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La missione quasi impossibile di Conte per salvare i Cinque Stelle @DomaniGiornale

Non conosco il pensiero politico del Professor Giuseppe Conte. Non sono neppure riuscito a vederne il pensiero istituzionale nei suoi quasi tre anni di governo. Anzi, ricordo di avere immediatamente criticato la sua concezione di Presidente del Consiglio quando definì il suo ruolo come quello di “avvocato del popolo”. Sbagliato. Semmai, l’avvocato/a del popolo è chi rappresenta l’opposizione alla quale spetta difendere quel popolo dalle malefatte del governo.

   Non so quanti libri di scienza politica Conte abbia mai letto (o sfogliato). A Firenze ne troverebbe molti, da Machiavelli a Sartori, utilissimi per rappresentanti e governanti. Ho visto, però, che nella sua pratica istituzionale si è mostrato abilissimo, equilibrato e equilibrista, entrambi elementi che ritengo positivi anche se, talvolta, il decisionismo diventa più che opportuno, indispensabile. Nessuno di questi termini compare nel linguaggio di Conte come da lui stesso manifestato sia nel suo sobrio, serio e sofferto discorso d’addio a Palazzo sia nella sua cosiddetta lectio magistralis per il ritorno, che probabilmente non ci sarà, all’insegnamento fiorentino.

   Il fatto più duro dell’esperienza di governo di Giuseppe Conte è che il Movimento che lo ha designato sembra avere già perso quasi la metà dei voti ottenuti nel marzo 2018 e sta assistendo inebetito ad una considerevole emorragia di deputati e senatori. Le elezioni regionali hanno altresì mandato messaggi preoccupanti. Il potere, anche a Roma e a Torino, sembra avere logorato chi ce l’ha (non sapendolo usare). Ė la democrazia, bellezza! Adesso, sembra che a Conte verrà affidato il compito di ricostruire il Movimento 5 Stelle con l’obiettivo principale di riportarlo ai fasti d’antan. Quei fasti erano stati costruiti su una grande pervasiva insoddisfazione nei confronti della politica politicata, ma anche contro lo stesso sistema istituzionale repubblicano: la democrazia parlamentare.

   Tutti i dati confermano che l’insoddisfazione permane molto diffusa né mi pare probabile che il governo Draghi calato dall’alto del Quirinale e alquanto carente in materia di comunicazione riuscirà a contenerla prima che, tempi non brevi, venga ridimensionata e messa ai margini la pandemia e facciano effetto i fondi europei. Quanto alla sfida alla struttura della democrazia parlamentare in quanto tale, di successi, nel nome usurpato di Rousseau, non ne ha avuti nessuno. Anzi, va a grande merito del parlamentarismo e della Costituzione italiana l’avere sconfitto tutte le versioni anti-sistema, peraltro, mai brillantemente elaborate, del Movimento, versioni riguardo le quali non conosciamo le eventuali condivisioni e valutazioni di Giuseppe Conte.

   Tuttavia, non possiamo dimenticare che la critica anti-parlamentare ha prodotto qualche esito sostanzialmente irreversibile: abolizione o quasi dei vitalizi, drastica riduzione del numero dei parlamentari. Resta da vedere se il limite dei mandati sarà più o meno tacitamente abbandonato. Anche su questo il silenzio di Conte è stato assoluto. Probabilmente, però, la leadership che il Movimento ovvero, quanto meno, il garante maximo Beppe Grillo, gli ha offerto non dovrà misurarsi sulle proposte del passato né sulle innovazioni, alcune delle quali possibili e auspicabili, da introdurre nelle modalità di funzionamento della democrazia parlamentare italiana, ad esempio con pratiche e esperimenti di democrazia deliberativa (il lettore apprezzerà il mio riserbo sulle leggi elettorali ancora oggetto di oscuri desideri dei partiti e dei loro leader).

   Il Movimento non ha mai avuto una ideologia se non quella di essere contro le poche rimanenti pallidissime e evanescenti elaborazioni occasionali dei simulacri di partiti esistenti, che soltanto alcuni dirigenti politici e i loro non fantasiosi intellettuali di riferimento sembravano puntellare. Certamente, il Movimento non avrebbe fatto molta strada dichiarandosi “liberale e moderato” alla Di Maio. L’europeismo al quale Conte è approdato senza fare rumore è, al tempo stesso, molto più che un’ideologia (è, invece, il più ambizioso progetto politico del secondo dopoguerra) e molto diverso da un insieme di idee rigide e costrittive. Richiede, però, una declinazione e un arricchimento che sono sicuramenti estranei al Movimento e, al momento, fuori della loro portata. Quanto Conte sia in grado di trovare una via originale per l’europeismo dei Cinque Stelle è una delle sfide alla sua leadership.

La transizione da un ruolo istituzionale adempiuto con successo (non è opinione soltanto mia, ma condivisa in una lunga serie di sondaggi da circa il 50/60 per cento degli italiani) ad un ruolo più propriamente politico, è complicatissima, irta di imprevedibili difficoltà. Non farò nessun paragone con la frettolosa “salita in politica” del Sen. Prof Mario Monti che, pure, si era avvalso di qualche consulente politico, oggi diventato sottosegretario. La ricostruzione di un movimento declinante, roso da tensioni e conflitti, anche di tipo personale, si presenta come un’avventura che fa tremare i polsi. Compulsando la ricca storia politica delle democrazie europee non sono riuscito a trovare esempi e precedenti utilizzabili per una sana e feconda comparazione. Non sta a me suggerirli, ma credo che Conte dovrebbe indicare e operare attorno ad alcuni punti incomprimibili, irrinunciabili. Il primo consiste nel mantenere, rivista, potenziata e meglio regolamentata, una piattaforma telematica che consenta agli iscritti di esprimersi frequentemente non solo in votazioni, ma anche in discussioni. Il secondo punto irrinunciabile consiste nel garantire, anche a rischio di qualche confusione, la pluralità di prospettive: allargare i confini senza espulsioni che mi paiono una deplorevole pratica da partiti totalitari. Sarà lo stesso Conte, e dovrà rivendicarlo, a fare la sintesi. Pur tenendo sempre alto il tiro delle mie critiche al Movimento, lo ritengo un attore utile al sistema politico italiano per incanalare il dissenso e per obbligare a decisioni meglio profilate. Non so quanto “politico” riuscirà a diventare Conte, ma questo è il compito che sta per assumersi. Quello, molto eventuale e arditissimo, di “federatore delle sinistre” verrà semmai dopo.

Pubblicato il 2 marzo 2021 su Domani

I Cinque Stelle servono ancora a qualcosa? @DomaniGiornale

Raramente un Movimento politico è stato tanto ferocemente, insistentemente, quasi unanimemente criticato e financo sbeffeggiato come il Movimento 5 Stelle. L’importante, però, non è che le critiche sono ingenerose. Ė, invece, che quelle critiche non rendono giustizia al ruolo complessivamente svolto dai Cinque Stelle nel sistema politico italiano di ieri, di oggi e di domani. “Vaffa” non è mai stato il mio modo di esprimere una valutazione della classe politica italiana, meno che mai di indicare una strategia. Che, però, Beppe Grillo traducesse in quell’invito la grande e diffusa insoddisfazione di una larga parte degli italiani è oramai accertato. Meno noto è che grazie alle liste delle Cinque Stelle nel 2013 una parte consistente di elettori che, altrimenti, si sarebbero astenuti, scelse di andare alle urne. Con il loro voto quegli elettori hanno svolto un compito importante comunicando la richiesta di cambiamenti profondi ancorché, inevitabilmente, non molto precisi.

  Fare chiarezza e selezionare fra le domande è, per qualsiasi classe politica, uno dei principali compii da adempiere. Che un Movimento votato da un italiano su tre nel 2018 sia molto composito è, ovviamente, tanto innegabile quanto inevitabile proprio come anche che la sua leadership sia divisa su non poche scelte rilevanti. Qualcuno, e mi colloco fra questi, ritiene che la dialettica di posizioni e soluzioni è utile, un contributo importante al funzionamento di un sistema politico e, se mantenuta entro (in)certi limiti, anche delle coalizioni di governo. Molto schematicamente, questa dialettica è stata interpretata come uno scontro senza possibilità di conciliazione fra l’ala governista e gli ortodossi. Penso che questa contrapposizione sia limitativa e, in buona sostanza, sbagliata e sterile. Vedo, da un lato, non un’ala che vuole stare a tutti i costi al governo (governista), ma che intende governare (ala governante) per tradurre alcune sue priorità programmatiche in politiche pubbliche; dall’altro, un’ala che preferisce “non sporcarsi le mani” in attesa forse di avere ancora più voti e più seggi.

