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L’opposizione e suoi doveri
Per chi ha passato la maggior parte della sua vita parlamentare al governo del paese ovvero sostenendo il governo del suo partito, collocarsi all’opposizione è uno scivolamento doloroso. Purtroppo, sembra che i novanta giorni trascorsi dal 4 marzo non sono stati sufficienti a elaborare il lutto. Berlusconi non sarà un’opposizione molto agguerrita contro quello che definisce un governo pauperista e giustizialista. Non potrà tagliare i ponti con Salvini anche perché soltanto mantenendo le coalizioni nelle città e nelle regioni nelle quali la Lega governa con Forza Italia gli è possibile sperare in un futuro migliore. Quindi, assisteremo a qualche dichiarazione più o meno dura, ma a nessun atto concreto di rottura che non sarebbe apprezzato e neppure condiviso dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che già si sono detti disponibili alla prosecuzione di un buon rapporto con Salvini. Di conseguenza, l’onere dell’opposizione cadrà tutto sul Partito Democratico grande sconfitto, fin dall’inizio autocollocatosi sdegnosamente in un angolino. In maniera del tutto rivelatrice, l’ex-ministro PD Graziano Delrio ha già annunciato che il suo partito starà in trincea. Credo che, se proprio bisogna ricorrere a termini militari, sarebbe molto più opportuno che il PD si preparasse a una controffensiva, andando all’attacco.
Infatti, c’è molto da attaccare nelle proposte politiche di Lega e Cinque Stelle, più o meno vagamente recepite nel Contratto di Governo (per il Cambiamento come aggiunge ossessivamente Di Maio). Una buona opposizione ha il compito, anzitutto, di non cadere nella trappola della demonizzazione, nella quale si stanno avviluppando gli operatori dei media. Il governo Lega-Cinque Stelle non è il governo più a destra mai avuto dall’Italia. I governi guidati da Berlusconi 2001-2006 e 2008-2011 sono stati governi nei quali le posizioni e le politiche di destra furono effettivamente dominanti. Più corretto affermare e documentare, soffermandosi appena su inesperienza e incompetenza, che il governo Conte-Di Maio-Salvini è un governo segnato dall’ambiguità e dalla contraddittorietà su molte tematiche. In attesa del discorso d’insediamento del Presidente del Consiglio Conte, la graduatoria delle tematiche discende dalle prime esternazioni di Salvini e, in subordine, Di Maio. “Finita la pacchia”, nella pittoresca espressione del Ministro degli Interni Matteo Salvini, si preannunciano tempi duri per gli immigrati irregolari. L’opposizione ha il dovere di criticare non tanto la durezza delle frasi di Salvini, ma la vaghezza delle sue proposte mettendo l’enfasi sul loro costo e sulla loro probabile impraticabilità. Meglio ancora se l’opposizione fa rilevare che qualsiasi successo si voglia conseguire dipenderà dalla coordinazione e dal sostegno dell’Unione Europea. Ne deriva un’implicita, ma non meno incisiva, critica del sovranismo salviniano: da sola, l’Italia non è in grado di giungere a nessuna soluzione del “problema migranti”. Di Maio si è messo all’opera non soltanto per dare il reddito di cittadinanza, ma anche per le pensioni di cittadinanza. Non basteranno, ovviamente, i soldi eventualmente recuperati da un ricalcolo, pomposamente definito eliminazione, dei vitalizi degli ex-parlamentari. Questo è il terreno sul quale un’opposizione adeguatamente attrezzata dovrebbe dare e ripetere i numeri, evidenziando che i costi sono intollerabili per il bilancio dello Stato per di più se la legge Fornero venisse deformata. I recenti efficaci dati dell’INPS rivelano da quanto tempo qualche centinaio di migliaia di italiani ha goduto di privilegi almeno in parte responsabili delle diseguaglianze che è giusto criticare con l’obiettivo di rimediarle. Sul punto, l’opposizione ha il dovere, che definirei morale ancora prima che politico, di spiegare che la flat tax, anche in due scaglioni, è, prima di tutto anticostituzionale poiché la Costituzione sancisce la progressività delle tasse, in secondo luogo produttiva di ulteriori diseguaglianze a favore dei più abbienti. Grande è lo spazio di un’opposizione sulle cose e propositiva.
