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Regionali, cosa mi aspetto dai candidati. Scrive il prof. Pasquino @formichenews

Chi vuole uno Stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Il commento di Gianfranco Pasquino

Mi pare sia già cominciata in tutte le regioni che voteranno, se confermato, il 20 settembre, una articolata e approfondita riflessione sui temi della campagna elettorale al tempo del Covid-19. Gli acutissimi retroscenisti del Corriere della Sera e de Il Giornale e gli austeri (sic) commentatori de La Stampa e di Repubblica hanno smesso di annunciare la fine del governo Conte. Si sono dedicati da par loro, o mi sbaglio?, a sollecitare i Presidenti che si ricandidano e i loro sfidanti che, come minimo, delineino un progetto di regione. Par condicio: infatti, non c’è nessuna ragione per essere meno esigenti con le autorità regionali di quello che si chiede a Conte e al suo governo. D’altronde, se, finalmente, a livello nazionale, qualcuno, sarà forse proprio il presidente Conte, fra una conferenza stampa e quella successiva?, saprà tirare le somme e fare la sintesi delle proposte formulate agli Stati Generali, vedremo il progetto di rilancio del Paese per i prossimi numerosi anni.

Altruisticamente, Conte lavora per il suo successore a Palazzo Chigi – per i nomi bisogna chiedere ai retroscenisti senza accontentarsi di quello di Mario Draghi e, neppure, di Carlo Cottarelli. Il suo Progetto di Rilancio dovrebbe contemplare la chiarissima individuazione dei settori portanti, l’indicazione degli interventi, dei tempi, dei costi e dei vantaggi e anche del coordinamento con le regioni. Se, infatti, terminata la davvero penosa melina sull’accettazione dei 36/37 miliardi di Euro del Mes si deciderà di investire nelle spese sanitarie dirette e indirette, le regioni dovranno necessariamente essere coinvolte. Dovranno dire quanti fondi desiderano e come li spenderanno, magari investendo non solo in assunzioni e strutture, ma anche nel settore bio-medicale che è un’eccellenza nazionale. Ascolteremo almeno EmilianoToti e De Luca spiegare come stanno rendendo digitale e verde la loro economia? Naturalmente, finita, almeno temporaneamente, la vertenza sulle modalità di riapertura delle scuole, da tutti, uscenti e candidati, saremo prontamente informati delle criticità e dei successi nonché degli obiettivi di miglioramento.

Nella pandemia a molti, me compreso, è parso che lo Stato si sia visto riconoscere quel ruolo centrale nella mobilitazione, nella assegnazione e nella distribuzione di risorse al quale nessun mercato potrebbe mai supplire. Ai candidati alle cariche di governo regionali sembra più che lecito chiedere se vorranno usare il loro potere in chiave interventista e se, all’uopo, sanno già come riformare e rendere più dinamiche le rispettive burocrazie regionali. Non è soltanto la burocrazia “nazionale” a costituire la palla al piede di governi che già non sono vivaci, iperattivi, decisionisti. Chi vuole uno stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Poi, con gli apporti decisivi di Di Battista e Scalfarotto, di Azione di Calenda, proiettata dai sondaggi di Pagnoncelli ad un irresistibile 2,8%, di marmotte e altri graziosi animali, discuteremo di convergenze e di coalizioni e soprattutto di programmi, classico cavallo di battaglia di chi vuole posti. Faites vos jeux.

Pubblicato il 28 giugno 2020 su formiche.net

Garantismo à la carte. Si salvi chi può

I numeri dicono che la non partecipazione al voto dei tre senatori di Italia Viva nella Giunta per le Autorizzazione a procedere non è stata decisiva per respingere la richiesta di processo per Matteo Salvini. Il centro-destra compatto avrebbe comunque avuto successo. La parola decisiva spetterà all’Aula del Senato. Tuttavia, il messaggio lanciato da Matteo Renzi ha molte implicazioni destinate a durare per tutta la legislatura e, comunque, per tutto il tempo in cui esisterà il governo Conte.

