Home » Posts tagged 'Giorgia Meloni' (Pagina 12)
Tag Archives: Giorgia Meloni
La libertà e la Costituzione spiegate a Giorgia Meloni (che non le conosce) @DomaniGiornale


Dalla sua posizione privilegiata che le garantisce una cospicua “rendita di opposizione” Giorgia Meloni ha scritto un tweet che contiene elementi preoccupanti. “L’idea di utilizzare il green pass per poter partecipare alla vita sociale è raggelante, è l’ultimo passo verso la realizzazione di una società orwelliana. Una follia anticostituzionale che Fratelli d’Italia respinge con forza. Per noi la libertà individuale è sacra e inviolabile”.
La caratteristica essenziale del sistema politico totalitario descritto da Orwell era l’abolizione completa della privacy alla quale si aggiungeva il controllo su tutte le comunicazioni fra persone fino all’uso di una neo-lingua. Il green pass non ha nulla a che vedere con Orwell e con il totalitarismo. Pone le persone di fronte ad una scelta. Chi desidera andare a teatro e allo stadio, al cinema e al palazzetto del basket, frequentare alcuni luoghi pubblici, prendere treni e aerei deve dimostrare di essere vaccinato, ovvero farsi vaccinare. La vaccinazione, dalla quale consegue il green pass, non è comunque un obbligo, ma è l’opportunità offerta a tutti che ciascuno deciderà di accettare liberamente in qualsiasi momento. Chiunque intende partecipare alla vita sociale sa che ci sono sempre regole da rispettare. In una situazione di pandemia, la prima sovrastante regola è quella di non essere in condizione di contagiare gli altri partecipanti i quali, a loro volta, da un lato, non debbono essere potenziali portatori di contagio, dall’altro, non debbono essere esposti al contagio portato da altri.
Da nessuna parte al mondo, in nessuno dei sistemi politici al massimo grado liberali, la libertà individuale è “sacra e inviolabile”. Dappertutto, esistono regole che delimitano l’esercizio della libertà individuale. Dopo mesi di dibattitti, tutti dovremmo sapere che la libertà di ciascuno di noi si arresta laddove comincia la libertà degli altri. In tutte le costituzioni democratiche esistono limiti chiaramente stabiliti affinché non si configuri una situazione, lo scrivo con parole che richiamano Orwell, nella quale tutti siano formalmente liberi, ma qualcuno sia più libero degli altri. Quanto alla Costituzione italiana, spesso richiamata raramente letta, mi limiterò a citare l’articolo 16 sulla libertà di circolazione che, ovviamente, ricomprende quella di frequentare luoghi pubblici. Ė riconosciuta a “ogni cittadino” “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità e di sicurezza”. L’articolo 17 stabilisce che “le riunioni in luogo pubblico” possono essere vietate dalle autorità “per comprovati moti di sicurezza o di incolumità pubblica”.
Nel green pass non c’è follia, meno che mai anticostituzionale, ma, richiamando Max Weber, razionalità orientata allo scopo. In definitiva, né George Orwell né la Costituzione italiana offrono appigli adeguati e convincenti alle tesi di Giorgia Meloni contro il green pass, tesi che non sono libertarie quanto, piuttosto, anarchiche, ideologiche e irresponsabili.
Pubblicato il 16 luglio 2021 su Domani
Il partito unico? Per funzionare serve il ritorno al maggioritario #intervista @ilgiornale

Intervista raccolta da Stefano Zurlo

Il partito unico? «Il termine è un po’ raggelante in democrazia», risponde con una punta di perfida ironia Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza della politica e fresco autore del saggio Libertà inutile, profilo ideologico dell’Italia repubblicana, appena pubblicato da Utet. «Ma il punto è un altro».
Scusi, almeno dalle parti del centrodestra il dibattito gira proprio attorno a questa questione: si fa il partito unico? Non si fa e ci si ferma alla Federazione? O ancora, meglio non fare nulla?
«Berlusconi ebbe un’intuizione geniale quando creò una coalizione unificata nel 1994: un Polo al Nord e un altro al Sud, con Forza Italia come perno di un’alleanza che comprendeva Alleanza Nazionale e la Lega».
Oggi?
«Oggi Salvini ha bisogno di visibilità, è lo studente che copia, il copione. Ma il Berlusconi del 1994 aveva un grande vantaggio rispetto al Salvini di oggi: c’era il Mattarellum, un sistema maggioritario con i collegi uninominali, un sistema che spingeva verso l’unità».
Oggi c’è il Rosatellum che ha una quota maggioritaria. Non basta?
«No che non basta, questo è un sistema misto con una modesta quota maggioritaria, quello era maggioritario per tre quarti. Capisce, se cambiano le regole del gioco cambia tutto».
Altrimenti?
«Si può andare avanti a discutere per mesi, ma mi lasci essere scettico: non credo che arriveremmo molto in là. Tanto per cominciare, la Meloni sta bene dove sta: ha una rendita di opposizione».
Ma il partito unico…
«Dica pure la coalizione unica, anzi meglio unificata».
