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Conte deve rispondere ai dubbi sulla efficacia del governo @DomaniGiornale

È lecito avere delle differenze d’opinione, anche forti, su quello che il governo fa e non fa, purché le critiche siano argomentate e le controproposte risultino dotate di un minimo di adeguatezza. Più preoccupante è la situazione quando le differenze d’opinione fanno la loro comparsa all’interno della stessa compagine governativa e nei suoi dintorni, per esempio, nei gruppi parlamentari che quel governo dovrebbero sostenere nella sua azione. Troppi commentatori sembrano essersi abituati a guardare quasi esclusivamente al Presidente del Consiglio, con suo grande compiacimento, oppure a quello che succede soprattutto nella galassia del Movimento 5 Stelle, senza riuscire a offrire una sintesi equilibrata.

   Naturalmente, anche in altre democrazie, dove pure il capo dell’esecutivo dispone di notevoli poteri e visibilità politica appaiono dissensi, ma, alla fine, quel capo, anche in versione femminile, è agli occhi di (quasi) tutti considerato il decision-maker in chief. Dagli USA presidenziali, alla Francia semipresidenziale, alla Gran Bretagna del Primo Ministro, alla Germania della Cancelliera, non mancano prese di distanza, ma la responsabilità delle scelte è chiaramente attribuita al capo dell’esecutivo e i dissensi tacciono.

   Da qualche tempo, in Italia, la situazione sembra piuttosto diversa. In verità, i malumori per i DPCM hanno una storia relativamente lunga anche se vedere Giuseppe Conte come despota con propensioni autoritarie mi è sempre sembrata un’assurdità più che una semplice esagerazione. Non era, forse, soltanto l’urgenza che motivava quei DPCM, ma qualcosa che Conte conosceva meglio di altri ovvero la pluralità di preferenze nella sua maggioranza che soltanto lui poteva ricomporre in quei DPCM. Con successo, fino a tempi recenti. La seconda ondata, prevedibile e prevista, anche se non con questa impennata e con questa gravità, sembra avere scosso in maniera più scomposta la maggioranza, accrescendo le differenze di opinioni, non tutte “legittime”, e soluzioni.

   Sarebbe sicuramente eccessivo parlare di “guerra di tutti contro tutti”, ma hanno fatto la loro comparsa malumori diffusi che riguardano non solo e non tanto le misure prese, ma coloro che hanno preso o debbono prendere quelle misure. Non sta a me giudicare quanto Andrea Marcucci, capo del gruppo dei senatori PD, sia o voglia essere la quinta colonna di Italia Viva e di Renzi, ma la sua richiesta, poi goffamente ridimensionata, di rimpasto è assolutamente emblematica del momento. È anche un colpo al Presidente del Consiglio e ai Cinque Stelle che si erano già espressi contro questa ipotesi/necessità. Ha dovuto essere immediatamente respinta da Zingaretti, mentre non pochi dirigenti del PD sembrano alquanto inclini ad intrattenerla. Lascio approfondimenti e seguito ai più o meno autorevoli retroscenisti ai quali, peraltro, continuerò a rivolgere i miei strali quando, vale a dire molto/troppo spesso, sovrappongono le loro preferenze politiche al racconto di quanto avviene dietro la scena.

   Il punto di sostanza è chiaro. Esiste ancora sufficiente compattezza nella maggioranza che sostiene il Presidente del Consiglio Conte per affrontare le prossime settimane che si annunciano durissime, forse drammatiche? Hanno Conte e i suoi ministri sufficiente fiducia nell’operato di ciascuno dei ministri e di tutti? Sono e si ritengono in grado di moltiplicare le loro energie, di fare appello a nuove risorse, di giungere ad un livello più alto di competenza e di impegno? Oppure la loro persistenza in carica discende sostanzialmente dalla convinzione che questo è, nonostante qualche debolezza di qualche ministro/a il migliore dei governi possibili e/o, dall’altro, dalla preoccupazione che qualsiasi mutamento nella compagine ministeriale destabilizzerebbe in maniera irrimediabile il governo tutto, al limite, persino lo stesso Presidente del Consiglio e che, pertanto, non bisogna neppure discuterne?    Purtroppo, per Conte e il suo governo, il problema è che già se ne discute e che, in effetti, automaticamente la discussione indebolisce il governo, brucia energie, mina l’azione. Alcuni, come il direttore del Domani, pensano e scrivono che è indispensabile un vero e proprio cambio di governo, a cominciare dal capo del governo. Altri, cerco di coinvolgere qualche potenziale sostenitore, affermano che, primo, dovrebbe essere lo stesso Presidente del Consiglio a prendere atto che per ridare slancio al governo un rimpasto può essere molto utile e, di conseguenza, secondo, chiedere ai capi dei partiti che fanno parte della maggioranza la loro disponibilità ad un rimpasto “guidato. È uno schema da “vecchia” Repubblica? No, è semplicemente un modo, forse il migliore, per ridare smalto e slancio all’azione del governo.

