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Gli errori a ripetizione dei Dem

Sconfitta annunciata, sconfitta ammessa, sconfitta archiviata: questa è rapidamente diventata la linea di fuga di Renzi, dei renziani e dei loro commentatori/trici embedded (traduciamo, casalinghi/e). L’aggiunta è che non è il tempo di mettere in discussione il segretario il quale, però, dal maggio 2014, elezioni europee, non ne vince una né quando ci mette, fin troppo, la faccia, come nel caso del referendum costituzionale, né, quando, la faccia ce la mette pochissimo, sembra un’ora sola, in Sicilia per farsi la foto con il candidato del PD Micari che ha perso alla grande. Arrivato terzo, con enorme distacco rispetto al Movimento Cinque Stelle, che ha quasi il doppio dei voti, quattro per cento meno di Forza Italia, sarebbe il caso che il Partito Democratico non archivi un bel niente, ma rifletta sui suoi troppi errori commessi, poco riconosciuti (sbagliato il candidato, sbagliata la campagna elettorale, alleati non convincentemente cercati), mai analizzati. Poi, naturalmente, la Sicilia non è né un laboratorio né un luogo molto ospitale per il PD, ma proprio per questo meritava un impegno maggiore.

Ce l’hanno messo tutto l’impegno gli esponenti delle Cinque Stelle. Volevano vincere non soltanto per assaporare il dolce gusto della vittoria in una regione importante, ma anche per sfruttare l’effetto di immagine del governo della Sicilia in vista delle elezioni nazionali. Candidato Cancelleri e Movimento hanno ottenuto una percentuale elevata di voti, ma è mancato quel quid che separa il secondo piazzato da colui che ha vinto. Probabilmente, il quid è un dato composto da due elementi. Primo, il Movimento non è riuscito a raccogliere una parte abbastanza ampia di elettori che hanno incanalato la loro protesta nell’astensione piuttosto che, come è spesso successo in altre circostanze, nel voto per chi, come le Cinque Stelle, sulla protesta ha costruito parte del suo successo nazionale e non poche vittorie locali. Il secondo elemento discende, invece, da una scelta strategica ovvero ideologica: non fare coalizioni, non cercare alleanze, rimanere puri (e duri). Questa scelta non ha premiato il Movimento, e non potrà premiarlo neppure nelle elezioni politiche. Fra l’altro, la legge elettorale scritta (?) dal capogruppo PD Rosato premia le coalizioni, non nella convinzione che le coalizioni sono più rappresentative dell’elettorato e meglio in grado di governare il paese, ma con la chiarissima intenzione di mettere le Cinque Stelle in una condizione di svantaggio difficilmente superabile. Le reazioni dei dirigenti del Movimento non suggeriscono che hanno davvero capito fino in fondo quanto caro sarà il prezzo della loro intransigenza coalizionale e, francamente, le illazioni su eventuali alleanze con Salvini fondate sull’opposizione all’Euro/pa sono alquanto avventate. Potrebbero avere senso se e soltanto se, ex post, Cinque Stelle più Lega disponessero in entrambe le Camere di abbastanza seggi per superare la soglia della maggioranza assoluta. Non sembra uno scenario probabile.

Esultano i berlusconiani, ma esagerano. Non è la prima volta che la Sicilia si dimostra molto amica del centro-destra e di Forza Italia. Dalla famosa “discesa in campo” del 1994, molti ex-democristiani e molti ex-missini hanno ampiamente contribuito alle vittorie elettorali di Berlusconi, qualche volta agevolate da qualche connessione imbarazzante che porta, per esempio, il nome di Dell’Utri. C’è qualcosa di nuovo e anche di antico nel successo, peraltro, di proporzioni non proprio clamorose, del candidato del centro-destra. Il nuovo è che non è stato Berlusconi a scegliere Musumeci, ma lo ha sostanzialmente imposto con ostinazione Giorgia Meloni e può rivendicarlo. L’antico è che il centrodestra unito è tornato competitivo e vince oltre che per la sua compattezza anche per gli errori, che pure ci sono e hanno tutta la propensione a continuare, delle sinistre. Poiché la Sicilia ha un cospicuo serbatoio di seggi, il centro-destra che già può contare su Veneto e Lombardia, ha molte ragioni per andare verso le elezioni nazionali alquanto ringalluzzito. Rimane in piedi la sfida per la leadership, ma se Berlusconi non tira fuori un asso dalla manica, Salvini, sostenuto dalla Meloni, è oggi ottimamente posizionato. Questo hanno detto quel 46 per cento di siciliani che sono andati a votare. Il resto, in un paese decente (premessa da non sottovalutare), dipenderà da come Grillo e Renzi, se sarà ancora lui l’uomo al comando del PD, sapranno impostare la campagna elettorale e definire o no le eventuali alleanze.

Pubblicato il 7 novembre 2017

Tutti i segnali di un Gentiloni-bis

Intervista raccolta da Federico Ferraù per ilsussidiario.net

Renzi non vuole più metter mano alla legge elettorale? Dovrà ricredersi. Ma sarà battuto da Berlusconi in campagna elettorale. E prima della Sicilia viene la Germania.

Renzi non vuole più metter mano alla legge elettorale? Dovrà ricredersi. “Dovranno farla, dovranno comunque armonizzare le due leggi risultanti dalle due sentenze della Corte costituzionale” spiega il politologo Gianfranco Pasquino. “Mattarella glielo farà sapere con grande chiarezza, anche se non rinuncerà al suo stile felpato”. A quel punto, in un sistema proporzionale, conteranno la composizione delle liste e i capilista; il resto lo faranno i leader in campagna elettorale. E Berlusconi potrebbe fare ancora una volta la differenza.

