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Quale legge elettorale? Quale rapporto tra Parlamento e Governo? #Bologna 30marzo

Giovedì 30 marzo 2017, ore 20.45
presso il Centro Costa
via Azzo gardino, 48 – Bologna (nei pressi della Cineteca)

Quale legge elettorale? Quale rapporto tra Parlamento e Governo?

Intervengono:
MASSIMO VILLONE,
Prof. di Diritto Costituzionale, Università Federico II, Napoli
GIANFRANCO PASQUINO
Prof. emerito di Scienza Politica, Università di Bologna
STEFANIA SCARPONI
Prof.ssa di Diritto e Genere, Università di Trento
Coordina il Prof. UMBERTO ROMAGNOLI
COMITATO “PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE”, “LIBERTA’ E GIUSTIZIA” e “SALVIAMO LA COSTITUZIONE” Città Metropolitana di Bologna, Comitato Referendario regione Emilia-Romagna

 

Nel 60° Anniversario dei Trattati di Roma: Quale Europa? #Conegliano (TV)

Liceo Statale Guglielmo Marconi

25 marzo 2017 ore 10
presso l’Aula magna del Collegio Immacolata concezione

25 marzo 1957 – 25 marzo 2017

60° Anniversario dei Trattati di Roma 
Conferenza – Dibattito 

Quale Europa?

con Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza politica all’Università di Bologna
Socio dell’Accademia dei Lincei

#Europa C’è ancora molta strada da fare, anche in salita #25marzo #EU60

Diventata una grande zona di pace, benessere e diritti, l’Unione Europea festeggia il 60esimo anniversario del Trattato di Roma, quello che fu il primo grande salto in avanti. Chi si volta indietro vede un lungo cammino completato. Chi guarda avanti sa che c’è ancora molta strada da fare, anche in salita. Gli Europei la percorreranno, magari a due o più velocità, fino a raggiungere gli Stati Uniti d’Europa

Democracy and communication. Discovering Italian political communication #Milano 17March International Symposium

UNIVERSITA DEGLI STUDI DI MILANO
DIPARTIMENTO DI SCIENZE SOCIALI E POLITICHE

INTERNATIONAL SYMPOSIUM

POLITICAL COMMUNICATION AT A CROSSROADS: AN INTERNATIONAL ENCYCLOPEDIA

17 March 2017
SALA LAUREE: 10.00-18.00

10:00 –  Welcome by the Dean of the Faculty and Head of Department
10:15 –  Presentation of the Encylopedia* by Gianpietro Mazzoleni University of Milan

MORNING SESSION Chair Marco Maraffi University of Milan

 

 Keynote Speakers
10:30 –  Revisiting notions of the public • Patricia Moy University of Washington
11:15 –  The end of mediatization • Winfried Schulz Universität Erlangen-Nürnberg
12:00 –  The conditions for news media instrumentalization • Paolo Mancini University of Perugia
12:45 –  Democratic benefits and pitfalls of mediated public debates • Hartmut Wessler Universität Mannheim

13:30 –  LUNCH BREAK

AFTERNOON SESSION Chair Patricia Moy University of Washington

Keynote Speakers

14:30 –  New media, new boundaries and new challenges – Comparative perspective in political communications • Barbara Pfetsch Freie Universität Berlin
15:15 –  Democracy and communication. Discovering Italian political communication • Gianfranco Pasquino University of Bologna
16:00 –  The study of political communication in Italy and beyond Political leadership and polarized publics • Mauro Barisione University of Milan
– When pop politics meets web politics • Sara Bentivegna University of Rome-La Sapienza
– Lights and shadows of the celebrity politician • Donatella Campus University of Bologna
– Cultural Studies and political discourse: An ongoing conversation • Lidia De Michelis University of Milan
– The transformation of election campaigns • Franca Roncarolo University of Turin
– News values, organizational constraints and media logic • Sergio Splendore University of Milan

CLOSING
17.00 –  Patricia Moy University of Washington Gianpietro Mazzoleni University of Milan

*G. Mazzoleni, K.G. Barnhurst, K. Ikeda, R.C. M. Maia, H. Wessler, eds. The International Encyclopedia of Political
Communication, Wiley & Blackwell, 2016

 

Europa. Nonostante tutto, ancora in cammino

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Intervista raccolta da Adriano Gizzi per Confronti

Proseguiamo il nostro ciclo di riflessioni sull’Europa a sessant’anni dai trattati di Roma incontrando Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna, che al sogno europeo e alle sue difficoltà ha dedicato il suo ultimo lavoro, “L’Europa in trenta lezioni”.

