Home » Posts tagged 'Giuseppe Conte' (Pagina 9)

Tag Archives: Giuseppe Conte

Pazienza e giudizio. Pasquino spiega perché Conte neanche barcolla @formichenews

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa Corriere e Repubblica (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di Formiche.net che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino

Ho la propensione a pensare che il professor Conte non avesse fra le sue letture preferite i “Quaderni del Carcere”. Visti, però, i suoi comportamenti come Presidente del Consiglio dei Ministri in una coalizione che va dalla Sen. Barbara Lezzi al Sen di Scandicci Matteo (Ghino) Renzi, ritengo che nel suo studio da qualche parte abbia appeso una frase di Gramsci: “la pazienza è una virtù rivoluzionaria”.

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa “Corriere” e “Repubblica” (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di “Formiche” che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Da qualche settimana, lo sport è diventato quello di imporgli il rimpasto minacciando/annunciandogli la sua sostituzione per gennaio 2021. Palesemente convinto e lieto di potere mangiare il panettone ancora a Palazzo Chigi, Conte ha continuato nel suo lavoro, con stile e con metodo. Lo stile è non perdere mai la pazienza (tranne con Salvini). Il metodo è molto limpido: “lasciare che tutti i fiori [della critica] sboccino” e appassiscano.

Vale a dire che le critiche, spesso pretestuose e prive di qualsiasi costrutto, formulate a fini quasi esclusivi di visibilità, hanno le gambette corte e fanno pochissima strada. Alcune di quelle critiche a lui rivolte riguardano lotte interne ai pentastellati o ghiribizzi di Italia Viva. Sulla riforma del MES i/le Cinque Stelle hanno dato (quasi) il peggio di sé: non ideologia (che è troppo esigente), ma idiosincrasia che naturalmente non va e non porta da nessuna parte. Conte ha anche assistito, credo molto incuriosito, all’acrobazia di Berlusconi e sono certo ha apprezzato il nobile dissenso e la efficace motivazione di Renato Brunetta a favore del MES.

Qualcuno sostiene che dietro Conte starebbe il Presidente della Repubblica Mattarella. Sono per l’appunto i dietrologi. In verità, Mattarella non sta affatto dietro a nessuno e non le manda a dire. “Armato” della Costituzione e di una cultura politica democratico-progressista, esperto della politica italiana che ha “praticato” con la schiena diritta, Mattarella si limita di tanto in tanto a fare opportuni richiami ai protagonisti che, invece di dichiarare, dovrebbero studiare. Avendo fatto qualche ripasso, Conte conosce i testi giusti, anche, evidentemente, quelli europei suggeritigli cortesemente da Angela Merkel e Ursula von der Leyen. Li ha già adoperati con loro felice sorpresa per trattare con coerenza e intransigenza (e con non scarso successo).

La trattativa nello stivale italiano sarà alquanto più complicata anche per lo scontro (non di civiltà, ma) di personalità. Dalla pazienza, che sicuramente manterrà con grande elegante aplomb, Conte è stato chiamato da Del Rio all’umiltà di (Papa) Francesco (non di san Francesco che quei miliardi li avrebbe tutti investiti per sora acqua e sora natura). Per il PD che deve disarmare Italia Viva il richiamo è a una governance che, nelle intenzioni del rottamatore d’antan, riduca il ruolo (e il numero) dei tecnici nominati da Conte e aumenti i politici scelti dai capi dei partiti finora coalizzati. Per Conte non sarà affatto un problema. Lentamente gradualmente con juicio ridimensionerà la sua effettivamente esagerata task force cercando di mantenere il controllo che conta.

L’omelia natalizia che deve portare almeno fino a gennaio inoltrato sarà ricca di riferimenti e di approfondimenti. La pazienza rivoluzionaria consentirà di “scavallare”. Buon 2021.

Pubblicato il 9 dicembre 2020 su formiche.net

Tensione M5S-Pd, Pasquino: “Ecco perché il governo non cadrà sul Mes” #intervista #SputnikItalia

Intervista raccolta da Alessandra Benignetti

Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, intervistato da Sputnik Italia, il premier Giuseppe Conte sul Mes avrà la maggioranza anche grazie ad una parte di Forza Italia e ai “responsabili” del gruppo misto. E sull’ipotesi del rimpasto attacca: “Chi gestisce Lavoro e Trasporti va sostituito”.

“Non cadrò sul Mes”, ha assicurato il premier Giuseppe Conte al direttore di Repubblica, Maurizio Molinari. Ma con la maggioranza spaccata sul Fondo salva-Stati e una pletora di grillini dissidenti che promettono di votare contro la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, chi salverà il governo? Sputnik Italia lo ha chiesto a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna.

— Siamo sull’orlo di una nuova crisi di governo?  

— Io credo che il M5S non si possa permettere la sfiducia nei confronti di Conte perché per loro sarebbe una sconfitta. Un governo Conte–Pd è un governo che hanno voluto i Cinque stelle quindi se votano contro Conte, votano contro sé stessi. Se vogliono fare i conti all’interno del movimento è un’altra storia. Però credo che alcuni di loro siano, nonostante quello che leggo, sufficientemente razionali da sapere che non è quello il luogo dove si fanno i conti e che devono contarsi da un’altra parte.

