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La democrazia italiana non è diventata il regno dell’irresponsabilità @DomaniGiornale

L’accountability è una virtù doppiamente democratica. Riguarda governanti e rappresentanti che dovranno rendere conto di quello che hanno fatto, non fatto, fatto male ai cittadini e, in senso più lato, alla pluralità di gruppi esistenti nel regime democratico. Riguarda gli elettori che sanno di avere nelle loro mani lo strumento, il voto, per punire e premiare periodicamente i rappresentanti e i governanti -meglio quando la legge elettorale conferisce agli elettori potere vero. Oltre a elezioni libere e eque (fair), una democrazia ha come caratteristica cruciale del suo funzionamento la possibilità di correggere costantemente i suoi errori. L’alternanza fra coalizioni al governo, pur non frequentissima, è la più visibile e più efficace delle correzioni. Però, più frequentemente sono i governanti che si sentono obbligati a rivedere le loro politiche, a riformare le loro riforme, a cambiare i loro comportamenti sotto le pressioni congiunte oppure no delle opposizioni e dell’opinione pubblica. Questo meccanismo complessivo di accountability è sempre significativamente all’opera quando il tempo è buono, ovvero in condizioni normali. Funziona anche in tempi di crisi, di emergenza, di pandemia? Prima i dati, poi le valutazioni.

Della Cina non-democratica non è il caso di parlare salvo notare che si sono avuti mugugni, rilevati dagli esperti, diretti contro la leadership del Partito comunista, locale e nazionale. Di più era difficile attendersi. Quel che può maggiormente sorprendere è che in nessun regime democratico i capi di governo sono stati sostituiti in quest’anno di pandemia. Qualche raro ministro ha perso il posto, ma non necessariamente per la sua mala gestione della pandemia. Eppure, un po’ dappertutto si sono levate critiche e un po’ dappertutto, più in Italia che altrove, le opposizioni hanno criticato i rispettivi governi e hanno formulato proposte non sempre realistiche e credibili. Potremmo spiegare la persistenza dei governi con un motivo importantissimo. Gli elettori pensano che nelle crisi, quando la barca è sballottata da onde altissime, quando il mare rimane procelloso e la riva non sembra vicina, meglio non cambiare il timoniere. Sarebbe un’operazione rischiosa non destinata con certezza a stabilizzare la navigazione. Ma, allora ai governanti, consapevoli dell’esistenza di questo sentimento nell’opinione pubblica, è concesso tutto, forse troppo?

Il quesito riguarda qualsiasi governo, nel nostro caso il governo Conte e i suoi ministri, ma anche la democrazia stessa, il suo funzionamento, la sua capacità di attivare e fare valere il meccanismo della accountability, della responsabilizzazione. Certo, vedremo all’opera quel meccanismo in occasione delle elezioni politiche prossime venture. Ė anche possibile sostenere che gli elettori hanno avuto la possibilità di attivarlo in maniera indiretta nelle elezioni regionali e amministrative. Oserei aggiungere persino che qualche ministro e, almeno in parte, il Presidente del Consiglio hanno frequentemente riveduto, ritoccato, ridefinito le loro posizioni e le loro politiche. Paradossalmente, invece di dare valore positivo a questi cambiamenti, le opposizioni e i critici li hanno attribuiti ad una mancanza di visione del governo, a non avere e non sapere tenere, ritorno alla metafora marinara, dritta la barra. Sia come sia, la virtù democratica dell’accountability sembra non trovare il modo di essere attivata e manifestarsi in pratica. Il capo del governo Conte procede con i suoi DPCM che, però, con buona pace dei critici, sono espressione della maggioranza, dunque, non un modo per esibire potere personale a scapito dei partiti che lo sostengono. Inoltre, quei DPCM spesso correggono politiche precedenti e, dunque, azzardo, sono influenzati dalla consapevolezza di dovere rendere conto del fatto, non fatto, fatto male. Forse qualcuno vorrebbe di più, non certo, mi auguro, un processo al passato di cui il Presidente del Consiglio non è minimamente responsabile. Mi sento giustificato nel concludere che l’accountability è, seppure in maniera limitata e compressa, all’opera. Il bilancio complessivo e conclusivo arriverà quando si terranno le elezioni politiche. Per il momento, possiamo, per l’appunto sospendere il giudizio e, volendo, manifestare la nostra insoddisfazione. Tuttavia, nessuno è giustificato nell’affermare che l’accountability non abita più nella democrazia italiana. 

