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Rappresentare o ingannare. Il dilemma legge elettorale @DomaniGiornale

Le leggi elettorali traducono i voti in seggi. Servono a eleggere i parlamenti, mai, in nessun sistema politico, i governi. Sono sempre congegnate per dare rappresentanza politica agli elettori. La governabilità, “stabilità politica più efficacia decisionale”, dipende soltanto in piccola misura dalle leggi elettorali, in grande misura dalle capacità dei governanti. Il criterio dominante, non esclusivo, per valutare la qualità delle leggi elettorali è quanto potere conferiscono agli elettori.

Per insipienza e per furbizia, né la legge Rosato, attualmente vigente, né la proposta attualmente in discussione, primo firmatario l’on. Galeazzo Bignami, capogruppo dei Fratelli d’Italia alla Camera dei Deputati, rispettano minimamente i criteri sopra esposti. Anzi, coloro che hanno stilato la nuova proposta sembrano essersi, più meno consapevolmente, impegnati a violare quei criteri e intendono graniticamente continuare a farlo, con qualche aggiunta neppure fantasiosa.

I principali obiettivi perseguiti sembrano (i proponenti sono volubili) essere tre. Fare sì, primo, che non si abbia un pareggio fra le due coalizioni. Secondo, che si sappia la sera stessa del voto chi ha vinto. Terzo, che alla coalizione vincente venga attribuito un premio in seggi che le garantisca una maggioranza assoluta da loro considerata la premessa di stabilità e “governabilità”. La legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza configurerebbe, secondo qualche incauto commentatore, il modello elettorale tipicamente e peculiarmente italiano da Acerbo (1923) alla legge truffa (1953) e alla legge Calderoli (2005).

Il disegno di legge Bignami et al., costruito sulla legge Rosato, si configura a sua volta come una legge proporzionale con premio di maggioranza variabile, attribuito eventualmente con ballottaggio, se nessuna coalizione supera il 40 per cento dei voti. Le liste presentate agli elettori al momento sono bloccate, ma quasi come contrappeso i partiti dovranno/potranno inserire nel loro logo il nome della candidata alla carica di Presidente del Consiglio.

Cadendo giulivamente nelle trappole disseminate in qua e in là nel testo, sia i critici sia i sostenitori della proposta si sono accapigliati sui numeri, non sulla qualità della legge. Suggerisco di cestinare testo, audizioni e discussione e di (ri)cominciare (quasi)ex novo, non che ci sia qualcosa da salvare, ma perché bisogna evitare di ripetere gli errori.

Chi vuole una buona rappresentanza politica, essenziale all’esistenza e al funzionamento del Parlamento, deve volere una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento che scoraggi la frammentazione di quel che resta del sistema dei partiti. Deve pretendere anche un voto di preferenza (non due, tre, quattro che favorirebbero le cordate) per dare agli elettori la possibilità di premiare chi lo merita, e di riconfermarla/a. A sua volta, il parlamentare così eletto sarà incentivato a tenere conto delle preferenze degli elettori e a trasmetterle al suo gruppo parlamentare e ai suoi esponenti al governo.

   Che male fa leggere sulla scheda i nomi delle candidature a Presidente del Consiglio? Poco male. Infatti, non sarebbe costituzionalmente rilevante. Il Presidente della Repubblica potrà comunque esercitare, ma, immagino con qualche fastidio personale, il suo potere di nomina. Però, è del tutto probabile che si leveranno alte le scandalizzate grida di alcuni politici, di noti conduttori di talk show, di sussiegosi opinion makers: “traditi gli elettori!”, a tutto vantaggio dell’antipolitica e del populismo di bassa lega (oops).

Da ultimo, il “pareggio” in politica non è mai questione soltanto di numeri, ma di disponibilità, accondiscendenze, trasformismi. Sono comportamenti che una cittadinanza attiva e una opinione pubblica informata stigmatizzerebbero, obbligando i pareggianti a darsi regole opportune e adeguate al governo e all’opposizione: essere coesi, disciplinati, ma al tempo stesso attenti ai contributi specifici, mai sbrigativi e narcisisti. L’esperienza svedese tra il 1973 e il 1976 suggerisce che è sufficiente che le camere abbiano un numero dispari di componenti e ne conseguiranno vincitori e vinti.

    Non siamo svedesi, ma qualche volta sappiamo imparare. Chi vince governerà nella piena consapevolezza che politiche pubbliche estreme faranno perdere voti decisivi. Dal canto suo, chi sta all’opposizione non si lancerà in proposte al rialzo perché difficilmente sono premiate dagli elettori “spareggianti” e non saranno poi attuabili. Allora, che i sedicenti riformatori meditino meno sui numeri più sulle idee.