— Quindi cosa succederà?

— Troveranno una soluzione, qualcuno voterà in dissenso, qualcun altro non ci sarà, perché al Senato se uno esce non conta dal punto di vista numerico. Ci sono tutta una serie di escamotage che possono sfruttare.

— E poi, chi arriverà in soccorso di Conte?

— Una parte di Forza Italia probabilmente vuole evitare di far cadere il governo, e lo farà nel segreto dell’urna se questo è necessario. Altrimenti anche assumendosi le sue responsabilità, perché il partito non è più riconducibile al dominio di Berlusconi. In secondo luogo c’è un numero consistente di parlamentari che hanno lasciato i loro gruppi e sono finiti nel gruppo misto, questi sono a maggior rischio di non rielezione e quindi certamente non vogliono creare una situazione che porti alle urne. Possiamo chiamarli responsabili, e in questo caso visto che si tratta di un voto molto rilevante si tratta di responsabili nel senso positivo della termine. Questo è sufficiente a garantire al governo una maggioranza, seppur risicata.

— Ha ragione, quindi, Conte a dire che non cadrà sul Mes?

— Le do una notizia: per una volta Pasquino è d’accordo con Conte.

— Cosa significherà per il M5S?

— Il partito in quanto tale non esiste, esiste un raggruppamento di uomini e donne che hanno avuto un sacco di voti nelle elezioni del 4 marzo del 2018 e si barcamenano. Sono disposti a transigere su una serie di materie, di tanto in tanto alzano il tiro, prendono le distanze e così via, però sanno che oramai non hanno nessun luogo dove andare. Devono rimanere al governo perché l’alternativa è tornare a casa. Per qualcuno è un problema di coscienza, perché ci crede davvero, per altri è un problema di convenienza, perché non ci credono ma sanno di non avere scelta.

— Per ora un rimpasto sembra escluso, non ci sono le condizioni?

— Le condizioni per un rimpasto ci sono ma non bisogna porre la questione in maniera vaga. Bisogna dire: ‘ci sono due o tre ministri i quali non hanno fatto abbastanza bene’. Bisogna dare una valutazione. I vari schieramenti devono dire apertamente se ci sono persone migliori da poter mettere in campo per quest’ultima fase della legislatura. Detto ciò, se dire ‘ci vuole un rimpasto’ non significa nulla, rispondere ‘non ci vuole un rimpasto’ significa ancora meno. Significa che il premier pensa di non essere in grado di trovare persone migliori, questo secondo me è preoccupante. Ci sono sicuramente due o tre ministri che possono essere sostituiti da persone un po’ più capaci.

— Ci dica i nomi…

— Le dico prima chi non sostituirei. Non è sicuramente il ministro dell’Istruzione (Lucia Azzolina, ndr) che da mesi è sottoposta ad attacchi brutali non giustificati. Ciò premesso mi limito a chiederle: funzionano bene i trasporti in questo Paese? Hanno fatto tutto quello che era necessario per portare i ragazzi a scuola e da scuola a casa? E ancora: funziona bene il mercato del lavoro, viene fatto tutto il necessario per creare posti di lavoro o per difenderli in maniera adeguata?

— Pensa che questo governo arriverà alla scadenza naturale della legislatura?

— Sicuramente il governo farà tutto il possibile per arrivare all’appuntamento del 2022 per l’elezione del presidente della Repubblica. Il che di per sé non significa che riuscirà ad eleggerlo, perché a quel punto il voto dei singoli avrà una enorme importanza. Dovranno scegliere una candidatura adeguata e questo non sarà facile.

— Insomma, una crisi è esclusa nonostante le profezie di Renzi, che a La Stampa ha detto che dubita che l’attuale squadra riuscirà ad arrivare al 2023?

— Renzi può anche fare una crisi di governo ma poi ne pagherà il prezzo, visto che il suo partito non raggiunge neppure il tre per cento. La prospettiva è quella di rimanere fuori dal Parlamento, a meno che non faccia un patto con il Pd, operazione non facilissima ma non impossibile.

— Cosa farà Conte?

— Penso che Conte non vorrà fare il presidente della Repubblica e neppure un partito suo. Mi auguro che nei prossimi due anni il governo non si limiti a stare a galla ma a navigare. E a navigare anche velocemente, perché deve fare davvero dei buoni progetti per far tornare il Paese a crescere, altrimenti staremo tutti male per chissà quanti anni.

— Anche perché l’Europa ci guarda…

— L’Europa ci guarda e ha le sopracciglia alzate quando pensa all’Italia.