Ma cosa cambierà prevedendo solo un’armonizzazione delle due leggi esistenti?
Cosa potrà succedere in termini di risultato, lo sanno solo le sibille e gli astrologi, insieme ad alcuni grandi politologi che prevedono il futuro… Le leggi proporzionali sono usate in tutta Europa, con l’eccezione della Francia e del Gran Bretagna. Non distruggono nessuna democrazia parlamentare, anzi consentono un voto che io definisco “sincero”.

Perché sincero?
Perché in un menù di sette-otto pietanze, gli elettori scelgono quella che piace loro di più. A maggior ragione sapendo che il loro voto consente al partito votato di superare la soglia di accesso al parlamento.

Siamo ancora lontani dal voto, però il consenso di Renzi è in calo, quello di M5s non si sa, quello di Berlusconi pare in crescita.
Spero che parlamentari, commentatori e sondaggisti convengano almeno su un punto: le campagne elettorali possono fare la differenza. Nel novembre del 2012 Bersani era in vantaggio di 7-8 punti, ma riuscì a bruciarli tutti. Quanti errori riusciranno a inanellare quelli di M5s? Quante stupidaggini riusciranno a dire alcuni esponenti del Pd? Quali novità Berlusconi introdurrà in campagna elettorale? Poi ci saranno fattori esterni. Si voterà a febbraio-marzo, senza milioni di migranti in arrivo a Lampedusa.

Uno di questi fattori potrebbe essere la legge di bilancio varata due mesi prima?
Il governo Gentiloni ha il dovere morale di fare la legge di bilancio migliore possibile, anche se può colpire gli interessi di qualcuno. Padoan e Gentiloni avranno la forza, il coraggio e lo spazio per fare la legge che serve al paese? Non lo so. Se faranno una leggina, questa condizionerà in peggio la campagna elettorale, avvelenandola.

Ne è sicuro?
Sì, gli italiani sono maturi e smaliziati e capirebbero subito il gioco di una legge fatta apposta per conquistarne il favore contro l’interesse del paese.

Come dovrà essere la legge di bilancio?
Rigorosa, preveggente, in grado di accompagnare la crescita. Direi, in una parola, keynesiana.

La sinistra è divisa in due, il Pd e il non-Pd. Come andrà a finire?
Lei fa benissimo a parlare di non Pd, infatti avrei qualche problema a mettere il Pd nella sinistra perché una parte è di sinistra, l’altra no. Pisapia mi pare inconcludente, a cominciare dalla denominazione e dunque dal progetto: Campo progressista. Occhetto aveva ragione quando diceva che la sinistra dev’essere una carovana, qualcosa che è in movimento, in viaggio. E viaggiando raccoglie persone che interagiscono tra loro, esprimono interessi, preferenze, ideali, emozioni. La sinistra non è un campo predeterminato con un perimetro, se è così muore.

Però la carovana dev’essere attrattiva per farsi votare.
Certo. Deve trovare persone che non si limitino a fare i buffoni in tv, ma che dicano: “abbiamo proposto questo, non ci hanno voluto ascoltare e queste sono le conseguenze. Ora ti chiediamo il voto perché questo è quello che vorremmo fare”. La sinistra, non solo in Italia, è un luogo plurale. Non si può sperare che ci sia un’unica persona che dà la linea.

Ma ci può essere un raggruppamento senza leader?
Prima di arrivare al leader, occorre chiedersi ciò che serve nella presente situazione. Proprio perché si vota con il proporzionale, conteranno la lista dei candidati in ciascuna circoscrizione e il loro capolista. Dovranno essere persone che vivono nella circoscrizione, e che ottengono i voti per la loro storia personale, politica o professionale. Se poi c’è un Pisapia che sovrintende tutto, ben venga, se si trova qualcuno migliore di lui, meglio ancora.

D’Alema, Bersani?
No, hanno capacità ma sono distrattivi. Potrebbe essere Speranza, potrebbe essere lo stesso Pisapia se smettesse di andare in giro ad abbracciare gente e cominciasse a dire qualcosa sulle priorità della sinistra.

Primi appuntamenti importanti sono le elezioni in Sicilia e in Lombardia l’autunno prossimo.
Io so di un appuntamento che viene ancora prima e si chiamano elezioni tedesche. Personalmente mi attendo una socialdemocrazia tedesca che dimostri di essere in crescita.

Però Schulz ha perso male in Nordreno-Westfalia dove era addirittura il favorito.
Vero. Però mi consente di mantenere la speranza? Se la Spd vincesse, sarebbe un segnale buono anche per la sinistra italiana. In ogni caso, quelle elezioni manderanno un segnale politico e a quel governo tutti dovremo fare attenzione, perché sarà quello che avrà la maggiore voce in capitolo a Bruxelles. Il resto fa storia a sé, la Sicilia non è il resto del paese.

Gentiloni?
E’ cresciuto nel suo ruolo. E’ migliorato come governante ed è migliorato il suo apprezzamento tra gli elettori. Mi auguro che voglia rimanere in una posizione di rilievo. Se ci fosse realmente la difficoltà di fare un governo dopo il voto, un Gentiloni bis sarebbe il modo migliore per andare avanti bene e raffreddare la temperatura.

Berlusconi premier?
Improbabile. Berlusconi farà quello che riesce a fare meglio: una brillantissima campagna elettorale. Da questo punto di vista è utile al paese. Ovviamente sarebbe utile anche controllare le affermazioni strampalate che farà. Nessuno può seriamente credere che solo Trump abbia l’esclusiva delle fake news, Berlusconi lo ha preceduto di almeno vent’anni.

Perché dice che la campagna di Berlusconi sarà importante?
Perché in campagna elettorale Berlusconi si diverte, la sua passione diviene contagiosa e avvicina alla politica tante persone che normalmente non ci pensano.