Dunque, la coalizione unica può funzionare?
«Se si modifica la legge elettorale, Penso di sì e il discorso può farsi interessante».
Interessante?
«Si supera il pluralismo che in realtà è frammentazione e dispersione delle forze e si stabilisce una leadership chiara. Non è poco».
Fra Salvini e Meloni?
«Ci si siede intorno a un tavolo, si guardano i sondaggi, gli ultimi, naturalmente, e sulla base di quelli si decide chi sarà il candidato premier. Non esiste col maggioritario un’altra formula».
Dall’altra parte?
«Pensi a cosa vorrebbe dire un Nuovo ulivo: potrebbe essere un passo in avanti straordinario per le forze di sinistra. Sfruttando anche il nome autorevole di Prodi che oggi torna nella corsa al Quirinale».
Ma come lo chiamerebbe?
«Ovviamente toglierei ogni riferimento all’Ulivo. Eh, mi pare non porti bene. Lo battezzerei partito Progressista, in contrapposizione al partito Conservatore o, magari con lessico berlusconiano, partito Liberale, meglio ancora partito Liberale nazionale».
Il centrosinistra unito avrebbe più forza?
«Potrebbe ad esempio rivolgersi ai sindacati e chiamarli ad un dialogo riformatore proprio in nome delle idee progressiste. Credo che l’impatto sarebbe forte e si sprigionerebbero suggestioni inedite. Penso che alla fine da una parte e dall’altra ci sarebbero coalizioni in grado di mordere la realtà e di incidere davvero sui problemi. Ma, ripeto, se non si forzano le regole del gioco, il match rimane una partita fra dilettanti».
Insomma, la semplificazione del quadro da sola non basta?
«Direi proprio di no. Ha presente la Dc?».
Perché?
«La Democrazia cristiana era già una sorta di partito unico che andava da destra a sinistra e in cui le correnti pescavano in bacini diversi, tant’è che se oggi seguissimo i voti degli elettori dello scudo crociato li ritroveremmo nel centrodestra e nel centrosinistra. Ma il partito unico non basta, la semplificazione senza un cambio della legge in senso maggioritario è un’incompiuta e non dà risultati. Le correnti si spostano in funzione del potere e destabilizzano. Siamo punto e a capo».
Il maggioritario come punto di partenza, ma poi si dovrebbe passare ad un sistema presidenziale o semipresidenziale?
«Sulla carta va benissimo, ma naturalmente questo è un discorso che nessuno vuole affrontare: per arrivare al presidenzialismo dovremmo immaginare una crisi gravissima, un crollo che francamente non c’è».
Ma potendo e dovendo scegliere, meglio il modello americano o quello francese?
«Meglio, molto meglio il sistema semipresidenziale francese. Negli Usa il presidente si trova spesso in difficoltà perché la Camera o il Senato hanno una maggioranza di segno opposto. In Francia, con la coabitazione, c’è sempre qualcuno che comanda: il presidente o il premier e non c’è il rischio di paralisi. Ma ci vorrebbe un De Gaulle all’orizzonte e io francamente non lo vedo».
Pubblicato il 28 giugno 2021 su il Giornale
C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico nel centrodestra unito. Scrive Pasquino @formichenews
Dov’è la novità nella proposta di Salvini tornato da Fatima? Soltanto il tentativo di ritagliarsi qualche spazio sui quotidiani, di “animare” i salotti televisivi, di essere presente sui social sperando in questo modo di rallentare l’irresistibile ascesa della signora della destra, dei Fratelli d’Italia?
Mio nonno trova entusiasmante l’idea di una Federazione di centro-destra. Sostiene, però, che non è una idea originale. Dice di averla già visto all’opera, addirittura vittoriosa, nel 1994. Era, in verità, una alleanza a due punte, con un centravanti di peso. Al Nord l’alleanza: Forza Italia-Lega Nord fu chiamata Polo della Libertà. Al Centro-Sud l’alleanza: Forza Italia-Alleanza si chiamò Polo del Buongoverno. Il Polo della Libertà vinse in tutti i collegi uninominali della Lombardia meno uno (Suzzara). Il Polo del Buongoverno si accaparrò tutti i collegi uninominali della Sicilia (compreso quello dove era candidato Sergio Mattarella, il relatore di quella legge elettorale, “recuperato” sulla lista proporzionale). Nel 2001 il centro-destra si presentò “federato” nella Casa delle Libertà e ottenne una grande vittoria elettorale. Nel 2009 Berlusconi diede vita con Fini al Popolo della Libertà nel quale confluirono anche un certo numero di “cespugli”. Insomma, conclude mio nonno, dov’è la novità nella proposta di Salvini tornato da Fatima? Soltanto il tentativo di ritagliarsi qualche spazio sui quotidiani e anche sulla newsletter di Formiche, di “animare” i salotti televisivi, di essere presente sui social sperando in questo modo di rallentare l’irresistibile ascesa della signora della destra, dei Fratelli d’Italia?