A Renzi del destino giudiziario, oltre che politico, di Salvini interessa abbastanza poco, quasi niente. “Giustizialista”, votò contro Salvini nel molto simile caso Gregoretti, o garantista à la carte, può farsi forte delle imbarazzanti e molto deplorevoli dichiarazioni di alcuni magistrati pregiudizialmente ostili al leader della Lega. Inoltre, Renzi sostiene, non senza ragione, che nel caso del (presunto) “sequestro di persone” a bordo dell’Open Arms c’è anche una responsabilità del capo del governo di allora, Giuseppe Conte, che non si oppose alle azioni del suo ministro. Il messaggio limpido mandato a Conte é: “attenzione, ho (io, Renzi) contribuito in maniera fondamentale alla formazione del tuo (di Conte) secondo governo e vorrei ricordarti che continuo ad avere i numeri parlamentari (lo si è già visto in Senato) per farti traballare, barcollare, ma, al momento, non intendo farti crollare”.

Produrre la caduta di questo governo sarebbe un suicidio politico per Renzi. Infatti, testardamente, i sondaggi persistono nell’indicare che Italia Viva non riesce in nessun modo a crescere nelle preferenze di voto, inchiodata intorno al 2 per cento, che non consentirebbe a nessuno dei suoi parlamentari, neppure a Renzi, di ritornare né alla Camera né al Senato. Renzi sa che può spingere sé stesso, i suoi, il governo Conte, la legislatura fino all’orlo del burrone. Quasi sicuramente lo farà tutte le volte che gli si offrirà anche la minima occasione. Poi, guarderà quanto è profondo il burrone e muoverà qualche passo di lato, forse persino indietro, magari strattonato tirato dai suoi fedeli parlamentari che non hanno alternative.

Dal canto suo, Conte, i pentastellati e i Democratici sanno di dovere stare, seppure impazienti e irritati, al gioco del fiorentino. Non debbono cercare di andare a vedere il bluff, operazione che sarebbe pericolosissima e, al momento, non necessaria. Fra l’altro, Conte continua a governare con un sostegno popolare piuttosto elevato. Continua anche a fare errori, finora sostanzialmente non gravi, che non intaccano la sua popolarità e neppure la sua capacità di negoziare con l’Unione Europea e gli Stati-membri. Sarebbe sbagliato concluderne che tutto va bene, ma è altrettanto sbagliato interrompere il percorso senza che sia maturata e disponibile un’alternativa migliore. Dunque, Renzi continuerà a punzecchiare Conte, i pentastellati, il Partito Democratico e Zingaretti in attesa di qualcosa che, probabilmente, non arriverà.

Pubblicato AGL il 27 maggio 2020

Come eravamo (normali?)

Ho passato la domenica pomeriggio a prepararmi per la normalità. Ho cominciato con il chiedermi: è normale che i retroscenisti un giorno sì e l’altro anche dichiarino che il governo Conte barcolla, traballa, sta per saltare? E lo dicano da almeno tre mesi riportando non fatti, ma dichiarazioni, gossip, spifferi? Caro Bogie (Humphrey Boghart), non vorrai mica giustificarli dicendo “è la stampa, bellezza”?

È normale che vengano criticati i molti e dettagliati Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri perché danno soldi, contributi, sussidi a pioggia? Ma se il Covid-19 ha colpito tutte le attività del paese, tutti i suoi comparti economici, tutti gli operatori, i sussidi avrebbero con un minimo di “giustizia sociale” dovuto concentrarsi esclusivamente su alcune attività (le mie preferite sono musica, cinema e spiagge) lasciando tutte le altre al bruttissimo destino della scomparsa nella miseria?

È normale che tutti i liberisti, gli sregolati deregolatori, i cavalieri rampanti della flat tax oggi vogliano, fortemente vogliano che lo Stato intervenga qui e là e anche un po’ più in là e comunque di più? È normale che la lentezza nell’applicazione delle regole e nell’erogazione dei fondi sia attribuita come colpa al governo e non piuttosto a una burocrazia irriformata (da nessuno dei precedenti governi, neppure da quello, arrembantissimo, del febbraio 2014-dicembre 2016), e non alle banche?

È normale che qualcuno pensi che c’è bisogno di un governo di unità nazionale, senza spiegare che cosa significa esattamente: todos Ministros? e nessuno getti lo sguardo oltre le Alpi per vedere se da qualche parte in Europa a causa della crisi e come risposta si sia proceduto a dare vita a governi di unità nazionale?