Pubblicato il 12 novembre 2020 su Domani

Il dopo referendum – E ora il potere torni agli elettori

Quali sono le conseguenze del referendum costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari? Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino*, docente di Scienza politica, una riflessione intorno alle decisioni politico-istituzionali necessarie per riconsegnare ai cittadini il potere di scelta dei rappresentanti.

da LiberEtà novembre 2020 (pp. 24-27)

Il risultato del referendum del 20 e 21 settembre segna una tappa, a mio parere, non gloriosa, dell’antiparlamentarismo strisciante italiano la cui bandiera è stata sventolata dal Movimento 5 Stelle. Al tempo stesso, potrebbe diventare l’inizio di un processo riformatore indefinito nella quantità di riforme elettorali e istituzionali e nella sua qualità. Tuttavia, non è affatto scontato che quello che si prospetta di fare sia preferibile a quello che già sta scritto nella Costituzione e che condurrà a migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e della qualità della democrazia. Significativamente ridimensionati, i parlamentari italiani avranno certamente delle difficoltà sui due versanti nei quali esplicano i loro compiti essenziali che, in una democrazia parlamentare, sono due: dare rappresentanza politica ai cittadini e controllare l’operato del governo.

Sul primo versante, il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, il Partito Democratico hanno annunciato il loro impegno alla formulazione di una nuova legge elettorale di tipo proporzionale. Poiché di leggi proporzionali ne esistono numerose varianti, sarebbe opportuno porre, come direbbero i poco fantasiosi politici, dei paletti. Al di là della formula prescelta, la nuova legge dovrebbe consentire l’espressione di un voto di preferenza e non dovrebbe contenere la possibilità di candidature multiple. Il criterio ispiratore deve essere quello del potere degli elettori. La vigente legge elettorale tedesca, se presa nella sua integrità, risponde a questi requisiti. Quanto al controllo che i parlamentari ridotti di un terzo riusciranno ad esercitare sul governo, non per paralizzarlo, ma per evitarne eccessi e errori, sembra che i revisionisti costituzionale si siano messi sulla strada, anch’essa tedesca, del voto di sfiducia costruttivo. Bene, ma bisognerebbe evitare la eccessiva emanazione di decreti legge sui quali il governo pone la fiducia rendendo impossibile in questo modo non soltanto all’opposizione, ma alla sua stessa maggioranza, qualsiasi miglioramento dei contenuti del decreto.

L’inevitabile tecnicismo delle revisioni costituzionali (e dei regolamenti parlamentari) non deve fare passare in secondo piano i problemi politici contemporanei che inevitabilmente incideranno sulle soluzioni di cui si discute e sull’evoluzione a breve e a lungo termine della vita politica italiana. Insieme alla vittoria referendaria, il Movimento Cinque Stelle ha dovuto registrare un suo serio declino elettorale in tutte le regioni nelle quali si è votato. Continuo a pensare che il voto “politico” delle Cinque Stelle potrà comunque essere superiore al 10 per cento, ma la caduta attuale è preoccupante per il loro futuro e, in una (in)certa misura, per il futuro del governo e del sistema politico. Infatti, anche se il Partito Democratico ha ottenuto buoni risultati in tre importanti regioni, le sue percentuali, poco sopra il 20 percento, continuano ad essere insufficienti a garantire qualsiasi vittoria nazionale prossima ventura. Il PD avrà sempre bisogno di alleati anche qualora riuscisse a delineare un suo “campo largo”. Di qui la proposta di un’alleanza organica con le Cinque Stelle che, però, primo, potrebbe non essere affatto numericamente sufficiente; secondo, al momento non sembra politicamente accettabile ad una parte consistente, peraltro non maggioritaria, degli aderenti pentastellati.

   In verità, il governo Conte trae la sua forza dalla popolarità del Presidente del Consiglio il cui operato è apprezzato giustamente da più del 60 per cento degli elettori, per quanto criticato, a mio parere con incomprensibile faziosità e pochezza di argomenti, da “Repubblica” e dal “Corriere della Sera” nonché, ovviamente, dalla stampa di destra. È soprattutto grazie alla intransigenza e alla credibilità di Conte e, in misura leggermente inferiore, del Ministro Gualtieri e del Commissario Gentiloni che l’Italia ha ottenuto dalla Commissione Europea un pacchetto di prestiti e di sussidi di gran lunga superiore a quello di tutti gli altri paesi. Adesso, come giustamente dichiarato da Conte stesso, bisognerà riuscire e spenderli presto e bene su progetti nel solco delle direttive europee per digitalizzare l’Italia, farne un’economia verde, con trasformazioni strutturali nella sanità, nella scuola e nella amministrazione della giustizia. I rapporti con l’Unione Europea sono e possono rimanere il punto di forza di Conte e del suo governo al tempo stesso che sono il vero tallone d’Achille dell’opposizione di centro-destra.

Nessuno può immaginare neppure per un momento che un governo sovranista Salvini-Meloni, o viceversa, sarebbe stato e sarà in grado di negoziare efficacemente con gli europeisti. Al contrario. Naturalmente, se il governo Conte riuscirà a trasformare l’Italia è possibile che il futuro politico-elettorale del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle riservi sorprese positive. Al momento, però, anche se è possibile vedere non pochi scricchiolii in quella che sembrava la potente macchina da guerra di Salvini e della Lega, è indubbio che il centro-destra continua ad essere numericamente e percentualmente più forte del centro-sinistra nelle sue varie articolazioni.