Suggerisce mio nonno che qualche politologo, che abbia letto almeno un libro sui partiti di destra e un articolo sui sistemi elettorali, sì, forse, ce ne sono ancora, rari e appartati, dovrebbe spiegare quando è utile e produttivo “federare” i partiti e quando no. Da tempo immemorabile i partiti e i loro dirigenti più capaci sanno che nei collegi uninominali è meglio essere presenti con una sola candidatura, a meno che la legge elettorale contempli il doppio turno grazie al quale si possono valutare le prestazioni e i voti al primo turno. Se la legge è proporzionale, divisi i partiti raggiungono elettori che altrimenti sarebbero meno inclini a votare un’indistinta aggregazione.
Ė questo, “federare, federare, federare”, si chiede mio nonno, il modo agognato, preferito dai pensosi commentatori dei maggiori quotidiani italiani, di ristrutturare il sistema partitico italiano? Fattasi la domanda, mio nonno si è data la risposta (sommessamente aggiunge di averla trovata in non pochi libri di scienza politica): no, nessun sistema partitico è mai stato ristrutturato creando d’emblée una federazioncina di due partiti uno dei quali è in via di sfaldamento. Poi, rivelando di essere molto antico, mio nonno ha anche chiesto quali siano le basi culturali della Federazione di centro-destra. Non potrà certamente essere il sovranismo l’asse portante. Sarà, dunque, l’europeismo? Esiste un pensatore europeista nella Lega (no, non lo era Alberto da Giussano, ma neppure Carlo Cattaneo, “filosofo militante” lo definì Bobbio)? Qual è l’europeista di riferimento di Forza Italia? Forse l’ex-Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani? A questo punto, sconfortato assai, mio nonno ha affermato che triste è la storia di un paese in cui il dibattito pubblico si alimenta di notizie che non hanno senso e non aprono nessuna prospettiva. Mi ha suggerito di fare sempre commenti che ricordino la struttura delle situazioni e che non si appiattiscano sulla congiuntura. Se n’è andato con un sorriso portandosi via tutte le informazioni utili per partecipare da cittadino consapevole alla Conferenza sul Futuro dell’Europa.
Pubblicato il 6 giugno 2021 su formiche.net
Draghi, Letta e la grande imboscata. Il commento di Pasquino @formichenews
Fa bene Mario Draghi a evitare a tutti i costi le “operazioni bandierine”. Ma dovrebbe realizzare che non è Enrico Letta la mina vagante per questo governo. Di qui a sei mesi Salvini e Meloni potrebbero giocargli un bello scherzo. Il commento di Gianfranco Pasquino
Non ho mai creduto che l’Ecclesiaste: “c’è un tempo per dare denari (agli Italiani) c’è un tempo per prenderli” fosse un riformista. Sono sicuro che anche Draghi riconoscerebbe che le riforme si fanno proprio combinando, almeno in parte, i soldi che si ottengono da chi ne ha fin troppi con il trasferimento a chi, ottenendoli, potrebbe migliorare le sue competenze e la sua posizione contribuendo nel contempo a cambiare il paese. Non so se la motivazione di Draghi nel respingere la tassa di successione proposta da Letta fosse quella di impedire a tutti i partiti l’operazione bandierine. Spero che non sia quella “ne so più io”. A sua volta, Letta dovrebbe sapere che le bandierine del suo partito le debbono, non piantare, ma sventolare i suoi ministri: Franceschini alla Cultura, Orlando al Lavoro, Guerini alla Difesa (?). Il neo-segretario di un partito talmente sgangherato da averlo richiamato dalla vie en rose parigina dovrebbe tentare di ricostruirlo quel partito, che è tutt’altra cosa dal renderlo visibile in un governo dove il bello e il cattivo tempo lo fa inesorabilmente e inevitabilmente il Presidente del Consiglio che, per di più, sembra averci preso molto gusto.
Inutile e improduttivo rincorrere Salvini che, non solo non ne azzecca una, ma è costretto a correre sia per temperamento sia per non farsi raggiungere da Meloni. D’altronde, Letta non è nelle condizioni, nessuno lo è, di proporre qualsivoglia alternativa a Draghi. Meglio continui a sottolineare, non allo spasimo, che il Partito Democratico è il perno di questo governo. Condivido anche che annunci alcune riforme da farsi, oltre alle tasse anche quella dello ius soli e una qualche dote che consenta ai giovani di farsi una vita, di studio e di lavoro, decente. Dunque, mi attendo nuove dichiarazioni, innocue per la vita del governo, ma essenziali per comunicare al paese e ad alcune categorie specifiche che il Partito Democratico si cura di loro. We, Dems, care. Dal canto suo, Draghi deve assolutamente restare au-dessus de la mêlée. Neanche per un attimo deve pensare che il nemico destabilizzante potrà essere il PD che non può andare da nessuna parte. Anzi, sono proprio alcune proposte del PD che gli consentirebbero/consentiranno fra qualche tempo di rendere visibile il suo profilo riformista. Piuttosto, deve temere la grande imboscata, quella del Quirinale, che potrebbe anche diventare il culmine della sua vita di successi. Che cosa dirà Draghi se Salvini e Meloni decidessero non soltanto di fare il suo nome per la Presidenza della Repubblica, ma annunciare che lo voteranno fin dall’inizio? Potrà Letta permettersi, non il lusso, ma lo sgarbo personale, politico, istituzionale di dire no alla candidatura di chi, a fine gennaio 2022, avrebbe già sulle spalle il manto del salvatore dell’Italia? Le scaramucce di questi giorni sono pochissima, ininfluente roba. All’orizzonte si affacciano strutturalmente, cioè sicure e improcrastinabili, scelte che cambieranno in maniera profonda alcuni importanti elementi del sistema politico. Meglio cominciare a riflettervi. “C’è un tempo per fare il Presidente del Consiglio e un tempo per fare il Presidente della Repubblica” concluderebbe quell’attento osservatore della scena, non soltanto politica, che è l’Ecclesiaste.
