Home » Posts tagged 'Gianni Cuperlo' (Pagina 2)

Tag Archives: Gianni Cuperlo

C’eravamo tanto amati. La scomparsa delle culture politiche in Italia

9 marzo, ore 17
Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”
Sala degli Atti parlamentari
Piazza della Minerva, 38 Roma

Con il Patrocinio del Senato della Repubblica

C’eravamo tanto amati
La scomparsa delle culture politiche in Italia

Presentazione di
Paradoxa, ANNO IX – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2015
La scomparsa delle culture politiche in Italia
a cura di Gianfranco Pasquino

Ne discutono

Nicola Antonetti
Rosy Bindi
Gianni Cuperlo
Mario Morcellini
Antonio Polito

Modera
Gianfranco Pasquino

 

paradoxa

Paradoxa, ANNO IX - Numero 4 - Ottobre/Dicembre 2015 La scomparsa delle culture politiche in Italia a cura di Gianfranco Pasquino

Paradoxa, ANNO IX – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2015
La scomparsa delle culture politiche in Italia
a cura di Gianfranco Pasquino

 

L’accesso alla sala è consentito fino al raggiungimento della capienza massima
Per comunicare la propria adesione rivolgersi aFondazione internazionale Nova Spes
Piazza Adriana 15 00193 Roma Tel./Fax 0668307900
nova.spes@tiscali.it http://www.novaspes.org

Corbyn è il vecchio, Renzi è borioso. La nuova sinistra è un’altra cosa

logo

Non sta nascendo una nuova forza progressista europea. Troppe differenze tra il leader Labour, Podemos e Syriza

Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA.it

Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, adesso la vittoria di Jeremy Corbyn alle primarie del partito laburista inglese. In Europa sta nascendo una nuova sinistra? Il politologo Gianfranco Pasquino non sembra troppo convinto. Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, già senatore della Sinistra indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, l’autore del primo ddl sul conflitto di interessi in Italia spiega: «Corbyn non diventerà mai primo ministro. E questo lo sa anche lui». Le differenze con Podemos e Syriza sono tante, a partire dal gap generazionale che divide il politico britannico dagli altri leader. In compenso è basso il rischio di conseguenze politiche per l’Italia. «Se nel Partito democratico ci sarà una scissione – continua Pasquino – sarà solo per colpa della boria di Matteo Renzi».

Professore, in Europa sta nascendo una nuova sinistra?

La vittoria di Corbyn non mi ha sorpreso. Le possibilità sono cresciute nel corso del tempo e negli ultimi giorni prima del voto la sua affermazione era piuttosto annunciata. Ma non sono sicuro che si tratti di un fenomeno europeo. I leader di Podemos e Syriza rappresentano una nuova sinistra, Corbyn rappresenta la vecchissima sinistra già presente nel partito laburista. Consideriamo che siede in Parlamento già dal 1983. Per i laburisti questo è un ritorno al passato. Gli stessi punti programmatici di Corbyn sono espressione del passato. Penso alle nazionalizzazioni, che dovrebbero far rabbrividire qualcuno.

Spagna e Grecia hanno anche una diversa situazione economica rispetto all’Inghilterra.

Se è per questo Spagna e Grecia sono anche due ex regimi, la Gran Bretagna no. Ma c’è anche un’altra differenza. Corbyn ha quasi 70 anni, forse è mio coetaneo. I leader di Syriza e Podemos sono quarantenni: un gap generazionale che si traduce anche in un gap di idee.

A unire queste diverse esperienze politiche forse sono le crescenti disuguaglianze in Europa?

Il filo conduttore, l’unico elemento che vedo, sono i rapporti con l’Europa. Anzi, l’opposizione contro il modo in cui questa Europa si è autogovernata negli ultimi dieci anni.

I critici assicurano che Corbyn è destinato a rappresentare la protesta, mai una posizione di governo.

Sulla base delle tre elezioni perse dai laburisti dal 1983 al 1992 direi che sono d’accordo. Corbyn può rappresentare una ripresa per i laburisti, la creazione di un nuovo partito. Ma penso che neppure lui abbia mai sognato di diventare primo ministro. Anche con la più fervida immaginazione, nel suo orizzonte non c’è questa aspirazione.

In Inghilterra si teme una scissione nel partito. E se invece la scissione arrivasse in Italia? Qualche esponente del Pd potrebbe decidere di dar vita a un nuovo movimento di sinistra anche nel nostro Paese?