   Né le revisioni costituzionali né le alleanze fra partiti possono fare dimenticare quello che, a mio parere, è il vero problema italiano a partire dal crollo del muro di Berlino: la debolezza dei partiti e la disgregazione del sistema dei partiti. Partiti nascono, si trasformano, s’indeboliscono, illudono gli elettori, diventano irrilevanti. Non consentono progetti e azioni di governo di un qualche respiro. Inevitabilmente, gli elettori cambiano i loro comportamenti di voto contribuendo a vittorie improvvis/ate e a declini bruschi. C’è un senso di precarietà nella politica italiana alla quale, per fortuna, anche per la dura della loro carica, si sono contrapposti i Presidenti della Repubblica: Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. Ecco perché l’elezione del successore di Mattarella all’inizio del 2022 sarà particolarmente importante. Ecco perché i Cinque Stelle e il PD non debbono bruciare la grande opportunità che si offre loro.

*Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna. Il suo volume più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020).

Conte deve rispondere ai dubbi sulla efficacia del governo @DomaniGiornale

È lecito avere delle differenze d’opinione, anche forti, su quello che il governo fa e non fa, purché le critiche siano argomentate e le controproposte risultino dotate di un minimo di adeguatezza. Più preoccupante è la situazione quando le differenze d’opinione fanno la loro comparsa all’interno della stessa compagine governativa e nei suoi dintorni, per esempio, nei gruppi parlamentari che quel governo dovrebbero sostenere nella sua azione. Troppi commentatori sembrano essersi abituati a guardare quasi esclusivamente al Presidente del Consiglio, con suo grande compiacimento, oppure a quello che succede soprattutto nella galassia del Movimento 5 Stelle, senza riuscire a offrire una sintesi equilibrata.

   Naturalmente, anche in altre democrazie, dove pure il capo dell’esecutivo dispone di notevoli poteri e visibilità politica appaiono dissensi, ma, alla fine, quel capo, anche in versione femminile, è agli occhi di (quasi) tutti considerato il decision-maker in chief. Dagli USA presidenziali, alla Francia semipresidenziale, alla Gran Bretagna del Primo Ministro, alla Germania della Cancelliera, non mancano prese di distanza, ma la responsabilità delle scelte è chiaramente attribuita al capo dell’esecutivo e i dissensi tacciono.

   Da qualche tempo, in Italia, la situazione sembra piuttosto diversa. In verità, i malumori per i DPCM hanno una storia relativamente lunga anche se vedere Giuseppe Conte come despota con propensioni autoritarie mi è sempre sembrata un’assurdità più che una semplice esagerazione. Non era, forse, soltanto l’urgenza che motivava quei DPCM, ma qualcosa che Conte conosceva meglio di altri ovvero la pluralità di preferenze nella sua maggioranza che soltanto lui poteva ricomporre in quei DPCM. Con successo, fino a tempi recenti. La seconda ondata, prevedibile e prevista, anche se non con questa impennata e con questa gravità, sembra avere scosso in maniera più scomposta la maggioranza, accrescendo le differenze di opinioni, non tutte “legittime”, e soluzioni.

   Sarebbe sicuramente eccessivo parlare di “guerra di tutti contro tutti”, ma hanno fatto la loro comparsa malumori diffusi che riguardano non solo e non tanto le misure prese, ma coloro che hanno preso o debbono prendere quelle misure. Non sta a me giudicare quanto Andrea Marcucci, capo del gruppo dei senatori PD, sia o voglia essere la quinta colonna di Italia Viva e di Renzi, ma la sua richiesta, poi goffamente ridimensionata, di rimpasto è assolutamente emblematica del momento. È anche un colpo al Presidente del Consiglio e ai Cinque Stelle che si erano già espressi contro questa ipotesi/necessità. Ha dovuto essere immediatamente respinta da Zingaretti, mentre non pochi dirigenti del PD sembrano alquanto inclini ad intrattenerla. Lascio approfondimenti e seguito ai più o meno autorevoli retroscenisti ai quali, peraltro, continuerò a rivolgere i miei strali quando, vale a dire molto/troppo spesso, sovrappongono le loro preferenze politiche al racconto di quanto avviene dietro la scena.

