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Democrazia ideale, democrazie reali @C_dellaCultura

Un contributo alla discussione del libro

Un contributo alla discussione de LA DEMOCRAZIA NEL XXI SECOLO. Riflessioni sui temi di Alfredo Reichlin, a cura di Giuliano Amato, Roma, Treccani, 2022, pp. 329

1 Da quasi un decennio, la mia tesi, che esprimo ripetutamente e ripetitivamente è che, sulla scia di Giovanni Sartori, bisogna assolutamente distinguere fra la democrazia ideale e le democrazie reali, realmente esistenti, e che la crisi della democrazia non esiste, ma costantemente e più o meno frequentemente fanno la loro comparsa problemi, difficoltà, inconvenienti di funzionamento nelle democrazie realmente esistenti. Chi non coglie queste distinzioni finisce soltanto per contribuire alla confusione analitica prevalente, resa ancora più fitta dall’affermazione che ognuno ha/avrebbe la sua definizione di democrazia. Autore dell’importante volume Democrazia e definizioni pubblicato nel 1957 (Bologna, il Mulino) e variamente ristampato, ma oggi purtroppo non più disponibile, Sartori sarebbe profondamente irritato dalla faciloneria di quell’affermazione. Delle parole e dei concetti esistono sempre definizioni prodotte dalla storia e definizioni concordate (stipulate) dagli studiosi, non da ciascuno di loro, ma dalla convergenza delle loro vedute, opinioni, ricerche e analisi dopo confronti pubblici. In materia, nessuna definizione di democrazia può prescindere dalla etimologia: potere del popolo. Poi si tratta di chiarire le caratteristiche del popolo e il significato di potere. Ma, naturalmente, se il potere è nelle mani di uno, di pochi, di nessuno non possiamo avere dubbi: non è democrazia.

Chiudo questa premessa riportando con minime variazioni alcuni paragrafi che scrissi nel 2014 ai quali sono particolarmente affezionato e che ritengo mantengano tuttora la loro validità. Anzi.

“Seduti in qualche caffè parigino, una Gauloise fra le dita e un Pernod sul tavolino; rifugiatisi nella loro casetta per il fine settimana su un lago tedesco; raggruppati in vocianti tavolate che criticano aspramente uno qualsiasi dei governi latino-americani; ad un congresso fra colleghi politologi e sociologi in una ridente località balneare esotica; partecipando alla riunione di redazione di un quotidiano progressista romano, molti pensosi intellettuali dei più vari tipi dichiarano con faccia triste che la democrazia è in crisi, è una causa persa, non può essere salvata. Rannicchiati in qualche prigione cinese; agli arresti domiciliari nel Sud-Est asiatico; braccati dalla polizia in diversi stati africani; nascosti sotto protezione perché è stata lanciata una fatwa contro di loro; malmenati in Piazza Tahrir, migliaia di oppositori, uomini, donne, studenti, lottano in nome della democrazia – sì, proprio quella, occidentale, che hanno visto in televisione e nei film americani, sperimentato come studenti a Oxford, Cambridge, Harvard, La Sorbona – organizzano attività, reclutano aderenti, qualche volta mettono in gioco consapevolmente la vita. Per nessun altro regime, mai, così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate allo stremo” (Politica e istituzioni, Milano, Egea, 2014, p. 118).

2. Quanto di questo testo, che non è un appello alle emozioni, ma un invito razionale a fare qualche riflessione e qualche conto su che cosa è la democrazia, su che cosa può essere, su chi è in grado di costruirla, di migliorarne il funzionamento e di accrescerne la qualità si trova nelle pagine dei molti libri e articoli dedicati al ripiegamento e al disfacimento, al backsliding (scivolamento all’indietro) dei sistemi politici democratici e che giungono saccentemente a spiegare “come muoiono le democrazie”? La mia personale e preliminare risposta è davvero molto poco, quasi nulla. Ovvio che “armato” dalle idee che ho espresso sopra, non sono incline ad essere indulgente nei confronti di analisi che non escano dai binari già tracciati e troppo spesso battuti. Tuttavia, apprezzo gli sforzi tesi a illuminare le sfide, ad approntare le soluzioni, a valutarne le conseguenze. Proprio come scrive Giuliano Amato nell’introduzione a questo libro bisogna concentrare l’attenzione sui prerequisiti di una democrazia funzionante; sull’impatto sulle democrazie delle grandi innovazioni del nostro tempo; sulle condizioni delle democrazie le cui culle furono gli USA e l’Europa e sulla sfida non-democratica della Cina. E sia.

Purtroppo, moltissime riflessioni e analisi contemporanee (anche nei capitoli di questo libro) sono inquinate (sì, questo è il verbo che ritengo appropriato) da un grave equivoco, vale a dire che la democrazia abbia promesso l’eguaglianza. Giuliano Amato, curatore del volume, lo scrive in maniera più sfumata: “Sappiamo da molto tempo che non può esservi democrazia senza un tasso ragionevole di eguaglianza” (p. 11). Che cosa sappiamo esattamente? E da quanto tempo? È possibile essere più precisi riguardo a cosa è “ragionevole” in termini di eguaglianza, ad esempio, per i norvegesi e per i messicani? Per gli americani e per gli europei? Posso sentirmi autorizzato a pensare che se l’eguaglianza “ragionevole” non viene conseguita e mantenuta, ma, al contrario, crescono indistintamente le diseguaglianze, allora la democrazia ha fallito, è fallita, fallirà? No, non è affatto così. Una breve digressione è indispensabile.

Nella definizione e nel concetto di democrazia che nasce in Grecia non c’è nessun riferimento all’eguaglianza. Meno che mai all’eguaglianza economica e di esiti materiali. Quanto all’eguaglianza di condizioni, gli uomini greci che partecipavano al governo della polis condividevano condizioni sociali e culturali molto simili. Scherzosamente, ho spesso messo in evidenza come, in un modo o nell’altro, in tempi diversi, quegli uomini avevano appreso la filosofia passeggiando con Socrate, Platone e Aristotele: la “buona scuola” (!). Come ha giustamente sottolineato più volte Sartori (si veda, in particolare, il densissimo capitolo Eguaglianza nel suo volume Democrazia Cosa è, Milano, Rizzoli, 2000, pp. 178-194), i greci si riferivano ad una sola eguaglianza indispensabile per la democrazia: la isonomia, vale a dire l’eguaglianza di fronte alla legge. La mia interpretazione estensiva di questa eguaglianza va fino ad includere i diritti, civili e politici, di cui, in democrazia, debbono godere tutti i cittadini, diritti che debbono essere protetti e promossi appunto per tutta la cittadinanza. Grazie a quei diritti ciascuno e tutti saranno in grado di perseguire la felicità che, è presumibile, soltanto una minoranza interpreterà in termini economici, come eguaglianza di guadagni, e come livellamento delle condizioni di vita. Probabilmente, la grande maggioranza dei cittadini desidererà/desidera eguaglianza/e di opportunità. Forse, su questo punto, un libro che è dedicato al pensiero politico di Alfredo Reichlin e alla sinistra che lui voleva rinnovare, sarebbe stato cruciale prevedere un capitolo apposito.