Nel partito laburista una scissione ci fu effettivamente nei primi anni Ottanta, con la nascita del partito socialdemocratico. Se pensiamo che 220 parlamentari su 240 non hanno votato per Corbyn, è possibile immaginare che oggi altri si spostino per cercare nuove alleanze. In Italia è diverso. Chi ha guardato altrove come Stefano Fassina non ha fatto molta strada. E credo che Gianni Cuperlo, nonostante condivida l’iniziale del cognome con Corbyn, non abbia intenzione di intraprendere lo stesso percorso. Le vittorie altrui non devono determinare conseguenze per noi. Se ci sarà una scissione sarà per altre logiche, penso alla ristrutturazione del partito. Contro la boria insopportabile di un presidente del Consiglio che è anche segretario del partito. Ecco una differenza, Corbyn non ha alcuna boria, Matteo Renzi ne ha in gran quantità.

Insomma oggi in Europa chi è fuori contesto? Podemos e Syriza, Jeremy Corbyn o il Partito democratico?

Corbyn non è fuori contesto, nel partito laburista quella sinistra è sempre esistita. Siamo noi difformi rispetto al resto d’Europa. Spesso si dimentica la storia. Questo Partito democratico è il prodotto di una fusione tra quello che restava degli ex comunisti e quello che restava degli ex democristiani, all’epoca Margherita. Ed è un partito guidato da un leader che viene dagli ex Dc. Non c’entra nulla con la tradizione europea. Adesso si tenta di costruire un’identità con l’adesione al partito socialista europeo, ma quel dna comune di cui ha recentemente parlato Giorgio Napolitano non esiste.

Pubblicato il 14 settembre 2015

I corpi sociali nel disegno istituzionale #RipensarelaSinistra

Bologna 8 giugno ore 10-18

Via Mentana 2 (sede della Fond Gramsci ER)

Relazione introduttiva

Disegno istituzionale e corpi intermedi

di Gianfranco Pasquino

Ripensare

clicca sull’immagine per espanderla

 

Convegno di riflessione politica organizzato da Fondazione Gramsci Emilia-Romagna e Ripensare la cultura politica della Sinistra

La ragione dell’Incontro è una sostanziale diffidenza verso una concezione della politica che afferma una “società liquida”, che (proponendo un rapporto diretto tra cittadini e governo) rischia di appiattire tutte le articolazioni e aggregazioni partecipative della società e ridurle a attività di interesse esclusivamente privato. Il centro di riflessione é l’architettura istituzionale desiderabile per valorizzare, accogliere e stimolare la partecipazione e il ruolo delle aggregazioni intermedie. Il che non esclude affatto una valutazione di ciò che é a queste richiesto per legittimare un ruolo istituzionale, esprimere una domanda sociale, essere in grado di convogliarla e renderla componibile con esigenze altrui e con l’interesse generale.” (dal sito di “Ripensare la cultura politica della sinistra”)

Le indocili gatte da pelare

Corriere di Bologna

Non si presenta facile la successione a segretario del Partito Democratico di Bologna. Raffaele Donini ha opportunamente dato le dimissioni per fare l’assessore in Regione. Altrettanto opportunamente non ha designato un successore né mi sembra che abbia espresso preferenze forti. Qualcuno potrebbe pensare che una carica di partito, per quanto importante, interessi quasi soltanto gli iscritti a quel partito e magari gli elettori più impegnati politicamente.  Però, il Partito (Democratico) di Bologna non è un partito come gli altri. Infatti, tranne sfortunati, ma meritati, episodi, come la sconfitta della candidata a sindaco nel 1999, il Partito di Bologna è stato un partito dominante in politica, in economia, nella società (alquanto meno nella cultura della città). La personalità di chi lo regge e lo guida può fare una bella (o brutta, 1999, ma anche 2004, con il peggio del 2009) differenza. Inoltre, il successore di Donini dovrà fare i conti anche, da un lato, per fare riferimento ai due eventi recenti più significativi, con il crollo della partecipazione politica nelle elezioni regionali, dall’altro, con quella che chiamerò sinteticamente “la colata di San Lazzaro”. Appena meno rilevante già si staglia il problema dell’elezione nel 2016 del sindaco di Bologna, con prese di posizione pro e contro il sindaco in carica (talvolta anche da parte sua). Insomma, il prossimo segretario avrà non poche indocili gatte da pelare.

