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Renzi dice stop, Nardella s’adegua. Per la moschea è tutto da rifare
Intervista raccolta da Paolo Ceccarelli per il Corriere Fiorentino
«Sulla moschea Renzi deve aver fiutato qualcosa nell’aria. Forse ha pensato che qualche suo avversario avrebbe potuto usarla come argomento contro di lui in vista delle primarie di domenica…». È un’ipotesi, solo un’ipotesi, ma Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, non sa darsi altra spiegazione delle dichiarazioni a sorpresa dell’ex premier contro l’ipotesi di realizzare la moschea nella vecchia caserma Gonzaga.
Professore Pasquino, quello per la nuova moschea di Firenze sembrava un percorso difficile ma avviato. Renzi ha riportato tutto in alto mare. Lei che idea si è fatto?
«Che Renzi è leggermente più forte di Nardella (ride, ndr) e che quindi il sindaco di Firenze non può non prendere attodi ciò che pensa l’ex premier nonché suo predecessore. Io non so come Nardella sia arrivato a quella proposta sulla moschea, ma se pensava che fosse una scelta utile alla città ha fatto male a tornare indietro».
C’è da dire che l’intervento di Renzi è stato un po’ un’eccezione: un ex sindaco, per giunta ex premier, che entra nelle scelte del suo successore non è cosa comune.
«No, purtroppo non è un’eccezione. Renzi ha una spiccata tendenza a decidere: a volte, negli anni scorsi, ha ecceduto e lo ha riconosciuto lui stesso. E capisco che Nardella debba tenere conto di ciò che dice colui che potrebbe tornare a essere il segretario del Pd. Attenzione, dire che capisco non significa che condivido…».
Ma secondo lei perché Renzi si è spinto fino a bocciare pubblicamente l’idea del sindaco di Firenze?
«Non ho una risposta certa. Evidentemente deve aver sentito nell’aria qualche movimento… Qualcuno avrebbe potuto usare il tema contro di lui nella campagna delle primarie. Una cosa tipo: guarda, l’allievo prediletto di Renzi vuole fare una moschea a Firenze. Renzi forse non ha avuto paura, visto che ci ripete continuamente che lui è per la speranza, ma qualche preoccupazione deve averla avuta».
C’è dunque il timore dell’impopolarità dietro alla retromarcia sulla moschea?
«Proviamo a mettere le cose in ordine. Immagino che per realizzare una moschea serva un atto ufficiale, da presentare in Consiglio comunale. Ed è questo il luogo in cui un sindaco vaglia il consenso intorno a una sua proposta. Se Nardella reputa giusta la sua idea sulla moschea, deve disinteressarsi di cosa dicono fuori dall’aula del Consiglio comunale».
E l’opinione pubblica? A Firenze non tutti sono d’accordo con una nuova moschea…
«Ma le posizioni contrarie saranno rappresentate in Consiglio comunale, no?».
Scusi professore, ma come lei ben sa i consigli comunali oggi sono molto svuotati di funzioni e poteri.
«A voi giornalisti deve piacere questa frase, la dite sempre. Ma mi permetto dire che è sbagliata: i consiglieri comunali sono stati eletti per essere il tramite tra i cittadini e l’amministrazione. Se non riescono a fare bene il loro lavoro, cambino mestiere. E poi, se si ritiene che ci sia una frattura tra un voto a maggioranza nell’assemblea e il sentire di una città, ci sono anche altri strumenti, come i referendum consultivi. Che li utilizzino tutti, questi strumenti. Ma per favore smettiamo di dare la colpa ai regolamenti».
Ma non è che in questa storia della moschea, per Renzi e per Nardella hanno pesato più i commenti negativi sui social network che non il timore di un dibattito nel Salone dei Duecento?
«Io, rispetto all’ipotesi di una moschea a Firenze, non posso fare a meno di pensare a cosa direbbero Giovanni Sartori e Oriana Fallaci, altro che social network. Detto questo, sui social si esprimono opinioni, a volte si pubblicano fake news e altre volte insulti: in ogni caso hanno poco a che fare con la democrazia, che è dialogo tra opinioni motivate».
Un consiglio a Nardella?
«Sulla moschea si confronti con il Consiglio comunale, con i commercianti, con gli imprenditori, con l’Università, insomma con la città. E se sui social qualcuno lo insulta, faccia cancellare l’insulto».
Pubblicato il 26 aprile 2017
Sartori, il più bravo di tutti noi
Leggo con molto sconforto che secondo i Con-Direttori della Rivista da lui fondata e della Presidente della Società di Scienza Politica ugualmente da lui fondata, Sartori sarebbe stato “Probably the most distinguished Italian political scientist” (il corsivo è mio).
Mi sono chiesto per qualche giorno chi sarebbero gli altri probably altrettanto distinguished o, almeno, quasi.
Misuro la distanza fra Sartori e i suoi successori, in cariche che senza il suo impegno non esisterebbero, con le parole che Sartori scrisse sulla “Rivista Italiana di Scienza Politica” in memoria di Bobbio:
“Norberto Bobbio è stato, e resta, il più bravo di tutti noi”. Nessun “probably”.
