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Con la riforma Meloni il capo dello Stato diventa una specie di orpello #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Il professore emerito Gianfranco Pasquino al Dubbio: «La maggioranza fa un grave errore nel non volere la sfiducia costruttiva. Ed è quasi sorprendente che il centrodestra non la voglia. Basti pensare che tra i governi più longevi in Europa ci sono quelli tedeschi di Khol e Merkel e quello spagnolo di Felipe Gonzales»
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, sulla riforma costituzionale della maggioranza spiega che «la logica vorrebbe che se chi viene eletto direttamente dal popolo poi perde la carica, allora si torna al voto, senza passare dal Parlamento» e che «la figura del presidente della Repubblica rimane una specie di orpello e di certo non sarà più una figura di garanzia come è ora».
Professor Pasquino, la convince la riforma per cui il presidente della Repubblica non nominerà più il presidente del Consiglio ma gli conferirà l’incarico, sulla base del voto dei cittadini?
Il presidente della Repubblica sarà obbligato a dare l’incarico al primo ministro eletto dai cittadini e non avrà spazio di discrezionalità. Se poi quel primo ministro viene meno per dimissioni, sfiducia o altro, a quel punto il capo dello Stato può indicare un altro capo del governo purché sia un parlamentare appartenente alla stessa maggioranza. Ma questo implica che la seconda volta non siamo più di fronte a un’elezione popolare diretta.
Secondo la maggioranza andrà comunque bene agli elettori che hanno votato una certa coalizione: non crede sarà così?
Che vada bene politicamente è un conto, ma nei fatti non è più un’elezione popolare diretta. Deciderebbe la maggioranza attraverso un accordo al suo interno ma a quel punto diventerebbe capo del governo qualcuno o qualcuna che non ha vinto le elezioni. La logica vorrebbe che se chi viene eletto direttamente dal popolo poi perde la carica, allora si torna al voto, senza passare dal Parlamento. E infatti il modello da cui tutto questo parte è il sindaco d’Italia. Se un sindaco perde la fiducia del suo consiglio comunale si torna a elezioni. In questo modo invece non dico che la logica istituzionale è stravolta ma certamente non lineare.
L’obiettivo è evitare i cosiddetti “ribaltoni”…
Si scrive che deve essere un parlamentare della maggioranza perché non si vogliono più tecnici o non parlamentari, come i vari Ciampi, Monti, Draghi, Renzi. Tecnicamente è un presidenzialismo, e la figura del presidente della Repubblica rimane una specie di orpello. Lo si lascia soltanto per non dare fiato alla critica di averlo eliminato, ma di certo non sarà più una figura di garanzia come è ora.
La riforma parla di un premio di maggioranza del 55% ma non si è ancora parlato di legge elettorale. Cosa implica questo?
Tanto per cominciare l’elemento cruciale è che vince chi ha un voto più dell’altro. Ma questo significa che chi vince potrebbe benissimo non avere la maggioranza assoluta dei votanti. Questo è un punto delicato e che ritengo importante. A questa “non maggioranza” viene dato un premio in seggi, anche se resta da vedere se poi la Corte costituzionale riterrà che questo premio sia accettabile. Non sapendo quale percentuale ha avuto la maggioranza, il premio potrebbe essere enorme. Supponiamo che ci siano due schieramenti attorno al 40 per cento e gli altri voti: in questo caso un premio del 15% sarebbe molto consistente. E quindi molto criticabile. Di certo ci deve essere un’indicazione di legge elettorale e di quale legge serve per eleggere il primo ministro. Non si può rimanere silenziosi su questo.
Quale impatto avrà il disegno proposto rispetto all’attuale sistema dei partiti?
Questa è una domanda difficile. Di fronte al pericolo di perdere le elezioni contro un centrodestra attorno al 42- 44 per cento, il centrosinistra dovrebbe unirsi. L’ammucchiata, come la chiamano a destra, in questo caso è chiaramente necessaria. Insomma bisogna che si faccia una coalizione a sostegno di qualcuno che non deve essere né del Pd né del M5S e che tenga unita la coalizione mostrandosi al tempo stesso convincente per gli elettori.
Insomma questa riforma potrebbe favorire il bipolarismo?
Non userei il verbo favorire, preferisco incoraggiare, suggerire, spingere verso quella direzione. Di certo è un incentivo alla sinistra a mettersi insieme.
