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La suggestione. La soluzione è ancora Grillo (o un artista)@fattoquotidiano

Già molti elettori dei 5 Stelle non avevano gradito l’esperienza di governo con Salvini, poi adesso, dopo l’accordo con il Partito democratico, altri ancora si sono ritratti e si mantengono in attesa, guardano come vanno le cose. Sono i cosiddetti “elettori disponibili”, ma per convincerli a venire dalla propria parte bisogna saper fare loro una offerta credibile ed è quello che il Pd in questi mesi non è riuscito a fare, forse perché cerca solo di salvare quel che si può salvare di questo governo.

All’interno del Movimento 5 Stelle servirebbe una figura “trascinante”per riprendersi quegli elettori delusi. Uno come Di Battista è in grado di “fare l’offerta” agli indecisi, ma di certo non si tratterebbe di un’offerta di governo. I 5 Stelle hanno avuto la fortuna di trovare Giuseppe Conte, ma il presidente è un governante, non credo farebbe il leader per raggiungere i consensi e gli elettori. C’è poi un altro aspetto: questo tipo di attività politica la si fa di solito a ridosso delle elezioni, esporsi adesso sarebbe rischioso per chiunque e si creerebbero dei conflitti interni.

Anche per questo motivo chi potrebbe mettersi in gioco è Beppe Grillo: non c’è dubbio che abbia la capacità di trainare i 5 Stelle e in questi anni non ha perso prestigio tra i suoi. Certo dipende da quanta voglia avrà lui, ma credo non abbia smesso di ritenere il Movimento una sua creatura e dunque se fosse necessario aiutarlo potrebbe tornare in campo. Più difficile proiettare a livello nazionale Chiara Appendino, anche se l’idea di affidare la guida a una donna è certamente importante: dentro al Movimento, però, credo ci siano altre esponenti che aspirerebbero alla leadership e non sarebbe facile gestire le spaccature. Nel caso scegliessero una donna, se posso dare un suggerimento ai 5 Stelle, cercherei un’artista, qualcuna che parta con una visibilità pregressa. Magari un soprano come Cecilia Bartoli, con la quale mi scuso immediatamente per averla coinvolta in questa suggestione.

Dichiarazione al Fatto Quotidiano pubblicate il 31 maggio 2020

Un Matteo tira l’altro. Perché Renzi ha salvato Salvini da @formichenews

La Giunta per le Immunità al Senato vota contro il rinvio a giudizio di Matteo Salvini per il processo sulla vicenda Open Arms. Decisiva la mossa di Italia Viva, che ha scelto di non partecipare al voto. Pasquino: il mordi e fuggi di Renzi continuerà…

Dall’intervista di Franco Bechis

Matteo salva Matteo. Colpo di scena al Senato: Italia Viva non ha partecipato al voto della Giunta per le Immunità su Matteo Salvini. Il leader della Lega dunque non sarà rinviato a giudizio come richiesto dai magistrati siciliani che indagano sul caso Open Arms. Tredici i voti contrari, solo 7 a favore.

I tre senatori di Iv, il vicepresidente Giuseppe CuccaNadia Ginetti e Francesco Bonifazi, non hanno preso parte al voto, volgendo i numeri a favore dell’ex ministro dell’Interno, che ha potuto così contare su tredici voti (4 di Fi, 1 di Fdi, 5 della Lega, 1 delle Autonomie), più quello della senatrice M5S dissidente Alessandra Riccardi e di Mario Giarrusso, l’ex grillino che doveva avere l’ultima parola sul voto ma, grazie alla mossa di Iv, non si è rivelato determinante.

Solo sette sono stati i voti contrari. Quattro senatori del M5S, e insieme a loro Pietro Grasso (Leu), Gregorio de Falco (Misto) e Anna Rossomando (Pd).

Nel comunicato di Bonifazi le ragioni dello smarcamento dei renziani last minute. “Italia Viva ha deciso di non partecipare al voto sulla vicenda Open Arms: ci rimettiamo dunque all’aula” ha annunciato l’ex tesoriere del Nazareno. “Non c’è stata a nostro parere un’istruttoria seria, così come avevamo richiesto sia in questo caso che nella precedente vicenda Gregoretti: era necessario ricevere indicazioni sui rischi reali di terrorismo e sullo stato di salute riguardo alle imbarcazioni bloccate in mare dall’ex ministro dell’Interno, che non sono arrivate. Dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l’esclusiva riferibilità all’ex Ministro dell’Interno dei fatti contestati”.

Ma il vero affondo politico è contenuto in una frase: quella in cui il gruppo di Iv sostiene che all’epoca il ministro dell’Interno abbia avuto “l’avallo del governo”. Ovvero il via libera, e la compartecipazione, del premier Giuseppe Conte. Tira un sospiro di sollievo Salvini in diretta su Facebook. “Una buona notizia in periodi di attacchi, la buona notizia è che la Giunta del Senato ha appena detto no all’ennesimo processo a mio carico”.

“Matteo Renzi ha dimostrato ancora una volta non solo che esiste, ma che ha un potere significativo sul funzionamento della coalizione di governo, la cui esistenza attribuisce alla sua giravolta di agosto. È solo un episodio, ce ne saranno altri”, commenta con Formiche.net Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna. “Il comunicato renziano è un messaggio chiaro che Conte deve recepire – continua. Quello di Renzi, dice Pasquino, è “un mordi e fuggi”, e continuerà a lungo: “Non si capisce perché non debba approfittare di una carta importante fra le mani. Fa bene a giocarsela, funziona così per i piccoli partiti dei governi di coalizione”.