   L’ortodossia, comunque difficile da valutare, è spesso testimonianza senza profitto (ma, volendo essere “cattivo”, notevolmente gratificata da molte photo e interviste opportunities). L’ala governante può vantare qualche successo: il reddito di cittadinanza, il Ministero della Transizione Ecologica, l’abolizione dei vitalizi, il taglio del numero dei parlamentari. In linea di massima sono molto critico di tutto quello che discende da una critica populista e antiparlamentare, ma, al tempo stesso, non posso non riconoscere che il taglio dei parlamentari obbliga a pensare a come strutturare meglio la rappresentanza politica, certamente non imponendo un impraticabile vincolo di mandato, e a come rendere più spedito il lavoro parlamentare, improbabilmente con il limite ai mandati. Sarà legittimo criticare le, immagino non poche, in parte già preannunciate e giustificate, deroghe.  

   Non credo che le votazioni con/sulla Piattaforma Rousseau costituiscano un fulgido esempio di democrazia diretta. Tuttavia, a fronte dei cambi di linea di alcuni partiti decisi sostanzialmente dal leader (Berlusconi, Salvini, Renzi) o da alcuni pochi notabili, il coinvolgimento di 70 mila attivisti mi pare importante. Probabilmente questo esercizio di partecipazione, che dovrebbe essere meglio strutturato, produce effetti a cascata di diffusione di informazioni politiche nient’affatto da sottovalutare. Le molte e persistenti le critiche alle pratiche democratiche dei Cinque Stelle dovrebbero essere estese anche alle pratiche non democratiche dei concorrenti. Non ritengo democratica la pratica delle espulsioni, ma se giustificabili con riferimento al (non-)Statuto ne prendo atto pur continuando a ritenerle politicamente sbagliate. Sono interessato al futuro dei Cinque Stelle? Non credo affatto che né la loro scomparsa né il loro ridimensionamento a cespuglio renderebbero migliore il funzionamento del sistema politico. Al contrario, in parte squilibrerebbero il sistema a favore della destra, in parte indebolirebbero l’attenzione su alcuni gravi fenomeni sociali quali, ad esempio, la povertà e la condizione dei giovani. Non bisogna chiedere ai Cinque Stelle di uniformarsi a quello che esiste, ma continuare a criticarli, tutte le volte che si offrono, per le loro inadeguatezze.

Pubblicato il 24 febbraio 2021 su Domani

La salute della Repubblica #recensione #NuovaInformazioneBibliografica @edizionimulino

In “Nuova informazione bibliografica”, n. 3, Luglio-Settembre 2019, pp. 598-605

Guzzetta, G., La Repubblica transitoria. La maledizione dell’anomalia italiana che fa comodo a tanti , Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018, pp. 237.

Teodori, M., Controstoria della Repubblica. Dalla Costituzione al nazional-populismo , Roma, Castelvecchi, 2019, pp. 223.

Interrogarsi su che cosa è andato storto nella storia italiana del secondo dopoguerra è del tutto legittimo. Rileggere quella storia, vale a dire le “storie” variamente scritte su un periodo lungo, caratterizzato tanto da stabilità e crescita quanto da alcune svolte/rotture particolarmente significative (l’irruzione politica di Berlusconi nel 1994, l’avvento di un governo “populista” –ma c’è di più- nel 2018) e da vent’anni di difficoltà economiche può essere utile ad una migliore comprensione. Riscriverla, quella storia, senza mai archiviarne gli avvenimenti più sgradevoli, è possibile soprattutto quando l’autore si propone ed è in grado di darne una interpretazione originale, fuori dal coro, suffragata da documenti, avvenimenti, altre interpretazioni convergenti con la sua, ma non ancora sfociate in una coerente visione complessiva che possa servire anche a prefigurare il futuro possibile oppure, quantomeno, individuare le condizioni di futuri possibili. Naturalmente e inevitabilmente operazioni di questo genere approdano ad una valutazione complessiva di quella che ho scelto di chiamare “la salute della Repubblica”.

Quella salute non è buona, ha già risposto Andrea Capussela intitolando Declino. Una storia italiana (Roma, LUISS University Press, 2019) il suo denso, solido, importante percorso analitico concentrato soprattutto sugli aspetti economici. Però, in un’intervista (Declino? L’antidoto c’è, “Corriere della Sera”, 28 aprile 2019, p. 28) ha poi preferito lasciare la porta aperta alla “possibilità di migliorare le cose” (p. 29). Da molti autori quel declino è stato variamente addossato a due macrofattori: da un lato, la cultura politica e i partiti; dall’altro, l’assetto istituzionale e la Costituzione. Naturalmente, frequente e complessa, quasi inestricabile, è stata (e continua a essere) l’interazione fra i due insiemi di macrofattori, ma analiticamente li si può distinguere anche al fine di valutarne l’impatto specifico sulla Repubblica e il suo declino.

Con il suo saggio, già a partire dal titolo, Controstoria della Repubblica. Dalla Costituzione al nazional-populismo , Massimo Teodori segnala la sua intenzione prevalente: andare contro la storia della Repubblica raccontata come il prodotto degli incontri/scontri fra democristiani e comunisti, fra cultura cattolica e cultura social-comunista, recuperando quanto la cultura laica, in senso lato liberale, ha dato e quanto avrebbe potuto dare se i suoi dirigenti fossero stati più capaci e se DC e PCI non avessero deliberatamente tolto spazio ai “liberali”. La post-fazione di Giuliano Ferrara, che è facile e appropriato definire dissacrante, rimprovera ai laici e, di conseguenza va contro l’interpretazione di Teodori, il loro opportunismo, i loro adattamenti compromissori, la loro scarsa o nulla attitudine a combattere per le loro idee, i loro valori. “I laici hanno voluto essere quel che erano, avanguardie o mosche cocchiere, non hanno mai aspirato alla manovra di società e di Stato imperniata sul consenso democratico, preferendo l’intercapedine liberale … senza vere contaminazioni, senza affrontare i weberiani paradossi etici” (p.255, che personalmente interpreto come il conflitto fra l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità). Ben scritto, ma, in buona sostanza, la ricostruzione di Teodori oscilla tra la storia che è effettivamente stata e quella che lui avrebbe desiderato per andare contro una egemonia e mezza, rispettivamente, dei democristiani e dei comunisti, e sconfiggerla. In corso d’opera, attraverso alcune originali e brillanti digressioni e approfondimenti, da lui definite “cronache”, Teodori disvela e travolge alla radice le teorie complottistiche sulla P2 e mette fine, a mio parere convincentemente, alla leggenda che il sequestro di Moro non sia stato totalmente ideato, effettuato e portato alla sua tragica conclusione dalle Brigate Rosse. Ottima anche, fin dal titolo: Perché i grillini sono tanto ignoranti e presuntuosi, la digressione conclusiva che, in buona sostanza, comunica che la salute della Repubblica in mano a quei governanti non soltanto non è affatto buona, ma rischia di peggiorare sensibilmente.

