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PIETRO INGRAO, MEMORIA Il dubbio, gli interrogativi, la complessità

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PRESENTE E FUTURO DEL LAVORO UMANO n.8 2018 viaBorgogna3

All’inizio degli anni ottanta mi capitarono due eventi molto fortunati (e fortunosi). Dopo avere letto il mio libro Crisi dei partiti e governabilità (Il Mulino 1980), Pietro Ingrao volle conoscermi. Facemmo una lunga chiacchierata sulla politica, sui partiti, sulle istituzioni e la loro eventuale riforma. Venni da lui invitato a partecipare alle attività del Centro per la Riforma dello Stato e a scrivere sulla rivista “Democrazia e Diritto”. Onorato e gratificato accettai subito (poi partecipai attivamente e scrissi molto). Nel 1983 la mia candidatura al Senato come Indipendente di Sinistra sponsorizzata dal gruppo dirigente del Partito Comunista dell’Emilia-Romagna fu sostenuta in sede nazionale anche da Pietro Ingrao. Nelle frequenti riunioni del Centro, alle quali mi era facile partecipare nei giorni in cui ero a Roma per il Senato, ebbi modo di stabilire con lui un rapporto di stima e collaborazione, soprattutto sulla tematica “bollente” di quei tempi (sic) le riforme istituzionali e la legge elettorale. Nel dicembre 1985 Ingrao venne a Torino a discutere con Norberto Bobbio del mio libro Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale (Laterza 1985). Qualche tempo dopo mi chiese di dargli qualche indicazione per presentare un emendamento alle tesi del Congresso del PCI di Firenze nel 1986 (cosa che feci con molto piacere). Quell’emendamento ottenne il 20 per cento dei voti che Ingrao, abituato ad una posizione minoritaria nel partito, ritenne un buon successo, legittimazione di una battaglia che proseguì. Continuando nei nostri scambi di idee e in varie conversazioni approfittai per chiedergli di scrivere la presentazione a un libro a cui rimango molto affezionato: Una certa idea di sinistra (Feltrinelli 19879. Accettò volentieri e prontamente. Il libro fu presentato a Roma in una sala, se ben ricordo, della Camera dei Deputati da lui e da Giuliano Amato (appena uscito dal gravoso compito di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, cioè di Craxi).

Qui si intreccia il filo del discorso che intendo condurre sul suo libro postumo, Memoria, Roma, Ediesse, 2017. Lo farò con riferimento a tre elementi: il dubbio, gli interrogativi, la complessità. Notoriamente, Bobbio ha molto spesso sostenuto quanto sia difficile, se non, addirittura, sbagliato, avere delle certezze. Gli intellettuali non possono permettersi le certezze, meno che mai nelle faccende politiche (Il dubbio e la scelta. Intellettuali e potere nella società contemporanea, La Nuova Italia Scientifica 1993). Debbono avere e sollevare dubbi, il primo passo di qualsiasi ricerca e anche di qualsiasi analisi dei comportamenti e delle scelte dei detentori del potere politico. Meno chiaro è se Bobbio creda o no che all’uomo politico spetti avere e inculcare certezze nei suoi sostenitori, negli elettori, nella sua azione poiché il dubbio rischia di essere paralizzante. Certo, invece, è che Bobbio crede che l’etica debba avere uno spazio nella politica. DaI canto suo, Ingrao non ha mai fatto mistero di avere e nutrire molti dubbi. Anzi, spesso, se n’è fatto un vanto, personale e comparato, vale a dire nei confronti di politici e di analisti troppo sicuri di sé, incapaci di cogliere la problematicità della realtà di qualunque tipo e degli eventi, superficiali, faciloni, approssimativi. Non mi sorprende, quindi, che Ingrao rivendichi la sua ostinata pratica dubitante (Memoria, p. 115) e neppure che negli “indimenticabili” anni cinquanta non abbia trovato nessun sostegno nel partito.

Mi sorprende moltissimo, invece, che non abbia applicato la sua “pratica dubitante” a quello che non solo per me fu l’avvenimento spartiacque di quegli anni: la repressione armata della ribellione ungherese, effettuata per di più dopo che a tutti coloro che volevano leggere era diventato noto il Rapporto di Chruscev sui “crimini di Stalin e gli errori fatali legati al ‘culto della personalità”. Certo, la categoria era “sommaria” (Memoria, p. 102), ma non ricordo, in quel tempo e non vedo nei capitoli di questo libro un suo superamento ad opera di altre categorie formulate dai comunisti italiani e, neppure, dagli intellettuali, non furono pochi, lieti di definirsi “ingraiani”. Né mi pare sufficiente la frase interrogativa dello stesso Ingrao: “Non dice qualcosa il fatto che lo stalinismo sia caduto dall’interno?” Vuole forse Ingrao comunicarci che il comunismo, anche quello costruito da Stalin, conteneva al suo interno fattori di autocorrezione, autoriforma? Il capitolo sul crollo del comunismo, intitolato Sgretolamento, non offre nessun elemento esplicativo. All’uopo, non posso fare a meno di appoggiarmi a Bobbio, anche lui abile a sollevare interrogativo, ma, per lo più altrettanto abile a formulare una o più risposte. In questo caso specifico, la risposta di Bobbio, che apparve nel libro Quale socialismo? (Einaudi 1976), ha anche il pregio della parsimonia. L’inesistenza nel marxismo di una teoria dello Stato ha aperto la strada al culto della personalità e allo stalinismo. Il rischio delle degenerazioni rimane aperto. Purtroppo, nei saggi e nelle riflessioni contenute in Memoria Bobbio non è un interlocutore di Ingrao.

Credo di non forzare troppo il significato e il campo di applicazione del dubbio (variamente esplorato negli scritti e nelle interviste nel fascicolo della rivista dell’AREL intitolato Dubbio, 2/2016) e specificamente di quello di Ingrao (che sta alla base del libro di R. Vicaretti, La certezza del dubbio, Imprimatur 2015) se lo estendo al dissenso. In molte circostanze, il dissenso deriva dal dubbio che la valutazione di una situazione, la decisione presa, l’azione iniziata non siano le più appropriate e le migliori nelle condizioni date. Il partito nuovo, vale a dire il Partito Comunista di Togliatti, non era certamente il luogo più disponibile all’accoglimento del dissenso e alla sua pratica. In verità, non lo era neppure mai stato il partito “vecchio”! “Per me la costruzione collegiale di una linea politica esigeva in radice la libertà e la pubblicità, direi, la normalità del dissenso”. Nel PCI la normalità riguardava piuttosto il consenso che talvolta, purtroppo, fu conformismo. Più che dalla difficoltà di esprimere il dissenso (da parte di altri poiché certamente lui non era disposto a tacere), Ingrao era preoccupato dalle conseguenze del non-dissenso. “La questione del dissenso finiva per soprastare e cancellare tutto il discorso sulla proposta sociale” (Memoria, p. 120). In questo caso, la proposta riguardava come affrontare complessivamente il Sessantotto: movimento studentesco, autonomia del sindacato e sua qualità di soggetto politico. Il femminismo sarebbe giunto qualche tempo dopo. Pur sensibile alla ampia problematica sollevata dalle donne, qui Ingrao non ne parla.