È normale che qualcuno, con un passato da sostenitore del Premierato forte (sic), accusi di deriva autoritaria il Presidente del Consiglio apportando come prove decisive, primo, il suo avere emanato otto o nove DPCM (quattro dei quali già inseriti in decreti-legge che il Parlamento è chiamato a esaminare e votare) e, secondo, avere annunciato quello che faceva in numerose conferenze stampa? Se non avesse fatto così quanto è probabile che il rimprovero sarebbe stato quello di “non averci messo la faccia”?

È normale che qualche giornalista annunci che è molto probabile che la rabbia generata dalla disperazione economica aprirà spazi all’esplosione sociale? Certo, c’è anche chi vola più in alto e sostiene che bisogna creare una nuova classe dirigente. Mai di domenica. Mi ci proverò domattina dopo la tonificante pausa caffè. Poi i sostenitori della nuova classe dirigente si dividono fra quelli che vogliono fare appello a Mario Draghi, che immagino sorridere, con qualche preoccupazione, e quelli che chiedono consigli al decano del Parlamento italiano, Pierferdinando Casini, il democristiano eletto Senatore del Partito Democratico nel collegio di Bologna-Centro, subito passato al Gruppo misto, che nel 2023 festeggerà (se non sarà stato eletto Presidente della Repubblica…) quarant’anni di vita parlamentare. Non dirò nulla su quei parlamentari, alcuni dei quali con un noto passato assenteista, e i loro buonisti di riferimento che si lamentano perché il Parlamento è (stato)chiuso per molto tempo. Potrebbero approfittarne per leggere la Costituzione dove sta scritto, art. 62, secondo comma, che “ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente … o di un terzo dei suoi componenti”.

Scripta manent. Temo proprio che tutto quello che ho scritto sia normale. D’altronde, uno dei non migliori slogan di conforto al nostro scontento è: “tutto tornerà come prima”. Vorrà dire che non avremo imparato un bel niente, che non avremo fatto, rimango nelle banalità, della crisi “una opportunità per l’innovazione”, la famosa “crisi creativa”. Vorrà dire che non ha fatto la sua comparsa nessuna nuova classe dirigente, operazione che richiede vent’anni di preparazione e, soprattutto, un conflitto/competizione veri, non fra parlamentari cooptati, raccontati da giornalisti che conoscono i fatti e studiano. È ora che qualcuno dica alto e forte che non vuole affatto tornare alla normalità, ma che auspica un po’ di eccezionalità per la quale sarebbe persino disponibile ad impegnarsi. Che sia questo il senso più profondo dello smart working?

Pubblicato il 18 maggio 2020 su paradoxaforum.com

Retroscenisti e onorevoli: responsabili?

Qualche retroscenista, che cerca ostinatamente di indebolire il governo Conte, resuscita i “responsabili”. Non hanno vincolo di mandato. Decideranno loro se e come impegnarsi a salvare sia il governo sia la legislatura per mantenere, legittimamente, il loro seggio parlamentare. Esiste un legame insopprimibile fra legge elettorale e rappresentanza politica cosicché, a causa della pessima legge elettorale del renziano Rosato, a nessuno dei Responsabili sarà possibile, nel bene e nel male, conoscere, oggi e domani, come gli elettori valutano i loro comportamenti.

 

 

 

 

Le conseguenze dell’emergenza #coronavirus, la credibilità del #Governo, l’ipotesi di unità nazionale, la popolarità di #Salvini, la solidarietà europea #intervista @RadioRadicale

Intervista a Gianfranco Pasquino su politica del governo e unità nazionale realizzata da Claudio Landi registrata lunedì 4 maggio 2020
La registrazione audio ha una durata di 8 minuti

Ascolta

 

Retroscenisti allo sbaraglio @rivistailmulino

Da qualche tempo, anche per riempire il vuoto della politica antagonistica all’italiana, è in corso una battaglia epocale fra retroscenisti e quirinalisti nella quale si inseriscono non brillantemente alcuni “politologi” di strada”, cioè che passano di lì quasi per caso. L’argomento, sicuramente avvincente per tutti coloro che stanno reclusi in casa, è quanto durerà il governo Conte? Agguerritissimi, i retroscenisti, assecondati da alcuni politologi di riferimento, non si pongono neppure il problema del “se” (durerà), ma solo quello del “quanto” durerà. Peraltro, la stessa domanda già l’avevano posta il giorno dopo la fiducia. Avvistati nei pressi del Colle e riconosciuti nonostante la mascherina d’ordinanza, i molto più ponderati quirinalisti, che, per lo più, hanno come fonte le veline del Quirinale, sembrano alquanto più cauti.