In effetti, Teodori ritiene molto preoccupanti le pratiche dei movimenti populisti italiani che (cito dalla quarta di copertina) “preannunciano il deterioramento della democrazia rappresentativa e l’avvio di una democrazia illiberale”. Però, è piuttosto sorprendente che l’analisi delle tematiche elettorali e istituzionali che hanno segnato momenti importanti nella storia della Repubblica trovino pochissimo spazio nella Controstoria della Repubblica. Una paginetta e mezza per la legge elettorale del 1953, che truffa sarebbe certamente stata nelle sue prevedibili conseguenze se fosse scattata, e praticamente nulla sul cruciale referendum per la preferenza unica 1991 e poche righe sui referendum antipartitocratici radicali e per la legge elettorale tre quarti maggioritaria nel 1993 sono assolutamente insufficienti a rendere conto dell’importanza e dell’asprezza dello scontro fra posizioni alternative spesso divaricatissime. Teodori non fa meglio fa nella ultrasintetica contrapposizione fra il “partito costituzionale immobilista” che, secondo lui, aveva tra i suoi maggiori sostenitori i comunisti, e quella che definisce, in maniera per me sorprendente e non condivisibile, mossa “intraprendente e lungimirante” di Renzi, peraltro “digiuno di una visione matura della riforma costituzionale e privo di sensibilità su questioni come il bilanciamento dei poteri istituzionali per prevenire gli abusi” (p. 199). Teodori ne conclude che la personale sconfitta di Renzi al referendum (da lui erroneamente definito “confermativo” e che, infatti, si dimostrò, “avversativo”), segnò “un’altra tappa nel deterioramento della democrazia rappresentativa” (p. 199). Purtroppo, la Controstoria di Teodori non risponde all’interrogativo cruciale su che cosa avrebbero dovuto e dovrebbero fare gli esponenti della cultura liberale a fronte della “questione istituzionale”.

Anche se non disponiamo di nessuna analisi complessiva e approfondita, il cui spazio è prevalentemente occupato da un misto di più o meno pii desideri e certamente non pii anatemi, sappiamo, però, come l’hanno pensata e la pensano i cosiddetti –qualcuno potrebbe preferire l’aggettivo sedicenti– riformatori costituzionali. Non è un gruppo omogeneo. Anzi, per capirne di più, potrebbe essere rivelatore risalire alle origini del loro pensiero costituzionale, soffermandosi su quello che hanno poi scritto, sulle riforme che hanno sostenuto/osteggiato, sulle motivazioni, spesso collegate e dipendenti dai loro rapporti con i loro leader “di riferimento” . Da quel che ho letto e so per molti la coerenza non è mai stata la stella polare, mentre per pochissimi è valso il principio che le riforme, qualsiasi riforma costituzionale deve essere proposta e valutata con riferimento al suo probabile impatto sul sistema politico, facendo essenziale ricorso alla comparazione (per tutto questo l’irrinunciabile testo di riferimento è Sartori, Ingegneria costituzionale comparata, Bologna, Il Mulino, 2005, 5a edizione).

Quel che non ha fatto lo storico Teodori è, invece, oggetto esclusivo della ricostruzione del giurista Giovanni Guzzetta, La Repubblica transitoria. La maledizione dell’anomalia italiana che fa comodo a tanti. Obietto fin dal titolo e dall’interpretazione che lo sottende e che viene argomentata nel corso della esposizione. No, la Repubblica italiana non è affatto transitoria. No, non è affatto esistita una “fondamentale anomalia di sistema”. No, i Costituenti, pur perfettamente consapevoli dei tempi e dei luoghi, non fecero per niente scelte contingenti, legate a “condizionamenti della situazione storica congiunturale” (p. 9). Tutt’al contrario. Ebbero un mandato popolare, che, comunque, rifletteva le loro preferenze, per la costruzione di una democrazia parlamentare e quel tipo di assetto istituzionale disegnarono tenendo in grandissima considerazione i principi classici del liberal-costituzionalismo: separazione dei poteri, freni e contrappesi, rappresentanza, responsabilizzazione dei governanti e dei rappresentanti. Né provvisoria né precaria la Repubblica democratica e parlamentare italiana è stata talmente forte e, con l’auspicabile approvazione dei lettori, scrivo anche resiliente, da obbligare gli sfidanti, comunisti e neo-fascisti, aventi dosi diverse di atteggiamenti anti-democratici e anti-sistema ad accettare il quadro, le regole e le procedure del sistema. Qualcuno potrebbe aggiungere che anche l’ascesa al governo dell’imprenditore Silvio Berlusconi, con il suo conflitto d’interessi, e della sua maggioranza dal centro alla destra estrema fu una sfida che la Costituzione ha puramente e semplicemente, vinto.

Lungo tutto l’arco della sua analisi, il costituzionalista Guzzetta sostiene che la Costituzione, frutto di più o meno occasionali compromessi, ha prodotto “una Repubblica transitoria e incompiuta” (p. 16) che fornisce alibi a chi governa il paese. La tesi dell’autore è che addirittura i Costituenti stessi furono consapevoli che l’eccezionalità italiana richiedeva la transitorietà della Repubblica: un progetto da sviluppare “sia sul piano sostanziale (le politiche da mettere in campo) che sul piano istituzionale (il modo di funzionare della politica” (p. 17). Questa affermazione, drastica e impegnativa, meriterebbe di essere suffragata con riferimenti a situazioni e paesi nei quali non siano (più o mai) in discussione né le politiche da mettere in campo né il modo di funzionare della politica. Purtroppo, l’analisi comparata non è fra gli strumenti a disposizione di Guzzetta che ripiega sulle chiavi narrative della Repubblica transitoria definendole retoriche della transizione (c.vo dell’autore, p. 20).L’autore elabora un certo numero di “retoriche”: dell’eccezione, della provvisorietà, dell’emergenza, paternalistica, unanimistica, palingenetica a sostegno della sua tesi dell’incompiutezza della Repubblica italiana. Qualche citazione di qualche uomo politico viene selettivamente utilizzata per “dimostrare” che, sì, i Costituenti e i leader erano, da un lato, consapevoli dei problemi del sistema politico italiano, dell’assetto istituzionale, dei partiti; dall’altro, che li sfruttavano come alibi per le proprie incapacità di risolvere i problemi e/o di fare dell’Italia una democrazia compiuta, identificata con una democrazia dell’alternanza. Qui viene ovviamente citato Moro, ma anche il moroteo Roberto Ruffilli, purtroppo erroneamente definito professore dell’Università di Ferrara p. 100 e non di Bologna.

Neppure in un momento di distrazione fa capolino nell’analisi di Guzzetta una qualche comparazione, per esempio con la Francia. La Quarta Repubblica francese (1946-1958) non ebbe alternanza alcuna; nella Quinta Repubblica, fondata nel 1958,la prima alternanza avvenne 23 anni dopo, nel 1981. Sembra che in Italia il male assoluto, peraltro non credibilmente attribuibile alla Costituzione, sia l’esistenza di governi di coalizione: “che il problema italiano sia storicamente quello dei governi di coalizione è noto fin dalle origini” (p. 118). Forse Guzzetta non sa, sicuramente non scrive mai, che tutte le democrazie dell’Europa occidentale sono state governate praticamente da sempre e continuamente da coalizioni di due, tre, quattro, persino cinque partiti. Una sbirciatina comparata consente di vedere in un attimo tutti i governi di coalizione e, naturalmente, anche di capire che gli accordi e i compromessi sono elemento essenziale della democrazie contemporanee. Sostanzialmente, Guzzetta auspica una democrazia maggioritaria che meriterebbe una approfondita discussione per evitare che si identifichi con la vittoria elettorale di un solo partito al quale viene consegnata una maggioranza più che assoluta di seggi grazie ad un qualche furbesco meccanismo elettorale.

La sua rassegna delle leggi elettorali italiane perde di vista l’obiettivo da conseguire che in nessuna democrazia (ahi, ancora la mancanza di prospettiva comparata) è l’elezione del governo, ma l’elezione di un’assemblea rappresentativa e il cui criterio di valutazione è il potere degli elettori, quanto e come. La sua preferenza va ai “governi di legislatura” e, certo, la stabilità e la durata sono elementi positivi purché accompagnati dall’efficienza e efficacia decisionale sulle quali Guzzetta non ha nulla da dire. Invece, dice qualcosa di ambiguo sui checks (plurale) and balances il cui richiamo “esprime spesso il riflesso condizionato di una cultura consociativa e assemblearistica” poiché “non sono interpretati come meccanismi di controllo costituzionale e politico, in vista di una della ‘competizione’, ma come strumenti di blocco e paralisi che alludono a una nostalgia della codecisione” (p.115). Questa critica severa ad una delle componenti fondative delle democrazie liberal-costituzionali non è purtroppo accompagnata da nessun esempio concreto e preciso.