Sartori, il teorico della democrazia che portava la logica nella politica
Intervista raccolta da Alessandro Lanni per RESET
«La scienza politica deve essere rilevante, non è lo studio delle farfalle». E il tentativo di trovare la teoria nella realtà è quello che ha cercato di fare per tutta la vita Giovanni Sartori, il politologo fiorentino scomparso il 1 aprile a quasi 93 anni. La battuta è di Gianfranco Pasquino, anch’egli scienziato della politica, ex senatore, ma qui soprattutto allievo e grande conoscitore di Sartori fin da quando frequentava le aule dell’università “Cesare Alfieri” di Firenze negli anni Sessanta. Nel teorico che cerca la “rilevanza” delle sue idee nella realtà sta l’originalità di Sartori, spiega Pasquino. Reset gli ha chiesto di tratteggiare un ritratto a partire dai ricordi personali per arrivare collocare quello che definisce un “gigante della scienza politica mondiale” nella giusta prospettiva.
Come inizia la carriera di Giovanni Sartori come scienziato della politica?
Sartori scriveva moltissimo in numerose riviste nelle quali faceva di tutto, anche il direttore. Scrive e scrive, dal 1950 al ’64 che è l’anno in cui vince un concorso non di scienza politica ma di sociologia. E si tratta di un concorso celebre perché, se non sbaglio, i vincitori dei tre posti furono: Franco Ferrarotti, il secondo Sartori e il terzo Alessandro Pizzorno. Insomma, un concorso di giganti.
E così arriva a insegnare alla “Cesare Alfieri”.
A questo punto, quando l’università di Firenze lo chiama, chiede che il suo posto sia trasformato da sociologia in scienza della politica, una cattedra nuova fatta per lui. In quegli anni però era già famoso all’estero, in particolare negli Stati Uniti perché la scienza politica europea fino all’inizio degli anni Sessanta era piuttosto modesta.
Un grande intellettuale invisibile all’opinione pubblica italiana?
Sartori diventa molto famoso in Italia quando comincia a scrivere sul Corriere della sera nel 1969, quando arriva alla direzione Giovanni Spadolini. Ero a Firenze nel corso che teneva per i giovani allievi – a dicembre del 1967 – non aveva visibilità pubblica in Italia. In quegli anni Sartori era esclusivamente dedito a studiare, a frequentare università e convegni molto lontani dall’Italia. La sua presenza pubblica fino al 1969 era quasi inesistente.
Qual era la situazione della scienza politica in quegli anni in Europa?
C’era un solo personaggio, il norvegese Stein Rokkan che era soprattutto un grande organizzatore culturale. E poi c’erano Maurice Duverger e Raymond Aron che erano visibili, direi, perché “parigini”. Non ricordo un tedesco o un inglese vero scienziato della politica agli inizi degli anni Sessanta. Un grande storico della politica inglese scrisse un libro molto cattivo contro la scienza della politica americana. Bernard Crick era un personaggio importante nella cultura anglosassone e che scrisse in seguito una bellissima biografia di George Orwell.
E Sartori come si collocava in questo panorama?
Sartori era famoso perché andava ai convegni internazionali e scriveva e parlava l’inglese molto bene. È lui stesso a tradurre il suo libro Democrazia e definizioni (Il Mulino 1967) e lo pubblica in America nel 1960 in una versione da lui tradotta e adattata Democratic Theory (1962). Proprio in quegli anni viene invitato a Yale.
In che modo ha segnato la scienza politica?
L’originalità vera era la sua grandissima capacità di scrivere in maniera efficace e brillante e in maniera molto precisa. La costruzione dei concetti di Sartori e l’uso delle parole sono incredibili. E poi l’uso della logica in scienza politica con un atteggiamento positivistico ovvero il contrario dell’idealismo. Sartori aveva iniziato insegnando filosofia e aveva scritto anche su Croce. Ma fu comunque sempre un positivista. L’altro elemento di originalità è che lui conosceva la storia filosofica di questi concetti, quello di rappresentanza e di democrazia in primo luogo.
In Italia che ruolo ha svolto?
Da un lato, c’era la scienza della politica alla Norberto Bobbio, che era un filosofo, che era l’ala sinistra e che io definirei “azionista” anche se Bobbio era molto vicino anche ai socialisti. Sartori era il contrappeso, era la cultura politica liberale classica. Torino, quella di Bobbio, era una facoltà di scienze politiche spostata a sinistra, Firenze invece era piuttosto ortodossa e di destra, destra liberale in quel periodo. I due sapevano di essere diversi e sfruttavano queste differenze. Sartori ha scritto di democrazia molto prima che ne scrivesse Bobbio che pubblica Il futuro della democrazia nel 1984, Sartori aveva scritto il suo addirittura nel 1957. La versione definitiva, una vera e propria summa, fu The Theory of Democracy Revisited (1987, in due volumi), recensita dal filosofo torinese nella rivista “Teoria Politica”.
Un concetto chiave della democrazia liberale è quello di “élites”, oggi uno dei principali bersagli dei movimenti populisti di destra e di sinistra nel mondo.
Sartori ha scritto sulle élites. Ha studiato Mosca, Michels e Pareto. Quel concetto di élites Sartori lo tiene presente in particolare perché la sua teoria della democrazia è largamente ispirata a quella di Schumpeter ovvero l’idea che gli elettori scelgono tra gruppi in competizione tra di loro e chi vince e dovrà governare è di fatto un’élite politica. Si tratta di una teoria competitiva della democrazia tra gruppi che dovrebbero avere competenze e capacità. Una buona democrazia secondo Sartori è quella governata da élites politiche e non conquistata da élites economiche.
E come pensava che la democrazia potesse raggiungere questo obiettivo?