Questa riforma “mette in guardia” le coalizioni rispetto alla necessità di compattarsi, mentre i piccoli partiti dovrebbero rendersi conto che a loro conviene entrare in una coalizione, così da risultare decisivi. Entrerebbero in Parlamento grazie al premio di maggioranza e potrebbero chiedere ruoli di ministro. Insomma tutto quello che il centrodestra dice di rifuggere, cioè inciuci, accordicchi e via dicendo, è favorito da questo disegno.
A proposito di piccoli partiti: Renzi sostena la riforma, differenziandosi dal resto delle opposizioni.
Renzi ha detto che questa riforma gli piace e quindi si candida a far parte della coalizione di destra. Lui voleva il sindaco d’Italia, ma pur essendo stato molto critico su questo punto riconosco che almeno in quel caso il presidente del Consiglio veniva eletto dalla maggioranza assoluta dei votanti tramite ballottaggio, mentre in questo caso non c’è nemmeno quello. Il ballottaggio è un sicuro dispensatore di opportunità politiche perché consente agli elettori di dare un voto decisivo e acquisire ulteriore informazioni tra primo e secondo turno, obbligando i candidati a trovare alleati e affinare la propria proposta.
L’opposizione resta ferma sull’idea di sfiducia costruttiva, presente in Germania e Spagna, che però non piace alla maggioranza: che ne pensa?
La maggioranza fa un grave errore nel non volere la sfiducia costruttiva. Ed è quasi sorprendente che il centrodestra non la voglia. Basti pensare che tra i governi più longevi in Europa ci sono quelli tedeschi di Khol e Merkel e quello spagnolo di Felipe Gonzales. Cioè i due paesi dove c’è la sfiducia costruttiva. Di per sé quindi la misura stabilizzerebbe il capo del governo nella sua carica.
Un altro punto è l’abolizione dei senatori a vita: che idea si è fatto?
È un istituto anziano di cui si può fare certamente a meno ma bisogna capire come onorare al massimo alcune figure di spicco della società. Ad esempio negli Usa c’è la medaglia alla libertà, ma di certo dei senatori a vita è stato fatto un cattivo uso perché alcuni capi dello Stato hanno nominato dei politici e questo non si doveva fare.
Pubblicato il 2 novembre 2023 su Il Dubbio
Un anno non basta. La versione di Pasquino @formichenews

A un anno dalle ultime elezioni politiche, il prof. Pasquino passa in rassegna quanto messo in campo dal governo. Rapporti con l’Europa, questione migranti, proposte economiche. Un bilancio che può migliorare, secondo l’accademico dei Lincei
Non è l’anniversario di un anno di governo, ma quello di una vittoria annunciata, magari non con tanta chiarezza e non con un vincitore, chiedo scusa, una vincitrice tanto consapevole delle difficoltà di governare quanto convinta delle sue capacità, della sua superiorità sui competitors (uno dei quali, il capitano Salvini, si affanna pericolosamente, per sé e per la tenuta e operatività del governo).
Un più credibile e affidabile bilancio sarebbe possibile se Giorgia Meloni stessa estraesse dal suo programma quelle che lei riteneva/ritiene priorità. Arbitrariamente, lo farò io. Primo, “in Europa per cambiare tutto”, bilancio: non proprio così. In Europa cercando di mostrare competenza e affidabilità, ma al tempo stesso senza riuscire a comandare al cuore che continua a battere per Orbán, per Vox e per i polacchi. In Europa con Ursula von der Leyen, ma disposta a drasticamente ridefinire la maggioranza che ora la sostiene. In Europa, ma senza riuscire ad attuare il PNRR, lasciando riemergere la realtà di un’Italia che non riesce mai a rispettare fino in fondo gli impegni presi. Voto tra il 5 e il 6.
Immigrazione: nessuna delle ricette della destra funziona, ma di ricette davvero funzionanti confesso di non vederne … tranne la mia!: provando correggendo riprovando, mai con intenti punitivi che, invece, stanno nel profondo delle viscere di troppi esponenti del centro-destra. Sarò, però, generoso: espulsione dei violenti, no, non fra i migranti, ma fra gli esponenti del centro-destra, loro rieducazione e rinvio al settembre dell’anno prossimo per il Ministro degli Interni, i suoi collaboratori, i suoi consulenti.
