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Litigano su tutto, e allora? A chi (non) convengono le elezioni anticipate

La Lega è forte di un grande sostegno dai cittadini, M5S non ha alternative a questo esecutivo. Cosa si nasconde dietro i “litigi” di governo? Il commento di Gianfranco Pasquino

La congiuntura espressa senza una briciola di originalità e ripetuta fino alla noia è come segue. “Litigano su tutto. Non sono d’accordo su niente. Bisogna preparare l’alternativa. Elezioni anticipate: si chiudono le finestre”. Incidentalmente, chi le aveva (mai lasciate) aperte? Sono davvero stucchevoli le dichiarazioni degli oppositori e i resoconti dei retroscenisti. È sicuro che nel governo M5S e Lega hanno forti differenze di opinione e le manifestano anche ad uso dei loro sostenitori. Molto coesa, invece, è Forza Italia nella quale Berlusconi e Toti si abbracciano tutti i giorni, Carfagna e Taiani stanno organizzando le primarie, ma anche no, e a livello locale il deflusso degli amministratori è lento, ma costante. Chi davvero vuole litigare nel Partito Democratico, pacificato e propositivo? I Dem vanno d’amore e d’accordo su tutto. Anche sul fatto che il neo-eletto segretario non ha finora avuto neanche un’idea originale? Comunque, tutti vogliono un partito che si estenda da Calenda a chi? (quesito non proprio lacerante). Grande è l’accordo sulla necessità assoluta e positiva che il due volte ex-segretario Renzi si faccia il suo partitino post-leopoldino. Unanimità sulla costruzione di un’alternativa all’attuale governo, meno promettenti i numeri, ma bisogna gettare il cuore e i sondaggi oltre l’ostacolo. Meno chiari i contenuti, non pervenuti i partecipanti. Remember la sinistra plurale, aperta, inclusiva? Faccenda del secolo scorso. Questo è il secolo della rottamazione, della disintermediazione, della sparizione.

Chi andando a elezioni anticipate potrebbe vantare di avere introdotto il reddito di cittadinanza e conseguito quota cento? Chi potrebbe utilizzare come temi propagandistici il salario minimo e la tassa piatta? Chi potrà chiedere five more years per procedere a tagliare le poltrone garantendo ai cittadini il referendum propositivo e il perseguimento di una effettiva devolution differenziata di potere alle regioni? Quanto deve essere preoccupata la Lega arrembante e crescente se Fratelli d’Italia è pronta tutti giorni a buttarsi nelle sue braccia e se le critiche dell’affievolito Berlusconi (ricordiamolo: “grande amico di Putin”) non sono praticamente mai sulle politiche, ma solo sull’alleanza con il Movimento Cinque Stelle?

Nel contrattare con la Lega, inevitabilmente, come in tutti i governi di coalizione, Di Maio è in parte indebolito dalle tensioni all’interno del Movimento, ma l’inconveniente più grande è che non ha nessuna posizione di ricaduta. Deve, comunque, tirare a campare comprando tempo in maniera resiliente (copyright Luigi Di Maio) per completare un paio di punti programmatici, anche in, attesa delle conseguenze positive del reddito di cittadinanza. Fortissimo è il desiderio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di durare, ovviamente per fare. Chi più di lui, avvocato del popolo e mediatore fra i due contraenti del Contratto di Governo, può ambire a diventare Presidente della Repubblica nel gennaio 2022? E il Partito Democratico, non importa se quello di Zingaretti, quello di Calenda, quello, beaucoup déjà vu, di Renzi, non sta neppure a guardare le stelle. Chi guarda dal basso è la crescita economica. Chi guarda tutti dall’alto è il debito pubblico. Né l’una né l’altro rilasciano dichiarazioni, neanche off the record.