 

In politica contano non soltanto il consenso e la sua quantità, ma anche le modalità con le quali quel consenso viene acquisito. In estrema sintesi, il nuovo segretario dovrà essere eletto in un colpo solo dall’Assemblea attualmente in carica che certamente riflette pesi ed equilibri non proprio aggiornatissimi? Oppure è meglio che il partito faccia un vero e proprio congresso, con tutte le liturgie e i riti classici, ma anche con due diverse opportunità. La prima riguarda i candidati che saranno in condizione di presentare e articolare la loro visione di che cosa debba essere e debba fare il Partito Democratico di Bologna nell’era di Renzi. La seconda opportunità riguarda gli iscritti (e i loro circoli) troppo spesso trascurati e collocati in seconda fila rispetto agli elettori, più o meno occasionali, delle, pure utili e democratiche, primarie. Sembra che se si sceglie di affidare l’elezione all’Assemblea vincerà/vincerebbe un “cuperliano” (immagino che Cuperlo sarebbe il primo a sorridere di questa dizione). Invece, la strada che porta al Congresso darebbe molte chances ai renziani. Comunque, non è in base a queste previsioni che il PD dovrebbe decidere. Se vuole fare buona politica, il Partito Democratico deve tenere in grande conto i suoi iscritti. Deve utilizzare tutte le modalità che lo mettono in contatto con loro e con tutti coloro che parlano, interagiscono e interloquiscono (non solo sulla Rete) con gli iscritti e con i candidati. La democrazia è anche questo ed è sempre preferibile alle oligarchie, raramente illuminate.

 

Pubblicato il 6 febbraio 2015

Il Partito democratico: #Renzistasereno (di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi)

da L’Italia e l’Europa al bivio delle riforme. Le elezioni europee e amministrative del 25 maggio 2014, a cura di Marco Valbruzzi e Rinaldo Vignati, il primo e-book dell’Istituto Cattaneo scaricabile liberamente QUI

Il Partito democratico: #Renzistasereno
di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi
(pag 115/126)

Premessa
Partiti e dirigenti politici italiani hanno regolarmente considerato le elezioni per il Parlamento europeo un modo per valutare anche il loro consenso nazionale. Trattandosi di elezioni che si svolgono in tutto il territorio italiano è sicuramente un modo legittimo e appropriato. Pur consapevoli della valenza europea del loro voto, è molto probabile che gli elettori lo utilizzino anche per esprimere il loro consenso o dissenso nei confronti delle politiche del governo, il loro apprezzamento o no per i diversi partiti, la loro valutazione dei dirigenti politici e delle loro proposte (che troppo spesso riguardano più le politiche nazionali che quelle europee). È assolutamente probabile che tutti questi elementi abbiano variamente pesato nelle votazioni del 25 maggio. Nel caso del Partito democratico e del suo segretario diventato presidente del Consiglio, le elezioni per il Parlamento europeo assumevano una rilevanza davvero particolare. Infatti, data l’ampiezza dell’elettorato, hanno costituito il primo test significativo non soltanto per ottenere informazioni sugli umori e sui malumori degli italiani, ma anche per acquisire indicazioni sul loro modo di vedere e di valutare gli importanti avvenimenti trascorsi dal dicembre 2013 (elezione alquanto trionfale di Matteo Renzi alla segreteria del Pd) al 23 febbraio (nomina a capo del governo del segretario del Pd) e ai mesi successivi1, densi di proposte di riforme incisive e impegnative, ma anche controverse.

Una campagna elettorale itinerante
Com’è noto, pesavano su Renzi sia le sue parole: «arrivare a Palazzo Chigi soltanto dopo un passaggio elettorale»; sia i suoi comportamenti: il benservito dato senza complimenti al compagno di partito Enrico Letta e la sua immediata sostituzione con l’approvazione della Direzione del Partito democratico, nella quale Renzi gode di una fin troppo ampia maggioranza non ostacolata dai due concorrenti sconfitti nella corsa alla segreteria, cioè, né da Gianni Cuperlo né da Giuseppe Civati. Quel che più conta, la nomina alla Presidenza del Consiglio era stata immediatamente e, in maniera inusuale, senza nessun commento, effettuata/ratificata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Non è il caso di prendere in considerazione malposte e fuorvianti critiche relative al «non essere stato eletto» rivolte a Renzi.
Continua a leggere QUI

Copertina Valbruzzi
Indice 1
2
3