Pubblicato il 29 maggio 2021 su formiche.net
La caccia ai candidati civici svela il poco (o nulla) dietro Meloni e Salvini @DomaniGiornale
Non ho mai creduto alle parole dell’Ecclesiaste: “c’è un tempo per le candidature dei politici e c’è un tempo per le candidature dei civici”. Ma, se così fosse, il miscredente che è in me ammetterebbe di avere già visto il tempo dei civici e di non averlo particolarmente apprezzato. Peraltro, so che i politici hanno avuto alti e bassi, più i primi anche se mai davvero molto alti. Ciò detto, noto che la ricerca da parte del centro-destra di candidati civici per l’elezione dei sindaci delle grandi città è oramai diventata spasmodica. Spuntano in qua e in là nomi improbabili e nomi di persone che comunicano rapidamente di non essere stati neppure contattati e comunque di essere indisponibili. L’imperativo di Salvini, Meloni e Tajani (Berlusconi tace per motivi di salute) è trovare un medico famoso, un grande avvocato, un imprenditore di successo (che ha fatto molti soldi? ha creato numerosi posti di lavoro?) per contrapporli ai candidati del centro-trattino-sinistra. Talvolta anche il centro-sinistra va alla sua ricerca di civici, ma ha diversi vincoli che gli derivano a Roma come a Torino, e soprattutto a Bologna, dalle aspettative di carriera degli appartenenti alle sue, per quanto squilibrate e fatiscenti, organizzazioni di partito. Non bisogna deludere chi ha fatto della politica il suo mestiere. Bisognerà comunque sistemarlo/a, piazzarlo.
Credo che tentare il ricorso ai “civici” sia, da un lato, fuori moda, dall’altro, riveli una deprecabile debolezza della politica, talvolta, però, agevolata e premiata dall’elettorato per qualche cattiva ragione, vale a dire, per sentimenti antipolitici e per incomprensione delle scelte che si vanno a compiere. Si possono anche vincere le elezioni sfruttando la popolarità acquisita da alcuni candidati nelle loro rispettive professioni. Tuttavia, è fin troppo banale rilevare e sostenere che, raramente, anzi, quasi mai, alla popolarità si accompagnano capacità di governo. Invece, una volta ottenuta la carica, contano proprio le capacità di esercitarla. Come dicono gli americani: it is another ball game. Ė tutt’altro gioco. Per di più potrebbe persino essere cambiato l’atteggiamento complessivo della grande maggioranza degli elettori. Negli ultimi anni, in alcune città e in Parlamento, gli apprendisti allo sbaraglio non hanno dato eccellente prova di sé.
Temo, però, che, dietro la ricerca delle candidature civiche, ci sia, non confessabile e mai confessata, una motivazione assolutamente riprovevole, valida per entrambi gli schieramenti. Una volta eletti, i civici senza esperienza e senza competenze, per di più anche senza collaboratori propri, diventeranno facili prede di Fratelli d’Italia e della Lega, dei loro consiglieri comunali, più esperti e più professionalizzati. Quei sindaci civici saranno dipendenti dai leader dei partiti che li hanno scelti e li hanno portati alla vittoria. Chi sa che nei tanti dinieghi finora ricevuti dalla girandola di nominativi prospettati non figuri anche la consapevolezza del gravi rischi di un’autonomia contrastata e impedita.
Infine, ma non è affatto una considerazione marginale, mentre il governo Draghi offre il tempo per la (ri)costruzione di una politica decente in questo paese, soprattutto il centro-destra comunica, senza volerlo, senza rendersene conto, un messaggio deludente: dalla nostra classe dirigente non riusciamo a esprimere candidature preparate e esperte di uomini e donne politiche in grado di vincere e di governare le città italiane. Dietro Meloni e Salvini poco o niente?