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Nel suo libro, appena pubblicato da Utet, Gianfranco Pasquino ripercorre in trenta lezioni le tappe principali del cammino europeo, dal Manifesto di Ventotene a oggi. Naturalmente, Pasquino non si nasconde il fatto che l’Unione si trovi nel momento più difficile e rischioso di tutta la sua storia: non solo la Brexit, ma anche la percezione che molti cittadini hanno delle istituzioni europee, considerate distanti, complicate e in certi casi dannose. Tuttavia – sottolinea – non dobbiamo neanche trascurare i successi e i vantaggi che porta l’Ue: per esempio, i suoi cittadini – oltre mezzo miliardo – hanno uno tra i più alti redditi medi e il maggior grado di istruzione al mondo.

Professor Pasquino, cosa resta oggi del sogno di Spinelli, Rossi e tanti altri? Cosa direbbe a un giovane per convincerlo a “fare il tifo” per un’Europa federale?

Parlerei volentieri con qualsiasi giovane, italiano e di altri paesi. Vorrei conoscere meglio le sue aspettative. Credo che non avrei bisogno di dire quasi nulla, che lui già non sappia, ad un giovane “europeo”. Se è uno studente universitario avrà già approfittato del programma Erasmus o avrà avuto entusiastici racconti dai suoi amici e si preparerà ad andare a studiare a Barcellona, Parigi, Dublino, Londra, Copenaghen, persino (per la difficoltà della lingua) a Heidelberg. Se ha fatto il turista avrà già apprezzato la possibilità di girare liberamente nell’Unione e, in molti paesi, di godere del vantaggio della moneta unica. Se ha problemi a trovare lavoro ed è intraprendente avrà scoperto che in non pochi paesi dell’Unione esistono e sono disponibili grandi opportunità. Se è un ragazzo o una ragazza curiosa dei fatti del mondo saprà che l’Unione europea è un grande spazio di libertà e di giustizia. Saprà anche che quello che hanno costruito i suoi nonni e i suoi genitori può essere migliorato dal suo impegno. Infine, giungerà ad essere molto riconoscente ad Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, a coloro che, nella Resistenza italiana e in quella europea, combatterono e auspicarono di porre fine, per sempre, alle guerre civili europee: un esito che non è più un sogno da 70 anni, ma una realtà da difendere e da vantare.

«L’Europa ha una storia ed è un progetto», scrive nel suo libro. Ma poi, come lei stesso riconosce, ogni stato nazionale ha un suo progetto e una sua particolare idea di Europa…

Non soltanto è inevitabile, ma è persino positivo che ciascun Stato-membro abbia il suo progetto di Europa, purché sappia e voglia articolarlo ed esprimerlo nelle sedi europee: attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento, il suo capo di governo nel Consiglio europeo e i suoi ministri nelle numerose occasioni di incontro, persino con la voce del suo Commissario. Non dobbiamo temere il confronto e la competizione fra idee d’Europa e progetti. Tutt’altro: dobbiamo suscitarlo e stimolarlo. Al contrario, dobbiamo essere molto preoccupati dagli Stati-membri e dai loro governanti e rappresentanti che non hanno nessuna capacità e volontà di guardare avanti, di indicare obiettivi, di formulare strategie. L’unificazione politica europea sembra molto lontana proprio perché non ci sono più i profeti, i predicatori, gli apostoli dell’Europa. In crisi non è l’idea d’Europa, non sono le istituzioni europee. Purtroppo, la crisi riguarda coloro che fanno politica nei loro paesi. Spesso buoni, mai eccellenti, talvolta mediocri, i politici europei del terzo millennio non sono all’altezza dei loro predecessori, ma anche gli intellettuali contemporanei hanno poco a che vedere con il francese Raymond Aron, con il tedesco Ralf Dahrendorf, con il polacco Bronislaw Geremek. Aggiungo che mi piacerebbe citare un inglese e anche un italiano. Non mi sono venuti in mente, anche se non ho dubbi che il grande storico Federico Chabod, la cui Storia dell’idea d’Europa (pubblicato nel 1961, anno della sua morte) rimane un testo inarrivabile, ha titolo per figurare fra i grandi europeisti.