Sartori vuole che la democrazia sia governante, ma non si impicca a questo aggettivo. Quello che importa sono le procedure e le modalità con cui vengono scelti i governi. E qui c’è la valutazione positiva del sistema tedesco dopo il 1949 che ha saputo produrre élites governanti.
Un’altra definizione sartoriana è quella di “poliarchia del merito”.
“Poliarchia” è un termine utilizzato da Robert Dahl che Sartori conosceva e frequentava perché un periodo ha insegnato a Yale nel 1966 o ’67, credo. Il punto fondamentale – su cui Sartori è d’accordo con Bobbio – è che la democrazia c’è quando c’è pluralismo.
“Pluralismo polarizzato”. Con questa espressione Sartori definisce la democrazia italiana, in particolare quella della “Prima repubblica”.
In verità, il caso italiano lo ha attratto solo in un secondo tempo. Sartori ha sempre voluto fare della politica comparata e l’Italia era solo un caso, e nemmeno tra i più importanti. Chi voleva confrontare sistemi politici sessant’anni fa doveva inevitabilmente studiare gli Usa, la Gran Bretagna e la Germania. Ma poi doveva studiare la Francia che presenta una transizione di regime politico dalla Quarta alla Quinta repubblica nel 1958. E Sartori l’ha detto ripetutamente: per capire l’Italia bisogna soprattutto aver studiato altri sistemi. Chi conosce solo l’Italia non è neanche in grado di spiegare l’Italia.
E da dove è partito per capire l’Italia?
Il pluralismo polarizzato si trovava nella Germania di Weimar, nella Spagna che poi diventerà franchista, nella Francia della IV repubblica e nel Cile di Allende. Dove ci sono due opposizioni estreme, anti-sistema, l’una di destra e l’altra di sinistra comunista non è possibile avere coalizioni stabili. In tutti i casi di pluralismo polarizzato il sistema è crollato. Solo in Italia si è salvato grazie al fatto che il centro era molto grande. Questa spiegazione comparata mi sembra ancora molto brillante.
Quella descrizione del caso italiano funziona ancora?
Oggi si potrebbe dire che non essendoci più fascisti e comunisti quel tipo di sistema politico è scomparso. Eppure la polarizzazione può ancora esserci. Se esistono partiti che si collocano all’estrema destra e sinistra che non possono collaborare tra di loro, è chiaro che il sistema si blocca di nuovo al centro. Sartori diceva che questo è un caso classico in cui non c’è alternanza e nel centro si scaricano tutte le contraddizioni e quindi anche la corruzione si rivolge verso il centro che governando sempre diviene il catalizzatore di chi vuole privilegi. Dove non c’è alternanza non si mandano mai via i “mascalzoni” dal potere. E questo è stato il caso italiano.
Ma esistono oggi in Italia destra e sinistra estrema?
Il problema vero – e questo lo ha scritto anche Sartori – è che il sistema italiano è destrutturato. I partiti ci sono e non ci sono, spariscono, si fondono e si scindono e il sistema non è consolidato. Il sistema del “pluralismo polarizzato” ha resistito perché tra il 1946 e il 1992 nascono pochissimi partiti, praticamente solo la Lega. Mentre nel periodo post-92 è successo di tutto. Un sistema nel quale si producono sbalzi, inconvenienti, rotture che quindi non garantisce la governabilità, parola cara ai renziani, ma che Sartori usa pochissimo, è destinato all’instabilità .
Sartori e Bobbio sono stati due giganti della filosofia e della scienza politica.
Norberto Bobbio è stato un grande filosofo della politica. Di lui rimane il tentativo di creare una teoria generale della politica, sempre smentita, ma i cui elementi si possono trovare nei suoi scritti. Il libro Destra e sinistra rimane un tentativo importante di definizione delle due polarità politiche. Il profilo ideologico del Novecento è il miglior libro di Bobbio, un libro straordinario. Bobbio apprezzava molto Sartori, malgrado criticasse alcuni aspetti delle sue posizioni politiche e a sua volta Sartori ha apprezzato molto Bobbio. C’era anche un rapporto personale buono. Sartori parlò alle Lezioni Bobbio l’anno successivo alla morte del filosofo e scrisse un bellissimo necrologio nella “Rivista Italiana di Scienza Politica” (che aveva fondato nel 1971), dichiarando senza mezzi termini : “era il migliore di noi”.
E qual è l’eredità che Giovanni Sartori ci lascia oggi?
Di Sartori rimane un libro insuperato, forse insuperabile, sui partiti e rimane la teoria della democrazia. La democrazia partecipativa, deliberativa oppure in rete, si possono pur fare, ma prima bisogna aver costruito la democrazia nei termini delineati da Sartori. Altrimenti queste sono “corsette” fatte su un filo sull’abisso. E soprattutto di Sartori rimane l’idea che la scienza politica debba essere applicabile, che deve essere applicata. Le conoscenze sono migliori nel momento in cui sono applicabili alla realtà. La scienza politica serva a capire i meccanismi e le istituzioni, ma, soprattutto, a trasformare quei meccanismi e quelle istituzioni per migliorare la vita. E lo studio di come gli uomini e le donne si comportano in politica secondo certe regole. Questa parte del pensiero di Sartori, enunciata nel libro Ingegneria costituzionale comparata (più volte pubblicata dal Mulino, da ultimo 2004) è potentissima, anche quando si è in disaccordo. E’ il migliore esempio di come si possa fare scienza politica rilevante.