Funzionava così anche un tempo: “Lo facevano anche con la Dc, che però, una volta tornati alle urne, rivinceva e poteva regolarsi di conseguenza nella formazione del nuovo governo. Il governo Conte questo giochetto non può permetterselo”. Quanto al processo per Open Arms, Pasquino ha più di un dubbio: “I tre senatori di Iv hanno fatto bene ad essere garantisti. Il giudizio era piegato contro Salvini e poco sulle carte e gli atti, era inquinato fin dall’inizio”.

Pubblicato il 26 maggio 2020. L’intervista integrale su formiche.net

Dopo fake news e gossip, Conte (ora) è più forte

Limpidamente bocciata nell’aula del Senato la sfiducia delle destre e della radicale Bonino contro il Ministro della Giustizia Bonafede, è venuto il tempo di fare chiarezza sullo stato di salute del governo, del Parlamento, della democrazia italiana. Forse, solo momentaneamente zittiti, i retroscenisti ricominceranno fra qualche tempo a dire che sentono spifferi e scricchioli, tensioni e conflitti, che si moltiplicano le voci di crisi del Governo Conte e di sostituzione del Presidente del Consiglio (ad opera del solito noto che immagino, conoscendolo, sorridente e preoccupato). Sono tutte fake news e gossip sostanzialmente irrilevanti. Quand’anche Renzi ottenesse qualche Presidenza di Commissione chi conosce i governi di coalizione sa che sono richieste fisiologiche e non scandalose che potrebbero persino rafforzare il governo. Lascerei alle sedicenti anime belle, ma certo non brave dal punto di visto delle conoscenze del funzionamento delle democrazie parlamentari, di stracciarsi le vesti. Poi, magari, potrebbero gettare uno sguardo oltre le Alpi e, non dico che apprenderebbero, ma almeno vedrebbero la normalità di pratiche nient’affatto eversive.

Conte ne esce effettivamente rafforzato anche perché, come nei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, ci ha messo la faccia. Si è assunto responsabilità politiche e personali. Talvolta commette errori, ma ha dimostrato di sapersi correggere e di non attribuirli ad altri. Appena smetto di ridere vorrei anche aggiungere che non ho mai letto di derive autoritarie effettuate attraverso la decretazione d’urgenza. Né mi pare che il Presidente del Consiglio abbia chiesto “pieni poteri”. Assolutamente fuori luogo proporre un paragone fra Conte e Orbán che s’era già deliberatamente incamminato su un percorso poco democratico.

Avendo, sicuramente, più a cuore di molti di noi la democrazia, le anime belle si sono ripetutamente lamentate poiché il Parlamento italiano era chiuso non per ragioni legate al contagio, ma perché “qualcuno” voleva evitare che controllasse le pericolosissime attività sovversive del governo Conte. Con la riunione d’aula di mercoledì 20 maggio, il Senato ha già tenuto sei sessioni in maggio. Furono sei in marzo e nove in aprile. Per la Camera i dati sono otto in marzo, dodici in aprile, sei, finora, in maggio. Negli stessi mesi, la Camera dei Comuni inglese, la madre di tutte le Camere basse, si è riunita dieci volte in marzo, quattro in aprile, cinque in maggio; il Bundestag tre volte in marzo, due in aprile, cinque in maggio; il Congreso de los diputados spagnolo nove volte in marzo, sette in aprile, due in maggio; la Camera bassa austriaca (Nationalrat) quattro volte in marzo, quattro in aprile, due in maggio..

Sono ancora esterrefatto che, a suo tempo, nessuno abbia replicato a Salvini, giunto fino all’occupazione per poche ore del Senato, a Meloni e ai commentatori piangenti che: “Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti” (art. 62 della Costituzione). Al Senato il centro-destra ha 142 seggi su 320, alla Camera 265 su 630, quindi, in entrambi i casi ben più di un terzo (Senato 107; Camera 210). Una semplice e veloce raccolta di firme telematiche, smart collection, e le Camere si sarebbero dovute riunire. No, non è stato il governo a tenere chiuso il Parlamento, ma l’ignoranza e il disinteresse di chi strepitava e non agiva. Infine, la democrazia italiana, appena scossa delle differenze d’opinione e politiche fra le regioni e il governo, non esce in nessun modo indebolita da questa difficile, non finita, prova. Ha inevitabilmente manifestato inadeguatezze che sono strutturali (quelle della burocrazia), ma nessun cedimento nelle sue strutture portanti: Parlamento, governo, Presidente della Repubblica. In attesa del prossimo voto in aula e del prossimo dottissimo retroscena.

Pubblicato il 22 maggio 2020 su Il fatto Quotidiano

 

Il governo esce più forte dal Senato, perché le destre si sono dimostrate deboli #intervista @ildubbionews

«Renzi ha voluto dimostrare di essere in grado di far cadere il governo, ma di avere l’intelligenza di non farlo. Bonafede? E’ stato convincente, era la mozione ad essere fuori fuoco»

Intervista raccolta da Giulia Merlo

 

Renzi ha giocato bene la partita politica e Bonafede si è rivelato più convincente delle aspettative. Insomma «il governo esce rafforzato dal confronto d’aula al Senato, nella misura in cui le destre hanno dimostrato la loro debolezza». Sintetizza così la giornata campale di ieri, il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che ne estrapola una lezione precisa: «Chi fa cadere un governo lo fa solo se sa di poterne controllare le conseguenze».

Renzi ha definito quello di ieri al Senato “il suo intervento più difficile”. Che impressione le ha fatto in aula?

L’ho trovato molto efficace, meno fanfarone del solito. Ha detto cose di sostanza e in particolare un passaggio è stato molto importante: ha spiegato che il suo gruppo non ha sfiduciato Bonafede perché appoggia il governo guidato da Conte. Il premier questo deve tenerlo ben presente. Si è detto che questa scelta di Italia Viva sia costata 48 ore di contrattazione con Palazzo Chigi. Io non so cosa Renzi abbia chiesto a Conte né quale ricompensa abbia concesso il presidente del Consiglio, ma francamente mi interessa poco. Anzi, credo che in un governo di coalizione sia giusto e corretto che il premier vada incontro agli interessi di una componente irrequieta, che chiede visibilità. Perché di questo stiamo parlando: Italia Viva va male nei sondaggi e ha bisogno di acquisire spazio. Ma questo fa parte della politica e non mi scandalizzerei se Conte concedesse a Renzi un sottosegretario in cambio del salvataggio di Bonafede. Sarebbe uno scambio perfettamente legittimo.

Renzi di fatto ha spostato il focus sul premier. Bonafede, dunque, è rimasto sullo sfondo di un confronto che solo apparentemente riguardava il suo ruolo?

Io non credo sia del tutto così. Bonafede è il ministro della Giustizia e in un qualsiasi organigramma di governo è il terzo o quarto ruolo più importante. Inoltre, in Italia la situazione della giustizia è particolarmente delicata e dunque acquista ulteriore rilevanza, anche alla luce delle conseguenze di questo Coronavirus. La mozione era decisamente contro Bonafede e la sua replica agli attacchi è stata molto convincente: ho ascoltato un ministro che è arrivato preparato e ha dimostrato di saper ben argomentare e documentare le sue scelte. Era la mozione ad essere fuori fuoco.

La mozione di Bonino non era centrata?

Sul tema delle carceri Bonino combatte una battaglia giusta, era la mozione ad essere sbagliata perché giocava sui malumori e sulle intemperanze della maggioranza. Bonino avrebbe potuto chiedere e forse anche ottenere migliori condizioni per il carcere senza bisogno di questa mozione di sfiducia, che mi sembra frutto di una certa voglia di protagonismo. Anche perché mi chiedo: se anche la mozione sua o quella delle destre fosse passata, si sarebbero risolti i problemi della giustizia?

Eppure lo stesso Renzi ha detto che, se Italia Viva avesse usato il metro giustizialista dei 5 Stelle, Bonafede sarebbe stato sfiduciato.

Io trovo che gli argomenti contrapposti del giustizialismo e garantismo in questo caso siano mal posti. Mi spiego: io non ho mai apprezzato la teoria radicale del “nessuno tocchi Caino”. A mio modo di vedere Caino deve essere toccato eccome, cacciandolo in galera per omicidio. Su questo lo Stato deve essere deciso, perché se i colpevoli non vengono puniti si trasmette un messaggio di impunità e di doppiopesismo giudiziario. In questo senso, è la stessa cultura giuridica italiana a non aver mai sciolto il dilemma tra giustizialismo e garantismo. Figuriamoci se può averlo fatto la politica. Per questo ritengo che nel caso di Bonafede la categoria giustizialista non c’entri. Renzi ha parlato di cultura del sospetto e ha detto che, sulla base di quella, si sarebbe stati legittimati a sospettare del comportamento del ministro.

E dunque perché Renzi non lo ha sfiduciato? Sulla base di una vera condivisione del progetto politico del governo o per mero tatticismo?

Sarebbe troppo facile risponderle che lo ha fatto per entrambe le ragioni. Io credo che all’origine di tutte le scelte di Renzi ci sia la rivendicazione di aver fatto nascere questo governo lo scorso agosto, quando ha aperto la strada all’alleanza Pd-5Stelle. Nello stesso tempo, Renzi è irritato perché questo merito non gli viene riconosciuto e per questo è arrivato alle estreme conseguenze di uscire dal Pd per fondare un suo movimento. Detto questo, Renzi sa di aver bisogno di voti per rimanere in politica ma questi voti, per ora, non stanno venendo fuori. Dunque ha bisogno di più tempo. Accanto a questo ragionamento di convenienza, però, credo che Renzi abbia la consapevolezza del fatto che il Paese si trova in un momento molto delicato e che far cadere ora il governo sarebbe gravissimo.

Lei che giudizio dà della scelta politica di Renzi?

Ritengo che Renzi abbia voluto dimostrare di avere la forza di far cadere questo governo, ma anche l’intelligenza di non farlo cadere. Su questa scelta spera di ottenere un giudizio positivo da parte dei futuri elettori.

Una scelta lungimirante?

Guardi, chi è politicamente responsabile compie azioni rilevanti come far cadere un governo solo se ha la certezza di controllarne le conseguenze, almeno nel medio periodo. Tradotto: si può far cadere il governo Conte solo nella misura in cui si è in grado di prevedere quale governo gli succederà, e soprattutto che questo governo successivo sia migliore di quello attuale. Attualmente, però, queste due condizioni non esistono.

Dunque il confronto di ieri al Senato è stato la proverbiale montagna che ha partorito il topolino?

Non direi. Anzi, mi sembra che dal confronto di ieri siano emersi alcuni dati politicamente molto rilevanti. Il primo, che la destra di Salvini e Meloni è debole e può pensare di vincere solo se la maggioranza attuale si sfarina. Il secondo, che Bonafede si è dimostrato adeguatamente competente. Il terzo, che il governo è uno e trino: uno è Conte, gli altri tre sono le sinistre di Pd, Italia Viva e Leu, e di questi il presidente del Consiglio deve tener più conto.

Dunque il governo esce rafforzato o indebolito da questa non sfiducia a Bonafede?

Il governo esce appena appena più forte, nella misura in cui le destre si sono dimostrate deboli. Questo esecutivo, tuttavia, ha sfide di ben altra portata davanti: penso al MES, che andrebbe preso così com’è ma su cui i 5 Stelle si sono aggrovigliati in una posizione ideologica. Al netto della parentesi di ieri, il governo rimane in una posizione difficile perché imbarca acqua da più lati e solo ogni tanto riesce a mettere un tappo. E, per sentirsi al sicuro, ha ancora moltissima strada da fare.

Pubblicato il 21 maggio 2020 su ildubbio.news

Chi può essere così stupido da fare una crisi di governo? #Intervista @fattoquotidiano

È ridicolo accusare Conte di una svolta autoritaria. Ed è folle pensare di sostituirlo durante la pandemia

Intervista raccolta da Tommaso Rodano

“Non andrà tutto bene e non torneremo come prima”. Gianfranco Pasquino si muove tra un ragionamento e l’altro con ampio ricorso all’ironia. Non è appassionato della retorica anti-virus, sorride degli slogan di questi giorni. “Primo: non è andato tutto bene, non va tutto bene, è difficile che andrà bene in futuro. Secondo: non torneremo come prima. Abbiamo perso denaro, speranze, opportunità. E non deve tornare come prima: non voglio tornare all’Italia dei processi per corruzione, del dominio della criminalità organizzata, dell’evasione fiscale di massa. Non tornerà tutto come prima: spero proprio di no. Spero che si faccia tutto meglio”.

C’è chi accusa il governo di calpestare le garanzie costituzionali. Cito Matteo Renzi; “Nemmeno durante il terrorismo abbiamo derogato così tanto alla Costituzione”. Concorda?

Scriva che la risposta inizia così:. Pasquino sospira profondamente… No, non concordo. Sono esagerazioni, errori, provocazioni che possono provenire solo dall’ex segretario del Pd. Ha il dente avvelenato ed è in costante ricerca di pubblicità.

Secondo lei Conte non ha commesso nessuna forzatura?

Chi sa interpretare la Costituzione spiega questo: ci sono delle azioni che stanno dentro la Carta, altre che sono fuori dalla carta (ma senza arrecarle danno) e altre ancora che invece le vanno contro. Nel peggiore dei casi -e io non concordo con questa tesi- i decreti del Presidente del Consiglio possono essere considerati extra-costituzionali. Peraltro i DPCM sono stati raccolti in un testo che sarà sottoposto al voto del Parlamento. Siamo seri: è incredibile pensare davvero che Conte stia scivolando verso una deriva autoritaria.

Riconoscerà che c’è un aumento del controllo e della pressione dello Stato sulle libertà individuali. Non la preoccupa?

Penso che sia sempre legittimo preoccuparsi delle proprie libertà, ma credo pure che si debbano considerare le libertà degli altri. Il limite è sempre quello: posso rivendicare il mio diritto a circolare liberamente se mette in pericolo il diritto alla salute di chi mi sta vicino? Le scelte del governo mi paiono giustificate e giustificabili.

Sono anche giuste, oltre che giustificabili?

Alcune cose si potevano fare meglio. Alcune decisioni potevano essere modulate in modo diverso. Ma sarebbe servita una grandissima capacità, che temo la burocrazia italiana non abbia. Vista la gravità della situazione, meglio essere più rigidi piuttosto che più flessibili.

Almeno sulla comunicazione il governo poteva lavorare meglio, non crede?

Avrei preferito che il Presidente del Consiglio comunicasse meno, e magari in orari più consoni. Nel complesso però il tono di Conte mi è parso buono: è sfuggito sia alla retorica dell’esagerazione sia al vittimismo di spostare la responsabilità su altri. E poi mi chiedo: qualcun altro ha comunicato meglio di Conte? O avrebbe potuto comunicare meglio?

Salvini ha “occupato” il Parlamento.

Segno di un nervosismo clamoroso. Era stato beffato dal flash mob della Meloni, ha dovuto alzare l’asticella, ma non mi pare un gran gesto. La sua macchina della comunicazione ha perso originalità, è capace solo di una propaganda aggressiva. In questa situazione invece servono empatia e condivisione del dolore. Non si guadagna consenso attaccando il governo.

Ne è così sicuro? Nei retroscena dei quotidiani è un gran scrivere di “unità nazionale”, un governo nuovo per sostituire Conte. Non ci crede?

Io non metto in dubbio che ci sia qualcuno che ritenga necessario sostituire Conte. Però penso che sbagli. Il premier ha un indice di gradimento molto alto, non è facile nemmeno immaginare una figura di quel genere, ha dimostrato capacità notevoli in questa fase. E poi attenzione: sostituire Conte significa aprire una crisi di governo. Chi può essere così stupido da provocare una crisi di governo nel pieno di un’emergenza tremenda?

Sono sicuro che qualcuno le viene in mente

Ma ci sono delle difficoltà che è impossibile ignorare. Una nuova maggioranza deve passare attraverso il Movimento Cinque Stelle. E i grillini non sono disponibili a sostituire Conte. In questa fase evocare la crisi è un discorso pazzesco che possono permettersi solo alcuni editorialisti e commentatori che non sanno scrivere di altro.

Sta di fatto che si parla e si scrive tanto di Mario Draghi

La figura di Draghi pesa: ha statura, visibilità, competenza. Io lo conosco personalmente, almeno un po’, e non mi pare proprio che abbia l’ambizione di essere preso da qualcuno e piazzato a Palazzo Chigi.

Però il suo intervento nel dibattito sulla crisi è stato significativo. E non ha mai smentito queste voci.

Il suo articolo sul Financial Times serviva -e in parte c’è riuscito- a orientare la politica della Commissione europea. Poi sono convinto che non smentisca le voci su di lui perché non vuole alimentare con il chiacchiericcio politico: sta zitto perché non vuole essere coinvolto. E credo sappia benissimo che guidare un paese è molto diverso da amministrare una banca centrale. Non lo vedo premier ora ma potrebbe essere un eccellente candidato alla presidenza della Repubblica nel 2022. La sua figura avrebbe un peso nel quadro europeo.

La politica è diventata subalterna di tecnici e scienziati?

No. È diventata consapevole di una verità importante: le competenze scientifiche sono irrinunciabili perché i politici facciano scelte corrette. Se i tecnici e gli scienziati sono bravi, il loro lavoro è fondamentale per indicare il costo di una scelta pubblica. È un passo avanti, non una rinuncia all’autonomia.

Pubblicato il 4 maggio 2020 su Il Fatto Quotidiano

Essere più buoni (e più costituzionali) ai tempi di Covid-19 @formichenews

Tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. E allora, sull’emergenza, potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando alle Camere il compito di precisare, limare, eventualmente migliorare.

Trovo molto fastidiosa la pretesa di alcuni, giuristi e giornalisti, di qualificarsi come più buoni, più rispettosi della Costituzione, più protettori delle libertà dei cittadini e dunque più autorizzati, anzi, i soli autorizzati a criticare il governo e, in particolare, il Presidente del Consiglio. La maggior parte delle critiche sono pretestuose, politicamente (im)motivate e, infine, diseducative. Due sono i punti più discutibili: i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) e la (eventuale) limitazione delle libertà personali.

Con i DPCM il “cattivo” Conte avrebbe imposto la sua linea “a prescindere”, secondo alcuni fuoriuscendo dalla Costituzione, secondo altri andando contro la Costituzione, ma, evidentemente, con il sostegno della “sua” maggioranza. Poiché continuo a credere che il custode della Costituzione è il Presidente della Repubblica, ritengo il silenzio di Mattarella assolutamente eloquente. So anche che da Palazzo Chigi al Quirinale funzionano linee telefoniche, c’è anche, come si dice, una “batteria” e, dunque, sono certo che le due autorità si sono confrontate. Tralascio tutto il discorso sui decreti, che dovrebbero essere emanati soltanto “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (art.77) quando è arcinoto che entrambi i requisiti sono sistematicamente violati, l’urgenza essendo spesso procurata. Ma, scrive giustamente Vincenzo Lippolis, “le norme costituzionali vanno interpretate con riferimento al contesto” cosicché mi pare lecito aggiungere e sottolineare che i DPCM si giustificano pienamente proprio con riferimento al contesto.

Giuristi e giornalisti hanno lamentato la compressione del Parlamento, la sua emarginazione, il suo mancato funzionamento. Credo che il Presidente della Camera Roberto Fico abbia già risposto soddisfacentemente. Rilevo che il Parlamento italiano oggi è un’istituzione nella quale stanno uomini e donne di partito malamente eletti da una pessima legge elettorale che li rende dipendenti da chi li ha candidati: capipartito e capicorrente (con aiutini da parte di qualche lobby). Sono loro a non fare funzionare il Parlamento, non il Presidente del Consiglio. Infatti, “un Parlamento che non vuole essere emarginato ha tutte le possibilità per chiamare il governo a spiegare la sua linea d’azione e a controllare il suo operato” (Lippolis).

A maggior ragione il Parlamento dovrebbe chiamare il governo a rispondere nei casi in cui ravvisi violazioni delle libertà e dei diritti. Qui entrano in campo anche i filosofi e i sociologi. Davvero la libertà di circolazione è un diritto assoluto? Quando la libertà di circolazione incide sul mio (e vostro) diritto alla salute, non potrebbe/dovrebbe essere limitata, circoscritta, anche con un’apposita tecnologia? È possibile suggerire come punto di partenza quantomeno che tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. Potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando al parlamento di precisare, limare, eventualmente migliorare. John Locke suggerirebbe un elenco che vede al primo posto la vita, poi, la proprietà, al terzo posto la libertà. Lo interpreto flessibilmente. Se non c’è vita (quindi la salute), la proprietà non serve a nulla, ma come si può esercitare la libertà senza il possesso di un minimo di risorse personali? Ecco, forse, proprio questo Primo Maggio è più appropriato di altri a farci riflettere senza formalismi e garbugli sull’elenco (e le priorità che mi paiono attualissime) di Locke.

Pubblicato il 1° maggio 2020 su formiche.net

Nella normalità gli italiani riescono sempre a dare il peggio di sé @HuffPostItalia

In un paese decente si discuterebbe di chi sono i congiunti? delle relazioni consolidate? della riapertura delle chiese cattoliche? (gli ebrei hanno deciso che le sinagoghe rimangono chiuse). Ecclesia non significa “assembramento” e gli assembramenti non sono vietati? Il Commissario all’Emergenza Domenico Arcuri ne sa meno della Conferenza Episcopale Italiana? Da dove traggono le loro conoscenze, evidentemente specialistiche, i vescovi italiani? Passato un cortissimo interludio siamo già tornati a gettare discredito sulle competenze e sugli esperti? “Dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare” non potrebbe, forse, significare che, oltre alle tasse a Cesare dovremmo riconoscere anche, sulla base delle acquisizioni scientifiche, di prendere decisioni che riguardano l’organizzazione e la vita di una collettività?

Quelli che in Italia oggi vogliono l’allentamento sono gli stessi che hanno espresso la loro ammirazione per la chiusura draconiana della provincia di Wuhan e di Singapore? Che, naturalmente, comprendeva fortissime restrizioni alla libertà personale di circolazione. E quelli che criticano la possibilità di “tracciare” i movimenti dei cittadini sanno che proprio il tracciamento effettuato su tutti i sud coreani ha praticamente sconfitto il coronavirus? Da quando alcune libertà sono assolute (quella di circolazione poi) anche quando sappiamo che possono andare a detrimento grave delle libertà degli altri fino a portare al loro decesso?

Sarebbero costoro gli italiani che danno il meglio di sé nell’emergenza? A me pare, tutt’al contrario, che l’emergenza sia la cartina di tornasole che fa emergere tutti i difetti, le carenze, gli egoismi degli italiani (per fortuna, di non tutti gli italiani). Su questi fastidiosi rumori di fondo, spesso manipolati e ingranditi, sempre sgradevoli, qualcuno pensa di costruire una politica alternativa a quella del governo Conte? Non sarebbe preferibile che formulasse prima, con precisione, quale politica alternativa è fattibile, con quali costi, con quali esiti, con quali tempi? Non può, naturalmente, trattarsi semplicemente di dire apriamo qualche giorno prima, diamo cento euro in più, riduciamo le distanze di sicurezza. Tutto questo può certamente essere detto accompagnandolo da spiegazioni e da qualche evidenza scientifica. Invece, vedo, ma non sono il solo, che è in atto “un gioco di società”: differenziazioni e riposizionamenti con un sottile profumo di esibizionismo populista e un tocco di immarcescibile servilismo clericale.

Questo triste balletto significa che già molto è tornato come prima. Che non abbiamo imparato niente anche perché per imparare bisogna “avere le basi”. Che sta tornando la normalità nella quale gli italiani riescono sempre a dare il peggio di sé. Oggi più di ieri. In attesa, gioite: una volta sostituito il Presidente del Consiglio Conte che più o meno (la seconda) autorevoli commentatori vedono addirittura “affaticato”, l’Italia s’impennerà. E avremo la gioiosa occasione di dire molte messe di ringraziamento.

Pubblicato il 28 aprile 2020 su huffingtonpost.it

Conte da avvocato del popolo a pubblico ministero d’Italia @HuffPostItalia

I retroscenisti si affannano a trovare i nomi dei suoi possibili sostituti, ma il Professor Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri, a suo tempo autodefinitosi “avvocato del popolo”, rimane comodo e sicuro di sé a Palazzo Chigi. È già riuscito nell’impresa solitaria, vale a dire effettuata, nella pur variegata storia repubblicana dei capi di governo, solo da lui, di guidare due governi dalla composizione molto diversa. Privo di qualsiasi base politica e, a quel che si vede, di sostegno proveniente da associazioni del più vario tipo, dei più o meno fantomatici “poteri forti”, inizialmente proposto e poi appoggiato dal Movimento Cinque Stelle, da qualche mese Conte “gioca” in proprio. La sua popolarità personale è nettamente superiore a quella dei concorrenti, Salvini e Meloni, e a quella degli alleati Di Maio, Zingaretti, Crimi. Immagino che al nome di Di Battista, la sua reazione sia una scrollata di spalle.

Nel corso del tempo, Conte ha dimostrato una dote alquanto rara: crescere nel suo ruolo, imparare senza imitare o farsi risucchiare dai politicanti e nel politichese. Ha saputo conquistarsi un’autonomia relativa dai Cinque Stelle, che hanno assoluto bisogno, non di “uno come lui”, ma proprio di lui, e anche del Partito Democratico, che non può neppure pensare di sostituirlo con uno dei suoi dirigenti perché destabilizzerebbe la coalizione e, non posso non aggiungere, non ha attualmente dirigenti all’altezza.

Conte ha dimostrato di sapere combattere le battaglie parlamentari. Nel discorso di agosto 2019 sul cambio di governo, ribaltone pienamente legittimo in tutte le democrazie parlamentari, Conte ha sovrastato Matteo Salvini, suo avvilito e allibito compagno di banco in via d’uscita. È variamente riuscito a non farsi trascinare nelle liti fra Cinque Stelle e Democratici, per esempio, sulla prescrizione. Non ha mai osteggiato gli esperti né ha ondeggiato sulle politiche che preferisce. Non può essere accusato di doppiopesismo e doppiogiochismo. Dal momento dell’insorgere del coronavirus non ha né sottovalutato la gravità della situazione né temporeggiato sulla necessità di una risposta. Qualcuno lo accusa di avere ecceduto in personalizzazione sia nelle troppo frequenti presenze televisive sia nella emanazione di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM). Però, non si è sottratto al confronto con il Parlamento e mi pare risibile accusarlo di autoritarismo strisciante e molto grave dargli del traditore. Forse poteva anche non reagire con durezza e criticando con nome e cognome gli accusatori, ma non era solo un problema personale, ma di dignità istituzionale. Un paese che ha a capo del governo un traditore si scredita a livello europeo e internazionale.

La scommessa più azzardata Conte l’ha fatto sul terreno in partenza meno favorevole: quello dell’Unione Europea e dei finanziamenti agli Stati-membri maggiormente colpiti dal Covid-19. Ritengo che sia partito male opponendosi ideologicamente, come, peraltro, hanno fatto quasi tutti i Cinque Stelle, a qualsiasi ricorso al MES anche quando era chiaro che i fondi per le spese direttamente e indirettamente sanitarie sarebbero erogati senza condizionalità. Però, la durezza sembra avere pagato. A livello europeo, si è aperta la strada, grazie soprattutto alla sua intransigenza, ad una politica di sostegno e solidarietà economica prima inimmaginabile.

Leadership è capacità di indicare percorsi e di guidare. Conte non è più soltanto l’avvocato del popolo –espressione, peraltro ambigua e che male si attaglia ai compiti istituzionali di un capo di governo. Si è trasformato. Restando in metafora si potrebbe sostenere che, nei confronti dell’Unione Europea, si è comportato come un Pubblico Ministero accusandola di (evidenti) inadempienze, e vincendo il processo di primo grado. Tutto, dunque, perfetto? La valutazione complessiva dell’operato delle autorità politiche si fa a fine mandato anche sulla base del loro lascito. In mezzo al guado, il Presidente del Consiglio Conte ha saputo fare di più che semplicemente barcamenarsi. Invece di interrogarsi su come e con chi sostituirlo, mi parrebbe più proficuo suggerire ai componenti della coalizione di governo quali politiche dovrebbero essere cambiate, migliorate. La duttilità mostrata dal Presidente Conte incoraggia a pensare che saprebbe fare buon uso di suggerimenti fondati.

Pubblicato il 24 aprile 2020 su huffingtonpost.it

Conte e il bicchiere europeo mezzo pienotto

Non so se al prossimo vertice dei capi di governo europei Conte otterrà quello che vuole. Mi pare abbia chiesto troppo, troppo in fretta. Nel lungo periodo, probabilmente, l’Unione riuscirà a raggiungere un accordo su obbligazioni davvero europee, gli Eurobond. Ma, nel lungo periodo, come disse il grande economista John Maynard Keynes, saremo tutti morti. Il fatto è che già adesso non stiamo affatto bene, e nel breve periodo rischiamo di stare molto peggio. Fa male Conte a rigettare l’attivazione del MES (Meccanismo Economico di Stabilità) che consentirebbe all’Italia di avere subito 37 miliardi di Euro senza condizioni purché siano utilizzati esclusivamente per spese mediche e affini. Anzi, sbugiardando Salvini e Meloni, che hanno firmato proprio il MES al quale ora si oppongono strenuamente e strumentalmente, Conte ha il dovere politico di spiegare esattamente che sono fondi aggiuntivi che non mettono in nessun modo sotto controllo l’economia italiana, i governanti, le loro scelte.

Per avere maggiore forza negoziale, Conte dovrebbe pensare soprattutto a come spiegare agli altri capi di governo europei, contando sulla disponibilità già espressa dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dai Commissari all’Economia, che è incline ad accettare i fondi di provenienza MES in cambio di un impegno comune a procedere alla creazione di strumenti simili agli Eurobond. Affinché la sua posizione negoziale abbia maggiore credibilità e quindi probabilità di successo, sono indispensabili due profondi cambiamenti. Li può innescare Conte stesso, da un lato, spiegando l’ammorbidimento della sua posizione poiché ha acquisito nuovi dati sulla gravità della situazione sanitaria e socio-economica italiana. Dall’altro, facendo cambiare opinione ai Cinque Stelle a cominciare da Di Maio e Crimi che insistono in un “no” pregiudiziale e rigidamente ideologico, vale a dire, senza tenere conto dei fatti e dei dati.

Se i giornalisti che scrivono sull’Unione Europea senza il retroterra di conoscenze, prestassero più attenzione ai fatti che alle affermazioni e ai tweet degli (ir)responsabili politici, renderebbero un utile servizio all’opinione pubblica italiana e al paese. Infatti, un capo di governo che si presenta ad un vertice quasi decisivo con una parte della maggioranza che dichiara ai quattro venti la sua indisponibilità all’uso limitato e condizionato alla drammaticità sanitaria dello strumento MES, già considerata positivamente da tutti gli altri capi di governo (infatti, Conte ha dovuto porre il suo personale veto) parte in condizioni di debolezza. Dimostrando flessibilità Conte otterrà sicuramente di più. Non tutto quello che vuole perché le decisioni che debbono essere prese da ventisette capi di governo hanno bisogno di maturazione. È prevedibile che l’Unione riuscirà quantomeno a fare qualche piccolo, ma utile, passo avanti mantenendo la strada aperta. Allora, Conte potrà, dovrebbe, persino vantarsi di un bicchiere diventato mezzo pieno.

Pubblicato AGL il 20 aprile 2020

Gianfranco Pasquino: “Conte está en una posición sólida: la oposición no propone nada mejor” @AgenciaTelam

El politólogo y analista analiza la situación política del país, uno de los más impactados por la pandemia del coronavirus.

 

El primer ministro de Italia, Giuseppe Conte, “está en una posición política bastante sólida” pese al tremendo impacto de la pandemia de coronavirus, ya que la oposición “no presentó nada mejor, ni original, ni útil”, y sería “irresponsable” forzar una caída del Ejecutivo en medio de la crisis, dijo en una entrevista con Télam el politólogo y analista italiano Gianfranco Pasquino.

“El profesor Giuseppe Conte, que inesperadamente se convirtió en Presidente del Consejo de Ministros el 1 de junio de 2018, ha aprendido gradualmente, incluso de forma un poco sorprendente, el trabajo de jefe de Gobierno”, planteó Pasquino, profesor de la Universidad Johns Hopkins, de Estados Unidos, y profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia.

Según Pasquino, Conte, “en un hecho único y raro, llegó además a sobrevivir a un cambio de coalición, en agosto de 2019, excluyendo al ultraderechista Matteo Salvini, jefe del partido italiano más grande según los sondeos, la Liga (ex Liga Noorte), e incluyendo a un partido, el Democrático (PD), al que el Movimiento Cinco Estrellas (M5E) había tratado con un desprecio desagradable”.

“Actualmente, Conte está en una posición bastante sólida políticamente, incluso si, inevitablemente, el coronavirus ha golpeado de forma muy dura a los italianos y ha dañado profundamente la economía”, planteó Pasquino, en un marco en el que el coronavirus mató a más de 22.000 personas en el país europeo.

Desde el 10 de marzo, Conte propuso una serie de medidas escalonadas de restricciones hasta llegar a una cuarentena que se mantendrá hasta el 3 de mayo con prohibición de funcionamiento para todas las industrias consideradas no esenciales.

“Conte hace lo que puede. Sin de ninguna manera ser indulgente con él, no veo quién sabría hacerlo mejor, o menos peor, en todo caso”, analizó Pasquino en esa dirección.

Según el politólogo y dos veces senador italiano, las principales fuerzas de oposición a Conte, la Liga de Salvini y los Hermanos de Italia, de Giorgia Meloni, “no están siendo amigables” con el gobierno.

“Critican lo hecho por Conte, a su persona, y las decisiones del Gobierno. Es una facultad de ellos, pero hasta ahora no han sabido proponer nada mejor, ni original, ni útil”, planteó el analista, discípulo del reconocido Norberto Bobbio.

“Además, las oposiciones a nivel nacional gobiernan en Piamonte, Véneto, Lombardía y tienen no pocas responsabilidades en la mala gestión de la crisis, en particular en Lombardía”, agregó, en referencia a la norteña región que concentra cerca del 50% de las víctimas y que gobierna Attilio Fontana, de la Liga.

En ese marco, Pasquino recordó también la disputa que ha abierto Conte con Europa para que se establezca un mecanismo de solidaridad económica con los países que más sufrirán la crisis.

“Conte ha desafiado a Europa, o más bien, mejor dicho, a los países más críticos de Italia, con una referencia justa al principio de solidaridad. Y tiene razón”, sentenció Pasquino.

“Creo que planteó un problema real, pero lo hizo con demasiada prisa y rigidez. Obtendrá algo más, pero en el complejo Gobierno italiano, está en una situación de relativa debilidad, en particular porque el Cinco Estrellas y Luigi Di Maio, su canciller, son muy ambiguos respecto a sus relaciones con la Unión Europea”, advirtió de todos modos el analista de 78 años.

Luego de una primera etapa de la crisis en la que sectores de la oposición reclamaban la presencia de un gobierno técnico, Pasquino considera “irresponsable” que se pueda avanzar en la caída del actual Ejecutivo.

“El Gobierno ‘Conte-2’ es el único Gobierno actualmente posible”, manifestó.

“Me parece absurdo e irresponsable, no solo para Italia sino para cualquier país, sustituir el Gobierno en una fase de crisis tan aguda, un Gobierno que algo ha aprendido y que, de todos modos, tiene más conocimiento que la oposición y mucha más credibilidad en Europa”, destacó.

Además, opinó que “la clase política italiana no tiene grandes líderes. No veo a ninguno que pueda decir con seguridad ‘será un jefe de Gobierno mejor que Conte'”.

“El gobierno debe proponerse durar al menos hasta enero de 2022, cuando el actual Parlamento, en el que el Cinco Estrellas y el PD tienen la mayoría absoluta, podrán elegir al próximo Presidente de la República”, agregó, en referencia a la elección del sucesor del actual mandatario Sergio Mattarella, que puede postularse a la reelección.

“Los Cinco Estrellas y el PD pagarían carísimo cualquier error que lleve a la caída del Gobierno de Conte. El virus puede volver muy difícil la viabilidad del Gobierno, pero la muerte del Gobierno podría ser decretada por decisiones equivocadas, ambiciones mal puestas y comportamientos intolerables de todos los que deberían hacer funcionar y durar el Gobierno”, finalizó Pasquino.

Publicado el 18 de abril de 2020 en Télam – Agencia Nacional de Noticias