Pubblicato AGL il 5 giugno 2018
Stare nella casa comune europea

I co-inquilini della casa comune chiamata Unione Europea hanno il diritto di criticare i comportamenti degli italiani, compreso quello di voto, che rischiano di produrre crepe nei muri e di destabilizzare l’edificio. Gli italiani che hanno di volta in volta criticato, spesso giustamente, greci, ungheresi, austriaci e, naturalmente, i tedeschi, per le loro rigidità, e i Commissari, erroneamente definiti eurocrati e burocrati, hanno la facoltà di replicare anche con durezza, soprattutto quando le critiche si ammantano di stereotipi offensivi. Poi, gli italiani farebbero bene a domandarsi che cosa hanno combinato nel loro paese e come usciranno dai guai economici e politici nei quali si sono cacciati. Mi limito a sostenere che nessun barone di Münchausen riuscirà a estrarre l’Italia dal suo 135 per cento di debito pubblico e nessuna uscita dall’Euro migliorerà i conti pubblici e aumenterà produttività e prosperità. Aggiungo subito che i comportamenti collettivi, che fanno dei cittadini una “nazione”, debbono essere incoraggiati e guidati dalla politica. Pertanto, hanno ragione coloro che in Europa e in Italia esprimono forti preoccupazioni sullo stato attuale della politica italiana e sulle difficoltà di dare un governo al paese. Legittima è anche la preoccupazione concernente la qualità di quel governo, in particolare se formato da una coalizione fra il Movimento 5 Stelle e la Lega.
Quasi trent’anni di dibattiti sulle istituzioni, riforme (mal) fatte e non fatte, referendum manipolatori hanno prodotto uno stato di confusione molto diffusa su come funziona una democrazia parlamentare e come può essere migliorata nella sua struttura e nel suo funzionamento. Alcuni punti fermi debbono essere assolutamente messi. Nessun governo delle democrazie parlamentari è “eletto dal popolo”. Tutti i governi si formano in Parlamento con il quale è indispensabile che quei governi stabiliscano e mantengano un rapporto di fiducia. Se Cinque Stelle e Lega hanno la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, è loro diritto dare vita a un governo. Nessun capo di governo è “eletto dal popolo”. Tutti sono scelti dai partiti che hanno deciso e saputo dare vita a un governo. In Italia, il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica che, ovviamente, sceglie chi gli è stato indicato dai partiti che fanno il governo. Può anche non essere un parlamentare, ma sbaglia di grosso se, come ha detto il Prof Giuseppe Conte, pensa di essere “l’avvocato degli italiani” (ruolo che spetta all’opposizione), mentre deve esserne la guida. Anche i ministri sono nominati dal Presidente della Repubblica “su proposta” del capo del governo che, quindi, può anche decidere di rifiutarli se non rispondono ad alcuni requisiti il più importante dei quali è quello di operare dentro la Costituzione, quindi non contro i Trattati firmati dall’Italia. Per tornare alla metafora di apertura violando il contratto di affitto nell’edificio europeo. [Tralascio il mio stupore nel leggere critiche di più o meno autorevoli costituzionalisti all’operato del Presidente Mattarella.]
Non è vero, come ha detto troppo spesso Luigi Di Maio, che l’Italia è entrata nella Terza Repubblica. Non siamo mai usciti dalla Prima Repubblica, dalla sua Costituzione e dalle sue istituzioni. Maldestri tentativi di riforme deformanti sono stati tentati e sconfitti, compreso il più pericoloso: quello del 4 dicembre 2016. Non è vero che quelle riforme (e la connessa legge elettorale) avrebbero migliorato in maniera taumaturgica il funzionamento del governo italiano. Non contenevano nessuna riforma del governo e la legge elettorale fu considerata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Non è vero che la legge attualmente vigente che porta il nome del deputato Democratico Ettore Rosato non porta nessuna responsabilità dell’esito elettorale. Era stata scritta per svantaggiare le Cinque Stelle, non c’è riuscita, ma soprattutto per consentire a Renzi e Berlusconi di “nominare” i loro parlamentari, effetto conseguito tanto che Renzi ha bloccato qualsiasi capacità di manovra del PD e di ricerca di un’eventuale intesa con le Cinque Stelle, possibile soltanto dopo un vigoroso confronto e scontro su programmi e persone. Infine, preso atto che le Cinque Stelle sono il partito che ha avuto più voti e che la Lega ha quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018, un governo fra di loro è pienamente legittimo. Rappresenta la maggioranza degli elettori italiani, godrebbe di una maggioranza assoluta in Parlamento. Adesso che Salvini e Di Maio, nell’ordine, sono riusciti a dare vita al governo e a proporre ministri accettabili, anche se dotati di poca o nessuna esperienza politico-governativa e con competenze tutte da mettere alla difficile prova, tocca a loro spiegare se e come intendono stare nella casa comune europea e quali ristrutturazioni vogliono proporre. Democraticamente, ma non lesinando le critiche, ogniqualvolta sarà necessario, gli europei e gli italiani vigilano sul legittimo Governo del Cambiamento.