Pubblicato il 13 luglio 2019 su formiche.net    

Due scommesse di puro azzardo

Si rallegrino gli elettori e le elettrici del Movimento Cinque Stelle e della Lega. I due movimenti hanno finalmente dato corpo alle più importanti promesse programmatiche fatte in campagna elettorale e inserite nel Contratto del Governo per il cambiamento: reddito di cittadinanza e quota 100. È stata un’operazione complessa tradotta in un decreto di 24 pagine che contiene 26 articoli, paritariamente distribuiti: 13 per il reddito di cittadinanza (che, incidentalmente, contiene anche le “pensioni di cittadinanza”) e 13 per i criteri, 62 anni di età e 38 anni di contributi, per andare in pensione. Sul merito si possono fare molte osservazioni cominciando dal fatto che, da un lato, il reddito di cittadinanza ha un predecessore, il Reddito di Inclusione, elaborato da un governo a guida PD; dall’altro, che “quota 100” vuole smontare la riforma Fornero (ministra nel governo Monti). Ci riuscirà, con esiti, però, che molti esperti ritengono discutibili e rischiosi in un paese nel quale è cresciuta l’aspettativa di vita, ma stanno diminuendo in modo preoccupante le nascite. La seconda osservazione è che, come specificate nel decreto, le modalità di accesso al reddito di cittadinanza e la sua concessione appaiono molto complesse e richiederanno un’efficienza degli organismi burocratici inusuale in Italia, anche per sventare le temute infiltrazioni dei “furbetti” alla cui punizione sono, infatti, dedicati alcuni appositi articoli. La terza osservazione attiene al procedimento legislativo prescelto dai governanti. Il Parlamento italiano non si è ancora rimesso dall’umiliazione subita neppure tre settimane fa in occasione dell’approvazione della Legge di Bilancio, la famigerata manovra, tradotto in un maxiemendamento per la lettura (sic) del quale il Senato ebbe a disposizione quattro ore, e sul quale il governo pose la fiducia. È davvero riprovevole che su due tematiche qualificanti dell’azione di governo, forse, addirittura dell’intera legislatura, Cinque Stelle e Lega abbiano deciso di procedere con un decreto che, lo ricordo, deve essere approvato da entrambe le Camere entro sessanta giorni, sul quale, dunque, è assolutamente probabile che sarà posta la fiducia. Infine, è la stessa filosofia economica sulla quale si fondano reddito di cittadinanza e quota 100 a meritare una riflessione finora appena accennata. Fondamentalmente, il decreto ha caratteristiche redistributive. Per di più, cade in una fase nella quale l’economia europea sta probabilmente entrando in stagnazione, dimostrando quanto dipende davvero dalla locomotiva tedesca che, purtroppo per tutti, ha rallentato fino quasi a fermarsi, e l’economia italiana è in bilico tra stagnazione e recessione. Grillo non parla più di “decrescita felice”, ma recessione significa proprio decrescita che, però, non è affatto felice. Purtroppo, Di Maio e Salvini, troppo flebilmente smentiti da Tria, latitante Conte, si comportano da giocatori d’azzardo puntando su una crescita praticamente irrealizzabile.

Pubblicato AGL il 18 gennaio 2019

La democrazia che spaventa i pentastellati

Improvvisamente e inaspettatamente, si è aperto un molto delicato problema per il Movimento 5 Stelle: mettere alla prova un elemento essenziale della loro concezione di democrazia diretta e partecipata. Sul terreno della TAV dove, fra l’altro, si trova molto esposta la amministrazione pentastellata di Torino, il Capitano Salvini prima ha dichiarato di essere favorevole a quella “grande opera”, poi ha aggiunto “se la sbroglino i cittadini con un referendum”. Il Sottotenente Di Maio, noto sostenitore della democrazia partecipata, ha subito replicato che i referendum li debbono chiedere i cittadini, non un ministro, il che è solo parzialmente vero. Infatti, autorizzato dal Parlamento, i referendum li può chiedere anche il governo, come fu nel 1989 per il referendum, certo, consultivo: “volete dare più poteri al Parlamento Europeo?” (quesito approvato dall’88 per cento, affluenza alle urne dell’80 per cento degli aventi diritto). Poi, Di Maio ha glissato evitando di spiegare perché non siano proprio gli elettori delle Cinque Stelle nella Valle di Susa e a Torino a dare inizio alla raccolta delle firme.

Nella vicina Liguria, il governatore Giovanni Toti (Forza Italia, ma molto vicino alla Lega) ha sfidato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti il pentastellato Toninelli a fare un referendum sulle Grandi Opere, compresa la Gronda intorno a Genova, aggiungendo “chi perde si dimette”. La risposta di Toninelli, “il referendum lo debbono chiedere i cittadini”, è stata molto evasiva, ma proprio per questo rivelatrice.