Un governo c’è. Lo si sostituisce, a norma di Costituzione, solo se perde la maggioranza a suo sostegno (la verifica deve venire da un voto parlamentare) oppure se entra in una grave crisi di operatività. Dal Quirinale “filtra” per l’ennesima volta la solidissima posizione che i numeri sono la premessa per l’esistenza e la sopravvivenza di un governo, ma l’immobilismo decisionale di quel governo è una buona ragione per pensare alla sua sostituzione. Buona in tempi normali, ma non sufficiente in tempi emergenziali se all’orizzonte vicino non si vede già ready made un governo diverso e migliore.

I retroscenisti hanno quasi pronto un governo diverso, lo chiamano “unità nazionale”, ma soprattutto si stanno già esercitando a fare una serie di nomi che sono i soliti, Draghi in testa. I retroscenisti vorrebbero sostituire non soltanto il capo del governo, il Conte appannato, ma anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, il quale, pure, è uno dei pochi ministri italiani noti e apprezzati nell’ambito dell’Unione europea. Sullo sfondo, poi, i più abili e fantasiosi fra loro, che sanno guardare non solo retro, ma anche avanti, mettono in circolazione nomi presidenziabili per il fatidico gennaio 2022. Ed è così che si comprendono le agitazioni dello ancien statista Pierferdy Casini, inopinatamente assurto a risorsa della Repubblica.

Quirinalisti e retroscenisti fanno il loro lavoro in maniera apprezzabile? Non mi pare. Per lo più, i secondi contribuiscono in misura molto maggiore dei primi al restringimento della già scarsissima fiducia degli italiani nella politica e nei partiti. Al toto nomi raramente si accompagna anche una riflessione e individuazione delle politiche diverse che sarebbero presumibilmente attuate dai nuovi arrivati. Le comparazioni, fra il prossimo presidente del Consiglio e i precedenti a lui in qualche modo assimilabili ­­- Ciampi, Dini, Monti – vengono fatte in maniera assolutamente disinvolta e superficialissima, senza tenere conto dei contesti, fra i quali anche le aspettative dei partner europei e dei protagonisti tutti: presidenti della Repubblica, partiti, coalizioni di governo.

Cambiare governo nelle democrazie parlamentari è sempre possibile. Questi cambiamenti, effettuati in Parlamento, cosiddetti ribaltoni più o meno totali (di un totale cambio di maggioranza l’Italia non ha nessun esempio), segnalano il pregio della flessibilità di contro alla rigidità delle repubbliche presidenziali che, eletto un Presidente, se lo debbono tenere a meno di un colpo di Stato. Anche se possibili i ribaltoni sono auspicabili? a quali condizioni e con quali conseguenze? La storia più che centennale delle democrazie parlamentari non offre neanche un caso di un cambio significativo di governo durante un’emergenza (ad esempio, nel periodo 2008-2009, peraltro un’emergenza di gran lunga meno grave della pandemia). Persino i governi di unità nazionale sono rarissimi. Attualmente nelle democrazie occidentali non esiste nessun governo di unità nazionale. In Germania, c’è, per decisione dei leader dei due maggiori partiti (confermata da consultazioni fra gli iscritti), un governo definito molto impropriamente Grande coalizione, mentre è un normale governo di coalizione fra Cdu/Csu e Spd che ha 398 seggi e deve fare i conti con opposizioni che ne hanno 310. Sia chiaro che la solidarietà nazionale italiana 1976-1978 non si tradusse in nessun governo di unità nazionale.