Pubblicato il 10 aprile 2017 su 
Sartori, gigante de la ciencia política @FundacionFaes
El politólogo italiano más grande, Giovanni Sartori, ha muerto en Roma un mes antes de su 93 cumpleaños. Autor de libros fundamentales como Democrazia e definizioni (1957), reelaborado en diferentes versiones hasta The Theory of Democracy Revisited (1987, en dos volúmenes), Parties and party systems (1976) y Comparative Constitutional Engineering (1994), Sartori sentía un particular cariño por Homo Videns (1997). Entre las numerosas distinciones ad honorem que recibió está el prestigioso premio a toda su carrera de la International Political Science Association (2009). Sartori estaba muy orgulloso de haber recibido el Premio Príncipe de Asturias a las Ciencias Sociales. También fue Premio FAES de la Libertad 2015. A él se debe la (re)construcción de la ciencia política en Italia. En 1967 dio vida al Centro de Estudios de Política Comparada en Florencia y después fundó la Revista Italiana de Ciencia Política, de la que fue el redactor jefe los primeros siete años y después codirector de 2001 a 2004. Gracias a su empeño personal, la ciencia política entró a formar parte de las Facultades de Ciencia Política italianas como materia de estudio diferenciada. En 1979 le fue ofrecida la prestigiosa cátedra Albert Schweitzer Chair de Humanidades en la Universidad de Columbia, donde permaneció hasta 1995, año en el que se convirtió en profesor emérito.
A partir de 1969 fue editorialista del Corriere della Sera. Ya de vuelta en Italia, participó con frecuencia en retransmisiones televisivas, a las que era invitado por la claridad y “malicia” de sus opiniones, por su extrema lucidez analítica y por su sarcástico sentido del humor. Trató de dirigir los debates sobre las reformas electorales, institucionales, constitucionales en Italia a través de sus artículos, ensayos y entrevistas. Severo en la crítica no solo con los comunistas sino también con los democristianos italianos, Sartori fue un liberal coherente. Deseaba una democracia fundada en los partidos, competitiva, que garantizase la alternancia en el gobierno y que produjese circulación de élites. Precisamente por liberal, Sartori empezó una gran batalla contra Silvio Berlusconi y su monumental conflicto de intereses. Repetía y argumentaba que los cargos públicos debían estar y permanecer claramente separados de los negocios privados o personales. Sus brillantes editoriales, también los escritos contra el estilo de gobierno de Berlusconi, fueron recogidos en su libro Il Sultanato (2009).
Giovanni Sartori ha sido, después de Norberto Bobbio, mi maestro de ciencia política y política comparada. Sin él, sin su magisterio, sin sus duras críticas, sin sus importantísimos libros, no habría llegado a ser lo que soy y como lo soy: un profesor que cree en la relevancia de la ciencia política, que está convencido de que la ciencia política puede indicar cómo mejorar los partidos y las instituciones, que puede educar a los ciudadanos y hacerles mejores, que sabe criticar la política y a los políticos y que, en suma, cree que es la reina de las ciencias sociales. Todo esto lo he aprendido de Sartori. El resto, que es mucho, se encuentra, si continuamos leyéndolo y estudiándolo, en sus libros (que, me complace decirlo, están todos, pero verdaderamente todos, cuidadosamente ordenados en mi biblioteca).
Gianfranco Pasquino
Publicado 06 de abril 2017 Faes, Fundación para el Análisis y los Estudios Sociales
Ricordando Giovanni Sartori, Gianfranco Pasquino ci ha raccontato…
Tratto dall’intervista raccolta da Savino Balzano per L‘Intellettuale Dissidente
«Una quindicina di anni fa, Sartori rilasciò un’intervista al Corriere della Sera nella quale si vantava del successo dei suoi quattro allievi affermando che in qualche modo il suo insegnamento di Scienza politica era positivamente responsabile di quel successo. Diventati tutt’e quattro parlamentari (Pasquino, Passigli, Fisichella e Urbani) e i due ultimi addirittura ministri nel primo governo Berlusconi, per partiti diversi (rispettivamente, Sinistra Indipendente, PDS, Alleanza Nazionale e Forza Italia), quei (“magnifici”) quattro erano anche la prova vivente del suo pluralismo, della sua apertura ad accettare posizioni e convinzioni politiche diverse, del suo fermo, severo, inappuntabile liberalismo. Dei quattro io ero quello più a sinistra. Arrivato a Firenze nel dicembre 1967 dopo essermi laureato con Norberto Bobbio, la mia cultura politica era allora, ed è rimasta senza tentennamenti e smarrimenti, azionista, rigorosamente tale. Inevitabilmente, in non poche occasioni, le nostre differenze di opinione, anche sulle scelte dei temi di ricerca e sugli articoli sottoposti alla Rivista Italiana di Scienza Politica, diventavano scontri, che non portavamo mai in pubblico e nei quali, naturalmente, il suo parere finiva per prevalere».