   Il punto di sostanza è chiaro. Esiste ancora sufficiente compattezza nella maggioranza che sostiene il Presidente del Consiglio Conte per affrontare le prossime settimane che si annunciano durissime, forse drammatiche? Hanno Conte e i suoi ministri sufficiente fiducia nell’operato di ciascuno dei ministri e di tutti? Sono e si ritengono in grado di moltiplicare le loro energie, di fare appello a nuove risorse, di giungere ad un livello più alto di competenza e di impegno? Oppure la loro persistenza in carica discende sostanzialmente dalla convinzione che questo è, nonostante qualche debolezza di qualche ministro/a il migliore dei governi possibili e/o, dall’altro, dalla preoccupazione che qualsiasi mutamento nella compagine ministeriale destabilizzerebbe in maniera irrimediabile il governo tutto, al limite, persino lo stesso Presidente del Consiglio e che, pertanto, non bisogna neppure discuterne?    Purtroppo, per Conte e il suo governo, il problema è che già se ne discute e che, in effetti, automaticamente la discussione indebolisce il governo, brucia energie, mina l’azione. Alcuni, come il direttore del Domani, pensano e scrivono che è indispensabile un vero e proprio cambio di governo, a cominciare dal capo del governo. Altri, cerco di coinvolgere qualche potenziale sostenitore, affermano che, primo, dovrebbe essere lo stesso Presidente del Consiglio a prendere atto che per ridare slancio al governo un rimpasto può essere molto utile e, di conseguenza, secondo, chiedere ai capi dei partiti che fanno parte della maggioranza la loro disponibilità ad un rimpasto “guidato. È uno schema da “vecchia” Repubblica? No, è semplicemente un modo, forse il migliore, per ridare smalto e slancio all’azione del governo.

Pubblicato il 1° novembre 2020 su Domani

Gli scricchiolii e l’orecchio di Conte

Appoggiando l’orecchio sul terreno, si sentono scricchiolii che toccano il governo Conte e lo stesso Presidente del Consiglio. Leggendo quasi tutti i quotidiani, ad eccezione de “Il Fatto Quotidiano”, e guardando i telegiornali, è facile vedere che le critiche a Conte superano di gran lunga i giudizi, non dico favorevoli, ma giustificativi. Il numero quotidiano dei contagiati sta lì a indicare, secondo molti, che il governo Conte, pur consapevole della alta probabilità di una seconda ondata del Covid, non ha saputo prepararsi per tempo. Per quanto insistentemente e, a mio parere, esageratamente criticata, il Ministro dell’Istruzione Azzolina ha ceduto il ruolo di capro espiatorio al Ministro dei Trasporti Paola De Micheli. Nelle scuole di ogni ordine e grado i contagi sono stati pochissimi, mentre i trasporti nelle grandi città, a cominciare da Milano e Napoli si sono rivelati grandemente insufficienti e notevoli veicoli di contagi. Comunque sia, la situazione è oggi molto grave. Vero è che Spagna, Gran Bretagna e soprattutto la Francia sono messe molto peggio, ma la valutazione negativa degli italiani non può essere addolcita da qualsiasi proverbio: mal comune mezzo gaudio. Non è in nessun modo possibile “gioire” anche perché, primo, il peggio non è ancora arrivato e, secondo, l’impreparazione complessiva è visibilissima.

   La mia spiegazione non va in soccorso del governo, ma serve, confido, da un lato a capire meglio che cosa è successo, dall’altro, a ri-prepararci. L’Italia non se l’era cavata male nella prima ondata. Anzi, aveva dimostrato grandi capacità di reazione e di apprendimento. Alle soglie dell’estate arrivammo tutti tirando sospiri di sollievo, pronti a vacanze decenti che, infatti, molti riuscirono a fare. Alla fine dell’estate, anche se le preoccupazioni per le scuole e i trasporti esistevano, la maggioranza degli italiani nutriva aspettative positive. Sarebbero tornati al lavoro, la ripresa economica avrebbe riportato alla crescita. I fondi europei erano dietro l’angolo. A fronte di queste aspettative crescenti il ritorno virulento del Covid ha prodotto tremende frustrazioni soprattutto nei lavoratori autonomi, ristoratori e commercianti, partite IVA di ogni tipo che avevano fatto sacrifici mettendosi in regola per l’autunno. Ecco che la loro frustrazione si scatena, comprensibilmente, ma, quando tracima in violenze contro cose e persone, non giustificatamente. Per di più non si vede nessuna luce in fondo al tunnel. I provvedimenti del governo contenuti nei famigerati DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) sembrano essere solo tamponi (sì, uso deliberatamente questa parola) senza visione, non dico di lungo, ma neppure di medio termine. La forza di Conte dipende dalla irresistibile debolezza delle alternative e dall’impensabilità di una crisi di governo al buio, ma senza quello che i politici chiamano “cambio di passo”, soltanto qualche scoperta medica potrà alleviare, non risolvere, la situazione italiana.