Berlusconi, Grillo e Renzi in campagna elettorale. Chi la sparerà più grossa?
Non Grillo perché le ha sparate già tutte e ho l’impressione che sia in fase declinante. Mentre Berlusconi promette scintille perché è un creativo.

E’ in vantaggio su Renzi da questo punto di vista?
Sì, è nettamente superiore.

Pubblicato 11 agosto 2017

Decurtare i vitalizi ma senza populismi

La premessa è doverosa. Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso sono stato Senatore della Sinistra Indipendente e dei Progressisti. Dunque, sono il fortunato (e mio figlio aggiunge: privilegiato) percettore di un vitalizio. Denuncio il mio personale conflitto d’interessi poiché, se il testo approvato dalla Camera passasse senza variazioni al Senato, il mio vitalizio sarebbe significativamente decurtato, quasi dimezzato. Non solo perché me lo dice mio figlio, ritengo che i vitalizi siano non diritti, ma privilegi acquisiti che, di conseguenza, possono anche, applicando criteri equi, essere in una certa misura ridimensionati. Naturalmente, se il criterio di fondo è che i parlamentari debbono essere trattati come tutti i cittadini perché cittadini sono e bisogna ricordarglielo, allora emergono subito due enormi problemi. Primo problema, potrebbero, di conseguenza, essere ricalcolate, compito immenso, tutte le pensioni basate sulle retribuzioni e non sui contributi effettivamente versati da qualche milione di nostri concittadini? Il rischio esiste. Forse si richiederebbe qualche precisazione nel testo di legge, anche per evitare che il quasi inevitabile intervento della Corte Costituzionale, poiché è facile prevedere che vi saranno ricorsi, finisca per cassare tutto. Naturalmente, questa eventualità è di scarso interesse per i parlamentari delle Cinque Stelle il cui scopo prominente è di avere una tematica popolare (populista?) con la quale condurre la prossima campagna elettorale. “Abbiamo imposto la decurtazione dei vitalizi” può funzionare altrettanto bene che “la casta ha bocciato la nostra legge moralizzatrice”. Quanto al Partito Democratico, fra i cui parlamentari esistono posizioni più articolate e più sfumate, parerà comunque il colpo sottolineando che il primo firmatario della legge è un suo deputato.

Il secondo problema mi appare molto più grave e denso di pericoli attuali e futuri. Fare il parlamentare non è un mestiere come qualsiasi altro. Richiede preparazione e competenze che non si acquisiscono necessariamente e soltanto nelle università, ma che vengono anche dall’esperienza. Questa è una motivazione della mia contrarietà al limite dei mandati elettivi. Quando fa la sua comparsa un parlamentare bravo, in qualsiasi modo si definisca la sua bravura: competenza, capacità di lavoro, volontà di ascoltare e rappresentare preferenze, interessi, ideali dei suoi elettori, non vedo perché troncargli/le la carriera in maniera burocratico-ragionieristica. Siano gli elettori a decidere se rieleggerlo/a o mandarlo/a a casa. Qui sta la ragione per la quale sono assolutamente favorevole a una legge elettorale fondata sui collegi uninominali nei quali gli elettori vedono i candidati che, a loro volta, cercano di capire le esigenze degli elettori. Accompagnare la decurtazione dei vitalizi con affermazioni che degradano il ruolo e il compito dei parlamentari è assolutamente diseducativo. Blandisce l’antiparlamentarismo di troppi italiani che ha una lunga e nient’affatto venerabile storia. Alimenta atteggiamenti di critica, talvolta pur meritati da alcuni parlamentari, a scapito dell’istituzione parlamento nel suo complesso, della stessa democrazia rappresentativa.

Sottolineo che, invece di parlare di alternative immaginarie alla democrazia rappresentativa, ogni volta smentite dalle pasticciate consultazioni grilline sulle quali si abbatte la frase di Grillo: “fidatevi di me”, poi rivelatasi perdente, l’obiettivo dovrebbe essere quello di fare funzionare meglio, eventualmente, perfezionandola, la democrazia rappresentativa. La certezza di un’indennità che consenta a chi ha solo quell’emolumento di fare il parlamentare a tempio pieno (quindi, maggiormente criticabile quando assente dai lavori) e quella di un vitalizio al termine degli anni di lavoro è essenziale per trovare un’ampia e qualificata, questo è un punto dirimente, platea di aspiranti fra i quali poi saranno gli elettori a scegliere soprattutto se esisteranno i collegi uninominali. Male e incertamente ricompensati, sotto l’eventuale mannaia del limite di mandati (che inevitabilmente spingerà molti di loro nel secondo mandato a dedicare parecchio tempo alla ricerca di alternative occupazionali), additati come profittatori agli occhi di un’opinione pubblica male informata e mal disposta, molti italiani che avrebbero le capacità e la voglia di fare politica potrebbero ritrarsi. Avremo risparmiato sui vitalizi e sull’indennità. Sprecheremo molte energie indispensabili a rinnovare l’asfittica politica italiana e la sua democrazia poco e malamente rappresentativa.

Pubblicato il 28 luglio 2017

 

“Per le politiche attenti a prendere sottogamba il M5S”

Intervista raccolta da Maria Corbi

E ora che succede? Dopo le elezioni di domenica, gli schieramenti guardano già al voto nazionale. Nel centrodestra la scommessa è di riprodurre il modello ligure. Per Renzi sarà importante recuperare consensi e unità. Mentre i grillini cercheranno di cavalcare ancora l’onda anti-sistema

Perché ha vinto il centrodestra?
Il centrodestra è andato bene perché ha avuto la capacità di mettersi insieme, di individuare delle candidature che rappresentavano quelle aree. C’è Giovanni Toti alle spalle di tutto questo, e lui stesso è il prodotto del suo metodo che ha utilizzato a La Spezia e Genova. Una sconfitta bruciante per il centro-sinistra che lì ha governato per lungo tempo. Ma anche a Verona hanno trovato il nome giusto impedendo che una parte di elettorato leghista “duro” convergesse sulla compagna di Tosi, Patrizia Bisinella. E questo suggerisce che quando Berlusconi non fa di testa sua le cose vanno bene. Anche se lui sostiene che la vittoria sia dovuta alle sue 46 interviste alle televisioni locali. Non è così, il risultato è dovuto alle candidature giuste e alla capacità della coalizione di stare insieme senza litigare.