Molto interessante è notare che l’eguaglianza non figura nel famoso elenco stilato da Norberto Bobbio delle “promesse non mantenute” della democrazia (Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984, 1991, 1995). L’eguaglianza, ovvero, meglio, la ricerca dell’eguaglianza, fece la sua comparsa dieci anni dopo nel fortunatissimo saggio Destra e sinistra. Ragioni di una distinzione (Roma, Donzelli, 1994) come criterio differenziante il pensiero e l’azione della sinistra rispetto alla destra sostanzialmente disponibile a prendere atto delle diseguaglianze come esito, sostanzialmente giusto e ineluttabile, delle attività, dell’impegno, delle capacità dei singoli, e ad accettarle.

3. Le mie osservazioni critiche non intendono affatto chiudere il discorso sui rapporti fra democrazia e (dis)eguaglianze. Al contrario, mirano a riorientarlo più produttivamente. Pur seriamente apprezzando lo sforzo di documentazione della dinamica delle diseguaglianze effettuato nel suo capitolo da Andrea Brandolini (Democrazia politica e eguaglianza economica) non posso non rilevare due carenze degne di essere accuratamente colmate. La prima riguarda l’individuazione la più articolata possibile dei fattori che conducono alle diverse situazioni di diseguaglianze misurate con riferimento ai mutamenti nelle distribuzioni del reddito. La seconda concerne l’impatto che ha la politica sulle scelte di ciascun paese. A utile essenziale integrazione (non completamento che altri elementi dovrebbero entrare in gioco) del capitolo di Brandolini, viene l’ottima ricognizione di Gianni Toniolo, Democrazia e stato sociale (avrei scritto tutto al plurale; infatti, “pluralista” è la trattazione dell’importante tematica). La creazione, la manutenzione, la trasformazione dello Stato sociale è stata storicamente la risposta della sinistra al problema delle diseguaglianze, non per farle sparire, impossibile, ma per contenerle, renderle tollerabili, meno influenti sulla vita delle persone, creare situazioni nelle quali a quelle persone si possano offrire opportunità che, poi, ciascuno sfrutterà secondo le sue capacità, le sue preferenze, i suoi obiettivi.

Nel quadro di regole, procedure e istituzioni che definiscono le democrazie, sono le donne e gli uomini che prescelgono le loro strategie di vita. Sappiamo che nel non troppo lontano passato dell’Europa occidentale, in alcune democrazie si giunse ad un insiemi di convergenze e accordi fra le forze sociali e politiche che andò sotto il nome di compromesso socialdemocratico. Consistette in triangoli virtuosi nei quali sotto l’egida di un partito socialdemocratico/laburista/dei lavoratori capace di vincere e rivincere le elezioni e di andare e rimanere al governo, sindacati unici potenti e rappresentativi della classe operaia accettavano di moderare e differire le loro richieste salariali in cambio di politiche di investimenti e di impiego ad opera delle associazioni industriali che, messe a conoscenza dei progetti e delle direttive dei governi socialdemocratici garanti del compromesso, agivano di conseguenza con sicurezza. Tutto questo, tranne la fiducia reciproca e la consapevolezza che le situazioni di conflittualità comportano alti costi specifici, particolaristici e sistemici, è venuto strutturalmente meno. La classe operaia è numericamente diminuita in maniera molto significativa e si è frammentata. Hanno fatto la loro comparsa ceti di persone “post-materialiste”, non organizzabili poiché convinte di potere difendere le loro preferenze e avanzare i loro interessi grazie alle proprie capacità personali. La tecnologia consente, spesso obbliga le imprese ad assumere personale specializzato a prescindere da qualsiasi accordo con i governi i quali, raramente, hanno solida base socialdemocratica. Infine, le politiche keynesiane di deficit spending sono state rese impossibili dalla globalizzazione e impraticabili nell’ambito dell’Unione Europea.

Densi capitoli di questo libro mettono in evidenza le sfide, ma anche gli spazi di eventuale democrazia economica, che vengono alla democrazia dalla tecnologia (Salvatore Rossi), dalla trasformazione energetica (Valeria Termini), dalla “Produttività perduta dell’Occidente” (Philippe Aghion), dai mutamenti dei valori (la mia interpretazione sarebbe piuttosto focalizzata sul mancato aggiornamento della cultura politica delle sinistre) nell’ambito di elettorati potenzialmente di sinistra (Colin Crouch). In questo contesto si situa l’Unione Europea della quale, forse troppo severamente, Lucrezia Reichlin mette in evidenza le inadeguatezze e gli errori piuttosto che le realizzazioni e gli apprendimenti concludendo con l’individuazione di tre scenari per il futuro: scenario autoritario (sovranismo economico e solidarietà transnazionale nel quale, però, non vedo l’autoritarismo); Scenario di democrazia deliberativa sperimentale, ritenuto lo scenario più auspicabile, ma ancora da concettualizzare e approfondire; Scenario dello status quo, da lei stessa ritenuto il più improbabile. Concordo e aggiungo che, in effetti, in ogni momento l’Unione Europea avanza e che, pertanto, dovremmo forse pensare ad un Scenario federale di maggiore integrazione. Sono rimasto affezionato ai tre procedimenti indicati circa una ventina di anni fa: Allargare, Approfondire, Accelerare, che mi paiono ancora tutti plausibili e esperibili. Un po’ estraneo dal resto del libro è il capitolo di Pietro Reichlin: L’Italia, il Mezzogiorno. Riflessioni sull’economia italiana dell’ultimo ventennio, dal quale mi sarei aspettato critiche non soltanto “economiche”, ma politiche, alle classi politiche meridionali che darebbero maggiore senso ad un’affermazione dell’autore altrimenti prigioniera degli stereotipi: “penso che il Mezzogiorno possa crescere più del resto del paese solo se ha la capacità di valorizzare le sue diversità, una vocazione specifica e non omogenea rispetto alle altre aree del paese” (p. 299).