Pubblicato AGL il 30 ottobre 2020

Basta soluzioni tampone, serve una road map del Covid. La lezione di Pasquino @formichenews

Dopo il ripetuto ricorso ai Dpcm, una discussione parlamentare sarebbe utile per migliorare e affinare le decisioni prese. Soprattutto, vorrei che tanto il governo quanto l’opposizione si esercitassero a individuare le tappe e i passaggi attraverso i quali evolverà il Covid. Il commento di Gianfranco Pasquino

Il dilemma è drammatico: chiudere le attività economiche per salvare vite, ma impoverendo tremendamente milioni di italiani oppure lasciare aperte moltissime attività ponendo a rischio contagio, con un numero di vittime già quantificabile, ampi settori della popolazione italiana? Per dare una risposta a questo dilemma è anche possibile, forse consigliabile guardare le decisioni prese altrove. Certo, non siamo un’isola con circa sei milioni di abitanti come la Nuova Zelanda. Non è possibile sigillare l’Italia. La lezione asiatica, Corea del Sud, Giappone, Taiwan (due di questi paesi sono isole), non l’abbiamo studiata, ma è molto plausibile che il loro successo dipenda da tratti culturali distanti da quelli degli italiani e da comportamenti che abbiamo già capito non sapremmo imitare e praticare. Degli altri paesi europei, a giudicare dai numeri, solo la Germania ha fatto meglio. Il governo Conte ha trovato qualche insegnamento in quell’esperienza?

In tutte le democrazie i governi debbono essere costantemente sotto la lente dell’opinione pubblica, anche quella delle opposizioni. È imperativo che giustifichino le decisioni che prendono e quelle che evitano. Hanno l’obbligo di spiegare tempi, modi, conseguenze di quelle decisioni. Non sono affatto sicuro che al dilemma che ho posto all’inizio la risposta migliore stia nel mezzo. No, in medio non stat virtus. Suggerirei alle opposizioni che le critiche più efficaci non sono quelle formulate alzando la voce e che si traducono in “un po’ più di questo (orari di apertura e soldi)” “un po’ meno di quest’altro (meno didattica a distanza)”. E non consistono mai nel condonare il “disagio” che si traduce in disordini, saccheggi, violenza organizzata che chiaramente è del tutto controproducente. Sono convinto che, da un lato, il capo del governo ha la facoltà di emanare i famigerati DPCM per comprensibili ragioni di urgenza e di necessità. Dopo il ripetuto ricorso a questo strumento ho, però, maturato l’opinione che una discussione parlamentare sia utile per migliorare e affinare le decisioni prese. Soprattutto, vorrei che tanto il governo quanto l’opposizione si esercitassero a individuare le tappe e i passaggi attraverso i quali evolverà il Covid. Però, non vedo come questo compito sarebbe meglio svoto da un governo di larghe intese, che non si è formato sulla spinta del Covid in nessuna democrazia (la Grande Coalizione tedesca è nata prima del Covid)

Nessun governo democratico è finora caduto a causa del Covid. Neppure Trump potrà e, forse, neanche sarà in grado di giustificare la sua sconfitta come esito di una malattia trascurabile, poco più di un’influenza. Nelle attuali condizioni in Italia non è pensabile un altro governo né è minimamente plausibile andare alle urne. Proprio per questo è lecito pretendere che il governo Conte non navighi a vista limitandosi alla formulazione di soluzioni tampone (sì, desidero proprio usare questa parola) soluzioni che non è in grado di argomentare motivatamente e giustificare convincentemente. Last, ma tutt’altro che least, e non è un’altra cosa, il governo dovrebbe stare approntando i progetti, tempi, contenuti, costi, indispensabili a ottenere gli ingenti fondi del programma Next Generation EU. Sarebbe utile che, lo dirò con il massimo di retorica disponibile, il paese venisse informato. Donne e uomini informati mezzo salvati.

Pubblicato il 26 ottobre 2020 su formiche.net

Conte e i “finti” trionfalismi. Non c’è mai fine per i disfattisti @fattoquotidiano

Ci sono due modi, entrambi enormemente sbagliati, di interpretare l’esito della riunione del Consiglio dei capi di governo degli Stati-membri dell’Unione Europea tenutasi dal 17 al 20 luglio. Il primo è quello di chiedersi “chi ha vinto?” e “chi ha perso?” Il secondo è quello di preoccuparsi dei “trionfalismi” dei “vincitori” italiani invece di occuparsi di quello che, da adesso subito, l’Italia e gli italiani, non soltanto il governo Conte debbono fare per utilizzare al meglio 209 miliardi di Euro (che non c’entrano nulla, come sostiene Salvini, con il MES).

