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M5S-Lega: i rischi di un accordo

Al momento, non so quanto temporaneamente, hanno molto di che rallegrarsi tutti coloro che volevano il governo dei “vincitori”. Sì, certo, le Cinque stelle sono il partito più votato e la Lega ha addirittura quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018. Quindi, il loro eventuale governo non tradisce il mandato elettorale, anzi, sarebbe il modo migliore, ancorché non l’unico, per tradurlo nei fatti. Tuttavia, nelle democrazie parlamentari i governi non sono mai una semplice faccenda numerica. Per fare uno solo dei diversi esempi possibili, in Portogallo, il partito più votato, PDS, conservatori, sta, alquanto irritato, all’opposizione di una coalizione di sinistra (già, proprio così). Comunque, i numeri parlamentari italiani offrivano/offrono almeno tre altre possibilità. I governi si costruiscono su affinità politiche e compatibilità programmatiche, tutte da verificare.

Sono certamente molto soddisfatti tutti quegli elettori che hanno scelto pentastellati e leghisti per esprimere il loro forte dissenso e risentimento ne confronti della politica italiana com’è, da tempo, dei politici al governo e delle loro politiche. Quasi nulla di tutto questo può essere definito con il termine tanto onnicomprensivo quanto vago, populismo. È facilmente accertabile che qualche striscia di populismo c’è, eccome, sia nel M5S sia nella Lega, ma sconsiglio di usare il termine contro tutto quello che non piace, come fanno imprenditori, giornalisti, professori, spesso parte dell’establishment e come tali non sempre erroneamente criticati. Cinque stelle e Lega rappresentano con notevoli diversità elettorati insoddisfatti e trascurati che, giustamente, adesso, pensano di avere maturato la loro rivincita. Con la Lega molto forte al Nord e con il Movimento dominante nel Sud Italia, mi avventuro a sostenere che la loro azione politica potrebbe portare ad una sorta di ricomposizione dell’unità nazionale. Alla prova dei fatti, chi sa se le diversità saranno foriere, invece, di scontri?

Non ho alcun dubbio che i più felici dell’eventuale governo Di Maio-Salvini sono il due volte ex-segretario del PartIto Democratico Matteo Renzi e i renziani di tutte le ore, compresa quella della nomina a parlamentari. All’opposizione andranno a rigenerarsi e a fare un partito più bello e più grande avendo evitato un devastante ritorno alle urne con conseguente perdita della poltrona. Nel comfort dell’opposizione magari non rappresenteranno quelli fra i loro elettori che avrebbero preferito per sé, ma anche per il paese (sì, resuscito la “funzione nazionale” dei partiti, di sinistra, sic), un governo Cinque Stelle-Partito Democratico al nascituro governo Pentastellati-Leghisti. Infatti, è sbagliato sottovalutate i rischi di questa inusitata coalizione ed è più che ragionevole preoccuparsi della inesperienza e incompetenza dei futuri probabili governanti.

Se ne preoccupa e molto il Presidente della Repubblica al quale spetta, sembra l’abbiano finalmente capito sia Di Maio sia Salvini, nominare il Presidente del Consiglio. Mattarella terrà certamente conto delle loro preferenze, ma, oramai lo ha ripetuto solennemente tre volte, sceglierà qualcuno che sappia che l’Italia nell’Unione Europea ci deve stare, convintamente e attivamente. Non è possibile dire quanto effettivamente abbiano perso gli europeisti, purtroppo per loro privi di guida e di grinta (Macron non abita qui). Infatti, se, da un lato, Grillo, che riesuma la proposta di un incostituzionale referendum sull’Euro, dà un assist al sovranista Salvini, dall’altro, dopo la sua processione in Europa, Di Maio sembrava avere capito che esiste un vincolo esterno, dall’Italia liberamente accettato, e che, rispettandolo, si creano anche le premesse per chiedere credibilmente di cambiarlo.

Hanno perso tutti coloro che pensavano di fare politica con gli annunci, con le narrazioni, con le prevaricazioni senza andare a parlare con gli elettori offrendo loro una legge elettorale che consentisse di esercitare potere sulla scelta dei candidati e dei partiti, con il voto disgiunto e senza la tremenda manipolazione delle pluricandidature. Infine, hanno di che riflettere e dolersi tutti coloro che, qualche volta pur consapevoli che la politica è cambiata e deve certamente ancora cambiare, hanno mantenuto vecchi riti, conditi con qualche esagitazione, che si sono tenuti lontano dagli elettori, non proponendo spiegazioni, non offrendo partecipazione e rinunciando, per insipienza e per comodità, nonostante tutte le avvisaglie dell’insoddisfazione che venivano da più fonti, sondaggi inclusi, a cercare di (ri)dare dignità alla politica cominciando con i loro comportamenti personali. Ricominciare da capo non sarà sufficiente. Senza conoscenza del passato (una sola Repubblica democratica e una Costituzione da rispettare e attuare) non andremo da nessuna parte.