Tra gli ostacoli a una piena integrazione europea, c’è anche il fatto che la politica estera “comune” dell’Ue è costretta a fare i conti con le priorità nazionali di alcuni stati membri. Come si può affrontare questo nodo?

C’è un Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza dell’Unione, Federica Mogherini, che è una donna capace e competente, molto apprezzabile. Sarebbe più forte e propositiva se il governo italiano la appoggiasse a fondo, in maniera convinta e credibile. Probabilmente, la sciagura rappresentata dalla Presidenza Trump finirà per obbligare gli europei a coordinare meglio le loro politiche estere e a conferire maggiori poteri all’Alto rappresentante. Le voci dei singoli Stati-membri, persino quella della Germania, sono flebili. Se l’Unione europea riuscirà a parlare con una sola voce avrà maggiore impatto e godrà di maggior rispetto.

Lei scrive che le opinioni pubbliche europee non sono poi così nazionalistiche: coloro che si oppongono a soluzioni sovranazionali non sono più numerosi dei favorevoli, ma solo più “vocianti” e più mobilitati. Da cosa dipende? Quanto incidono questioni quali l’immigrazione, i problemi della moneta unica e i sacrifici chiesti perché «ce lo chiede l’Europa»?

L’opinione pubblica favorevole all’Europa sembra più incline a godersi tutto quello, che è molto, che il processo di unificazione in corso ha finora dato. Pensa che i vantaggi siano irreversibili e che saranno difesi e preservati a Bruxelles, a Strasburgo, a Francoforte (sede della Banca centrale europea). Inoltre, le autorità europee non sembrano avere grandi capacità di comunicare con le opinioni pubbliche e di sollecitare il sostegno della parte effettivamente europeista dell’opinione pubblica. Gli oppositori sono effettivamente molto vocianti. Sfruttano la questione migranti, ma non offrono nessuna soluzione. Non sanno che uscire dall’euro impoverirebbe immediatamente il paese che lo facesse. Quando l’Europa ci ha chiesto qualcosa erano impegni e adempimenti ragionevoli che, attuati, hanno reso migliori tutti i paesi. I cosiddetti sovranisti hanno un progetto solo negativo: smembrare l’Unione. La parte positiva, il cosiddetto sovranismo, è del tutto contraddittoria. Ciascuno stato conterà meno da solo. Nel mondo globalizzato, non riuscirà a esercitare la sovranità strappata alla Ue. Forse sarà domesticamente sovrano; certamente, diventerà internazionalmente ancora più esposto ai venti di avvenimenti mondiali che non può controllare. I vocianti mirano a rallentare e sovvertire qualche procedimento di integrazione sovranazionale, ma non possono bloccarlo. Appena si discuterà in maniera più seria, più concreta e più approfondita dell’Europa a più velocità (che già esiste sia per l’euro sia per Schengen), anche l’opinione pubblica tiepida si accompagnerà a quella più impegnata e la rafforzerà nel viaggio verso un’integrazione “più stretta”.

Lei è da sempre un sostenitore convinto del semipresidenzialismo e del sistema elettorale a doppio turno. Condivide le preoccupazioni diffuse per una possibile vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali in Francia?

Mi avventuro in un pronostico fondato su quel che sappiamo adesso: Marine Le Pen non vincerà. Quand’anche vincesse la presidenza, non riuscirà ad avere la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale francese. Anzi, dovrà fare i conti, proprio grazie al sistema elettorale a doppio turno, con una maggioranza ostile, fatta di gollisti, centristi e socialisti. La coabitazione le impedirà le scelte più estreme. Condizionerà tutta la sua presidenza. Tuttavia, qualche preoccupazione dobbiamo averla lo stesso, non tanto per la sorte di Marine Le Pen, ma per il discorso politico francese sull’Europa. Dove sono finiti i francesi come Jean Monnet e Robert Schuman, Jacques Delors e François Mitterrand? Chi potrebbe continuare sulla strada che loro hanno aperto e brillantemente percorso? (naturalmente, so che noi tutti dovremmo chiederci dopo Spinelli, dopo Marco Pannella, e Emma Bonino, dopo Padoa Schioppa, chi? Per fortuna che c’è Mario Draghi, ma a lui non possiamo chiedere un’azione prettamente e eminentemente politica).