Pubblicato il 5 dicembre 2020 su SputnikNews

Quer pasticciaccio brutto sul MES

Nei pre-annunci di voto sulla riforma del Meccanismo Economico di Stabilità, gli attori (sì, uso proprio questa parola per dare il senso di uno spettacolo) politici italiani stanno, con qualche eccezione, dando il peggio di sé. In alcuni, a cominciare da Berlusconi e da diversi parlamentari pentastellati, c’è tattica: dimostrare che esistono. Ottenuto quel che voleva per Mediaset, mai convintamente europeista, Berlusconi ha preferito ricongiungersi ai sovranisti coerenti Salvini e Meloni dicendo no al MES riformato. Poiché è (im)pura tattica, probabilmente Berlusconi riluciderà la sua immagine ribadendo il suo sostegno al MES solo per spese sanitarie dirette e indirette. La tattica dei dissidenti pentastellati serve a evidenziare che, pur non essendo pochi, non hanno ottenuto cariche significative nel Movimento. Oltre, verso una strategia non sanno e non possono andare. L’unico che ha una strategia è il Presidente del Consiglio che gode anche del sostegno delle riconosciute qualità di autorevolezza e credibilità in Europa del Ministro dell’Economia Gualtieri. La rotta è quella dell’Europa. Bisogna tenere la barra diritta. Lasciare che gli oltranzisti si sfoghino tanto non hanno nessuna alternativa praticabile. Una rottura sull’Europa non sarebbe affatto apprezzata dal Presidente della Repubblica. Dietro l’angolo, piuttosto spigoloso, non c’è nessuna maggioranza, nessuna prospettiva. Le posizioni ideologiche pentastellate non contengono una visione strategica. Sono imbarazzanti e paralizzanti.

   Infine, c’è la drammatica perdita di memoria persino riguardo ad avvenimenti recentissimi. Qualcuno, anzi, molti, nell’Amministrazione pubblica e nelle numerose, forse troppo, squadre apposite messe al lavoro da Conte (e sperabilmente coordinate da lui e da pochissimi collaboratori) è al difficile lavoro di preparare piani operativi per investire gli ingenti fondi, 209 miliardi di Euro, più di qualsiasi altro Stato-membro dell’Unione Europea, in parte prestiti, in parte molto consistente sussidi, assegnati all’Italia. Sembra assurdo che nessuno dei contendenti italiani che obietta alla riforma del MES si renda conto che tanto la posizione di rifiuto quanto le motivazioni, a mio parere, molto peregrine (che l’UE voglia asservire la nostra economia, mentre, al contrario, cerca di salvarla e di rivitalizzarla) sono destinate a essere viste con grande preoccupazione. Per di più sono proprio i due attori, Berlusconi e il Movimento 5 Stelle, nei quali già in partenza le autorità europee hanno fiducia molto relativa, a mettersi di traverso. In questo modo, però, più o meno consapevolmente viene danneggiata la credibilità, non tanto del governo Conte, ma, usando il politichese, del “sistema paese”. Al momento della valutazione dei progetti italiani non saranno soltanto i paesi autodefinitisi frugali a esercitare un surplus di attenzione e di rigore, ma un po’ tutti coloro che udendo lo strepito italiano penseranno che l’Italia non riuscirà a fare quello che ha promesso. Tristemente.

Pubblicato AGL 4 dicembre 2020

Sul rimpasto decide Conte (e la Costituzione). La lezione di Pasquino @formichenews

Da politologo stagionato, che significa con molte stagioni passate a studiare (e alcune ad agire), sono convinto che i rimpasti si possono fare, a determinate condizioni che ora non vedo. E comunque, attendo che sia Conte, non Renzi non Orlando non Di Battista, a decidere se rimpastare come e quando farlo e chi sostituire. Il commento di Gianfranco Pasquino

Rivolgo un caldo appello a tutti i sostenitori, non miei estimatori né da me mai estimati (sic), del premierato forte. Fatevi sentire all’unisono affermando quello che avete sostenuto ad nauseam: è il Presidente del Consiglio che nomina i Ministri e che deve esercitare il potere di licenziarli. I rimpasti sono una sua prerogativa, da Londra a Berlino (naturalmente, non è vero). Non abbiamo più da tempo il “complesso del tiranno” anche se il felpato Conte qualche atteggiamento tiranneggiante, sostengono accigliati giuristi, ce l’ha. Superato il complesso, se c’è qualche ministro da sostituire lo deciderà il Presidente del Consiglio.

   Non vorrete mica che siano i capi delegazioni, non riconosciuti dalla Costituzione e neppure menzionati nell’ambizioso pacchetto di riforme renzian-boschiane che, se fossero state approvate, mica staremmo qui a discutere, a rimpastare! Neppure io discuto del nulla. Penso, invece, che gli eventuali rimpasti debbano essere motivati sulla base delle valutazioni trasparenti che riguardino quanto i ministri hanno fatto, non fatto, fatto male e che poggino su attendibili previsioni relative agli eventuali sostituti basate sulle loro competenze, precedenti esperienze, provate capacità. Non, per intenderci, al fine di produrre nuovi e più avanzati equilibri nei rapporti fra i partiti(ni) e fra le correnti. Poi, magari, qualcuno penserà che nel mese di Natale, non è proprio il caso di fare regali così costosi come uno o più ministri rimpastati.