Perché ha perso il centrosinistra?
Siamo di fronte a una sconfitta del Pd più che del centrosinistra e il segretario doveva già averla mentalmente elaborata visto che praticamente non ha fatto campagna elettorale. Renzi ha messo su Twitter una “torta” per dimostrare che non è andata così male e invece è andata malissimo perché ha perso in quasi tutte le grandi città, e se facesse una semplice operazione aritmetica vedrebbe che il centro destra ha avuto un numero di voti molto più consistente. Sicuramente la sua personalità strabordante non ha aiutato, perché tanti elettori del Pd non hanno voluto votarlo. E gli elettori dei Cinque stelle pur di non votare il Pd al ballottaggio hanno votato il candidato del centrodestra. Il futuro? Occorre un leader come Macron che si batta per contare di più in Europa.

Perché il M5S non riesce a sfondare?
Si sta sottovalutando il risultato dei Cinque stelle. Perché nei dieci comuni in cui sono arrivati al ballottaggio sono risultati vincitori in otto casi. E faccio fatica a dire che non hanno vinto a Parma e a Comacchio dove comunque sono I loro elettori storici che hanno fatto vincere di nuovo Pizzarotti e Fabbri (espulsi dal Movimento). In ogni caso, si stanno radicando sul territorio e questo alle elezioni politiche sicuramente conterà.

Pubblicato il 27 giugno 2017

 

La Sinistra e il vinavil di Prodi

Prima contano, a fatica, i numeri; poi danno i numeri cercando l’interpretazione più favorevole, infine, passano ad altro. Questo è l’abituale comportamento dei politici e dei loro, purtroppo molti, commentatori di corte, nel caso di qualsiasi elezione. Le amministrative che si sono concluse con i ballottaggi non fanno eccezione. Però, neppure con le giravolte più acrobatiche e con le arrampicate (sugli specchi) più spericolate appare possibile aggirare tre elementi chiarissimi. In ordine d’importanza: i candidati del Partito Democratico, anche quando sostenuti da un ampio ventaglio di liste civiche (nelle quale spesso si annidano ex-politici), hanno perso tutti i ballottaggi nelle città più importanti ad eccezione di quello di Padova. Di converso, i candidati del centro-destra, anche grazie al contorno di liste civiche del più vario genere (ma la società civile si lascia davvero ingannare da questi giochini? No, ma preferisce votare parenti, amici, persone con le quali ha condiviso attività, percorsi, idee, preferenze piuttosto che politici tradizionali), hanno vinto quasi dappertutto. Quindi, non sono state soltanto alcune, più o meno peculiari, motivazioni locali, davvero “amministrative”, che li hanno favoriti, ma una tendenza generale. Se si compatta, sia per necessità sia, ancora più, per convinzione (ma, finora, Berlusconi è tutto tranne che convinto), il centro-destra diventa fortemente competitivo. Lo è perché è rappresentativo, vale a dire offre programmi e candidature che una parte consistente di elettorato in condizioni normali considera preferibili ai programmi e alle candidature del Partito Democratico e dei suoi eventuali alleati. Quanto abbiano contato in questo voto le differenze di opinione sullo jus soli e gli scontri sui voucher cancellati e resuscitati, nessuno può davvero dire.

Per spirito di contraddizione piuttosto che basandosi su elementi più solidi e affidabili, qualche commentatore ha scoperto che è troppo presto dare per declinante il Movimento Cinque Stelle. In otto ballottaggi su dieci, in situazioni peraltro relativamente minori, i candidati delle Cinque SteIle hanno comunque vinto. Semmai, come doveva essere già chiaro dopo il primo turno, il perdente vero è Beppe Grillo. Il candidato da lui prescelto per Genova, la sua città, è andato malissimo già al primo turno. Il sindaco uscente di Parma, Federico Pizzarotti, da Grillo fatto espellere tempo fa, osteggiatissimo dai maggiorenti delle Cinque Stelle, ha rivinto alla grande: buon governo e capacità di rappresentare in maniera efficace una città con molti problemi.

Tra pochi giorni tutto tornerà alla, deprecabile, normalità. Si riapriranno tre dibattiti, due dei quali inutilissimi. Primo, è stato indebolito il governo Gentiloni e riuscirà a durare fino alla scadenza naturale della legislatura? Mia risposta: il governo non c’entrava per niente; Gentiloni ha il dovere di continuare a governare. Secondo, è il caso di andare a elezioni anticipate? Non ne vedo nessuna buona ragione e sono d’accordo con il Presidente Emerito Napolitano (e, spero, con il Presidente Mattarella) che sarebbe una decisione “irresponsabile”. Terzo, bisogna fare una legge elettorale. Ho consultato Penelope che mi ha garantito che se i parlamentari tesseranno una legge elettorale decente in qualche giornata di buon lavoro a Montecitorio e a Palazzo Madama, lei non la disferà nella notte (ma, se la legge elettorale sarà pessima, com’è tristemente possibile, provvederà a disfarla nella prossima legislatura). Da ultimo, non è chiaro di quanto Vinavil dispone Prodi per tenere insieme in maniera posticcia il variegato schieramento di centro-sinistra, nel quale i bisticci sono come quelli fra i polli di Renzo (no, non Renzi) nei Promessi sposi (anche il titolo è allusivo!). Meglio che ne abbia una fornitura molto abbondante, ma senza idee nuove al centro-sinistra non gioverà neppure il vinavil di Prodi.

