Home » Posts tagged 'Giorgia Meloni' (Pagina 2)

Tag Archives: Giorgia Meloni

Senza una pace decente saremo noi a pagarne le conseguenze @DomaniGiornale

Per condurre a termine “l’operazione militare speciale” lanciata il 24 febbraio 2022 dall’autocrate Vladimir Putin contro lo stato sovrano e democratico dell’Ucraina, molti commentatori e politici occidentali affermano che è necessaria una “pace giusta e duratura”. Divenuta una sorta di mantra, anche nel lessico del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’affermazione, altamente problematica, esige, per non rimanere un neppure abbastanza pio desiderio, approfondimenti e chiarimenti. La pace, parola di cui troppi si riempiono la bocca, sarà soltanto una parentesi di silenzio delle armi e di volo dei droni prima di un’altra guerra, mi correggo, di una nuova “operazione militare speciale”? Più concretamente, quale significato ha pace nel linguaggio di Putin e del Cremlino? Saranno forse i due aggettivi, giusta e duratura, a definire in qualche misura il sostantivo?

   Definizioni accettabili condivise/ibili sono molto di più che “operazioni lessicali speciali”. Non solo in guerra, la propaganda definisce la situazione, (la bontà de-)gli obiettivi, i risultati conseguiti e, naturalmente, le modalità accettabili di conclusione. Per ragioni poi non del tutto differenti, Trump e Putin intendono esibire la loro capacità di porre fine all’uso delle armi in Ucraina. Trump dimostrerebbe che la sua America è già tornata grande sullo scacchiere internazionale, mentre gli europei si sarebbero, a suo parere, dimostrati inadeguati a mettere ordine sul loro stesso territorio. La Russia può ben rimanere un avversario, ma viene da Trump portata al tavolo delle trattative stabilendo una sorta di duopolio di potere nel contesto europeo. Naturalmente, Trump non dimentica che un bravo tycoon si cura anche e molto dei suoi affari. Insomma, ai russi verranno concesse la Crimea e altre zone già occupate, mentre all’America sarà garantito accesso alle terre rare e al loro sfruttamento. Giusto così? sarebbe questa una pace giusta?

   Senza la partecipazione di ZeIensky ai negoziati e senza il suo, per quanto doloroso, assenso, nessuna pace di questo genere può essere definita giusta. A maggior ragione non può esserla se contempla il quasi totale conseguimento degli obiettivi militari e imperiali di Putin. Finire la guerra in questo modo non significa affatto pace giusta, ma pace imposta e tutta a carico e a spese del paese aggredito, dei cittadini dell’Ucraina democratica. Sarebbe il riconoscimento della sconfitta sul campo, tuttora non avvenuta, e addirittura una sorta di pagamento con territori e terre rare per una responsabilità sostanzialmente inesistente.

   Non è detto che automaticamente le paci ingiuste siano destinate a non durare, essere precarie e effimere. Tuttavia, il disonore di una pace ingiustamente imposta all’Ucraina avrebbe conseguenze molto gravi sull’Unione europea, su come si è storicamente concepita: spazio di libertà, di diritti, di abolizione del ricorso alle armi, di apertura, e su come si è evoluta ed è diventata attrattiva per i molti Stati che hanno fatto e continuano a fare domanda di adesione. L’Unione europea deve difendere i suoi principi e i suoi valori fondanti, a maggior ragione a fronte di mire imperialiste di qualsiasi tipo e impronta. Defend Europe contiene tutte queste implicazioni. Non è solo una questione territoriale. Riguarda stili di vita, valori, cultura politica e democratica. Nessuna pace che voglia essere giusta e quindi possa diventare duratura può prescindere da questi valori, meno che mai contraddirli e sbarazzarsene. In attesa di conoscere come Trump e Putin intendono declinare gli aggettivi “giusta” e “duratura”, è opportuno ricorrere ai valori europei e usarli per intraprendere e tenere aperta la strada di una pace decente.

Pubblicato il 30 aprile 2025 su Domani

Quelli che l’Europa di Ventotene #ParadoXaforum

“L’Europa di Ventotene”, ha affermato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, “non è la mia Europa”. Non avrebbe certamente potuto esserlo poiché lei non si sarebbe mai trovata fra i confinati a Ventotene, ma certamente a Roma fra i confinatori fascisti. Perché gli alleati del regime fascista che metteva in galera e confinava i suoi oppositori erano proprio i nemici dell’Europa di Ventotene. A nome del Führer sovranista, Adolf Hitler: Deutschland über alles (traduzione MAGA, Make Alemania Great Again), il suo ministro degli Esteri von Ribbentrop firmava un patto di non belligeranza e di spartizione della Polonia con il ministro degli Esteri sovietico, Molotov che agiva in nome del suo capo sovranista (“socialismo in un solo paese”) Josif Stalin. Allontanatosi del PCI e critico severissimo di quel Patto, Spinelli veniva evitato dai comunisti persino nelle passeggiate quotidiane nella piccola isola.