Pubblicato il 1° novembre 2020 su Domani

Gli scricchiolii e l’orecchio di Conte

Appoggiando l’orecchio sul terreno, si sentono scricchiolii che toccano il governo Conte e lo stesso Presidente del Consiglio. Leggendo quasi tutti i quotidiani, ad eccezione de “Il Fatto Quotidiano”, e guardando i telegiornali, è facile vedere che le critiche a Conte superano di gran lunga i giudizi, non dico favorevoli, ma giustificativi. Il numero quotidiano dei contagiati sta lì a indicare, secondo molti, che il governo Conte, pur consapevole della alta probabilità di una seconda ondata del Covid, non ha saputo prepararsi per tempo. Per quanto insistentemente e, a mio parere, esageratamente criticata, il Ministro dell’Istruzione Azzolina ha ceduto il ruolo di capro espiatorio al Ministro dei Trasporti Paola De Micheli. Nelle scuole di ogni ordine e grado i contagi sono stati pochissimi, mentre i trasporti nelle grandi città, a cominciare da Milano e Napoli si sono rivelati grandemente insufficienti e notevoli veicoli di contagi. Comunque sia, la situazione è oggi molto grave. Vero è che Spagna, Gran Bretagna e soprattutto la Francia sono messe molto peggio, ma la valutazione negativa degli italiani non può essere addolcita da qualsiasi proverbio: mal comune mezzo gaudio. Non è in nessun modo possibile “gioire” anche perché, primo, il peggio non è ancora arrivato e, secondo, l’impreparazione complessiva è visibilissima.

   La mia spiegazione non va in soccorso del governo, ma serve, confido, da un lato a capire meglio che cosa è successo, dall’altro, a ri-prepararci. L’Italia non se l’era cavata male nella prima ondata. Anzi, aveva dimostrato grandi capacità di reazione e di apprendimento. Alle soglie dell’estate arrivammo tutti tirando sospiri di sollievo, pronti a vacanze decenti che, infatti, molti riuscirono a fare. Alla fine dell’estate, anche se le preoccupazioni per le scuole e i trasporti esistevano, la maggioranza degli italiani nutriva aspettative positive. Sarebbero tornati al lavoro, la ripresa economica avrebbe riportato alla crescita. I fondi europei erano dietro l’angolo. A fronte di queste aspettative crescenti il ritorno virulento del Covid ha prodotto tremende frustrazioni soprattutto nei lavoratori autonomi, ristoratori e commercianti, partite IVA di ogni tipo che avevano fatto sacrifici mettendosi in regola per l’autunno. Ecco che la loro frustrazione si scatena, comprensibilmente, ma, quando tracima in violenze contro cose e persone, non giustificatamente. Per di più non si vede nessuna luce in fondo al tunnel. I provvedimenti del governo contenuti nei famigerati DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) sembrano essere solo tamponi (sì, uso deliberatamente questa parola) senza visione, non dico di lungo, ma neppure di medio termine. La forza di Conte dipende dalla irresistibile debolezza delle alternative e dall’impensabilità di una crisi di governo al buio, ma senza quello che i politici chiamano “cambio di passo”, soltanto qualche scoperta medica potrà alleviare, non risolvere, la situazione italiana.

Pubblicato AGL il 30 ottobre 2020

Conte e le critiche campate in aria

Non fanno un buon servizio alla comprensione della politica italiana tutti coloro che, un giorno sì e quello dopo anche, sottolineano la debolezza del governo Conte 2 e dello stesso Presidente del Consiglio, e annunciano, talvolta anche auspicandole, la sua prossima caduta e la sua immediata sostituzione. Non posseggo capacità divinatorie, ma sono convinto che qualsiasi discussione sulla politica che miri ad essere rilevante deve essere fondata sui fatti e sugli elementi disponibili, eventualmente anche per smentirli. Ne vedo quattro che mi paiono tutti molti rilevanti e solidi. Primo, sono oramai molti mesi che tutti i sondaggi segnalano qualcosa di inusitato. Tanto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte quanto il governo da lui presieduto godono di un alto livello di approvazione, superiore al 60 per cento e molto più elevato di qualsiasi governo precedente. Conte poi sopravanza personalmente di parecchio tutti gli altri leader politici italiani. Secondo, il Presidente del Consiglio (con il suo Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri) hanno acquisito un alto grado di credibilità nell’ambito dell’Unione Europea e delle sue autorità. Conte si è mostrato preparato e intransigente ed è stato premiato con il più cospicuo pacchetto di prestiti e sussidi accordato ai singoli paesi: 209 miliardi di Euro. Sulla sua capacità di impegnarli e spenderli presto e bene Conte ha opportunamente chiesto di essere valutato a tempo debito. In democrazia si fa proprio così. Terzo, per un paio di mesi, commentatori privi di fantasia hanno fatto circolare il nome di Mario Draghi come il più probabile successore di Conte, già pronto a subentrargli. Nessuno di loro è riuscito ad avere un’intervista con Draghi il quale si è guardato bene dal dichiararsi disponibile. Il grande banchiere sa che l’Italia è una “brutta gatta da pelare” ed è molto probabilmente consapevole che un conto è presiedere la Banca Centrale Europea un conto molto diverso essere catapultato in un sistema politico non possedendo potere politico proprio. Gli altri nomi menzionati, tutti di caratura inferiore a quella di Draghi, costituivano un elenco di uomini (neppure un donna!) noti, ma nulla più. Quarto, anche se ripetutamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato l’importanza quasi assoluta della stabilità di governo e della continuità della sua azione, quirinalisti e retroscenisti lasciavano trapelare (o si inventavano) una qualche insoddisfazione del Quirinale nei confronti di Palazzo Chigi. Al contrario, esistono molte dichiarazioni di Mattarella che debbono essere interpretate nel senso di una sua grande contrarietà a qualsiasi crisi di governo. Il Presidente della Repubblica non si allontana dalla convinzione che il governo in carica ha l’obbligo politico di formulare i progetti indispensabili per usufruire dei fondi europei ed è il meglio attrezzato a farlo. Le critiche giornalistiche e politiche a Conte continueranno. Sarebbero meno campate in aria se tenessero conto di qualche fatto.