Pubblicato il 25 maggio 2021 su Domani
Perché Giorgia Meloni piace tanto e non solo a destra @DomaniGiornale
Cedo subito alla tentazione di un paragone significativo. Mentre noi italiani guardiamo con interesse e maggiore o minore preoccupazione all’ascesa di Giorgia Meloni, a fare notizia in Germania è la crescita di consensi per la verde Annalena Baerbock. Fratelli d’Italia, guidata da Meloni, si avvia al 18 per cento; i Verdi di Baerbock sono arrivati al 28 per cento e sembrano destinati ad essere il partito che deciderà il prossimo governo della Germania. Quel governo, sicuramente e fortemente europeista, non piacerà a Meloni che, tutte le volte che può, dichiara la sua preferenza per la variante ungherese rappresentata da Orbán. Saldamente insediata alla guida dei Conservatori e Riformisti Europei, in larga misura contrari all’Europa che c’è, ma anche sostanzialmente irrilevanti, Meloni afferma di essere “per un’Europa confederale, che decide le grandi cose, e sulle altre lascia libertà agli Stati”. Iniziata la Conferenza sul Futuro dell’Unione Europea, la leader di Fratelli d’Italia ha un’occasione propizia di fare valere le sue idee in maniera del tutto trasparente e di sottoporre a critica quanto quegli europei, che desiderano un’Unione ancora più stretta, sapranno proporre.
Ciò detto, il consenso italiano per Fratelli d’Italia dipende solo in piccola parte dalle posizioni anti-europee: l’elettorato non è tenuto a cogliere le sottili distinzioni fra l’UE com’è e l’Europa eventualmente confederale. L’ascesa di Giorgia Meloni è una storia tutta italiana. Nel degrado e nel declino complessivo dei partiti, Fratelli d’Italia ha comunque saputo mantenere un prezioso aggancio con quello che era stato un partito piccolo, ma con radicamento: il Movimento Sociale Italiano. Meloni lì nasce e lì cresce meritandosi i complimenti per avere conquistato spazio personale e agibilità politica in un organismo di uomini (tuttora) maschilisti. Il resto sembra in misura quasi eguale un misto fra doti di carattere e intelligente sfruttamento delle opportunità. Il carattere è quell’elemento, importante e nella politica italiana abbastanza poco frequente, che spiega la coerenza finora espressa da Meloni. Nessuna impennata nessuna giravolta nessun inseguimento di novità: Meloni è rimasta fedele alle sue idee, destra nazionale e, in fondo, tradizionale (che ha troppa contiguità con Casa Pound e Forza Nuova). Un po’ di sovranismo, che è il nazionalismo trasferito a Bruxelles, ma quasi niente populismo, consegnato largamente a Salvini (ma che, talvolta, fa capolino nei berluscones). In una certa misura, è lo stesso Salvini che, con il suo marcato opportunismo e esibizionismo, continua ad offrire opportunità di crescita a Giorgia Meloni. Le critiche salviniane al governo di cui fa parte sono tanto frequenti e tanto simili a quelle di Meloni che una parte dell’elettorato pensa che allora è meglio confluire su Fratelli d’Italia. Altri elettori in uscita dal Movimento 5 Stelle trovano nei Fratelli d’Italia l’organizzazione più credibile per esprimere sia l’insoddisfazione per la politica italiana sia il dissenso nei confronti del governo Draghi. Poiché, coerentemente, Giorgia Meloni non è entrata nella fin troppa ampia coalizione di governo, gode adesso di quella che chiamo “rendita d’opposizione”. Ė una rendita che si sta rivelando cospicua e che è destinata a durare. So che dovrei concludere mettendo in guardia dai rischi di un governo prossimo venturo guidato dalla non europeista Giorgia Meloni. Sarebbe inevitabilmente e preoccupantemente un governo di centro-destra i cui guai, a mio parere, verrebbero dalle ambiguità e dalle ambizioni di Salvini, anche e soprattutto se la competizione per la leadership fosse vinta, seppur risicatamente, proprio da chi guida Fratelli d’Italia.
Pubblicato il 12 maggio 2021 su Domani
Il Copasir deve andare all’opposizione, anche se si tratta di Giorgia Meloni @DomaniGiornale
Stabilire a chi spetta la Presidenza del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti è una decisione importante. La questione non può e non deve essere interpretata soltanto come un conflitto interno al centro-destra fra la Lega di Salvini, alla quale appartiene il Presidente in carica, e i Fratelli d’Italia di Meloni, che sono i pretendenti. Infatti, in gioco sono alcune regole fondamentali della democrazia parlamentare, in special modo, quelle che attengono alle modalità di funzionamento del Parlamento e al rispetto dei diritti dell’opposizione politico-parlamentare. Appena studiosi e commentatori, in particolare quelli del “Corriere della Sera”, avranno finalmente capito che il compito principale del Parlamento nelle democrazie parlamentari non consiste affatto nel fare le leggi, cammineremo sulla dritta via che porta alla individuazione dei due compiti davvero fondamentali. Primo, è il Parlamento che sceglie il governo, gli dà la fiducia e gliela può togliere quando vuole. Ė finalmente caduta la critica sbagliata ai governi “non scelti dal popolo”, “non usciti dalle urne”, troppo spesso rivolta al governo Conte 2. Temo, però, che la caduta sia soltanto il prodotto del prestigio di Draghi, non di un reale apprendimento. Il secondo importantissimo compito del Parlamento è quello di controllare quello che fa, quello che non fa e quello che il governo fa male.