Resisto alla tentazione di un excursus nel pensiero (liberal-)democratico per il quale è imprescindibile la discussione di Giovanni Sartori (The Theory of Democracy Revisited, Chatham House1987, vol. 1, pp. 86-) concernente la formazione del consenso e del dissenso nell’ambito del conflitto regolato -qualcuno aggiungerebbe lo scetticismo, il dubbio, per l’appunto, sulla bontà dei detentori del potere politico e dei loro comportamenti– che costituiscono il sale della competizione e del pluralismo. Trovo, però, opportuno sottolineare che Ingrao spinge il suo dubbio e il suo dissenso fino a fare quella che lui stesso definisce qui una “battaglia di frazione”. Non volle, però, chiamarla in questo modo quando effettivamente la iniziò nel famosissimo XI congresso del PCI a Roma nel 1966: “non lo dissi alla tribuna del congresso perché, subito, la discussione politica si sarebbe mutata in una secca questione di disciplina” (Memoria, pp. 119-120). Pochissimi anni dopo, in effetti, quella che lo stesso Ingrao definì un’azione “con caratteri frazionistici”, ovvero quanto veniva dicendo e facendo il gruppo del Manifesto, venne trasformata in una secchissima, durissima, senza appello “questione di disciplina”. La “lotta politica contro le posizioni sbagliate e i metodi seguiti dai compagni del Manifesto” (sono le parole del discorso di Ingrao al Comitato Centrale del PCI il 15 ottobre 1969) sboccò quasi — qui lascio un piccolo spazio al mio proprio flebile, dubbio, inevitabilmente nella loro radiazione poco più di un mese dopo. Nessuno dei capitoli della Memoria è dedicato da Ingrao a quello che fu un momento drammatico nella vita del PCI e, immagino, sua personale. I “compagni”, Lucio Magri, Aldo Natoli, Luigi Pintor (e le compagne Luciana Castellina e Rossana Rossanda) non fanno la loro comparsa nel libro, se non, in maniera molto limitata e per altre ragioni diverse da quello che fu, a mio parere, molto più che un semplice episodio di frazionismo, che, dopo il deflusso dei 101 firmatari della lettera di dissenso nel 1956, costituì un fenomeno di enorme importanza e impatto. È sufficiente, ma utile, ricordare che dopo il 1956 non nacque nulla alla sinistra del PCI, mentre dopo il 1969 l’effervescenza fu grande e si tradusse nella formazione di alcuni organismi politici e partitici. Proprio con riferimento a quello che l’Unione Sovietica e il PCUS stavano facendo e nei cui confronti Ingrao aveva da tempo maturato una critica senza scampo, ma, soprattutto, valutando le posizioni del gruppo del Manifesto anche riguardo alle politiche sovietiche, il dubbio, in verità, molto più di un dubbio avrebbe dovuto essere l’atteggiamento logico e consequenziale di Ingrao.

Non saprei dire se i molti interrogativi che Ingrao solleva siano il prodotto della sua inquietudine piuttosto che della sua ricerca di qualcosa che sta oltre, dell’approfondimento della sua analisi della situazione oppure della ricerca di conferma della giustezza delle posizioni da lui maturate. In occasione della discussione di Una certa idea della sinistra, Giuliano Amato mi mise in guardia suggerendomi di vedere nei molti interrogativi sollevati da Ingrao nella sua presentazione, oltre all’interesse suscitato dal mio libro, anche il modo personale di Ingrao di indicare la sua non condivisione, il suo dissenso, la sua differente prospettiva. Mi limito a una citazione lunga poiché contiene il non tanto nascosto suggerimento di Ingrao che bisogna continuare a cercare e non limitarsi a quanto avevo scritto. “Come si determina l’identità di questo attore politico capace di attingere la dimensione del progetto, e di realizzare uno spostamento nella visione sistemica del rapporto fra mercato e Stato, fra capitalismo e democrazia? Come possiamo e dobbiamo pensare il processo, attraverso cui nel ‘progetto’ riformatore si articolano e si intrecciano aggregazioni di interessi e riferimenti a valori? Quali valori, e definiti, come tali, da che cosa? Legittimati e selezionati, come? Da un patrimonio storico, come e dove depositato? O assunti da quali tavole?” (Una certa idea della sinistra, p. XIII). Ingrao intendeva mettere in discussione proprio la mia concezione (e applicazione) della scienza politica chiedendo dove si forma questo sapere: “se al di fuori e al di sopra delle classi e dei ceti o dei gruppi fluenti nella società, o in quali rapporti con essi: e in caso di rapporti con essi, in ragione di quali motivazioni? E se in ragione di opzioni sociali o di valori, come e perché assunti?” (ibidem, pp. XIII-XIV). La risposta, anzi, le molte risposte che avrei desiderato allora e che, indubbiamente, continuano ad essere necessarie, non sono ancora venute, neppure, in seguito, da Ingrao. Forse, sono domande per nessuna delle quali esiste una risposta, un’unica e univoca risposta. Esistono solo approssimazioni, riflessioni e, debbo proprio scriverlo, suggestioni. Tuttavia, scavando nei capitoli del libro, si scopre sia qual è l’ostacolo alla risposta sia qualcosa che è più di un abbozzo di risposta. L’ostacolo è dato dalla complessità variamente definita; l’abbozzo nasce dall’incontro, più o meno conciliabile, fra privato e pubblico (da Ingrao, vedremo, non esplorate in tutte le loro declinazioni).

La risposta possibile, come ho detto, appena abbozzata, si trova nella dilatazione della politica. Non resisto alla tentazione di sottolineare che per Marx il comunismo realizzato avrebbe condotto “dal governo degli uomini sugli uomini [e sulle donne delle quali il non femminista Marx neppure si cura]” “all’amministrazione delle cose” facendo sparire la politica. Per Ingrao la politica sarà vivissima. La dilatazione della politica è stata il prodotto (peraltro, come è oggi evidente, reversibile) della strategia togliattiana del PCI. Anche se segnata “da un noioso, ossessivo spirito ‘pedagogico’ … si è dilatato l’esperire politico fra le grandi masse escluse” (Memoria, p. 77). Quella “dilatazione della politica”, ribadisce Ingrao,”strideva sgradevolmente con la legnosa, rigida struttura gerarchica del Partito comunista”… Eppure anche dentro quella strettoia … si praticarono e si allargarono sentieri di partecipazione all’agire politico. Coinvolgimenti che ruppero barriere” (Memoria, p. 79). In pagine stracolme di punti interrogativi, Ingrao argomenta anche che per le molte forme di partecipazione politica è divenuta necessaria “una trama di regolazione generale: garantita da chi, se non da un potere politico riconosciuto e affermato, addirittura con un connotato di costrizione, di forza?” (p. 179). La spinta alla liberazione del lavoro subalterno “sta attingendo a nuovi livelli e forme sovranazionali che, lungi dal cancellare il momento ‘pubblico’ (e la sua capacità di normare e di costringere), lo sta dilatando” (p. 182) cosicché, conclude Ingrao, “dobbiamo allora mescolare di più le sfere della vita e del produrre, se vogliamo fare i conti con queste complicazioni e oscurità” (p. 184).