Vero è che referendum del genere di quello chiesto da Salvini e da Toti presentano molti problemi. Per esempio, a quello sulla TAV, supponendo che lo chiedano gli abitanti della Val di Susa che sono i diretti interessati, chi sarà ammesso a votare: solo i residenti oppure anche i proprietari di seconde case per la villeggiatura e coloro nati in Val di Susa che colà hanno parenti, ma non vi abitano più, oppure ancora tutti i torinesi, tutti i piemontesi? Ma, se l’opera è di interesse nazionale, non dovrebbe il referendum coinvolgere tutto l’elettorato italiano? Un discorso simile vale anche per il referendum chiesto da Toti. Infatti, sia il Ponte Morandi sia la Gronda, una “bretella” per alleggerire il traffico che grava su Genova, interessano non solo i genovesi e, più in generale, i liguri, ma, da un lato, tutti coloro che ritengono che quelle opere sono necessarie a un paese moderno e dinamico, e, dall’altro, coloro che alle grandi opere si oppongono (questa è la posizione assunta ufficialmente da lungo tempo dal Movimento 5 Stelle). Adesso, emergono le loro contraddizioni. Sembra proprio che i vertici delle Cinque Stelle temano di dare voce ai cittadini e di ascoltarne le preferenze. La democrazia “diretta” la stanno interpretando come democrazia da loro diretta, non come democrazia nella quale i cittadini si esprimono direttamente senza mediazioni.

Pubblicato AGL il 13 dicembre 2018

 

Se la #manovra non cambia con il dialogo saranno guai per l’Italia

“Il dialogo continua, ma la manovra non cambia”. Se questo è il mantra di Tria, Di Maio e Salvini è inevitabile che la Commissione Europea sanzioni l’Italia. Nel frattempo, le sanzioni arrivano dallo spread e dai mercati, fatti di operatori e investitori anche italiani che, concordi, calcolano che se la manovra non cambia con il dialogo allora saranno guai per l’Italia. As simple as that.

Salvini, Di Maio e il gioco del fifone. Il commento di Pasquino

Se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri Tria e Conte non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il commento del professore emerito di Scienza Politica Gianfranco Pasquino

No, nonostante un’accurata rilettura del Contratto di Governo non si è trovata traccia della condivisione del braccio teso a pugno chiuso del Ministro Toninelli. Nel Contratto non sembra esistere neppure la minima presenza del condono di Ischia e meno che mai la ricostruzione del Ponte Morandi, ma, per dare un colpo anche alla botte di Salvini (dopo quello al cerchio di Di Maio), non ci stanno neppure gli inceneritori per ogni prefettura. Comunque, non saranno queste assenze e le relative differenze di opinione a mandare in crisi il governo giallo-verde. Cominciamo con il mettere i puntini sulle molte “i” del contratto e dintorni.

Salvini si è accaparrato due tematiche –in inglese si direbbe “issue ownership”, ma confesso di non sapere come tradurre “ceppa”– che gli italiani continuano a considerare le più importanti: l’immigrazione e la sicurezza, che, per di più, hanno una probabile lunga durata. Si è anche buttato allegramente, forse dovrei dire “coraggiosamente”,contro la Commissione Europea. Continua a sfuggirgli che i Commissari non sono né burocrati né, principalmente, tecnocrati (e neanche banchieri), errore che condivide con le Cinque Stelle. Potremmo scusarlo, il Salvini, da Europarlamentare molto latitante, non ha mai imparato che i Commissari sono tutti uomini e donne con esperienze di governo ai vertici dei rispettivi paesi, spesso dotati di competenze specialistiche. Non possiamo, invece, scusare le Cinque Stelle che, insomma, qualcosina potrebbero studiare e imparare.

“Italians first” è oramai il grido (l’ululato?) di Salvini fino alle elezioni dell’Europarlamento di fine maggio 2019. Le Cinque Stelle non sanno che pesce prendere, chiedo scusa, che posizione assumere nei confronti dell’Europa dove sono molti che ricordano il Di Maio vagante per rassicurare istituti di ricerche, autorevoli quotidiani e quant’altri delle buone intenzioni europeiste delle Cinque Stelle. Nel Contratto di Governo non stanno né l’uscita dall’Euro né quella dall’Unione. Per di più, la Brexit sta offrendo una serie di lezioni, politiche ed economiche, su quanto alto possa essere il costo dell’uscita, anche sulla società e la sua coesione. Ma se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri, non posso trattenermi, “non eletti” da nessuno: Tria e Conte, ma vicinissimi alle Cinque Stelle, non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il reddito di cittadinanza e quota cento (pericolosamente vicina per quei pochi italiani che ricordano la storia, quindi non elettori penta stellati, all’infausta quota novanta di Mussolini, Benito) per le pensioni (che pagheranno i loro figli, se ne hanno).