Da Bruxelles comunicano che ci sono da preparare programmi dettagliati e seri (aggettivo di non frequente utilizzo e di difficile applicazione al dibattito politico italiano) per ottenere i fondi, grants and loans, stabiliti nel NextGenerationEU. I nomi dei, anzi delle, rimpastabili non sembrano avere nulla a che fare con questo tema. Infine, retroscenisti e commentatori allo sbaraglio mettono in circolazione l’idea che qualcuno voglia il rimpasto proprio per mettere in difficoltà il Presidente del Consiglio. Un rimpasto dopo l’altro si arriva fino a Palazzo Chigi. So che i premieratisti forti non vorrebbero questo esito. Si sussurra che neppure il Presidente Mattarella, consapevole dei tempi in cui viviamo e della inesistenza di alternative, lo accetterebbe. Anzi, ha già fatto circolare la sua indisponibilità ad una crisi di governo. Incidentalmente, qualcuno ricorda che nel succitato pacchetto costituzionale il limpido voto di sfiducia costruttivo non era minimamente contemplato. Eppure quello è lo strumento che funziona da splendido affidabile deterrente contro coloro che ordiscono le crisi al buio.

Da politologo stagionato, che significa con molte stagioni passate a studiare (e alcune ad agire), sono convinto che i rimpasti si possono fare, a determinate condizioni e per conseguire con certezza esiti migliori. Non ne vedo le condizioni, ma vedo molte ambizioni che ritengo alquanto malposte. Non intravedo esiti migliori. Comunque, attendo che sia Conte, non Renzi non Orlando non Di Battista, a decidere se rimpastare come e quando farlo e chi sostituire. Auguri a chi arriverà al panettone.  

Pubblicato il 1° dicembre 2020 su formiche.net 

Basta inutili retroscena su Conte. Ora il “futuro” @fattoquotidiano

In questo paese di poeti e naviganti, retroscenisti e visionari non è soltanto giusto, ma è anche assolutamente doveroso criticare il capo del governo per non avere una visione. Poi, correttamente, i critici diranno alti e forti i nomi dei numerosi visionari di questo paese, ingiustamente tenuti ai margini. Qualcuno dovrà anche spiegare in che modo chi individua la differenza fra debito buono e debito cattivo stia già delineando la società giusta, o no? Nel frattempo, fioccano le richieste, più o meno motivate, di rimpasto nel governo Conte. I più ambiziosi e più visionari vorrebbero anche giungere a colpire il bersaglio grosso: il Presidente del Consiglio in persona. Al conseguimento di questo obiettivo giova avvalersi di quanto rivelano i sondaggi, cito il titolo del “Corriere della Sera” (28 novembre, p. 19): Cala ancora il gradimento per Conte.

Mi sono subito dedicato ad una attenta lettura dei dati riportati (e interpretati) da Nando Pagnoncelli, sondaggista esperto e degno di stima. Il 55 per cento degli italiani conferma il suo gradimento per Conte, tre punti in meno rispetto ad un mese fa, ma tre punti in più rispetto al 26 settembre del 2019 (dati tutti opportunamente riportati da Pagnoncelli). Quanto al governo, 52 per cento di approvazione, tre punti meno di un mese fa e 7 punti in più di un anno. Peraltro, poiché oramai siamo tutti (sic) diventati professionisti nella lettura dei sondaggi, noni ci facciamo influenzare dalle variazioni a meno che siano superiori al margine di errore che, unanimi, sondaggisti e studiosi situano fra il +2 e il -2. Allora guardiamo al trend e siamo costretti (sic) a rilevare che c’è un declino per Conte e il suo governo tra luglio e oggi, ma rimangono dati molto favorevoli rispetto a un anno fa e nel confronto con i predecessori di Conte. Ad esempio, nel settembre 2015 Renzi era sceso dal 47 al 38 per cento di gradimento rispetto ad un anno prima e il suo governo era al 36. Meglio aveva fatto il suo successore Paolo Gentiloni il cui gradimento personale era al 43 per cento (stesso livello del suo governo) nell’agosto 2017. Quindi, 12 punti meno di quanto ottenuto da Conte in piena pandemia.

Forse, qualsiasi discussione del futuro di Giuseppe Conte e del suo governo dovrebbe tenere in qualche considerazione queste cifre. Invece gli si imputa come colpa grave quella di arroccarsi, mentre, ho letto sul “Domani”, i capi dei partiti di governo sono in “stallo messicano”, cioè, fermi in una desolata Piazza Montecitorio a guardarsi negli occhi con la mano sulla pistola. Continuando a leggere ho scoperto, nel pregevole articolo del quirinalista Marzio Breda, che il Presidente Mattarella ha fatto trapelare che, se stallo messicano c’è, allora anche lui dispone di sue armi personali e istituzionali ed è pronto a usarle. Sono armi che tiene costantemente oliate, tutte appropriatamente collocate nella Costituzione formale, quella scritta, e nella Costituzione materiale, quello che si è fatto nel passato e quello che è possibile fare senza violare la Costituzione scritta, avendo come stella polare la stabilità e la funzionalità del governo.

