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Pasquino: «Di Maio debole ai 5 stelle serve un leader credibile»

Intervista raccolta da Simona Musco

Per il professore «Il Pd non ha recuperato voti, è rimasto fermo e questo è già un successo. Zingaretti? Ancora non ha sviluppato appieno le sue potenzialità…»

Se il M5s ha perso la metà dei consensi in un anno la colpa non è dell’astensionismo. È, piuttosto, frutto di una posizione vaga e di una leadership debole – quella di Luigi Di Maio – che si scontra con la forza titanica dell’altro vicepremier, Matteo Salvini. Mentre il Pd, dal canto suo, «Si trova esattamente dov’era prima», dice al Dubbio Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Che però assicura: «Zingaretti non ha ancora sviluppato appieno le sue qualità…».

Professore, secondo Di Maio il M5s è stato penalizzato dall’astensionismo…

È un’affermazione sbagliata. Il calo dipende piuttosto dal fatto che un certo numero di elettori ha trovato la proposta politica europeista del Movimento da un lato non sovranista, scegliendo dunque di dare il proprio voto a Salvini, dall’altro vaga sul tipo di posizione che avrebbe assunto in Europa. Quindi o hanno optato per il non voto o per il Pd, che ha presentato una proposta più europeista.

Il ribaltamento di posizioni tra M5s e Lega mette in crisi il governo?

Io non credo. Di Maio fa bene a ricordare di avere il 33% dei seggi in Parlamento e di essere, quindi, il partner di maggioranza al governo. Deve rivendicarlo. Ciò che emerge, però, è la sua inettitudine a ricoprire il ruolo di capo politico del M5s. Questa sua sconfitta dipende anche dal fatto che, al contrario, la leadership di Salvini si staglia alta e forte, mentre la sua figura appare debole.

Deve cedere il ruolo di leader politico a qualcun altro?

Se fosse un partito allora si dovrebbe aprire un dibattito interno per ragionare su un cambio alla guida e sul futuro. Ma, come sappiamo, le decisioni sono affidate a Casaleggio e Grillo. La base conta poco, sappiamo come vengono gestite le discussioni tra gli 80 mila iscritti sulla piattaforma Rousseau. Di conseguenza credo che Di Maio rimarrà al suo posto, ancora per un po’. Ma farebbero bene, per il loro futuro, a pensare presto ad un’alternativa.

Tipo Di Battista?

Non so, immagino possa continuare a viaggiare per l’America Latina. Credo che a loro serva qualcuno che riesca ad elaborare autonomamente una linea politica, senza essere subalterno, come finora accaduto, a Casaleggio e Grillo. Chiunque sia, deve essere in grado di dare vita ad un’organizzazione robusta e vibrante, per dirla all’americana. Non si può pensare di poter continuare ad affidare la propria azione politica a messaggini e post sul web.

Il M5s, dunque, che futuro avrà?

Se vuole continuare a sopravvivere deve fare leva su quelli che sono gli indiscutibili successi che ha avuto al governo, come il reddito di cittadinanza o la capacità di introdurre un maggiore controllo sul comportamento dei parlamentari. Le dimissioni di Siri, ad esempio, sono un successo della loro linea politica e per avere ancora quel consenso devono sottolineare i temi forti sui quali hanno ottenuto il risultato del 4 marzo.

Il Pd ha recuperato: merito di Zingaretti o del crollo del M5s?

Mah, non credo si possa dire che abbia recuperato, piuttosto credo si trovi esattamente dov’era il 4 marzo: i voti delle europee sono circa 6 milioni, esattamente come lo scorso anno. Non possiamo dire che sia cresciuto, piuttosto il vero successo è che sia stato in grado di mantenere gli stessi voti.

Nessun mezzo miracolo?

Non possiamo dire che queste elezioni abbiamo rilanciato partito. C’è un lungo sospiro di sollievo, quello sì, ma se non si traduce in azione si rimane fermi lì.