Pubblicato AGL il 27 giugno 2017

La voglia di voto e i mezzi silenzi del Colle

In via di principio non esiste nessuna relazione pericolosa fra l’approvazione di una nuova e indispensabile legge elettorale e l’indizione di elezioni anticipate. Basterebbe riflettere, cosa che nessuno dei protagonisti sta facendo, sull’unico motivo politicamente e costituzionalmente valido per sciogliere il Parlamento prima della sua scadenza naturale (fine febbraio 2018): quando non esista più un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare in grado di funzionare. Non sembra questa la situazione del governo Gentiloni rispetto al quale, anzi, ripetutamente, il segretario del Partito Democratico continua ad affermare, però, in maniera un po’ contorta, il suo sostegno. Certo, in nome della governabilità che gli è sì cara, Matteo Renzi non dovrebbe rendersi responsabile di fare cadere tre governi guidati da esponenti del PD (Letta, il suo, Gentiloni) nella stessa legislatura. Ma, si sa, non c’è il due senza il tre. È possibile contrastare questo detto rilevando, lo stanno facendo in molti, che esistono importanti leggi da approvare, quantomeno quelle contro la tortura e per il testamento biologico, ma soprattutto la Legge di Stabilità. Non sembra, però, sufficiente a fare desistere coloro che vogliono elezioni anticipate a prescindere da qualsiasi considerazione: è la posizione apertamente dichiarata di Matteo Salvini, di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo. Forse Renzi aspetta un incidente di percorso del governo Gentiloni che gli tolga le castagne dal fuoco offrendo lo spunto migliore al Presidente Mattarella per, come si dice con un’espressione davvero sgradevole, “togliere la spina al Parlamento” e aprire la campagna elettorale. Si voterebbe, sconfiggendo con una agguerrita campagna elettorale il Generale Ferragosto, alla fine di settembre. Qualcuno addirittura, anche se la nuova legge elettorale italiana non ha quasi più nulla a che vedere con quella vigente in Germania, evoca il 24 settembre, data già fissata per le elezioni del Bundestag tedesco, regolarmente in carica per l’intero suo mandato quadriennale.

Tutte queste voci hanno fatto perdere la pazienza a Napolitano il quale, pure, è responsabile di avere dato a Renzi l’incarico di capo del governo nel febbraio 2014 e di averne sostenuto con ripetuti interventi le riforme costituzionali e il relativo referendum. Non è solo la delusione profonda nel segretario del PD che motiva Napolitano, ma la sua consapevolezza che qualsiasi campagna elettorale anticipata avrebbe un costo elevatissimo per l’Italia in termini economici — è già cresciuto lo spread con i titoli tedeschi–, e in termini di credibilità. Quali impegni possono “credibilmente”, ad esempio, agli occhi della Commissione Europea, dei singoli Commissari e degli operatori economici internazionali, prendere Gentiloni e Padoan se è molto probabile che fra qualche settimana diventino “anatre zoppe” (come i Presidenti USA a fine mandato) e fra pochi mesi non saranno neppure più al governo? Per di più, la grande maggioranza dei commentatori ripete da tempo due considerazioni sull’esito elettorale: non sarà affatto facile formare un nuovo governo; sarà un governo di coalizione fra il PD di Renzi e Berlusconi (per molte ragioni un esito nient’affatto rassicurante per gli investitori stranieri e per le autorità europee).

Temo che il chiacchiericcio sulle elezioni anticipate abbia, comunque, già fatto molti e irreversibili danni. I cosiddetti “quirinalisti” offrono diverse interpretazioni del silenzio del Presidente Mattarella: è pronto a dare il via libera allo scioglimento oppure tace sperando che la finestra temporale dello scioglimento anticipato si chiuda da sola. Credo, invece, che il Presidente che, secondo l’art. 87, “rappresenta l’unità nazionale”, dovrebbe fare sapere con solennità, ovviamente nelle forme e nei modi che preferisce, che l’interesse nazionale sta molto al disopra del miope tornaconto dei singoli partiti e dei loro dirigenti. Quella che sta arrivando è un’occasione da manuale per l’esercizio della moral suasion, anzi, della dissuasione morale, argomentata, anche in un messaggio alle Camere, affinché serva da lezione costituzionale.

Pubblicato AGL 8 giugno 2017

Ha ragione Bersani: Il M5S è un partito di centro sinistra

Intervista raccolta da Rocco Vazzana per Il Dubbio

«Meno dichiarazioni, spesso abbastanza stupide, e più riflessioni». È questa, per Gianfranco Pasquino, la strada che il Movimento 5 Stelle deve imboccare se vuole conquistare Palazzo Chigi.

Professore, dopo Ivrea Beppe Grillo ha scritto sul Blog: «Non è più tempo di manifestazioni in piazza a carattere provocatorio, facili a sfogare nella violenza, è diventato il tempo di disegnare il nostro futuro». È iniziata la fase 2 del M5S?

Che si stiano preparando a governare il Paese lo do per scontato, sarebbe sbagliato se non lo facessero. Dopo l’esperienza di Roma dovrebbero aver imparato che è meglio arrivare preparati invece di fare i dilettanti, o le dilettanti, allo sbaraglio. Anzi, mi auguro che si impegnino di più su questo terreno: meno dichiarazioni, spesso abbastanza stupide, e più riflessioni. Ma non basta organizzare convegni ben frequentati, un partito con ambizioni di governo deve anche essere presente in piazza, Grillo lo sa benissimo. Il Movimento ha bisogno dell’elemento spettacolare.

E come convinceranno la parte “mite” del Paese a votare Movimento 5 Stelle?