Pubblicato AGL il 30 settembre 2020

Conte fa bene a tacere. Invece, che dice Draghi? @fattoquotidiano

La riduzione del numero dei parlamentari è stata approvata da maggioranze molto ampie sia per convinzione sia per opportunismo. Se verrà confermata dal referendum, dovrà essere giustamente interpretata come una vittoria dei Cinque Stelle (meglio senza balli da balconi). Se gli elettori la casseranno non sarà una sconfitta del governo giallo-rosso e neppure una delegittimazione del Parlamento in quanto tale, ma un segno di sfiducia nei parlamentari che quella riforma votarono senza torcersi il collo. Che il Presidente del Consiglio Conte non si esprima né in un modo né nell’altro è un segno di rispetto della decisione del Parlamento. La riduzione non è una riforma del governo. Anzi, in generale, le riforme costituzionali dovrebbero sempre essere ascritte al Parlamento. Quando le fa e le impone un governo ne seguono distorsioni partigiane, come per la riforma a opera della maggioranza di centro destra nel 2005 e come per il quasi plebiscitarismo di Matteo Renzi nel 2016. Conte ha, non il diritto, ma la facoltà di non impegnare nel voto referendario né se stesso né la sua maggioranza. La controprova è che se si esprimesse ne conseguirebbero critiche immediate e copiose sulla sua, ovviamente definita grave, ingerenza. Qualsiasi riforma della Costituzione riguarda tanto i legittimi rappresentanti del “popolo” quanto gli elettori i quali, grazie alla saggezza dei Costituenti che, non reputando infallibili e impeccabili i parlamentari, formularono l’articolo 138 che disciplina il referendum costituzionale. Avete un bel chiamarlo “confermativo”, aggettivo che non si trova nella Costituzione. L’esito potrà anche essere tale, ma più correttamente questo tipo di referendum meriterebbe l’aggettivo “oppositivo”. La riforma c’è. Si mobiliti e vada a votare, non c’è quorum, chi a quella riforma si oppone.

Tuttavia, Conte non può stare tranquillo. Anzi, sostengono tutti coloro che lo hanno accusato di iperpresidenzialismo e di volere inaugurare una deriva autoritaria, neppure doveva andare in vacanza. Certo, dovrebbe esprimersi un po’ su tutto, a cominciare dalla scuola e dai trasporti. Noi sappiamo che con qualche sua dichiarazione tempestiva avrebbe potuto impedire il Covid-19 nelle discoteche, a cominciare da quella che ci sta più a cuore: il Billionaire. Adesso, Conte è giustamente in declino di popolarità. Secondo Diamanti, che dovrebbe essere un po’ più raffinato nell’interpretazione, Conte è in picchiata, sceso da 65 (quota inusitata per i Presidenti del Consiglio italiani) a 60 punti di approvazione. Se non sente sul collo il fiato di Mario Draghi, giunto addirittura a 53 punti, glielo dicono i giornalisti. Quelli bravi, fra i giornalisti, aggiungono subito che oramai è quasi fatta: Conte sarà presto sostituito proprio dal Draghi. Qualcuno, specie fra gli studiosi di comunicazione, potrebbe fare notare che la popolarità di Draghi è rimbalzata, non tanto dopo il suo discorso al Meeting di Rimini (dove di discorsi di alto livello se ne sono ascoltati davvero pochi) quanto dalla eco che, in mancanza di meglio o semplicemente di altro, gli hanno dato i mass media.

All‘insegna del “farò soltanto debito buono” oppure citando un famoso proverbio di Francoforte “il debito buono caccia il debito cattivo”, SuperissimoMario si scalda dietro le quinte pronto a formare un governo? Come? Innestato sull’attuale maggioranza che dà il benservito a Conte, il più efficace punto di equilibrio fra i gialli e i rossicci (e fra l’Italia e l’Unione Europea)? Oppure dando vita nell’attuale parlamento ad un governo di unità nazionale che cozza contro tutte le, pur sbagliate, critiche del centro-destra che stigmatizza i governi “non votati dal popolo”? Comprensibilmente, Meloni si chiamerebbe subito fuori per granitica coerenza, per lucrare sulla inevitabile e giusta rendita di opposizione e per (ri)lanciare in suo non meglio precisato presidenzialismo. Nel frattempo, però, poiché il gossip domenicale non si ferma qui, è chiaro che da Mario Draghi vorremmo sapere non soltanto come investire nel Mezzogiorno, promuovere le donne, preparare un futuro migliore per i giovani (praticamente i punti deboli del consenso elettorale che il PCI sottolineava regolarmente), ma, soprattutto, come voterà al referendum costituzionale. Insomma, sarà anche bravo Draghi, ma il test, la cartina di tornasole è che lui dice sì o no, mentre il Conte tace. O tempora o mores.