In una Unione politica che si muove in direzione federale è sempre difficile, ma spesso assolutamente fuori luogo, separare vincitori e vinti, ma, fra i vincitori desidero mettere, senza fare una graduatoria: Ursula von der Leyen e l’intera Commissione da lei presieduta; Charles Michel e Angela Merkel perché se lo meritano. È proprio vero che, per lo più, si vince tutti insieme e il conto delle eventuali sconfitte ricade su di tutti, qualche volta maggiormente sui più deboli. Nel caso dell’Unione Europea, facendo un paio di semplicissimi elementari conti dovremmo affermare che l’Italia, avendo ottenuto più Euro di tutti, ha sicuramente vinto. Però, i sedicenti “frugali” non hanno perso visto che riceveranno rimborsi non marginali, anche se, nel complesso, ammontano all’incirca un decimo dei fondi assegnati all’Italia. L’Unione ha vinto poiché ha dimostrato di sapere decidere e di riuscire a farlo con un metodo democratico, aspetti ai quali gli eurocritici avevano indirizzato tutte le loro fosche previsioni. L’Unione ha vinto poiché è stata respinta la pretesa olandese di godere di un potere di veto. L’Unione ha vinto perché ha creato un significativo precedente di condivisione e solidarietà rispetto al quale è assai improbabile si possa tornare indietro. Anzi, ai commentatori di varia provenienza e scarsa competenza, si potrebbe ricordare che, anche quando nel passato le decisioni non furono ugualmente nette e quantificabili, il metodo operativo dell’Unione consentiva comunque passi avanti più o meno piccoli. L’Unione non è mai stata ferma.

Credo che sia profondamente ingiusto e sostanzialmente inutile confondere la legittima soddisfazione del Presidente del Consiglio Conte (del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e della coalizione di governo meno sfrangiata del solito) con un non meglio specificato trionfalismo. Sono gli stessi commentatori che per settimane avevano scritto che l’Italia non avrebbe ottenuto quello che voleva, i quali, invece, di giustificarsi per i loro errori, non da menagramo, ma da incompetenti, spostano il tiro sui problemi da affrontare ora subito. Alcuni, poi, hanno immediatamente ricominciato il gioco davvero fastidioso, talvolta irritante, della sostituzione più o meno imminente del Presidente del Consiglio.

Non sarà facilissimo predisporre programmi seri di investimenti cospicui nei settori che la Commissione privilegia, soprattutto economia verde e digitale. Pertanto, sarebbe opportuna una apertura di credito a Conte e ai suoi ministri al tempo stesso che si formulano suggerimenti, non vaghi, ma operativi: settori, interventi, tempi, costi. Comunque, l’eventuale non provato trionfalismo dei governanti italiani non può venire contrastato dal disfattismo dei commentatori (e di alcune delle opposizioni). Forse è anche lo stato del dibattito pubblico italiano che sconcerta tanto i governanti quanto gli osservatori degli altri Stati-membri dell’UE. Probabilmente, Conte ha ottenuto più di quel che desiderava anche perché, con qualche sorpresa da parte di alcuni altri capi di governo, è rimasto fermo sulle sue posizioni, con intransigenza, dimostrando di essere credibile e quindi affidabile. Il futuro prossimo dirà il resto.

Pubblicato il 23 luglio 2020 su Il Fatto Quotidiano

Regionali, cosa mi aspetto dai candidati. Scrive il prof. Pasquino @formichenews

Chi vuole uno Stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Il commento di Gianfranco Pasquino

Mi pare sia già cominciata in tutte le regioni che voteranno, se confermato, il 20 settembre, una articolata e approfondita riflessione sui temi della campagna elettorale al tempo del Covid-19. Gli acutissimi retroscenisti del Corriere della Sera e de Il Giornale e gli austeri (sic) commentatori de La Stampa e di Repubblica hanno smesso di annunciare la fine del governo Conte. Si sono dedicati da par loro, o mi sbaglio?, a sollecitare i Presidenti che si ricandidano e i loro sfidanti che, come minimo, delineino un progetto di regione. Par condicio: infatti, non c’è nessuna ragione per essere meno esigenti con le autorità regionali di quello che si chiede a Conte e al suo governo. D’altronde, se, finalmente, a livello nazionale, qualcuno, sarà forse proprio il presidente Conte, fra una conferenza stampa e quella successiva?, saprà tirare le somme e fare la sintesi delle proposte formulate agli Stati Generali, vedremo il progetto di rilancio del Paese per i prossimi numerosi anni.

Altruisticamente, Conte lavora per il suo successore a Palazzo Chigi – per i nomi bisogna chiedere ai retroscenisti senza accontentarsi di quello di Mario Draghi e, neppure, di Carlo Cottarelli. Il suo Progetto di Rilancio dovrebbe contemplare la chiarissima individuazione dei settori portanti, l’indicazione degli interventi, dei tempi, dei costi e dei vantaggi e anche del coordinamento con le regioni. Se, infatti, terminata la davvero penosa melina sull’accettazione dei 36/37 miliardi di Euro del Mes si deciderà di investire nelle spese sanitarie dirette e indirette, le regioni dovranno necessariamente essere coinvolte. Dovranno dire quanti fondi desiderano e come li spenderanno, magari investendo non solo in assunzioni e strutture, ma anche nel settore bio-medicale che è un’eccellenza nazionale. Ascolteremo almeno EmilianoToti e De Luca spiegare come stanno rendendo digitale e verde la loro economia? Naturalmente, finita, almeno temporaneamente, la vertenza sulle modalità di riapertura delle scuole, da tutti, uscenti e candidati, saremo prontamente informati delle criticità e dei successi nonché degli obiettivi di miglioramento.

Nella pandemia a molti, me compreso, è parso che lo Stato si sia visto riconoscere quel ruolo centrale nella mobilitazione, nella assegnazione e nella distribuzione di risorse al quale nessun mercato potrebbe mai supplire. Ai candidati alle cariche di governo regionali sembra più che lecito chiedere se vorranno usare il loro potere in chiave interventista e se, all’uopo, sanno già come riformare e rendere più dinamiche le rispettive burocrazie regionali. Non è soltanto la burocrazia “nazionale” a costituire la palla al piede di governi che già non sono vivaci, iperattivi, decisionisti. Chi vuole uno stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Poi, con gli apporti decisivi di Di Battista e Scalfarotto, di Azione di Calenda, proiettata dai sondaggi di Pagnoncelli ad un irresistibile 2,8%, di marmotte e altri graziosi animali, discuteremo di convergenze e di coalizioni e soprattutto di programmi, classico cavallo di battaglia di chi vuole posti. Faites vos jeux.

Pubblicato il 28 giugno 2020 su formiche.net

Garantismo à la carte. Si salvi chi può

I numeri dicono che la non partecipazione al voto dei tre senatori di Italia Viva nella Giunta per le Autorizzazione a procedere non è stata decisiva per respingere la richiesta di processo per Matteo Salvini. Il centro-destra compatto avrebbe comunque avuto successo. La parola decisiva spetterà all’Aula del Senato. Tuttavia, il messaggio lanciato da Matteo Renzi ha molte implicazioni destinate a durare per tutta la legislatura e, comunque, per tutto il tempo in cui esisterà il governo Conte.

A Renzi del destino giudiziario, oltre che politico, di Salvini interessa abbastanza poco, quasi niente. “Giustizialista”, votò contro Salvini nel molto simile caso Gregoretti, o garantista à la carte, può farsi forte delle imbarazzanti e molto deplorevoli dichiarazioni di alcuni magistrati pregiudizialmente ostili al leader della Lega. Inoltre, Renzi sostiene, non senza ragione, che nel caso del (presunto) “sequestro di persone” a bordo dell’Open Arms c’è anche una responsabilità del capo del governo di allora, Giuseppe Conte, che non si oppose alle azioni del suo ministro. Il messaggio limpido mandato a Conte é: “attenzione, ho (io, Renzi) contribuito in maniera fondamentale alla formazione del tuo (di Conte) secondo governo e vorrei ricordarti che continuo ad avere i numeri parlamentari (lo si è già visto in Senato) per farti traballare, barcollare, ma, al momento, non intendo farti crollare”.

Produrre la caduta di questo governo sarebbe un suicidio politico per Renzi. Infatti, testardamente, i sondaggi persistono nell’indicare che Italia Viva non riesce in nessun modo a crescere nelle preferenze di voto, inchiodata intorno al 2 per cento, che non consentirebbe a nessuno dei suoi parlamentari, neppure a Renzi, di ritornare né alla Camera né al Senato. Renzi sa che può spingere sé stesso, i suoi, il governo Conte, la legislatura fino all’orlo del burrone. Quasi sicuramente lo farà tutte le volte che gli si offrirà anche la minima occasione. Poi, guarderà quanto è profondo il burrone e muoverà qualche passo di lato, forse persino indietro, magari strattonato tirato dai suoi fedeli parlamentari che non hanno alternative.

Dal canto suo, Conte, i pentastellati e i Democratici sanno di dovere stare, seppure impazienti e irritati, al gioco del fiorentino. Non debbono cercare di andare a vedere il bluff, operazione che sarebbe pericolosissima e, al momento, non necessaria. Fra l’altro, Conte continua a governare con un sostegno popolare piuttosto elevato. Continua anche a fare errori, finora sostanzialmente non gravi, che non intaccano la sua popolarità e neppure la sua capacità di negoziare con l’Unione Europea e gli Stati-membri. Sarebbe sbagliato concluderne che tutto va bene, ma è altrettanto sbagliato interrompere il percorso senza che sia maturata e disponibile un’alternativa migliore. Dunque, Renzi continuerà a punzecchiare Conte, i pentastellati, il Partito Democratico e Zingaretti in attesa di qualcosa che, probabilmente, non arriverà.

Pubblicato AGL il 27 maggio 2020

Come eravamo (normali?)