«Nel 1970 mi invitò a insegnare il corso di “Storia e Istituzioni dei paesi latini-americani” con il tacito accordo che avrei in effetti insegnato “Teoria e Politica dello Sviluppo”. Il corso e relativo seminario dell’anno accademico 1973-74 furono inevitabilmente e deliberatamente da me dedicati al tema “Militari e Politica” con particolare riferimento ai governi militari in Argentina, Brasile, Perù e, ovviamente, Cile (settembre 1973 sanguinoso intervento di Pinochet contro l’Unidad Popular di Salvador Allende). A chiusura del corso, fine maggio 1974, organizzai in un’aula di Via Laura 48, un piccolo, ma affollatissimo, convegno, presidiato dalla polizia, sotto l’occhio vigile del mitico bidello Alfio, con alcuni esuli cileni, due dei quali sarebbero diventati ministri con la Presidenza di Patricio Aylwin nel 1989. Terrorizzato da possibili incidenti, l’allora Preside della Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Luciano Cavalli, scrisse a Sartori, allora Visiting Professor a Yale, di fermarmi, per carità. La risposta di Sartori, che, lo ricordo, aveva scritto editoriali durissimi contro il governo di Unidad Popular sul Corriere della Sera, fu lapidaria:“Se Pasquino se ne assume la responsabilità proceda”. La risposta più autenticamente liberale. Non la pensava affatto come me, ma accettò che se ne discutesse liberamente».
Pubblicato il 7 aprile 2017
Era il maestro, diffidate degli imitatori #GiovanniSartori
Non sarei dove sono, non sarei quello che sono se non avessi incontrato Giovanni Sartori un giorno di metà dicembre 1967 quando alla Facoltà “Cesare Alfieri” di Firenze avvenne la selezione per i borsisti del Centro Studi Politica Comparata da lui appena fondato. Abbiamo a lungo scherzato su quell’occasione alla quale, rientrato da un anno di studio negli Usa, mi presentai, ben preparato, per l ‘esame, ma, soprattutto con un elegantissimo cappotto blu lungo, com’era la moda di quell’anno. Ancora nell’ultima occasione in cui ci siamo visti, tre settimane fa, Sartori lo ricordava, aggiungendo che anche la lunghezza dei miei capelli era un tratto distintivo, ma che, insomma, il mio esame era stato sorprendentemente buono. Ho imparato moltissimo da Sartori e ho ricevuto moltissimo da lui, non per sua particolare generosità, ma perché era uno studioso originale, sistematico, esigente. Le sue critiche erano dure e motivate. Le sue richieste di miglioramenti imperiose. Voleva un impegno costante e dedizione alla ricerca e all’insegnamento. Nei miei cinque anni fiorentini facemmo molte cose insieme, la più importante fu la Rivista Italiana di Scienza Politica, lui direttore, io redattore capo, non senza vivaci contrasti (dai quali uscivo regolarmente sconfitto).
Sartori ha rifondato la scienza politica in Italia, introducendola come materia, anche grazie all’appoggio di Norberto Bobbio (il relatore della mia tesi di laurea) e di Gianfranco Miglio, nell’ordinamento delle Facoltà di Scienze Politiche. Esaurito questo compito molto impegnativo che si tradusse anche nell’attivazione degli insegnamenti di Scienza politica nelle più importanti sedi: Firenze e Bologna, Torino e Milano, decise di accettare la più prestigiosa offerta fra quelle pervenutegli dall’Inghilterra (Oxford) e dagli Usa. Nel 1976 se ne andò a Stanford per tre anni, poi gli fu affidata la Albert Schweitzer Chair in the Humanities alla Columbia University dove rimase fino alla pensione (1995) divenendone Emerito.
Spesso si dice che persino i grandi studiosi in definitiva scrivono un unico libro e poi elaborano idee e approfondimenti intorno a quella stessa tematica. Non è affatto questo il caso di Sartori. Ha scritto almeno tre grandi libri. Democrazia e definizioni (1957) è uno straordinario saggio di teoria, filosofia e scienza politica che gli diede grande fama e che è stato non solo un best-seller, ma un long-seller. Di democrazia ha continuato a scrivere per cinquant’anni. Il suo libro Parties and party systems (1976) è un classico che nessuno studioso dei partiti può permettersi di ignorare. Fu tradotto in molte lingue, non in italiano. Ho assistito alle sue reazioni disgustate quando leggeva qualche prova di traduzione e cercavo di spiegargli che “Sartori non può essere tradotto in italiano. Solo lui stesso può farlo. Nessuno può neppure lontanamente riuscire a imitare il suo stile”. Scherzando, ma non troppo, si lamentava che, naturalmente, i cinesi non avevano nessuna intenzione di pagargli i diritti d’autore. Un’irritazione di tipo diverso gli era causata dall’ignoranza dei sedicenti riformatori elettorali e istituzionali italiani. Fin quando poté li sbeffeggiò (sì, questo è il verbo giusto) nei suoi brutali (anche questo è l’aggettivo giusto) e letali editoriali sul Corriere della Sera. Il suo libro Ingegneria costituzionale comparata (1994), variamente ripubblicato, con aggiunte, dal Mulino, è da vent’anni il testo con il quale si confrontano tutti gli studiosi che nel mondo anglosassone e latino-americano si sono occupati di democrazia e riforme costituzionali.
Invitato nel 1969 a collaborare al Corriere della Sera dal suo collega Giovanni Spadolini, diventatone il direttore, Sartori sfruttò l’occasione con grande soddisfazione e gusto. Molti furono i bersagli delle sue due nitide colonne di prima pagina, ma Berlusconi con il suo monumentale conflitto d’interessi lo obbligò a mettere in evidenza che cos’è il liberalismo come tecnica di separazione dei poteri, di autonomia delle istituzioni, di freni e contrappesi, di non commistione fra affari privati/personali e cariche pubbliche, non da ultimo come stile di governo. Raccolse i suoi editoriali nel libro Il Sultano (Laterza).