Pubblicato il 1° settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Ma quale rimpasto, è ora di studiare. La versione di Pasquino @formichenews

Non è il momento di pensare a un rimpasto di governo che, peraltro, potrebbe non piacere troppo all’Europa. È l’ora di studiare, scrive Gianfranco Pasquino, e stilare con immaginazione i progetti, tempi e costi, per ottenere i fondi europei. Il commento del professore emerito di Scienza Politica

Il gioco italiano del rimpasto mi ha sempre affascinato. Circolano nomi, anche fantasiosi. Si evocano spettri, anche maligni. Si saltano a pié pari, ma anche dispari, i problemi e le motivazioni. Si fa credere ai retroscenisti che il rimpasto/quel rimpasto è un’operazione di enorme rilevanza. Risolutiva. Infine, si intervista anche qualche stratega peso massimo per ottenere conferme che puntuali arrivano, ma anche no, tanto ci siamo già scordati dei punti di partenza. Sono due, in contemporanea: le elezioni regionali e il referendum sul taglio (riduzione del numero) dei parlamentari.

Mi sforzo, ma non riesco a individuare quali sarebbero i ministri da rimpastare se, per fare un esempio, i giallo-rossi perdessero qualche regione di troppo. Chi dovrebbe andarsene se saggiamente gli elettori dicessero no al taglio della loro già incerta e claudicante rappresentanza? Qualcuno ha per caso stilato un elenco delle cose fatte e delle malefatte dei ministri di Conte? Certo, il rimpasto non può toccare il Presidente del Consiglio popolarissimo e stimato punto di equilibrio della coalizione. Dopo il Conte Due si trova soltanto un eventuale Conte Tre per andare a elezioni, quindi, dopo il gennaio-febbraio 2022, avvenuta l’elezione del Presidente della Repubblica in un trilottaggio scintillante e appassionante “Casellati/Casini/Draghi” (a domanda di Formiche, spiegherò, un’altra volta).

Nel frattempo, le ambizioni dei ministrables vanno tenute sotto controllo. Si dedichino a risolvere i rimanenti problemi con le autostrade. A stilare con immaginazione i progetti, tempi e costi, per ottenere i fondi europei. A leggere, non dico un libro (vaste programme per i politici italiani sosterrebbe de Gaulle), ma un articolo scientifico sulle leggi elettorali e le loro conseguenze. Potrebbe servire e poiché non è affatto urgente hanno tutto il tempo per dedicarvisi, ma assumano l’impegno magari per farsi spiegare da Delrio come la legge Rosato sia nel frattempo diventata da 2/3 Pr e 1/3 maggioritaria addirittura “ipermaggioritaria”. Naturalmente, alcuni di noi, viziosi e viziati studiosi, apprezzerebbero essere informati su qualche altro esempio esemplare di legge elettorale maggioritaria, non “il sindaco d’Italia” che è una forma di governo similpresidenziale, non una legge elettorale.

Mentre i Cinque Stelle si arrovellano su Crimi e su Di Battista e i Dem si interrogano su come ricostruire una cultura politica, scriverò, azzardatamente, un aggettivo da prendere con le molle, esplosivo: “riformista” (no? allora progressista), non è credibile che abbiano tempo e capacità di fare due cose insieme, aggiungendovi il rimpasto anche perchè all’orizzonte non si affacciano personalità straordinarie alle quali affidare i ministeri decisivi. Riesco, però, ad immaginare le facce sgradevolmente sorprese e inquiete delle autorità europee se dovessero essere obbligati a trattare con qualche faccia italiana nuova, non sperimentata, meno affidabile del (non già brillante) solito. Buone vacanze.

Pubblicato il 6 agosto 2020 su formiche.net

Vi spiego perché Conte non ha intrapreso una deriva autoritaria. A lezione da Pasquino @formichenews

Fermo restando che l’aggettivo più appropriato alle molteplici derive italiane è confusionarie, altri molto diversi e molto più concreti sono i pericoli incombenti. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, un beneducato di talento (parafraso la non dimenticabile valutazione di Renzi, “un maleducato di talento”, scritta qualche tempo fa dall’allora Direttore del “Corriere della Sera” Ferruccio De Bortoli) ha ancora una volta irretito il Parlamento italiano provocando grande irritazione in Matteo Salvini e Giorgia Meloni (e contenuta preoccupazione in alcuni Dem), chiedendo e ottenendo il prolungamento dei suoi poteri di emergenza fino al 15 ottobre. Poi, chi sa.

