti. Potrebbero diventarlo? Allearsi con Vox, portare al governo AfD, creare una coalizione che includa i Democratici svedesi è sempre una scelta dei partiti vicini e contigui. Non è mai un obbligo né elettorale né politico. La proposta di nuova legge elettorale primo firmatario il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati Galeazzo Bignami contiene una clausola che rende un accordo con Futuro Nazionale praticamente decisivo per fare sì che Meloni, Salvini, Tajani (e Lupi) ottengano l’agognato premio di maggioranza. Allo stato attuale, il variegato schieramento di centro sinistra ha più voti del centro-destra che potrebbe ribaltare la situazione solo inglobando, a quale prezzo? Futuro Nazionale. Anche in questo caso il problema è politico e la soluzione è ugualmente politica. Rinunciare all’inserimento del premio di maggioranza e prepararsi a costruire un governo fra partiti compatibili che hanno ottenuto seggi, come avviene in tutte le democrazie parlamentari, senza impedire a Futuro Nazionale di rappresentare politicamente il suo elettorato. 

Pubblicato il 1° luglio 2026 su Domani