Pubblicato su Confronti di marzo 2017

INVITO – Democrazia nella crisi, crisi della democrazia – 19novembre #Milano #FondazioneCorriere

Sala Buzzati – via Balzan, 3

Ingresso libero solo con prenotazione 02 87387707    rsvp@fondazionecorrere.it

Maurizio Ferrera, Gianfranco Pasquino, Stefano Petrucciani, Sergio Romano

Coordina Danilo Taino

democrazia-nella-crisi-def

 

 

INVITO Presentazione della 4a edizione del Dizionario di Politica #Bologna

biblioteche-bologna-logo

21 Settembre 2016
ore 17.30 Sala Stabat Mater
Archiginnasio

Presentazione della 4a edizione del

Dizionario di Politica, a cura di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino

(UTET 2016)

Ne discutono: Gianfranco Pasquino, Marco Valbruzzi, Maurizio Viroli.

modera Enrico Franco, direttore del “Corriere di Bologna”

Norberto Bobbio Nicola Matteucci Gianfranco Pasquino Dizionario di Politica Nuova edizione aggiornata UTET 2016

«Il Dizionario di Politica e` un’opera importante, unica nel suo genere, non soltanto in Italia, ma anche all’estero dove e` stato apprezzato e tradotto. Rigoroso nelle definizioni, articolato e convincente nella trattazione dei termini politici, questo Dizionario, opportunamente rivisto e aggiornato, e` uno strumento istruttivo, utile per gli studenti, per i docenti e sicuramente anche per tutti coloro che di politica vogliono saperne meglio e di piu`.» (Giovanni Sartori)

VIDEO – Riformare la costituzione? Una riflessione tra storia e attualità.

Milano 22 giugno 2016 Fondazione Corriere della Sera
Riformare la costituzione? Una riflessione tra storia e attualità.

ne hanno discusso

Giovanni Maria Flick
Angelo Panebianco
Gianfranco Pasquino

ha coordinato
Piergaetano Marchetti

Guarda il video

Cattura

No alle “riformette”, sì al semipresidenzialismo

Confronti

Intervista raccolta da Adriano Gizzi per Confronti Giugno 2016

Professor Pasquino, nel suo “La Costituzione in trenta lezioni” (Utet, 2016) lei sostiene che la riforma del Senato peggiora l’esistente perché porta a un bicameralismo «sicuramente imperfetto e squilibrato». E, in alternativa, indica come esempio da seguire quello del Bundesrat tedesco. Quali sono gli elementi di questa riforma che non la convincono?

La riforma del Senato nasce da due motivazioni: 1) accarezzare l’antipolitica riducendo il numero dei parlamentari e le relative nient’affatto ingenti “spese”; 2) togliere al Senato il potere di votare o no la fiducia al governo per ovviare all’inconveniente causato nelle elezioni del febbraio 2013 dalla legge elettorale (una maggioranza chiara alla Camera, frutto del premio di maggioranza, e una situazione di stallo al Senato, ndr). Sono motivazioni occasionali e deteriori che, infatti, non hanno nulla a che vedere con la creazione convinta e pensata di una Camera delle autonomie né con il miglior funzionamento del sistema politico.