Dovranno trovare alcune persone di cui non si possa dire “uno vale uno” ma che valgano molto più degli altri. Servono personalità che conoscano come funziona l’economia di un Paese, il sistema scolastico, il mercato del lavoro, che non propongano soluzioni sbagliate e che abbiano una biografia professionale che parli per loro. Devono trovare almeno quattro o cinque persone per vincere. Credo sia un’operazione fattibile.

Lo scouting è iniziato a Ivrea?

Ivrea secondo me è stato un inizio, ma bisognerà andare avanti.

Per governare serve anche una legge elettorale che consenta di farlo. I 5 Stelle vorrebbero di estendere l’Italicum corretto dalla Consulta al Senato, dove però il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale. Come si aggira l’ostacolo?

È possibile fare tutto. Il Parlamento è sovrano. Le leggi elettorali deve scriverle il Parlamento, non il governo con voto di fiducia o la Corte costituzionale. Ma secondo me, la proposta dei 5 Stelle è sbagliata. L’Italicum deve essere buttato nel cestino della spazzatura e le Camere devono riflettere a fondo guardando a due modelli che funzionano: il sistema tedesco, se si preferisce il proporzionale, il Mattarellum o il sistema francese, se si preferisce il maggioritario. Tutte le altre proposte sono operazioni propagandistiche.

Pd e 5 Stelle fanno solo propaganda?

Entrambi vogliono dire: “è colpa loro se abbiamo questa brutta legge elettorale”. Giocano a fare lo scaricabarile per non rimanere ultimi col cerino in mano. Ma quando si parla di riforma elettorale non è un problema di cerino ma di libri, di analisi comparata. Bisogna rendersi conto che una democrazia vera quando sceglie un sistema elettorale lo utilizza per molto tempo.

Dunque, discorso rimandato alla prossima legislatura?

La mia intelligenza istituzionale mi dice che lei ha ragione, non ce la faranno a cambiare legge elettorale adesso, la mia volontà gramsciana dice che debbono farcela se vogliono avere una democrazia decente.

Esiste la possibilità che i 5 stelle si alleino con altre forze politiche?

La storia politica italiana prevede anche la formazione di governi di minoranza appoggiati dall’esterno. Quindi, se il Movimento dà una grandissima prova di sé da un punto di vista elettorale, trova un personaggio adeguato per fare il presidente del Consiglio e si presenta dal Capo dello Stato esplicitando anche i punti programmatici, il Presidente della Repubblica potrebbe anche acconsentire al tentativo di formazione di un governo nella speranza di individuare alleati esterni. Oppure, al contrario, il Movimento potrebbe sostenere un governo a guida Pd a patto che i democratici accettino una parte delle proposte politiche dei pentastellati.

Non sarebbe più naturale cercare un’intesa con la Lega dopo il voto?

La troverei molto complicata e non so neanche se numericamente sufficiente. Ma poi su cosa riuscirebbero a trovare un’intesa? Sul fatto che sono entrambi sovranisti? Sul no all’Euro e all’Unione europea? Ma si può fare un governo basandosi su dei no?

Lei ha sempre contrastato chi sostiene la fine della distinzione destra/ sinistra perché i cittadini alla fine sanno sempre riconoscere le forze politiche e catalogarle in base a questo schema. Dove colloca allora il Movimento 5 Stelle? Destra o sinistra?

Grosso modo dove si trovano adesso: in parte seduti a sinistra del Pd, in parte sopra e in parte verso il centro. Non vanno sui banchi della destra. Certo, al loro interno ci sono anche esponenti di destra. Come definire altrimenti Virginia Raggi? Però, credo che il Movimento 5 Stelle sia votato soprattutto da colo i quali sono insoddisfatti del Pd. Aveva ragione Bersani a provare di fare scouting. Ma non tra gli eletti, tra gli elettori.

In definitiva, elettori a parte, per lei il M5S è di destra o di sinistra?

Io lo definirei un partito di centro sinistra, sta da quelle parti lì. E i suoi elettori stanno da quelle parti lì. Per intenderci, credo che Salvini non prenda neanche un voto dagli elettori insoddisfatti dal Movimento 5 Stelle.

Però il Movimento 5 Stelle vuole prendere i voti di Salvini. Su sicurezza, immigrazione ed Europa, ad esempio, Grillo strizza molto l’occhio all’elettorato della Lega.

Questo è possibile. Se qualcuno riesce a rubare i voti alla Lega va bene, poi bisogna vedere come declinano il tema della sicurezza.

E come si declina il tema del lavoro. Pochi giorni fa sul Blog è iniziata la discussione sul programma di governo in cui i 5 Stelle si invocano un ridimensionamento dei sindacati. In questo Grillo insegue la destra o Renzi?

Credo che scimmiotti Renzi, ma non ha capito che l’idea non funziona. Perché comunque il sindacato mantiene una sua forza e una sua presenza. Se uno vuole costruire un percorso di sinistra riformista può solo ispirarsi all’esperienza socialdemocratica. Ma lo si fa soltanto col consenso dei sindacati. Magari sfidandoli, portandoli su posizioni riformiste.