L’uomo Sartori non era accondiscendente con nessuno. Voglio chiudere con le sue parole scritte come premessa a un libro dedicatomi: “Tra cattivi caratteri forse il peggiore è il suo”. Senza forse Giovanni Sartori è stato il più grande scienziato politico dei suoi tempi.
Es un error clamoroso decir que ha sido una nueva victoria del populismo
Entrevista IRENE HDEZ. VELASCO Enviada especial ROMA 06/12/2016
Habiendo sido alumno de gigantes del tamaño de Norberto Bobbio y Giovanni Sartori, no es extraño que Gianfranco Pasquino (Trana, 1942) sea uno de los más reputados politólogos italianos. Especializado en Política Comparada, ha dado clase en la Universidad de Harvard, en la de Florencia, en la de California y, sobre todo, en la Bolonia. Y como Pasquino, la célebre estatua de Roma en la que desde el siglo XVI los ciudadanos tienen por costumbre dejar mensajes escritos con sus críticas a personajes públicos, este otro Pasquino tampoco tiene problemas en meterle el dedo en el ojo al poder…
¿Se esperaba un resultado tan clamoroso?
No. Así de clamoroso no. Obviamente, habiendo hecho una larga y fatigosa campaña a favor del No, esperaba que el rechazo a la reforma constitucional ganase con un buen resultado. Pero esto va mucho más allá de mis expectativas.
¿Los italianos han rechazado realmente la reforma constitucional o el suyo ha sido un voto de protesta?
No ha sido un voto de protesta. Ha sido un No a las terribles reformas que el Gobierno Renzi pretendía llevar a cabo en la Constitución. Ha sido un No a la horrible campaña electoral que ha acompañado el casi plebiscito personal en el que Renzi ha tratado de convertir este referéndum. Ha sido un No al Gobierno Renzi, un rechazo frontal a las reformas sociales y económicas que ha llevado a cabo, y que atañen sobre todo al mercado laboral y a la escuela. Y ha sido también un No a los pequeños regalitos que Renzi ha hecho a los jóvenes y a las mujeres. Todo eso, junto, ha provocado un No sonoro y resonante, rotundo.
¿Qué ocurrirá ahora? ¿Se formará un nuevo Gobierno y en unos meses habrá elecciones?
Espero que haya un nuevo Gobierno y que sea un Gobierno político, no técnico, al frente de cual haya un exponente del Partido Demócrata. Nuestra Constitución contempla que el presidente de la República nombre al primer ministro, que el primer ministro nombre a sus ministros y que el Gobierno pase una votación de confianza en las dos cámaras. Si Renzi, secretario general del Partido Demócrata, no se opone en esa votación de confianza, el nuevo Gobierno obtendrá luz verde tanto de la Cámara de los Diputados como del Senado. Cuando haya Gobierno, será necesario aprobar una ley electoral. Ahora tenemos una ley electoral para la Cámara de los Diputados que se debe que reformar y hay que hacer una ley nueva para el Senado. Y luego hay que aprobar los presupuestos generales. Hay cosas que hacer, cosas que llevan tiempo. Creo que es absurdo hacer un Gobierno nuevo para sólo unos meses, el nuevo Ejecutivo debe agotar la legislatura y llegar a 2018, a su conclusión natural.
Esta derrota de Renzi ha sido interpretada como una nueva victoria del populismo después del Brexit y en las elecciones presidenciales estadounidenses. ¿Comparte esa opinión?
No, me parece un error clamoroso. Hay populismo en la Liga del Norte. Y si acaso hay populismo en Renzi, en los mensajes que ha lanzado de cara a este referéndum, en su insistencia en que lo que estaba en juego en esta consulta era reducir los cargos públicos, disminuir los costes de la política y otros mensajes parecidos… Todo eso son llamamientos populistas realizados por el jefe del Gobierno y que, como se ha visto, han sido rechazados por la gran mayoría de los italianos.
Pero es evidente es que en Europa hay terror ante la posibilidad de que Cinco Estrellas, el movimiento que lidera Beppe Grillo y que muchos tachan de populista, pueda llegar al poder…
Europa hace bien en tener miedo de Cinco Estrellas, porque es un movimiento muy fuerte y que no está salpicado por ningún escándalo. Pero Europa hace mal en considerar a Cinco Estrellas un movimiento populista. Es un movimiento de crítica de la política y de los políticos, pero que no tiene características populistas como las que por ejemplo puede tener la extrema derecha en Austria, algunas formaciones en Holanda, organizaciones como los Demócratas Suecos o los así llamados “Verdaderos Finlandeses”… Cinco Estrellas representa una parte importante del electorado italiano, cuenta con el apoyo de muchísimos jóvenes que quieren cambiar la política y desde luego no es un movimiento de tipo xenófobo.
Muchos predecían una hecatombe financiera en Italia si ganaba el NO. Pero no ha sido así.
Porque los mercados son sabios, porque la victoria del NO no genera ningún apocalipsis. Provocará un cambio de Gobierno, pero los italianos estamos habituados a los cambios de Gobierno y sabemos cómo administrarlos. Los mercados financieros hacen bien en no atacar a Italia, si lo hicieran perderían. La economía italiana probablemente sea lenta y perezosa, pero en conjunto aún es bastante sólida.
¿Fue un error por parte de Renzi jugar la carta del miedo?