No, Meloni non avrebbe mai potuto condividere un Manifesto scritto da esponenti delle culture politiche impegnate con il pensiero e le azioni in una verticale opposizione al fascismo e al suo nazionalismo aggressivo: Ernesto Rossi, radicale della componente di Giustizia e Libertà. Eugenio Colorni socialista nel solco tracciato da Giacomo Matteotti. Altiero Spinelli, es-comunista, poi azionista, infine, battitore libero, enfasi su entrambe le parole, di sinistra. Sono tre culture minoritarie nell’Europa di oggi e ancor più nell’Italia di Meloni che, comunque, non è culturalmente in grado di contrapporre nessun Manifesto alternativo. Certo, Spinelli, Rossi e Colorni desideravano che la proprietà privata fosse anche politicamente controllata e posta al servizio di obiettivi pubblici. Certo, Spinelli, Rossi e Colorni erano convinti che la spinta alla mobilitazione dell’opinione pubblica a favore dell’Europa dovesse venire dall’alto, da chi si impegnava per l’unificazione politica federale: gli Stati Uniti d’Europa. Era e rimane un problema di leadership la cui mancanza è fortemente sentita nell’Europa di oggi.

Quell’Europa di Spinelli, Rossi e Colorni avrebbe dovuto portare pace e prosperità, lo ha fatto, ma anche sapere difendersi. Dissentendo ancora una volta dal Partito Comunista Italiano, che pure lo aveva fatto eleggere come indipendente al Parlamento europeo nel 1979, Spinelli sostenne la necessità dell’installazione dei missili americani Pershing come difesa nei confronti dei missili posizionati dai sovietici. Con lui stava il Cancelliere tedesco socialdemocratico Helmut Schmidt, e oggi starebbe il gruppo parlamentare europeo Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici che ha approvato il progetto di difesa militare comune presentato dalla Presidente von der Leyen.

Non stupisce che Giorgia Meloni abbia una visione dell’Europa diversa da quella di Spinelli, Rossi, Colorni. Anche mascherato il non solo suo sovranismo è l’opposto dell’europeismo. Stupisce, invece, che metà degli europarlamentari del Partito Democratico si siano espressi con l’astensione su un voto importante. Lo Spinelli del Manifesto di Ventotene, che ho conosciuto, ho letto, ho seguito nella sua indefessa battaglia politica, e i suoi co-autori, avrebbero risposto con un chiaro e argomentato voto a favore. Poi avrebbero contribuito a migliorare quel progetto, da dentro, non soltanto con la retorica.

Pubblicato il 24 marzo 2025 su ParadoXaforum

È tempo di rivendicare i grandi valori dell’Europa @DomaniGiornale

Fare fronte agli assalti del Presidente MAGA Trump all’Unione Europea e ai suoi Stati-membri richiede una chiara identificazione delle tematiche e la formulazione di risposte precise, in qualche caso flessibili, mai ambigue, sempre comuni e condivise da tutti quegli Stati. Persino il primo ministro inglese Keir Starmer il quale, pure, può, nonostante tutto, vantare qualche titolo, sa che la relazione speciale del suo paese con gli USA non gli garantisce automaticamente qualsivoglia vantaggio. Infatti, nella misura in cui tenta qualche mediazione con Trump per rafforzarsi lo fa anche in nome dei paesi europei.  

Trump non mira affatto a ristabilire modalità di concorrenza commerciale più equilibrate con l’Unione Europea (con il Canada e con il Messico). Gli è stato fatto credere che con i dazi acquisterà una supremazia perduta che potrebbe risultare reale solo in alcuni pochi settori. Se è vero che le guerre commerciali fanno male un po’ a tutti, è ancor più vero che fanno più male a coloro che sono più deboli in partenza. Abolendo con un tratto di penna l’USAID (Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale) Trump ha già fatto sapere che non tiene in nessun conto quegli stati. Facile immaginare che tipo di ordine internazionale Trump intenda costruire. La risposta europea dovrà essere tanto equilibrata quanto selettiva, impostata in modo da completare il Mercato Unico, secondo le indicazioni del Rapporto Letta e concentrando ricerca e risorse per dare vita a “campioni” europei competitivi per dimensioni, come suggerito nel Rapporto Draghi, e prospettive.

Entrambi i Rapporti, certamente esigenti, finora non adeguatamente tenuti in conto, meritano di essere messi al centro della risposta politica dell’Unione Europea, ovvero di una più intensa e approfondita e anche più rapida collaborazione fra gli Stati-membri. Oggi e domani quella collaborazione è particolarmente urgente, probabilmente decisiva, nell’ambito militare, della difesa. Le guerre si evitano anche con adeguate modalità di dissuasione che derivano dall’esistenza di un esercito comune e di armamenti moderni. Anche in questo caso si tratta di utilizzare al meglio quanto già esiste e di investire adeguatamente. Primum vivere. La difesa dell’Ucraina non è soltanto una priorità militare, è un compito politico di prima grandezza. Non sono sicuro che a Trump basti far sapere che l’UE ha già speso più degli USA. Sono sicuro, però, che è importante comunicare a Putin che l’UE vuole ed è in grado di continuare a spendere, magari anche con il denaro che viene dai beni russi giustamente confiscati.