Né l’uno né l’altra piacciono agli europei. Sembra che non piacciano, lo dirò con parole antiche, neppure ai ceti produttivi del Nord (dall’Honduras Di Battista agita un’abbronzata risposta rivoluzionaria: “se ne faranno una ragione”). Soprattutto, però, non hanno nessuna possibilità di produrre dividendi né economici né politici in tempi brevi. Nel frattempo, il Salvini ruspante (quello delle ruspe) sta avvicinandosi al raddoppio dei suoi consensi, almeno stando ai sondaggi che, personalmente, ritengo credibili poiché ho fiducia nella professionalità sia di Nando Pagnoncelli sia di Ilvo Diamanti. Pertanto, non ha nessuna intenzione di fare cadere il governo, il luogo migliore per continuare le sue esibizioni muscolari e la sua crescita di apprezzamenti. Se li risolvano le Cinque Stelle i problemi dei dissenzienti e quelli dei rimpasti. Incidentalmente, tutto normale non solo nella Prima Repubblica, ma in tutte le democrazie parlamentari, come non cessa di insegnare Westminster, la madre di tutti i parlamenti. Loro non si faranno fermare. Tireranno diritto. Anche l’Unione Europea tirerà diritto. Si chiama “chicken game”, gioco del fifone, reso famoso da James Dean in “Gioventù bruciata”. Il prezzo lo pagheranno, first, the Italians.

Pubblicato il 17 novembre 2018 su formiche.net

Orecchio a terra? In piedi, con la schiena diritta! #GiuseppeConte

Molti s’interrogano su quello che il Presidente del Consiglio Conte sente del popolo quando appoggia, come ha dichiarato martedì sera nella trasmissione televisiva di Floris, appoggiando l’orecchio per terra. I grandi capi pellerossa sentivano arrivare i pericoli, cioè, i soldati USA che, gradualmente, li annientarono. Invece, il Presidente del Consiglio non riesce a sentire le documentate critiche della Commissione Europea e dei Ministri dell’Economia degli Stati-membri dell’Unione alla manovra economica di Di Maio e Salvini (ai quali si potrebbe aggiungere Tria, ma non lui che in materia non ha detto nulla). Non riesce a sentire che da più parti, anche dal popolo, per esempio, quello, spesso evocato, delle partite IVA, provengono critiche alla costosissima combinazione “reddito di cittadinanza più flat tax” che poco spazio lascerà a un’equilibrata riduzione delle tasse. Il popolo che Conte sostiene di ascoltare si è diviso di recente sulla prescrizione dei processi con quello grillino chiaramente contrario a lasciare fare il bello e il cattivo tempo agli avvocati di clienti danarosi che la tirano per le lunghe e quello leghista che, tacitato da Salvini, a sua volta incline a non rompere con Berlusconi su un tema di grande interesse per il leader di Forza Italia (ottanta per cento dei suoi processi sono andati prescritti a legislazione vigente), è per toccare l’argomento solo in maniera cosmetica. I corposi interessi del popolo imprenditoriale e industriale, ma anche operaio che sta nell’elettorato della Lega, vorrebbero che le Grandi Opere: dalla TAV alla ricostruzione del Ponte Morandi si facessero davvero e presto. Quel popolo lì Conte lo sente poco. La sua posizione sulla TAV non è nota e di pressioni sul Ministro pentastellato alle Infrastrutture e ai Trasporti Danilo Toninelli nessuno ne ha viste. Eppure, una parte di popolo piemontese e genovese segnala urgenze e vantaggi. Le parole e le proteste di quel popolo Conte non sembra sentirle. L’avvocato del popolo procede come fanno i populisti: quelli che stanno con il leader, ma in questo caso con la coppia Salvini-Di Maio, sono il popolo buono di cui lui sarà l’avvocato. Tutti gli altri, in particolare, giornalisti e intellettuali, banchieri e burocrati, europei, ma anche italiani, quelli annidati negli Uffici bilancio di Camera e Senato e nel palazzo del Ministero dell’Economia, sono il popolo cattivo. Sarebbe utile, anche se difficile, sapere dal Presidente del Consiglio elogiatore di Trump, se il popolo al quale appartiene la sovranità non sia piuttosto un’entità fatta di cittadini ai quali il capo del governo dovrebbe offrire non banalità e pensieri rosa, ma una guida. Per i quali dovrebbe rappresentare non un garante che modera i conflitti, forse, comunque, inevitabili fra Movimento 5 Stelle e Lega, ma colui che offre soluzioni perché ha le conoscenze e il potere per scegliere e decidere, senza appoggiare l’orecchio a terra, ma, in piedi, con la schiena diritta.