Pubblicato il 23 maggio 2026 su Domani

Sogni di ballottaggio

Corriere di Bologna

Ringalluzzito dal successo della manifestazione congiunta con Berlusconi e Meloni, organizzata qui due settimane fa dalla Lega, è comprensibile che Matteo Salvini si proponga l’obiettivo più ambizioso: la conquista della carica di sindaco di Bologna. E’ anche un buon obiettivo propagandistico. Concretamente, comunque vada, servirà ad aumentare i voti e a evidenziare ulteriormente che la sua leadership ha più che rivitalizzato la Lega. A fronte delle non giovanili incertezze del leader di Forza Italia e del suo gruppo molto poco dirigente, sia in Emilia sia a Bologna, Salvini può addirittura mostrarsi molto generoso. Se emergerà una candidatura più convincente della leghista Lucia Borgonzoni, lui (un po’ meno lei) è disposto a prenderla in seria considerazione. Salterebbe così anche la candidatura del consigliere regionale di Forza Italia Galeazzo Bignami, più disponibile a rinunciarvi poiché saggiamente consapevole che le probabilità di vittoria per chi corre diviso sono ridotte al lumicino. Salvini che, nonostante le sue frequenti incursioni cittadine, non sembra conoscere adeguatamente i rapporti di forza politici, snobba il Movimento 5 Stelle e il suo candidato ufficializzato, Massimo Bugani. Di più, sembra convinto, contro i sondaggi finora noti, che una candidatura del centro-destra, unitario, ma non troppo, dato che permane il suo veto contro NCD, riuscirebbe a costringere Merola (se sarà lui il candidato del PD), al ballottaggio.

La campagna elettorale dei Cinque Stelle è già cominciata e sbaglia alla grande chi pensa che la selezione dall’alto di Bugani, in verità, piuttosto la ratifica di una candidatura naturale, sia qualcosa di scoraggiante per i cultori pentastellati della democrazia attraverso la rete. Attivisti e elettori del Movimento hanno imparato, oramai da qualche tempo, che fare politica richiede anche parecchia flessibilità (e qualche volta anche contraddittorietà). Per le Cinque Stelle, Bologna, pur non essendo un obiettivo a portata di mano tanto quanto sembra Roma, ha già dato non poche soddisfazioni al Movimento. In più, rispetto a qualsiasi candidato/a del centro-destra che dovrebbe fare il pieno dei suoi voti con un’opera di mobilitazione della quale non s’è mai mostrato capace, se fosse Bugani ad andare al ballottaggio, i giochi sarebbero apertissimi. Difficile che gli elettori delle Cinque Stelle votino candidature berlusconiane o salviniane (e il “civico” di centro-destra non è ancora apparso all’orizzonte). Più probabile, lo dicono alcune esperienze recenti, che una parte di elettorato del centro-destra, a cominciare dai leghisti, sia disposta a convergere sul candidato del Movimento 5 Stelle. A Parma quell’elettorato si è espresso con successo. Insomma, i giochi sono tutt’altro che fatti, ma la strada del centro-destra bolognese, persino per arrivare al ballottaggio, è lunga e accidentata.

Pubblicato il 22 novembre 2015

Investimenti o boutade?

Corriere di Bologna

E’ dal 1999, cioè, da quando il centro-destra con un colpo di fortuna (suo, non di Giorgio Guazzaloca che aveva costruito la sua candidatura e condotto la sua campagna elettorale in maniera molto accurata), che non emerge da quel settore uno sfidante competitivo per gli ex-comunisti, oggi democratici. L’evanescenza del centro-destra ha consentito al Partito Dominante (PD) di farne di tutti i colori fino al commissariamento della città. Molti pensano che il centro-destra, a cominciare da Berlusconi, dia regolarmente Bologna per persa e si occupi d’altro. Subito vengono le smentite da alcuni esponenti del centro-destra, ad esempio da Deborah Bergamini che di candidature dovrebbe per l’appunto (pre)occuparsi. Dall’intervista a questo giornale apprendiamo che Forza Italia e il suo leader non escludono le primarie anche se finora le hanno viste come fumo negli occhi e non hanno mai provato ad organizzarle. Proprio quando sembrava che Deborah Bergamini, avesse trovato e addirittura intendesse mettere in pista un candidato dotato di esperienza politica e di conoscenza della città: Galeazzo Bignami, si è prodotto un fatto nuovo. Intervistato dal Corriere di Bologna, il critico d’arte, già parlamentare del centro-destra, già candidato a sindaco di Ferrara, già sindaco di Salemi, cittadina siciliana commissariata per infiltrazioni mafiose, già assessore in qua e in là, noto per il garbo delle sue esternazioni, Vittorio Sgarbi ha lanciato la sua candidatura a sindaco di Bologna. Ha addirittura iniziato a formare la giunta con due nomi di sinistra, immagino neppure consultati, offrendo con grande generosità la carica di vice-sindaco a Merola. Sgarbi sarebbe ovviamente un (auto)paracadutato che, per ricorrere ad un lessico già usato nel passato per candidati che gli ex-comunisti non riuscivano a trovare, meriterebbe la definizione di briscolone. Subito ritenuta buona da un parlamentare di Forza Italia, l’eventuale candidatura di Sgarbi contribuisce a mettere in evidenza la perdurante confusione del centro-destra bolognese. Al di là di qualsiasi altra considerazione, se candidasse Sgarbi, al quale non è affatto detto che andrebbe il sostegno della Lega, che già ha una sua candidata ufficiale, Lucia Borgonzoni, il centro-destra rinuncerebbe a costruire una sua politica di medio-lungo termine. Sembrerebbe più opportuno che il centro-destra investisse fin d’ora su un candidato radicato nel tessuto politico e sociale bolognese il quale, se sconfitto, opererebbe in Consiglio comunale come leader dell’opposizione che critica, controlla, contropropone preparandosi alla prossima volta. Ecco, questo si chiamerebbe davvero fare politica contribuendo a migliorare il governo della città.

Pubblicato il 21 agosto 2015