Grazie al suo talento e alla sua buona educazione Conte era già riuscito ad irretire il frugalissimo Mark Rutte, e dovremmo rallegrarcene. Ma, come ha saggiamente scritto (o lasciato capire fra le righe) l’Ecclesiaste, c’è un tempo per irretire e un tempo per agire. Il tempo per irretire si presenta spesso; quello per agire arriva e passa. Spesso è poco più di un attimo per l’appunto fuggente. Il primo tempo non può essere usato per irretire il secondo, ma deve, invece, saperlo preparare. Incidentalmente, neppure la sequenza di alcune, tre-quattro richieste, debitamente approvate dal Parlamento, dei poteri di emergenza, può giustificare l’eccitazione dei giuristi allarmisti. No, Conte non arriverà mai alla vetta dei pieni poteri rivendicati da Salvini (è sempre il caso di ricordarglielo al leader della Lega, aggiungendo che, a suo tempo, dalla furente costituzionalista Meloni non pervennero riserve, neppure velate). Non ricordo casi di fondatori di regimi autoritari una delle cui doti fosse la buona educazione. No, Conte non ha intrapreso nessuna deriva autoritaria.

Fermo restando che l’aggettivo più appropriato alle molteplici derive italiane è confusionarie, altri molto diversi e molto più concreti sono i pericoli incombenti. Come irretire gli appetiti dei parlamentari e dei numerosissimi gruppi di pressione, le famigerate lobby, che scalpitano per avere almeno una fetta della enorme torta di fondi europei? Sul punto, temo che il Conte non abbia le idee chiare e che le chiarissime idee delle lobby, Confindustria compresa, non siano propriamente né quello di cui il paese ha bisogno né quello che la Commissione Europea vorrebbe dall’Italia. Un programma di interventi precisi, circostanziati, con tempi, modi, costi, lungo le direttive ecologiche e digitali, per il lavoro e per la ricerca e, magari, anche per la sanità, è quanto bisogna elaborare. Solo parzialmente mi pare lo potrebbe fare il Parlamento nelle cui commissioni di merito pure ci sono donne e uomini competenti (ma la sintesi?). Una Commissione bicamerale, anche eventualmente presieduta da Renato Brunetta, correrebbe due rischi: spettacolarizzazione ad usum dei mass media e scambi impropri fra le diverse “parti” politiche.

Per molte buone ragioni deve essere il governo con i suoi ministri e con le loro burocrazie, che poi valuteremo anche con riferimento alle concrete prestazioni, a formulare il piano. Ad assumersene la responsabilità. A sottoporlo molto tempestivamente al Parlamento nelle molte sedi e nelle molte forme già disponibili. Vedremo allora se la buona educazione del Presidente del Consiglio si estende oltre la sua capacità di equilibrio, di coordinamento, di combinazione di esigenze e preferenze e arriva fino alla innovazione e alla decisione motivata sulle scelte possibili. Ci vuole talento.

Pubblicato il 29 luglio 2020 su formiche.net

Per rilanciare l’Unione europea

La riunione del Consiglio Europeo che si terrà venerdì 17 e sabato 18 ha straordinaria importanza poiché affronta una situazione di straordinaria difficoltà. I capi di governo dei ventisette Stati membri dell’Unione e la presidente della Commissione Europea sono chiamati a impostare il bilancio dell’Unione per i prossimi sette anni e a decidere l’entità del Recovery Fund, dei fondi in parte prestiti (loans) in parte sussidi (grants) da assegnare ai diversi paesi. Se fosse accettata in toto la proposta della Commissione l’Italia otterrebbe circa 170 miliardi di Euro su un totale di 750 miliardi. Senza esagerare nelle differenze e distanze, all’inizio del negoziato esistono due posizioni, quella italiana, in buona misura condivisa da Francia, Spagna e Portogallo e dalla Cancelliera Merkel, presidente del semestre europeo fino alla fine di dicembre, e quella dei sedicenti (cioè, così si sono definiti loro) paesi “frugali”: Olanda, Austria, Svezia, Danimarca.

Il Presidente del Consiglio Conte ha impostato le sue richieste intorno a due premesse: prima, l’assegnazione dei fondi deve essere rapida e abbondante per rilanciare le economie di tutti i paesi; seconda, il principio fondamentale deve essere la solidarietà che implica che la ripresa economica dei paesi più colpiti apporterà benefici anche ai paesi frugali e persino alla Germania. A cominciare dal Primo ministro olandese, Mark Rutte, che si è dato il ruolo del duro di turno, l’impostazione concorrente è che i paesi accusati di essere “spendaccioni” non debbono essere premiati con sussidi da non rimborsare, ma debbono essere richiamati a mettere ordine nelle loro economie e nella loro governance. Potranno avere prestiti, ma non soldi a fondo perduto, sulla base di programmi chiaramente delineati lungo le linee elaborate dalla Commissione: economia verde, digitale e inclusiva.