Pubblicato il 14 aprile 2017

Renzi e M5S: sfida fra futuristi

Da Ivrea, la sfilata dei potenziali ministri del Movimento 5 Stelle, a Roma, l’incontro/incoronamento dei tre candidati alla segreteria del Partito Democratico (ma Emiliano, infortunato, era in video-conferenza da Bari) giunge l’annuncio della sfida. Da un lato, quello delle Cinque Stelle, sta il nuovo che avanza e che annuncia che bisogna “Capire il futuro”. Dall’altra, colui che, con molta probabilità, tornerà ad essere il segretario del Partito Democratico non si stanca di ripetere che bisogna guardare al futuro, mai al passato. Sfida fra futuristi, dunque, o fra futuribili? E’ una “sfida totale” annuncia Renzi, ma nessuno ancora sa quali saranno le regole, elettorali, della sfida. Qualcuno, però, intravede una sfida fra due modelli di partito: pigliatutti, quello delle Cinque Stelle orientate fondamentalmente a raccogliere tutti i cittadini scontenti, che sono molti, diffusi, granitici, contro la politica e politici; e pigliatutto, quello del Partito Democratico di Renzi, fin dall’inizio orientato a conquistare tutte le posizioni di potere e, dopo la sconfitta nel referendum, desideroso di rifarsi con gli interessi. Non ci saranno prigionieri se Renzi vince e tutte le cariche disponibili saranno attribuite ai renziani in una graduatoria che premierà la vicinanza e la fedeltà. Poi, naturalmente, sia le Cinque Stelle sia il PD dovranno trovarsi gli alleati poiché, probabilmente e, aggiungo io, sperabilmente -sarebbe tremenda la concentrazione di potere in ciascuno dei due, da solo-non avranno abbastanza seggi in Parlamento per formare da soli il governo.

A Roma, campeggiava la scritta “La democrazia è qui”, messaggio mandato ai pentastellati che credono che la democrazia sia soltanto quella diretta da Grillo e Casaleggio, chiedo scusa, quella che si trasmette sulla rete, grazie alla piattaforma chiamata Rousseau. Il PD replica con la ventilata creazione di una piattaforma definita Bob. Mentre capisco e conosco Rousseau, anche se gli studiosi del pensatore ginevrino sostengono che lui non sarebbe affatto andato a Ivrea e non si riconosce in quella piattaforma, mi sfugge perché il PD abbia scelto il nome di Bob che sembra qualcosa che persino Alberto Sordi avrebbe definito un’americanata. Non farò il pedante, ma la democrazia continua a essere in tutti paesi del mondo che democratici sono una “conversazione” fra persone che la tecnica/tecnologia può aiutare e supportare, mai rimpiazzare, e che, insomma, sulla rete debbono correre contenuti e non intimazioni, espulsioni e altre sgradevolezze con il rischio di chiamare, come a Genova, i magistrati a decidere, nella fattispecie, al momento, dando torto a Grillo.

Per essere totale la sfida PD/5Stelle non dovrebbe riguardare le loro rispettive “narrazioni” sul da dove vengono, dove intendono andare, dove vorrebbero portare gli italiani, ma soprattutto il come e che cosa fare con riguardo alle condizioni date. L’Europa, che è il luogo dove, comunque, rimanga l’Italia dentro Euro e Unione Europea oppure, traumaticamente, esca fuori da entrambi, dovremo confrontarci, non ha neppure fatto capolino nelle due kermesse. Anzi, per rimanere nelle parole francesi (in attesa delle “epocali” elezioni presidenziali della Quinta Repubblica), mi è parso di vedere entrambi gli sfidanti in surplace. Sta arrivando il tempo del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria e poi della manovra d’autunno. Sembra che il (governo del) PD non vorrà fare nulla o quasi per non provocare le reazioni elettorali degli elettori-contribuenti. Dal canto loro, le Cinque Stelle nulla dicono del bilancio dello Stato e della montagna del debito pubblico che, pure, impedirebbe/impedirà qualsiasi attuazione del “loro” reddito di cittadinanza. No, né il PD né il Movimento Cinque Stelle guardano, al futuro e meno che mai cercano di costruirlo. Il futuro è altrove.

Pubblicato AGL il 14 aprile 2017

Scegliere il segretario, non destabilizzare il governo

Quello che succede nel Partito Democratico e nei suoi dintorni è oggettivamente importante per due ragioni. Prima ragione: anche se i dirigenti dem, a partire dal suo segretario, fanno di tutto per smembrarlo, il PD è ancora, non si sa per quanto tempo, l’unico partito meritevole di questo nome nel sistema politico italiano. Il suo indebolimento si rifletterebbe/rifletterà negativamente su tutto il sistema. Seconda ragione: il PD è l’asse portante del governo presieduto da un suo esponente. Se le convulsioni del PD diventano gravi la caduta del governo è quasi certa. Dunque, prima il PD in qualche modo si riassesta, anche se ridimensionato, meglio sarà un po’ per tutti. Per l’eventuale riassestamento bisognerà aspettare almeno un paio di mesi. Usando una terminologia sbagliata, che non compare nello Statuto del partito, ma che è stata adottata da tutti gli operatori dei media, le procedure con le quali sarà eletto il prossimo segretario del PD vengono chiamate “primarie”. sbagliato. Grande innovazione politica, le primarie servono a consentire agli elettori di scegliere le candidature alle cariche elettive monocratiche, di governo o di rappresentanza: negli USA il Presidente della Repubblica, i Governatori degli Stati, Senatori e Rappresentanti; in Italia, i sindaci, i Presidenti delle Regioni, il Presidente del Consiglio.

L’elezione del segretario di un partito non è affatto una primaria. È una votazione aperta anche ai non iscritti per la scelta di quella specifica carica che finisce lì, per l’appunto con la vittoria di un candidato. Per quel che riguarda il PD, l’elezione potrebbe addirittura essere decisa, non da chi è andato a votare, ma, se nessuno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta, dall’Assemblea dei delegati, con una logica contraria al principio fondamentale delle primarie che consiste nell’attribuire il potere di scelta, senza nessuna mediazione, agli elettori. Allora, perché insistere, da parte anche degli stessi Democratici compresi, in un grave, imperdonabile errore terminologico

Seppure molto criticate dai giornalisti, le primarie, quelle vere, sono comunque uno strumento di democrazia che sposta potere dalle élite partitiche ai cittadini, che potranno compiere una delle operazioni politiche più importanti: selezionare le candidature, eventualmente anche per il Parlamento. Persino Grillo lanciò, seppur malamente, le primarie per le candidature del Movimento Cinque Stelle al parlamento, chiamandole “parlamentarie” e scimmiottando il PD che le aveva fatte in maniera non proprio limpidissima. Dal 2005 a oggi il PD ha tenuto quasi mille primarie, delle quali appena una decina contestate, in quasi tutta Italia. Contrariamente a quel che si dice, i candidati del PD hanno vinto tra il 75 e l’80 per cento dei casi e una percentuale simile ha poi vinto anche la carica in gioco.