Ho passato la domenica pomeriggio a prepararmi per la normalità. Ho cominciato con il chiedermi: è normale che i retroscenisti un giorno sì e l’altro anche dichiarino che il governo Conte barcolla, traballa, sta per saltare? E lo dicano da almeno tre mesi riportando non fatti, ma dichiarazioni, gossip, spifferi? Caro Bogie (Humphrey Boghart), non vorrai mica giustificarli dicendo “è la stampa, bellezza”?

È normale che vengano criticati i molti e dettagliati Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri perché danno soldi, contributi, sussidi a pioggia? Ma se il Covid-19 ha colpito tutte le attività del paese, tutti i suoi comparti economici, tutti gli operatori, i sussidi avrebbero con un minimo di “giustizia sociale” dovuto concentrarsi esclusivamente su alcune attività (le mie preferite sono musica, cinema e spiagge) lasciando tutte le altre al bruttissimo destino della scomparsa nella miseria?

È normale che tutti i liberisti, gli sregolati deregolatori, i cavalieri rampanti della flat tax oggi vogliano, fortemente vogliano che lo Stato intervenga qui e là e anche un po’ più in là e comunque di più? È normale che la lentezza nell’applicazione delle regole e nell’erogazione dei fondi sia attribuita come colpa al governo e non piuttosto a una burocrazia irriformata (da nessuno dei precedenti governi, neppure da quello, arrembantissimo, del febbraio 2014-dicembre 2016), e non alle banche?

È normale che qualcuno pensi che c’è bisogno di un governo di unità nazionale, senza spiegare che cosa significa esattamente: todos Ministros? e nessuno getti lo sguardo oltre le Alpi per vedere se da qualche parte in Europa a causa della crisi e come risposta si sia proceduto a dare vita a governi di unità nazionale?

È normale che qualcuno, con un passato da sostenitore del Premierato forte (sic), accusi di deriva autoritaria il Presidente del Consiglio apportando come prove decisive, primo, il suo avere emanato otto o nove DPCM (quattro dei quali già inseriti in decreti-legge che il Parlamento è chiamato a esaminare e votare) e, secondo, avere annunciato quello che faceva in numerose conferenze stampa? Se non avesse fatto così quanto è probabile che il rimprovero sarebbe stato quello di “non averci messo la faccia”?

È normale che qualche giornalista annunci che è molto probabile che la rabbia generata dalla disperazione economica aprirà spazi all’esplosione sociale? Certo, c’è anche chi vola più in alto e sostiene che bisogna creare una nuova classe dirigente. Mai di domenica. Mi ci proverò domattina dopo la tonificante pausa caffè. Poi i sostenitori della nuova classe dirigente si dividono fra quelli che vogliono fare appello a Mario Draghi, che immagino sorridere, con qualche preoccupazione, e quelli che chiedono consigli al decano del Parlamento italiano, Pierferdinando Casini, il democristiano eletto Senatore del Partito Democratico nel collegio di Bologna-Centro, subito passato al Gruppo misto, che nel 2023 festeggerà (se non sarà stato eletto Presidente della Repubblica…) quarant’anni di vita parlamentare. Non dirò nulla su quei parlamentari, alcuni dei quali con un noto passato assenteista, e i loro buonisti di riferimento che si lamentano perché il Parlamento è (stato)chiuso per molto tempo. Potrebbero approfittarne per leggere la Costituzione dove sta scritto, art. 62, secondo comma, che “ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente … o di un terzo dei suoi componenti”.

Scripta manent. Temo proprio che tutto quello che ho scritto sia normale. D’altronde, uno dei non migliori slogan di conforto al nostro scontento è: “tutto tornerà come prima”. Vorrà dire che non avremo imparato un bel niente, che non avremo fatto, rimango nelle banalità, della crisi “una opportunità per l’innovazione”, la famosa “crisi creativa”. Vorrà dire che non ha fatto la sua comparsa nessuna nuova classe dirigente, operazione che richiede vent’anni di preparazione e, soprattutto, un conflitto/competizione veri, non fra parlamentari cooptati, raccontati da giornalisti che conoscono i fatti e studiano. È ora che qualcuno dica alto e forte che non vuole affatto tornare alla normalità, ma che auspica un po’ di eccezionalità per la quale sarebbe persino disponibile ad impegnarsi. Che sia questo il senso più profondo dello smart working?

Pubblicato il 18 maggio 2020 su paradoxaforum.com

Retroscenisti e onorevoli: responsabili?

Qualche retroscenista, che cerca ostinatamente di indebolire il governo Conte, resuscita i “responsabili”. Non hanno vincolo di mandato. Decideranno loro se e come impegnarsi a salvare sia il governo sia la legislatura per mantenere, legittimamente, il loro seggio parlamentare. Esiste un legame insopprimibile fra legge elettorale e rappresentanza politica cosicché, a causa della pessima legge elettorale del renziano Rosato, a nessuno dei Responsabili sarà possibile, nel bene e nel male, conoscere, oggi e domani, come gli elettori valutano i loro comportamenti.