Cambiare un ministro, forse due, si può. È una prerogativa del capo del governo che dovrebbe addirittura essere sostenuto e applaudito da tutti coloro che ossessivamente dichiarano che il non farlo è segno di debolezza dei Presidenti del Consiglio/non Primi ministri italiani. Rimpasto è un’operazione più complessa che, naturalmente, merita di essere opportunamente motivata e giustificata e soprattutto non dovrebbe presentarsi come un gioco dei quattro cantoni (musical chairs direbbero gli anglosassoni). Qualsiasi operazione che vada oltre questi limiti implica una vera e propria messa in discussione del governo. Sarebbe il momento peggiore proprio mentre, da un lato, tutti sanno che è il tempo del completamento e della presentazione dei programmi del governo per ottenere gli ingenti fondi NextGenerationUE, dall’altro, che le autorità europee hanno dato mostra di avere fiducia in Conte e, quindi, sarebbero molto deluse sia da un eventuale crisi di governo sia, ancor più, da una sua, peraltro complicatissima sostituzione (ma anche da un suo ridimensionamento). Potremmo concluderne che, insomma, è davvero ora di parlare di programmi, stesura e attuazione e, con Shakespeare, che se ne intendeva, il resto è silenzio.

Pubblicato il 2 dicembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Allargare gli sguardi non le intese

“Allargare la maggioranza” ha un solo significato tecnico e politico: includere qualche rappresentante di Forza Italia come ministro e sottosegretario. Dunque, implica una crisi di governo, rapida, pilotata, dalla conclusione certa, vale a dire la formazione di un nuovo governo di intese abbastanza larghe. Non larghissime poiché né Salvini né, soprattutto, Giorgia Meloni, determinata a volere una netta vittoria elettorale, sono disposti ad accettare di farsi inglobare in quello che sarebbe un ruolo di corresponsabilità di scelte e di politiche che non vorrebbero fare.

L’allargamento del perimetro governativo mi pare sostanzialmente improponibile poiché inaccettabile dal Presidente del Consiglio e, probabilmente, da un ampio nucleo dei Cinque Stelle. Diverso, invece, è il discorso sull’accettazione volta per volta del contributo parlamentare proveniente dai deputati e, in special modo, dai senatori di Forza Italia. Da un lato, quei voti possono essere necessari per supplire al dissenso di alcuni esponenti pentastellati, dall’altro, consentono a Berlusconi, che ne ha molto bisogno, di evidenziare un suo persistente e significativo ruolo politico. D’altronde, Berlusconi non può abbandonare in maniera drastica la coalizione di centro-destra alla cui eventuale futura vittoria rimarrebbe comunque indispensabile, ma al tempo stesso, come si è visto nella votazione che ha consentito di respingere l’attacco di Vivendi a Mediaset, continua ad avere bisogno di benevolenza da parte dei governanti per le sue moltissime imprese economiche.

L’ampio lessico politico italiano plasmato nei lunghi anni della prima fase della Repubblica (1948-1992) battezzerebbe quel che può succedere come maggioranze “a geometria variabile”. Ad esempio, continuando l’opposizione dei Cinque Stelle al ricorso ai fondi del MES per spese sanitarie, toccherebbe ai parlamentari di Forza Italia fornire i voti necessari per richiederli. Però, è facilmente immaginabile che dopo quel voto la fibrillazione nei Cinque Stelle e nella compagine governativa diventerebbe quasi insostenibile.

Guardando fuori d’Italia, senza in nessun modo sottovalutare le difficoltà italiane e le loro specificità, è facile constatare due importantissimi fenomeni. Primo, in nessuna delle democrazie degli Stati-membri dell’Unione Europea si è avuta una crisi di governo. In tutte, i governi attualmente in carica sono gli stessi che esistevano all’inizio della pandemia. Secondo, in nessun paese la maggioranza di governo è cambiata nella sua composizione, meglio, si è “allargata” (non si è neppure ristretta). Nessuna democrazia è andata nella direzione di un governo di larghe intese. Certamente, le decisioni sono tutte nelle mani dei governanti nazionali, ma altrettanto certamente tutti i capi di governo (e la Commissione Europea) preferiscono trattare con governanti saldi nelle loro cariche, in grado di accettare impegni, anche a lungo termine, e di rispettarli. Buoni rapporti governo/opposizione non debbono necessariamente sfociare in una nuova maggioranza.

Pubblicato AGL il 19 novembre 2020

Conte deve rispondere ai dubbi sulla efficacia del governo @DomaniGiornale

È lecito avere delle differenze d’opinione, anche forti, su quello che il governo fa e non fa, purché le critiche siano argomentate e le controproposte risultino dotate di un minimo di adeguatezza. Più preoccupante è la situazione quando le differenze d’opinione fanno la loro comparsa all’interno della stessa compagine governativa e nei suoi dintorni, per esempio, nei gruppi parlamentari che quel governo dovrebbero sostenere nella sua azione. Troppi commentatori sembrano essersi abituati a guardare quasi esclusivamente al Presidente del Consiglio, con suo grande compiacimento, oppure a quello che succede soprattutto nella galassia del Movimento 5 Stelle, senza riuscire a offrire una sintesi equilibrata.