Per spendere meno si poteva procedere ad una riduzione equilibrata del numero dei senatori e dei deputati. Per evitare il rischio delle due maggioranze, bastava ritoccare la vigente legge elettorale oppure, molto meglio, scrivere una legge elettorale del tutto diversa (l’Italicum è poco diversa dal Porcellum: un porcellinum). La nuova Camera delle autonomie assomiglia al Senato francese che funziona poco e male e che De Gaulle avrebbe già voluto abolire nel 1969. Avrebbe dovuto invece imitare il Bundesrat: 69 rappresentanti (enorme risparmio), nominati (senza giochini di scambi) dalle maggioranze che hanno vinto le elezioni in ciascun Land, con poteri forti e chiari sulle materie di loro competenza. Era anche possibile abolirlo del tutto, il Senato, per non farne un pasticcetto di 21 sindaci e 74 (“dopolavoristi” o “doppiolavoristi”) nominati dalle Regioni con – incredibile – cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica, immagino per imperscrutabili meriti regionalisti e federalisti. Questo Senato di cento rappresentanti variamente nominati contribuirebbe alle riforme costituzionali e a eleggere due giudici costituzionali (seicentotrenta deputati, figliocci di un dio minore, ne eleggerebbero tre: quale squilibrio!). Della legislazione condivisa, concorrente, esclusiva non dico nulla. Rimando agli inevitabili conflitti fra le Regioni, il loro Senato, la Camera e il Governo.

In merito al referendum costituzionale di ottobre, lei insiste molto sul “no al plebiscito”. Qualora però si riuscisse a votare su quesiti diversi, i suoi sarebbero comunque tutti dei “no” oppure vi sono alcuni punti positivi nel ddl Boschi?

L’unico punto accettabile è l’abolizione del Cnel (che avevo proposto trent’anni fa). Brutta è anche la nuova regolamentazione dei referendum. Renzi e Boschi non hanno la minima idea di come si possa costruire una “democrazia partecipata”. Di tutta la batteria di soluzioni praticabili hanno scelto soltanto qualche elemento che attiene alle firme e alla validità delle votazioni nei referendum. Non hanno saputo né voluto in nessun modo incoraggiare e agevolare la crescita di una società civile attiva. Già, loro sono per la democrazia decidente, subito applaudita, ma non chiarita, dai loro costituzionalisti di corte.

Se la Corte costituzionale dovesse bocciare l’Italicum, verrebbe meno il “combinato disposto” delle due riforme: in tal caso, si attenuerebbe il suo giudizio negativo sulle modifiche costituzionali?

La auspicabile bocciatura dell’Italicum in qualche modo incide sulla riforma costituzionale? Difficile a dirsi, perché il tratto distintivo della riforma elettorale e delle deformazioni costituzionali è dato dal loro essere slegate, fatte senza nessuna visione sistemica, abborracciate. Semmai, la bocciatura delle deformazioni costituzionali obbligherebbe a riscrivere la legge elettorale. Sarebbe una grande occasione benefica per ripensare tutto. Per chiedersi se la legge elettorale serve a eleggere un Governo o a eleggere i rappresentanti del popolo.

Ha sottolineato più volte come essere contrari al ddl Boschi non significhi essere contrari a priori a qualsiasi modifica della Costituzione. A suo giudizio, quali riforme sarebbero necessarie?

Le mie proposte, piccole e grandi, di riforma sono limpidamente presentate e argomentate nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi, Milano 2015). Sono a favore di una Repubblica semi-presidenziale sul modello francese come si è venuta definendo dal 1958 ad oggi. È difficile negare che la IV Repubblica francese sia stata la democrazia parlamentare più simile a quella della Repubblica italiana e che la V Repubblica abbia costituito un enorme salto di qualità. Dopo settant’anni di vita democratica, tutt’altro che disprezzabile, ma che avrebbe potuto certamente essere migliore, se si cambia bisogna essere audaci, esigenti, sistemici. È indispensabile cambiare molto, se non tutto l’impianto costituzionale per rompere le incrostazioni e per ricominciare la competizione politica non con vantaggi di posizione (e di opposizione), ma con opportunità e rischi per tutti. Soprattutto, bisogna dare più potere politico e elettorale ai cittadini. La riforma semipresidenziale si può fare chiamando il bluff di Berlusconi, che si è spesso espresso a favore di un presidenzialismo che non sa definire. Molte riformette di vario tipo si possono fare, ma se non si va molto oltre la democrazia parlamentare classica, allora i giocatori (partiti e gruppi) impiomberanno quelle riformette. Meglio, sempre, guardare al di là delle Alpi.

Pubblicato il 26 maggio 2016 su confronti.net

Dizionario di Politica Bobbio, Matteucci, Pasquino. Perchè le parole contano!