La complessità secondo Ingrao si è affacciata in più momenti del dopoguerra. Già “gli scritti gramsciani evocavano i complicati passaggi, le articolazioni, le ‘transizioni’ attraverso cui poteva maturare un mutamento di fase, e anche le nicchie, le specificità nazionali in cui realizzare i sistemi di alleanze, il blocco storico con cui fare avanzare gradualmente il potere della nuova classe” (Memoria, p. 75). Quanto distante ci appare questa “complessità”(si pensi soltanto a “blocco storico”) e quanto inadeguata a comprendere quella che, senza in nessuno modo aderire alla visione complessiva, ma tutt’altro che complessa, del sociologo polacco Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, chiamerò “liquida”! In seguito, Ingrao specificherà in maniera più convincente che il “cammino della ‘modernità'” riguarda “l’intrico e l’articolazione delle differenze, delle specificità inassorbibili che alimentano la complicazione delle relazioni sociali e degli strumenti della politica” (Memoria, pp. 172-173).

Mi sono variamente cimentato con il tema (ad esempio, nel volume La complessità della politica, Laterza 1985) e sento l’obbligo di dichiarare che mi ritrovo poco nell’analisi di Ingrao che ha ispirato seguaci meno attrezzati di lui ed è poi rimasta senza seguito. Perché? Da un lato, Ingrao delinea il tema della complessità quasi travolgendo il confine fra privato e pubblico, ma gli eventi dopo il Sessantotto quel confine lo hanno, in una varietà di forme e di modalità, ristabilito oppure reso scavalcabile in avanti e all’indietro: flussi e riflussi, shifting involvements, su cui ha scritto pagine memorabili Albert O. Hirshmann (Felicità privata e felicità pubblica, Il Mulino 1984). Dall’altro, in quasi tutti gli ambiti, forse più che altrove nell’ambito politico, si sono fatti strada (non scriverò mai si sono “affermati”) i terribili semplificatori, coloro che cercano soluzioni alla complessità non nello studio, nella sperimentazione, nella rappresentanza della pluralità di posizioni, di preferenze, di scelte, ma nel ricorso alla spada (che era quella di Alessandro Magno) che spezza il nodo di Gordio oppure nella “narrazione” personalistica di una storia che non conoscono e nella prospettazione di un futuro per la cui costruzione non hanno le conoscenze di base, minime.

Non concluderò scrivendo che negli ultimi anni della sua vita Ingrao si “rifugiò” nella poesia quasi prendendo atto della sua sconfitta in politica. La poesia unitamente al cinema aveva costituito uno dei suoi grandi interessi. Vi si dedicò con notevole successo. Al dubbio, agli interrogativi, alla complessità della politica, la poesia contrappone la verità, le risposte, l’essenzialità. Non a tutti è consentito di tenerle insieme. Pietro Ingrao ci ha provato con l’impegno che è stato uno dei tratti più importanti del suo carattere, della sua vita.

Scissione e culture politiche

Larivistailmulino

Giornalisti, editorialisti, commentatori, professori concordano: la scissione dal Partito Democratico ha natura personalistica. Discende da uno scontro fra persone. Qualcuno, poi, più intelligentemente, come Angelo Panebianco, suggerisce che potrebbero esserci anche profonde divergenze culturali. Concordo soltanto in parte. Quando si lascia un partito, la prima, spesso la più forte, divergenza è politica. In quel partito, con quel segretario, con quella gestione non esistono più spazi, non soltanto di azione, ma neppure di discussione. Il quesito diventa: discussione su che cosa? La risposta potrebbe essere sia sul tipo di partito, sia sulle politiche, sia sulla visione complessiva. Nel Pd non si vede nulla di tutto questo, tranne un ex-segretario lanciato alla riconquista, il prima possibile, della carica perduta. Quell’ex-segretario non dice come vorrebbe (ri)organizzare il partito, che tipo di presenza vorrebbe avere sul territorio, quale ruolo attribuire ai partiti locali, ai militanti, agli iscritti, di quali modalità di comunicazione, oltre ai suoi personalissimi tweet e alla sua e-news, il partito dovrebbe dotarsi. Dal Lingotto verrà poco o nulla sul partito come organizzazione, «comunità di donne e uomini». Verranno presentate delle slides sulle politiche fatte, ma soprattutto da fare che, inevitabilmente, scaveranno la fossa al governo Gentiloni. Avvenne esattamente così dieci anni fa con la cavalcata di Veltroni che fu causa non troppo indiretta della caduta del governo Prodi II. Misi in evidenza il rischio con un articolo sul «Mulino» scritto già nell’agosto 2007.

Quanto alle motivazioni culturali, bisognerebbe cominciare con il chiedere se la segreteria di Matteo Renzi si sia mai occupata della cultura politica del Partito Democratico. Qualcuno potrebbe anche andare a vedere oratori e contenuti della scuola di politica nazionale e delle scuole locali. Constaterebbe che certo, fra una sfilata e l’altra di ministri e di autorità locali, qualcosa di politica s’è detto: appoggiare «senza se senza ma» le magnifiche scelte e riformiste (è una parafrasi) del governo Renzi. La riflessione e ancor più l’elaborazione culturale sono state totalmente assenti ed è facile prevedere che, se rivince Renzi, continuerà a essere così. Gli esegeti del Pd con qualche new entry che si ricorda dell’Ulivo continuano a battere sullo stesso tasto: la contaminazione che il Pd doveva produrre fra la cultura degli ex-comunisti e quella dei cattolici-democratici. Peccato che nessuno vada a vedere se nei due congressi che portarono al Pd i due gruppi di «ex» avessero ripensato la loro cultura politica per giungere attrezzati e innovatori all’incontro epocale. La verità, che riguarda non soltanto il Pd, è che alla metà degli anni Novanta del XX secolo le culture politiche che avevano fatto la Costituzione e guidato la storia d’Italia erano scomparse (lo registrai e argomentai in un fascicolo intitolato La scomparsa delle culture politiche in Italia della rivista «Paradoxa», 4/2015. Fra gli autori mi limito a citare Giuliano Amato, Agostino Giovagnoli, Achille Occhetto e Marcello Veneziani, ciascuno molto rappresentativo di una cultura politica che non esiste più, è il mio parere, ma nessuno di loro disposto ad accettarne la effettiva e definitiva scomparsa). Soprattutto, nessuna di quelle antiche culture si trova adeguatamente rappresentata in qualche partito italiano e ne informa i comportamenti e le scelte politiche. Non erano, naturalmente, scomparsi gli intellettuali interessati alla politica, con le loro legittime e accertabili preferenze politiche, autori di alcune elaborazioni politiche quasi mai prese in considerazione dai partiti ai quali venivano indirizzate. Il culmine di questa assoluta mancanza di attenzione fu raggiunto con l’etichetta, oggi lo sappiamo, pre-Trumpiana, di «professoroni» affibbiata a diversi intellettuali di alto valore culturale, ma dissenzienti.

Se a qualcuno, a cominciare dall’ex-segretario e dal suo giglio-non-più-magico, interessasse la (ri?)elaborazione di una cultura politica (riformista, che non è un elenco di cose da fare o no, ma cultura), avrebbe dovuto impegnarsi per dare vita a una conferenza programmatica centrata proprio sui principi essenziali di una visione che costruisca, tenga insieme e guidi una comunità e un paese. Qualcosa di non troppo dissimile, sarò provocatorio, fu alla base della Conferenza Programmatica del Partito Socialista Italiano a Rimini nel 1982: Meriti e bisogni. Nelle conferenze programmatiche non si distribuiscono cariche, ma si fanno circolare idee. In quel che resta del Partito Democratico altre sono le priorità.

Pubblicato il 3 marzo 2017 su larivistaIlMulino

Tirare le giacchette costituzionali

corte-costituzionale

L’intervento  che segue non ha trovato spazio su un paio di “autorevoli” quotidiani nazionali. Chi scopre perché me lo comunichi. Apprezzerò.

Ritengo che in una democrazia, non soltanto il Presidente della Repubblica, ma anche i giudici costituzionali possano, per usare la terminologia corrente, essere “tirati per la giacchetta”. Intendo sostenere che, primo, sia il Presidente della Repubblica sia tutti i giudici sanno di operare in un ambiente nel quale l’opinione pubblica è attenta, interessata e coinvolta; secondo, che entrambi debbono motivare le loro azioni e le loro omissioni. Tutto questo è a maggior ragione vero e rilevante quando i giudici costituzionali debbono esprimersi sui principi, sui criteri, sulle clausole della legge elettorale, quel cruciale meccanismo attraverso il quale gli elettori esercitano una parte cospicua della loro sovranità. Proprio perché abbiamo imparato quasi tutto sulle leggi elettorali formulate e utilizzate dal 1993 a oggi, sappiamo che persino la migliore di loro, vale a dire il Mattarellum, ha mostrato degli inconvenienti democratici. Nel caso specifico, le liste civetta produssero nel 2001 una Camera dei deputati che non ebbe mail plenum, mancandole ben 11 deputati. Sappiamo che con la sentenza n.1/2014, la Corte Costituzionale ha “macellato” il Porcellum, legge con la quale sono stati eletti tre parlamenti 2006, 2008, 2013. Quella sentenza ha anche delineato una legge elettorale proporzionale secondo alcuni fin troppo tale, ma immediatamente applicabile. A mio parere, dovrebbe comunque essere necessaria un’approvazione parlamentare. Sappiamo, infine, che, chiamata a decidere della costituzionalità dell’Italicum, la famosa legge che nelle parole di Renzi “tutta l’Europa ci invidierà e mezza Europa imiterà”, la Corte non potrà fare a meno di notare che l’Italicum contiene alcuni elementi già costitutivi del Porcellum, appena ridimensionati.

Gli autori e i sostenitori dell’Italicum lo hanno già liquidato (forse non l’avrebbero fatto se avessero vinto il referendum), la maggioranza di loro esprimendosi più o meno col collo storto a favore della re-introduzione del Mattarellum. Peraltro, in un’occasione precedente, la Corte non ammise un referendum che avrebbe potuto condurre alla “reviviscenza” del Mattarellum. Le aspettative sono che i giudici non risparmieranno neanche l’Italicum e i criteri ai quali faranno riferimento finiranno inevitabilmente per influenzare la stesura delle prossime leggi elettorali, dovendo essere due, una per la Camera dei deputati l’altro per il Senato, con il requisito decisivo, più volte menzionato dal Presidente Mattarella, della loro reciproca armonizzazione a evitare il guaio grosso, ma non insuperabile, di maggioranze diverse, peggio, confliggenti.

All’inizio degli anni ottanta dello scorso secolo, due autorevoli professori di Diritto costituzionale curarono la stesura di un Manuale di Diritto Pubblico (Il Mulino) che riscosse grande successo fra i loro colleghi e fra gli studenti e venne aggiornato e ristampato per quasi quindici anni. Quando dovettero attribuire la stesura del capitolo sui Sistemi Elettorali, Giuliano Amato e Augusto Barbera si rivolsero non a un giurista, ma a un Professore di Scienza politica che ne fu lusingato e fece del suo meglio, senza essere sostituito neppure nei ripetuti aggiornamenti. Adesso, la domanda, al tempo stesso, un invito, è: Amato e Barbera si atterranno nella loro valutazione dell’Italicum e nelle loro motivazioni ai principi che l’autore di quel capitolo (cioè, chi qui scrive) utilizzò e che a loro parvero più che accettabili per un lungo periodo di tempo? Spero proprio di sì. Aggiungo che sono molto fiducioso che non terranno in nessun conto le preferenze assolutamente “partigiane” dei dirigenti di partito e dei parlamentari, come riportate dai loro giornalisti di riferimento, a favore di sistemi elettorali che non servano tanto a dare potere agli elettori e a garantire buona rappresentanza politica ai cittadini (che erano e rimangono i miei due criteri supremi), ma a salvare qualche partito, a impedire la vittoria di un movimento sgradito, a favorire qualcuno, a consentire la “nomina” di parlamentari ossequienti. Poi quei due principi, potere degli elettori e rappresentanza dei cittadini, dovranno essere applicati dai parlamentari per fare una legge che duri nel tempo proprio perché non scritta con riferimento alla distribuzione contingente dei voti, come rivelata dai fuggevoli/fluttuanti sondaggi. Credo di avere tirato la giacchetta di due giudici competenti in materia e quindi influenti anche sui loro colleghi nella direzione giusta. Martedì lo sapremo. (ndr: martedì 24 la sentenza della Corte è stata rimandata all’indomani)

24 genneio 2017

Legge elettorale, basta con i déjà vu

Il fatto

Una buona legge elettorale deve soddisfare due requisiti essenziali: dare poter agli elettori, dare rappresentanza ai cittadini. L’Italicum che, con le candidature multiple, i capilista bloccati, l’eccessivo premio di maggioranza, il divieto di coalizioni pre-elettorali e di apparentamenti per il ballottaggio, è un Porcellinum, ovvero un Porcellum al ribasso, non soddisfa né l’uno né l’altro dei due requisiti. Non so che cosa deciderà la Corte Costituzionale, ma spero vivamente che i due Professori Giudici, Giuliano Amato e Augusto Barbera, che mi affidarono il capitolo sui “Sistemi elettorali” per il loro long e bestseller Manuale di Diritto Pubblico, gli diano un’utile occhiatina.

Le leggi elettorali non si debbono fare né per agevolare la vittoria di un partito/schieramento né per impedire la vittoria degli oppositori. Invece, sia il Porcellum di Calderoli sia l’Italicum di Renzi-Boschi-D’Alimonte hanno cercato di conseguire entrambi i deplorevoli obiettivi. Sarebbe troppo facile sostenere, come ipocritamente faranno molti, che bisogna procedere dietro un velo d’ignoranza. Il velo è stato strappato cosicché si vede facilmente la molta ignoranza esistente fra la maggior parte dei sedicenti riformatori elettorali. Qualcuno, però, ha imparato che nessuna legge elettorale formulata per favorire un partito automaticamente consegue il suo esito e che le cambiate circostanze producono proprio gli esiti non desiderati. Più precisamente, il premio in seggi da conquistare al ballottaggio è stato riproposto dai renzian-boschiani poiché sembrava garantire, a giudicare dall’esito delle elezioni europei, una facile vittoria per di più con l’individuazione del vincente (obiettivo davvero ambitissimo che cambia la vita degli elettori) la sera stessa delle elezioni (in verità, a causa del ballottaggio, una o due settimane dopo). Adesso che la distribuzione dei voti e gli esiti di 19 ballottaggi su 20 nelle elezioni municipali di giugno suggeriscono che vincerebbe il Movimento Cinque Stelle, il ballottaggio è visto come un incubo dagli ex-riformatori e da Giorgio Napolitano, ma, molto comprensibilmente, come un’opportunità da mantenere da parte delle Cinque Stelle.

Per uscire da questa logica dei premi ad partitum, bisogna buttare a mare l’Italicum e cominciare, non ricominciare poiché dovremmo avere imparato molto e saperne abbastanza, un nuovo discorso. Senza pensare che noi italiani siamo in grado di inventarci una legge elettorale ottima (aggettivo appioppato all’Italicum proprio dall’ex-Presidente del Consiglio Renzi), che tutta Europa c’invidia e che mezza Europa imiterà (sempre parole sue), dovremmo interrogarci su che tipo di sistema politico e di governo siano adatti a una democrazia parlamentare. Potremmo anche riflettere, magari con l’aiuto eccezionalmente energico (sic) del Presidente Mattarella, sul fatto che il Mattarellum ha avuto, insieme con alcuni inconvenienti, anche molti meriti, per esempio, avere agevolato l’alternanza fra coalizioni. I collegi uninominali, soprattutto se accompagnati dal requisito della residenza per evitare i paracadutati, offrono potere agli elettori e opportunità di reale rappresentanza politica. Il recupero proporzionale, meglio se come quello del Senato, consente anche a partiti non grandi di accedere al Parlamento. Infine, un Mattarellum rivisto e aggiornato è facile da formulare e non difficile da applicare poiché il disegno dei collegi uninominali deve essere appena ritoccato.

Naturalmente, chi guarda oltre il velo della sua ignoranza e della sua partigianeria non può non vedere che sia il sistema tedesco definito “rappresentanza proporzionale personalizzata” con soglia del 5 per cento per l’accesso al Parlamento e con metà deputati eletti in collegi uninominali, ha dato ottima prova di sé. Prevengo l’obiezione: non è vero che produce Grandi Coalizioni che sono l’esito di scelte dei partiti. Anche il sistema maggioritaria a doppio turno (non ballottaggio fra due soli candidati) in collegi uninominali utilizzato in Francia risponde ai due requisiti che ho sopra considerato essenziali. Ha funzionato più che soddisfacentemente anche poiché accompagnato dall’elezione popolare del Presidente della Repubblica. E’ più competitivo della proporzionale tedesca e, quindi, più rischioso per candidati e partiti, ma in cambio offre enormi opportunità agli elettori di fare contare spesso in maniera decisiva il loro voto anche per la formazione e il successo di coalizione che si candidino al governo del paese.

Quello che, fin dai primi passi sulla strada di un’altra legge elettorale, considererei intollerabile è la pretesa di mascherare l’irrefrenabile voglia di trovare la legge che favorisca i suoi formulatori, come la nobile ricerca di un meccanismo che dia potere agli elettori quando, invece, è fatta per salvare quel che resta dei partiti regalando loro in maniera incontrollabile un tot di seggi distribuiti ai più ossequienti dei candidati. Non c’inganni il déjà vu che non funziona proprio più.

Pubblicato l’8 dicembre 2016

Una certa idea di scienza politica. Saggi in onore di Gianfranco Pasquino

È appena uscito per Il Mulino il volume curato da Angelo Panebianco

Una certa idea di scienza politica
Saggi in onore di Gianfranco Pasquino

Il volume vuole rendere omaggio a uno degli scienziati politici italiani più conosciuti, letti e apprezzati in Italia e all’estero. Dalla laurea con Norberto Bobbio a Torino agli insegnamenti politologici a Firenze e Bologna, il percorso intellettuale di Gianfranco Pasquino è costellato di imprese importanti: dalla promozione della Rivista Italiana di Scienza Politica, alla condirezione del Dizionario di Politica, una imponente produzione scientifica ricca di analisi illuminanti e persuasive sulla democrazia contemporanea, una infaticabile attività di consulente editoriale dedita a promuovere nel nostro paese testi fondamentali della disciplina, l’impegno pubblico come voce sempre lucidamente critica nel dibattito sui temi del funzionamento e della qualità della vita democratica. Una complessa attività, che Pasquino svolge da un cinquantennio in varie sedi – pubblicistica, accademica, politica – e che i contributi e le testimonianze qui raccolti illustrano autorevolmente.

una certa idea di scienza politica

Indice del volume

Un ricordo, di Giovanni Sartori
Introduzione, di Angelo Panebianco
I. Il sistema politico italiano: mutamenti e continuità, di Carlo Guarnieri
II. La scienza politica per riformare l’Italia, di Sofia Ventura
III. L’alternanza e la qualità della democrazia, di Marco Valbruzzi
IV. Deficit democratico, euroscetticismo e partiti nell’Unione europea, di Luciano Bardi
V. Leadership e comunicazione, di Donatella Campus
VI. I rischi del «pan-istituzionalismo», di Stefano Bartolini
VII. Gianfranco Pasquino come mio «tutor» tra politica e scienza, di Oreste Massari
Postfazione. Io e Gianfranco. Mani di velluto e mani di forbice, di Giuliano Amato
La scienza politica e i suoi nemici, di Gianfranco Pasquino
Bibliografia di Gianfranco Pasquino
Gli autori

Presentazione The Oxford Handbook of Italian Politics 29 febbraio #JohnsHopkins #Bologna

Johns Hopkins
SCHOOL of ADVANCED
INTERNATIONAL STUDIES

Lunedì 29 febbraio 2016 alle ore 18,30

Presentazione del volume

The Oxford Handbook of Italian Politics

Edito da

Erik Jones

Gianfranco Pasquino

Interventi di 

Pier Ferdinando Casini e Debora Serracchiani

Modera Filippo Taddei

Intervento delle Istituzioni

Stefano Caliandro

In italiano con traduzione simultanea in inglese

The Oxford Handbook of Italian Politics è un’opera essenziale e prestigiosa. In cinquantaquattro veri e propri piccoli saggi, i più importanti studiosi italiani, fra i quali Giuliano Amato, Valerio Castronovo, Vera Zamagni, e specialisti stranieri analizzano tutti i più importanti aspetti istituzionali, politici, sociali e economici dell’Italia dal dopoguerra ad oggi. Lo Handbook è stato curato da Erik Jones e Gianfranco Pasquino, docenti della Johns Hopkins University SAIS Europe, e sarà distribuito in tutte le maggiori biblioteche ed Università mondiali. Nella realizzazione di questo importante progetto, SAIS Europe Bologna si è posta quale tramite tra la comunità di scienziati politici italiani e la sfera – più ampia e principalmente anglofona – degli studiosi del sistema politico italiano. Sono inoltre stati coinvolti nella preparazione di questo complesso e indispensabile volume istituzioni ed esponenti della società italiana, in particolare il Consiglio Provinciale di Bologna, in un esperimento che ha generato suggerimenti preziosi, sia per gli accademici sia per gli amministratori locali.

Italian politics

Perché sono scomparse le culture politiche in Italia

Brano tratto da La scomparsa delle culture politiche in Italia Paradoxa, Numero 4 – 2015

“…Una cultura politica contiene una visione della società e dello Stato, come sono e come dovrebbero diventare. Attribuisce diritti e doveri, ruoli e compiti ai governanti, ai rappresentanti e ai cittadini. Si fonda su criteri precisi di rappresentatività e di responsabilizzazione. Cerca di tenere insieme tutto questo nella maniera più coerente possibile. Negli articoli del fascicolo che seguono ciascuno degli autori esplora e valuta i molti aspetti delle diverse e specifiche culture politiche italiane e delle ragioni che hanno portato alla loro eclissi.
Qui, desidero anzitutto rilevare alcune delle più significative conseguenze della scomparsa delle culture politiche in Italia. La prima conseguenza è la destrutturazione dei partiti esistenti, allora, fra il 1992 e il 1994, e gli scomposti tentativi di ristrutturazione-accorpamento-riaggregazione con ulteriori divisioni, scissioni, decomposizioni. È un meandro nella cui tortuosità è difficilissimo nonché, francamente, non particolarmente utile e gratificante cercare di districarsi. Non ne è ipotizzabile nessuna utile acquisizione cognitiva. Ovviamente, la destrutturazione dei partiti ha effetti negativi anche sulla stabilità dei governi e, qualora i governi riescano a mantenere una qualche stabilità, che spesso costeggia l’immobilismo e la stagnazione, neppure sulla loro operatività. Infine, laddove non esistono più culture politiche che richiedano adesione a principi e impegno a perseguire una visione di società e di Stato, transitare da un partito ad un altro, da un gruppo parlamentare ad un altro non implica nessuno sforzo doloroso, nessun agonizing reappraisal, nessuno stravolgimento di principi (magari soltanto il “tradimento” dei rappresentati, ma anche questo effetto, con la legge elettorale del 2005 e con quella del 2015, è discutibile). Insomma, il trasformismo italiano, sul quale Marco Valbruzzi ha scritto pagine importanti, non trova ostacoli in culture politiche inesistenti, ma, al massimo, suscita qualche, purtroppo ininfluente, critica moralistica.
La scomparsa delle culture politiche classiche ha portato con sé, travolgendole, anche culture politiche i cui elementi portanti erano trasversali, vale a dire che avevano penetrato e arricchito ciascuna di quelle culture, ma che, da sole, hanno dimostrato di non potere sopravvivere. Tutti o quasi europeisti sembravano gli italiani, accomunati dalla speranza che l’Europa riuscisse ad obbligare la democrazia italiana a diventare migliore. Eppure, anche se, qua e là, nei partiti sono esistiti, pochissimi, federalisti, la cultura politica del federalismo rimase per l’appunto confinata a nicchie (e alla straordinaria combattività di Altiero Spinelli). Qualcuno, soprattutto i radicali, talvolta in maniera deliberatamente provocatoria, ha esaltato i diritti dei cittadini, delle persone, non confondendoli, succede di frequente anche questo, con le rivendicazioni, addirittura accompagnandoli con il richiamo ai doveri (sic) da adempiere. Comunque, da sole, né una cultura dei diritti, per intenderci alla Ronald Dworkin (1931-2013), né una cultura basata sui principi della società giusta alla John Rawls (1921-2002) sono in grado da sole, isolatamente,di contribuire in maniera decisiva alla formulazione di una cultura politica. Nel caso italiano, poi, nella non grande misura in cui entrambe le culture, diritti e giustizia sociale, sono presenti, troppo spesso vengono brandite contro i governi e contro lo Stato quasi che entrambe fossero culture alternative sempre all’opposizione. Certamente, né gli scritti di Dworkin né quelli di Rawls autorizzano questa interpretazione. Tuttavia, elementi sia dell’una che dell’altra sono indispensabili per la formulazione di qualsiasi cultura politica liberal-democratica. Infine, anche se affascinante nella sua concezione, il patriottismo costituzionale non sembra orientato a dare vita ad una cultura politica autosufficiente e autonoma. Ciononostante, costituisce un’importante componente trasversale a molte culture politiche. Elaborato dal filosofo politico tedesco Jürgen Habermas con l’obiettivo preminente di sventare in maniera anticipata qualsiasi propensione di superiorità nazionale/istica tedesca, all’insegna della frase Deutschland über alles, un tempo contenuta nell’inno, il patriottismo costituzionale ha trovato un’infelice traduzione italiana nell’espressione “la Costituzione più bella del mondo”. Più o meno “imbruttita” da riforme nient’affatto apprezzabili dal punto di vista della sua architettura complessiva, la Costituzione non può stare a fondamento di nessuna cultura politica, ma dovrebbe essere variamente presente in tutte. Per completezza, aggiungerò che sottolineare, com’è giusto, che la Costituzione nata dalla Resistenza è fondata sui valori dell’antifascismo non significa affatto che una cultura politica possa nascere e mantenersi esclusivamente sul pure essenziale richiamo all’antifascismo, per di più, variamente declinato e interpretato.
Non è, naturalmente, questa la sede nella quale delineare le componenti e le caratteristiche di culture politiche competitive che, nel contesto italiano, conducano al miglioramento della qualità della democrazia. Qualcuno potrebbe anche rifugiarsi dietro lo schermo della società liquida alla Zygmunt Bauman e sostenere che nelle società contemporanee che non sono riuscite a preservare le loro culture politiche, la liquidità ne impedisce qualsiasi resurrezione e creazione. Altri potrebbero affidare la rinascita ovvero la comparsa di nuove culture politiche ad un mix di europeismo e di globalizzazione: act local, think global. In conclusione, molto realisticamente, non si vedono le minime premesse che nel mondo della politica, fra gli intellettuali, nell’opinione pubblica italiana si stia facendo strada la richiesta di cultura politica e ne stiano emergendo, seppure agli stadi preliminari, attrezzati portatori. Le implicazioni e le conseguenze per la democrazia italiana di questa triste situazione sono sotto gli occhi di tutti.”

Gianfranco Pasquino

Paradoxa, ANNO IX - Numero 4 - Ottobre/Dicembre 2015 La scomparsa delle culture politiche in Italia a cura di Gianfranco Pasquino

Paradoxa, ANNO IX – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2015
La scomparsa delle culture politiche in Italia
a cura di Gianfranco Pasquino

Sommario
Editoriale Caveat  di Laura Paoletti

Contributi
Perché sono scomparse le culture politiche in Italia                                                             Gianfranco Pasquino
La scomparsa della cultura socialista in Italia                                                                       Giuliano Amato
Il tramonto della cultura cattolico-democratica                                                                   Agostino Giovagnoli
Necessità e debolezza della cultura politica comunista                                                         Achille Occhetto
La sconfitta della cultura di destra (e la sua eventuale rinascita)                                       Marcello Veneziani
La dispersione della cultura giuridico-politica del Partito d’Azione                                    Stefano Merlini
Il tramonto delle culture politiche liberali in Italia                                                                 Giorgio Rebuffa
L’offuscamento della cultura federalista europea                                                                   Pier Virgilio Dastoli
Le propaggini della cultura “gramsciazionista”                                                                       Dino Cofrancesco
Cinque tesi sull’assenza di culture partitiche in Italia                                                              Marco Valbruzzi
La stanchezza della cultura imprenditoriale                                                                             Enrico Cisnetto

Il lusinghiero e graditissimo apprezzamento dal Presidente emerito Giorgio Napolitano per il fascicolo di Paradoxa sulla sua “Storia presidenziale” (2006-2015)

Mercoledì 20 maggio 2015 è stato presentato a Palazzo Giustiniani, sotto il Patrocinio del Senato della Repubblica

UNA STORIA PRESIDENZIALE (2006 – 2015)
Paradoxa, ANNO IX – Numero 1 – Gennaio/Marzo 2015 

a cura di Gianfranco Pasquino

Questa la lettera che Giorgio Napolitano ha consegnato, ricevendoci privatamente,  a me, agli autori del numero e alla direttrice della rivista 

(clicca sull’immagine per espanderla)

Lettera Napolitano

 

Desidero porgere un sentito ringraziamento al  Presidente del Senato Pietro Grasso sia per l’ospitalità sia per le gentili e efficaci parole di introduzione alla tavola rotonda.

Straordinario e senza precedenti il dibattito fra tre ex-Primi ministri: Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Enrico Letta, che desidero ringraziare sinceramente. Hanno saputo coniugare passione politica e competenza con le loro, per me molto condivisibili, preoccupazioni, per il futuro del sistema politico italiano e per il ridimensionamento del potere costituzionale e del ruolo del Presidente della Repubblica. L’Italicum, ne hanno convenuto tutti, con toni diversi, ma enfasi simili, è più di una “semplice” (e cattiva) legge elettorale. Incide sulla forma di governo dilatando il potere del capo del governo, a scapito del Presidente della Repubblica, del Parlamento e della Corte Costituzionale. Non si addiverrà, come ho scritto nel fascicolo e come Napolitano ha subito colto e gradevolmente apprezzato, ad un semipresidenzialismo, malgré lui. Invece, si scivolerà verso un governo del Primo ministro senza freni e che ha dimostrato di non avere ancora adeguate capacità di guida. Ahi ahi ahi. Scherzosamente, se non conoscessi i tre ex-Primi ministri e il loro impegno politico, che certamente non si arrende, potrei concluderne: meglio fare il giudice costituzionale, il viticultore, il professore di Relazioni Internazionali. Però, non finisce qui, non così

La Corte a gamba tesa

La terza Repubblica

Vizi e virtù della sentenza sulle pensioni che crea una voragine nei conti pubblici

Concorrere con la Corte e dissentire a viso aperto: è ora. Custode della costituzionalità delle leggi o artefice, in ultima istanza, della legislazione? La Corte costituzionale, come direbbero coloro che non sanno inventare metafore illuminanti, è entrata a gamba tesa sul risanamento finanziario dell’Italia, pure malamente condotto dai governi e dai Parlamenti che si sono succeduti. Non so se è stata la gamba destra della Corte a imporre, per imbarazzare il governo Renzi, la restituzione del maltolto ai pensionati italiani non proprio poveri. Con la sua gamba sinistra, la Corte aveva un anno e cinque mesi fa cancellato il Porcellum facendo un assist decisivo allo stesso Renzi e alle sue allora non proprio note tendenze di riformatore elettorale. Poiché non disponiamo né delle opinioni concorrenti con le quali persino i giudici che formano la maggioranza possono motivare il loro voto né, tantomeno, delle opinioni dissenzienti, sulle quali è possibile, senza scandalo, costruire decisioni future anche contraddicendo quanto sentenziato nel passato, non ci resta che valutare il noto, congetturare, eventualmente criticare.