   Naturalmente, anche in altre democrazie, dove pure il capo dell’esecutivo dispone di notevoli poteri e visibilità politica appaiono dissensi, ma, alla fine, quel capo, anche in versione femminile, è agli occhi di (quasi) tutti considerato il decision-maker in chief. Dagli USA presidenziali, alla Francia semipresidenziale, alla Gran Bretagna del Primo Ministro, alla Germania della Cancelliera, non mancano prese di distanza, ma la responsabilità delle scelte è chiaramente attribuita al capo dell’esecutivo e i dissensi tacciono.

   Da qualche tempo, in Italia, la situazione sembra piuttosto diversa. In verità, i malumori per i DPCM hanno una storia relativamente lunga anche se vedere Giuseppe Conte come despota con propensioni autoritarie mi è sempre sembrata un’assurdità più che una semplice esagerazione. Non era, forse, soltanto l’urgenza che motivava quei DPCM, ma qualcosa che Conte conosceva meglio di altri ovvero la pluralità di preferenze nella sua maggioranza che soltanto lui poteva ricomporre in quei DPCM. Con successo, fino a tempi recenti. La seconda ondata, prevedibile e prevista, anche se non con questa impennata e con questa gravità, sembra avere scosso in maniera più scomposta la maggioranza, accrescendo le differenze di opinioni, non tutte “legittime”, e soluzioni.

   Sarebbe sicuramente eccessivo parlare di “guerra di tutti contro tutti”, ma hanno fatto la loro comparsa malumori diffusi che riguardano non solo e non tanto le misure prese, ma coloro che hanno preso o debbono prendere quelle misure. Non sta a me giudicare quanto Andrea Marcucci, capo del gruppo dei senatori PD, sia o voglia essere la quinta colonna di Italia Viva e di Renzi, ma la sua richiesta, poi goffamente ridimensionata, di rimpasto è assolutamente emblematica del momento. È anche un colpo al Presidente del Consiglio e ai Cinque Stelle che si erano già espressi contro questa ipotesi/necessità. Ha dovuto essere immediatamente respinta da Zingaretti, mentre non pochi dirigenti del PD sembrano alquanto inclini ad intrattenerla. Lascio approfondimenti e seguito ai più o meno autorevoli retroscenisti ai quali, peraltro, continuerò a rivolgere i miei strali quando, vale a dire molto/troppo spesso, sovrappongono le loro preferenze politiche al racconto di quanto avviene dietro la scena.

   Il punto di sostanza è chiaro. Esiste ancora sufficiente compattezza nella maggioranza che sostiene il Presidente del Consiglio Conte per affrontare le prossime settimane che si annunciano durissime, forse drammatiche? Hanno Conte e i suoi ministri sufficiente fiducia nell’operato di ciascuno dei ministri e di tutti? Sono e si ritengono in grado di moltiplicare le loro energie, di fare appello a nuove risorse, di giungere ad un livello più alto di competenza e di impegno? Oppure la loro persistenza in carica discende sostanzialmente dalla convinzione che questo è, nonostante qualche debolezza di qualche ministro/a il migliore dei governi possibili e/o, dall’altro, dalla preoccupazione che qualsiasi mutamento nella compagine ministeriale destabilizzerebbe in maniera irrimediabile il governo tutto, al limite, persino lo stesso Presidente del Consiglio e che, pertanto, non bisogna neppure discuterne?    Purtroppo, per Conte e il suo governo, il problema è che già se ne discute e che, in effetti, automaticamente la discussione indebolisce il governo, brucia energie, mina l’azione. Alcuni, come il direttore del Domani, pensano e scrivono che è indispensabile un vero e proprio cambio di governo, a cominciare dal capo del governo. Altri, cerco di coinvolgere qualche potenziale sostenitore, affermano che, primo, dovrebbe essere lo stesso Presidente del Consiglio a prendere atto che per ridare slancio al governo un rimpasto può essere molto utile e, di conseguenza, secondo, chiedere ai capi dei partiti che fanno parte della maggioranza la loro disponibilità ad un rimpasto “guidato. È uno schema da “vecchia” Repubblica? No, è semplicemente un modo, forse il migliore, per ridare smalto e slancio all’azione del governo.

Pubblicato il 1° novembre 2020 su Domani

Gli scricchiolii e l’orecchio di Conte

Appoggiando l’orecchio sul terreno, si sentono scricchiolii che toccano il governo Conte e lo stesso Presidente del Consiglio. Leggendo quasi tutti i quotidiani, ad eccezione de “Il Fatto Quotidiano”, e guardando i telegiornali, è facile vedere che le critiche a Conte superano di gran lunga i giudizi, non dico favorevoli, ma giustificativi. Il numero quotidiano dei contagiati sta lì a indicare, secondo molti, che il governo Conte, pur consapevole della alta probabilità di una seconda ondata del Covid, non ha saputo prepararsi per tempo. Per quanto insistentemente e, a mio parere, esageratamente criticata, il Ministro dell’Istruzione Azzolina ha ceduto il ruolo di capro espiatorio al Ministro dei Trasporti Paola De Micheli. Nelle scuole di ogni ordine e grado i contagi sono stati pochissimi, mentre i trasporti nelle grandi città, a cominciare da Milano e Napoli si sono rivelati grandemente insufficienti e notevoli veicoli di contagi. Comunque sia, la situazione è oggi molto grave. Vero è che Spagna, Gran Bretagna e soprattutto la Francia sono messe molto peggio, ma la valutazione negativa degli italiani non può essere addolcita da qualsiasi proverbio: mal comune mezzo gaudio. Non è in nessun modo possibile “gioire” anche perché, primo, il peggio non è ancora arrivato e, secondo, l’impreparazione complessiva è visibilissima.