Pubblicato AGL 8 novembre 2018

Democrazie in bilico, ecco come correggerle

Colloquio con Pasquino, atteso ad Arona la sera di venerdì 9 novembre 2018

Intervista raccolta da Manuela Borraccino

Il politologo: senza forte opposizione grave deficit

In una fase in cui «l’antipolitica dilaga, riverita e alimentata dalla comunicazione», il deficit democratico può fare la sua comparsa in tre casi, denuncia il politologo Gianfranco Pasquino. «Primo, quando il regime risulta inadeguato nelle sue strutture di rappresentanza e di governo; secondo, quando le autorità non hanno le competenze necessarie; e, terzo, quando i cittadini sono apolitici, impolitici e antipolitici». Tuttavia «l’esistenza di un deficit può costituire lo stimolo che spinge ad azioni migliorative» riflette con il nostro giornale lo studioso docente emerito all’Università di Bologna, atteso venerdì 9 novembre ad Arona per offrire delle chiavi di lettura dello stato dell’arte nelle democrazie occidentali sulla scia del suo ultimo saggio Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader (Università Bocconi Editore 2018; 192 pagg.; 16,50 euro; 8,99 epub).

Professore, le elezioni del 4 marzo hanno visto il trionfo della cosiddetta “anti-politica”. La vittoria del populismo rappresenta un deficit democratico?

Il paradosso è che in questo caso la democrazia italiana ha funzionato ed il deficit di democrazia è stato in parte colmato, poiché è evidente che i partiti usciti vincitori hanno dato voce ad un blocco maggioritario di cittadini che si sentivano poco rappresentati dai partiti tradizionali ed aspiravano ad una rappresentanza nuova, diversa. Non dimentichiamoci che godono del consenso di circa il 60 % degli italiani.

Dove vede il deficit maggiore in Italia?

Direi che il deficit maggiore si annida soprattutto nella crisi dei partiti tradizionali e dell’afasia dei loro leader: in particolare nel centro-destra con Forza Italia non c’è alcuna attività propulsiva mentre il Pd appare paralizzato in un’opposizione irrilevante alla Lega e al Movimento 5 Stelle, senza offrire alcuna rappresentanza politica agli elettori che ha perso e ad una prospettiva di cambiamento».

In un recente saggio il sociologo De Rita lamenta l’egemonia di una classe politica “prigioniera del presente” senza un progetto di sviluppo organico per il Paese. Lei che ne pensa?

Non sono sicuro che siano prigionieri del presente. La Lega ha una strategia chiara almeno fino alle elezioni europee del 2019: riuscire ad essere più forte in Italia per essere più forte in Europa. Per raggiungere tale obiettivo non esita ad allearsi con regimi autocrati come Mosca e altri Paesi dell’ex blocco sovietico. Ritengo assai più evidente la manifesta incapacità politica del Movimento 5 Stelle. Il fatto stesso che il premier Giuseppe Conte si definisca “un avvocato del popolo” che ritiene di dover “proteggere il popolo” lascia intravvedere come non abbia neppure capito dove si trovi: il presidente del Consiglio è infatti un rappresentante del popolo e non un suo avvocato, deve guidare il popolo e non difenderlo.

Un deficit dei leader come nel caso della Brexit?

Se si votasse oggi i britannici sarebbero di certo assai più informati sull’Europa.

Nel suo libro lei punta l’indice anche contro gli astensionisti. Chi non vota danneggia la democrazia?

Certamente, perchè la qualità di una democrazia dipende in modo speciale dalla qualità dei suoi cittadini. Le democrazie hanno bisogno di cittadini interessati alla politica, ovvero alle modalità di vita organizzata nella loro città. Informati sulla politica, altrimenti come si potrebbe concedere a loro il potere di scegliere chi dovrà formulare e attuare le politiche pubbliche che tutti ci coinvolgono e che tutti dovremo subire e pagare? Partecipanti, perché senza partecipazione non può esistere nessuna democrazia. E che si sentano efficaci, ovvero dotati di una ragionevole fiducia nella loro capacità di influenzare coloro che hanno ottenuto il potere politico.