Il noto è duplice. Primo, dodici giudici, dividendosi a metà, hanno deciso grazie al voto, ebbene, sì’, decisivo del Presidente. Mancavano tre giudici; uno impossibilitato, due perché il Parlamento (ovvero i partiti e i gruppi parlamentari) non ha fatto il suo dovere di eleggere i due giudici di sua spettanza. Abbiamo già assistito a ritardi insopportabili, a veti su candidati non propriamente impeccabili, a mercanteggiamenti squallidi. Adesso sembra che Renzi abbia deciso che la qualifica essenziale di uno dei prossimi giudici debba essere quella di suo “fedelissimo”. Davvero una brillante motivazione che, indubbiamente, contribuirà a migliorare la qualità delle sentenze costituzionali. Il secondo elemento noto è che i giudici costituzionali trovano spazi come praterie grazie alla cattiva legislazione prodotta dal Parlamento italiano. Forse, però, anche ne approfittano in maniera non esente da critiche. In materia elettorale, per esempio, non sono ancora giunti a una giurisprudenza certa. Li attendiamo al varco quando, sperabilmente presto, dovranno valutare quel mostriciattolo chiamato Italicum (sfuggito troppo rapidamente dalle non acuminate grinfie del Presidente Mattarella).

In materia di pensioni, in attesa di leggere la sentenza, si possono formulare alcune ipotesi e, gioco di parole, ipotizzare una possibile lettura alternativa. Come al solito ingiustamente criticato, il giudice costituzionale Giuliano Amato è stato costretto a dichiarare, in maniera irrituale, di avere espresso voto contrario. Questa è un indizio di cui tenere conto. Non soltanto Amato è un autorevolissimo costituzionalista, ma è anche stato un governante con i fiocchi, due volte Presidente del Consiglio e Ministro del Tesoro. Ecco, i sei giudici del pareggio sbloccato dal Presidente hanno probabilmente votato tenendo conto soltanto del principio di eguaglianza (quanto sia stato effettivamente violato non saprei dire). Non hanno in alcun modo contemperato quel principio con quello della progressività, che riguarda la tassazione, e con l’articolo 81 della Costituzione che impone il pareggio di bilancio. Sono due considerazioni sicuramente presenti nel voto contrario di Amato.

Ristabilire un’equità eventualmente violata aprendo nel bilancio dello Stato una voragine che finirebbe per colpire i meno abbienti potrebbe avere/avrà conseguenze negative per tutto il paese e in maggiore misura per i ceti meno avvantaggiati. Adesso, il governo deve comunque procedere senza trucchi, senza furbizie, senza procrastinamenti a dare attuazione alla sentenza della Corte. Il Parlamento deve, a sua volta, procedere all’elezione dei due giudici mancanti, non scegliendoli fra i fedelissimi di nessuno tranne che della Costituzione, l’unica parte dalla quale bisogna stare “senza se senza ma”. I cittadini dovrebbero, invece, chiedere che siano selezionati parlamentari e governanti con qualche competenza legislativa e che la Corte proceda a una riforma che renda ciascuno dei giudici chiaramente responsabile di come vota e di come motiva il suo voto: sanissime opinioni dissenzienti, ma, come accennato sopra, anche concorrenti. Questa è davvero una buona riforma “costituzionale”.

Pubblicato il 15 maggio 2015 su terzarepubblica.it

 

Triangolo virtuoso e lati deboli

Quando a vincere la carica più importante di un sistema politico è un candidato dalle indiscutibili qualità diventa difficile per tutti intestarsi la vittoria. Qualcuno dice che Mattarella era, insieme a Amato, il candidato preferito da Napolitano. A più riprese, Bersani ha sostenuto che Mattarella era sulla sua lista di candidati nel 2013. Tutti sanno che Mattarella non era affatto il primo dell’elenco dei presidenziabili di Renzi. Lo è diventato quando, da un lato, Renzi ha capito che soltanto con Mattarella poteva sperare di tenere unito il Partito Democratico, e, dall’altro, che Berlusconi gli contrapponeva proprio un candidato divisivo. Dunque, sicuramente Mattarella deve essere grato anche a Renzi per averlo candidato, ma la sua elezione è il prodotto di una pluralità di fattori che non lo rendono affatto dipendente da Renzi. Inoltre, sarebbe un’offesa alla storia politica e personale di Mattarella pensare che in quanto Presidente della Repubblica che rappresenta l’unità nazionale rinuncerà alla sua autonomia di giudizio e di comportamento. No, non è affatto probabile che la schiena dritta del Presidente Mattarella si pieghi agli ordini di scuderia, di nessuna scuderia né di partito né di provenienza culturale.

Renzi ha ragione di esultare per il risultato, ma non può credere neanche per un momento che Mattarella sarà il “suo” Presidente. Fin da subito il Presidente Mattarella si troverà nelle condizioni di provare in maniera trasparente e a tutto campo la sua autonomia.  Mattarella troverà sulla sua scrivania due leggi importanti. Anzitutto, l’Italicum che, immagino, né il relatore del Mattarellum, sistema d’impostazione opposta alla legge Renzi-Boschi, né il giudice che ha sicuramente contribuito allo smantellamento del Porcellum, può approvare in tutti i suoi impasticciati e forse incostituzionali dettagli. Poi, dovrà esaminare un brutto decreto fiscale che contiene una norma che, da qualsiasi parte la si rigiri, offre straordinari vantaggi a Berlusconi (oltre che a tutti coloro, probabilmente nessuno, che abbiano livelli di reddito altrettanto elevati). Insomma, Mattarella entrerà subito in dialettica con il governo Renzi sulle regole del gioco, delle quali la legge elettorale è la più controversa e la più significativa, come dimostrano le tensioni dentro il PD e fra i due “nazareni”: Renzi e Berlusconi. Dovrà decidere come, attraverso la cosiddetta moral suasion oppure rifiutando pubblicamente e motivatamente di promulgare leggi e di autorizzare decreti, svolgere appieno il suo ruolo. Infine, dovrà in qualche modo anche affrontare la pratica della riforma del bicameralismo paritario con il fortissimo ridimensionamento del ruolo, dei compiti, del potere del Senato e quindi con la necessità di costruire nuovi contrappesi al governo, per di più dotato di un notevole premio in seggi.

Il difetto più visibile del Presidente Mattarella è costituito dalla sua scarsa esperienza internazionale e dalla sua limitatissima riconoscibilità a livello europeo e, più in generale, sulla scena di una politica diventata globale. Eppure, Mattarella dovrà intervenire, collaborando, potenziando, ma, eventualmente, anche “correggendo” la politica estera ed europea di un Presidente del Consiglio, neppure lui particolarmente preparato, ma lui, sì, spesso affrettatamente superficiale. Prudenza, sobrietà, riservatezza sono qualità che non impediscono affatto a Mattarella di diventare dopo un brevissimo periodo di apprendistato un Presidente capace, anche grazie alla sua esperienza di parlamentare e di ministro, di esercitare i molti poteri presidenziali che Napolitano (al quale Mattarella potrà rivolgersi per avere utilissimi consigli) ha portato alla loro massima estensione. Nessuno s’illuda, tantomeno Renzi e i renziani, che nel triangolo istituzionale Presidenza-Governo-Parlamento, il lato affidato a Mattarella risulterà debole e trascurabile.

Pubblicato AGL 1 febbraio 2015