   La mia spiegazione non va in soccorso del governo, ma serve, confido, da un lato a capire meglio che cosa è successo, dall’altro, a ri-prepararci. L’Italia non se l’era cavata male nella prima ondata. Anzi, aveva dimostrato grandi capacità di reazione e di apprendimento. Alle soglie dell’estate arrivammo tutti tirando sospiri di sollievo, pronti a vacanze decenti che, infatti, molti riuscirono a fare. Alla fine dell’estate, anche se le preoccupazioni per le scuole e i trasporti esistevano, la maggioranza degli italiani nutriva aspettative positive. Sarebbero tornati al lavoro, la ripresa economica avrebbe riportato alla crescita. I fondi europei erano dietro l’angolo. A fronte di queste aspettative crescenti il ritorno virulento del Covid ha prodotto tremende frustrazioni soprattutto nei lavoratori autonomi, ristoratori e commercianti, partite IVA di ogni tipo che avevano fatto sacrifici mettendosi in regola per l’autunno. Ecco che la loro frustrazione si scatena, comprensibilmente, ma, quando tracima in violenze contro cose e persone, non giustificatamente. Per di più non si vede nessuna luce in fondo al tunnel. I provvedimenti del governo contenuti nei famigerati DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) sembrano essere solo tamponi (sì, uso deliberatamente questa parola) senza visione, non dico di lungo, ma neppure di medio termine. La forza di Conte dipende dalla irresistibile debolezza delle alternative e dall’impensabilità di una crisi di governo al buio, ma senza quello che i politici chiamano “cambio di passo”, soltanto qualche scoperta medica potrà alleviare, non risolvere, la situazione italiana.

Pubblicato AGL il 30 ottobre 2020

Conte e le critiche campate in aria

Non fanno un buon servizio alla comprensione della politica italiana tutti coloro che, un giorno sì e quello dopo anche, sottolineano la debolezza del governo Conte 2 e dello stesso Presidente del Consiglio, e annunciano, talvolta anche auspicandole, la sua prossima caduta e la sua immediata sostituzione. Non posseggo capacità divinatorie, ma sono convinto che qualsiasi discussione sulla politica che miri ad essere rilevante deve essere fondata sui fatti e sugli elementi disponibili, eventualmente anche per smentirli. Ne vedo quattro che mi paiono tutti molti rilevanti e solidi. Primo, sono oramai molti mesi che tutti i sondaggi segnalano qualcosa di inusitato. Tanto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte quanto il governo da lui presieduto godono di un alto livello di approvazione, superiore al 60 per cento e molto più elevato di qualsiasi governo precedente. Conte poi sopravanza personalmente di parecchio tutti gli altri leader politici italiani. Secondo, il Presidente del Consiglio (con il suo Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri) hanno acquisito un alto grado di credibilità nell’ambito dell’Unione Europea e delle sue autorità. Conte si è mostrato preparato e intransigente ed è stato premiato con il più cospicuo pacchetto di prestiti e sussidi accordato ai singoli paesi: 209 miliardi di Euro. Sulla sua capacità di impegnarli e spenderli presto e bene Conte ha opportunamente chiesto di essere valutato a tempo debito. In democrazia si fa proprio così. Terzo, per un paio di mesi, commentatori privi di fantasia hanno fatto circolare il nome di Mario Draghi come il più probabile successore di Conte, già pronto a subentrargli. Nessuno di loro è riuscito ad avere un’intervista con Draghi il quale si è guardato bene dal dichiararsi disponibile. Il grande banchiere sa che l’Italia è una “brutta gatta da pelare” ed è molto probabilmente consapevole che un conto è presiedere la Banca Centrale Europea un conto molto diverso essere catapultato in un sistema politico non possedendo potere politico proprio. Gli altri nomi menzionati, tutti di caratura inferiore a quella di Draghi, costituivano un elenco di uomini (neppure un donna!) noti, ma nulla più. Quarto, anche se ripetutamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato l’importanza quasi assoluta della stabilità di governo e della continuità della sua azione, quirinalisti e retroscenisti lasciavano trapelare (o si inventavano) una qualche insoddisfazione del Quirinale nei confronti di Palazzo Chigi. Al contrario, esistono molte dichiarazioni di Mattarella che debbono essere interpretate nel senso di una sua grande contrarietà a qualsiasi crisi di governo. Il Presidente della Repubblica non si allontana dalla convinzione che il governo in carica ha l’obbligo politico di formulare i progetti indispensabili per usufruire dei fondi europei ed è il meglio attrezzato a farlo. Le critiche giornalistiche e politiche a Conte continueranno. Sarebbero meno campate in aria se tenessero conto di qualche fatto.