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Intervista raccolta da Annamaria Abbate per la Casa della Cultura

Giunto alla sua quarta edizione, a quarant’anni dalla data della prima pubblicazione, il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino resta un’opera unica nel suo genere. Uscito per la prima volta nel 1976, negli anni Ottanta fu tradotto anche in spagnolo e portoghese, lingue parlate in molti Paesi allora nuovi alla democrazia. Diventato un “classico” della Scienza politica, ha accompagnato generazioni di studiosi e ora è riproposto dalla UTET in una nuova edizione aggiornata

Leggo dalle sue note bio-bibliografiche che lei, Prof Pasquino, si dice “particolarmente orgoglioso” di avere condiretto, insieme a Bobbio e a Matteucci, il Dizionario di Politica. Ci racconta perché e com’è successo?

Semplicissimo. Fui cooptato da entrambi, Bobbio, il docente con il quale mi ero laureato a Torino nel marzo 1965, e Matteucci, il docente che mi aveva “reclutato” come professore incaricato di Scienza politica nell’Università di Bologna nel novembre 1969. Svolsi il compito di Redattore capo della prima edizione, sette anni di lavoro, pubblicata nel 1976. Da Bobbio, filosofo della politica, e da Matteucci, storico delle dottrine politiche, ho imparato molto, a cominciare da come si scrive una voce di dizionario (di politica, non di scienza politica), a come si citano gli autori, tutti, anche quelli con i quali si è in disaccordo, a come si riscrive quello che collaboratori disinvolti e sicuri di sé, ma presuntuosi e irritabili, hanno consegnato. Sia Bobbio sia Matteucci, molto esigenti con se stessi, mi parevano, e qualche volta osai dirlo loro, fin troppo arrendevoli nei confronti di alcuni loro colleghi, diciamolo, rigidi. Fu, poi, nel corso della preparazione della seconda edizione, che uscì nel 1983, che Bobbio decise, con il beneplacito di Matteucci, di promuovermi condirettore: un premio straordinario. Ne fui felice e ne rimango, per l’appunto, “particolarmente orgoglioso”.

Che tipo di lavoro vi proponevate e ne siete stati soddisfatti?

Volevamo preparare uno strumento il più articolato possibile di analisi, storica, filosofica, politologica, dei concetti, dei fenomeni, dei movimenti politici più importanti, non solo italiani, di un’analisi che fosse precisa e compiuta, ma anche suggestiva, che offrisse il massimo di informazioni, ma anche prospettive per approfondimenti. Nessuno di noi tre pensava opportuno rincorrere l’attualità e le mode; tutt’e tre abbiamo cercato di illuminare i temi classici della politica. Al proposito, mi fa grandissimo piacere sottolineare che le non poche voci assolutamente fondamentali scritte da Bobbio e da Matteucci hanno retto al passare del tempo. Anzi, rimango convinto che chiunque voglia capire la democrazia e la teoria delle elites, farebbe molto bene a leggere le due voci di Bobbio così come chi vuole conoscere che cosa sono il costituzionalismo e il liberalismo deve assolutamente leggere le due voci di Matteucci. Entrambi scrissero diverse altre voci molto importanti. Vorrei segnalare Disobbedienza civile di Bobbio e Diritti dell’uomo di Matteucci. Naturalmente, tutt’e tre vedevamo problemi irrisolti, inconvenienti analitici, fenomeni insorgenti. Prima nel 1983 e poi, nella terza edizione, del 2004, abbiamo cercato di porvi rimedio. Faccio un solo esempio: la riscrittura delle voci comunismo e socialismo diventate in parte obsolete in parte inutili per chi leggesse il Dizionario nel 2004. Bobbio non poté vedere la 3a edizione poiché morì due settimane prima della pubblicazione, ma avevamo discusso insieme tutti cambiamenti (e gli alleggerimenti).

Come si spiega l’assenza di Giovanni Sartori, il suo “secondo” maestro? Come mai non gli avete affidato nessuna voce?