Pubblicato il 1° giugno 2018 su ITALIANItaliani
Tutti i limiti dell’avvocato Presidente
Prendi un professore, come almeno cento (stima prudente) altri in Italia, totalmente privo di esperienze e di competenze politiche, miracolato, che gonfia i titoli, ma non può gonfiare i muscoli, e affidagli la più alta carica di governo. Subito dimostrando di non sapere dove è arrivato e per fare che cosa, lui dichiara che sarà “l’avvocato degli italiani”. Però, dal (l’eventuale) Presidente del Consiglio gli italiani vorrebbero avere una guida che indica la strada, il mezzo di trasporto, la velocità e il traguardo. All’opposizione, in particolare al Partito Democratico, se e quando si sveglierà dal suo torpore, tocca il ruolo dell’avvocato: difendere con arringhe vigorose fondate sui fatti e sui misfatti gli italiani dalle politiche che si annunciano molto pericolose di cui Conte sarà, se ci riesce, mero esecutore. Tra il Contratto di Programma del Governo di Cambiamento (tutte maiuscole del retorico e enfatico Di Maio) e le politiche concrete che i ministri di Conte dovranno attuare si colloca cortesemente arcigno il Presidente della Repubblica Mattarella. La Costituzione consente che sia il Presidente del Consiglio a proporre i ministri. Conte si limiterà, non è uno scandalo, ma la presa d’atto della sua limitata, probabilmente inesistente autonomia, a consegnare a Mattarella la lista dei proposti. Al Presidente della Repubblica spetta la nomina e, di conseguenza, anche la facoltà di non nominare. Mattarella preferirebbe evitare lo scontro, ufficialmente con il Presidente del Consiglio, ma in pratica con i capi dei due partiti che si sono coalizzati. Almeno in tre importanti momenti Mattarella ha detto chiaro e forte che l’Italia deve rimanere nell’Unione Europea e svolgere un ruolo attivo. L’eventuale nomina dell’ottantunenne Paolo Savona, nemico aperto e giurato dell’Euro, al Ministero dell’Economia non è ovviamente il segnale che il Presidente della Repubblica desidera e si aspetta. Sembra che neppure i mercati e la Commissione Europea gradiscano lo scivolamento (o scivolone) dell’Italia fuori dagli impegni assunti nell’Unione Europea.
Quel ministro, sostengono all’unisono i due partner, attuerà la loro politica europea come scritta nel Contratto di Programma. Non sembra che sia proprio così poiché il Contratto ha toni, modi e linee molto meno bellicose di quanto Paolo Savona ha ripetutamente espresso anche nel suo libro più recente. Verrà il Ministero dell’Economia privato di alcuni poteri affidandoli, ad esempio, all’europeista Enzo Moavero Milanesi, uomo esperto e competente, già ministro proprio degli Affari Europei? Quale sarà il ruolo del Ministro degli Affari Esteri, forse l’ambasciatore Salzano, scelto da Di Maio fra i suoi conoscenti? Si preparano non pochi scontri e conflitti derivanti da differenze d’opinione tutt’altro che marginali su quella che, tutti dovrebbero averlo imparato, è una delle tematiche più importanti, se non la più importante, politicamente, economicamente e socialmente: se e come stare nell’Unione Europea. Poiché è noto che Salvini è un “sovranista” duro e conseguente (“L’Italia agli italiani”), mentre Di Maio sembrava essersi trasformato in un europeista blando, forse opportunista, se Savona diventerà ministro, nessuna acrobazia del capo politico delle Cinque Stelle potrà cancellare il suo cedimento.
Fermo restando che Salvini e Di Maio, nell’ordine, hanno il potere di indicare e Mattarella ha quello di decidere, due elementi appaiono fin da subito preoccupanti. Il primo è l’evidente emarginazione del Presidente del Consiglio incaricato poiché Giuseppe Conte non ha deciso, ma ha preso tempo, per i suoi committenti. Il secondo elemento preoccupante è che, nell’incertezza, sale di parecchio lo spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani e quindi crescono gli interessi sul debito pubblico. L’Italia sta già pagando il conto del probabile governo Conte e delle sue contraddizioni. Buon fine settimana.
Pubblicato AGL 26 maggio 2018
Le elezioni dicono chi siamo e cosa vogliamo. Si tratta solo di saperle interpretare
Un’analisi del voto e della situazione politica nata dopo il 4 marzo.
L’intervento di Gianfranco Pasquino
Elettori insoddisfatti, desiderosi di cambiare, volubili. Un sistema di partiti destrutturati. Un PD sull’orlo di una crisi di nervi e con un leader inadeguato. Che lo facciano i “vincitori” il governo, di “ricomposizione nazionale”. Tempi duri per tutti, anche per loro. Se ne accorgeranno.