Economia: le vacche grasse non abitano più qui, ma regalie e esenzioni, tasse basse e piatte, assenza di una concezione di ripresa della crescita dicono che neanche il più bravo, il Ministro Giorgetti, presiederà al miracolo economico prossimo venturo, concepibile solo se anche nell’Unione Europea faranno la loro comparsa solutori più che abili. Condivisione e compartecipazione sono le parole chiave che il centro-destra non riesce a declinare preferendo sussurrare sovranità e patria. Il patriottismo economico è quasi sinonimo di stagnazione.
Istituzioni: qui l’abbandono della proposta portante è clamoroso. Se è il (semi-)presidenzialismo quello che sta nel programma come modello di governo per garantire la stabilità governativa, ma non l’efficacia decisionale, che dipende dalla qualità dei decisori, il premierato è un tradimento programmatico, peggio poi se fosse una caramella data ad Italia Viva per avere un mucchiettino di voti, pur non sufficienti ad evitare il referendum. Zero.
Sondaggi e previsioni: le mie valutazioni sobrie e informate contano (sic), ma, giustamente, molto di più conta il parere del popolo, oops, degli elettori ai quali, non senza criticarli e senza cercare di fare loro cambiare opinione, mi inchino democraticamente. La Presidente del Consiglio continua ad avere un alto, maggioritario gradimento. Il suo partito è cresciuto passando dal 25 per cento di un anno fa a intenzioni di voto intorno al 30 per cento. Questo conta. Gli elettori promuovono Giorgia. Però, si può fare di più, di-verso, di meglio (anche come stile e come rilettura del passato). Studiare.
Pubblicato il 24 settembre 2023 su Formiche.net
Tra errori e pochi soldi. La nuova destra sembra vecchia @DomaniGiornale Meloni e il governo del nuovo che non avanza


Quali sono le priorità del governo Meloni? Avremo, forse, la risposta, almeno un abbozzo, nella Legge Finanziaria? Quel che si è intravisto finora è un misto che può essere utile alla leader di Fratelli d’Italia, ma che complessivamente non produce conseguenze positive per il paese. Meloni volteggia sorridente e apprezzata, anche perché le aspettative le erano contrarie, sulla scena internazionale. Sicura atlantista, vedremo se anche sulle spese militari, Meloni tiene bassissimo il suo sovranismo, ma sta lavorando per farlo crescere numericamente e politicamente con le elezioni per il Parlamento europeo. Le difficoltà, che paiono molto più grandi di quanto i governanti siano disposti ad ammettere, stanno specialmente nell’attuazione del PNRR. Suggeriscono, però, che alcuni nodi europei stanno venendo al pettine. Quei nodi hanno radici italiane.
Nei governi di coalizione alcune differenze programmatiche sono fisiologiche. Sono anche funzionali alla raccolta dei voti che provengono da una società segmentata e frammentata, di difficile ricomposizione come dovrebbero avere imparato i teorici del campo largo. Altre differenze, invece, si traducono in comportamenti concorrenziali patologici che la leader sembra avere scelto di affrontare flessibilmente: silenzio prolungato; spostamento dell’attenzione su altre tematiche; conciliazione, ricordando agli alleati che al governo sono arrivati grazie a lei e che, se vogliono starci e tornarci, non devono prendersi troppe libertà e fare balzi né in avanti né di fianco. Finora la strategia meloniana ha funzionato anche grazie al mediocre avventurismo mediocre di Salvini e allo stato di convalescenza di Forza Italia (per la quale neppure un buon, al momento imprevedibile, risultato alle elezioni europee sarà taumaturgico).
Con impegno puntiglioso Meloni cerca anche di colpire l’avversario principale. Si appropria, svuotandola, della tematica “salario minimo” per evitare che diventi un successo del Partito Democratico (e dei Cinque Stelle). Mira con determinazione a colpire il grande serbatoio di consenso elettorale e politico del PD che si chiama (Emilia-)Romagna. L’operazione ristoro e ripresa viene centellinata (dispiace che vi si presti anche il Gen. Figliolo). Avrà un rilancio e un’impennata quando si avvicineranno le elezioni regionali. La Finanziaria non è interamente un altro discorso perché il PIL emiliano-romagnolo e le sue propaggini contano, eccome. Almeno quanto i mal di pancia del Ministro Giorgetti al quale è cosa buona e giusta augurare una rapida guarigione anche se nei rumors che circondano l’elaborazione del Documento più importante per l’economia e la società della nazione finora non si individuano eventuali suoi apporti specifici.