Pubblicato il 2 novembre 2018

Con gli italiani è difficile fare i conti

Perché hanno tanta difficoltà, i giallo-verdi a scrivere la Legge di Bilancio per il 2019? Non dovrebbe essere stato messo tutto nero su bianco nelle lunghe settimane trascorse a stilare il “Contratto di Programma? Dovrebbe essere sufficiente riprendere in mano quel Contratto, leggerlo e tradurlo in cifre: voilà, la Legge di Bilancio sarebbe fatta. Invece, no. Affiorano divergenze su quanto e su come, anche su quando. La prima importante ragione delle difficoltà, che nessun ricorso a parole manipolatorie consente di superare, è che nella campagna elettorale il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno promesso troppo, l’hanno promesso separatamente agli elettori che volevano conquistare e adesso non sono in grado di mantenere congiuntamente le loro eccessive promesse.

Non è possibile ridurre le tasse in maniera consistente e, al tempo stesso, introdurre il cosiddetto “reddito di cittadinanza” per cinque milioni di italiani. Non è neppure possibile, anche se di questo si discute meno, cancellare, come proclama Salvini, la legge Fornero sulle pensioni e istituire, come vuole Di Maio, le pensioni di cittadinanza. Costretti a ridimensionarsi, Di Maio sta prendendo in considerazione l’idea di concedere il reddito di cittadinanza inizialmente a un numero parecchio più contenuto di italiani, mentre Salvini ha già accettato che la flat tax, cioè, una tassa davvero “piatta” con un’aliquota uguale per tutte (che, peraltro, sarebbe incostituzionale violando i “criteri di progressività), diventi in realtà una tassa gobbuta con tre scaglioni. Inoltre, questa tassa oramai gobbuta dovrebbe, all’inizio, riguardare soltanto alcune categorie di contribuenti. Difficile dire, ma non è da escludere, che, almeno in parte, siano gli stessi (poco) contribuenti che, avendo evaso le tasse, potranno concludere la cosiddetta pace con il fisco (salvo ricominciare la loro guerriglia appena se ne ripresenti l’occasione). Però, non è pace fiscale, ma un ennesimo condono che, almeno a giudicare dai precedenti, non porterà molti soldi nelle casse dello Stato.

Poiché, fatti e rifatti, i conti non tornano, un giorno Salvini dice che bisogna sforare il tetto dell’impegno preso con la Commissione Europea all’insegna del “prima gli italiani”. Il giorno dopo annuncia che, meglio di no, bisogna soltanto sfiorare quel tetto. Di Maio non sembra riuscito a escogitare verbi migliori cosicché se la prende con il suo Ministro dell’Economia Giovanni Tria, imponendogli di trovare i soldi. Con il Presidente del Consiglio, al quale dovrebbe spettare la parola decisiva, che si barcamena, è possibile una sola conclusione dotata di alta probabilità di realizzazione. Il balletto delle cifre continuerà durante e anche dopo l’approvazione della legge di bilancio, con la previsione di una manovrina primaverile prima delle elezioni europee. Gli impegni presi con gli italiani non saranno mantenuti e Cinque Stelle e Lega andranno alla caccia di un capro espiatorio: l’Unione Europea, i burocrati e tecnocrati di Bruxelles.

Pubblicato AGL il 21 settembre 2018

I primi 100 giorni del governo Conte analizzati da Gianfranco Pasquino

Il professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna percorre le prime tappe del governo gialloverde e guarda al futuro: l’attesa è grande per la legge di bilancio

Cento giorni di un “normale” governo di coalizione fra due partecipanti che non si conoscevano e che sanno di essere in competizione: questa è la premessa di qualsiasi valutazione. Un minimo di comparazione con i cento giorni di alcuni governi precedenti indica che Cinque Stelle e Lega hanno fatto meno decreti e iniziato meno leggi. Questo attivismo inferiore al passato potrebbe essere un aspetto positivo dato che, da un lato, è giusto criticare l’eccesso di decretazione d’urgenza (peraltro, il decreto Dignità merita la critica relativa alla sua disomogeneità), dall’altro, è opportuno ricordare che molte leggi non significa mai necessariamente buone leggi.