4. Non so se lo scontro del XXI secolo sarà un duello fra gli Stati Uniti d’America e la Cina. Però, in qualche modo, non soltanto in maniera sotterranea, sia Pierluigi Ciocca (L’America, un colosso d’argilla?) sia Ignazio Musu (Democrazia ed economia in Cina) procedono a effettuare una serie di confronti. GLI USA non ne escono bene: “gli Stati Uniti sono in crisi profonda” (p. 221) scrive Ciocca; “la classe politica è frantumata e mediocre” (p. 222); esiste “un’insicurezza isterica del vertice di Washington che non può non preoccupare” (p. 223); “la democrazia USA è fragile” (p. 224). Dopo qualche cenno comparato Ciocca offre una conclusione che trovo molto discutibile: “la Cina antepone la soluzione dei problemi sociali del popolo ai diritti civili degli individui: l’economia prima, la democrazia dopo. Gli Stati Uniti, come le altre democrazie liberali, invertono la sequenza [più precisamente, osservo che non hanno mai avuto un’altra sequenza]. Forse i due sistemi sono destinati a convergere” (p. 239). Questa convergenza fra sistemi politici e economici tanto diversi fu suggerita sessant’anni fa da due grandi politologi: Zbigniew Brzezinski e Samuel P. Huntington ( Political Power: USA/USSR, New York, The Viking Press, 1963). Sbagliarono alla grande.

Certo, la Cina di Xi Jinping non è l’Unione Sovietica degli anni Ottanta dello scorso secolo, ma porre il problema della democrazia in Cina come se fosse all’ordine del giorno mi appare piuttosto sconcertante. Musu afferma che i cinesi “sembrano soprattutto preoccupati della libertà di scelta delle opportunità di consumo piuttosto che della libertà di espressione politica” (p. 250) e aggiunge che “in sostanza, il sistema politico cinese può contare su una sostanziale adesione da parte della società” (Ibidem) e, anche se non c’è il godimento delle libertà politiche, una quota crescente della popolazione gode della possibilità di decidere come vivere, dove abitare, come e cosa consumare, quali occupazione cercare, e dove e come studiare” (p. 251). Peraltro, conclude Musu, “quella cinese appare … come una società che tende volentieri a fare meno della politica” (p. 251, c.vo mio, lo accompagno con il quesito: come è possibile sapere che i cinesi sono disposti a fare a meno della politica?). Nel confronto con la Cina che garantisce il benessere sociale al prezzo che Musu sembra considerare adeguato del sacrificio delle libertà di scelta politiche individuali, l’autore avvisa l’Occidente che, se esalta senza limiti tali libertà, “corre il rischio di perdere la sfida, magari con il paradossale risultato che la conclamata esaltazione delle libertà di scelta individuale finisca per servire come base per l’ascesa a un potere di governo che verrà poi esercitato in modo autoritario” (pp. 261-262) Confesso di non avere mai visto nulla del genere a fondamento dell’ascesa dei regimi autoritari. Al contrario, l’espandersi del benessere e la crescita quantitativa di una classe media colta e benestante potrebbero diventare sfidanti temibilissimi del regime totalitario cinese.

5. Il capitolo conclusivo di Salvatore Biasco non tira le impossibili fila di discorsi talvolta troppo dispersi e dispersivi. Mi limito a citare la sua netta affermazione con la quale concordo: il “riconoscimento dello Stato come centro e guida della vita collettiva è un passo in avanti nella ripresa delle potenzialità democratiche” (p. 326). Ricominciamo da qui nella consapevolezza che quello “Stato” si trova Bruxelles e che la democrazia nella e della Unione Europea ha solide basi e notevoli capacità di attrazione e espansione.

Pubblicato il 13 gennaio 2023 su casadellacultura.it

A cosa servono i referendum nelle democrazie parlamentari @DomaniGiornale

Non so quanti altri peli i giudici costituzionali troveranno nelle otto uova referendarie sottoposte alla loro attenta e decisiva disamina giuridica. L’inammissibilità del cosiddetto “omicidio del consenziente” è un’enormità. La maggioranza della Corte non si è lasciata convincere da Giuliano Amato, l’autorevolissimo, per dottrina e storia personale, loro Presidente. Da non esperto, per di più con qualche propensione referendaria, la giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia di referendum mi è frequentemente sembrata tenere in smodato conto alcuni criteri politici. Poi li nobilitava con riferimenti alla necessità di non aprire/acuire scontri, di non mettere a rischio la stabilità politica, già di per sé inferma, di non creare situazioni difficili. Dall’altro lato, i radicali hanno troppo spesso usato i referendum come clava contro i pur precari equilibri politici, come raffiche per abrogare la classe politica (eh, sì, qualche striscia di populismo nella concezione radicale della democrazia ha spesso fatto capolino). Nella stagione dei referendum elettorali, Giuliano Amato, allora vice-segretario del PSI, usò del suo prestigio di grande professore di Diritto Costituzionale, per denunciarli come “incostituzionalissimi”. La Corte l’accontentò soltanto in parte, ma commise quello che interpretai come un grave errore politico. Consentì all’abrogazione, non della legge nella sua interezza, ma di una o più frasi, con l’esito di una riscrittura del testo e della comparsa di una legge differente da quella che non s’era potuta abrogare. Si affermarono gli esperti del ritaglio.

Rapidamente, alcuni politici, ma anche i cardinali di Santa Romana Chiesa, sapendo che non potevano vincere contando i voti fecero appello all’astensione per fare fallire i referendum per mancanza di quorum. “Portare” alle urne il 50 per cento più uno degli italiani in epoca di disaffezione, declino dei partiti, polarizzazione politica, è diventato oramai un’impresa disperante. Triste, però, è vedere materie rilevanti per la vita degli italiani soppresse dal 20-25 per cento di astensionismo aggiuntivo a quello cronico con la sconfitta di quasi la metà dell’elettorato che si è mobilitato per conoscenza e convinzione.

   Di fronte alla divisione, partigianeria e, talvolta, inadeguatezza, non del parlamento, ma dei parlamentari, i referendum abrogativi continuano ad avere la possibilità di adempiere ad alcuni compiti, relativamente impropri, ma utili. Possono servire soprattutto da stimolo individuando un problema e imponendo un dibattito pubblico in pubblico. Talvolta, fanno opera di supplenza prospettando soluzioni persino in concorrenza con quelle formulate dal governo. In questa tornata è il caso dei quesiti sull’amministrazione della giustizia sottoposti dalla Lega. L’ultima parola può sempre averla il Parlamento anche contro, ma meglio di no, le preferenze espresse dagli elettori referendari. Nelle democrazie parlamentari, il referendum rimane strumento irrinunciabile. Consentirlo anche su materie delicate, come l’omicidio consenziente, continua a sembrarmi opportuno. 

Pubblicato il 16 febbraio 2022 su Domani

INVITO TAVOLA ROTONDA #presentazione PRELUDIO ALLA COSTITUENTE #7febbraio #Roma Palazzo Giustiniani

lunedì 7 febbraio ore 10.30

Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani

Via della Dogana Vecchia 29 – Roma

Su iniziativa della Fondazione Giacomo Matteotti – ETS, della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli e della Fondazione di Studi Storici Filippo Turati, con il Circolo Fratelli Rosselli di Roma e in collaborazione con l’AICI – Associazione degli istituti di cultura italiani

Presentazione del volume a cura di Alberto Aghemo, Giuseppe Amari, Blando Palmieri

PRELUDIO ALLA COSTITUENTE
Prefazione di Valdo Spini
Postfazione di Giuliano Amato
(Castelvecchi 2021)


Intervengono
VALDO SPINI, Presidente dell’AICI e della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli
GIANFRANCO PASQUINO, Professore emerito di Scienza politica
MAURIZIO DEGL’INNOCENTI, Presidente della Fondazione di Studi storici Filippi Turati

L’evento sarà trasmesso in diretta streaming sul canale YouTube del Senato Italiano https://www.youtube.com/user/SenatoItaliano

Pd e 5S facciano fronte comune sul Colle e tirino fuori dei nomi credibili #intervista @ildubbionews #Elezione #Quirinale

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Alma Mater di Bologna, è scettico sulla strategia di Pd e M5S per il Colle, dice che «non stanno facendo fronte comune» e che in caso di elezione di Draghi al Colle «se vogliamo avere continuità deve esserci un capo del governo che vada avanti con la stessa maggioranza di oggi».

Professor Pasquino, Pd e M5S bisticciano tra di loro in attesa di un nome per il Colle proposto dal centrodestra. Riuscirà il centrosinistra a trovare un’alternativa valida da sottoporre ai grandi elettori?

Non so se ci riusciranno, ma è sicuro che dovranno fare una riunione non soltanto Letta e Conte, ma Letta, Conte, Di Maio, Patuanelli, Orlando, Guerini e Franceschini. Cioè le varie anime di Pd e M5S. Serve un accordo su una rosa di tre o quattro nomi, per trovare poi uno su quale possono convergere anche altri partiti. L’iniziativa non spetta per forza a Salvini o Berlusconi, ma a chi è in grado di prendersela. Letta e Conte stanno sbagliando alla grande.

Crede che Di Maio stia giocando una partita tutta sua sul Colle per cercare di riprendere la guida del Movimento?

Questa domanda riguarda l’andamento del Movimento 5 Stelle, non tanto il voto per il Colle. Vengono attribuite a Di Maio delle strane mire. Ha fatto una carriera ministeriale straordinaria e quindi credo sia soddisfatto di quello che c’è. Credo voglia un po’ di unità nel Movimento e quindi non penso che ambisca a mettere i bastoni tra le ruote a Conte. Peraltro c’è anche Fico che sta avendo una sua visibilità e vorrà dire la sua.

In ogni caso la strategia attendista di dem e grillini sta portando i suoi frutti, visto l’ormai probabile passo indietro del Cavaliere.

Berlusconi non tramonta perché Letta ha detto che non è votabile, ma perché ci sono dubbi nello stesso centrodestra e perché i suoi telefonisti non riescono a convincere quelli a cui telefonano. I giallorossi non stanno facendo fronte comune, il che era eticamente doveroso. L’iniziativa è tirare fuori dei nomi, non dire “no” e giocare di rimessa e in difesa. Per quanto prestigiosissimo, il nome giusto non può essere Liliana Segre, sarebbe bello votarla in massa come segno di stima ma è chiaro che non si può andare avanti su di lei. Non è questo il modo in cui, essendo i due partiti più grandi, si entra in Parlamento per scegliere il presidente della Repubblica.

Quali nome potrebbero entrare nella rosa di Pd e M5S?

Non sono dell’idea che si devono trovare dei nomi che possono unire. Sono stufo dell’aggettivo “divisivo”, è stupido usarlo perché chiunque fa politica deve essere divisivo, altrimenti non è un buon politico. Aldo Moro ad esempio era divisivo, forse è proprio per questo che abbiamo deciso di non salvargli la vita, ma di certo sarebbe stato un ottimo capo dello Stato. Non possiamo credere che Rosy Bindi o Giuliano Amato o Pierferdinando Casini non possano fare il presidente della Repubblica. Stessa cosa per Draghi e Franceschini, l’importante è decidere un nome e giustificarlo.

Nell’altro campo l’operazione scoiattolo per portare Berlusconi al Colle sembra al capolinea. Se l’aspettava?

Berlusconi ci credeva veramente. Non combatte mai battaglie per la sua bandiera, che ha già issato molto in alto. Piaccia o non piaccia è già nella storia del paese e questa doveva essere la sua ultima battaglia. Non è un decoubertiniano. Dopodiché la battaglia si è fatta ardua e delicata perché gli mancano i numeri. Certamente fossi un parlamentare non potrei mai votare un condannato per frode fiscale.

Crede dunque che il centrodestra unito convergerà ora su un altro nome?

Potrebbe ora aprirsi un’altra partita e se Fratelli d’Italia, come dice Lollobrigida, ha dei nomi, è bene che li tiri fuori. Bisogna dire quali carte si hanno in mano. Letizia Moratti è sicuramente presidenziabile, anche se si può discutere del suo conflitto di interessi. Fossi Salvini giocherei anche su Giorgetti, che ha più di 50 anni, piace in Europa e potrebbe essere il nome giusto.

Non è che alla fine la spunta Draghi?

Certamente, e a quel punto Salvini potrebbe piazzare il colpo grosso: Giorgetti a palazzo Chigi. Draghi ha il profilo giusto, ha dimostrato di aver imparato delle cose in politica, è abbastanza equilibrato e il resto lo faranno i suoi collaboratori.

Come dicevamo, a quel punto si aprirebbe la crisi di governo. A quei scenari andremmo incontro?

Se vogliamo avere continuità deve esserci un capo del governo che vada avanti con la stessa maggioranza e qui ci sono due inconvenienti: non vorrei che eleggendo Draghi Forza Italia si tiri fuori dalla maggioranza, ipotesi avventata che spero sia rimessa nel cassetto dai ministri azzurri; in secondo luogo potrebbe diventare presidente del Consiglio qualcuno di centrodestra. In questo caso Salvini deve avere la forza di dire che il prossimo presidente del Consiglio sarà proposto dai segretari dei partiti che fanno parte della coalizione di maggioranza, non imposto da Draghi, che andrebbe su Franco. Insomma potrebbe aprirsi un braccio di ferro tra Draghi e i partiti difficile da gestire.

Con Draghi al Colle il prossimo inquilino di palazzo Chigi dovrà comunque venire dall’attuale governo, ad esempio Cartabia, per garantire continuità politica?

So che dovrebbe essere un o una parlamentare, ad esempio Franceschini, ma non per forza un uomo o una donna dell’attuale governo. Dobbiamo prendere atto che non si può sempre chiamare un tecnico da fuori. Serve un parlamentare che conosce i colleghi e abbia esperienza politica pregressa. Cartabia, che non conosco, mi dicono sia molto, forse troppo, vicina a Comunione e Liberazione. I mesi passati a fare la ministra della Giustizia non garantiscono che sarebbe anche una buona presidente del Consiglio.

Pubblicato il 19 gennaio 2022 su IL DUBBIO

Fisarmonica Quirinale. Pasquino sui segreti del Colle @formichenews

La “fisarmonica” resta ancora una lente utile per capire i rapporti tra partiti e presidente della Repubblica. Dal modo in cui sarà eletto il prossimo inquilino del Quirinale si avrà un’idea dei (veri) poteri del Colle nella dialettica parlamentare. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei

Le vicissitudini della “fisarmonica” come chiave per interpretare modalità e discrezionalità di azione dei Presidenti della Repubblica italiana mi hanno dato alcune soddisfazioni, ma hanno anche sollevato non poche preoccupazioni. Le soddisfazioni derivano dall’ampia circolazione della metafora. Le preoccupazioni discendono non tanto dalla sua attribuzione quanto dalla mancata comprensione e dalla davvero triste constatazione che tutti, e sono molti, coloro che la citano non hanno avuto la voglia di risalire alla fonte. Approfitto della cortesia di “Formiche” per procedere ad alcune puntualizzazioni. La prima, in un certo senso, discriminante è che la fisarmonica non ha nulla a che vedere, come sembra pensare Gian Marco Sperelli (Formiche.net 19/12/2021) con l’elezione del Presidente della Repubblica. Ai lettori piacerebbe sapere perché, dopo avere affermato che la teoria è “intrigante”, si affretti ad aggiungere che la “teoria [che non è tale] della funzione ‘a fisarmonica’ [è] forse poco credibile”. Meglio, dunque, precisare quel che dovremmo conoscere per procedere ad una valutazione convincente. Dopo anni di circolazione orale della metafora, ho deciso, consultatomi con Giuliano Amato, di risalire alle fonti.

    Cito da quanto ho scritto di recente nel mio Minima politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020, pp. 69-70): “La buona notizia, per tutti, è che ho rinvenuto la prima evocazione della metafora. Premesso che, avendone discusso proprio con un perplesso e incuriosito Giuliano Amato, l’attribuzione originaria è certa. Sono lieto di dichiarare convintamente di averla ascoltata per la prima volta in una sua esposizione, intervento, relazione, conferenza, che, però, nessuno di noi due è finora riuscito a collocare con precisione nel tempo e nello spazio. Tuttavia, sono in grado di segnalare con quasi assoluta precisione quando per la prima volta misi per iscritto la metafora, attribuendola a lui. Lo feci in una recensione-discussione del libro di Paolo Guzzanti, Cossiga, uomo solo, Milano, Mondadori 1991, pubblicata proprio con il titolo La fisarmonica del Presidente, in “La Rivista dei Libri”, marzo 1992, con numerosi riferimenti ad altri articoli sul Presidente. Credo opportuno citare per esteso: ‘secondo Amato, già fin d’ora la Costituzione italiana garantisce al Presidente della Repubblica poteri ‘a fisarmonica’. Se il Presidente è autorevole, se la sua personalità è forte, se il suo prestigio è grande, se la sua popolarità è diffusa …. allora egli potrà allargare la fisarmonica dei suoi poteri fino alla sua massima estensione. Altrimenti … con l’elezione parlamentare, quindi contrattata fra i partiti … la fisarmonica dei poteri presidenziali rimarrà prevalentemente chiusa, tranne negli eventi di crisi, oppure subirà forzature, come con Gronchi e con Segni, con Saragat e persino con il popolarissimo, ma non per questo sempre ‘costituzionalissimo’, Pertini”.

    È poi passata molta acqua anche sotto i ponti non del solo Tevere e hanno fatto la loro comparsa ‘nuovi’ Presidenti in una situazione politica da molti punti vista molto diversa soprattutto a causa del crollo dei partiti di massa e dell’intero sistema dei partiti. Vent’anni dopo ho fatto concreto ricorso alla metafora della fisarmonica analizzando i comportamenti di tre Presidenti: Scalfaro, Ciampi e Napolitano (Italian Presidents and their Accordion, in “Parliamentary Affairs”, 2012, n. 4, pp. 845-860) mettendo in evidenza e sottolineando che quando i partiti sono solidi e compatti hanno il potere di impedire al Presidente di suonare la fisarmonica dei suoi numerosi e incisivi poteri. Iniziata tra il 1992 e il 1994 una transizione, a mio parere tuttora incompiuta, caratterizzata dal declino e dalla sostanziale e perdurante debolezza delle strutture partitiche, quei tre Presidenti (ai quali potremmo già aggiungere Sergio Mattarella) hanno goduto di enorme discrezionalità nell’uso dei loro poteri costituzionali. Ho altresì azzardato che Scalfaro e Napolitano, entrambi i più convintamente “parlamentaristi” durante tutta la loro lunghissima vita politica, sono stati incoraggiati, costretti, facilitati dalle circostanze a suonare la fisarmonica dei loro poteri in chiave definibile addirittura come semi-presidenziale. Aggiungerei che lo hanno fatto con molto gusto

   Non ho nessuna intenzione di trasformarmi in astrologo e di fare la mia previsione su chi verrà eletto Presidente. Credo, invece, che per ciascuna delle candidature finora emerse sia possibile, grazie ad un uso accorto dei criteri che definiscono la fisarmonica Amato-Pasquino, prevedere quanto spazio di autonomia decisionale quel particolare Presidente avrà, se e come intenderà usarlo, con quale impatto sui partiti e con quali conseguenze su governo e Parlamento e sul sistema politico. Mi pare significativo. Da tenere in grande conto per esprimersi fin d’ora sulle candidature in scena.

Pubblicato il 30 dicembre 2021 su formiche.net

Sulla Presidenza della Repubblica Italiana. Dialoghetto tra una Apprendista e un Professore #CasadellaCultura @C_dellaCultura

A: Che non si debba parlare dei nomi dei candidati alla Presidenza della Repubblica in anticipo rispetto alla data dell’elezione sta scritto nella Costituzione italiana? O dove?

P: Da nessuna parte, neanche nel dibattito alla Costituente qualcuno si chiese se ci fosse un tempo per tacere e un tempo per parlare di nomi. Nomi se ne sono sempre fatti in anticipo, talvolta per bruciarli talvolta come ballons d’essai, per testarne le probabilità di (in)successo. In qualche caso, per esempio, nel 1992, Andreotti non nascose la sua intenzione, mentre Craxi si interrogava se per la sua strategia non sarebbe stato preferibile eleggere Arnaldo Forlani al Quirinale. Poi andò molto diversamente con l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro e il pentapartito venne sepolto sotto il muro di Berlino anche grazie a Mani Pulite e ai referendum del 1993, soprattutto quello elettorale.

A: Nelle altre democrazie parlamentari la discussione sui nomi dei possibili Presidenti è frequente, diffusa, intensa, paragonabile a quella italiana?

P: La risposta è sorprendente. Un buon numero di democrazie parlamentari europee non hanno nessun problema. Infatti, sono –a partire dalla Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda, Belgio, Spagna, Lussemburgo- monarchie. In alcune, Austria, Finlandia, Portogallo, il Presidente della Repubblica viene eletto dagli elettori. Rimangono, la Germania e la Grecia nelle quali è il Parlamento che elegge il Presidente. In Germania senza tensioni, ma con un accordo, sempre rispettato, fra i due grandi partiti. Eletto nel 2017, il socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier è stato voluto dalla democristiana Angela Merkel. In Grecia è richiesta una maggioranza qualificata a scalare fino alla quinta votazione nella quale è sufficiente la maggioranza relativa. Naturalmente, i nomi circolano un po’ dappertutto, ma senza i recenti eccessi italiani quando ci si è finalmente resi conto che il Presidente della Repubblica gode di notevoli poteri istituzionali e politici. Può essere, nel bene e nel male, un protagonista. Sarebbe, dunque, un contributo utile al dibattito pubblico se i nomi dei candidabili fossero fatti circolare e discussi senza ipocrisie e manipolazioni.

A: Non sono al corrente di autocandidature, ma esistono o sono esistiti criteri utili per scremare il campo dei “pretendenti”?

P: A lungo, grazie al democristiano De Gasperi che nel 1948 fermamente volle il liberale Luigi Einaudi alla Presidenza, il criterio, non formalizzato, ma operativo fu quello dell’alternanza. Ad un Presidente non democristiano seguiva un Presidente democristiano (il candidato che riusciva a sopravvivere alle lotte fra le correnti DC). Il non-democristiano era espresso da uno dei partiti alleati al governo con la DC, prima i liberali: Einaudi (1948-1955); poi i socialdemocratici: Saragat (1964-1971); poi i socialisti: Pertini (1978-1985). Dopo l’89 questo criterio risulta inapplicabile per la scomparsa dei protagonisti. Permane, o almeno così può sembrare, il criterio di un certo distacco del candidato dalla politica attiva di partito. Così è stato per Scalfaro, per Ciampi, per Napolitano e anche per Mattarella. Per tutti ha contato positivamente anche una esperienza istituzionale più o meno lunga e non controversa.

A: Sbaglio se rilevo che nessuno dei menzionati aveva cariche di governo o di partito al momento della sua elezione?

P: Tutt’altro, questa “fuoruscita” dalla politica attiva è stata considerata positivamente, garanzia di non partigianeria, di disponibilità a mettersi super partes ovvero, come disse brutalmente e memorabilmente Napolitano, di essere sì, di parte, ma dalla parte della Costituzione. Contro Aldo Moro nel 1971 fu La Malfa soprattutto a fare valere l’argomento del suo visibile impegno politico ancora evidentemente operante. Se Draghi fosse eletto al Quirinale risulterebbe il primo a passare senza soluzione di continuità da una carica di governo al vertice dello Stato. Certo, questa transizione sarebbe pur sempre mitigata dal suo non avere avuto una carriera politica e non essere il dirigente di un partito.

A: Dovremmo, però, temere che questa (ir)resistibile ascesa di Mario Draghi comporti, come ha segnalato il Ministro Giancarlo Giorgetti, l’irruzione nella Repubblica italiana di un semipresidenzialismo de facto?

P: Anche in questo caso la stupirò, cara Apprendista. Semipresidenzialismo c’è quando il Presidente della Repubblica (eletto direttamente dagli elettori, che non sarebbe comunque il caso italiano) nomina il Capo del governo che deve, comunque, godere di una maggioranza parlamentare che, come minimo, non gli si oppone, non lo contrasta. Una situazione simile esiste già anche nella Repubblica italiana attuale con una differenza rilevante: il Presidente nomina la personalità che gli è stata suggerita dai segretari dei partiti che la sosterranno nell’azione di governo. Nel caso di Draghi è lecito chiedersi se il suo nome sia emerso dai partiti oppure sia stato proposto dal Presidente Mattarella a quei partiti. Non approfondisco tranne una sottolineatura: i Presidenti della Repubblica italiana godono, se li sanno esercitare, di notevoli poteri istituzionali (e politici). Colgo, da parte di alcuni candidati che già corrono, la volontà di procedere alla rassicurante (per i capi dei partiti) disponibilità ad accettare, comunque a tenere in grandissimo conto, le preferenze che quei capi vorranno esprimere. Insomma, non è alle viste uno Scalfaro che seppe dire no no tanto a Berlusconi quanto a Prodi né un Napolitano che non sciolse il Parlamento nel novembre 2011 e nominò Monti Presidente del Consiglio.

A: Eppure, se ricordo correttamente, lo spazio affinché i Presidenti sviluppino un’azione autonoma nei limiti abbastanza ampi e flessibili, del dettato costituzionale, ci sono eccome. Lei, Professore, li ha addirittura variamente teorizzati.

P: Sì. Con riferimento ai poteri del Presidente e alla loro possibile utilizzazione ho formulato e variamente applicato la “teoria della fisarmonica” la cui fonte iniziale è stata l’immaginazione costituzionale di Giuliano Amato, che non ricorda più dove, ma in un conferenza, e quando. In estrema sintesi, tutta mia, ma discussa con Amato, la gamma dei poteri presidenziali contenuti nella Costituzione è molto ampia. La sua utilizzazione concreta dipende dalla personalità del Presidente, dalla sua competenza istituzionale e dalla sua biografia politica (e professionale). Dipende soprattutto dalla forza dei partiti, quelli che lo hanno eletto, e del sistema dei partiti. Quella gamma di poteri è assimilabile a una fisarmonica. Se i partiti sono deboli e il Presidente sa come suonarla, la fisarmonica giunge alla sua massima estensione. Quando i partiti sono forti non consentiranno al Presidente di aprire la fisarmonica e di suonare quello che vuole, anche se lo spartito rimane comunque quello inscritto nella Costituzione. Non so quanto nei suoi dieci mesi di governo Draghi abbia imparato che gli sia di aiuto nello suonare la fisarmonica dell’ampia gamma di poteri presidenziali. Peraltro, lo vedremmo fin dall’impegnativo debutto quando dovrà nominare il Presidente del Consiglio in sua sostituzione.

A: Siamo allo snodo definitivo. Al di là delle ambizioni personali e delle preferenze particolaristiche, quali dovrebbero essere i criteri per scegliere la candidatura migliore, magari con il concorso dell’opinione pubblica?

P: la Presidenza della Repubblica non può essere il premio alla carriera politica di nessuno. Non deve neanche essere il risarcimento per carriere politiche passate. Non è la carica da attribuire per qualche considerazione di gender parity. Non è qualcosa da scambiare: elezione in cambio di scioglimento del Parlamento, uno scambio indecente che immediatamente scalfirebbe autorevolezza e prestigio del Presidente appena eletto. Al Quirinale deve andare chi rappresenta al meglio “l’unità nazionale”, chi offre la garanzia di tenere la Costituzione come stella polare del suo mandato, chi ha dato prova di europeismo de facto, in pratica. Su questi elementi è giusto aprire la conversazione democratica-istituzionale. Farà bene alla politica.

Bologna 5 novembre 2021

Pubblicato il 5 novembre 2021 su casadellacultura.it

Craxi e dopo: battaglie necessarie, da combattere #unpassodietroCraxi

Contributo pubblicato nel libro di Federico Bini, Un passo dietro Craxi, Edizioni WE, s.d. (ma 2021), pp. 67-73

L’ideatore di questo libro, Federico Bini, invita a valutare “meriti e demeriti” di Craxi. Lo farò con grande impegno sfruttando al mio meglio quello che considero un vantaggio di prospettiva rispetto a tutti gli intervistati. Non ho avuto modo di incontrare Craxi tranne in un paio di frettolose occasioni. Quella che ricordo meglio è la commemorazione di Lelio Basso al Senato nel decimo anniversario della morte (dicembre 1988) quando, arrivato leggermente in ritardo, Craxi si sedette proprio di fianco a me e come se sapesse chi ero pronunciò con grande familiarità un paio di commenti politici molto critici sul modo con il quale l’oratore principale veniva descrivendo il percorso politico di Basso (incidentalmente, condividevo le osservazioni di Craxi). Per quel che può contare, mi sono sempre considerato socialista senza aggiunte, favorevole ad una democrazia nella quale l’alternanza è praticabile e praticata, che ritiene che buone politiche sono quelle che seguono, rincorrono la stella polare, come scrisse memorabilmente il mio maestro Norberto Bobbio, dell’eguaglianza, nella mia personale concezione, l’eguaglianza non di esiti, ma di opportunità, non soltanto all’inizio, ma per tutta la vita delle persone: dalla culla alla tomba. Ai tempi di Craxi ero Senatore della Sinistra Indipendente e, fra l’altro, feci parte della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali (Novembre 1983-1 febbraio 1985) presieduta dal deputato liberale Aldo Bozzi.

Quando lascia l’Italia per Hammamet, Craxi, senza giri di parole, è politicamente sconfitto, e lo sa. Cercherà, invano, di preparare la riscossa. Chi gli voleva bene avrebbe dovuto allora e per tutti gli anni successivi ricordargli che, ad ogni buon conto, aveva ottenuto alcune importanti incancellabili conquiste che stanno nei libri della storia d’Italia. Aveva significativamente contribuito all’ascesa alla Presidenza della Repubblica di Sandro Pertini (anche se il suo candidato preferito era Giuliano Vassalli). Era stato il primo socialista a diventare Presidente del Consiglio. Con il decreto di San Valentino (14 febbraio 1984) e, poi, con la sua coraggiosa posizione sul referendum “scala mobile” (giugno 1985) era riuscito ad arrestare la corsa dell’inflazione. Grazie al sostegno da lui convintamente dato all’Atto Unico (1985) aveva riaperto la strada verso un’Unione più stretta. Ma, come argomenterò, aveva scoperchiato e lasciati irrisolti alcuni problemi decisivi per il Partito socialista e per il sistema politico italiano. In una (in)certa misura quei problemi, che hanno notevolmente inciso su tutta la storia e la politica italiana dal 1994 ad oggi, rimangono tali, forse aggravati.

Prima il partito socialista. Quando Craxi ne divenne segretario nel 1976 il PSI era un partito diviso in correnti in lotta fra di loro, ciascuna, a differenza delle correnti democristiane, con scarso radicamento sociale. Nel mensile “Mondoperaio” era aperto da qualche anno, e continuerà ancora fino all’inizio degli anni Ottanta, la riflessione, ampia, articolata, approfondita, sul Parti Socialiste di François Mitterrand nato nel 1971, in particolare, sulla sua strutturazione. Di quelle riflessioni Craxi non tenne nessun conto. Scelse una strada molto diversa, quella della concentrazione del potere al vertice, nelle sue mani, e della personalizzazione della politica, attuata con indubitabilmente grande efficacia, lasciando troppo spazio ad alcuni signori delle tessere dalla Toscana al Veneto, dal Piemonte alla Sicilia, dalla Puglia alla Calabria. Quando Craxi se ne andò, i signori delle tessere cercarono di salvare le loro posizioni politiche, non il partito socialista. Alcuni di loro trovarono accoglienza in altri schieramenti. Il partito scomparve.

Il rinnovamento del Partito socialista doveva, secondo Craxi, passare anche attraverso una ridefinizione della cultura politica socialista: primum vivere deinde philosophari. Sinceramente, non sono riuscito a capire come si potesse pensare che il pensiero di Pierre-Joseph Proudhon potesse essere contrapposto a quello di Karl Marx. Potesse dare vita a una nuova cultura politica fermamente socialista. In quello che rimane il migliore dei discorsi riformisti di quel periodo all’insegna dei “meriti e bisogni” (Rimini, giugno 1982), Claudio Martelli non fa nessun riferimento all’inutile Proudhon, mettendosi in sintonia con il pensiero socialista nel resto dell’Europa e, in parte, con quello progressista degli USA. Se Craxi voleva davvero portare non solo il PSI, ma la sinistra italiana, comunisti naturalmente inclusi, avrebbe dovuto guardare al pensiero e all’azione dei partiti socialdemocratici e, subito aggiungerebbe Valdo Spini, laburisti in Europa. Praticamente, nulla di tutto questo avvenne nel quindicennio craxiano.