Di solito per giustificare l’esigenza di un governo di unità nazionale si fa riferimento a quello emblematico guidato da Winston Churchill in Gran Bretagna dal 1940 al 1945. Churchill era il capo del partito che aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni. Aprì a laburisti e liberali, nessuno dei quali chiese mai, neppure nelle ore più buie (darkest) di sostituirlo con un leader conservatore più gradito. Neanche dalla sempre irriverente stampa britannica furono avanzate richieste di sostituzione di Churchill, ricorrendo a più o meno fasulle argomentazioni (retroscena?) che il re Giorgio VI aveva altre preferenze: un noto banchiere, un professore di Oxbridge, un Lord suo compagno di caccia alle volpi. Vinta la guerra, Churchill subito perse le elezioni. I laburisti ottennero la maggioranza assoluta dei seggi e diedero vita ad un governo fortemente riformista.

Come potrebbero i governi stabili delle altre democrazie europee fidarsi degli impegni presi da un capo di governo che i retroscenisti italiani danno per moribondo, sostituibile (solo lui o anche la sua maggioranza? tutta o in parte?) e, comunque, considerato incapace di affrontare i problemi socioeconomici prodotti dalla pandemia e di approntarne soluzioni praticabili? Venerdì 17 aprile la votazione di un importante documento concernente gli aiuti economici ha visto gli europarlamentari italiani dividersi variamente, un caso di “distanziamento politico-elettorale” non certo, come si dice, una “prova tecnica” di governo di unità nazionale, ma con fratture più profonde nel centrodestra. Allo stato, i retroscenisti, nessuno dei quali può vantare successi previsionali significativi (per esempio, la nascita del Conte 2), non apportano nessun elemento utile a una migliore conoscenza della politica. Credo anche che i quirinalisti potrebbero svolgere un ruolo più efficace se smentissero le azzardate interpretazioni dei retroscenisti (anche di quelli che scrivono sullo stesso quotidiano) e se sottolineassero che, da tempo e finora, tutte le dichiarazioni e le mosse del presidente della Repubblica hanno un sicuro accertabile fondamento nella Costituzione. È e sarà lui, che rappresenta l’unità nazionale, a decidere se, quanto e fintantoché il governo è stabile e operativo.

Pubblicato il 20 aprile 2020 su rivistailmulino.it 

Altro che “Prima Repubblica”, è così che funzionano le democrazie parlamentari #verifica

L’apprendimento delle modalità con le quali funzionano le democrazie parlamentari continua. È lento poiché politici, giornalisti e studiosi partono da zero di conoscenze (e si meritano zero in pagella). I governi di coalizione, che sono la norma nelle democrazie parlamentari, mettono insieme programmi e visioni diverse che ricompongono in politiche pubbliche. Poi, di tanto in tanto, sottopongono a verifica, lo propone anche Conte, lo stato di attuazione. Nessun ritorno a vecchi riti. Solo il giusto e il necessario.

Chi sta arrivando all’ultima spiaggia?

Milano Marittima che, lo ricordo ai lettori, è una cittadina balneare in Romagna, non ha portato fortuna al Matteo Salvini dell’oramai celebre bagno chiamato Papeete. È molto probabile che ad agosto il Capitano della Lega non pensasse alle elezioni della regione Emilia-Romagna. Dopo la sua dolorosa (auto)esclusione dal governo nazionale e la gioiosa vittoria nella regione Umbria, Salvini ha deciso per molte buone regioni di tentare con una sua candidata di conquistare la Presidenza dell’Emilia-Romagna. Da un paio di settimane “batte” tutto il territorio della regione con una miriade di iniziative. Gli piace fare campagna elettorale, interloquire con chi va ai suoi comizi, prestarsi ai selfie, provocare. È una presenza corposa che i suoi avversari fanno fatica ad arginare. Le elezioni in Emilia-Romagna sono rapidamente diventate un duello “Salvini contro il Partito Democratico”. Per la prima volta dalla nascita dei governi regionali nel 1970 quella che è possibile e corretto chiamare l’egemonia della sinistra è messa seriamente in discussione. La sinistra ha garantito il buongoverno della regione. L’ha fatta crescere e diventare la seconda, prima è la Lombardia, o terza, la competizione è con il Veneto, regione italiana con riferimento agli indicatori che contano: reddito, livelli di occupazione, tessuto industriale, servizi sociali e, naturalmente, benessere.