E Zingaretti? Che futuro ha?

Credo che non abbia ancora sviluppato appieno le sue qualità. Dovrebbe essere più propositivo, possiamo dire che si è salvato da questo passaggio così delicato. Però non basta dire ogni giorno che il governo non può reggere perché è litigioso, deve dire con chi vorrebbe cambiare, quali sono le alternative possibili a questa alleanza e come vorrebbe farlo. Inoltre deve trovare i temi giusti per rilanciare il partito.

Che però si è preso Roma, roccaforte del M5s. Cosa ci dice questo dato?

Nelle grandi città il Pd c’è ed è in grado di raccogliere un consenso significativo, perché è lì che si trova parte consistente suo elettorato. Ma non ha risolto il suo problema più importante: come raggiungere l’elettorato disagiato. Se vuole risalire la china deve essere capace di combinare il consenso delle grandi città con quello delle piccole, dove infatti la Lega si afferma in maniera significativa.

Pubblicato il 28 maggio 2019 su ildubbio.news

I vedovi del sì non capiscono il consenso dei giallo-verdi

Dal 5 marzo 2018 mattina, incessantemente, molti politici del PD e i giornalisti del Foglio, professoroni (sic) abbacinati da Renzi, dopo essersi invaghiti di Craxi e di Berlusconi, giornaliste embedded, continuano ad attribuire ai sostenitori del NO la colpa della nascita e dell’esistenza del governo giallo-verde. Chiedono ai professoroni del “no”, ma dovrebbero estendere il loro invito almeno anche ai partigiani “cattivi”, di riconoscere che hanno aperto la strada a quel governo e che, adesso, se ne stanno a guardare senza sbottare a ogni (più o meno presunta e presumibile) violazione della Costituzione –anche se finora proprio non ve ne sono state. Affermare, insieme a Casaleggio, che il Parlamento potrebbe un giorno risultare inutile, non è, peraltro, la stessa cosa di fare del Senato un dopolavoro per consiglieri regionali (come voleva la riforma Renzi-Boschi). Cattivi perdenti, “quelli del ‘sì”, non soltanto non si chiedono dove hanno sbagliato, che sarebbe il minimo, ma persistono in alcune argomentazioni logorissime, senza nessun fondamento minimamente scientifico. Secondo loro, mi riferisco in particolare all’articolo di Angelo Panebianco, Quei puristi (scomparsi) della Carta (“Corriere della Sera”, 3 novembre, pp. 1 e 28), i sostenitori del “no” non criticherebbero abbastanza, anzi, per niente, Grillo e Casaleggio (della Lega e di Salvini l’articolo non parla). Di più, sarebbero ancora prigionieri del “complesso del tiranno” ragione per la quale non avrebbero voluto il rafforzamento dei poteri del governo. Non c’era nulla nella riforma Renzi-Boschi che, attraverso un limpido intervento sulla Costituzione, rafforzasse i poteri del governo. Eppure sarebbe bastato il voto di sfiducia costruttivo alla tedesca oppure anche alla spagnola, ma i sedicenti riformatori d’antan e i loro molti commentatori amici non lo presero in nessuna considerazione. Oggi, peraltro, si vede con chiarezza quali sono i fattori che rendono forte un governo, persino, quando è di coalizione. Ricordo che la legge elettorale Italicum era stata formulata proibendo la formazione di coalizioni con l’intento di dare vita al governo di un solo partito premiato (gonfiato) da un cospicuo premio di seggi a tutto scapito della rappresentanza parlamentare. Non soltanto il governo Cinque Stelle-Lega ha a suo fondamento la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma non si sente in alcun modo ostacolato nelle decisioni che prende, nei decreti che produce, nella sua concreta attività di governo. Con vezzo italiano, proprio non solo dei complottisti e degli incompetenti, denuncia l’ esistenza dei poteri forti, delle tecnostrutture e, naturalmente, dei burocrati di Bruxelles ogniqualvolta incontra resistenze alle sue politiche, ma, almeno finora, non attribuisce le responsabilità alla Costituzione italiana. Anzi, a oggi le uniche proposte ventilate dalle Cinque Stelle stanno tutte nel solco di quanto i partecipanti alla Commissione Letta per le riforme istituzionali avevano variamente ventilato: riduzione bilanciata del numero dei parlamentari e potenziamento dell’istituto referendario. Non si vede, dunque, perché i sostenitori del “no” dovrebbero lanciarsi a capofitto in una campagna ostruzionistica. A riforme eventualmente approvate dal Parlamento si vedrà. Qualcuno potrebbe, invece, volere chiedere alle Cinque Stelle (la Lega non sembra interessata alla tematica) una profonda revisione della legge elettorale Rosato, anzi, per usare un termine caro alla parte politica di Rosato, una vera e propria rottamazione. Tornando al governo in carica le prefiche del “sì” potrebbero anche interrogarsi sulle ragioni che ne mantengono elevato il consenso in tutto il paese e chiedersi se non sarebbe meglio destinare il troppo tempo che impiegano a criticare chi ha vinto il referendum per formulare una strategia politica alternativa e farla viaggiare su quel che rimane dei partiti oggi all’opposizione.