Rimanendo nel vago, Guzzetta attribuisce buona parte della responsabilità di avere mantenuto transitoria la Repubblica e di non avere proceduto a dare vita ad una democrazia maggioritaria, bipolare, compiuta, dell’alternanza (sono tutte specificazioni che ricorrono nel libro e fanno parte del dibattito pubblico, ma dovrebbero essere sottoposti ad un vaglio severo) alla “persistenza di una cultura dei partiti mediamente ancora arretrata” (p. 116). Immagino che il giudizio riguardi la cultura istituzionale dei partiti poiché oramai di cultura politica i partiti italiani sono privi da una ventina d’anni, ma anche in questo caso riferimenti più puntuali, riguardanti anche quello che hanno detto e scritto gli intellettuali fiancheggiatori di quei partiti, renderebbero la critica più incisiva e più feconda. Quanto ai partiti stessi, Guzzetta sembra preoccuparsi della loro, certamente problematica (è un eufemismo) democrazia interna piuttosto che del sistema dei partiti, del suo formato, della sua meccanica (per usare la appropriata terminologia di Sartori), degli esiti della loro competizione.

È da tempo accertato che le democrazie nascono con e grazie ai partiti e che i partiti nascono con e grazie alle democrazie. Il quesito contemporaneo è duplice: 1. Possono esistere democrazie senza partiti?; 2. Se muoiono i partiti moriranno anche le democrazie? (chiaro è che la morte di una democrazia implica la morte dei suoi partiti). Se i partiti sono così importanti, allora la loro evoluzione/trasformazione può essere molto importante, talvolta decisiva per la periodizzazione della dinamica di qualsiasi sistema politico. Guzzetta fa spesso riferimento alla numerazione delle Repubbliche. La Prima Repubblica (1948-1994) è stata superata da una Seconda Repubblica (1994-2018) e, in seguito alla estromissione di alcuni partiti, in particolare, il Partito Democratico e Forza Italia, e alla formazione del governo giallo-verde (Cinque Stelle-Lega), saremmo entrati, trionfantemente a sentire parole pronunciate dal noto costituzionalista, capo del Movimento 5 Stelle e vice-presidente del governo, Luigi Di Maio, nella Terza Repubblica. Credo che la terminologia in corso, in parte accettata e usata da Guzzetta e da molti altri, sia, in assenza di criteri che consentano di capire quando si passa da una Repubblica ad un’altra, sostanzialmente sbagliata e fuorviante.

Per passare (transitare…) da una Repubblica a un’altra è necessario quello che definisco un cambiamento di regime, vale a dire delle istituzioni, delle norme e delle procedure, se si preferisce della Costituzione. In Italia, non è affatto avvenuto questo passaggio. In Francia, sì: dalla Quarta alla Quinta Repubblica si passa da una democrazia parlamentare classica/tradizionale ad una democrazia semi-presidenziale sostanzialmente nuova (qualcuno sostiene, con prove abbastanza convincenti che la Repubblica di Weimar configurò una democrazia semi-presidenziale) e moderna. Invece, la riunificazione tedesca nel 1990, pure fenomeno di enorme importanza e significato, non ha portato a nessuna nuova Repubblica. La Costituzione tedesca del 1949, definita Legge Fondamentale (Grundgesetz), ha brillantemente accolto e assorbito quell’evento epocale senza nessun mutamento di rilievo nelle istituzioni, nelle regole e nelle procedure, neppure quelle elettorali. Per quanto riguarda l’Italia, la Repubblica rimane quella “vecchia”, magari, secondo sia molti critici sia i suoi sostenitori, traballante e barcollante (tutto da provare), certamente scossa, forse squilibrata da attacchi e aggressioni di varia portata . Personalmente, non utilizzerei nessuno dei vari aggettivi per la Costituzione italiana vigente che mi pare, al contrario, meritare di essere definita: flessibile, adattabile e lungimirante (presbite nelle parole di Piero Calamandrei). Potrei aggiungere anche riformabile, ma non nel senso che deve essere riformata, ma che, a determinate condizioni, sapendolo fare, può essere riformata.

Guzzetta è stato uno dei sostenitori pancia a terra delle riforme Renzi-Boschi. Qui dedica poche righe a quelle riforme e praticamente nessuna riflessione sulla loro sconfitta nel fatidico referendum costituzionale tenutosi il 4 dicembre 2016 (che, dunque,ripeto, l’aggettivo “confermativo” non è proprio riuscito a meritarselo). Purtroppo, continuano in maniera alquanto insipiente le recriminazioni, i rimpianti, i rancori e le critiche tanto severe quanto sommarie nei confronti di coloro che quelle riforme con buoni motivi e molte argomentazioni criticarono, combatterono, sconfissero. Non si può che rimanere non solo sconcertati, ma anche irritati, leggendo una frase come questa (in un articolo che si occupa di tutt’altro): “i grandi giuristi che si schierarono per il ‘no’ al referendum, i difensori della Costituzione più bella del mondo minacciata non si sa da chi e per come, dove diavolo si sono cacciati? Hanno perso la voce? O prendersela ieri con Renzi era più eccitante che contestare oggi Salvini e Di Maio? L’attendismo prudente degli intellettuali: ecco un’altra costante della nostra storia plurisecolare” (Guido Melis, Come nasce una classe dirigente, in “il Mulino”, LXVIII, n. 501, 1/19, pp. 109-110).

Vinsero i professoroni e i gufi (molti dei quali sono, non proprio incidentalmente, ma coerentemente, limpidi e assidui critici delle politiche del governo giallo-verde), che si rivelarono inaspettatamente capaci di mobilitare un elettorato le cui caratteristiche sembravano farne un improbabile ascoltatore di raffinate argomentazioni. Secondo il padre gesuita Francesco Occhetta, “gli elettori del No sono stati quelli del ceto medio impoverito dalla crisi mentre tra i giovani digital democratici [in questa citazione manca qualcosa, forse un’aggiunta di questo tenore: “si manifestò una maggioranza per il ‘Sì’”], l’identikit dell’elettore del No è soprattutto una donna, mediamente colta, con un lavoro precario, e non impegnata direttamente in politica. A loro è mancato un ‘perché’ condiviso che diventasse un orizzonte e un nuovo sogno politico” (Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2019, pp. 120-121). Non so quale fosse il “nuovo sogno politico” di quei giovani, ma le ricognizioni post-voto dicono che anche i giovani digitali fra i 18 e i 34 anni hanno dato alte percentuali al No e che gli uomini votarono No in percentuali superiori a quelle delle donne: A. Pritoni, M. Valbruzzi, R. Vignati (a cura di), La prova del NO. Il sistema politico italiano dopo il referendum costituzionale, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2017, p. 133.

Non sono neppure sicuro di avere capito come Guzzetta vorrebbe chiudere l’imprecisata transizione italiana dando vita a quale regime, a quale Repubblica –nella quale, credo, interpretandolo in maniera corretta, Teodori desidererebbe un elevato tasso di liberalismo soprattutto politico, ma anche culturale e sociale. I suggerimenti formulati da Guzzetta, peraltro complessivamente piuttosto vaghi, sotto forma di analisi di “vicende paradigmatiche della Costituzione parallela”, non riguardano direttamente l’assetto istituzionale tranne quello contenuto nel capitoletto sul presidenzialismo strisciante che conclude che l’elezione popolare diretta del Capo dello Stato sarebbe “l’unico possibile antidoto” alle “possibili degenerazioni autoritarie” (p. 151). Senza attribuzione di poteri di governo, vale a dire, senza una effettiva transizione a una Repubblica presidenziale oppure semi-presidenziale, con l’elezione popolare diretta del Capo dello Stato avremmo sì un elemento di grande novità, ma non ancora una nuova Repubblica. Comunque, chi vuole il presidenzialismo stile USA oppure il semi-presidenzialismo alla francese ha l’obbligo di ridisegnare l’intero circuito istituzionale e di indicare quale legge elettorale. Peccato che Guzzetta non eserciti la sua fantasia in questa commendevole direzione.