Molto felpatamente, Walter Veltroni, editorialista del Corriere della Sera, sottolinea che il governo Draghi dovrebbe accompagnare ai suoi molti buoni propositi, alcuni già in ritardo di attuazione, anche le date entro le quali saranno soddisfatti. Le incertezze potrebbero essere almeno in parte ridimensionate ricorrendo a generalizzazioni ipotetiche del tipo: “ se …, allora…”. Esempio, “se i vaccinati saranno il 60 per cento allora le riaperture potranno avvenire il 20 giugno”. Queste generalizzazioni ipotetiche consentono all’opinione pubblica accuratamente (sic) informata dagli operatori dei mass media di farsi un’idea e all’opposizione, parlamentare e no, di controllare le promesse e le prestazioni del governo. Si configura in questo modo la migliore virtù democratica: l’accountability, governo e opposizione rispondono all’elettorato. Un governo intelligente impara dalle critiche espresse dall’opinione pubblica e da un’opposizione intelligente. Naturalmente, l’opposizione deve essere messa in grado di controllare l’operato del governo. I Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, DPCM, erano e rimangono criticabili se e quando rifuggono e sfuggono alle possibilità di controllo dell’opposizione.
Questa, che non è affatto una lunga digressione, ma la indispensabile premessa ad un caso importante, conduce meglio attrezzati a considerare se e quanto la richiesta di Fratelli d’Italia di ottenere la Presidenza del Copasir è fondata e merita di essere accolta. Per legge, la Presidenza di quella Commissione deve essere assegnata all’opposizione. Al governo Draghi con la sua maggioranza fin troppo larga esiste tecnicamente e politicamente una sola opposizione appunto quella rappresentata da Fratelli d’Italia. Dunque, chi ha a cuore, non solo il funzionamento del Parlamento, ma i rapporti governo/opposizione deve esprimersi senza nessuna riserva a favore della candidatura espressa da Giorgia Meloni. Se l’alternativa di cui si discute è cambiare le regole, non soltanto merita il nome di pateracchio, ma certamente non sarebbe di giovamento al prestigio del Parlamento e dei suoi rappresentanti. Al contrario. Per di più, le riformette opportunistiche hanno spesso il rischio, o il pregio, di ritorcersi contro gli sciagurati propositori.
Pubblicato il 10 aprile 2021 su Domani
Salvini è problematico
Trascinato controvoglia nel governo Draghi dal suo più stretto collaboratore, Giancarlo Giorgetti, diventato Ministro dello Sviluppo Economico, e consapevole che parte del suo elettorato non soltanto nel Nord ha un forte interesse a mantenere rapporti intensi e profittevoli con l’Unione Europea, Salvini si sente comunque a disagio. Sarebbe molto banale pensare che il suo disagio derivi soprattutto dalla competizione dura e pura di Giorgia Meloni, a capo dell’unica opposizione rimasta nel Parlamento italiano. Salvini sa che è la Lega il collante indispensabile al centro-destra per vincere le prossime elezioni. Il vero problema è che non riesce a nascondere non tanto le sue emozioni, ma le propensioni politiche che gli hanno consentito di ottenere un consenso elettorale senza precedenti e, almeno nei sondaggi, persino di farlo crescere. Anche quando fu ministro degli Interni, Salvini interpretava il suo ruolo come “di lotta e di governo”. A maggior ragione oggi deve ritagliarsi uno spazio nel quale offrire rappresentanza a gran parte di coloro che sono insoddisfatti delle politiche anti-Covid del governo. Il gioco è facile e francamente Salvini se la gode, ma la protesta, non importa quanto fondata e quanto contraddittoria, sta tutte nelle sue corde di populista.
Le sue frequentazioni europee, proprio quelle che Giorgetti reputa dannose e controproducenti, derivano da una visione dell’Unione Europea che Salvini ha maturato da tempo, e che, con termine politichese, gli viene dalla pancia. Quelle che lui definisce “amicizie polacche e ungheresi” dipendono da un comune sentire. Il video dell’incontro con Salvini apparentemente emozionato e quasi scodinzolante insieme a due capi di governo, il marpione di lungo corso Viktor Orbán e lo spregiudicato Mateusz Morawiecki, è parte di un tentativo di trovare alleati in grado di aiutarlo, ma per quali politiche? Per definizione, i “sovranisti” pensano essenzialmente agli interessi dei loro paesi. Quelli ungheresi e polacchi convergono fra loro, ma certamente non saranno d’aiuto a chi sosterrà “prima gli italiani”. L’attivismo di Salvini copre l’assenza di elaborazione politica mentre i temi suoi cavalli di battaglia, a cominciare dall’immigrazione, stanno perdendo di importanza agli occhi degli elettori italiani. I dati continuano a ribadire che le aperture non sono ancora possibili a Covid tutt’altro che sconfitto. I veri “Ristori” del futuro arriveranno grazie ai fondi europei se sapremo utilizzarli in maniera rapida e efficiente, non dagli strepiti di Salvini. Al momento, il leader della Lega costituisce una presenza ambigua in un governo a maggioranza certamente troppo allargata. In quella maggioranza, con le sue continue richieste di vaccinazioni accelerate e riaperture anticipate, sfida e incrina il necessario tentativo di tenere unita e disciplinata una cittadinanza che combatte il Covid in maniera già non sufficientemente convinta e disciplinata. Salvini è parte non della soluzione, ma del problema.