Sembra che il governo Meloni si muova ancora, in parte inconsapevolmente in parte per malposta furbizia (favorire alcuni ceti di riferimento) in parte per incapacità, nel solco di molti governi delle cosiddette Prima e Seconda Repubblica. Sembrerebbe che in ordine sparso alcuni esponenti di Fratelli d’Italia preferiscano far vedere, con affermazioni talvolta risibili, che sono i primi della classe contro il politically correct platealmente e esageratamente praticato da alcuni settori della sinistra politica e intellettuale. Ma nessuna critica di destra delinea una visione alternativa se alla pars destruens non accompagna subito la costruzione del nuovo (e francamente, con riguardo, nessuno di quegli intellettuali si è ancora dimostrato all’altezza). Neppure in ordine sparso, però, governanti, parlamentari, consulenti del centro-destra hanno finora saputo dare un segno concreto del nuovo che vorrebbero fare nascere e avanzare cosicché nell’interregno si producono degenerazioni e fenomeni morbosi.
Pubblicato il 6 settembre 2023 su Domani
Ma la destra di oggi non è la sua #Berlusconi Formiche 193 #Rivista @formichenews

Su un punto non può esserci nessun disaccordo: Berlusconi ha “sdoganato” l’allora Movimento Sociale Italiano con la famosa frase pronunciata all’inaugurazione di un suo supermercato a Casalecchio, Bologna nel novembre 1993: “se fossi un elettore di Roma voterei Fini”. E il giorno dopo “la Repubblica” di Scalfari titolò: Il Cavaliere nero. Poi, seguì la decisione più importante, quella in occasione delle fatidiche elezioni politiche del marzo 1994 di costruire una duplice coalizione. Nei collegi uninominali del Nord Forza Italia si alleava con la Lega di Bossi: Polo della Libertà; nei collegi del centro-Sud l’alleanza, Polo del Buongoverno, Forza Italia la fece con il MSI diventato Alleanza Nazionale, grazie all’intelligenza politica del suo leader Gianfranco Fini consigliato da Domenico Fisichella. Di tanto in tanto Berlusconi sottolineava che era lui farsi garante degli ex-missini postfascisti e, in effetti, l’egemonia politica sulla coalizione dei tre partiti ai quali poi si aggiunsero molti democristiani di destra e alcuni socialisti fu sempre sua. Fu per l’appunto une egemonia sostanzialmente politica, di numeri e di potere. Berlusconi aveva bisogno di quei voti e sapeva ricompensarli con seggi parlamentari e cariche ministeriali, generosamente. In cambio, ovviamente e giustamente, pretendeva disciplina e sostegno, anche ammirazione, e non critiche e prese di distanze. Avesse o no ragione Fini era irrilevante, ma il suo dissenso frantumava il patto mai formalmente esplicitato, sempre sostanzialmente praticato.
L’egemonia politica di Berlusconi sui suoi alleati non fu mai tradotta anche in egemonia culturale. In verità, il berlusconismo, impasto di elementi antipolitici, di modelli televisivi di costume e di vita, di libertà come elusione delle regole, era, e rimane, più che un progetto, la conseguenza della visione di Berlusconi contrapposta a quel che parte della sinistra riteneva doveroso e praticava senza peraltro sapere più teorizzare. La destra non riceveva quindi nessuno stimolo, nessuna indicazione, nessun incoraggiamento all’ammodernamento della sua cultura post-fascista. Sminuire il significato del 25 aprile senza sostituirlo con una elaborazione storica, politica, sociale per l’Italia di fine secolo e oltre, era/fu un’operazione di corto respiro per conquistare qualche voto, qualche pancia, non qualche mente. La destra ne traeva limitati vantaggi, ma cambiava nel profondo dove Fini cercò di lavorare, ma, infine, perse e venne espulso, escluso.