É opinione molto diffusa che questo primo incontro non porterà ad una decisione. Quello che conta, però, è di quanto le distanze si ridurranno, quando si terrà il prossimo incontro e a chi saranno affidate le decisioni e l’attuazione del piano di ripresa e rilancio. Mai come in questa situazione si può affermare che “il tempo è denaro”. La Cancelliera Merkel e con lei la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen puntano a chiudere entro luglio. Comunque i fondi non potranno arrivare prima del gennaio 2021. Poiché in Consiglio si voterà è importante sapere che saranno necessarie maggioranze qualificate (e non l’unanimità) per costruire le quali la capacità negoziale di Angela Merkel, la sua pazienza e, naturalmente, l’autorità che le deriva dall’essere alla guida del paese più forte, possono risultare decisive. Credo che il Consiglio andrà nella direzione desiderata dall’Italia (e non solo). Il quanto dipenderà dalle argomentazioni di Conte e dalla sua capacità di convincere che l’Italia ha progetti quasi pronti e fattibili per i quali spendere i fondi che le saranno assegnati. Ancora una volta entrerà in gioco la credibilità politica e personale.  Così sia.

Pubblicato AGL il 16 luglio 2020

Sposiamoci così senza rancore. Pasquino spiega perché Zingaretti blinda Conte @formichenews

“Questo matrimonio s’ha da fare” intimò don Nicola Zingaretti. Gongolante divenne il Conte di ritorno da un faticoso viaggi fra i frugali olandesi che di tutti luoghi lo avevano portato a pranzo in un ristorante italiano all’Aia. Per il conto, naturalmente, annunciò Mark (Rutte), we go Dutch (alla romana). Rattristatissimi, invece, i retroscenisti oramai raggiunti dai commentatori politici che, avendo dato per finito il governo a maggio, poi a giugno, poi a fine luglio, settembre e oggi stesso, con Massimo Franco sul “Corriere”, a ottobre, non sapevano più dove sbattere la testa –fino alla prossima indiscrezione di Giorgetti e di un, comprensibilmente, Innominato più o meno dem. No, non è Calenda la gola profonda, lui se parla vuole assolutamente essere menzionato. Lo stabilizzatore Zingaretti, che molti danno a sua volta per sfidato da quel Bonaccini emiliano che ha strabattutto la Lega di Salvini, ha, semplicemente, “blindato” il Conte e il suo governo, nel quale sembra ci siano molti ministri del Partito Democratico, alcuni anche Bravi.

Se andiamo oltre l’inutile chiacchiericcio (ce lo chiedono gli italiani, sic), Zingaretti sa due cose importantissime. La prima è che chi non vuole destabilizzare un governo di cui fa (grande)parte deve evitare inutili critiche al capo del governo meno che mai quando sono i corso alcune battaglie epocali: in Italia la (non)concessione ad Aspi; in Europa i Recovery Funds da decidersi il 17 e 18 luglio. È imperativo che Conte arrivi sostenuto da tutti gli alleati della coalizione. Se poi ci sarà anche il sostegno del noto europeista Berlusconi e dell’ancor più noto europarlamentare Calenda, allora l’esito positivo arriverà su un piatto d’argento (o quasi). La seconda cosa che Zingaretti sa è stata comunicata a tutti da molto tempo. La differenza è che Zingaretti ha buona memoria, mentre molti commentatori si ingarbugliano nelle loro previsioni e nei loro pregiudizi.

Questo governo giallo-rosa deve durare per due buonissimi motivi. Da un lato, perché nel gennaio-febbraio 2022 toccherà a questo Parlamento il compito di eleggere il successore di Mattarella ed è preferibile che non ci sia una neo-maggioranza di centrodestra a farlo. Comunque, rimaniamo in attesa della rosa dei nomi (Casellati in testa, poi Calderoli) del centro-destra. È un gioco di società al quale non possiamo rinunciare. Dall’altro, perché, ebbene sì, nelle democrazie parlamentari spesso chi governa lo fa anche, con buona pace di Paolo Mieli, per tenere lontani dalla stanza dei bottoni e dei pulsanti alcuni oppositori che li azionerebbero a tutto discapito non solo dei governanti in carica, ma soprattutto e visibilmente della influenza italiana nell’Unione Europea. La carta sovranista ha perso quasi tutto il suo valore durante il Covid-19. È diventata un due di picche. Zingaretti preferisce qualcosa che assomigli al settebello (insieme a lui spero che questa carta si trovi nella manica della giacca di Paolo Gentiloni ).

Impedire che i sovranisti italiani, mascherati e mascarati, si assembrino a Bruxelles è un obiettivo nobile. Forse non c’è bisogno di un vero e proprio matrimonio fra PD e Cinque Stelle, con il rischio che irrompa il Dibba furioso. Basterebbe fare funzionare meglio la convivenza che in politica si chiama coalizione. Yes, they can.

Pubblicato il 11 luglio 2020 su formiche.net

Colao è stato ingenuo, si è illuso che Conte prestasse attenzione alla relazione tecnica #intervista @ildubbionews

Per convincere un politico bisogna spiegargli le cose privatamente, in modo che poi lui possa usarle in pubblico. I documenti scritti difficilmente hanno peso, anche quando i contenuti sono condivisibili

Intervista raccolta da Giulia Merlo

 

 

Accoglienza fredda, qualche naso storto e poi un contenitore pubblico – gli Stati Generali dell’Economia voluti dal premier Giuseppe Conte che la hanno diluita: così è finita la relazione tecnica per il rilancio del Paese redatta dalla task force del supermanager Vittorio Colao. Un cortocircuito frutto dell’incomunicabilità tra tecnici e politici, secondo il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino: «Se Colao si era illuso che Conte prestasse attenzione alla relazione scritta è stato ingenuo, dovrebbe saperlo che i politici sono quello che sono…».