Concludo. Qualsiasi controstoria della Repubblica è chiamata e obbligata a dare grande spazio alle tematiche istituzionali. Alcune sono già (ri)comparse, in maniera disordinata, nell’agenda del governo Di Maio- Salvini: referendum propositivi, riduzione numero dei parlamentari, autonomie regionali differenziate. Non è affatto detto che, quand’anche le riforme annunciate fossero approvate, porterebbero ad un’altra Repubblica, a una Repubblica migliore. Appare molto probabile, invece, che inciderebbero negativamente, squilibrandola, sulla democrazia parlamentare e, quindi, inevitabilmente sullo stato di salute, attualmente non buono, della Repubblica, quella congegnata e riflessa nella Costituzione del 1948, quella che, nient’affatto transitoria, ha, comunque, accompagnato, non ostacolato, nell’arco di più di settant’anni, quanto l’Italia è riuscita finora a conseguire e che gli ultimi vent’anni non hanno cancellato del tutto. Del doman non v’è certezza.

Pasquino: «Non ci sarà sfiducia. Un Conte bis? perché no…» #intervista

 Intervista di Simona Musco al politologo Gianfranco Pasquino. Per il docente, Salvini «ha agito da giocatore di poker i voti ce li ha, ma non scommetterei su di lui. Si è dimostrato grande nelle sue campagne nelle spiagge, meno da governante»

«Non credo si arrivi alle elezioni subito. Il M5s e il Pd possono trovare dei punti di convergenza, ci sono già. Ma Mattarella, per non sciogliere le Camere, dovrà avere davanti un progetto serio. Se è solo per mantenere le poltrone allora dirà di no». Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, il gioco di Matteo Salvini potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Perché se fosse una mano di poker, assomiglierebbe ad un bluff.

Professore, si andrà a votare o arriveremo alla manovra finanziaria con un governo?

Intanto credo sia legittimo, da parte di Salvini, volere le elezioni il prima possibile. Se fosse stato coerente avrebbe dovuto dimettersi subito, assieme agli altri ministri e sottosegretari leghisti, aprendo la crisi. Invece ci ha messo un po’. Ma è pure legittimo cercare una soluzione alternativa, che però non deve durare qualche settimana. Non mi sento di gridare all’inciucio: se qualcuno vuole prolungare la vita del Parlamento fa bene a provarci. Detto ciò, credo prevarrà la seconda soluzione.

Con un accordo M5s- Pd? Nessuno ammette davvero di volerlo.

Il nodo si può sciogliere facendo chiarezza sulle priorità di ciascuno. Su alcune proposte dei 5 Stelle il Pd può convergere, come il salario minimo. La riduzione dei parlamentari la voleva anche Renzi, sarebbe grave se ora si contraddicesse. E poi va trovata una convergenza sull’Europa, ma di fatto c’è già stata con il voto dei 5 Stelle a Ursula von der Leyen.

Poi c’è la manovra economica.

Bisogna vedere cosa diranno gli esperti di entrambi i partiti. Io, al momento, posso solo ipotizzare cosa direbbe Pier Carlo Padoan al Pd e so già che sarei d’accordo con lui. Cioè di rispettare quello che l’Europa ci chiede, cosa che dovremmo fare comunque per mettere il bilancio al sicuro.

Ma è vero, secondo lei, che Salvini ha aperto la crisi per non affrontare la manovra economica?

Salvini non sa nulla di economia, non è questo. C’erano pressioni all’interno della Lega per il problema del rapporto con la Russia. Lui vuole evitare di affrontare questo argomento e anche la mozione di sfiducia. Ha compiuto un atto irrazionale, pensando di incassare subito quello che i sondaggi dicono avrebbe in termini di voti. Ed è tutto da vedere: gli italiani cambiano idea facilmente. Ha agito da giocatore di poker.

Troverà alleati?

Anche Berlusconi ha votato per la von der Leyen. In Europa Salvini sta con Orban, che ha votato allo stesso modo, e Le Pen, che invece ha votato diversamente. Che politica avranno? E poi Berlusconi non è mica finito, resiste e vorrà un numero non marginale di collegi sicuri.

Il Pd, invece? Riuscirà a spaccarsi ulteriormente?

Non so se fosse possibile farlo ma lo hanno fatto. Non hanno mai raggiunto un’unità vera. Renzi lo aveva unificato con la forza, Zingaretti sperava di farlo con una visione ecumenica. Ma non ha funzionato. Solo che l’uno non va da nessuna parte senza l’altro. Forse sarebbe anche il caso che facessero una direzione in cui ognuno dica liberamente come la pensa, individuare un punto di convergenza, fare un patto tra gentiluomini e rispettarlo. Così potrebbe contare qualcosa, altrimenti consegneranno il Paese alla destra.

Come esce il M5s da questo anno e mezzo di governo?

Ha dimostrato di avere un’inadeguatissima cultura politica istituzionale e di non avere una classe dirigente. Ma il vero problema è l’inadeguatezza completa di Di Maio. I voti li ha persi lui, non il M5s, con le cose che dice e come le dice. C’è un problema di leadership. Poi vanno riformulate le regole dicendo che finalmente hanno capito come funziona una democrazia parlamentare e come funziona la politica di un Paese. Grillo invece è una risorsa per il M5s, può essere molto motivante per una parte di elettorato.

E Conte?

In quanto professore, lo invidio, perché ha fatto una carriera strepitosa. Ma è inadeguato. Sapeva poco di politica e mi è parso anche poco di istituzioni. Per esempio, dire “sono l’avvocato del popolo” è stupido, devi essere una guida. Poi ha imparato lentamente. Negli ultimi mesi ha preso ottime posizioni e ha fatto bene a ricordare a Salvini i suoi scheletri nell’armadio. Può svolgere un ruolo, ma il potere politico è un’altra cosa.

Verrà sfiduciato?

Penso che la maggioranza dirà no. Ma anche se ci fosse, dipende da come viene motivata la sfiducia. A quel punto andrà da Mattarella e non escludo che possa esserci un Conte bis, con una nuova maggioranza. Ma non numerica, operativa.

A quel punto Salvini perderebbe tutto?

Non penso, tanto prima o poi si andrà a votare e i voti li avrà. Certo, se io oggi dovessi scommettere non scommetterei su di lui. Ha commesso molti errori. Credo meriti di perdere. Si è dimostrato grande nelle sue campagne nelle spiagge. Meno da governante.

Pubblicata il 14 agosto 2019 su ildubbio.news

Pasquino: «Di Maio debole ai 5 stelle serve un leader credibile»

Intervista raccolta da Simona Musco

Per il professore «Il Pd non ha recuperato voti, è rimasto fermo e questo è già un successo. Zingaretti? Ancora non ha sviluppato appieno le sue potenzialità…»

Se il M5s ha perso la metà dei consensi in un anno la colpa non è dell’astensionismo. È, piuttosto, frutto di una posizione vaga e di una leadership debole – quella di Luigi Di Maio – che si scontra con la forza titanica dell’altro vicepremier, Matteo Salvini. Mentre il Pd, dal canto suo, «Si trova esattamente dov’era prima», dice al Dubbio Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Che però assicura: «Zingaretti non ha ancora sviluppato appieno le sue qualità…».

Professore, secondo Di Maio il M5s è stato penalizzato dall’astensionismo…

È un’affermazione sbagliata. Il calo dipende piuttosto dal fatto che un certo numero di elettori ha trovato la proposta politica europeista del Movimento da un lato non sovranista, scegliendo dunque di dare il proprio voto a Salvini, dall’altro vaga sul tipo di posizione che avrebbe assunto in Europa. Quindi o hanno optato per il non voto o per il Pd, che ha presentato una proposta più europeista.

Il ribaltamento di posizioni tra M5s e Lega mette in crisi il governo?

Io non credo. Di Maio fa bene a ricordare di avere il 33% dei seggi in Parlamento e di essere, quindi, il partner di maggioranza al governo. Deve rivendicarlo. Ciò che emerge, però, è la sua inettitudine a ricoprire il ruolo di capo politico del M5s. Questa sua sconfitta dipende anche dal fatto che, al contrario, la leadership di Salvini si staglia alta e forte, mentre la sua figura appare debole.

Deve cedere il ruolo di leader politico a qualcun altro?

Se fosse un partito allora si dovrebbe aprire un dibattito interno per ragionare su un cambio alla guida e sul futuro. Ma, come sappiamo, le decisioni sono affidate a Casaleggio e Grillo. La base conta poco, sappiamo come vengono gestite le discussioni tra gli 80 mila iscritti sulla piattaforma Rousseau. Di conseguenza credo che Di Maio rimarrà al suo posto, ancora per un po’. Ma farebbero bene, per il loro futuro, a pensare presto ad un’alternativa.

Tipo Di Battista?

Non so, immagino possa continuare a viaggiare per l’America Latina. Credo che a loro serva qualcuno che riesca ad elaborare autonomamente una linea politica, senza essere subalterno, come finora accaduto, a Casaleggio e Grillo. Chiunque sia, deve essere in grado di dare vita ad un’organizzazione robusta e vibrante, per dirla all’americana. Non si può pensare di poter continuare ad affidare la propria azione politica a messaggini e post sul web.

Il M5s, dunque, che futuro avrà?

Se vuole continuare a sopravvivere deve fare leva su quelli che sono gli indiscutibili successi che ha avuto al governo, come il reddito di cittadinanza o la capacità di introdurre un maggiore controllo sul comportamento dei parlamentari. Le dimissioni di Siri, ad esempio, sono un successo della loro linea politica e per avere ancora quel consenso devono sottolineare i temi forti sui quali hanno ottenuto il risultato del 4 marzo.

Il Pd ha recuperato: merito di Zingaretti o del crollo del M5s?

Mah, non credo si possa dire che abbia recuperato, piuttosto credo si trovi esattamente dov’era il 4 marzo: i voti delle europee sono circa 6 milioni, esattamente come lo scorso anno. Non possiamo dire che sia cresciuto, piuttosto il vero successo è che sia stato in grado di mantenere gli stessi voti.

Nessun mezzo miracolo?

Non possiamo dire che queste elezioni abbiamo rilanciato partito. C’è un lungo sospiro di sollievo, quello sì, ma se non si traduce in azione si rimane fermi lì.

E Zingaretti? Che futuro ha?

Credo che non abbia ancora sviluppato appieno le sue qualità. Dovrebbe essere più propositivo, possiamo dire che si è salvato da questo passaggio così delicato. Però non basta dire ogni giorno che il governo non può reggere perché è litigioso, deve dire con chi vorrebbe cambiare, quali sono le alternative possibili a questa alleanza e come vorrebbe farlo. Inoltre deve trovare i temi giusti per rilanciare il partito.

Che però si è preso Roma, roccaforte del M5s. Cosa ci dice questo dato?

Nelle grandi città il Pd c’è ed è in grado di raccogliere un consenso significativo, perché è lì che si trova parte consistente suo elettorato. Ma non ha risolto il suo problema più importante: come raggiungere l’elettorato disagiato. Se vuole risalire la china deve essere capace di combinare il consenso delle grandi città con quello delle piccole, dove infatti la Lega si afferma in maniera significativa.

Pubblicato il 28 maggio 2019 su ildubbio.news

I vedovi del sì non capiscono il consenso dei giallo-verdi

Dal 5 marzo 2018 mattina, incessantemente, molti politici del PD e i giornalisti del Foglio, professoroni (sic) abbacinati da Renzi, dopo essersi invaghiti di Craxi e di Berlusconi, giornaliste embedded, continuano ad attribuire ai sostenitori del NO la colpa della nascita e dell’esistenza del governo giallo-verde. Chiedono ai professoroni del “no”, ma dovrebbero estendere il loro invito almeno anche ai partigiani “cattivi”, di riconoscere che hanno aperto la strada a quel governo e che, adesso, se ne stanno a guardare senza sbottare a ogni (più o meno presunta e presumibile) violazione della Costituzione –anche se finora proprio non ve ne sono state. Affermare, insieme a Casaleggio, che il Parlamento potrebbe un giorno risultare inutile, non è, peraltro, la stessa cosa di fare del Senato un dopolavoro per consiglieri regionali (come voleva la riforma Renzi-Boschi). Cattivi perdenti, “quelli del ‘sì”, non soltanto non si chiedono dove hanno sbagliato, che sarebbe il minimo, ma persistono in alcune argomentazioni logorissime, senza nessun fondamento minimamente scientifico. Secondo loro, mi riferisco in particolare all’articolo di Angelo Panebianco, Quei puristi (scomparsi) della Carta (“Corriere della Sera”, 3 novembre, pp. 1 e 28), i sostenitori del “no” non criticherebbero abbastanza, anzi, per niente, Grillo e Casaleggio (della Lega e di Salvini l’articolo non parla). Di più, sarebbero ancora prigionieri del “complesso del tiranno” ragione per la quale non avrebbero voluto il rafforzamento dei poteri del governo. Non c’era nulla nella riforma Renzi-Boschi che, attraverso un limpido intervento sulla Costituzione, rafforzasse i poteri del governo. Eppure sarebbe bastato il voto di sfiducia costruttivo alla tedesca oppure anche alla spagnola, ma i sedicenti riformatori d’antan e i loro molti commentatori amici non lo presero in nessuna considerazione. Oggi, peraltro, si vede con chiarezza quali sono i fattori che rendono forte un governo, persino, quando è di coalizione. Ricordo che la legge elettorale Italicum era stata formulata proibendo la formazione di coalizioni con l’intento di dare vita al governo di un solo partito premiato (gonfiato) da un cospicuo premio di seggi a tutto scapito della rappresentanza parlamentare. Non soltanto il governo Cinque Stelle-Lega ha a suo fondamento la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma non si sente in alcun modo ostacolato nelle decisioni che prende, nei decreti che produce, nella sua concreta attività di governo. Con vezzo italiano, proprio non solo dei complottisti e degli incompetenti, denuncia l’ esistenza dei poteri forti, delle tecnostrutture e, naturalmente, dei burocrati di Bruxelles ogniqualvolta incontra resistenze alle sue politiche, ma, almeno finora, non attribuisce le responsabilità alla Costituzione italiana. Anzi, a oggi le uniche proposte ventilate dalle Cinque Stelle stanno tutte nel solco di quanto i partecipanti alla Commissione Letta per le riforme istituzionali avevano variamente ventilato: riduzione bilanciata del numero dei parlamentari e potenziamento dell’istituto referendario. Non si vede, dunque, perché i sostenitori del “no” dovrebbero lanciarsi a capofitto in una campagna ostruzionistica. A riforme eventualmente approvate dal Parlamento si vedrà. Qualcuno potrebbe, invece, volere chiedere alle Cinque Stelle (la Lega non sembra interessata alla tematica) una profonda revisione della legge elettorale Rosato, anzi, per usare un termine caro alla parte politica di Rosato, una vera e propria rottamazione. Tornando al governo in carica le prefiche del “sì” potrebbero anche interrogarsi sulle ragioni che ne mantengono elevato il consenso in tutto il paese e chiedersi se non sarebbe meglio destinare il troppo tempo che impiegano a criticare chi ha vinto il referendum per formulare una strategia politica alternativa e farla viaggiare su quel che rimane dei partiti oggi all’opposizione.

Pubblicato il 6 novembre 2018

Apprendisti riformatori sul palco

Le approssimative conoscenze costituzionali del Movimento 5 Stelle, del loro fondatore Grillo, del loro guru Casaleggio si accompagnano a proposte improvvisate. Possono anche sembrare gravi, come l’impeachment che Di Maio voleva lanciare contro il Presidente Mattarella sicuramente “reo” di rispettare e imporre il rispetto della Costituzione anche nella fase di formazione del governo. Poi è venuto Casaleggio a dichiarare la probabile futura inutilità del Parlamento che sarà essere sostituito da qualcosa tecnologicamente più avanzato e più moderno, per esempio, perché no?, dalla sua piattaforma Rousseau. Infine, Grillo ha scoperto come domare il Presidente della Repubblica: togliendogli la Presidenza del Consiglio Supremo di Difesa e del Consiglio Superiore della Magistratura nonché il potere di nomina dei Senatori a vita. Sono subito insorti i difensori della Costituzione, ma, francamente, non ne vale proprio la pena anche perché l’abolizione dei senatori a vita, frequentemente e variamente proposta, non sarebbe certo una diminuzione della democraticità del sistema politico italiano. Grillo ha forse voluto mandare un avvertimento al Presidente Mattarella: “non ti mettere di traverso alla manovra”. Infatti, è proprio autorizzando o no i disegni di legge del governo e promulgandoli o no che il Presidente della Repubblica italiana esercita in maniera visibile reale potere istituzionale e politico. La maniera non visibile, ma non meno efficace, consiste nelle comunicazioni informali fra i Palazzi. Il Presidente italiano, in quanto rappresentante (art. 87) della “unità nazionale” ha il dovere, oltre che il diritto, di valutare nelle sue linee generali se quanto il governo fa o si propone di fare va o no a scapito dell’unità nazionale, della coesione, del benessere. L’ha fatto sapere più volte in questi mesi nei suoi discorsi ufficiali con riferimenti felpati, ma limpide alle avventurose politiche di Di Maio e Salvini. A proposito di queste politiche, non è affatto detto che, solo perché le loro linee generali sono contenute nel “Contratto di governo”, debbano necessariamente essere accettate anche danneggiano l’economia e violano impegni presi con l’Unione Europea.

Più di tutte le parole di Di Maio, Grillo, Casaleggio, comunque criticabili per faciloneria e esasperazioni, contano le proposte ufficiali che il Movimento ha concretamente avanzato: riduzione di un terzo dei parlamentari e introduzione del referendum propositivo. Di quest’ultimo, utile potenziamento di democrazia diretta, esistono tracce nelle Commissioni Riforme Istituzionali fin dal 1983. La riduzione del numero di parlamentari andrebbe motivata, non solo con esigenze risparmiose: ridurre i costi della politica, ma anche con riferimento a miglioramenti nel funzionamento del Parlamento e della rappresentanza politica per la quale, però, ci vorrebbe una riforma decente dell’attuale legge elettorale indecente. Ma, forse è già chiedere troppo a riformatori pentastellati, non stellari.

Pubblicato AGL il 23 ottobre 2018

M5S-Lega: i rischi di un accordo

Al momento, non so quanto temporaneamente, hanno molto di che rallegrarsi tutti coloro che volevano il governo dei “vincitori”. Sì, certo, le Cinque stelle sono il partito più votato e la Lega ha addirittura quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018. Quindi, il loro eventuale governo non tradisce il mandato elettorale, anzi, sarebbe il modo migliore, ancorché non l’unico, per tradurlo nei fatti. Tuttavia, nelle democrazie parlamentari i governi non sono mai una semplice faccenda numerica. Per fare uno solo dei diversi esempi possibili, in Portogallo, il partito più votato, PDS, conservatori, sta, alquanto irritato, all’opposizione di una coalizione di sinistra (già, proprio così). Comunque, i numeri parlamentari italiani offrivano/offrono almeno tre altre possibilità. I governi si costruiscono su affinità politiche e compatibilità programmatiche, tutte da verificare.

Sono certamente molto soddisfatti tutti quegli elettori che hanno scelto pentastellati e leghisti per esprimere il loro forte dissenso e risentimento ne confronti della politica italiana com’è, da tempo, dei politici al governo e delle loro politiche. Quasi nulla di tutto questo può essere definito con il termine tanto onnicomprensivo quanto vago, populismo. È facilmente accertabile che qualche striscia di populismo c’è, eccome, sia nel M5S sia nella Lega, ma sconsiglio di usare il termine contro tutto quello che non piace, come fanno imprenditori, giornalisti, professori, spesso parte dell’establishment e come tali non sempre erroneamente criticati. Cinque stelle e Lega rappresentano con notevoli diversità elettorati insoddisfatti e trascurati che, giustamente, adesso, pensano di avere maturato la loro rivincita. Con la Lega molto forte al Nord e con il Movimento dominante nel Sud Italia, mi avventuro a sostenere che la loro azione politica potrebbe portare ad una sorta di ricomposizione dell’unità nazionale. Alla prova dei fatti, chi sa se le diversità saranno foriere, invece, di scontri?

Non ho alcun dubbio che i più felici dell’eventuale governo Di Maio-Salvini sono il due volte ex-segretario del PartIto Democratico Matteo Renzi e i renziani di tutte le ore, compresa quella della nomina a parlamentari. All’opposizione andranno a rigenerarsi e a fare un partito più bello e più grande avendo evitato un devastante ritorno alle urne con conseguente perdita della poltrona. Nel comfort dell’opposizione magari non rappresenteranno quelli fra i loro elettori che avrebbero preferito per sé, ma anche per il paese (sì, resuscito la “funzione nazionale” dei partiti, di sinistra, sic), un governo Cinque Stelle-Partito Democratico al nascituro governo Pentastellati-Leghisti. Infatti, è sbagliato sottovalutate i rischi di questa inusitata coalizione ed è più che ragionevole preoccuparsi della inesperienza e incompetenza dei futuri probabili governanti.

Se ne preoccupa e molto il Presidente della Repubblica al quale spetta, sembra l’abbiano finalmente capito sia Di Maio sia Salvini, nominare il Presidente del Consiglio. Mattarella terrà certamente conto delle loro preferenze, ma, oramai lo ha ripetuto solennemente tre volte, sceglierà qualcuno che sappia che l’Italia nell’Unione Europea ci deve stare, convintamente e attivamente. Non è possibile dire quanto effettivamente abbiano perso gli europeisti, purtroppo per loro privi di guida e di grinta (Macron non abita qui). Infatti, se, da un lato, Grillo, che riesuma la proposta di un incostituzionale referendum sull’Euro, dà un assist al sovranista Salvini, dall’altro, dopo la sua processione in Europa, Di Maio sembrava avere capito che esiste un vincolo esterno, dall’Italia liberamente accettato, e che, rispettandolo, si creano anche le premesse per chiedere credibilmente di cambiarlo.

Hanno perso tutti coloro che pensavano di fare politica con gli annunci, con le narrazioni, con le prevaricazioni senza andare a parlare con gli elettori offrendo loro una legge elettorale che consentisse di esercitare potere sulla scelta dei candidati e dei partiti, con il voto disgiunto e senza la tremenda manipolazione delle pluricandidature. Infine, hanno di che riflettere e dolersi tutti coloro che, qualche volta pur consapevoli che la politica è cambiata e deve certamente ancora cambiare, hanno mantenuto vecchi riti, conditi con qualche esagitazione, che si sono tenuti lontano dagli elettori, non proponendo spiegazioni, non offrendo partecipazione e rinunciando, per insipienza e per comodità, nonostante tutte le avvisaglie dell’insoddisfazione che venivano da più fonti, sondaggi inclusi, a cercare di (ri)dare dignità alla politica cominciando con i loro comportamenti personali. Ricominciare da capo non sarà sufficiente. Senza conoscenza del passato (una sola Repubblica democratica e una Costituzione da rispettare e attuare) non andremo da nessuna parte.

Pubblicato il 12 maggio 2019

Italiani, eccolo il Governo che vi state meritando

Quando conteremo i voti scopriremo che il 40 per cento di voi che avete votato hanno scelto l’usato sicuro (sicuro di cosa: delle bugie, delle inadempienze, della crescita del debito pubblico?) e l’ex-rottamatore (rottamatore di idee, di competenze, di culture politiche, mai dei suoi imbarazzanti collaboratori). Scopriremo anche che il 25/30 per cento di voi hanno delegato, colpevolmente, la scelta dei nuovi parlamentari a chi è andato votare. Pur comprendendo la loro insoddisfazione, irritazione, delusione per la politica com’è praticata in Italia, quegli astensionisti cronici o occasionali debbono essere severamente rimproverati. Hanno comunque perso il diritto di continuare nella critica, spesso qualunquistica, a politica e politici. Sono anche loro con il non-voto responsabili di quello che va male in Italia. Insomma, in un sistema politico nessuno può chiamarsi fuori, fare l’anima bella e dire che è colpa degli altri -meno che mai, naturalmente, che è colpa dell’Europa alla quale, anzi, dobbiamo riconoscere il diritto di criticarci e di auspicare, come ha fatto, persino troppo timidamente, Jean-Claude Juncker, “un governo operativo”. Ha ragione. Anche molti di noi vorremmo un governo, non solo operativo, ma fatto di persone decenti, in grado di dare rappresentanza alle preferenze dei cittadini e persino ai loro interessi (una scuola davvero buona, un mercato del lavoro flessibile e accogliente, una politica dell’immigrazione con filtri e controlli, la sicurezza nella legge), in grado di governare non a colpi di arroganza e di “teatro”, ma con una visione orientata dalla consapevolezza che, fuori dall’Unione Europea, l’Italia non andrebbe da nessuna parte tranne che a fondo nel Mediterraneo.

Rosi dalle loro differenze interne sia la coalizione di centro-destra sia il PD e i suoi alleati cespugli non offrono granché come stabilità e progettualità. Né si può pensare ad un governo pentastellato con Di Maio (insieme a Grillo e Casaleggio) costretto a dedicare tutto il suo tempo a verificare gli scontrini delle spese e delle restituzioni e a comminare espulsioni a destra e a manca, ma anche al centro. Insomma, la palla passa al Presidente della Repubblica Mattarella che, felpato almeno quanto Paolo Gentiloni, il Presidente del Consiglio che, seppur necessariamente dimissionario, rimarrà in carica (proprio come Angela Merkel) fino alla formazione del prossimo governo, s’inventerà una soluzione politica secondo il dettato costituzionale: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio” (che, dunque, lo scrivo per chi ancora non lo sa, non è “eletto dal popolo”). No, non è vero che il paese reale starà meglio senza governo. No, non è vero che governare gli italiani è impossibile. Non è neanche inutile. È doveroso. Senza governo si ha soltanto galleggiamento, mentre è opportuno che qualcuno sia al timone. La barca non va mai avanti da sola, finisce per girare su se stessa.

Dovremo attenderci un “governo del Presidente”? e di quale Presidente? Del Presidente della Repubblica? Non sembra questa la propensione di Mattarella che, invece, cercherà la persona (non necessariamente un uomo) che sappia costruire e tenere insieme una coalizione in grado di durare e di governare, anche viceversa: governare e durare. I numeri (dei seggi in Parlamento) contano, ma bisogna avere anche i “numeri”politici, quelli che solo l’esperienza e la competenza garantiscono. Sarà il Presidente della Corte Costituzionale, come in nessuna, ma proprio nessuna democrazia parlamentare, è mai avvenuto? Oppure tornerà fra di noi, il figliol prodigo Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, le cui competenze politiche sono ignote ai più, a tutti? Credo che se ne guarderebbe bene. Avremo bisogno del neo-Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Taiani, facendo la classica figuraccia italiana: preferire una carica nel proprio paese a un ruolo importante nelle istituzioni europee? Sono convinto che, alla fine, Mattarella ci consegnerà un governo politico dopo avere escluso i più divisivi degli ambiziosissimi leader in campo e avere esercitato la sua fantasia e, mi auguro, anche la sua moral suasion. Sarà, comunque, un governo che noi italiani, certo con responsabilità differenziate, ci siamo meritato. Purtroppo, anche con la pessima legge elettorale firmata dal piddino Rosato, non adeguatamente contrastata dai grandi opinionisti dei grandi quotidiani e dai conduttori/trici dei meno grandi talk show, il Parlamento lo abbiamo eletto noi e, seppure indirettamente, è sui nostri voti che si costruirà un governo.

Pubblicato il 1 marzo 2018 su ITALIANItaliani

Attenti, voi che personalizzate

C’erano una volta i partiti che ascoltavano i cittadini e reclutavano persone. Oggi si offre il ‘corpo’ del leader per raggiungere elettori, ma il declino dei partiti personalisti può essere molto rapido” (BLOG di G. Pasquino)

Già da qualche tempo i partiti erano partiti, sostituiti da leader i quali, per quanto bravi, non potevano in nessun modo svolgere gli stessi importanti compiti di strutture con effettiva presenza sul territorio. Ascoltare le esigenze dei cittadini, interloquire con loro, parlare di politica e, chi sa, persino della vita, reclutare uomini e donne capaci di amministrare un comune e, persino, di fare i parlamentari. Alcuni leader italiani, a cominciare, lui sì, con buone ragioni, da Berlusconi hanno pensato e continuano a pensare di saper fare tutto meglio delle strutture che molti di loro e dei loro seguaci definiscono “ottocentesche”. Ne sono derivate organizzazioni, ma il termine è troppo nobile, dirò, quindi, aggregazioni di persone intorno ad un leader che può ricompensarle: partiti personalistici e personalizzati. Non è un salto di qualità mettere il nome del leader nel simbolo del partito da presentare alle elezioni. Da un lato, è la manifestazione d’insopprimibile, spesso, ingiustificato, narcisismo, dall’altro, è una scorciatoia per raggiungere elettori ai quali non si sa parlare di politica, ma si offre il “corpo” del leader: qualcuno che ha fatto qualcosa (nel caso di Berlusconi, nelle sue parole, tutto e con grande successo), che, proiettato nel futuro come Matteo Renzi, rottama (i vecchi dirigenti e la Costituzione); che è “uno di noi” (Salvini), che rappresenta gli italiani (Meloni), che, last but not least, dà voce con il suo “vaffa” ai nostri sentimenti più profondi e più sinceri nei confronti dell’establishment politico.

Se non esistono strutture che consentono a coloro che desiderano fare politica di apprendere, praticare, addestrarsi, nessuno potrà essere valutato con riferimento alle sue qualità e capacità. Le primarie del PD sono certamente servite a vedere chi aveva più consenso fra elettori reali e potenziali, ma con molte critiche, oltre che da commentatori poco informati, persino dall’interno del Partito. Le parlamentarie e affini delle Cinque Stelle si prestano a manipolazioni dei più vari tipi e qualche volta è stato il leader stesso, Beppe Grillo, a stravolgerne l’esito. Negli altri partiti personalistici, anche se la parola decisiva spetta al leader, spesso sono state premiate figure che qualche attività politica l’avevano svolta, che qualche rappresentanza politica, territoriale, di interessi l’avevano data. Infatti, non è nella Lega e neppure nei Fratelli d’Italia che le procedure per la scelta delle candidature al Parlamento hanno rivelato le maggiori contraddizioni e le indecorose prevaricazioni dei leader e dei più stretti collaboratori fidatissimi, fedelissimi, servilissimi.

Il leader di un partito personalizzato non può permettersi di avere intorno a sé, tantomeno in Parlamento, persone che rappresentano effettivamente qualcosa e che, di conseguenza, sono anche in grado, per la loro storia e per la loro competenza, di rivendicare autonomia di giudizio. Troppo rischioso anche per il presunto prestigio del leader che non vuole essere contraddetto. Berlusconi non ha certamente gradito né la miniscissione di Alfano né le fin troppo brillanti manovre parlamentari di Verdini. Sul versante del Partito Democratico, più e più volte Renzi aveva fatto sapere con tono ultimativo che le liste le avrebbe fatte lui: segnale minaccioso per tutti i non allineati e i dissenzienti, ma anche per i capicorrente, ad esempio, il Ministro Andrea Orlando. Riportato dai giornalisti, non solo quelle di rito renziano, questo segnale è stato seguito dalla prova dei fatti. Sì, l’esperienza è stata come descritta da Renzi: devastante. Infatti, ha devastato gli oppositori interni riducendoli ai minimi termini, ma soprattutto ha devastato qualsiasi relazione fra la rappresentanza politica e il territorio.

A Berlusconi il consenso dei suoi parlamentari è sempre giunto per il suo indiscusso ruolo di fondatore e finanziatore di un’esperienza vincente, Forza Italia. Il suo partito personale è insostituibile. Renzi ha conquistato un partito, quello Democratico, che non si è mai consolidato. Il suo consenso veniva da coloro che, per molte buone, ma anche cattive ragioni, si erano stancati della nomenklatura della ditta. Non è affatto detto, al contrario, che neppure la maggior parte di coloro da Renzi reclutati e promossi siano migliori degli esclusi in “odor di ditta”. Privi di una storia politica e di competenze insostituibili, saranno, però, molto attenti e molto ossequienti. Non contraddiranno il leader almeno fintantoché garantisce e ottiene successo. Il declino dei partiti personalisti può essere molto rapido.

Pubblicato il 28 gennaio 2017 su huffingtonpost.it