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Tag Archives: Giorgia Meloni

Soltanto il PD si oppone davvero alle destre @DomaniGiornale

Non deve essere così grave il pericolo fascista rappresentato da Giorgia Meloni se, da un lato, Calenda-Renzi, dall’altro, il ringalluzzito Conte sembrano impegnarsi soprattutto nell’erosione del Partito Democratico di Enrico Letta. In verità, contrariamente all’opinione di molti commentatori per i quali le parole e le impressioni contano più dei numeri e delle percentuali, non sembra in atto nessuna erosione. Anzi, i sondaggi più credibili indicano e documentano che da almeno un mese o poco più il Partito Democratico è, se non stabile intorno al 22 per cento, addirittura in leggera, forse impercettibile, crescita. Non solo, ma non si vede nessun effetto positivo della presunta erosione del PD sugli abusivi del Terzo Polo che rimangono bloccati su percentuali che sono quasi la metà di quelle dei veri Terzisti guidati da Conte. Il recupero dei Cinque Stelle che stanno inseguendo, forse raggiungendo Matteo Salvini, irrequieto leader della Lega, non sembra dovuto alla sottrazione di consensi a Letta, ma al possibile, probabile, rientro di elettori già pentastellati che si stanno ricredendo. D’altronde, il menu dell’offerta partitica non può sembrare maggiormente appetibile per chi aveva nutrito speranze di un reale cambiamento di sistema, certo, poi, disatteso, ma non senza esiti apprezzabili: reddito di cittadinanza e taglio dei parlamentari. Incuriosisce, però, che gli Azionisti e i Pentastellati mirino in particolar modo più a ricavarsi uno spazietto a spese del PD piuttosto che giocare a tutto campo anche con spirito repubblicano per impedire alla destra di conquistare la maggioranza assoluta dei seggi e forse più mettendola nelle condizioni di riformare la Costituzione repubblicana evitando l’eventuale sfida referendaria. Preoccupante sarebbe poi se Calenda-Renzi e Conte pensassero che il messaggio da mandare all’elettorato è che l’avversario principale è il Partito Democratico e non il trio delle meraviglie Meloni, Salvini, Berlusconi, le loro proposte programmatiche e valoriali, le loro collocazioni internazionali, le loro amicizie europee. Serenamente opposto a Giorgia Meloni, mi pare che Enrico Letta sia sostanzialmente uno dei pochi, unitamente a +Europa, a ritenere che la destra è per l’appunto l’avversario principale. Continuare a fare dell’ironia sul campo largo non soltanto non serve a nulla, neanche all’erosione immaginaria, ma significa non avere capito che, in effetti, l’avversario principale esiste e che, lui/lei sì, è da mesi il/la front runner. Non si fermerà quella corsa di testa proponendole, a quale titolo mai?, l’inserimento in un governo di unità nazionale che lo stesso proponente Calenda avrebbe in altri tempi carinamente definito accozzaglia e ammucchiata. Prima si contano i voti e i seggi. Poi si fanno i governi. Questa è la democrazia competitiva. Il resto non è “erosione”, ma confusione.  

Pubblicato il 7 settembre 2022 su Domani

Liste calate dall’alto? Non vale per tutti i partiti #intervista @ilriformista

Il politologo: «Cassese dice che le forze politiche sono diventate oligarchie? Sbagliato generalizzare. Realtà come il Pd hanno scelto i candidati anche in base a competenze importanti. Giudicherà chi vota» Intervista raccolta da Umberto De Giovannangeli

Tra gli scienziati della politica italiani, Gianfranco Pasquino è tra i più accreditati. Professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna, dal 2005 socio dell’Accademia dei Lincei. Tra le sue numerose pubblicazioni, ricordiamo la più recente: Tra scienza e politica. Una autobiografia (Utet, 2002).

“Il modo in cui si sono formate le liste è un’ulteriore dimostrazione del carattere oligarchico del nostro sistema politico”. Così Sabino Cassese in una intervista a questo giornale. Lei come la vede?

Le liste vengono formate in maniera molto diversa da partito a partito. Non sono in grado di generalizzare e non vado alla ricerca di modalità democratiche, modalità oligarchiche etc. Parlerei piuttosto di modalità funzionali. Ciascun partito decide cos’è meglio per la sua organizzazione, per i suoi militanti che poi dovranno fare anche un po’ di campagna elettorale, per i candidati che deve scegliere. Non possiamo dire che il Partito democratico abbia scelto i suoi candidati allo stesso modo con il quale li ha scelti Giorgia Meloni per Fratelli d’Italia. E sappiamo da tempo immemorabile che i candidati di Forza Italia vengono scelti da Silvio Berlusconi e abbiamo visto che i 5Stelle utilizzano anche le cosiddette “parlamentarie”. Di tanto in tanto il Pd fa anche delle primarie che purtroppo i commentatori sbeffeggiano, sbagliando.

Perché, professor Pasquino?

Perché se condotto con metodi decenti, rappresenta un metodo democratico. Quindi non generalizzo, le scelte dei candidati sono state fatte in un certo modo e sono in grado di criticare di volta in volta le modalità e le scelte effettive. Mi chiedo, ad esempio, che senso ha paracadutare Elisabetta Casellati in Basilicata quando era eletta e ambita in Veneto, mentre al suo posto c’è Anna Maria Bernini che notoriamente è una bolognese. Naturalmente ho molto da dire sul fatto che Piero Fassino va a fare il parlamentare del Veneto dopo aver fatto il parlamentare del collegio di Modena e Sassuolo. Questo riguarda anche la forza del candidato. Fassino è un uomo molto forte nel suo partito e sceglie dove andare. Nel caso della Casellati, Berlusconi e Tajani preferiscono candidarla in Basilicata. Però non si può generalizzare. Possiamo dire che il metodo comunque non ci convince, dopodiché affidiamo il resto agli elettori. Saranno loro a valutare se sono buoni candidati oppure no, se fanno campagna elettorale, se rappresentano il territorio, se non sanno solo ascoltare ma come dico io anche interloquire con i loro elettori, oppure se è semplicemente un’operazione nel segno di rieleggetemi e buona fortuna.