Pubblicato AGL il 7 aprile 2021
Il vuoto di idee dei partiti non sarà riempito da Draghi @DomaniGiornale
Coinvolti in un esperimento di nome “governo Draghi” che hanno largamente subito, ma che ha, comunque, lasciato/concesso loro cariche ministeriali importanti, i partiti italiani, con l’eccezione ai suoi inizi del PD, non sembrano sapere andare alle radici dei loro problemi. Se questa era una crisi di sistema nessuno sta cercandone una soluzione. Se, invece, è una crisi della politica i partiti non hanno neppure cominciato ad affrontarla. Qualcuno, più fuori che dentro i partiti, sembra attendersi il rinnovamento della politica da quello che farà il governo Draghi. Come il capo del governo ha dimostrato nella sua finora unica conferenza stampa, esistono modalità di comunicazione efficace che, propongo questa chiave di lettura, prescindono totalmente dalle pratiche partitiche e che segnalano la necessità e possibilità di un loro superamento. In questo modo, però, il rischio è che la politica italiana non sarà trasformata e migliorata, ma verrà, anche molto al di là delle intenzioni del Presidente Draghi, sostanzialmente accantonata. Si entrerebbe in un ambito di esperienze inusitate dovendo peraltro costruire canali di comunicazione, di partecipazione e di influenza per i cittadini. Non è in nessun modo quello che gli attori partitici italiani stanno facendo al momento.
Il Movimento 5 Stelle non è finora riuscito a darsi nuove modalità di leadership e non potrà risolvere i suoi problemi allontanandosi dai teleschermi. Giocare su due tavoli, quello di Salvini della “piazza” euroscettica e quello di Giorgetti, delle categorie produttive che dell’Unione Europea riconoscono necessità e utilità, non toglie la Lega dalla sua condizione di ambiguità. Giorgia Meloni può abilmente criticare queste ambiguità dall’alto della sua coerenza, ma la sua opposizione non si staglia in maniera speciale e si scontra con l’obiettivo di ricompattare il centro-destra. Il leader di Italia Viva vanta il suo ruolo di costruttore del governo Draghi, ma tutti ricordano come davvero incisivo quello di distruttore del governo Conte. Ad ogni modo per quanto ripetuto e ripetitivo quel vanto non contiene nessuna elaborazione strategica.
“Tornare a vincere” è l’ambizioso proposito del neo-segretario del Partito Democratico Enrico Letta che, però, non ha ancora effettivamente ridimensionato il peso delle correnti delle quali è possibile dare un giudizio positivo soltanto di fronte alla comprovata capacità di elaborare idee. Invece, ad esempio, nelle città che andranno ad elezioni autunnali, come Roma, Bologna e persino Milano, non sembra esserci nessuna elaborazione di idee, ma esclusivamente scontri fra persone, con il sindaco di Milano che ha addirittura deciso di fare riferimento primario non al PD, ma ai Verdi Europei. Certo, con Letta ci si potrebbe limitare ad affermare “ce n’est qu’un début”, ma forse è più opportuno criticare la mancanza di visione strategica un po’ in tutti i partiti. La crisi della politica partitica continua. Il suo superamento non è dietro l’angolo.
Pubblicato il 21 marzo 2021 su Domani
Letta segretario dem? Certo, è serio, ma chi glielo fa fare? #intervista @ildubbionews
Parla Gianfranco Pasquino, politologo e professore emerito di Scienza Politica a Bologna
Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Secondo Gianfranco Pasquino, politologo e professore emerito di Scienza Politica a Bologna, Enrico Letta «dovrebbe usare il Pd per riportare in quell’alveo tutti coloro che credono nella sua leadership, da Leu a Italia Viva», ma accettando la candidatura alla segreteria «forse si caccerebbe in un vicolo tremendo».
Professor Pasquino, l’ex presidente del Consiglio è l’uomo giusto per una nuova stagione del Pd?
Certamente Letta è una personalità di rilievo, autorevole, competente e soprattutto decente. Ma non so che tipo di partito voglia costruire. Non so se ha pensato al partito che desidera, se ha cercato di indovinare cosa dovrà essere da ora in poi il Pd nel panorama politico italiano. Spero che il tempo che si è preso gli serva per riflettere su questo e non per fare accordi con le correnti, altrimenti sarebbe già spacciato.
Tuttavia in un partito forte e radicato sul territorio come il Pd pluralismo e correnti ci sono sempre state. Come si può fare a meno di cercare un compromesso?