Nelle elezioni di maggio 2019 per il Parlamento Europeo la Lega è sorprendentemente diventata il primo partito in Emilia-Romagna, superando, seppur di poco, il Partito Democratico. Il Presidente della regione, Stefano Bonaccini, è un politico del PD, sicuramente non-carismatico, ma amministratore capace e esperto. Cerca di portare il confronto proprio sul piano delle sue qualità di governo rispetto a quelle, sostanzialmente ignote, della leghista Lucia Borgonzoni, già sottosegretaria alla Cultura, che tre anni fa obbligò il sindaco del Partito Democratico al ballottaggio.

In un certo senso, il voto degli emiliano-romagnoli che cinque anni fa produssero la sorpresa di un’altissima astensione, votò meno del 40%, come clamorosa protesta contro i non pochi scandali dei rimborsi dei Consiglieri del PD e non solo, conterà doppio. Certo, tutti sanno che si vota per la regione, ma sono anche abbondantemente consapevoli che il loro voto è destinato ad avere conseguenze nazionali. Se vince la candidata della Lega, Salvini si ascriverà la vittoria e sosterrà ancora una volta, ma con più forza, che il governo giallo-rosso è abusivo, non rappresenta la maggioranza degli italiani, deve andarsene. Nelle democrazie parlamentari i governi possono rimanere in carica finché godono della fiducia del parlamento, ma una sconfitta in Emilia-Romagna, dove il Movimento 5 Stelle non ha neppure deciso se presentarsi, sarebbe più che un pessimo segnale per il governo Conte (e per il Partito Democratico). Indicherebbe che la non coesa alleanza che lo sostiene è già quasi arrivata all’ultima spiaggia.

Pubblicato AGL il 15 novembre 2015

«Salvini è l’unico leader, al centrosinistra servirebbe un nuovo Willy Brandt #intervista @ildubbionews

Intervista al politologo Gianfranco Pasquino: «il governo è fragile ma farà di tutto per campare in attesa di un miracolo: se risolvesse il pasticcio Ilva o facesse aumentare la crescita, pd e 5 stelle potrebbero risollevarsi. Ma serve tempo» di Giulia Merlo

Il governo è fragile, il centrosinistra fragilissimo «e soprattutto senza un leader», commenta il politologo Gianfranco Pasquino, che per sfidare Matteo Salvini sognerebbe «di importare un politico alla Willy Brandt».

Professore, il premier Conte ha chiesto proposte dai ministri per risolvere il caso Ilva. Passo falso o giusta apertura?

Chiedere aiuto ai ministri mi sembra una cosa utile, ma Conte dovrebbe sapere che la decisione spetta a lui. Quindi, sarebbe meglio che fissasse le sue condizioni e la sua linea di preferenza e solo dopo chiedesse proposte alternative da esaminare in Cdm. Detto questo, noi che abbiamo visto il mondo sappiamo che non decidono solo i ministri…

Chi altro andrebbe interpellato?

Mi sembra che nè il segretario del Pd Nicola Zingaretti nè quello con la briscola in mano, alias Matteo Renzi, siedano al Cdm.

In realtà, l’unica condizione fino ad ora l’ha posta il Movimento 5 Stelle che, con i parlamentari pugliesi, pone il veto sul ripristino dello scudo penale.

I 5 Stelle continuano a dimostrarsi alleati inaffidabili e mi chiedo se pensino alle conseguenze di ciò che dicono. Inoltre, partendo dall’assunto che se si rompe l’Ilva si rompe anche il governo, allora significa che spingono per la rottura.

Non vale più la logica iniziare del “purchè non vinca Salvini”?

Vale fino a quando Salvini non vince davvero. Impedirglielo è l’imperativo del Pd ma anche dei 5 Stelle, anche perchè Salvini non farà prigionieri. Insieme alla logica politica, però, andrebbe messa anche un po’ di materia: questo governo ha la capacità di durare ancora?

E ce l’ha?

A me sembra che abbia già perso la spinta propulsiva, che del resto era debole sin dall’inizio e Luigi Di Maio per primo non è mai stato convinto dell’alleanza. Dunque, come vede, i fenomeni della politica italiana possono infrangere anche la logica. Anche se escludo che la crisi arrivi prima di Natale.