A proposito di politica, si è detto che la relazione di Colao fosse troppo “di destra”. È un’etichetta che ha senso?

La destra la sinistra certamente esistono: la destra è la parte che tende a garantire chi ha già delle posizioni di relativo privilegio; la sinistra invece punta a una riduzione delle diseguaglianze. Ecco: le soluzioni ai problemi possono essere di destra o di sinistra, i problemi invece no. E mi sembra che la relazione di Colao individui i problemi e sia invece molto cauta nel dare soluzioni.

Quindi la task force ha svolto solo una parte del compito?

Io credo che la consegna fosse proprio quella di individuare i problemi, perché le soluzioni spettano alla politica. Però le priorità con cui si elencano i problemi non sono mai neutre. Colao ha indicato in cima alla lista il basso livello di automazione e il basso livello di laureati. Sono d’accordo con lui e tra i problemi aggiungo anche la carenza infrastrutturale: se investissimo in infrastrutture produrremmo occupazione, miglioreremmo il Paese e faremmo circolare denaro. In questo senso, forse sono più keynesiano di Colao. I problema non mi sembra ciò che è scritto nella relazione, ma il fatto che questi temi creino tensione dentro la maggioranza.

Anche gli Stati Generali hanno creato ulteriore tensione. Ha avuto senso un evento del genere?

Sbaglia chi li ha definiti una “passerella”, perché è mancata la presenza ossessiva dei media. Invece, mi sembra che sia stato un confronto tutto sommato positivo: anche il conflitto va bene, perché fa emergere nuove soluzioni. Mi è spiaciuto, però, che il documento di Colao non sia stato analizzato come meritava e che l’opposizione non si sia fatta vedere. Se dovessi fare un bilancio, gli Stati Generali sono stata un’operazione abbastanza utile, ma non sfruttata in pieno. Conosco personalmente alcuni componenti della commissione e nutro grande stima nei loro confronti: le idee della relazione avrebbero meritato una discussione approfondita.

La sensazione, invece, è stata di grande freddezza tra lo stesso Conte e Colao, come se ci fosse fretta di chiudere.

Non so quali siano stati gli umori tra i due, ma capisco meglio Colao di Conte. Il premier forse voleva scaricare la responsabilità sui tecnici, sperando che dicessero ciò che voleva lui. Colao, invece, è stato criticato ancora prima di leggere le sue proposte e deve aver percepito il rischio di diventare il parafulmine della politica, che poi avrebbe comunque fatto di testa sua. Fossi stato nei suoi panni non sarei stato solo freddo, ma fortemente irritato. Eppure, questa incomunicabilità non mi stupisce.

Insomma, politica e tecnici parlano ancora due linguaggi diversi?

I politici non prestano attenzione a ciò che dicono o scrivono i tecnici. Per convincere un politico di qualche cosa, bisogna prenderlo sotto braccio e spiegargli privatamente alcuni punti, che poi lui possa usare in pubblico. Colao, invece, si era illuso che Conte prestasse attenzione alle cinquanta pagine di relazione, ma avrebbe dovuto saperlo in anticipo che i politici non funzionano così.

Tra i politici, ormai, viene annoverato anche Conte.

Ma è vero solo in parte. Conte sfrutta la sua natura atipica e il fatto di non presentarsi come un vero politico gli giova nei sondaggi. Dalla sua ha il pregio del fatto di non avere posizioni ideologicamente preconcette, ma nello stesso tempo è cresciuto molto nel suo ruolo: ha imparato come interagire, è diventato disinvolto e anche disincantato, ma non è mai ingessato come i politici di mestiere. Il suo vantaggio sugli altri è uno: tutti noi sappiamo già in anticipo cosa diranno Salvini o Zingaretti, ma non ciò che dirà Conte.

Le critiche al governo sono piovute da più parti, lei invece non dà un giudizio negativo di questo Conte II.

Le critiche di cui lei parla sono arrivate soprattutto dai grandi giornali e questo fatto mi ha portato a chiedermi se l’informazione stia davvero svolgendo il suo compito. In altre parole, mi sembra che ci sia stata più la ricerca del retroscena che l’analisi dei fatti: il problema non è se Conte dura o no, ma che cosa fa. Ecco, a me sembra che il governo, pur con una coalizione di attori molto diversi, abbia fatto piuttosto bene e che, ad oggi, non esista una alternativa migliore.

E allora veniamo ai fatti: cosa dovrebbe fare il governo, ora che la relazione di Colao è pronta e va tradotta, in tutto o in parte, in iniziativa politica?

Dovrebbe definire alcune priorità e su quelle procedere in modo rapido. Per individuarle esiste un criterio semplice: quelle su cui l’Ue è pronta a stanziare fondi. La prima priorità è l’accettazione del Mes per le spese sanitarie, con 37 miliardi pronti da usare subito. La seconda sono le infrastrutture, a cui applicare il modello della ricostruzione del Ponte Morandi: individuare persone affidabili e dare loro le chiavi di alcuni cantieri strategici. C’è chi pensa che sia una tecnica elitista, ma è sicuramente efficace.