Renzi ha jugado a meter miedo para tratar de vencer, trataba de amedrentar a los italianos haciéndoles creer que sólo él podía resolver la situación y que todos los demás era amasijo de inútiles. Sin embargo, en ese amasijo estaban la mayoría de los italianos y muchas organizaciones que lo único que querían era evitar unas nefastas reformas constitucionales.
Si tuviera que apostar, ¿quién cree que será el próximo primer ministro?
No quiero apostar sobre nombres. Pero creo que será alguien con experiencia política, con una biografía, con presencia en el Parlamento y miembro del Partido Demócrata. Hay cuatro o cinco personas que reúnen estas características. Y creo también que debe ser alguien no muy distante a Renzi. Muchos hablan de Dario Franceschini (en la actualidad ministro de Cultura). En realidad son demasiados los que hablan de Franceschini, y tal vez por eso no será él el elegido. Podría ser también Delrio (ministro de Infraestructuras y Transportes), pero es una figura menos incisiva. Otros creen que podría ser el turno de una mujer, como Roberta Pinotti, la ministra de Justicia. Y hay quien sostiene que el nuevo primer ministro será alguien con un cargo institucional, algo que yo espero que no ocurra porque ni la presidenta de la Cámara de Diputados ni el presidente del Senado tienen experiencia política previa.
Muchos dan en cabeza al ministro de Economía, Pier Carlo Padoan…
Creo que no sería una buena elección. Si es bueno como ministro de Economía es justo que siga siendo en ese cargo, y si no es bueno no veo por qué habría que ascenderlo. Además Padoan es un técnico, y yo considero que el nuevo primer ministro debe de ser un político.
Eccome se esiste un NO positivo
Nello schieramento del NO non si trova, come, fra gli altri, ha sostenuto Ernesto Galli della Loggia (Referendum, la doppia battaglia, “Corriere della Sera”, 5 novembre) , tutto il male, passato e futuro, del paese. Non si trovano tutti quelli che non hanno mai fatto niente (che cedimento alla propaganda renzian-boschiana!), tutti quelli che hanno approfittato di chi sa quali privilegi dati loro dalla Costituzione vigente. Rileggere la storia di questo paese permetterebbe di giungere a una valutazione molto più equilibrata. Guardare alle modalità simil-plebiscitarie con le quali il capo del governo ha impostato la sua lunghissima e conseguentemente costosissima campagna referendaria dovrebbe quantomeno portare a qualche critica. Infine, esplorare in maniera selettiva il background degli oppositori delle riforme e di una legge elettorale talmente discutibile che persino i loro facitori si mostrano oggi disponibili a cambiarla dovrebbe imporre una discussione sul merito.
Purtroppo, Galli della Loggia ha seguito un’altra già spesso battuta strada, sulla quale, però, personalmente, non sono affatto disposto a seguirlo. Dunque, non chiederò a nessuno dei sostenitori del sì, neppure ai riformatori parlamentari e al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, quali sono state le loro precedenti prese di posizione sulla necessità di ritoccare la Costituzione. Non chiederò con quali conoscenze, magari comparate, sono giunti all’elaborazione di quanto, in maniera del tutto irrituale, hanno fin dall’inizio affermato che avrebbero sottoposto al non richiesto vaglio referendario. Non andrò neppure a sottolineare strane convergenze fra quotidiani, come il Corriere e il Foglio e fra la Civiltà Cattolica, alcune banche, agenzie di rating e la Confindustria, meno che mai a chiederò loro quali riforme ritengono effettivamente non soltanto azzeccate, ma indispensabili.
Almeno a grandi linee, tuttavia, qualche quesito meriterebbe meditate risposte, sul contenuto. Il bicameralismo italiano, che ha regolarmente prodotto più leggi di quello francese, inglese, tedesco, deve essere riformato perché è meno efficiente di quei bicameralismi? Oppure, forse, bisognava andare verso una sana delegificazione di cui non v’è traccia alcuna nelle riforme? La governabilità, fenomeno che i riformatori sostanzialmente declinano come stabilità del governo, creato e potenziato da un cospicuo premio in seggi, non dovrebbe quanto meno contenere qualche riferimento a meccanismi più trasparenti e anche più incisivi, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo, alle origini della grande stabilità dei Cancellieri e dei governi tedeschi? Ma davvero il problema delle democrazie contemporanee è la loro ingovernabilità piuttosto che la loro capacità di offrire e garantire rappresentanza politica ai loro elettorati? Sapere rappresentare quegli elettori e consultarli, non offrendo disintermediazione, ma con forme di intermediazione, che sono la peculiarità positiva delle democrazie? Se si cambiano gli equilibri tra parlamento e governo non bisognerebbe cercare e innestare altri effettivi contrappesi poiché fra i compiti del parlamento sta anche quello di monitorare e controllare l’attività del governo, di quello che fa, non fa, fa male piuttosto di chinare la testa e votare la fiducia su decreti omnibus oppure correre su corsie preferenziali per incocciare votazioni a data certa?