Pubblicato il 12 maggio 2019

Italiani, eccolo il Governo che vi state meritando

Quando conteremo i voti scopriremo che il 40 per cento di voi che avete votato hanno scelto l’usato sicuro (sicuro di cosa: delle bugie, delle inadempienze, della crescita del debito pubblico?) e l’ex-rottamatore (rottamatore di idee, di competenze, di culture politiche, mai dei suoi imbarazzanti collaboratori). Scopriremo anche che il 25/30 per cento di voi hanno delegato, colpevolmente, la scelta dei nuovi parlamentari a chi è andato votare. Pur comprendendo la loro insoddisfazione, irritazione, delusione per la politica com’è praticata in Italia, quegli astensionisti cronici o occasionali debbono essere severamente rimproverati. Hanno comunque perso il diritto di continuare nella critica, spesso qualunquistica, a politica e politici. Sono anche loro con il non-voto responsabili di quello che va male in Italia. Insomma, in un sistema politico nessuno può chiamarsi fuori, fare l’anima bella e dire che è colpa degli altri -meno che mai, naturalmente, che è colpa dell’Europa alla quale, anzi, dobbiamo riconoscere il diritto di criticarci e di auspicare, come ha fatto, persino troppo timidamente, Jean-Claude Juncker, “un governo operativo”. Ha ragione. Anche molti di noi vorremmo un governo, non solo operativo, ma fatto di persone decenti, in grado di dare rappresentanza alle preferenze dei cittadini e persino ai loro interessi (una scuola davvero buona, un mercato del lavoro flessibile e accogliente, una politica dell’immigrazione con filtri e controlli, la sicurezza nella legge), in grado di governare non a colpi di arroganza e di “teatro”, ma con una visione orientata dalla consapevolezza che, fuori dall’Unione Europea, l’Italia non andrebbe da nessuna parte tranne che a fondo nel Mediterraneo.

Rosi dalle loro differenze interne sia la coalizione di centro-destra sia il PD e i suoi alleati cespugli non offrono granché come stabilità e progettualità. Né si può pensare ad un governo pentastellato con Di Maio (insieme a Grillo e Casaleggio) costretto a dedicare tutto il suo tempo a verificare gli scontrini delle spese e delle restituzioni e a comminare espulsioni a destra e a manca, ma anche al centro. Insomma, la palla passa al Presidente della Repubblica Mattarella che, felpato almeno quanto Paolo Gentiloni, il Presidente del Consiglio che, seppur necessariamente dimissionario, rimarrà in carica (proprio come Angela Merkel) fino alla formazione del prossimo governo, s’inventerà una soluzione politica secondo il dettato costituzionale: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio” (che, dunque, lo scrivo per chi ancora non lo sa, non è “eletto dal popolo”). No, non è vero che il paese reale starà meglio senza governo. No, non è vero che governare gli italiani è impossibile. Non è neanche inutile. È doveroso. Senza governo si ha soltanto galleggiamento, mentre è opportuno che qualcuno sia al timone. La barca non va mai avanti da sola, finisce per girare su se stessa.

Dovremo attenderci un “governo del Presidente”? e di quale Presidente? Del Presidente della Repubblica? Non sembra questa la propensione di Mattarella che, invece, cercherà la persona (non necessariamente un uomo) che sappia costruire e tenere insieme una coalizione in grado di durare e di governare, anche viceversa: governare e durare. I numeri (dei seggi in Parlamento) contano, ma bisogna avere anche i “numeri”politici, quelli che solo l’esperienza e la competenza garantiscono. Sarà il Presidente della Corte Costituzionale, come in nessuna, ma proprio nessuna democrazia parlamentare, è mai avvenuto? Oppure tornerà fra di noi, il figliol prodigo Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, le cui competenze politiche sono ignote ai più, a tutti? Credo che se ne guarderebbe bene. Avremo bisogno del neo-Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Taiani, facendo la classica figuraccia italiana: preferire una carica nel proprio paese a un ruolo importante nelle istituzioni europee? Sono convinto che, alla fine, Mattarella ci consegnerà un governo politico dopo avere escluso i più divisivi degli ambiziosissimi leader in campo e avere esercitato la sua fantasia e, mi auguro, anche la sua moral suasion. Sarà, comunque, un governo che noi italiani, certo con responsabilità differenziate, ci siamo meritato. Purtroppo, anche con la pessima legge elettorale firmata dal piddino Rosato, non adeguatamente contrastata dai grandi opinionisti dei grandi quotidiani e dai conduttori/trici dei meno grandi talk show, il Parlamento lo abbiamo eletto noi e, seppure indirettamente, è sui nostri voti che si costruirà un governo.