Pubblicato AGL il 30 settembre 2020

Conte fa bene a tacere. Invece, che dice Draghi? @fattoquotidiano

La riduzione del numero dei parlamentari è stata approvata da maggioranze molto ampie sia per convinzione sia per opportunismo. Se verrà confermata dal referendum, dovrà essere giustamente interpretata come una vittoria dei Cinque Stelle (meglio senza balli da balconi). Se gli elettori la casseranno non sarà una sconfitta del governo giallo-rosso e neppure una delegittimazione del Parlamento in quanto tale, ma un segno di sfiducia nei parlamentari che quella riforma votarono senza torcersi il collo. Che il Presidente del Consiglio Conte non si esprima né in un modo né nell’altro è un segno di rispetto della decisione del Parlamento. La riduzione non è una riforma del governo. Anzi, in generale, le riforme costituzionali dovrebbero sempre essere ascritte al Parlamento. Quando le fa e le impone un governo ne seguono distorsioni partigiane, come per la riforma a opera della maggioranza di centro destra nel 2005 e come per il quasi plebiscitarismo di Matteo Renzi nel 2016. Conte ha, non il diritto, ma la facoltà di non impegnare nel voto referendario né se stesso né la sua maggioranza. La controprova è che se si esprimesse ne conseguirebbero critiche immediate e copiose sulla sua, ovviamente definita grave, ingerenza. Qualsiasi riforma della Costituzione riguarda tanto i legittimi rappresentanti del “popolo” quanto gli elettori i quali, grazie alla saggezza dei Costituenti che, non reputando infallibili e impeccabili i parlamentari, formularono l’articolo 138 che disciplina il referendum costituzionale. Avete un bel chiamarlo “confermativo”, aggettivo che non si trova nella Costituzione. L’esito potrà anche essere tale, ma più correttamente questo tipo di referendum meriterebbe l’aggettivo “oppositivo”. La riforma c’è. Si mobiliti e vada a votare, non c’è quorum, chi a quella riforma si oppone.

Tuttavia, Conte non può stare tranquillo. Anzi, sostengono tutti coloro che lo hanno accusato di iperpresidenzialismo e di volere inaugurare una deriva autoritaria, neppure doveva andare in vacanza. Certo, dovrebbe esprimersi un po’ su tutto, a cominciare dalla scuola e dai trasporti. Noi sappiamo che con qualche sua dichiarazione tempestiva avrebbe potuto impedire il Covid-19 nelle discoteche, a cominciare da quella che ci sta più a cuore: il Billionaire. Adesso, Conte è giustamente in declino di popolarità. Secondo Diamanti, che dovrebbe essere un po’ più raffinato nell’interpretazione, Conte è in picchiata, sceso da 65 (quota inusitata per i Presidenti del Consiglio italiani) a 60 punti di approvazione. Se non sente sul collo il fiato di Mario Draghi, giunto addirittura a 53 punti, glielo dicono i giornalisti. Quelli bravi, fra i giornalisti, aggiungono subito che oramai è quasi fatta: Conte sarà presto sostituito proprio dal Draghi. Qualcuno, specie fra gli studiosi di comunicazione, potrebbe fare notare che la popolarità di Draghi è rimbalzata, non tanto dopo il suo discorso al Meeting di Rimini (dove di discorsi di alto livello se ne sono ascoltati davvero pochi) quanto dalla eco che, in mancanza di meglio o semplicemente di altro, gli hanno dato i mass media.

All‘insegna del “farò soltanto debito buono” oppure citando un famoso proverbio di Francoforte “il debito buono caccia il debito cattivo”, SuperissimoMario si scalda dietro le quinte pronto a formare un governo? Come? Innestato sull’attuale maggioranza che dà il benservito a Conte, il più efficace punto di equilibrio fra i gialli e i rossicci (e fra l’Italia e l’Unione Europea)? Oppure dando vita nell’attuale parlamento ad un governo di unità nazionale che cozza contro tutte le, pur sbagliate, critiche del centro-destra che stigmatizza i governi “non votati dal popolo”? Comprensibilmente, Meloni si chiamerebbe subito fuori per granitica coerenza, per lucrare sulla inevitabile e giusta rendita di opposizione e per (ri)lanciare in suo non meglio precisato presidenzialismo. Nel frattempo, però, poiché il gossip domenicale non si ferma qui, è chiaro che da Mario Draghi vorremmo sapere non soltanto come investire nel Mezzogiorno, promuovere le donne, preparare un futuro migliore per i giovani (praticamente i punti deboli del consenso elettorale che il PCI sottolineava regolarmente), ma, soprattutto, come voterà al referendum costituzionale. Insomma, sarà anche bravo Draghi, ma il test, la cartina di tornasole è che lui dice sì o no, mentre il Conte tace. O tempora o mores.

Pubblicato il 1° settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano