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Il garantismo e l’etica che manca

Siamo tutti garantisti? No, in effetti, proprio no. Molti italiani pensano che ‘sta roba del garantismo sia l’ennesima trovata dei politici per difendere se stessi e i loro amici. Qualche volta quei politici sono anche disponibili a difendere gli amici dei loro avversari sperando che il favore venga prima o poi, meglio presto, restituito. Il che puntualmente avviene con i politici “in trincea” a respingere i magistrati e a contrattaccare. Trovano, anche qui uso il politichese, una sponda da parte dei troppi italiani che hanno avuto esperienze sgradevoli con la (lentezza della) giustizia, e quindi sono inclini ad attribuire tutte o quasi le responsabilità ai magistrati e vorrebbero fargliela pagare. Queste motivazioni incrociate, ciascuna contenente una parte, spesso piccola e variabile, di verità inquina oramai da quasi trent’anni i rapporti fra magistratura e politica, molto più che in qualsiasi altro paese europeo. Non mancano, ovviamente, episodi di politici europei accusati di misfatti e poi riabilitati. Sono, comunque, molto pochi di numero, ma come non rallegrarsi quando i magistrati riconoscono i loro errori magari grazie a prove sopraggiunte? In questi casi, la giustizia avrebbe davvero fatto, positivamente, il suo corso.

La differenza fra il caso italiano e la maggior parte degli altri paesi europei è che, raggiunti da un avviso di garanzia o strumento giudiziario simile, i politici europei quasi sempre lasciano il loro posto. In Italia, quando, ma è rarissimo, i politici inquisiti lasciano la carica che ricoprono, offrono come giustificazione il “potersi difendere meglio”. Ecco, questo è proprio il punto. Possiamo dedurne che i politici che rimangono ostinatamente nel loro seggio in Parlamento, nella loro carica di sottosegretario o ministro, lo facciano proprio perché grazie al potere che deriva dalle loro posizioni possono effettivamente “difendersi ‘molto’ meglio”? Il garantista non può davvero accettare che gli inquisiti e meno che mai i condannati in primo grado rimangano impunemente nelle loro cariche. Un conto è considerare innocenti fino alla sentenza definitiva gli inquisiti e i condannati in primo grado. Un conto molto diverso è consentire loro di trarre vantaggi, incommensurabili, dalle cariche che ricoprono. Qui, al garantismo sarebbe opportuno aggiungere qualcosa. La chiamerò deontologia, ma soltanto poiché etica suona al tempo stesso pomposa e troppo esigente.

Deontologia significa principi di comportamento ai quali attenersi, valori. Se c’è un po’ di etica in politica (ma anche in economia), coloro che operano nell’uno e nell’altro ambito sanno che esistono comportamenti semplicemente inaccettabili che, sosterrebbero gli anglosassoni (prima dell’avvento di Trump), non si fanno. Gli “avvisati” e gli inquisiti lasciano la carica, di partito o elettiva, si sospendono fino a quando saranno dichiarati non colpevoli. In questo modo non coinvolgono il loro partito e non gettano discredito sull’assemblea elettiva: parlamento, consigli regionali o municipali, di cui fanno parte. Con un codice di comportamento rigoroso si eviterebbero ipocrisie, diatribe, scambi di favori e, non da ultimo, situazioni nelle quali i famosi pesci grossi spesso la scampano e i piccoli vengono divorati. Conosco anche l’obiezione dei politici che parlano di magistrati che fanno politica e di giustizia a orologeria e che sostengono che è loro dovere rimanere nella carica alla quale sono stati eletti (in Italia dal 2006 a oggi “nominati”) da migliaia di cittadini ai quali danno rappresentanza politica. Allora, concludo, perché non prendere atto che per il sistema politico, per l’autonomia e dignità della politica, è di gran lunga preferibile, come pochissimi hanno fatto, che i politici si difendano, non dall‘eventuale processo, ma nell‘ancora più eventuale processo? Avvisati, inquisiti, condannati in primo grado: tutti da ritenersi non colpevoli fino alla sentenza definitiva, nessuno, però, in grado di usare la propria carica per difendere meglio se stesso, i suoi collaboratori, i suoi sponsor. Qui sta il “garantismo”, nel non fare un uso improprio del potere politico (e economico).

Pubblicato AGL il 15 luglio 2017

Caso Minzolini, se il voto dei senatori sta al di sopra delle leggi

Il voto della maggioranza dei senatori che hanno impedito la decadenza dalla carica del collega Augusto Minzolini, componente del gruppo parlamentare di Forza Italia, non deve essere derubricato ad un qualsiasi episodio di omertà a buon rendere. Non è stato soltanto la ripetizione di un fenomeno che viene da lontano e un segnale di quello che può ancora succedere in questa legislatura. Più o meno consapevolmente, con il loro voto, contorto quanto si vuole – favorevoli, contrari, assenti, usciti dall’aula-, i senatori hanno mandato un messaggio terribile, purtroppo non rilevato e non stigmatizzato da giornalisti e commentatori. Quando incappano nelle maglie della giustizia, i politici per lo più procedono a una sequela di frasi fatte tanto retoriche quanto ipocrite. Per loro, la giustizia è sempre a orologeria poiché cerca di influenzare l’andamento della politica. Nessuno che dica che la politica ha tempi non prevedibili cosicché i magistrati dovrebbero avere poteri quasi magici per arrivare puntuali. Poi, a seconda dei casi, i politici annunciano che gli “avvisati di garanzia” e gli indagati sono innocenti fino alla condanna, cosa che non dovrebbe automaticamente significare che possono restare nella loro carica come se non fosse successo niente. Non c’è da stupirsi se i rari casi in cui gli inquisiti si sono dimessi vengono ricordati da tutti. Segue, naturalmente, la solenne dichiarazione di fiducia nella giustizia. La conclusione consiste nell’unanime invito alla magistratura a fare il suo corso. Quando, però, come in questo caso, la condanna di Minzolini per “peculato continuato” è definitiva, troppi parlamentari s’affannano a non darle seguito.

Secondo la legge che porta il nome di Paola Severino, competente ministro della Giustizia del governo Monti, il condannato in via definitiva decade, com’è già avvenuto con Silvio Berlusconi, dalla sua carica. I Senatori avrebbero semplicemente dovuto rispettare e ratificare quanto deciso dai giudici. Il loro voto di salvataggio ha una valenza grave e implicazioni preoccupanti. In estrema sintesi, un certo numero di rappresentanti del popolo ha deciso che le leggi della Repubblica possono essere disattese e che il loro voto deve contare più delle sentenze emesse dai tribunali italiani. Invece, le leggi debbono essere pienamente osservate e rigorosamente applicate. Qualora i parlamentari ritengano che una legge sia sbagliata, pericolosa, controproducente, essi hanno non soltanto il potere, ma il dovere di cambiarla, se non, addirittura di abolirla, mai di disattenderla né di violarla, nella lettera e nello spirito.

Con il loro voto i senatori “assolutori” di Minzolini hanno anche comunicato qualcosa che ha regolarmente fatto parte del bagaglio di espressioni e valutazione di Berlusconi. Il voto degli eletti dal popolo si colloca al di sopra delle leggi. Però, poiché la legge elettorale vigente nel 2013 contemplava liste bloccate (delle quali neppure la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum ha imposto l’abolizione), nessuno dei senatori è stato “eletto dal popolo”, tutti sono stati nominati dai capi dei loro partiti e a quei capipartito continuano a rispondere. I senatori hanno anche finito per dire che la magistratura deve essere subordinata alla politica e al parlamento, E’ un’affermazione chiaramente, totalmente, irrimediabilmente populista poiché, nelle democrazie, sono i cittadini e i parlamentari a essere subordinati alle leggi. Nel caso di reati, la magistratura ne valuta la sussistenza e procede a giudicare gli accusati proprio “in nome del popolo”. Ponendo il popolo che loro presumono di rappresentare al di sopra delle leggi, i senatori hanno introdotto il virus populista nel funzionamento e nei rapporti fra le istituzioni. Un brutto piano inclinato.

Pubblicato AGL il 21 marzo 2017 

La giustizia e la necessità di un’etica

No, se Tiziano Renzi è colpevole di “traffico di influenze e altro”, non merita nessuna “pena doppia”, come ha dichiarato suo figlio Matteo, ma, semplicemente, la pena giusta. Neppure un cosiddetto giustizialista arriverebbe a raddoppiare la pena per associazione familiare. Tuttavia, se la moglie di Cesare deve essere al disopra di ogni sospetto che cosa dire e fare quando molto più che un sospetto riguarda il papà di Matteo? Il caso è serio poiché è molto probabile che chi trafficava per ottenere influenze lo facesse perché Tiziano poteva facilmente parlare con il figlio titolare di cariche politiche importanti. Nel frattempo, da parte di coloro che si definiscono garantisti, ma sono sostanzialmente degli attendisti, rifioccano le accuse di giustizia a orologeria che starebbe ticchettando per influenzare l’elezione del prossimo segretario del Partito Democratico. Bisognerebbe attendere che cosa: l’avviso di garanzia? Il rinvio a giudizio? La sentenza di primo grado? Chi ha potere politico come, nel caso delle indagini in corso, l’ex-sottosegretario del Presidente del Consiglio Renzi e attuale Ministro dello Sport, Luca Lotti, deve conservarlo fino a quale momento?

Nella situazione italiana non esiste nessun accordo sui tempi e sui modi tranne che sarebbe opportuno non consentire alla magistratura, toghe rosse o no, di influenzare, se non addirittura, di determinare, la vita politica (o dei politici?). Una modesta dose di accordo dovrebbe, invece, essere raggiunta sul considerare i detentori del potere politico secondo criteri diversi da quelli applicati ai comuni cittadini. Forse se, in maniera più o meno artificiale o deliberata, si facesse meno confusione, se non si sollevassero polveroni, se quelli del PD non dicessero a quelli del Movimento Cinque Stelle di guardare in casa loro, cosa che non assolve comunque gli esponenti del PD dalle loro eventuali responsabilità, ci si potrebbe porre il problema relativo a quali comportamenti dei politici che, pur non essendo reati, non sono accettabili. Insomma, a quale etica dovrebbero ispirarsi e attenersi i politici e con quali criteri dovrebbero i cittadini elettori valutarne i comportamenti nella zona grigia tra uso improprio dell’influenza politica e vero e proprio reato?

Nella cultura anglosassone un tempo valeva il principio che “ci sono cose che semplicemente non si fanno”. Questo principio è sicuramente tuttora applicato nei paesi nordici, Scandinavia e Germania. Ma quali sono le cose che non si debbono fare, quelle che attengono più alla coscienza dei singoli che ai codici penali? Pur essendo impossibile codificare una etica della politica valida per tutti i tempi, per tutti i luoghi, per tutte le circostanze, alcuni suoi elementi sono sufficientemente chiari. Non agire nell’interesse privato/personale, meno che mai contro l’interesse pubblico/generale, deve, ovviamente, essere il principio dominante. Esibire la massima trasparenza nei comportamenti che portano a decisioni politiche, come, per esempio, le nomine a cariche e gli appalti. Accettare pienamente senza eccezione alcuna la responsabilità di tutto quello che succede nel settore di competenza di ciascun politico. La sospensione da una carica e, spesso, anche le dimissioni, senza accompagnarle con frasi ipocrite “per una miglior difesa”, “affinché la giustizia faccia il suo corso”, meno che mai “per non creare danni al partito”, sono pratiche raccomandabili, eticamente consigliabili. Meglio, naturalmente, se sospensioni e dimissioni sono indirizzate a non danneggiare il funzionamento del governo e la qualità della democrazia. Il resto è affidato alla sensibilità e alla coscienza dei singoli nonché alle pressioni di una società che sia davvero civile.

Pubblicato AGL 6 marzo 2016