Nel dibattito aperto da Il Riformista, Sergio Fabbrini, altro autorevole scienziato della politica e dei sistemi istituzionali, ha sostenuto: “Gli eletti sono diventati degli imprenditori di se stessi e quindi si comportano sulla base dei vantaggi immediati che possono conquistare nel mercato politico”. Concorda ?

No, anche se ne apprezzo il rigore e la nettezza. Non sono d’accordo perché, di nuovo, occorre differenziare tra i vari partiti. Nel Partito democratico ci sono le carriere. Persone che hanno iniziato a fare politica prima che ci fosse il Partito democratico e che proseguono nella loro carriera. Non sono degli “imprenditori di se stessi”, come li definisce Fabbrini. Secondo me sono semplicemente dei professionisti, qualche volta anche perché hanno acquisito delle competenze vere. Per non restare nel vago. Non si può fare a meno di uno come Franceschini, perché è bravo, ha delle competenze. Ed è sbagliato respingere la candidatura di Casini, perché anche lui è bravo e ha delle competenze. Siamo di fronte a professionisti, a semi professionisti e come una volta mi disse Domenico Fisichella a “gentleman in politics”. Naturalmente si riferiva a se stesso, cioè a persone che hanno una biografia professionale tale da permettere loro di fare un po’ di politica e poi tornare alla loro professione senza nessuna preoccupazione. Questo vale per il Partito democratico come anche, sul versante opposto, per Fratelli d’Italia, perché è l’unico altro partito rimasto vivo. Il Msi era un partito organizzato sul territorio. E non vale invece in altri casi. Come quello di Forza Italia Ha ragione Berlusconi: i suoi candidati vengono effettivamente dalla società civile. Di errato c’è semmai il verbo. I candidati non “vengono” dalla società civile, è lui che li ha “prelevati” dalla società civile ed è lui che li “ricaccia” nella società civile quando non gli servono più. Nessuna generalizzazione è possibile, insisto su questo, ma analizzare caso per caso, e sul singolo caso costruire una spiegazione, soprattutto quando certe scelte suscitano polemiche non sempre pretestuose.

Venendo ai “campi” che si fronteggiano. Cosa teme di più del destra-centro: la leadership Meloni?

Io temo l’inesperienza di una parte non marginale di quella classe dirigente. Temo l’eccessiva gioiosità per aver vinto le elezioni, e l’incapacità di capire che cosa vuole l’Europa da noi. E soprattutto temo gesti eclatanti volti a dimostrare che quello a cui daranno vita è un Governo “nuovo”, che siamo entrati in un’era “nuova”. Tutto questo temo. E ne temo l’insieme. E che Giorgia Meloni si lasci trascinare dall’entusiasmo. Mi è rimasta negli occhi, e in parte anche nelle orecchie, la sua performance al congresso di Vox. Non vorrei mai più vedere una Giorgia Meloni così. Certo è che se lei va in Europa con quella grinta la cacciano subito via.

Passando al centrosinistra. Cosa resta del “campo largo” su cui aveva puntato Enrico Letta?

Purtroppo questi politici non hanno studiato la scienza politica. Ne sono proprio digiuni e non sanno proprio di cosa parlano. Non mi riferisco solo alla legge elettorale, di cui non sanno nulla se non tutelare i propri interessi. Davvero non sanno di cosa parlano. “Campo largo” non c’era proprio bisogno di dirlo. Perché se uno avesse acquisito i rudimenti, non dico di più, della scienza politica, saprebbe che in politica si fanno le coalizioni. Questo è il principio dominante. In tutti i sistemi politico si fanno coalizioni. Persino in Gran Bretagna, dal 2010 al 2015 c’è stata una coalizione tra conservatori e liberali. Hanno addirittura stilato le regole della coalizione. Macchè “campo largo”, parliamo di coalizioni. E le coalizioni – c’è una letteratura splendida in proposito – si fanno fra partiti che sono vicini, geograficamente vicini, ideologicamente compatibili, programmaticamente in grado di convergere su quelle che ritengono essere le priorità del Paese. Letta ci ha provato ma evidentemente non conosce la teoria delle coalizioni. Dopodiché ha fatto del suo meglio, anche perché ha dovuto fare i conti con individui che sono molto ambiziosi, ingiustificatamente ambiziosi, immeritatamente ambiziosi, che hanno, come ho avuto modo di dire e scrivere, il loro ego in perenne erezione. Con quella gente è difficile trattare. Chi riesce a fare meglio le coalizioni meglio riesce ad ottenere il consenso. Giuliano Urbani, che è uno scienziato della politica, disse a suo tempo a Berlusconi “fai due coalizioni: una che si chiama Polo del buongoverno e l’altra Polo delle libertà. E in questo modo riesci a mettere insieme sia gli ex missini sia la Lega”. Questo è quello che è successo nel ’94. È il prodotto delle competenze politiche del professore di Scienza politica Giuliano Urbani. Mi lasci aggiungere un consiglio che non vuol essere “professorale”: si dovrebbe sempre chiedere a chi parla/ scrive di tematiche istituzionali-elettorali quali libri/articoli scientifici abbia letto, quali sono gli autori a sostegno delle sue analisi e valutazioni. Per non alimentare una confusione già così diffusa e grande sarebbe cosa alquanto opportuna fare pulizia terminologica per riportare il dibattito sui binari solidi e rigorosi della Scienza politica.

In Italia c’è ancora chi sostiene che si vince occupando il centro.

La Scienza politica racconta un’altra storia…

Quale?

Il centro è un luogo geografico. Non sappiamo quanti elettori stanno al centro, ma soprattutto sappiamo che vi sono elettori che stanno all’estrema sinistra e all’estrema destra. Non possiamo perderli. Dobbiamo andarli a cercare. Sapendo, innanzitutto, che dobbiamo motivare gli elettori a venirci a votare. In Italia vincerebbero alla grande le elezioni coloro che sapessero motivare gli astensionisti, quantomeno trovando la chiave per raggiungerne alcuni settori. Non c’è un “partito degli astensionisti”. Anche qui, evitiamo dannose, oltreché erronee, generalizzazioni. Quegli astensionisti non sappiamo di dove sono, se sono di centro, di destra, di sinistra. C’è di tutto, coprono l’intero arco politico. Si tratta di andare a cercare gli elettori su tematiche specifiche. La scienza politica indica che ci sono tematiche valoriali che sono politiche: le famose issues. Devi trovare la issue giusta e devi sapere anche quali sono i valori condivisi di quegli elettori che cerchi. Quel valore condiviso potrebbe essere, per esempio, molto semplicemente la democrazia in Europa, o qualcos’altro, magari di segno opposto. Ad esempio, manteniamo un alto livello di diseguaglianze perché noi elettori siamo bravi e quindi riusciremmo a trarne profitto. Operazioni che richiedono intelligenza politica a cui abbinare la capacità di un politico di stare sul territorio. Come può Fassino mobilitare gli elettori del Veneto che non l’hanno visto mai se non in televisione? Casini mobilita gli elettori bolognesi perché qui ci abita da quando è nato, perché ha fatto campagna elettorale, perché è notissimo. Ed è per questo che lui è un valore aggiunto.

Pubblicato il 27 agosto 2022 su Il Riformista

La rivoluzione della minestra riscaldata da Meloni @DomaniGiornale

Mettersi avanti con il lavoro può sempre essere utile. No, non facendo i nomi dei ministri, come vorrebbe Salvini, con grave interferenze nelle prerogative del Presidente della Repubblica, ma mettendo in pole position alcune personalità di qualche (non voglio esagerare) autorevolezza forse non del tutto appassita. Risponde ad una strategia di Giorgia Meloni il pacchetto di mischia di ultrasettantacinquenni candidati al Parlamento: Carlo Nordio, già procuratore aggiunto a Venezia, poi votato come Presidente della Repubblica, Marcello Pera, già presidente del Senato, Giulio Tremonti, a lungo Ministro dell’Economia, e Giulio Terzi di Sant’Agata ambasciatore e Ministro degli Affari Esteri (2011-2013). Facile trovare la collocazione di Tremonti e di Terzi. Dando per scontato che naturalmente Nordio sarebbe unicamente predestinato al Ministero della Giustizia, non si può dimenticare che quel posto era stato ambito anche da Pera. Con riferimento al passato appoggio dato con entusiasmo alle riforme costituzionali renziane, a Pera si potrebbe assegnare il Ministero delle Riforme Istituzionali che, con la proposta di (semi-)presidenzialismo, diventerà alquanto importante.

 Attraverso il reclutamento di queste personalità, due provenienti da Forza Italia e uno da Lista Civica, Giorgia Meloni manda due importanti segnali: uno positivo, l’altro, almeno in partenza, problematico. Il segnale positivo è duplice: l’apertura di Fratelli d’Italia alle competenze necessarie a governare e la disponibilità di quei competenti, la cui non modesta ambizione è sufficientemente (sic) nota, ad accettare la candidatura e quel che potrebbe seguirne. Il segnale problematico riguarda il partito Fratelli d’Italia. Non troppo implicitamente Meloni lascia percepire di avere preso atto che la mai messa alla prova classe dirigente di Fratelli d’Italia non sarebbe da sola adeguata a esprimere governanti di qualità. Deve rivolgersi altrove. Lo sfaldamento di Forza Italia, tutt’altro che terminato, libera energie. Però, il fatto è che quelle sono le energie di uomini del passato, rappresentanti di un periodo non particolarmente gioioso e di governi che nessuno ricorda con nostalgia. Le loro minestre non potranno che essere riscaldate. Peggio sarebbe se venissero cucinate all’insegna della rivalsa, di quello che, molti anni fa né Tremonti né Pera né tantomeno Nordio riuscirono a fare. Quanto abbiamo sentito dalla loro (redi)viva voce non sembra tenere conto delle molto mutate condizioni nazionali e internazionali. Non appare né promettente né orientato al futuro. Detto che le candidature parlamentari degli altri partiti a cominciare da quelle avallate dal competitor principale, Enrico Letta, non sono strabilianti, sorge spontaneo il suggerimento: provaci ancora Giorgia.

Pubblicato il 24 agosto 2022 su Domani

La rappresentanza politica non cade dal cielo

Le candidature al parlamento sono il volto e le gambe di un partito/coalizione. Sono il volto perché, politici di lungo corso e esperti provenienti dalla società “civile”, donne espressione di associazioni, giovani all’inizio della carriera, offrono l’immagine che il partito vuole dare di se stesso agli elettori. Le candidature sono le gambe del partito poiché tocca a loro portare il programma alle organizzazioni sociali, economiche, culturali e religiose, alle iniziative con gruppi di elettori, nei salotti televisivi. La disponibilità e la capacità dei candidati di “spendersi” sul territorio delle circoscrizioni elettorali, diventate molto ampie in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari, sono qualità importanti che possono fare la differenza e che, pertanto, meritano di essere prese in seria considerazione e premiate.

   Le tensioni e le critiche che hanno accompagnato la formazione delle liste dei candidati del Partito Democratico sono, da un lato, inevitabili, dall’altro, istruttive. Il PD è un partito piuttosto grande e diversificato. Nel 2018 la maggioranza dei suoi parlamentari era stata scelta da Renzi. Inevitabile che il nuovo segretario Letta volesse procedere ad un rinnovamento. Per qualcuno/a di loro la non-ricandidatura o l’essere collocato/a in posizione di difficilissima eleggibilità può significare la fine della carriera. Tuttavia, chi fa politica “per passione” dovrebbe comunque impegnarsi pancia a terra per il suo partito/coalizione.

   In seguito alla riduzione del numero dei parlamentari, comunque vada il PD perderà un terzo dei suoi parlamentari. L’unico partito certo di guadagnare parlamentari, quasi triplicandone il numero, è Fratelli d’Italia che, dunque, dovrebbe riuscire a sfuggire a tensioni, conflitti, recriminazioni. Non soltanto Giorgia Meloni potrà permettersi di riconfermare tutti i parlamentari uscenti, ma sarà in grado di reclutare i nuovi in un ambito affollato di ambiziosi e pretendenti. Probabilmente, cercherà anche qualche colpo ad effetto: candidature inaspettate e prestigiose e sarà generosa con gli alleati.

   In chiave più ampia, anche perché le elezioni del 25 settembre saranno importantissime per il governo del paese, è mia opinione che gli elettori dovranno valutare le candidature con riferimento ad un criterio sovrastante: se eletto/a quel(la) parlamentare vorrà e saprà interpretare e rappresentare le mie preferenze, i miei interessi, le mie necessità in maniera “fedele” e efficace? Questo criterio implica che quanti più sono i paracadutati tanto più difficile e rara sarà una buona rappresentanza politica. Parlamentari che non vivono nel collegio nel quale vengono eletti non riusciranno, neppure con il più intenso degli impegni, a offrire quella rappresentanza politica che solo chi conosce un territorio e i suoi abitanti può dare. Se i cittadini si sentiranno poco e male rappresentati aumenterà tristemente la loro distanza dalla politica con conseguenze negative sia sull’opposizione sia sullo stesso governo.

Pubblicato AGL il 18 agosto 2022

Cosa non si dice sul possibile presidenzialismo. La lezione di Pasquino @formichenews

Presidenzialismo? Per lo più i suoi imperterriti proponenti non sanno di cosa parlano. Comunque, non dicono che cosa vogliono tranne un punto: l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica, che, sia subito chiaro, non è l’elezione del governo, ma, nel migliore dei casi, del capo del governo. Se l’esempio sono gli USA, allora non è neppure vero che si tratta di elezione popolare diretta, fra il voto degli elettori e il Presidente si frappongono i Grandi Elettori. Può succedere che chi vince il voto popolare non conquisti la Presidenza: il democratico Al Gore nel 2000 ebbe 500 mila voti in più di George W. Bush; nel 2016 Hillary Clinton ottenne 3 milioni di voti in più rispetto a Trump. Succede anche che il Presidente eletto non abbia la maggioranza del suo partito in una o in entrambe le camere del Congresso: governo diviso (non “anatra zoppa”). Nella nomina dei suoi ministri (segretari), dunque, nient’affatto eletti/legittimati dal voto popolare, il Presidente USA deve sempre tenere conto delle preferenze dei Senatori che possono confermarli o respingerli.

Giorgia Meloni sembra essersi espressa per il semipresidenzialismo francese, presidente eletto con il 50 per cento più uno oppure dopo un ballottaggio. Se il partito del Presidente oppure la sua coalizione hanno la maggioranza assoluta nell’Assemblea Nazionale, il Presidente nomina il Primo ministro e i ministri, non tutti parlamentari quindi non eletti dal popolo. Se nell’Assemblea nazionale esiste una maggioranza diversa da quella presidenziale, il Presidente dovrà accettare come Primo ministro colui/colei indicato/a da quella maggioranza e i ministri da loro prescelti. È la situazione nota come coabitazione nella quale chi governa è il Primo ministro sicuramente non eletto da popolo. In entrambi i “presidenzialismi”, l’uomo/la donna sola al comando potrebbero essere costretti a fare i conti con Congresso/Parlamento. Sono sicuramente stabili, ma politicamente possono risultare deboli e inefficaci.

    Lascio da parte qualsiasi discussione sui freni e contrappesi, molto differenti fra USA e V Repubblica francese, ma segnalo che nessuna proposta di presidenzialismo merita di essere discussa se non è debitamente accompagnata dalla indicazione del sistema elettorale con il quale verrà eletto il Parlamento. Al momento, ma non da oggi, tutte le vaghe e confuse proposte “presidenzialiste” che sono state avanzate (formulate sarebbe un complimento immeritato) appaiono come terribili scorciatoie miranti ad attribuire e accrescere il potere decisionale del Presidente della Repubblica/capo del governo. Finirebbero fuori strada lasciando pesanti macerie istituzionali.

   Una volta approvata la riforma presidenzialista, Mattarella sarebbe obbligato a dimettersi? Non necessariamente anche perché la riforma potrebbe contenere la clausola che la sua applicabilità inizierebbe al termine del mandato di Mattarella. Ciò detto, da un lato, sono convinto che per ammirevole sensibilità costituzionale, Mattarella annuncerebbe le sue irrevocabili dimissioni un minuto dopo l’approvazione della riforma. Dall’altro, credo che chi fra i sedicenti riformatori presidenzialisti pone il problema del mandare a casa Mattarella segnala di essere personaggio costituzionalmente incolto e screanzato nei confronti del quale è doveroso avere il massimo di diffidenza. Buon Ferragosto parlamentare.

P.S. Dal punto di vista istituzionale e politico, il più forte e autorevole capo di governo al mondo è il Primo Ministro inglese, Margaret Thatcher (1979-1990) e Tony Blair (1997-2007) docent. Eletti in un collegio uninominale, ma leader del partito che ha conquistato la maggioranza assoluta in Parlamento, i Primi ministri del Regno Unito godono di un potere decisionale senza paragoni.     

Pubblicato il 12 agosto 2022 su Formiche.net

Dizionario per capire il confuso dibattito politico di questi giorni @DomaniGiornale

Caro Direttore,

mi accingo, ancora una volta senza esitazione di sorta, ad assolvere al missionario compito – di questi tempi assi arduo e scomodo – di sgomberare il dibattito pubblico dai detriti dell’ignoranza, dalle macerie delle culture politiche degenerate e estinte, e dalle trappole della manipolazione per riportalo sui binari solidi e rigorosi della Scienza Politica.

Mi sento obbligato a cominciare esponendo le mie credenziali, forse un’aggravante. Per 43 anni ho insegnato Scienza politica nell’Università di Bologna. Ho tenuto anche corsi in università straniere da Washington, D.C. a Los Angeles, da Harvard a Madrid, da Oxford a Natollin (Polonia). Ho maturato esperienza e competenza nell’ambito dei Sistemi politici comparati. Ho scritto almeno cinque volumi specificamente in materia più un prezioso (sic) libretto sui Sistemi elettorali. Sono particolarmente orgoglioso di Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale (Laterza 1985) dove, a scanso di equivoci che persistono, il principe non è il capo del governo, ma il cittadino sovrano già identificato da Lelio Basso. Nel dicembre 1985 il libro fu presentato a Torino da Norberto Bobbio e Pietro Ingrao (nel pubblico ricordo mia mamma molto emozionata). Ho scritto articoli accademici usciti in diverse lingue: inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, da ultimo, cinese. Ho pubblicato più di un centinaio di articoli di divulgazione su quotidiani e settimanali (ricordo con piacere “Rinascita”). Dal novembre 1983 al 1 febbraio 1985 ho fatto parte della Commissione Bozzi per le Riforme Istituzionali. Fra i molti colleghi parlamentari ricordo Roberto Ruffilli, capogruppo della DC, Pietro Scoppola, Beniamino Andreatta, Sergio Mattarella, Mario Segni, Gino Giugni, Stefano Rodotà, Augusto Barbera, Eliseo Milani (con il quale scrivemmo la Relazione di Minoranza della Sinistra Indipendente del Senato), provenienze e competenze diverse, ma nessuno tanto sprovveduto quanto i contemporanei. Nell’estate-autunno 2016 sono stato presente, spesso protagonista, in circa ottanta iniziative per sostenere il NO al plebiscito costituzionale indetto e cavalcato da Matteo Renzi. Da ultimo sono frequentemente presente nel dibattito con tweet, spero puntuti e chiarificatori, nel complesso, temo, inefficaci, ma non ho ancora avuto il coraggio di chiedere chi parla/scrive di tematiche istituzionali-elettorali quali libri/articoli scientifici abbia letto, quali sono gli autori a sostegno delle sue analisi e valutazioni.

Già durante l’esperienza referendaria mi resi tristemente conto di quanto diffusa e grande fosse/sia la confusione sotto il cielo delle regole e delle istituzioni. Da allora si è estesa e fatta persino più spessa. Su un solo punto, posso, credo, cantare vittoria. Sembra che quasi tutti i politici e i giornalisti abbiano imparato che in nessuna democrazia parlamentare, mai il governo è eletto dal popolo. In verità neanche nelle democrazie presidenziali e semipresidenziali il popolo elegge il governo, ma soltanto il Presidente che poi con modalità varie formerà e trasformerà quasi a piacimento libitum il suo governo, cambiando i suoi ministri, mai previamente presentati agli elettori.

Con il taglio, ovvero la riduzione del numero dei parlamentari è tornato in auge il bicameralismo perfetto che tale non è. Perfetto è aggettivo che si riferisce al funzionamento, mentre i bicameralismi esistenti, quello italiano compreso, possono essere paritari o differenziati secondo criteri appositi. Non parlerò delle leggi elettorali, quelle che portano i rappresentanti in parlamento, se non per menzionare due notissime firme del Corriere della Sera, la prima che concluse un suo denso articolo con lo scoop che sarebbe tornato un sistema proporzionale a turno unico, la seconda che, riflettendo sulle elezioni parlamentari francesi del giugno 2022 annunciò la probabilità di non pochi ballottaggi con tre o addirittura quattro candidati/e. Mi limiterò a sottolineare che il ballottaggio non prevede desistenze e non consente alleanze preventive. Invece, praticamente tutte le varianti di doppio turno offrono ampie gamme di opportunità a candidati, partiti, elettori.

L’instabilità governativa essendo notoriamente il più grave problema politico-costituzionale italiano di tanto in tanto qualcuno formula la proposta del presidenzialismo, anatema per la sinistra, ma oggetto largamente non identificato neppure dai suoi proponenti. Sembra che intorno a Giorgia Meloni abbiano deciso, riportato dal Corriere, che si potrebbe avere il semipresidenzialismo alla francese insieme al voto di sfiducia costruttivo previsto nella Costituzione della Repubblica parlamentare tedesca: una combinazione assolutamente e fecondamente europea. Esultano le cancellerie degli Stati-membri dell’Unione Europea che si interrogavano preoccupati sul tasso di europeismo di Fratelli d’Italia. Via tweet è arrivata la benedizione “mi auguro ci sia il presidenzialismo. Il mio modello è la Germania”, di Giovanni Toti (forse un omonimo, Professore di Diritto Costituzionale Comparato nell’Università della Liguria, non certamente il Presidente della Regione, ma non ho visto smentite).

Quod omnes tangit ab omnibus probari debet. Bisogna garantire a molti la possibilità di intervenire nel dibattito sulle regole e sulla loro eventuale riforma offrendo rappresentanza parlamentare. Irrompe così nel deprimente discorso sulle implicazioni e conseguenze della Legge Rosato il cosiddetto diritto di tribuna ovvero la più o meno graziosa e generosa concessione da parte dello schieramento guidato da Enrico Letta di qualche seggio a Sinistra Italiana e ai Verdi in cambio dei loro pochi, ma, chi sa, talvolta decisivi, voti nei collegi uninominali. I francesi ne hanno discusso, inconcludentemente per anni. Nei collegi uninominali a causa del sistema elettorale maggioritario candidati di aggregazioni che, complessivamente, potevano raccogliere 6-8 e più per cento di voti su scala nazionale finivano per non vincere mai. Si pensò di riservare un 10 per cento di seggi per garantire l’ingresso in parlamento di rappresentanti di quelle liste chiamandolo diritto di tribuna. Non se ne fece, giustamente (poiché candidature eccellenti trova-va-no accoglienza da leader intelligenti), niente. La logica italiana, offerta di seggi in cambio di voti, è sostanzialmente diversa da quella francese: ampliare la rappresentanza politico-parlamentare, da suggerire di non ricorrere all’espressione “diritto di tribuna”.

Concludo, almeno temporaneamente, criticando l’uso del termine front runner. Negli USA, front runner è colui/colei che in un affollato campo di partecipanti alle elezioni primarie per designare il candidato/a alla Presidenza della Repubblica si trova in testa dopo tre o quattro primarie negli Stati. Il front runner non è il capo di un partito, non il capo del partito più grande, non il leader o il tessitore di una coalizione. Sostanzialmente, è una terminologia che nel contesto italiano non ha senso e, comunque, se del caso, oggi la front runner è Giorgia Meloni.

So che questo mio ennesimo tentativo di pulizia e precisione terminologica difficilmente risulterà vittorioso. Pazienza: tornerò su questi e altri termini ogniqualvolta l’uso fattone sarà scandaloso. Nel frattempo, dixi et salvavi animam meam.

GIANFRANCO PASQUINO

Accademico dei Lincei

Pubblicato 7 agosto 2022 su Domani

Il nuovo bipolarismo senza più programmi @DomaniGiornale

Molto ipocritamente Silvio Berlusconi, che ha sempre impostato, e talvolta persino vinto, le campagne elettorali sul suo nome e sulla sua persona fisica: “il corpo del leader”, afferma di non appassionarsi alla ricerca della candidatura del centro-destra a Palazzo Chigi. Lui sta lavorando al programma, sapendo che non è affatto facile produrre altre proposte mirabolanti come quelle del lontano Contratto con gli italiani del 2001 (e trovare un conduttore televisivo accomodante come Bruno Vespa che gli offrì tutta la sceneggiatura possibile). Tuttavia, il milione di alberi (trascurando che nel Piano di Ripresa e di Resilienza ne sono già previsti sei milioni) e i 1000 Euro al mese di pensione minima per tutte le nostre nonne e mamme è già un bel programma. No, Berlusconi non scrive programmi. “Spara” priorità incontrollabili. Forse gli italiani, a giudicare dai sondaggi che danno Forza Italia in netta flessione, gli hanno preso le misure. Non pochi, importanti parlamentari lo hanno lasciato, “tradito” sostiene lui con poca classe.

   Giorgia Meloni teme giustamente che Berlusconi e Salvini si siano già messi d’accordo per tradire l’impegno che chi prende più voti andrà a Palazzo Chigi. Nel bene, la coerenza politica della leader di Fratelli d’Italia, all’opposizione, e programmatica, atlantista più sovranista che europeista, è fuori dubbio. Lei, la sua figura è il programma, facile da capire, facile da votare anche se il fantasma del fascismo eterno non può essere esorcizzato. Meloni si giova anche del ruolo di reale contendente opportunisticamente attribuitole dal segretario del Partito Democratico Enrico Letta che spera in questo modo in un lungo e alto sussulto antifascista che riempia il suo “campo”, largo e aperto, ma tuttora non sufficientemente frequentato.

   Neppure nel centro-sinistra i programmi stanno al centro della proposta per attrarre e convincere l’elettorato. Calenda tenta di egemonizzare il centro intorno alla sua persona che agita in maniera frenetica. Mette dodici punti nero su bianco, ma sostanzialmente sono una revisione di quanto stava facendo e progettando il Presidente del Consiglio Mario Draghi. Dulcis neanche troppo in fundo, Calenda afferma che Letta non può essere il candidato per Palazzo Chigi. Verrà stanato e candidato l’irreprensibile Mario Draghi. D’altronde chi meglio di lui, se non è stanco, come in maniera poco elegante ha sostenuto Berlusconi per giustificarne la mancata fiducia, potrà aggiornare e attuare la sua agenda? Meloni verso Letta; non-draghiani verso draghianissimi: come è bello, anche no, il nuovo bipolarismo italiano (alle vongole avrebbe certamente aggiunto Ennio Flaiano). Comunque, sia chiaro che se lo meritano molti italiani, soprattutto quelli del #iononvoto.

Pubblicato il 27 luglio 2022 su Domani

A tutti gli ombrelloni d’Italia

Già li vedo questi italiani e italiane al mare: Dopo avere affrontato la spietata prova costume, si stanno sottoponendo ad una nuova serie di esami, quelli che, scrisse memorabilmente Eduardo De Filippo, non finiscono mai. I vicini di ombrellone, neppure fossero tutti professori di sociologia, scienza politica, economia, addirittura alla LUISS, stanno iniziando l’esame comparato dei programmi dei partiti. È un esercizio al tempo stesso difficilissimo e faticosissimo. Infatti, ci sono ancora partiti che credono che buono è il programma lungo e esaustivo sul quale hanno messo a lavorare i loro benintenzionati intellettuali di riferimento. Però, anche i lungoprogrammisti hanno imparato che, se vogliono avere un impatto e attirare attenzione bisogna che facciano lo sforzo quasi sovrumano per l’intellettuale italiano tradizionale, più o meno organico, della sintesi: uno, tre, massimo cinque tweet con le apposite faccine e gli hashtag più impensabili.

   Di tanto in tanto, chi ascolta gli scambi da un ombrellone all’altro si accorge che, no, quegli italiani e quelle italiane, non leggono indiscriminatamente tutti i programmi. Anzi, alcuni proprio li scartano subito. Altri vanno alla ricerca di qualcosa di originale. Qualcuno di loro dice che sono tutti un po’ eguali e che, purtroppo, nel migliore dei casi espongono il titolo di quello che promettono, ma non dicono come lo faranno, quando, con quali costi, quali obiettivi, quali conseguenze. Qualcun altro dice che tutti i politici promettono e nessuno mantiene. Visto che cosa hanno fatto al governo? Nasce una discussione vera e accanita sul fatto, sul non fatto e sul malfatto. Fa la sua comparsa anche il misfatto: chi è responsabile della caduta del governo Draghi che, “poverino”, faceva del suo meglio ed era molto apprezzato all’estero, nell’Unione Europea e non solo? Ma, allora, sostengono alcuni nuovi arrivati, interessati ad una discussione che si è molto animata, bisogna riprendere l’agenda Draghi o andare oltre?

   Solo Draghi, è l’opinione dei più saggi, saprebbe portare avanti e a compimento la sua agenda con i necessari aggiustamenti. Diventa difficile credere che Draghi possa essere reclutato da Calenda per attuare i dodici punti formulati dall’affannatissimo iperattivo eurodeputato del PD. Sicuro, invece, sottolineano con tono di sufficienza, alcuni elettori del Nord, riconoscibili dal loro accento, che verranno da Berlusconi le proposte più innovative: 1 milione di alberi, 1000 Euro come pensione minima. Le ha sempre sparate grosse e mai mantenuto le promesse. È venuto il tempo di Giorgia, affermano altri bagnanti. Tutto questo alla faccia dei politici che dicono che i programmi vengono prima delle persone. Che, alla fine, per una parte decisiva di elettorato finisca per contare di più la credibilità dei leader e delle candidature piuttosto che proposte programmatiche ripetitive, confuse, irrealistiche?  Buon bagno a tutti/e.

Pubblicato AGL il 27 luglio 2022

I partiti che vogliono la crisi hanno fatto i conti? @DomaniGiornale

Cinque stelle cadenti, fibrillanti, deluse e deludenti, anche se escono dal governo, non riusciranno, numericamente, a privarlo della maggioranza. Politicamente, di certo Mattarella lo ha fatto sapere alto e forte a Conte, faranno un errore e, soprattutto, un torto, più che altro di immagine, quella che deriva da instabilità/inaffidabilità, all’Italia poichè il governo potrà continuare. “Tiremm innanz” dirà Maio Draghi che, giustamente, non vuole fare pagare al paese il prezzo delle bizze di Conte che ha bisogno di fare la faccia feroce per dimostrare di essere quel capo politico che per provata flagrante mancanza di capacità (e di umiltà di apprendimento) non riuscirà mai a diventare. Fuori all’aperto, libero e svincolato, il Conte incontrerà forse il Di Battista errante, ma quante divisioni di elettori avranno mettendosi insieme? E chi di loro due ha in qualche modo dimostrato di saperli raggiungere, convincere, organizzare e motivare ad andare alle urne? Con quali premesse, prestazioni e promesse? Quale “visione” sta elaborando il Conte, con l’aiuto, indispensabile, di chi? Di un paio di giornalisti e qualche sociologo di riferimento?

   Altra storia sarebbe, sarà, se ad andarsene, più o meno inopinatamente, fosse la Lega di Salvini (quella di Zaia, Fedriga, Giorgetti soffrirebbe, ma si presterà all’obbedir tacendo). Preferibile è continuare a vedere il salasso di punti di sondaggi a a favor della granitica Meloni sperando di recuperare quando gli elettori valuteranno positivamente l’operato della Lega di governo oppure andare ad una tambureggiante campagna elettorale all’insegna del “prima gli italiani” che non si fanno di cannabis, che vogliono meno tasse e più lavoro (no, non anni di lavoro in più!), senza concessioni ai figli di immigrati comunque da integrare evitando scorciatoie?

   Il Presidente del Consiglio guarda e va avanti. Gode di una rendita di posizione e, ce lo ha fatto sapere, un altro lavoro è in grado di trovarselo da solo. Però, quel che non ci ha detto è che risanare e rilanciare (Ripresa e Resilienza) è il compito di una vita, quasi una missione. Dunque, che Conte vada, pazienza; che Salvini continui pure a scalpitare, magari essendo più esplicito in richieste ricevibili, ma rimanga, altrimenti il precipizio della crisi di luglio inghiottirà i cauti e gli incauti.

   Chi vede lungo, ma neanche troppo, non può fare a meno di rilevare che nessuno dei potenziali crisaioli ha, stando così le cose, nulla da guadagnare da elezioni anticipate con la campagna elettorale che inizierebbe ad agosto. Con qualche abile e legittima manovra, il Presidente Mattarella potrebbe anche insediare un governo elettorale che terrebbe a bagnomaria i Cinque Stelle, i leghisti di Salvini e gli speranzosi Fratelli d’Italia. A mio modo di vedere c’è ancora un campo molto largo nel quale ognuno abbia la possibilità di portare un tot di penultimatum a suo piacere. Potrebbero anche utilizzare sei-otto mesi non nello sterile e infantile gioco del pianta-bandierine proprie e strappa le bandierine altrui. Addirittura, si inizierebbe a cogliere tutti insieme qualche frutto del buon uso del PNRR. E, per chi ne ha bisogno, forse sarebbe possibile affermare che il sacrificio di stare al governo è servito proprio a make Italy great again. No, non concludo con nessun richiamo al senso di responsabilità e al patriottismo. Ma /i crisaioli qualche calcolo costi/benefici hanno almeno iniziato a farlo?