I quattro aggettivi “inventati” da Berlusconi per definire la cultura politica di Forza Italia: liberale, cristiana, garantista, europeista, sono tutti discutibili e, al tempo stesso, sostanzialmente estranei alla destra italiana come l’abbiamo conosciuta. Delineano sicuramente una cultura politica moderna, non conservatrice, esistente in qualche schieramento e partito delle democrazie occidentali, ma che non abita affatto in Italia. Qualche spezzone di quella cultura politica ha fatto capolino in Forza Italia attraverso il reclutamento di alcuni parlamentari e la loro non lunga parabola. Nessuno di quegli elementi ha neppure lambito la destra che oggi si riconosce e esprime in Fratelli d’Italia e nella loro leader. Conservatrice (e riformista), non interessata all’esibizione di un popolarismo neppure di facciata, incline all’imposizione dell’ordine piuttosto che delle “garanzie”, non europeista, ma sovranista, la destra italiana non è per nulla debitrice in termini culturali ai valori enunciati, ma poco praticati e quasi nulla predicati da Berlusconi e dai suoi collaboratori fra i quali da tempo non figurano più gli elaboratori di idee. L’unico lascito per la destra che può essere attribuito a Berlusconi è quello che la loro partecipazione al governo non implicava danni e conseguenze negative che lui non avrebbe tollerato. Senza allarmismi va rilevato che nella configurazione del governo Meloni non esiste più quel contrappeso che Forza d’Italia di Berlusconi era in grado di garantire.
Formiche 193, luglio 2023, pp. 72-73
Imporre idee dall’alto non è vera egemonia @DomaniGiornale


A fondamento di qualsiasi egemonia culturale stanno le idee. Qualche volta le ideologie. Bisogna che quelle idee vengano diffuse, apprezzate, considerate essenziali nei dibattiti, nella scelta degli obiettivi, nella ricerca di soluzioni collettive. L’imposizione dall’alto di idee e della loro osservanza non è egemonia. Piuttosto, è discriminazione e oppressione. L’egemonia è tale se viene riconosciuta, se quelle idee portanti costituiscono punti di riferimento ineludibili e i portatori sono variamente premiati, nel loro paese (pardon, patria) e all’estero. Anzi, saranno proprio i premi all’estero, le traduzioni, le vittorie nei Festival a sancire che in effetti alcuni prodotti culturali sono importanti, decisivi. Questi dati “duri” metterebbero in piedi una valutazione più convincente di quanta e quale sia stata l’egemonia culturale della sinistra. Dall’egemonia culturale dovrebbe discendere anche una egemonia politica. Idee importanti sulla vita e sul mondo, sulla cultura e sulla rappresentazione della società che c’è e di quella da costruire non possono non influenzare la politica, i partiti, il voto. Invece, è innegabile che alla egemonia culturale della sinistra si sia contrapposto con grande successo il controllo del potere politico ad opera di chi quella presunta egemonia non gradiva, remember l’espressione “culturame”?, e la sviliva. Tuttavia, neppure l’occupazione, peraltro non integrale, del grande schermo televisivo è servita, da un lato, a contenere l’egemonia culturale della sinistra e, dall’altro, a fare nascere e prosperare una contro-egemonia, centrista, moderata, alternativa.
Con i suoi primi atti e con numerosissime dichiarazioni, i/le governanti del centro-destra hanno annunciato che vogliono porre fina all’egemonia culturale della sinistra (a me, nella misura in cui è effettivamente esistita, sembrava già da tempo esaurita nel pensiero e nelle opere) e sostituirla con idee di destra, con intellettuali di area, con una visione alternativa, a cominciare, ma non solo, dalla RAI. Sono circolati nomi di intellettuali ai quali nessuna egemonia di sinistra aveva impedito di esprimersi, i cui prodotti culturali non hanno mai incontrato censure, che nella misura delle loro capacità sono già stati apprezzati dal pubblico, magari molto meno a livello europeo e internazionale.
Ciò detto, non mi pare affatto che sia alle viste una grande battaglia di idee, anche se forse il sovranismo si erge contro l’europeismo, che qualcuno nello schieramento di centro destra abbia le qualità per diventare un intellettuale pubblico di grande influenza. Non basterà al centro-destra conquistare più posti per acquisire una vera egemonia. Il problema, però, riguarda anche la sinistra, quindi il paese. Venute meno le grandi culture politiche che scrissero la Costituzione, manca una competizione aperta, trasparente, anche aspra fra idee e ideali poiché entrambi sono assenti. L’egemonia non abita in Italia.