Non mi sono posto l’interrogativo se l’UE debba ancora considerare Trump un alleato o debba prendere atto che si comporta, se non come un vero e proprio nemico, quantomeno come un avversario agguerrito. So che sarebbe sbagliato lasciargli credere che fra i governi dell’Unione europea c’è chi vorrebbe assumere una posizione più morbida, quasi collusiva perché, come si dice di Giorgia Meloni, condivide alcuni “valori” del trumpismo. Almeno l’altra metà degli Stati Uniti quei valori non li condivide e, leccandosi le profonde ferite di una brutta, ma purtroppo meritata, sconfitta, tenta di contrapporvi il meglio della democrazia americana. Se le distanze sui valori fra l’America di Trump e l’Unione Europea come è stata fondata, è cresciuta, si è ampliata, si approfondiscono, perché gli USA diventano un paese illiberale, allora a maggior ragione, senza ambiguità e senza pavidità, l’Unione dovrà sollevare il vessillo di quello che è da tempo diventata: il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Su questi valori si basa la grandezza dell’Unione Europea. Il tempo è venuto di rivendicarli e di metterli, senza nessun distinguo nazionalista, sempre all’opera. Europei, orgogliosi di esserlo.  

Pubblicato il 5 marzo 2025 su Domani

Dalla Germania ottime notizie. L’Ue unita fa paura a Trump @DomaniGiornale

Troppo semplicistico sostenere che l’Unione Europea si trova fra due fuochi: uno, quello amico, che viene da un leader democraticamente eletto, Trump, che spara a casaccio; l’altro, sicuramente nemico, che viene da un autocrate repressivo e sanguinario, Putin, che ha una strategia di corto respira, ma chiara e pericolosa.  Poi, dentro i singoli Stati-membri dell’Unione Europea covano altri fuochini e fuocherelli, nazionalisti, sovranisti, xenofobi, che mirano ad indebolirla fino a disgregarla, con qualche recupero di sovranità nazionali, magari nella difficile forma di una Confederazione, comunque un passo indietro.

Liste, fronti, partiti che, esibendo obiettivi autoritari che discendono da un passato che non è mai passato, sfidano apertamente, come solo in contesti democratici è lecito e possibile fare, sono stati finora, con qualche eccezione, esclusi dalla partecipazione al governo. Brandmauer, firewall, cordone sanitario, ma non bisogna dimenticare l’italica conventio ad excludendum, sono le parole usate per giustificare il rifiuto che i partiti democratici oppongono a chi le regole e i valori democratici dichiara di volere sfidare e schiacciare. Secondo alcuni commentatori sarebbe un errore non dare spazio agli oppositori, non dei governi, ma della democrazia in quanto tale. Ho un qualche ricordo che l’addomesticamento attraverso l’accesso al governo dei fascisti e dei nazisti non funzionò, produsse disastri. D’altronde, le coalizioni di governo, come dimostrerà anche il prossimo cancelliere tedesco, non sono un banale affare di numeri, ma si formano con riferimento alla vicinanza politica, almeno sui valori, alle esperienze vissute, e alla compatibilità programmatica.

Nell’Unione Europea si entra soltanto se il sistema politico rispetta le regole democratiche e, requisito non disprezzabile, se il sistema giuridico non contiene, non consente e non applica la pena di morte. No, gli USA di Trump non potrebbero diventare il 28ottesimo Stati della UE, ma il Canada sì (e l’Ucraina anche). Certo, un regime duramente autoritario come la Russia e una repubblica presidenziale possono mostrare capacità decisionali, ovvero di prendere decisioni in tempi brevi, superiori a quella di una federazione di Stati, ma, come già emerge nel contesto trumpiano, l’applicazione e l’attuazione di decisioni frettolose, talvolta di dubbia legalità, sono difficili e controverse. Certamente e inevitabilmente più lenta, l’Unione Europea ha comunque finora dimostrato, quando era necessario, di saper ergersi all’altezza della sfida. Se necessario, la pratica democratica, che non ha nulla a che vedere con diktat imperiosi, imperiali, imperialisti, consentirà di aprire trattative con Putin e con Trump.

Molto, adesso, dipende dalla rapidità con cui il democristiano Merz, prossimo cancelliere tedesco riuscirà a rilanciare quell’accordo con la Francia, già cruciale nel passato, per il quale il non ancora troppo debole Presidente Macron è tanto inevitabilmente quanto convintamente disponibile. Con più ampio, più esteso e più approfondito coordinamento in una pluralità di settori, a cominciare dagli armamenti a proseguire con la tecnologia e l’industria, con il sistema di tassazione fino al completamento del mercato unico, per il quale le proposte di Mario Draghi e Enrico Letta hanno risposte decisive, l’Unione Europea ha grandi inesplorate opportunità. Non sarà nessuna autonominatasi pontiera, s’illudono i sostenitori di Giorgia Meloni, con gli USA di Trump e delle sue politiche commerciali, a fare sfruttare al meglio queste opportunità. Sovranismi, anche soft, nazionalismi, xenofobie sono tutti palle al piede di un’Unione che può correre e crescere. Una Unione più veloce è possibile grazie alle sue risorse e allo snellimento delle sue procedure democratiche. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato il 26 febbraio 2025 su Domani

Se non è ricattabile Meloni faccia i nomi dei suoi ricattatori @DomaniGiornale

Sono oramai diverse, di recente nel brutto caso del capo della polizia giudiziaria libica Almasri, le occasioni nelle quali Giorgia Meloni ha affermato con forza “non sono ricattabile”. Mi pare giusto volerne sapere di più, meglio se, invece che con un messaggio social, la Presidente del Consiglio rispondesse a opportune e appropriate richieste in Parlamento. La sottolineatura della sua non ricattabilità, evito il terreno strettamente personale, significa che in politica, nel passato e oggi vi sono (state) persone ricattabili. Costoro non hanno potuto agire liberamente poiché erano sotto tiro, minacciati sul piano del loro privato (ma a quanta privacy ha diritto chi ha conquistato cariche pubbliche che incidono sulla vita dei loro concittadini?) e, sono costretto ad azzardare, delle modalità della loro carriera politica e del loro esercizio del potere di rappresentanza e di governo. Non faccio ipotesi di nomi, ma non sarebbe fuori luogo chiedere che la Presidente del Consiglio rivelasse chi è/sono oggetto della sua comparazione implicita.

Il messaggio della non ricattabilità può avere come destinatari, non tanto gli oppositori i quali, conoscessero qualcosa di rilevante e di imbarazzante, ne avrebbero già fatto uso, quanto, da un lato, coloro che stanno nel suo entourage come alleati e sostenitori, dall’altro, i cosiddetti, mai meglio specificati, poteri forti intenzionati a opporsi e combattere qualsiasi scelta e decisione vada a loro scapito. Naturalmente, questi poteri forti si mobiliterebbero, lo hanno già fatto nel passato, contro qualsiasi governante che intenda ridurne le rendite di posizione, ridimensionarne i privilegi, rendere inefficaci gli eventuali tentativi di ricatto. Fuori i nomi, sarebbe più facile debellarli.

Informare i cittadini della situazione e denunciare apertamente e con precisione chi sono i ricattatori del governo e dei governanti è sicuramente un imperativo democratico. Dichiararsi non ricattabili senza fare massima chiarezza quantomeno sulle eventuali fattispecie e sfide non è una strategia politica adeguata. Sembra piuttosto una forma di esorcismo.

Non dovendo rispondere a nessuna opinione pubblica e potendo decidere rapidamente (è questa la qualità che i critici delle democrazie invidiano e vorrebbero imitare?) gli autoritarismi possono permettersi pratiche ricattatorie a piacimento, tutte le volte che le ritengano necessarie e utili. Poiché, sperabilmente tengono in grande considerazione la vita dei loro concittadini, tutti i governanti democratici, che si sentono responsabili dei loro comportamenti, sono costantemente esposti agli spregevoli e spregiudicati ricatti dei dirigenti autoritari.

Non intendo discutere se sia giusto oppure sbagliato, accettabile oppure riprovevole, da parte dei governanti democratici cedere ai ricatti ai quali ricorrono i governi autoritari. Talvolta è, semplicemente, assolutamente inevitabile. Meglio procedervi trasparentemente dopo avere resa edotta l’opinione pubblica. Non ragion di Stato, ma consapevolezza condivisa per evitare il peggio. Lo scambio fra il terrorista iraniano Abedini e la giornalista italiana Cecilia Sala è l’esito del ricatto esercitato dagli ayatollah di quella teocrazia oppressiva repressiva. Non è del tutto infondato ipotizzare, in attesa che la Presidente del Consiglio, il Ministro della Giustizia Nordio, il ministro degli Interni Piantedosi, il sottosegretario Mantovano forniscano le informazioni relative al rimpatrio del capo della polizia giudiziaria libica, responsabile di torture, Almasri, che esponenti libici di rilievo abbiano in effetti ricattato il governo italiano. Sapere in che modo per ottenere che cosa consentirebbe forse di evitare di trovarsi esposti a ricatti simili in altre circostanze. Proprio perché personalmente Giorgia Meloni non si ritiene ricattabile dovrebbe procedere a spiegare perché e come il governo italiano e indirettamente le regole e le istituzioni della nostra democrazia sono state ricattate. Sarebbe utile per impedire che situazioni simili si ripresentino nel futuro.

Pubblicato il 2 febbraio 2025 su Domani

Le pericolose scorribande di una premier senza freni @DomaniGiornale

Inebriata dai complimenti, a cominciare da quelli dello sbadato settimanale “The Economist” e dello smodato tycoon diventato Presidente Trump, estasiata dalle e nelle photo opportunities (a suo tempo, lo so, saranno raccolte in un apposito portfolio politico-elettorale), forse anche frastornata dai molti cambi di fuso, la Presidente del Consiglio sta incappando in alcuni problemi, forse non proprio marginali. Il primo riguarda la coesione della coalizione che ha guidato al successo elettorale nel 2022 e che intende condurre fino al record di unico governo italiano durato un’intera legislatura. Vero è che né Salvini né Tajani potrebbero andare altrove e sono costretti a soffrire e abbozzare, ma decidere senza neppure dare loro le informazioni di base, può diventare troppo almeno per alcuni dei parlamentari leghisti e forzisti e portare, poi, alle criticabili guerriglie parlamentari. Da quel che abbiamo visto, qualche assaggio di guerriglia si è già avuto in occasione dell’approvazione dell’autonomia differenziata e nel corso della discussione del disegno di legge costituzionale sull’elezione popolare del Presidente del Consiglio. Pur avendola definita la madre di tutte le riforme, Giorgia Meloni non sembra attualmente in grado di dedicare parte del suo prezioso tempo a controbattere le critiche e a portarla avanti. Non escluso che si sia orientata a farne argomento per chiudere la legislatura e impedire il referendum costituzionale che non può tenersi nell’anno delle elezioni politiche.

Il secondo problema di enorme complessità riguarda la strategia del sovranismo inteso come recupero e esercizio della sovranità nazionale. La correttezza formale dei rapporti con la Presidente dell’Unione Europea Ursula von der Leyen viene spesso incrinata dai troppi ammiccamenti con l’illiberale Viktor Orbán, ma la fase che si è oramai aperta riguarda atteggiamenti e comportamenti da mostrare e da tenere con Trump, sicuramente nemico di un’Unione Europea più coesa e più forte. Il significato più ampio dell’improvviso, forse non improvvisato, viaggio lampo a Mar-a-Lago non è stato solo “premere aggressivamente” (come è stato riportato dal “New York Times”) per convincerlo a non essere di ostacolo alla trattativa per ottenere la liberazione di Cecilia Sala. Quel viaggio ha inteso anche mandare il segnale che la Presidente del Consiglio italiano vuole ed è in grado di decidere e di fare una sua politica di rapporti politici e personali con Trump, a prescindere dall’Unione. Di fatto, sta indebolendo in partenza l’Unione e irritando i capi degli altri Stati-membri i quali, per il momento, hanno fatto buon viso a pessimo gioco.

Nella sua permanenza nella lussuosa magione del Presidente eletto, Meloni ha avuto modo di parlare e ammiccare, lo dicono le foto, anche con Elon Musk. Non è chiaro quanto l’incontro sia servito a discutere della possibilità che sia proprio Musk a fornire tutta la strumentazione necessaria a strutturare le reti dei servizi di sicurezza nazionale. Tre punti meritano approfondimenti. Il primo riguarda i limiti dei poteri del capo del governo italiano che in un settore di tale importanza per la sicurezza della nazione dovrebbe rapportarsi strettamente con il Parlamento. Il secondo è che, quando si è parte di una entità sovranazionale come l’Unione Europea, il bilateralismo già di per sé modalità controversa e discutibile, lo è ancor più quando si svolge su un terreno che interessa tutti gli Stati-membri. Terzo e ultimo punto, non deve essere ritenuta una critica di lesa maestà la richiesta di sapere quanto il Presidente del Consiglio sia tecnicamente attrezzata sul tema della sicurezza nazionale e in grado, quindi, di tenere a bada eventuali mire aggiuntive in termini di potere e di affari da parte di Elon Musk . Lecito è pensare e temere che Giorgia Meloni si sia allargata troppo, abbia mostrato un eccesso di fiducia nelle sue vorticose scorribande. C’è un tempo per agire e c’è un tempo per riflettere, anche per correggere.    

pubblicato il 8 gennaio 2025 su Domani

Su Stellantis hanno tutti torto. La crisi si supera solo in Europa @DomaniGiornale

Il caso è Stellantis oppure è Carlos Tavares? Sicuramente, per il suo ruolo di capo e per la sua ingente liquidazione (100 milioni di Euro paiono spropositati a prescindere e già sono un problema in sé), Tavares merita il massimo dell’attenzione e della riprovazione. Ma non unicamente. Le difficoltà di Stellantis sotto la costosa gestione di Tavares derivano da scelte sbagliate sulle quali, a cominciare dai proprietari e quindi da John Elkann e dagli azionisti, pochi, forse nessuno, hanno sostanzialmente, tempestivamente fatto obiezione. Stabilire una graduatoria dei “disattenti” e degli opportunisti e quindi anche degli (ir)responsabili è utile poiché può servire a mettere in guardia per il futuro. Anche se vistisi sempre negare da Tavares il ruolo di interlocutori, i sindacati dovrebbero comunque interrogarsi se e come, oltre alla legittima difesa dei livelli occupazionali, non sarebbe opportuno da parte loro esercitarsi anche in approfondimenti concernenti la produzione, tipo e quantità, e l’immissione di quali modelli automobilistici sul mercato.