In quegli anni Sartori, che si trasferì a Stanford nell’estate del 1976, era impegnatissimo a scrivere il suo fondamentale Parties and party systems (pubblicato nel 1976 e del quale celebreremo opportunamente il 40esimo anniversario). Interpellato, ci fece notare che Bobbio e Matteucci potevano scrivere ottimamente le voci, Costituzionalismo, Democrazia, Liberalismo, Scienza politica, sulle quali lui aveva già scritto molto. Quanto ai Sistemi di partiti disse che potevo provarci io stesso che, insomma, dovevo pure avere letto quanto lui aveva scritto. Per le edizioni successive acconsentì a mandarci qualche riga di apprezzamento di cui, conoscendolo, siamo tuttora molto lieti e grati!

E lei, prof Pasquino, di quali voci si sente “particolarmente orgoglioso”?

Premetto che mi è sempre piaciuto cercare di formulare le definizioni più precise dei concetti politici, rintracciando quel che serve nella storia e collegandolo alle trasformazioni avvenute e alle nuove interpretazioni. Potrei dire che tutte le mie voci mi sono care, ma non è così (anche perché, talvolta, mi capita persino di avere un po’ di senso critico nei miei confronti). Sono piuttosto soddisfatto delle voci Forme di governo, Militarismo e Rivoluzione. Nella nuova edizione ho scritto, in maniera che mi pare efficace, le voci Accountability, Deficit democratico e Scontro di civiltà. Mi pongo costantemente in un dialogo ideale con i lettori, le loro curiosità e i loro interessi. Cerco di scrivere in maniera tale da soddisfare i lettori senza ridurre il tasso di inevitabile tecnicismo che ciascuna voce deve contenere. Lo faccio osservando la lezione di Bobbio e di Luigi Firpo: la chiarezza espositiva è una conquista che giova sia a chi scrive sia a chi legge.

Il Dizionario è oramai arrivato alla quarta edizione che esce quarant’anni dopo la prima. Potrebbe dirci che tipo di interventi ha fatto, ha suggerito, ha incluso?

Anche per non produrre un testo troppo voluminoso e non più maneggevole, ho fatto cadere alcune voci di esclusivo interesse storico che si trovano in molti repertori. Abbiamo proceduto al rinfrescamento di diverse voci e alla riscrittura specifica in chiave comparata della voce Mafia (Federico Varese, cervello italiano, brillante studioso, da quasi vent’anni a Oxford), di Terrorismo politico (Luigi Bonanate) per includervi anche il terrorismo cosiddetto internazionale, e di Unione Europea (Roberto Castaldi) perché l’UE cambia, purtroppo, non sempre in meglio, ma merita di essere analizzata con grande attenzione. Poi ci sono diciassette voci del tutto nuove che vanno, ne cito solo alcune, da Alternanza a Capitale sociale, da Cittadinanza a Patriottismo, da Consociativismo a Governance, da Narrazione a Primarie (non poteva mancare!). Tutte le volte che analizzo la politica e che commissiono analisi ai colleghi mi rendo conto quanto sia importante essere attentissimi e chiarissimi nelle definizioni, articolati nelle interpretazioni, non-ideologici nelle valutazioni. Tre qualità che è tuttora possibile apprezzare e tentare di imparare da due maestri come Bobbio e Matteucci.

Conoscendola, prof Pasquino, e avendola spesso ascoltata parlare e, come dice lei, “predicare”, non posso credere che lei non voglia niente di più che definizioni, interpretazioni, valutazioni, dal Dizionario di Politica.

Certamente, conoscendomi, anch’io so che desidero molto di più. Mi piacerebbe che il Dizionario fosse ampiamente utilizzato e diventasse indispensabile non soltanto (la prego di notare l’ordine) ai colleghi e agli studenti, ma anche agli operatori dei mass media, sì, i giornalisti della carta stampata, della radio e della televisione, magari diventasse, come sento che si dice, “virale” in rete (sic) e a un’opinione pubblica che rifiuti di farsi ingannare dagli affabulatori. Ciò detto, chiudo il mio piccolo libro dei sogni. Il predicatore che è in me rinsavisce; si disincanta; torna al realismo, alla politica che c’è; si rimette a studiare, a scrivere, a criticare, cercando di migliorare il linguaggio e le analisi politiche, e si rallegra nel dedicare questa nuova edizione alla memoria di Norberto Bobbio e di Nicola Matteucci (anche loro “predicatori” di una politica esigente e migliore).

Pubblicato il 28 aprile 2016