Se, come ha scritto, nient’affatto autorevolmente, la banca d’affari JP Morgan, le costituzioni dell’Europa meridionali sono “socialiste”, qualcuno dei facitori e dei sostenitori delle riforme costituzionali è davvero disposto a sostenere che queste riforme conducono nella direzione di una costituzione liberale? Il marchio, l’imprinting di una costituzione liberale consiste nel dare più forza al governo o nel provvedere freni e contrappesi? nel consentire il massimo di autogoverno ai poteri locali o nel fare ricorso alla clausola della supremazia statale? Nel sostenere, con grande sprezzo della storia del costituzionalismo liberale, che bisogna dare vita ad una, altrove inesistente, democrazia “decidente”, aggettivo che non compare mai negli indici dei nomi dei più importanti testi sulla democrazia a cominciare dall’indimenticabile classico di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni? Mettere in evidenza tutti questi aspetti, proprio di merito, fa di coloro che argomentano il no dei retrogradi che bloccano lo sviluppo del paese e trasforma i riformatori negli avanguardisti delle “magnifiche sorti e progressive”? Credo proprio di no.
Parties and Party Systems di Giovanni Sartori: CLASSICO FRA I CLASSICI PARTIES AND PARTY SYSTEMS QUARANT’ANNI DOPO
Sapere contare i partiti che contano e capire perché e quanto contano. E’ un’operazione fattibile soltanto da chi ha studiato il libro di Sartori. Pubblicato 40 anni fa mantiene tutta la sua rilevanza anche nell’interpretare lo sfacelo dei partiti, soprattutto di quelli italiani, e dei sistemi di partito, quello italiano essendosi indecorosamente sfaldato. Per saperne di più i saggi nei “Quaderni di Scienza Politica” Anno XXIII – n. 3 Dicembre 2016 e il volume, presto nelle librerie, che li raccoglie, sono letture indispensabili.
PRESENTAZIONE
di Gianfranco Pasquino
Non è perché siamo, casualmente, connazionali di Sartori in grado di leggere libri scritti in inglese (Sartori non ha mai acconsentito alla traduzione in italiano del suo “classico”) che abbiamo deciso di dedicare un fascicolo di questa Rivista a Parties and party systems in occasione del quarantesimo anniversario della sua pubblicazione. Ne ricevetti una copia in tanto gentile quanto inaspettato omaggio (sarà stata la casa editrice…) nel novembre del 1976. Proprio perché leggiamo libri in inglese, talvolta anche in francese e in spagnolo, ci siamo da tempo resi conto che la letteratura sui partiti politici è molto ampia, interessante, spesso di buona qualità, sempre alla rincorsa della trasformazione dei partiti nelle democrazie e alla loro nascita quando un sistema politico fa una transizione e tenta di dare vita a un sistema partitico decente per radicare qualche procedimento democratico e quel tanto di competizione politica indispensabile per un minimo di democrazia. Al contempo, tutti abbiamo notato che di libri sui sistemi di partito se ne pubblicano pochissimi. Per lo più, hanno un carattere descrittivo e apportano molto poco di interessante e di utile per chi voglia sapere sia che tipi di sistemi di partiti esistano oggi sia se e come funzionano e si trasformano. In una battuta, che evocherebbe uno sguardo non proprio amichevole di Sartori, è persino meglio tornare a leggere Duverger piuttosto che i libri dei contemporanei privi di ipotesi teoriche e ancora intenti a contare “il numero effettivo dei partiti” (che non porta da nessuna parte, ma qualche volta porta fuori strada).
Data la ricchezza del materiale presentato nel volume di Sartori, del tutto sorprendente alla luce delle conoscenze disponibili a metà degli anni Settanta, e la solidità del suo “quadro analitico” (civetteria dell’autore non altrimenti noto per falsa modestia), non abbiamo avuto nessun problema nella distribuzione delle tematiche che ciascuno di noi dovesse/volesse affrontare. È fin troppo facile mettere in evidenza quanto sia il quadro analitico sia le variabili utilizzate da Sartori per classificare i sistemi di partito allora esistenti abbiano tenuto e rimangano assolutamente non sorpassati. Però, nel commentare le diverse componenti della tipologia di Sartori, nel valutare quanti e quali mutamenti siano intercorsi, abbiamo puntigliosamente cercato di mettere in evidenza che cosa è cambiato, quanto e dove e se i cambiamenti possano essere ancora spiegati con le variabili sartoriane. Lasciamo ai lettori il piacere della lettura e, se lo vorranno, anche il piacere un po’ maligno, ma di cui terremo conto, se fondato su conoscenze, di criticarci, correggerci, indirizzarci verso altre strade degne di essere perseguite.
In effetti, sì: riteniamo che si debba e si possa andare avanti, precisando e approfondendo, ma, dopo tutti gli sforzi di lettura e di elaborazione che abbiamo fatto, siamo consapevoli che la tipologia di Sartori non è stata superata da nessuno e neppure parzialmente ridefinita. Non soltanto è tuttora suggestiva nella sua formulazione originaria, ma è nettamente più utile di qualsiasi altro tentativo finora effettuato. Serve ancora a interpretare e spiegare i pure molti mutamenti intervenuti nei sistemi partitici non soltanto occidentali, naturalmente, anche di quel piccolo caso italiano che riteniamo di conoscere bene, ma che riusciamo a capire meglio rileggendo Sartori e facendo tesoro delle sue variabili. Speriamo di avere fatto un buon lavoro che ha già trovato la sua gratificazione nella rilettura di Parties and party systems e negli sguardi comparati che ci ha obbligato a fare. Una ragione in più per suggerire anche ad altri di non limitarsi a dare i numeri, più o meno italici, ma di esercitarsi a contare quello che conta. Continua a essere un esercizio davvero fruttuoso.
Agosto 2016