Pubblicato il 6 novembre 2018

Apprendisti riformatori sul palco

Le approssimative conoscenze costituzionali del Movimento 5 Stelle, del loro fondatore Grillo, del loro guru Casaleggio si accompagnano a proposte improvvisate. Possono anche sembrare gravi, come l’impeachment che Di Maio voleva lanciare contro il Presidente Mattarella sicuramente “reo” di rispettare e imporre il rispetto della Costituzione anche nella fase di formazione del governo. Poi è venuto Casaleggio a dichiarare la probabile futura inutilità del Parlamento che sarà essere sostituito da qualcosa tecnologicamente più avanzato e più moderno, per esempio, perché no?, dalla sua piattaforma Rousseau. Infine, Grillo ha scoperto come domare il Presidente della Repubblica: togliendogli la Presidenza del Consiglio Supremo di Difesa e del Consiglio Superiore della Magistratura nonché il potere di nomina dei Senatori a vita. Sono subito insorti i difensori della Costituzione, ma, francamente, non ne vale proprio la pena anche perché l’abolizione dei senatori a vita, frequentemente e variamente proposta, non sarebbe certo una diminuzione della democraticità del sistema politico italiano. Grillo ha forse voluto mandare un avvertimento al Presidente Mattarella: “non ti mettere di traverso alla manovra”. Infatti, è proprio autorizzando o no i disegni di legge del governo e promulgandoli o no che il Presidente della Repubblica italiana esercita in maniera visibile reale potere istituzionale e politico. La maniera non visibile, ma non meno efficace, consiste nelle comunicazioni informali fra i Palazzi. Il Presidente italiano, in quanto rappresentante (art. 87) della “unità nazionale” ha il dovere, oltre che il diritto, di valutare nelle sue linee generali se quanto il governo fa o si propone di fare va o no a scapito dell’unità nazionale, della coesione, del benessere. L’ha fatto sapere più volte in questi mesi nei suoi discorsi ufficiali con riferimenti felpati, ma limpide alle avventurose politiche di Di Maio e Salvini. A proposito di queste politiche, non è affatto detto che, solo perché le loro linee generali sono contenute nel “Contratto di governo”, debbano necessariamente essere accettate anche danneggiano l’economia e violano impegni presi con l’Unione Europea.