In cento giorni il governo giallo-verde ha impostato, senza nessun disturbo proveniente da due opposizioni diversamente irrilevanti, il lavoro futuro che, per l’appunto, sarà poi il vero oggetto della valutazione. Propongo due prospettive. La prima riguarda lo stile, in questo caso, non del governo, ma dei leader dei due partiti contraenti. Salvini è partito all’arrembaggio, favorito anche dalla problematica che sembra preoccupare di più gli italiani: l’immigrazione. Ha ottenuto qualche risultato in quanto a riduzione degli sbarchi, ma nessuno per quel che riguarda la redistribuzione degli arrivi. Di Maio sembra giocare di rimessa, cercando qualche vittoria nel comunicare la sua azione, i cui effetti, però, a cominciare dal decreto dignità non possono essere immediati. La chiusura della faccenda Ilva non produce comunque il consenso trasversale che l’immigrazione ha dato a Salvini.

L’attesa è grande per la legge di bilancio sulla quale i due leader si giocano parte della loro credibilità agli occhi quantomeno dei rispettivi elettorati. Assente in tutte queste operazioni è il professor Giuseppe Conte, non eletto dal popolo, facente funzione di Presidente del Consiglio. Molto presente, invece, è il Ministro dell’Economia Giovanni Tria. Toccherà a lui cercare di combinare quel che si può del reddito di cittadinanza con quel che si può della flat tax. La somma complessiva deve al massimo “sfiorare” e non “sforare” il 3 per cento. Qui sta l’elemento più interessante del bilancio dei cento giorni di Di Maio e Salvini. Entrambi sembrano avere compreso che, da un lato, esistono dei freni all’azione del governo, dall’altro, si manifestano dei contrappesi. Non sono le oligarchie e i poteri forti, ma l’Unione Europea e i mercati a mettere il freno a scelte sconsiderate. Alcune dichiarazioni e alcuni comportamenti, ad esempio, nella critica ai magistrati e in improvvide richieste di intervento del Presidente Mattarella, vengono bloccate sul nascere dall’esistenza di contrappesi istituzionali e politici. La spinta populista di Salvini, “gli italiani stanno con me” e “i magistrati non li ha eletti nessuno”, va a sbattere, in parte, contro alcuni principi che le Cinque Stelle non possono abbandonare, in parte, contro i poteri separati che la Costituzione attribuisce alle istituzioni.

Senza nessuna illusione che i populisti/sovranisti limiteranno le loro esternazioni, leggere i cento giorni di governo anche come un processo di apprendimento serve a capire quale potrà essere il seguito. Finora il sistema politico ha retto l’urto. Il Governo del Cambiamento è stato obbligato a tenere conto delle forme e dei limiti nei quali esercitare il suo potere anche se gratificato da un consenso popolare al di sopra della maggioranza assoluta. Il pluralismo democratico, per quanto non rigoglioso, dà insegnamenti anche a chi è inesperto, impreparato, incompetente. Per fortuna, in democrazia (i bilanci e) gli esami non finiscono mai.

Pubblicato il 9 settembre 2018 su formiche.net

Italia y la odisea de un gobierno insólito

La Unión Europea se agarra la cabeza frente a la inexperiencia e ineptitud del flamante gobierno de Giuseppe Conte. La inmigración y la zona euro, en jaque.

 

FOTO El flamante Premier italiano Giuseppe Conte, en los festejos por la “Festa della Repubblica”, en Roma, el 2 de junio pasado (ANSA/Giuseppe Lami).

No puede sorprender la dificultad de formar gobierno en Italia. Desde las elecciones del 4 de marzo no sólo no ha surgido ninguna mayoría parlamentaria sino que las tres alianzas numéricamente posibles demostraron rápidamente ser políticamente muy complicadas. El ex secretario del Partido Democrático declaró muy pronto que su partido, notoriamente derrotado, pasaría a la oposición.

Entonces, tanto una muy eventual coalición centroderecha-PD como una más viable alianza Movimiento Cinco Estrellas-PD se volvieron impracticables. Permanecieron siendo posibles una coalición entre Cinco Estrellas y toda la centroderecha, o sea la Liga de Salvini, Forza Italia de Berlusconi y Hermanos de Italia de Giorgia Meloni, y Cinco Estrellas más la Liga.

Dado que Luigi Di Maio, jefe político del Movimiento Cinco Estrellas, como él mismo se define, estableció desde el principio elveto a cualquier presencia de Berlusconi en un eventual gobierno, se mantuvo en pie de manera excluyente una alianza entre Cinco Estrellas y Salvini.