Anche Ursula von der Leyen era presente a Villa Pamphilj e ha detto che bisogna individuare al più presto i progetti da farsi finanziare.

In Europa tutti sanno che gli italiani non sono mai del tutto affidabili e la presidente della Commissione Ue fa bene a ricordarci che un cronoprogramma è indispensabile. Noi, purtroppo, siamo una banda di provinciali e preferiamo il lamento contro l’Europa, illudendoci che crei consenso. Invece, bisognerebbe valorizzare il fatto che l’Europa ha dimostrato di credere in noi, con una enorme apertura di credito nei nostri confronti.

Tutto, però, dovrà comunque passare per il Parlamento: sarà un porto delle nebbie in cui la ripartenza rischia di arenarsi?

No, ma solo se la maggioranza sarà capace di sfidare il Parlamento a discutere su temi precisi: soldi, tempi e benefici di ogni misura. L’operazione è difficile e richiede grandi competenze, ma penso che in queste Camere ci sia un buon numero di persone capaci. La sfida per il Parlamento, oggi, è quella di trasformarsi in un “intellettuale collettivo”.

Pubblicato il 17 giugno 2020 su ildubbio.news

 

 

 

Stati generali una passerella? È bene avere opinioni informate #StatiGenerali @fattoquotidiano

Passerella. Quand’anche gli Stati Generali risultassero “soltanto” una passerella per “singole menti brillanti”, per Colao e i componenti della sua commissione, per imprenditori e sindacati (anche in ordine inverso), per ministri, politici e altri invitati, non meritano di essere criticati pregiudizialmente. Potrebbero comunque risultare utili da una pluralità di punti di vista. Infatti, come disse il compagno Presidente Mao Tse-tung, vero esperto di passarelle (vedi la Rivoluzione Culturale Proletaria), “le idee camminano sulle gambe degli uomini” (mi affretto ad aggiungere “e delle donne”). Per chi crede che il pluralismo e il conflitto sono il sale della politica (e della democrazia, sì, anche di quella liberale), più sono le opinioni meglio informate è probabile che saranno le decisioni.

I critici sostengono che sappiamo già tutto. Ho molti dubbi esistenziali su coloro che sanno già “tutto”, e ne diffido. Ritengo, invece, che Conte abbia fatto bene a volere questo format di produzione di idee, anche, se riuscirà a orientarlo, con qualche elemento di spettacolarità. Non ho dubbi sul fatto che gli piaccia esporsi, ma qui sta correndo il rischio che la presenza di troppe personalità produca qualche stecca. Probabilmente, la regia dovrebbe far sapere e imporre a tutti gli intervenuti di non procedere a “racconti” più o meno edificanti, ma di andare subito al sodo: individuare le priorità, suggerire le soluzioni, magari accompagnandole con tempi di attuazione, costi e profitti.

Penso di avere capito che, da sola, l’Italia non ce la farà e che avrà bisogno di tutti i fondi che le istituzioni europee metteranno a nostra disposizione (e hanno già in parte stanziato). Lo faranno privilegiando la trasformazione “verde” dell’economia e la digitalizzazione in tutte le sue varianti, gli investimenti in ricerca e quelli nelle infrastrutture e, grazie al Mes, senza condizionalità, le spese sanitarie dirette e indirette (qui la fantasia degli operatori ha un grande spazio sul quale esercitarsi). Sarà, dunque, opportuno che le soluzioni proposte si collochino nel solco europeo anche perché dalle raccomandazioni europee si potranno trarre indicazioni utilissime.

Senza la passerella le elaborazioni sarebbero finite direttamente sul tavolo dei singoli ministri e dei burocrati che, nel frattempo, tutti critichiamo in maniera tanto convinta quanto generica, ma la cui legittima difesa mi piacerebbe molto ascoltare. Ce ne sarà qualcuno invitato a “passerellare” o vogliono mantenersi tutti nell’ombra?

Avendo aperto il canale di comunicazione con il governo con una frase accomodante e promettente: “Conte è finito, Bisogna andare presto alle elezioni”, le opposizioni hanno poi deciso che non parteciperanno poiché Villa Pamphilj non è una sede istituzionale. Loro, è noto da tempo, anche, talvolta, con qualche scivolatina populista, sono austeri difensori delle istituzioni e della loro autonomia. In particolare, Giorgia Meloni ha seccamente annunciato che il confronto deve avvenire nella sede costituzionalmente più appropriata: il Parlamento. Comunque, il confronto li arriverà quando il governo dovrà chiedere l’approvazione per legge e/o per decreto dei provvedimenti che conterranno le proposte emerse dagli Stati Generali. Però, non posso resistere dal ricordare a Meloni, Salvini e Tajani, nonché ai professoroni del “sì”, che criticano il governo per non avere convocato abbastanza spesso il Parlamento, che la soluzione esiste, quasi ready made. Sta nell’articolo 62 della Costituzione che stabilisce che “ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti”. Gli Stati Generali offrivano/offrono la possibilità di un’anteprima che servirebbe a “limare” anche le proposte concrete delle opposizioni che, evidentemente, non credono nel confronto.

Pubblicato il 12 giugno 2020