Pubblicato il 7 giugno 2023 su Domani
L’onda nera si prepara a invadere Bruxelles @DomaniGiornale


L’Europa non era probabilmente la priorità di nessuno o quasi degli elettori italiani nelle motivazioni di voto per i candidati sindaci di centro-destra. Male, perché le oramai lampanti difficoltà del governo Meloni e le dannose incertezze del Ministro Fitto su come spendere e come riassegnare gli ingenti fondi europei per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dovrebbero occupare il primo posto nelle preoccupazioni per il futuro prossimo (non resisto ad aggiungere per il “domani”!). In Grecia i rapporti con l’Unione europea sono costantemente oggetto di dibattito e critica con il partito Nuova Democrazia da qualche tempo considerato interprete più credibile delle esigenze di un paese che ha ripreso a crescere, mentre Tsipras sperimenta un triste declino. I Popolari spagnoli non hanno mai digerito le manovre che portarono il socialista Sanchez a diventare capo del governo e neppure la sua politica morbida con i catalani e i baschi. Il loro notevole successo nelle elezioni amministrative un po’ dovunque sul territorio nazionale, comprese alcune roccaforti del PSOE, è in larga misura il prodotto del desiderio di rivincita, di rivalsa. Poiché, però, è andato piuttosto bene anche il sicuramente anti-europeista Vox, non è azzardato sostenere che “questa” Europa non voluta e non gradita sia già entrata nelle motivazioni anche degli elettori del centro-destra spagnolo.
Oramai molti, politici, commentatori, associazioni e elettori, sono diventati consapevoli che la sfida europeisti/sovranisti/antieuropeisti è già cominciata. Sarà una sfida con implicazioni cruciali sia per il governo dell’Unione Europea sia per il ruolo dell’Europa sulla scena internazionale. Molto ringalluzzita dalla sua vittoria politica nel settembre 2022, Giorgia Meloni, presidente dei Conservatori e Riformisti Europei, ha subito capito che le sue fortune nazionali dipendono anche dai suoi rapporti europei. Per dirla in termini estremi che, se non nella sua interezza, certamente in buona misura, il Partito popolare Europeo è irrequieto nell’alleanza con socialisti, democratici, liberali e verdi che da tempo guida l’UE. Diversi esponenti popolari, non solo tedeschi, non sono inclini a scartare fin d’ora e del tutto la eventualità di un’alleanza con alcune destre nel prossimo Parlamento europeo, se ci fossero i numeri. Comunque, l’esistenza di quei numeri servirebbe a contrattare da posizioni di maggior forza.
Insomma, è già cominciata la battaglia per Bruxelles che i partiti di sinistra, socialisti, democratici, ambientalisti debbono combattere non all’insegna del “sì, ma”, ovvero del riconoscimento delle, invitabili e superabili, inadeguatezze delle politiche europee, sottolineando, invece, il molto di positivo che continua a essere fatto e che sarebbe sostanzialmente messo in pericolo dai parvenus sovranisti. Adesso.
Pubblicato il 31 maggio 2023 su Domani
Territori e Europa, alla sinistra serve visione @DomaniGiornale


Le opposizioni del centro, trattino, sinistra non sembrano avere ancora capito che le probabilità che il governo Meloni 1 duri tutta la legislatura sono molto elevate. Certo, il governo non cadrà per qualche voto parlamentare più o meno casualmente perduto. Questo non significa che le vittorie parlamentari delle opposizioni siano irrilevanti se obbligano il governo a confrontarsi con le loro idee, le loro preferenze, le loro proposte. All’università ho regolarmente insegnato che la qualità del governo dipende, spesso, anche dalla qualità dell’opposizione. Purtroppo, in questi sei mesi di governo Meloni, le opposizioni hanno preferito combattersi fra di loro, da un lato, con l’obiettivo di strapparsi qualche voto, dall’altro, di dimostrare di essere più intelligenti e più progressisti dei competitors, definiti come quelli che agiscono nello stretto asfittico recinto dei votanti del 25 settembre 2022. Vale a dire che non si sono neanche posti il compito prioritario di cercare, trovare, motivare almeno parte degli astensionisti, circa il 40 per cento dell’elettorato. Per riuscirvi non sarà mai sufficiente gonfiare e esibire pubblicitariamente i propri ego e neppure vantare qualche piccola particolaristica vittoria parlamentare. Come asseriscono alcuni politici senza grande fantasia, sarà indispensabile avere lo sguardo lungo, dal canto mio direi una visione. Per ciascuna battaglia parlamentare importante: lavoro, scuola, diritti, immigrazione, Europa, invece di rincorrersi e scavalcarsi più o meno furbescamente, le opposizioni dovrebbero procedere ad un coordinamento di emendamenti, di mozioni, di voto. Ciascuna, poi, con i suoi parlamentari e dirigenti spiegherà agli elettori le sue motivazioni contrapponendole non a quelle delle altre opposizioni, ma a quelle dei governanti approfondendone le differenze di opinione (che sappiamo essere molte e di non poco conto). Una buona opposizione parlamentare è consapevole che deve andare sul territorio e rimanervi operativa per interloquire il più frequentemente e il più visibilmente possibile con le associazioni economiche e culturali attive nei diversi territori e con le istituzioni locali. Spesso, è proprio a livello locale che è più facile, anche grazie a rapporti personali e a migliore conoscenza dell’ambiente, maturare condivisioni e giungere a proposte comuni. Dal basso può effettivamente venire la spinta, non all’impossibile e neppure utile unità, ma alla convergenza politica e culturale. Per vincere e poi governare senza tensioni interne, le opposizioni debbono mirare a formulare una cultura politica ampiamente condivisa che, inevitabilmente, va costruita intorno al rapporto imprescindibile fra Italia e Unione Europea. In cinque anni ben spesi è possibile fare molta strada in questa direzione, cambiando profondamente in meglio la politica della “nazione” e tornando al governo.