   Mi pare sia giusto chiamare a rispondere del loro (in)operato anche i ministri che si occupano di economia e di industria. Tuttora preda di qualche sudditanza psicologica e un tantino anche politica nei confronti di quella grande compagnia automobilistica? Per la Confindustria parla il devastante editoriale del “Sole 24 Ore”, forse, ma ascoltare le interpretazioni e le valutazioni del Presidente e dell’ufficio di presidenza potrebbe apportare altri elementi conoscitivi certamente utili. Meno, molto meno condivisibile, mi sembra la ricerca, come ha prontamente fatto Giorgia Meloni (metto convintamente Salvini in secondo piano) di un capro, caprone, espiatorio nelle politiche ecologiche e di transizione all’elettrico decise e perseguite dall’Unione Europea.

   Buona parte degli analisti più preparati sostengono che le difficoltà di Stellantis dipendono dalle politiche volute e decise da Tavares in persona. Tuttavia, in qualsiasi modo si cercherà di uscire da una situazione difficilissima e pesantissima del settore automobilistico che coinvolge anche Volkswagen, all’Europa sarà necessario rivolgersi. In Europa bisognerà cercare la soluzione. Da un lato, non possiamo fare finta che la concorrenza cinese prima di, eventualmente, sconfiggerla sul terreno della qualità e dell’innovazione, bisogna arginarla. Sullo stesso terreno, è opportuno temere le politiche commerciali e di fissazione di dazi dell’Amministrazione Trump. Dall’altro, forse stiamo per mettere alla prova uno dei suggerimenti operativi del Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea. Grande magari non è sempre bello, ma può essere vitale. Quanto basterà procedere a qualche forma di coordinamento delle politiche nel settore dell’auto, tuttora e prevedibilmente nel futuro prossimo, molto importante per il lavoro, l’imponente indotto, la ricerca e l’innovazione con i suoi effetti spill over e quanto, invece, bisognerà avviarsi sulla strada delle concentrazioni per giungere a giganti industriali competitivi, ma inevitabilmente poi interessati ad una fetta di potere politico europeo?   

Le soluzioni intermedie, che riguardino investimenti, occupazione, bilanci, debbono essere cercate non come (costosi) tamponi, ma come premesse di una strategia di lungo periodo da presentare e discutere con le autorità governative italiane e europee. Il caso Stellantis non è solo un test di come rispondere ad una grave emergenza. Può diventare e deve essere una opportunità di elaborazione e attuazione di politiche europee lungimiranti.

Pubblicaro il 4 dicembre 2024 su Domani

Premierato, scandali e Orbán: bilancio di due anni meloniani @DomaniGiornale

“Chi conosce un solo biennio (di governo), non conosce neppure quel biennio”.  Infatti, non potrà dire che cosa è accaduto di eccezionale poiché non sa che cosa accade normalmente in un biennio (di governo). Su un punto delle rivendicazioni orgogliose del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si può e deve essere d’accordo. Il suo (primo) governo ha già conseguito il settimo posto nella classifica di durata dei governi italiani. In buona parte, quindi, ha usufruito di quella stabilità politica la cui mancanza Meloni ha messo come fondamento al suo disegno di legge costituzionale per “l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri”, il cosiddetto “premierato”. Incidentalmente, nel programma presentato da Fratelli d’Italia agli elettori nel 2022 non si trova il premierato ma il molto diverso presidenzialismo. Se, poi, il governo Meloni durasse (durerà?) per cinque anni, sarebbe il primo governo italiano a riuscirvi, manderebbe logicamente in frantumi la necessità del premierato. Non serve l’elezione diretta per durare. “Basta” la politica.

   Per una valutazione istituzionale più articolata dell’eventuale successo del governo, è naturalmente indispensabile guardare anche ai ministri. A mo’ di utile comparazione fino al 1992, i Presidenti del Consiglio cambiavano, pur meno spesso dei loro governi, ma molti ministri rimanevano in carica, talvolta era quasi un gioco dei quattro cantoni, molto a lungo, garantendo la stabilità e prevedibilità dell’azione politici di governo. Da questo punto di vista, il governo Meloni ha già avuto qualche problema (dimissioni, forzate, del sottosegretario Sgarbi, e “volontarie” del ministro della Cultura Sangiuliano. Ci sono poi un sottosegretario Delmastro Delle Vedove e un ministro Daniela Santanché rinviati a giudizio e un ministro e vice-presidente del Consiglio Matteo Salvini già sotto processo, sentenza attesa per il 20 dicembre. Censurare il profilo etico-politico del governo? No, solo ricordare qualche fatto meritevole di considerazione e comparazione. Nient’affatto meritevole, invece, dello scontro istituzionale fra il Ministro della Giustizia accompagnato dal Presidente del Senato e da una molteplicità di rappresentanti della maggioranza contro (settori del)la magistratura. Rebus sic stantibus, forse, il biennio appare meno brillante.

Le altre rivendicazioni di Meloni che riguardano le politiche finora attuate sono tutte tanto orgogliose quanto vaghe a cominciare da quella relativa alla messa in ordine dei conti pubblici e quella assolutamente controversa sull’aumento della spesa relativa alla sanità. Una buona opposizione avrebbe già anche contrapposto i suoi numeri per valutare l’aumento dei posti di lavoro, la diminuzione della disoccupazione, la crescita o no dei salari, l’impiego appropriato e le conseguenze degli ingenti fondi provenienti dal Piano Nazionale Ripresa e Resilienza. Dal canto mio, solo in parte, ma necessariamente, sento di dovere contraddire la mia posizione sulla indispensabilità di dati duri. Quindi, chiedo se alcuni provvedimenti come il più recente sulla maternità surrogata reato universale e il primo sui rave party, in mezzo quello relativo alla presenza delle organizzazioni pro-vita nei consultori per l’interruzione della gravidanza, qualche censura a scrittori scomodamente famosi, e, naturalmente il non troppo impalpabile senso di fastidio e di disgusto nei confronti dei mass media che non si possano controllare e normalizzare, come la RAI, non si configurino come un arretramento civile e culturale della nazione. Si scivola verso l’introduzione lenta e strisciante di elementi di illiberalismo à la Orbán, l’amico ritrovato, in attesa che “la madre di tutte le riforme” (Meloni), il premierato, al quale già vedo cedimenti di alcuni politici e costituzionalisti manovrieri, sia risolutivo: durare e decidere senza controlli e senza freni e contrappesi.

Pubblicato il 23 ottobre 2024 su Domani

Europeismo o sovranismo? Il prof. Pasquino spiega perché Fitto è tra due fuochi @formichenews

La nomina di Raffaele Fitto vicepresidente non è una faccenda di italianità e neppure di bontà/generosità. Attiene alla visione d’Europa che la Commissione e il Parlamento esprimeranno e cercheranno di attuare seguendo, mi auguro, in massimo grado le indicazioni di due europeisti italiani: Letta, Enrico e Draghi, Mario. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

Back to basics. Nell’Unione Europea la regola fondamentale per la formazione della Commissione è chiara. I governi nominano il/la loro Commissario/a, magari dopo avere scambiato qualche, più di una, idea con la Presidente della Commissione. La delega primaria, specifica, il cosiddetto portfolio, di quel Commissario dipende, in buona parte dalle sue competenze e attività pregresse, ma, in una (in)certa misura dalle necessità operative della Commissione, cioè quali compiti debbono essere svolti, quali rimarrebbero altrimenti scoperti. Con buona pace degli italiani, questa distribuzione non ha nulla a che vedere con il pure glorioso Manuale Cencelli.

Una volta nominato e “attrezzato”, ciascuno dei Commissari affronterà lunghe ed esaurienti udienze con le commissioni parlamentari di merito che, uso l’efficacissimo termine inglese, lo metteranno sulla griglia. Lì viene misurata la sua competenza, valutati i suoi propositi, meglio che ne abbia di precisi e praticabili, soppesato il suo tasso di europeismo. In quell’occasione non saranno pochi i parlamentari europei a ricordare ai commissari in pectore che chi entra a fare parte della Commissione deve dimenticare la sua provenienza nazionale e porre gli interessi e gli obiettivi europei molto al di sopra, meglio se del tutto, agli obiettivi, interessi, preferenze del suo Paese e del governo che l’ha nominato. Sappiamo dalle memorie scritte da molti commissari che si sono effettivamente impegnati in questo senso e, ex post facto, ne sono molto lieti e orgogliosi.

Sono sicuro che letizia e orgoglio sono i sentimenti che esprimerà anche l’uscente ottimo commissario Paolo Gentiloni. Fin d’ora mi auguro che al termine del suo mandato anche Raffaele Fitto vorrà e potrà raccontare con grande soddisfazione una storia simile. Sì, salvo errori e malaffari dei suoi sponsor italiani, Fitto farà certamente parte della prossima imminente Commissione europea. Questo suo ruolo non è minimamente in discussione. Quello che liberali, verdi e socialisti del Parlamento europeo mettono in discussione e respingono è l’opportunità di affidare una vicepresidenza di peso a chi è stato nominato da un governo sovranista che andrebbe a scapito della coesione e dell’efficacia della Commissione e sarebbe imbarazzante per lo stesso Fitto schiacciato tra i due fuochi di un europeismo che avanza e un sovranismo che gira all’incontrario le lancette dell’orologio, lo dico con tutta l’enfasi retorica di cui sono capace, della storia.