Più di tutte le parole di Di Maio, Grillo, Casaleggio, comunque criticabili per faciloneria e esasperazioni, contano le proposte ufficiali che il Movimento ha concretamente avanzato: riduzione di un terzo dei parlamentari e introduzione del referendum propositivo. Di quest’ultimo, utile potenziamento di democrazia diretta, esistono tracce nelle Commissioni Riforme Istituzionali fin dal 1983. La riduzione del numero di parlamentari andrebbe motivata, non solo con esigenze risparmiose: ridurre i costi della politica, ma anche con riferimento a miglioramenti nel funzionamento del Parlamento e della rappresentanza politica per la quale, però, ci vorrebbe una riforma decente dell’attuale legge elettorale indecente. Ma, forse è già chiedere troppo a riformatori pentastellati, non stellari.

Pubblicato AGL il 23 ottobre 2018

M5S-Lega: i rischi di un accordo

Al momento, non so quanto temporaneamente, hanno molto di che rallegrarsi tutti coloro che volevano il governo dei “vincitori”. Sì, certo, le Cinque stelle sono il partito più votato e la Lega ha addirittura quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018. Quindi, il loro eventuale governo non tradisce il mandato elettorale, anzi, sarebbe il modo migliore, ancorché non l’unico, per tradurlo nei fatti. Tuttavia, nelle democrazie parlamentari i governi non sono mai una semplice faccenda numerica. Per fare uno solo dei diversi esempi possibili, in Portogallo, il partito più votato, PDS, conservatori, sta, alquanto irritato, all’opposizione di una coalizione di sinistra (già, proprio così). Comunque, i numeri parlamentari italiani offrivano/offrono almeno tre altre possibilità. I governi si costruiscono su affinità politiche e compatibilità programmatiche, tutte da verificare.

Sono certamente molto soddisfatti tutti quegli elettori che hanno scelto pentastellati e leghisti per esprimere il loro forte dissenso e risentimento ne confronti della politica italiana com’è, da tempo, dei politici al governo e delle loro politiche. Quasi nulla di tutto questo può essere definito con il termine tanto onnicomprensivo quanto vago, populismo. È facilmente accertabile che qualche striscia di populismo c’è, eccome, sia nel M5S sia nella Lega, ma sconsiglio di usare il termine contro tutto quello che non piace, come fanno imprenditori, giornalisti, professori, spesso parte dell’establishment e come tali non sempre erroneamente criticati. Cinque stelle e Lega rappresentano con notevoli diversità elettorati insoddisfatti e trascurati che, giustamente, adesso, pensano di avere maturato la loro rivincita. Con la Lega molto forte al Nord e con il Movimento dominante nel Sud Italia, mi avventuro a sostenere che la loro azione politica potrebbe portare ad una sorta di ricomposizione dell’unità nazionale. Alla prova dei fatti, chi sa se le diversità saranno foriere, invece, di scontri?

Non ho alcun dubbio che i più felici dell’eventuale governo Di Maio-Salvini sono il due volte ex-segretario del PartIto Democratico Matteo Renzi e i renziani di tutte le ore, compresa quella della nomina a parlamentari. All’opposizione andranno a rigenerarsi e a fare un partito più bello e più grande avendo evitato un devastante ritorno alle urne con conseguente perdita della poltrona. Nel comfort dell’opposizione magari non rappresenteranno quelli fra i loro elettori che avrebbero preferito per sé, ma anche per il paese (sì, resuscito la “funzione nazionale” dei partiti, di sinistra, sic), un governo Cinque Stelle-Partito Democratico al nascituro governo Pentastellati-Leghisti. Infatti, è sbagliato sottovalutate i rischi di questa inusitata coalizione ed è più che ragionevole preoccuparsi della inesperienza e incompetenza dei futuri probabili governanti.

Se ne preoccupa e molto il Presidente della Repubblica al quale spetta, sembra l’abbiano finalmente capito sia Di Maio sia Salvini, nominare il Presidente del Consiglio. Mattarella terrà certamente conto delle loro preferenze, ma, oramai lo ha ripetuto solennemente tre volte, sceglierà qualcuno che sappia che l’Italia nell’Unione Europea ci deve stare, convintamente e attivamente. Non è possibile dire quanto effettivamente abbiano perso gli europeisti, purtroppo per loro privi di guida e di grinta (Macron non abita qui). Infatti, se, da un lato, Grillo, che riesuma la proposta di un incostituzionale referendum sull’Euro, dà un assist al sovranista Salvini, dall’altro, dopo la sua processione in Europa, Di Maio sembrava avere capito che esiste un vincolo esterno, dall’Italia liberamente accettato, e che, rispettandolo, si creano anche le premesse per chiedere credibilmente di cambiarlo.

Hanno perso tutti coloro che pensavano di fare politica con gli annunci, con le narrazioni, con le prevaricazioni senza andare a parlare con gli elettori offrendo loro una legge elettorale che consentisse di esercitare potere sulla scelta dei candidati e dei partiti, con il voto disgiunto e senza la tremenda manipolazione delle pluricandidature. Infine, hanno di che riflettere e dolersi tutti coloro che, qualche volta pur consapevoli che la politica è cambiata e deve certamente ancora cambiare, hanno mantenuto vecchi riti, conditi con qualche esagitazione, che si sono tenuti lontano dagli elettori, non proponendo spiegazioni, non offrendo partecipazione e rinunciando, per insipienza e per comodità, nonostante tutte le avvisaglie dell’insoddisfazione che venivano da più fonti, sondaggi inclusi, a cercare di (ri)dare dignità alla politica cominciando con i loro comportamenti personali. Ricominciare da capo non sarà sufficiente. Senza conoscenza del passato (una sola Repubblica democratica e una Costituzione da rispettare e attuare) non andremo da nessuna parte.

Pubblicato il 12 maggio 2019

Italiani, eccolo il Governo che vi state meritando

Quando conteremo i voti scopriremo che il 40 per cento di voi che avete votato hanno scelto l’usato sicuro (sicuro di cosa: delle bugie, delle inadempienze, della crescita del debito pubblico?) e l’ex-rottamatore (rottamatore di idee, di competenze, di culture politiche, mai dei suoi imbarazzanti collaboratori). Scopriremo anche che il 25/30 per cento di voi hanno delegato, colpevolmente, la scelta dei nuovi parlamentari a chi è andato votare. Pur comprendendo la loro insoddisfazione, irritazione, delusione per la politica com’è praticata in Italia, quegli astensionisti cronici o occasionali debbono essere severamente rimproverati. Hanno comunque perso il diritto di continuare nella critica, spesso qualunquistica, a politica e politici. Sono anche loro con il non-voto responsabili di quello che va male in Italia. Insomma, in un sistema politico nessuno può chiamarsi fuori, fare l’anima bella e dire che è colpa degli altri -meno che mai, naturalmente, che è colpa dell’Europa alla quale, anzi, dobbiamo riconoscere il diritto di criticarci e di auspicare, come ha fatto, persino troppo timidamente, Jean-Claude Juncker, “un governo operativo”. Ha ragione. Anche molti di noi vorremmo un governo, non solo operativo, ma fatto di persone decenti, in grado di dare rappresentanza alle preferenze dei cittadini e persino ai loro interessi (una scuola davvero buona, un mercato del lavoro flessibile e accogliente, una politica dell’immigrazione con filtri e controlli, la sicurezza nella legge), in grado di governare non a colpi di arroganza e di “teatro”, ma con una visione orientata dalla consapevolezza che, fuori dall’Unione Europea, l’Italia non andrebbe da nessuna parte tranne che a fondo nel Mediterraneo.

Rosi dalle loro differenze interne sia la coalizione di centro-destra sia il PD e i suoi alleati cespugli non offrono granché come stabilità e progettualità. Né si può pensare ad un governo pentastellato con Di Maio (insieme a Grillo e Casaleggio) costretto a dedicare tutto il suo tempo a verificare gli scontrini delle spese e delle restituzioni e a comminare espulsioni a destra e a manca, ma anche al centro. Insomma, la palla passa al Presidente della Repubblica Mattarella che, felpato almeno quanto Paolo Gentiloni, il Presidente del Consiglio che, seppur necessariamente dimissionario, rimarrà in carica (proprio come Angela Merkel) fino alla formazione del prossimo governo, s’inventerà una soluzione politica secondo il dettato costituzionale: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio” (che, dunque, lo scrivo per chi ancora non lo sa, non è “eletto dal popolo”). No, non è vero che il paese reale starà meglio senza governo. No, non è vero che governare gli italiani è impossibile. Non è neanche inutile. È doveroso. Senza governo si ha soltanto galleggiamento, mentre è opportuno che qualcuno sia al timone. La barca non va mai avanti da sola, finisce per girare su se stessa.

Dovremo attenderci un “governo del Presidente”? e di quale Presidente? Del Presidente della Repubblica? Non sembra questa la propensione di Mattarella che, invece, cercherà la persona (non necessariamente un uomo) che sappia costruire e tenere insieme una coalizione in grado di durare e di governare, anche viceversa: governare e durare. I numeri (dei seggi in Parlamento) contano, ma bisogna avere anche i “numeri”politici, quelli che solo l’esperienza e la competenza garantiscono. Sarà il Presidente della Corte Costituzionale, come in nessuna, ma proprio nessuna democrazia parlamentare, è mai avvenuto? Oppure tornerà fra di noi, il figliol prodigo Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, le cui competenze politiche sono ignote ai più, a tutti? Credo che se ne guarderebbe bene. Avremo bisogno del neo-Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Taiani, facendo la classica figuraccia italiana: preferire una carica nel proprio paese a un ruolo importante nelle istituzioni europee? Sono convinto che, alla fine, Mattarella ci consegnerà un governo politico dopo avere escluso i più divisivi degli ambiziosissimi leader in campo e avere esercitato la sua fantasia e, mi auguro, anche la sua moral suasion. Sarà, comunque, un governo che noi italiani, certo con responsabilità differenziate, ci siamo meritato. Purtroppo, anche con la pessima legge elettorale firmata dal piddino Rosato, non adeguatamente contrastata dai grandi opinionisti dei grandi quotidiani e dai conduttori/trici dei meno grandi talk show, il Parlamento lo abbiamo eletto noi e, seppure indirettamente, è sui nostri voti che si costruirà un governo.

Pubblicato il 1 marzo 2018 su ITALIANItaliani

Attenti, voi che personalizzate

C’erano una volta i partiti che ascoltavano i cittadini e reclutavano persone. Oggi si offre il ‘corpo’ del leader per raggiungere elettori, ma il declino dei partiti personalisti può essere molto rapido” (BLOG di G. Pasquino)

Già da qualche tempo i partiti erano partiti, sostituiti da leader i quali, per quanto bravi, non potevano in nessun modo svolgere gli stessi importanti compiti di strutture con effettiva presenza sul territorio. Ascoltare le esigenze dei cittadini, interloquire con loro, parlare di politica e, chi sa, persino della vita, reclutare uomini e donne capaci di amministrare un comune e, persino, di fare i parlamentari. Alcuni leader italiani, a cominciare, lui sì, con buone ragioni, da Berlusconi hanno pensato e continuano a pensare di saper fare tutto meglio delle strutture che molti di loro e dei loro seguaci definiscono “ottocentesche”. Ne sono derivate organizzazioni, ma il termine è troppo nobile, dirò, quindi, aggregazioni di persone intorno ad un leader che può ricompensarle: partiti personalistici e personalizzati. Non è un salto di qualità mettere il nome del leader nel simbolo del partito da presentare alle elezioni. Da un lato, è la manifestazione d’insopprimibile, spesso, ingiustificato, narcisismo, dall’altro, è una scorciatoia per raggiungere elettori ai quali non si sa parlare di politica, ma si offre il “corpo” del leader: qualcuno che ha fatto qualcosa (nel caso di Berlusconi, nelle sue parole, tutto e con grande successo), che, proiettato nel futuro come Matteo Renzi, rottama (i vecchi dirigenti e la Costituzione); che è “uno di noi” (Salvini), che rappresenta gli italiani (Meloni), che, last but not least, dà voce con il suo “vaffa” ai nostri sentimenti più profondi e più sinceri nei confronti dell’establishment politico.

Se non esistono strutture che consentono a coloro che desiderano fare politica di apprendere, praticare, addestrarsi, nessuno potrà essere valutato con riferimento alle sue qualità e capacità. Le primarie del PD sono certamente servite a vedere chi aveva più consenso fra elettori reali e potenziali, ma con molte critiche, oltre che da commentatori poco informati, persino dall’interno del Partito. Le parlamentarie e affini delle Cinque Stelle si prestano a manipolazioni dei più vari tipi e qualche volta è stato il leader stesso, Beppe Grillo, a stravolgerne l’esito. Negli altri partiti personalistici, anche se la parola decisiva spetta al leader, spesso sono state premiate figure che qualche attività politica l’avevano svolta, che qualche rappresentanza politica, territoriale, di interessi l’avevano data. Infatti, non è nella Lega e neppure nei Fratelli d’Italia che le procedure per la scelta delle candidature al Parlamento hanno rivelato le maggiori contraddizioni e le indecorose prevaricazioni dei leader e dei più stretti collaboratori fidatissimi, fedelissimi, servilissimi.

Il leader di un partito personalizzato non può permettersi di avere intorno a sé, tantomeno in Parlamento, persone che rappresentano effettivamente qualcosa e che, di conseguenza, sono anche in grado, per la loro storia e per la loro competenza, di rivendicare autonomia di giudizio. Troppo rischioso anche per il presunto prestigio del leader che non vuole essere contraddetto. Berlusconi non ha certamente gradito né la miniscissione di Alfano né le fin troppo brillanti manovre parlamentari di Verdini. Sul versante del Partito Democratico, più e più volte Renzi aveva fatto sapere con tono ultimativo che le liste le avrebbe fatte lui: segnale minaccioso per tutti i non allineati e i dissenzienti, ma anche per i capicorrente, ad esempio, il Ministro Andrea Orlando. Riportato dai giornalisti, non solo quelle di rito renziano, questo segnale è stato seguito dalla prova dei fatti. Sì, l’esperienza è stata come descritta da Renzi: devastante. Infatti, ha devastato gli oppositori interni riducendoli ai minimi termini, ma soprattutto ha devastato qualsiasi relazione fra la rappresentanza politica e il territorio.

A Berlusconi il consenso dei suoi parlamentari è sempre giunto per il suo indiscusso ruolo di fondatore e finanziatore di un’esperienza vincente, Forza Italia. Il suo partito personale è insostituibile. Renzi ha conquistato un partito, quello Democratico, che non si è mai consolidato. Il suo consenso veniva da coloro che, per molte buone, ma anche cattive ragioni, si erano stancati della nomenklatura della ditta. Non è affatto detto, al contrario, che neppure la maggior parte di coloro da Renzi reclutati e promossi siano migliori degli esclusi in “odor di ditta”. Privi di una storia politica e di competenze insostituibili, saranno, però, molto attenti e molto ossequienti. Non contraddiranno il leader almeno fintantoché garantisce e ottiene successo. Il declino dei partiti personalisti può essere molto rapido.

Pubblicato il 28 gennaio 2017 su huffingtonpost.it

In attesa di proposte #Politiche2018

Troppi dicono che la campagna elettorale in corso è “brutta”. Piena di rancori e di risentimenti, con molte vendette da consumare. Mi paiono categorie poco politiche, ma so benissimo che la politica è fatta da persone, elettori compresi, che, inevitabilmente, basano i comportamenti anche sulle emozioni. Nessuno dice quale campagna elettorale italiana è stata bella: quella del 1948 quando, secondo la DC, c’era il fondato rischio che i cosacchi giungessero ad abbeverare i loro cavalli in Piazza San Pietro? Certo, dopo il lungo percorso da Mosca avrebbero avuto moltissima sete. Quella del 1976 con il più fondato rischio, per i democristiani, che il PCI li “sorpassasse”? Quella del 1994, con gli ex- e i post-comunisti ai quali si contrapponeva l’immaginaria rivoluzione liberale di Berlusconi? Quella del 2013 in un paese ancora fiaccato dalla crisi economica al quale il centro-sinistra non sapeva cosa offrire e il Movimento di Grillo prometteva di fare vedere un cielo molto stellato? Ho lasciato fuori la campagna elettorale del 1996 nella quale la novità Ulivo sostenuta da molte associazioni si contrappose abbastanza (non trascuro l’appoggio condizionato, ma decisivo, di Rifondazione comunista) nettamente al centro-destra di Berlusconi privo della Lega che corse da sola. Brutta è stata, se guardiamo oltre Atlantico, la campagna elettorale per le presidenziali USA del 2016, e bruttissimo l’esito.

Cos’è davvero brutto nella campagna elettorale italiana? La mia risposta ferma e tassativa è: la legge elettorale Rosato che obbliga gli elettori a ratificare le alleanze fatte dal partito che intendono votare e ad accettare tutti i suoi candidati. La risposta della quasi totalità dei commentatori e dei conduttori televisivi è, invece, che la bruttezza deriva dalle promesse irrealizzabili che tutti gli schieramenti fanno senza curarsi del costo di quelle promesse e dell’esplosione probabile del debito pubblico, già a livelli insopportabili. È assolutamente giusto e opportuno criticare chi promette in maniera sconsiderata ed evidenziare che mancano le coperture, ma il mio suggerimento è di procedere in maniera diversa. Contrariamente al detto comune che non bisogna guardare al dito di chi indica (promette) la luna, sostengo che è proprio al possessore di quel dito che bisogna guardare.

La maggioranza di noi elettori non guarda soltanto alla luna che ci viene promessa. Ci chiediamo, invece, se chi indica quella luna è credibile. Se ha fatto promesse simili nel passato, le ha poi adempiute una volta al governo? Il suo schieramento è sufficientemente coeso dietro quelle promesse? Lo è stato nel passato?

Al suo interno esistono le competenze per tradurre efficacemente le promesse elettorali in politiche pubbliche? E, eventualmente, a ritoccare quelle promesse per procedere ad una migliore attuazione? I tre governi guidati da Berlusconi hanno fatto quello che avevano promesso? I governi del centro-sinistra guidati da Renzi e da Gentiloni hanno dimostrato tutta la competenza di cui si vanta l’attuale segretario del PD? Come valutare le capacità di governo delle 5 Stelle, solo in riferimento ai casi locali più visibili, Roma e Torino, oppure ampliando lo sguardo ad altre città con sindaci del Movimento? È mia opinione che la campagna elettorale attuale non sia né brutta né, aggettivo impegnativo, bella. Il suo difetto è che le proposte/promesse dei contendenti sono frammentarie, non consentono agli elettori di vedere quale idea di Italia abbiano i tre schieramenti: un’Italia credibile e attivo partner nell’Unione Europea oppure un’Italia sovranista fuori dall’euro e dalla UE? Ci sono ancora cinquanta giorni affinché gli schieramenti facciano chiarezza, individuino il loro tema dominante, formulino la loro idea d’Italia nei prossimi cinque anni. Poi saremo noi a decidere qual è, se non la migliore, la meno brutta.

Pubblicato AGL il 16 gennaio 2018