Pubblicato il 6 luglio 2022 su Domani  

Democrazia Futura. Draghi Presidente. Da Palazzo Chigi al Quirinale a quali condizioni? @Key4biz #Quirinale22

L’elezione per il Colle e la tentazione di eleggere direttamente il Presidente della Repubblica senza uno specifico progetto costituzionale di superamento della democrazia parlamentare. Le riflessioni di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna.

Mai nella storia delle dodici elezioni presidenziali italiane un Presidente del Consiglio è passato da Palazzo Chigi al Quirinale diventando Presidente della Repubblica. Nulla osta a questa transizione, ma è opportuno valutarne le premesse, le implicazioni, le conseguenze. Con tutta probabilità, Mario Draghi non sta ragionando in termini di pur legittime ambizioni personali. La sua riflessione si basa sulla necessità/desiderio di portare a realizzazione completa con successo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Rimanendo a Palazzo Chigi riuscirà a ottenere l’esito voluto entro il marzo 2023 oppure rischia di essere estromesso prima o comunque sostituito subito dopo le elezioni politiche del 2023 a compito non ancora soddisfacentemente adempiuto? In questo caso, potrebbe apparirgli preferibile accettare l’elezione alla presidenza nella consapevolezza che dal Colle sarà in grado di sovrintendere al PNRR anche grazie al suo enorme prestigio europeo. Quello che è certo è che non accetterebbe di essere eletto al Quirinale se gli si chiedesse in cambio lo scioglimento immediato del Parlamento (richiesta adombrata da Giorgia Meloni). Certo, il centro destra compatto potrebbe prendere l’iniziativa di votare il suo nome fin dalla prima votazione quasi obbligando quantomeno il Partito Democratico a convergere. Lo scioglimento del Parlamento sarebbe, però, la conseguenza quasi inevitabile dell’abbandono del governo ad opera della Lega e di Forza Italia. D’altronde, Draghi non potrebbe porre come condizione di una sua eventuale elezione alla Presidenza che i partiti dell’attuale coalizione gli consentano di scegliere e nominare il suo successore a Palazzo Chigi. Anzi, come Presidente avrebbe il dovere costituzionale di aprire le consultazioni nominando la persona suggeritagli dai capi dei partiti a condizione che il prescelto sia in grado di ottenere la fiducia in entrambi i rami del Parlamento. Sappiamo anche, lo ha detto il Presidente Mattarella ed è opinione diffusa a Bruxelles, che il potenziale capo del governo deve avere solide credenziali europeiste.

   Il Ministro leghista Giancarlo Giorgetti ha sostenuto che se Draghi nominasse il suo successore il sistema politico italiano entrerebbe in una situazione definibile come “semipresidenzialismo di fatto”. Fermo restando che nessuna elezione e nessuna carica sono tanto importanti da produrre di per sé un cambiamento nel modello di governo di qualsiasi sistema politico, meno che mai di una democrazia, sono in disaccordo con Giorgetti e ancora di più con i critici che l’hanno accusato di auspicare un qualche sovvertimento costituzionale. Il fatto è che il Presidente della Repubblica Draghi che nomina il Presidente del Consiglio è la procedura esplicitamente prevista nella Costituzione italiana all’art. 92. Quanto al Parlamento l’art. 88 ne consente lo scioglimento “sentiti” i Presidenti delle Camere i quali debbono comunicare al Presidente che non esiste più la possibilità di una maggioranza operativa in grado di sostenere l’attività del governo. Peraltro, come abbiamo imparato dai comportamenti di Scalfaro, che negò lo scioglimento richiesto da Berlusconi nel 1994 e da Prodi nel 1998, e di Napolitano, che non prese neppure in considerazione lo scioglimento nel novembre 2011 probabilmente gradito al Partito Democratico, il vero potere presidenziale consiste proprio nel non scioglimento del Parlamento obbligando i partiti a costruire un governo e a sostenerlo, obiettivi conseguiti in tutt’e tre i casi menzionati.

    Lungi dal configurare una situazione di semipresidenzialismo di fatto la dinamica costituzionale italiana rivela uno dei grandi pregi delle democrazie parlamentari: la flessibilità. Al contrario, il semipresidenzialismo, come lo conosciamo nella variante francese, è relativamente rigido. Ad esempio, il Presidente non può sciogliere il Parlamento se questi non ha compiuto almeno un anno di vita. Poi, lo può sciogliere giustificando la sua decisione con la necessità di assicurare il buon funzionamento degli organi costituzionali. Solo quando sa che nell’Assemblea Nazionale esiste una maggioranza a suo sostegno, il Presidente francese può nominare un Primo ministro di suo gradimento. Altrimenti, è costretto ad accettare come Primo ministro chi ha una maggioranza parlamentare. Questa situazione, nota come coabitazione, si è manifestata in tutta evidenza nel periodo 1997-2002: il socialista Lionel Jospin Primo ministro, il gollista Jacques Chirac Presidente della Repubblica. Ipotizzo che, parlando di semipresidenzialismo di fatto, Giorgetti pensasse alla fattispecie di un Primo ministro che diventa Presidente della Repubblica. Certo quasi tutti i Primi ministri francesi hanno intrattenuto questa aspirazione e alcuni, pochissimi (Pompidou e Chirac) hanno potuto soddisfarla. Troppo pochi per farne un tratto distintivo del semipresidenzialismo.

   In conclusione, non credo che il tormentato dibattito italiano sia effettivamente arrivato alle soglie del semipresidenzialismo, modello complesso che richiederebbe anche una apposita legge elettorale. Temo, invece, che confuse, ripetute e prolungate votazioni parlamentari per il prossimo Presidente della Repubblica finiscano per dare fiato ai terribili semplificatori che vorrebbero l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica italiana senza avere uno specifico progetto costituzionale di superamento della democrazia parlamentare. Esito: confusione de facto. Con un po’ di retorica concluderò che non è questo che ci chiede l’Europa.  

Pubblicato il 23 gennaio 2022 su Key4biz