Quindi l’ago sarà l’Emilia Romagna?

L’esito emiliano è legato alle decisioni dei 5 Stelle. Se non appoggeranno il candidato dem Stefano Bonaccini significa che hanno definitivamente preso le distanze dal Pd. Se Bonaccini perde, però, è inevitabile che il centrodestra spinga per le elezioni.

A quel punto le urne sarebbero una richiesta legittima, secondo lei?

Guardi, io credo che gli elettori sappiano che stanno votando per le regionali emiliane e non per il governo. Il centrodestra, tuttavia, dice una cosa diversa: che esiste una maggioranza politica in Parlamento e una maggioranza numerica nel Paese. Se questa tesi del paese reale venisse confermata sia dai sondaggi che dal voto regionale, la richiesta del centrodestra sarebbe legittima ma contrasterebbe con un’altra legittimità, quella del paese legale che ha la maggioranza nelle Camere.

Davvero questa maggioranza potrebbe spingere per il voto?

Già a ottobre in molti chiedevano le elezioni, con un unico obiettivo: far fuori i renziani. Con le elezioni, secondo loro, si sarebbe fatta chiarezza: Salvini avrebbe vinto, Renzi starebbe sparito perchè aveva tirato troppo la corda e tutto avrebbe poi ripreso il suo corso. A me sembra una visione assurda, perchè in questo modo sarebbe rimasto in piedi solo un Pd sgangherato e un Salvini trionfante e con pieni poteri.

Meglio la situazione attuale, quindi?

Per le parti in causa, certo. Renzi ha bisogno di tempo per organizzarsi, anche se credo che il suo movimento non supererà il 5%. Il Pd e i 5 Stelle sanno che, se si vota, perderanno dunque per loro è meglio rimanere in sella e sperare in un evento improvviso.

Che evento improvviso?

Pensi se questo governo riesce a risolvere il pasticcio dell’Ilva, oppure la vicenda Alitalia, oppure ancora a portare la crescita all’ 1%. Se questo succedesse le elezioni potrebbero non essere un’ecatombe, ma perchè una cosa del genere succeda serve tempo.

Conte avrà un futuro dopo questo governo?

No, finito il Conte bis lui sarà fuori, e anche senza particolare gloria. Un governo Conte ter è inimmaginabile e, se questo Esecutivo finirà presto, anche Conte verrà investito dalla sua impopolarità. Del resto, nei fatti Conte non ha combinato un gran che. Per questo fa bene a tirare avanti, sperando nel miracolo che dicevo prima.

A destra una leadership c’è, ma esiste già un competitor vero per Salvini?

Le rispondo così: mi piacerebbe importare un politico dall’estero e sceglierei probabilmente Willy Brandt. Ecco, vorrei che il leader dell’opposizione fosse lui: un socialdemocratico con esperienza di amministrazione ma anche di governo. Uno capace non solo di ascoltare, ma anche e soprattutto di capire gli elettori. Invece, ora come ora l’opposizione non ha nessuno in grado di contrastare Salvini sul piano della personalità.

Cosa ha Salvini che gli altri non hanno?

Salvini sente il suo elettorato, ha con esso un rapporto fisico. Pensi al Papeete: Zingaretti non avrebbe mai potuto andare in giro a petto nudo, Salvini sì. Inoltre, al leader leghista piace visibilmente fare campagna elettorale, lo gratifica farsi i selfie per strada e bere il mojito in pubblico. I politici del Pd e dei 5 Stelle, invece, quando sono in mezzo alla gente hanno l’aria triste. Si vede che, se potessero, andrebbero al cinema o in giro in barca piuttosto che stare lì. Quando dico che serve un leader che sappia capire gli elettori e non solo ascoltarli, intendo esattamente questo. Bisogna imparare a parlare anche alla pancia dell’elettorato, ma per farlo bisogna prima sapere dove sta questa pancia. Altrimenti si rischia di dire cose banali e sbagliate.

Di Maio e Renzi non sono capaci?