Pubblicato il 3 maggio 2023 su Domani
Pasquino: «Pd, che errore avere tenuto ai margini la cultura politica socialista» #intervista @Avantionline

Intervista raccolta da Giada Fazzalari
“Solo restando ancorati all’Europa la sinistra e il Pd possono trovare ispirazione per creare una cultura riformista “vera”, anche radicale, che oggi manca nello scenario politico italiano” – dice Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica all’università di Bologna, uno dei più intelligenti e acuti pensatori e intellettuali italiani del secondo dopoguerra. Per Pasquino, che tratteggia un affresco dell’Italia politica, il Terzo Polo, vicino alla rottura, è “una cosa poco interessante, un accordo di potere tra Renzi e Calenda che è servito a qualcuno di loro per rientrare in parlamento e per far perdere la sinistra e il Pd alle elezioni”, mentre il Governo, fatto di persone “con poca esperienza e spesso poca competenza, pratica misure che gettano fumo negli occhi ma sostanzialmente non ha fatto nulla che rimanga”.

Cos’è, come si fa, a cosa serve”
(Ed. Utet) è il libro di Gianfranco Pasquino in uscita il prossimo 2 maggio 2023
Schlein riformi il Pd, poi penserà alle alleanze. Bene il sostegno a Kiev #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega che «il compito di Schlein è di far entrare o rientrare un certo numero di iscritti che abbiano voglia di lavorare sul territorio» e che «se la segretaria abbandonerà la linea finora seguita dal Pd di sostegno all’Ucraina senza se e senza ma si caccerebbe nei guai».
Professor Pasquino, si aspettava la vittoria di Schlein?
Aspettarmelo non me lo aspettavo, ma pensavo che fosse possibile perché conosco un po’ di politica e so che gli elettori potenziali e attuali e i simpatizzanti del Pd volevano qualcosa di diverso rispetto alla continuità nel partito che sarebbe stata espressa da Bonaccini. Inoltre penso che la Schlein sia l’unica in questa fase che può dare una scossa al partito e immagino che circa 600mila del milione di elettori lo abbiano pensato.
Pensa che ora dovrà trovare accordi con le altre opposizioni?
Un accordo ora non è necessario quasi su nulla. Certo se in Parlamento si presentano mozioni comuni è utile per fare una buona opposizione di cui c’è bisogno. Ma il compito di Schlein è di far entrare o rientrare un certo numero di iscritti che abbiano voglia di lavorare sul territorio e che presentino il partito a quegli elettori disaffezionati e che debbono tornare a votare. L’obiettivo è il 2024 ma la segretaria è stata eletta per riformare il partito, non per fare il capo del governo.
Eppure con i Cinque Stelle prima o poi dovrà parlare, no?
L’alleanza con i Cinque Stelle è assolutamente essenziale, lo dicono i numeri. Sappiamo che una parte dell’elettorato del Pd è franata sul M5S nel 2018 e viceversa nel 2022. Ma andare insieme è l’unico modo per vincere. Lasciamo perdere la Lombardia, dove ha contribuito alla vittoria della destra l’operato spregiudicato e sbagliato di Renzi, Calenda e Moratti.