Innanzitutto occorre dire che non è l’unico partito radicato sul territorio, basti pensare a Fratelli d’Italia, che ha ereditato la grande radicalizzazione del Movimento sociale italiano e questo dà grande forza a Giorgia Meloni. Tuttavia Letta deve sconvolgere le correnti, deve distruggerle. Deve chiedere al partito la possibilità di farsi governare davvero e gli ex correntisti devono tornare a essere uomini e donne liberi e libere a cui Letta di volta in volta farà delle proposte sull’organizzazione del partito in quanto struttura, non in quanto governo. Se non chiederà il potere di ristrutturare il partito, il suo interludio sarà soltanto un sogno.
Pensa che, rispetto alla linea zingarettiana dell’alleanza politica con il Movimento 5 Stelle, Letta possa riuscire a ricucire con i partiti di centro, Italia Viva in primis?
Credo che, prima delle alleanze, Letta dovrebbe usare il partito per riuscire a riportare in quell’alveo tutti coloro che credono alla sua leadership, certamente Leu e Italia viva. A meno che non siano vassalli e vassalle di Renzi, i parlamentari di Italia Viva non possono non sentire la vicinanza politica a Letta. Ma se non la sentono affari loro.
Dopo gli attriti del passato pensa sia impossibile una ricucitura tra i due ex presidenti del Consiglio?
Immagino che Renzi vorrà fare il vicesegretario di Letta quasi sicuramente … o forse potrebbe fare l’emissario nei paesi arabi, compito che ha dimostrato di saper svolger efficacemente. Tornando seri, Letta dovrebbe avere molto riserbo nell’aprire a Renzi. Prima si pensa al partito, poi alle alleanze.
La minoranza del partito continua a spingere per un congresso in breve tempo, ma questo vorrebbe dire eleggere un reggente soltanto per qualche mese. Potrebbe essere lo stesso Letta?
Questa è una condizione essenziale: Letta non deve in nessun modo accettare di fare il reggente per qualche mese. Deve governare il partito davvero essendone il segretario fino alla scadenza del mandato nel 2023.
C’è il rischio che possa essere “sfruttato” dalle correnti e finire nel tritacarne come già accaduto in passato ad altri segretari?
Il rischio c’è ma deve essere lui a valutarlo chiedendo un voto personale e non per acclamazione. D’altronde non si può andare dal notaio ma lui non deve parlare con i capi corrente. Deve chiedere platealmente all’assemblea che ciascuno di loro voti per coscienza dandogli la propria fiducia.
Molti lo giudicano un “papa straniero” chiamato a salvare il partito, un po’ come fosse il Draghi del Pd. È d’accordo?
Questo paragone mi pare abbastanza azzardato. Letta è stato e continuerà a essere un politico di professione, mentre Draghi non lo diventerà mai. Inoltre Letta ha un radicamento nella politica Italiana che Draghi non avrà mai. Draghi è un papa nero, Letta è uno di loro, ma un po’ meglio di ognuno di loro. Mentre Draghi è un po’ meglio di tutti quelli che stanno al governo con lui. Un Pd a guida Letta si approccerebbe in maniera diversa al governo dell’ex presidente della Banca centrale europea?Credo che non cambi nulla. Letta non avrebbe un mandato per cambiare la posizione del partito e credo che diventando segretario potrebbe cercare di imporre alcune priorità, ad esempio influendo attraverso i suoi ministri.
In definitiva, crede che accetterà il compito di guidare i dem?
Letta deve accettare soltanto se tutti i capi corrente sono d’accordo sulla ristrutturazione del partito, nazionale e locale. Servono sezioni di partito più dinamiche e flessibili. Ma se non avesse questa forza autonoma, il rischio di fallire sarebbe altissimo.
Mi perdoni professore, ma il superamento del sistema correntizio risale addirittura allo statuto di fondazione del partito, nel 2007. Sono passati quattordici anni e mi pare non sia cambiato nulla.
In effetti forse se Letta accettasse si caccerebbe in un vicolo tremendo.
Cos’ha spinto Zingaretti a dire “basta”?
Credo che sia stata una sequela di episodi. Uno stillicidio di critiche cattive non fatte nelle sedi di partito. Poi certamente c’erano posizioni differenti rispetto all’alleanza coi Cinque Stelle ma dovevano venire fuori in assemblea o in direzione. E invece non è accaduto, tranne qualche battuta di Orfini. Forse c’entra anche la politica del Pd romano, oltre che nazionale.
In ogni caso, crede che la chiamata di Letta sia un sintomo dell’evoluzione del sistema politico provocata dal governo Draghi?
La vera evoluzione del sistema politico avverrà quando la destra diventerà capace di proiettare un’immagine non solo di alternativa dura al centrosinistra ma di coalizione in grado di governare il Paese senza creare conflitti con richiami al passato, come fanno Lega e Fd’I, e senza conflitti di interesse, come ha Forza Italia.
Beh, la Lega qualche passo avanti sembra averlo fatto, non crede?
Nella Lega questo percorso è iniziato ma non so quanto Giorgetti riesca a resistere alle punzecchiature di Salvini. Mentre Fd’I vive di rendita come opposizione in Italia e come elemento critico in Europa. Ne sono convinti e continueranno così.
Pubblicata il 12 marzo 2021 su Il Dubbio