De hecho, ambos eran en cierto modo los ganadores de las elecciones: Cinco Estrellas, el partido más votado (32,2 por ciento); la Liga, el mayor partido de centroderecha (17,3 por ciento), incluso cuadruplicó sus votos de 2013 a 2018. Cinco Estrellas es el partido predominante en el sur y en las islas; la Liga, un partido muy fuerte en el norte, además con notable penetración en las regiones del centro.

El mayor obstáculo a la formación del gobierno derivaba muy comprensiblemente de las distancias programáticas. Cinco Estrellas quiere introducir el denominado ingreso ciudadano para todos los italianos desocupados o con recursos económicos limitados y no cabe duda de que la propuesta de ese ingreso ha sido un componente importante de su éxito electoral en el sur.

Por su parte, la Liga quiere reducir considerablemente los impuestos incorporando un flat tax con dos niveles, de 15 y 25 por ciento.

Probablemente inconstitucional, dado que la Constitución italiana dice que los gravámenes deben ser progresivos, este flat tax (impuesto de tasa única) ha sido, junto con la promesa de contener el flujo migratorio y garantizar la seguridad de los italianos, uno de los elementos más significativos del consenso de la Liga.

En el transcurso de las prolongadas negociaciones entre Cinco Estrellas y la Liga para acordar el llamado “Contrato de Programa”, que serviría de base para lo que Di Maio definió como Gobierno del Cambio, nunca adquirió particular relevancia Europa, es decir lo referente a permanecer en la Unión Europeay el euro.

Ciertamente, la Liga de Salvini es soberanista, pero nunca enfatizó esta característica suya, mientras que Cinco Estrellas pareció haber aceptado la participación italiana en todos los organismos internacionales y supranacionales, incluidas la OTAN y la Unión Europea. El giro decisivo pareció darse con la designación de un profesor de derecho privado de la Universidad de Firenze relativamente oscuro, Giuseppe Conte, de 54 años, como jefe del Gobierno.

En cierta medida, esta designación era una derrota para Di Maio, que tenía gran interés por ese cargo. Por su parte, Salvini no expresó nunca ninguna ambición específica. El obstáculo aparentemente infranqueable surgió cuando Cinco Estrellas y la Liga designaron a los ministros que, según la Constitución italiana, deben ser “nombrados” por el Presidente de la república, quien puede también rechazarlos.

No son pocos los casos notables en los que diversos presidentes han impuesto cambios y seguramente son muchos los casos en los que ha habido cambios que no se hicieron públicos.

Cuando el presidente designado Conte, como mero ejecutor o mensajero, le presentó la lista de ministros al presidente Mattarella, fue denegado el nombre del elegido para el crucial Ministerio de Economía, el profesor de economía de 81 años y ya ministro en el pasado Paolo Savona, cuyos escritos más recientes apoyan no solamente la posibilidad sino inclusive la conveniencia de la salida de Italia del euro.

A la derecha, Matteo Salvini, polémico ministro del Interior italiano; a su lado, Luigi di Maio, ministro de Trabajo e Industria (AFP/Alberto Pizzoli).

Haciendo uso de sus prerrogativas constitucionales, Mattarella, que ha desempeñado con gran inteligencia y autoridad su rol de garante e intérprete de la Constitución, le pidió a Conte (e indirectamente a Salvini y a Di Maio) que eligiera a otra personalidad para ese cargo.

Salvini se opuso sustancialmente y obligó a que Conte volviera a poner su encargo en manos de Mattarella. Consciente de lo improbable de que se formase un gobierno distinto del hipotético Cinco Estrellas más la Liga, el Presidente de la república anunció su intención de dar lugar a un gobierno que llevara a Italia a elecciones nuevas en un plazo breve.

Temeroso de perder votos, Di Maio reabrió las tratativas afirmando ante el Presidente de la república, pocos días antes criticado, al punto de pedirle el impeachment, su disponibilidad para formar el gobierno con la Liga.

Con la aceptación de Salvini y el desplazamiento de Savona a ministro de asuntos europeos nació un gobierno insólito, no solo para Italia, que ha visto de todo, sino también para Europa, que teme la inexperiencia, la incompetencia y la ineptitud de los nuevos gobernantes. La navegación no será tranquila y quizá ni siquiera larga.

Traducción: Román García Azcárate

* Gianfranco Pasquino​ es profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia

Publicado en Clarín el 5 de junio de 2018