Di Maio ormai è un leader in via di sparizione, prima viene sostituito e meglio è. Renzi è tutto preso dal suo bisogno di dimostrare che è potente e per farlo usa il ricatto di governo. L’unico che saprebbe fare quello che fa Salvini è Beppe Grillo, ma ormai ha fatto un passo indietro e il tempo passa anche per lui. Non creda, però, che Salvini sia infallibile.

Anche il centrodestra oggi ha un punto debole?

Cova un dramma esistenziale enorme: Salvini e Meloni sono convintamente sovranisti, mentre Berlusconi non se lo può permettere e, se andrà al governo con il suo 8% ad essere buoni, non potrà condividere la politica antieuropeista. Per contro, la Commissione europea sarà ostile a un governo sovranista e ci metterà di nuovo sotto osservazione e questo, alla fine, sarà penalizzante solo per l’Italia. Per questo Salvini deve stare attento: prima capirà che la sovranità oggi è condivisa e va esercitata dentro e non contro la Commssione europea, meglio sarà per tutti.

 Pubblicato il 13 novembre 2019  su ildubbionews

 

 

 

Quo vadis, Di Maio?

Né al Partito Democratico né al Movimento 5 Stelle basterà formulare una buona Legge Finanziaria per elaborare il lutto della dura sconfitta subita in Umbria. Non è soltanto che le informazioni disponibili sul contenuto della Legge non segnalano la presenza di innovazioni importanti e non suggeriscono che i due maggiori problemi del paese: enorme debito pubblico e inesistente crescita economica, troveranno soluzione. È che alcuni provvedimenti sono presi non come punti di convinta convergenza, ma solo come temporanea “intesa” (è la parola usata da Di Maio) che dovrà passare nelle aule parlamentari dove molto, a cominciare da emendamenti renziani già preannunciati, potrà succedere. E molto sta succedendo nei dibattiti, talvolta scontri, interni ai due alleati di governo.

In Umbria, l’alleanza elettorale è stata costruita in maniera al tempo spesso tardiva e frettolosa, per di più accompagnata dall’annuncio di Dario Franceschini che sarebbe stata estesa a tutte o quasi le realtà locali, prefigurando un accordo politico di lungo respiro. Adesso, ci sarebbe il tempo per impostare meglio e approfondire con relativa calma il discorso su quella che alcuni chiamano la madre di tutte le battaglie: l’elezione del Presidente e del Consiglio della regione Emilia-Romagna (26 gennaio 2020). Invece, Di Maio ha sostanzialmente respinto qualsiasi possibilità di convergenza con il Partito Democratico il quale, dal canto suo, non può assolutamente permettersi di non ricandidare per un secondo mandato il suo Presidente Stefano Bonaccini. Suonerebbe come l’ammissione, contro tutti i dati disponibili, che la regione non è stata ben governata. Al contrario, Bonaccini si è dimostrato governante capace e, seppure non “carismatico”, è uomo competente e stimato. I riflessi nazionali di una vittoria della candidata leghista sarebbero immediati e, data l’importanza tutt’altro che solo simbolica dell’Emilia-Romagna, pesantissimi sul governo Cinque Stelle-Democratici.

Secondo Di Maio, allearsi con il PD fa male al Movimento. Sappiamo che, a giudicare dall’andamento elettorale del Movimento, anche allearsi con la Lega ha fatto piuttosto male alle Cinque Stelle. Forse, il “capo politico” delle Cinque Stelle, già Vice-Presidente e Ministro nel governo Conte 1 e oggi Ministro degli Affari Esteri, dovrebbe interrogarsi se non esista una sua personale responsabilità nel dimezzamento dei voti del Movimento dal marzo 2018 ad oggi. Non stringere nessuna alleanza potrà forse rifare del Movimento il portatore di insoddisfazione e protesta in grado di riguadagnare voti, voti che, in parte non piccola, sembrano essere stati conquistati dalla Lega? La controversa linea politica di Di Maio è vista con comprensibile preoccupazione dai Democratici e dal Presidente del Consiglio. Prima ancora che avere effetti negativi sulle elezioni in Emilia-Romagna rischia di fare della Legge Finanziaria un accidentato campo di battaglia. All’orizzonte si intravvedono cause di nuovi lutti.

Pubblicato AGL il 1 novembre 2019