Male fanno e molto sbagliano coloro che, contro lo spirito dell’europeismo, chiedono al Partito Democratico di schierarsi seguendo improponibili appartenenze nazionali a favore di Fitto vicepresidente “pesante”. Non è una faccenda di italianità e neppure di bontà/generosità. Attiene alla visione d’Europa che la Commissione e il Parlamento esprimeranno e cercheranno di attuare seguendo, mi auguro, in massimo grado le indicazioni di due europeisti italiani: Letta, Enrico e Draghi, Mario.

Dal canto suo, Fitto avrà modo di esprimere il suo parare nelle audizioni. Finora, però, fanno testo le opinioni espresse da Giorgia Meloni e soprattutto il suo voto contrario a von der Leyen. Il resto si vedrà poiché rimangono molti i modi di essere influenti anche fuori da una non meritata vicepresidenza di peso e di prestigio.

Pubblicato il 12 settembre 2024 su Formiche.net

Fuori di testa
Errori e orrori di politici e comunicatori
Paesi Edizioni

Fuori dal piccolo cerchio di parenti e amici, il vuoto @DomaniGiornale

Al governo e nei dintorni sono meglio i politici, ovviamente anche donne, “puri”, nel doppio significato dell’aggettivo. Chi ha scelto di fare della politica la sua professione cercherà di comportarsi in maniera tale da soddisfare il suo elettorato. Lo faranno certamente costruendo reti di relazioni, ma soprattutto mostrandosi capaci di comprendere le preferenze degli elettori. Alcune leggi elettorali, non quella vigente in Italia, consentono, incentivano e premiano questi comportamenti. Il politico puro vuole e ha bisogno di essere rieletto. Cercherà anche di non fare inquinare la sua politica da fattori esterni e estranei al programma del suo partito e del suo leader. Il rischio di un eccessivo, mistico attaccamento al programma è quello della troppa continuità, dell’incapacità di innovare, soprattutto se molti e molto stretti sono i rapporti con i gruppi esterni. Peggio, però, è quando chi viene eletto e diventa governante esercita un’attività professionale che trae vantaggi dalla politica, fa parte di qualche gruppo le cui sorti sono influenzabili direttamente dalla politica più che da qualsiasi altro fattore, quando quell’esponente può sfruttare la sua carica pubblica a fini di arricchimento privato.

   Se un partito cresciuto elettoralmente in tempi brevi viene catapultato per la prima volta al governo, è per lo più inevitabile che scopra di avere una classe dirigente numericamente limitata e politicamente inesperta, che si renda conto che deve procedere a reclutare dall’esterno, ma anche che non può fare meno di coloro che compongono il cerchio stretto dei militanti della prima ora e di lungo corso. Giorgia Meloni ha premiato i suoi qualche volta dando la preminenza all’affidabilità personale sulla competenza specifica. Nonostante la sua dichiarata, comprensibile e talvolta persino condivisibile, avversione ai “tecnici”, ovvero a persone prive di un curriculum di ruoli politici, è stata costretta ad affidare qualche ministero proprio ad alcuni “tecnici”. Sono emersi conflitti di interesse, peraltro facilmente prevedibili. Hanno fatto la loro comparsa inadeguatezze, ingenuità, incompetenze. Qualcuno si è anche montato la testa con esiti imbarazzanti.

   Nelle democrazie parlamentari, la soluzione esiste e viene praticata: la sostituzione degli incompetenti, di quelli che sono lambiti da procedimenti giudiziari, dei portatori, tutt’altro che sani, di conflitti d’interessi. La Presidente del Consiglio ha espresso la sua contrarietà ai rimpasti di governo nel timore che producano una destabilizzazione complessiva della coalizione che lei vorrebbe portare intatta o quasi fino al termine naturale della legislatura, oppure forse perché il numero e la qualità dei “rimpastabili” sono davvero limitati. La coperta delle competenze alternative disponibili, come appare già per il rimpiazzo di Fitto, nei nomi che circolano per la Cultura, nella pur flebile difesa del Turismo, sembra, anzi, è davvero molto corta.

Ministri dimostratisi inadeguati, esposti al fuoco di più che legittime critiche, incapaci di imparare e migliorarsi sono ovviamente una zavorra per qualsiasi governo, ancora di più per il governo Meloni che mira a segnare una cesura profonda con il passato (nel quale, peraltro, rimpasti efficaci ridavano non poco slancio all’azione). Le opposizioni fanno il loro mestiere (qualche volta capita…) chiedendo le dimissioni di alcuni ministri, e hanno ragione. Male, invece, fa il capo del governo a resistere per puntiglio. Peggio sarebbe se lo fa per conclamabile mancanza di personale alternativo. Da questa manfrina a uscirne indebolita è la amata Nazione.

Pubblicato il 4 settembre 2024 su Domani