   Naturalmente, è lecito sostenere che quelli furono gli anni nei quali cominciava un po’ dappertutto il declino dei socialisti come partito di governo, ma non veniva affatto meno l’elaborazione teorica o, quantomeno, il riconoscimento delle nuove sfide sociali e culturali prima ancora che politiche. La bibliografia in materia è persino troppo ampia perché si possa citarla e non voglio privilegiare nessuno studioso in particolare. Alla vivida illuminante luce del senno di poi, tutti sono in grado di constatare che in Italia la cultura politica socialista è sostanzialmente scomparsa e che l’inizio di quella scomparsa può essere collocato nel periodo di Craxi. A scanso di equivoci, mi affretto ad aggiungere che, in modi diversi, anche i comunisti italiano non seppero trasformare la loro cultura politica e, sostanzialmente, vi rinunciarono. Quel Partito Democratico di Sinistra fondato il 1 febbraio 1991 era sostanzialmente alla ricerca di fondamenta culturali che non trovò mai e che, di conseguenza, non furono trasferite nel Partito Democratico.    

Per diventare più influente il Partito socialista doveva ovviamente crescere. Poteva farlo attraendo nuovi elettori al loro primo voto, ma anche elettori che ritenessero inadeguata la rappresentanza politica offerta loro sia dai democristiani sia dai comunisti. A mio parere c’erano molte diversamente buone ragioni a giustificazione dell’abbandono da parte di molti elettori di entrambi i grandi partiti-chiesa, per usare il termine inventato da Francesco Alberoni, e della loro ricerca di una rappresentanza laica e progressista. Però, Craxi, da un lato, continuò a rimanere in alleanza con la DC a livello nazionale, dall’altro, sfidò il PCI, anche su tematiche importanti, come quella del sostegno da dare ai dissidenti dei paesi comunisti. Lo fece in maniera molto ostile, ma soprattutto senza mai esprimere il suo aperto, esplicito sostegno all’alternativa di sinistra. Quello che molto correttamente Giuliano Amato e Luciano Cafagna definirono Duello a sinistra. Socialisti e comunisti nei lunghi anni ’70 (Bologna, il Mulino, 1982), finì per indebolire entrambi, certo anche per responsabilità del PCI, dei suoi dirigenti e delle loro inadeguatezze, ma, soprattutto, disorientò l’elettorato. Da allora, la “sinistra” italiana non ha smesso il suo declino che, a mio modo di vedere, non è né inevitabile né irreversibile. 

Bisognava cambiare anche le regole del gioco, ma non perché la Costituzione italiana fosse “superata” o costituisse un ostacolo ai cambiamenti quanto perché un gioco almeno in parte nuovo avrebbe offerto sfide e opportunità non soltanto ai protagonisti partitici (e sociali), ma soprattutto agli stessi cittadini. La proposta di Craxi di una Grande Riforma fu, al tempo stesso, importante, ma anche indefinita. Mirava esplicitamente a scuotere il “bipolarismo” DC/PCI, ma anche a trasformare le modalità della competizione politica e di governo. Non so se con il suo pregevole libro Una Repubblica da riformare (Bologna, il Mulino, 1980) Giuliano Amato si ponesse anche l’obiettivo di precisare contorni e contenuti di una Grande Riforma che portasse a una forma di governo semi-presidenziale non dissimile da quella della Quinta Repubblica francese (che continuo a ritenere un obiettivo da perseguire). So, però, che non fu quella la strada intrapresa da Craxi. In Commissione Bozzi i socialisti frenarono praticamente su tutto. Oggi, quasi dimenticata, l’unica riforma per la quale Craxi si batté con successo fu l’abolizione del voto segreto nelle aule parlamentari, una riforma regolamentare importante che avrebbe potuto anche condurre a più democrazia nei partiti e a migliore rappresentanza politica. In seguito, quando arrivò l’opportunità di scuotere il sistema politico italiano in uno dei suoi gangli costitutivi, la legge elettorale proporzionale, Craxi commise un errore politico letale non solo opponendosi, ma finendo per apparire il capofila dei conservatori istituzionali proprio mentre, a fatica e non senza divisioni interne, gli ex-comunisti approdavano alla spiaggia della preferenza unica e si apprestavano ad andare nel mare aperto di una legge elettorale non più proporzionale.

Insomma, sono convinto che si possa legittimamente concludere che Craxi non seppe condurre fino in fondo le importanti battaglie che aveva iniziato. Non ha bisogno di nessuna riabilitazione poiché la sua figura politica ha effettivamente dominato gli anni Ottanta. Neppure, però, servono gli elogi incondizionati che impediscono di predisporre gli strumenti indispensabili per una strategia riformista: partito, cultura politica, istituzioni. Continuons le combat.

Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna, è stato Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996. Il suo libro più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020). In corso di stampa Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET, febbraio 2021).

Giuliano Amato, Massimo D’Alema e Gianfranco Pasquino #video Bobbio e Sartori Capire e cambiare la politica @egeaonline

Su iniziativa di Egea Università Bocconi

 

Presentazione del libro di

Gianfranco Pasquino

Bobbio e Sartori
Capire e cambiare la politica

Intervengono con l’autore:

Giuliano Amato e Massimo D’Alema

Roma, Senato della Repubblica 9 maggio 2019


INVITO Bobbio e Sartori Capire e cambiare la politica #9maggio #Senato #Roma @egeaonline

Su iniziativa di Egea Università Bocconi

 

Presentazione del libro di

Gianfranco Pasquino

Bobbio e Sartori
Capire e cambiare la politica

Intervengono con l’autore:

Giuliano Amato e Massimo D’Alema

Giovedì 9 maggio 2019, ore 17.00
Sala Zuccari-Palazzo Giustiniani
Via della Dogana Vecchia, 29-Roma

Registrazione obbligatoria: egea.press@unibocconi.it
L’accesso alla sala -con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta -è consentito fino al raggiungimento della capienza massima.

L’Europa. Un’utopia in costruzione #Rovigo #1marzo

Venerdì 1 marzo 2019 ore 18
Palazzo Roncale – Sala degli Arazzi Piazza Vittorio Emanuele II, 29  Rovigo

Gianfranco Pasquino

presenta l’opera in tre volumi

L’Europa. Un’utopia in costruzione

curata da Giuliano Amato, Enzo Moavero Milanesi, Gianfranco Pasquino e Lucrezia Reichlin

Istituto dell’ Enciclopedia Italiana/2018