L’idea-obiettivo di coinvolgere molte centinaia di migliaia di cittadini nella selezione delle candidature è apprezzabile in special modo in Italia dove i partiti e anche i non-partiti sono tutt’altro che associazioni democratiche, come avrebbero voluto i Costituenti che scrissero l’art. 49. Chiamare primarie l’elezione del segretario del Partito Democratico è un omaggio alle primarie “vere”, ma serve soprattutto a dare maggiore legittimità a un procedimento che, invece, è ancora fortemente controllato dai dirigenti. Aprire le votazioni a tutti coloro che dichiareranno di voler sostenere il programma del PD e verseranno due euro e consentire due mesi di campagna elettorale, indispensabili a Michele Emiliano e Andrea Orlando, gli sfidanti di Renzi, per fare circolare le loro idee, sono decisioni che garantiscono una competizione non troppo squilibrata a favore del segretario dimissionario. Adesso è auspicabile che tutti i candidati, ex-segretario compreso, spieghino come desiderano ristrutturare il Partito Democratico, non le politiche che attuerebbero come capi del governo. Lo faranno dopo lo scioglimento del Parlamento, alla conclusione naturale di questa legislatura. Sarebbe molto grave se il primo atto politico del prossimo segretario del PD fosse quello di dare una fulminea spallata contro il governo del PD per ragioni egoistiche di carriera.

Pubblicato AGL 27 febbraio 2017

Cinque stelle tanti nodi

Quasi tutto il moralismo spicciolo, da applicarsi senza complicazioni alla politica italiana, del quale il Movimento 5 Stelle ha fatto una vera e proprio filosofia politica, sta venendo al pettine. La vantata inesperienza di chi non doveva avere ricoperto cariche per essere candidato del Movimento si è rivelato un grosso inconveniente, prima in Parlamento, con almeno due anni passati a destreggiarsi nei corridoi e nelle aule del Palazzo. Poi, nonostante che Virginia Raggi fosse pure stata consigliera comunale per qualche tempo, è seguito il pasticciaccio brutto della scelta degli assessori e della composizione di una giunta sempre barcollante. Il governo della città di Roma, che doveva essere il trampolino per arrivare a Palazzo Chigi, si sta rivelando un enorme impaccio, appesantito dalla non collaborazione di qualche esponente del Movimento al quale la Raggi proprio non va giù.

La formuletta attraente, ma priva di reale significato, “uno vale uno”, da un lato, non consente di attribuire cariche sulla base di una graduatoria di merito e di competenze; dall’altro, si sta rivelando fasulla. Vale forse nelle espulsioni, non nelle promozioni, ma, soprattutto, è chiarissimo che c’è qualcuno, Grillo e Casaleggio figlio, che vale molto più di uno. Non c’è partecipazione telematica che tenga per colmare divari di potere, inevitabili in politica. Anzi, la non-partecipazione di coloro che pure fanno parte del Movimento rivela che, più o meno consapevolmente, sono molti che non si fanno un’opinione e che alla partecipazione preferiscono la delega.

Poco di questo, però, possiamo conoscere a sufficienza poiché anche la circolazione delle informazioni risulta gravemente carente. Poche informazioni poco apprendimento politico poca crescita culturale del movimento. Di conseguenza, l’obiettivo di una democrazia partecipante, che, comunque, richiede molto più di qualche rapporto fra un computer e una piattaforma, non è minimamente conseguito. Quello che sembra conseguito è una costante della politica italiana.

Nel non-partito delle Cinque Stelle hanno fatto la comparsa le non-correnti dietro i non-candidati alla carica di Presidente del Consiglio. Questi non-candidati, finora rigorosamente uomini, vanno in TV, vengono frequentemente intervistati, dichiarano e smentiscono. Cercano anche, più o meno efficacemente, qualche battuta o elemento che ne consenta la facile identificazione popolare (di recente, il tour in motocicletta di Di Battista). I non-criteri per la scelta di quella che, anche se ridimensionata da una non-legge elettorale, sarà comunque una candidatura importante per comunicare all’elettorato qualcosa in più sul Movimento, obbligano gli ambiziosi a riposizionamenti che sono frequentissimi nei partiti tradizionali.

Sparito il ballottaggio, il Movimento può mirare soltanto a diventare il non-partito più votato. Soprattutto per scongiurare questo esito, fin troppi giornalisti e commentatori continuano a tenere alto, anche con qualche esagerazione, il tiro della critica sulla sindaca di Roma, i cui comportamenti offrono il destro (e, se posso scherzare, anche il sinistro), dimenticando altre, più positive, esperienze di governo locale ad opera delle Cinque Stelle. In definitiva, però, non sono le novità introdotte dal Movimento nella politica italiana che ne spiegano le alte percentuali di cittadini tuttora disposti a votarlo,ma la perdurante condizione della cattiva politica prodotta dagli altri partiti. Cosicché, tranne la comparsa di un imprevedibile loro disastro o di un ancora più imprevedibile miglioramento della politica italiana, le Cinque Stelle potranno continuare a permettersi il lusso di non sciogliere i loro nodi. Continueranno a “splendere” su quello che una volta, per il PCI, fu definito uno zoccolo duro. Lo zoccolo duro dell’italico scontento.

Pubblicato AGL il 6 febbraio 2017