Schlein ha detto di voler parlare anche a un’ipotetica gamba centrista del centrosinistra. Troveranno un accordo?
Per il momento è una gambetta, non una gamba, e anche se si mettono insieme per fare un partito unico non riusciranno a produrre tanto più di quell’8 per cento che hanno ora. Se si presentano come alternativi all’alleanza con i Cinque Stelle, poi, è inutile stare a discutere. Ma è prematuro parlare di alleanze, prima vengono i temi, nel frattempo alle elezioni europee si va separati e quindi c’è la grande opportunità di contarsi. Questo sarà molto importante per la Schlein, che è stata anche parlamentare europea e quindi si gioca la sua credibilità.
Al momento però il terzo polo vale quanto Lega e Forza Italia, che per il governo Meloni sono fondamentali: pensa che il centrosinistra riuscirebbe a vincere senza Renzi e Calenda?
Le dico soltanto che la prima cosa da fare è cambiare la legge elettorale, che è pessima e lo sanno tutti. Dopodiché le energie si giocano in campagna elettorale. Se Renzi e Calenda pensano di egemonizzare il Pd prima e poi fare un’alleanza con i Cinque Stelle, sono fuori strada. Al momento vogliono far perdere la sinistra e questo non mi sorprende ma mi irrita.
Schlein ha detto che sarà un problema per Meloni: lo pensa anche lei?
Non si tratta di creare problemi al governo, che ne ha tantissimi di suo e che comunque dovrà affrontarne perché di tanto in tanto alcuni ministri gliene creano, da Piantedosi a Valditara. Il Pd deve creare alternative alle politiche che il governo vuole fare, possibilmente su temi di convergenza sia con i Cinque Stelle che con Renzi e Calenda. Ma non c’è nessuna fretta, il prossimo appuntamento è a maggio 2024, non i tratta di fare il colpo a effetto ma di preparare un programma che nel corso del tempo si affini e costruisca un’alternativa al governo di destra.
Sull’Ucraina Schlein ha corretto un po’ il tiro: pensa che continuerà sulla linea Letta di sostegno a Kiev?
Credo che se abbandonerà la linea finora seguita dal Pd di sostegno all’Ucraina senza se e senza ma si caccerebbe nei guai. Tanto per cominciare perde il voto di Pasquino, in secondo luogo indebolisce il Pd sulla scena internazionale. Si può perseguire un’azione diplomatica ma continuando a sostenere che l’invio di armi a Kiev deve essere mantenuto. E sapendo che dal punto di vista diplomatico certamente non saremo noi i mediatori.
Sull’immigrazione crede che il Pd possa farsi valere rispetto ai Cinque Stelle, visto il passato del Conte I o il governo si difenderà senza problemi?
Il governo si difenderà ma sapendo che Piantedosi è diventato praticamente impresentabile. Non solo per le politiche che fa ma per le parole che usa. Sta diventando imbarazzante, sarebbe il caso che ammettesse gli errori e si dimettesse per non mettere in difficoltà Meloni. L’immigrazione in diverse aree è un tema elettorale ed è giusto che Schlein metta in imbarazzo Conte per quello che ha fatto e non ha fatto. Facendogli capire che lei se vuole su questo punto può metterlo in difficoltà.
Dunque l’opposizione non marcerà compatta su questo tema?
L’opposizione deve dire cosa vuole fare e l’unica risposta è essere ancora più incisivi con l’Ue. La risposta italiana è l’accoglienza, salvarli nel momento in cui vengono buttati a mare dagli scafisti, dopodiché dall’Ue vogliamo che ci siano le risorse per dare a costoro un minimo di accoglienza decente e che non ci sia un’immigrazione di massa priva di controllo e decenza.
Pensa che la vittoria di Schlein rientri in una nuova ondata di centrosinistra che si è affermata già in Spagna e Germania e che probabilmente presto si affermerà anche nel Regno Unito?
Ai casi che lei ha citato aggiungerei il Portogallo, dove c’è un buon governo di sinistra che dura da molto. Ma credo poco a un’ondata socialdemocratica. La vittoria di Schlein riguarda un partito. Per parlare di ondata aspetterei un’eventuale vittoria socialdemocratica nei paesi scandinavi e soprattutto in Ungheria e Polonia, che presto andrà al voto.
Pubblicato il 8 marzo 2023 su Il Dubbio