politico? ma mi faccia il piacere
Tutto si può dire di Giuseppe Conte meno che sia/sarà un capo politico del governo voluto dagli italiani: non politico, non eletto. Poiché, tranne poche eccezioni, il governo giallo-verde sarà fatto da neofiti, la sua opera di coordinatore-esecutore si prospetta alquanto problematica.
Regole poco conosciute
Fuori i nomi o il nome? Già questa era una scelta difficile. Sottoporre al Presidente della Repubblica un solo candidato sul quale Di Maio e Salvini avessero fatto convergenza (forse anche conversione capovolgendo alcuni dei criteri sostenuti in campagna elettorale) oppure offrirgli una rosa di nomi altamente qualificati consentendogli di esercitare al meglio il potere costituzionale di nomina del Presidente del Consiglio? Non si erano vantati, Di Maio più di Salvini, di avere, conoscere, potere fare affidamento su persone di alto livello per entrare in quella che Di Maio chiama Terza Repubblica (Salvini preferisce non dare i numeri)?
Più del nome, Giuseppe Conte, naturalmente, contano la biografia personale ed eventualmente politica, le esperienze, i successi e, il Presidente della Repubblica lo aveva variamente sottolineato, la sua conoscenza dell’Europa. Dopo tutta la lunga e profondamente sbagliata polemica contro i governi non eletti dal popolo -nelle democrazie parlamentari, i popoli, vale a dire, meno pomposamente, gli elettori, eleggono un Parlamento dal quale emergerà un governo. La legittimità di quel governo si fonda nel rapporto di fiducia che riesce a stabilire e a mantenere con il suo Parlamento, qualche volta, quando necessario, espressa con un voto. Fatto un governo politico, Cinque Stelle e Lega si sono contrastati a vicenda, invece di chiedere/accettare che, con assoluto rispetto delle regole non scritte delle democrazie parlamentari, Di Maio diventasse Presidente del Consiglio e Salvini Vice-Presidente, magari con anche un incarico ministeriale. Invece, contraddicendosi anche su un punto rilevantissimo, hanno voluto che il loro governo politico sia affidato e guidato da un non-politico, un non-parlamentare, qualcuno che non ha mai, ma proprio mai, superato un qualsiasi test elettorale, un professore come nelle Università italiane ce ne sono almeno cento e più. La motivazione è che sono loro, Di Maio e Salvini, che vogliono dettare la linea al governo e ai ministri.
Non è chiaro quanta voce in capitolo avrà il Presidente del Consiglio che hanno scelto. Avremo qualche anticipazione quando quel Presidente del Consiglio godrà della prerogativa costituzionalmente sancita di “proporre” al Presidente della Repubblica i nomi dei ministri. Molte anticipazioni dicono che quei nomi non saranno farina del suo sacco. Gli verranno suggeriti per non dire, più brutalmente, imposti da Di Maio e da Salvini. Lui, Conte, sarà nel migliore dei casi il latore di quei nomi al Presidente della Repubblica al quale, se obiettasse con argomenti, sembra improbabile che il Presidente del Consiglio saprebbe replicare e contro argomentare.
Quanto alle politiche pubbliche che discenderanno dal “Contratto di Governo”, al Presidente del Consiglio è già stato fatto sapere in tutte le salse che dovrà limitarsi a esserne l’esecutore. Non sappiamo quanto è stato coinvolto nell’elaborazione di quelle politiche ed è più che lecito chiedere quanto le conosce e le condivide. In nessuna democrazia parlamentare il capo del governo è mai stato un semplice esecutore di politiche elaborate “a sua insaputa”. In maniera più o meno intensa è sempre, regolarmente stato coinvolto nella formulazione del programma del “suo” governo. Senza disconoscere il ruolo e il peso dei partiti che l’hanno prescelto e quindi la permanente necessità di collaborare con quei partiti, i loro capi e i “loro” ministri, nessun capo di governo è mai stato programmaticamente incaricato della mera esecuzione di qualcosa deciso altrove senza sua consultazione. Insomma, Di Maio e Salvini stanno certamente innovando, ma è più che lecito ritenere che lo facciano senza sufficiente conoscenza delle regole e dei meccanismi che consentono il buon funzionamento delle democrazie parlamentari. Più precisamente, se imporranno al loro prescelto per Palazzo Chigi tutto e solo il programma preconfezionato incideranno molto negativamente sull’autonomia del capo del governo e sull’esercizio flessibile dei suoi poteri, costituzionali e politici. Tempi duri si preannunciano (anche per Giuseppe Conte).
Pubblicato AGL il 22 maggio 2018