Pubblicato il 1 marzo 2018 su ITALIANItaliani

Attenti, voi che personalizzate

C’erano una volta i partiti che ascoltavano i cittadini e reclutavano persone. Oggi si offre il ‘corpo’ del leader per raggiungere elettori, ma il declino dei partiti personalisti può essere molto rapido” (BLOG di G. Pasquino)

Già da qualche tempo i partiti erano partiti, sostituiti da leader i quali, per quanto bravi, non potevano in nessun modo svolgere gli stessi importanti compiti di strutture con effettiva presenza sul territorio. Ascoltare le esigenze dei cittadini, interloquire con loro, parlare di politica e, chi sa, persino della vita, reclutare uomini e donne capaci di amministrare un comune e, persino, di fare i parlamentari. Alcuni leader italiani, a cominciare, lui sì, con buone ragioni, da Berlusconi hanno pensato e continuano a pensare di saper fare tutto meglio delle strutture che molti di loro e dei loro seguaci definiscono “ottocentesche”. Ne sono derivate organizzazioni, ma il termine è troppo nobile, dirò, quindi, aggregazioni di persone intorno ad un leader che può ricompensarle: partiti personalistici e personalizzati. Non è un salto di qualità mettere il nome del leader nel simbolo del partito da presentare alle elezioni. Da un lato, è la manifestazione d’insopprimibile, spesso, ingiustificato, narcisismo, dall’altro, è una scorciatoia per raggiungere elettori ai quali non si sa parlare di politica, ma si offre il “corpo” del leader: qualcuno che ha fatto qualcosa (nel caso di Berlusconi, nelle sue parole, tutto e con grande successo), che, proiettato nel futuro come Matteo Renzi, rottama (i vecchi dirigenti e la Costituzione); che è “uno di noi” (Salvini), che rappresenta gli italiani (Meloni), che, last but not least, dà voce con il suo “vaffa” ai nostri sentimenti più profondi e più sinceri nei confronti dell’establishment politico.

Se non esistono strutture che consentono a coloro che desiderano fare politica di apprendere, praticare, addestrarsi, nessuno potrà essere valutato con riferimento alle sue qualità e capacità. Le primarie del PD sono certamente servite a vedere chi aveva più consenso fra elettori reali e potenziali, ma con molte critiche, oltre che da commentatori poco informati, persino dall’interno del Partito. Le parlamentarie e affini delle Cinque Stelle si prestano a manipolazioni dei più vari tipi e qualche volta è stato il leader stesso, Beppe Grillo, a stravolgerne l’esito. Negli altri partiti personalistici, anche se la parola decisiva spetta al leader, spesso sono state premiate figure che qualche attività politica l’avevano svolta, che qualche rappresentanza politica, territoriale, di interessi l’avevano data. Infatti, non è nella Lega e neppure nei Fratelli d’Italia che le procedure per la scelta delle candidature al Parlamento hanno rivelato le maggiori contraddizioni e le indecorose prevaricazioni dei leader e dei più stretti collaboratori fidatissimi, fedelissimi, servilissimi.

Il leader di un partito personalizzato non può permettersi di avere intorno a sé, tantomeno in Parlamento, persone che rappresentano effettivamente qualcosa e che, di conseguenza, sono anche in grado, per la loro storia e per la loro competenza, di rivendicare autonomia di giudizio. Troppo rischioso anche per il presunto prestigio del leader che non vuole essere contraddetto. Berlusconi non ha certamente gradito né la miniscissione di Alfano né le fin troppo brillanti manovre parlamentari di Verdini. Sul versante del Partito Democratico, più e più volte Renzi aveva fatto sapere con tono ultimativo che le liste le avrebbe fatte lui: segnale minaccioso per tutti i non allineati e i dissenzienti, ma anche per i capicorrente, ad esempio, il Ministro Andrea Orlando. Riportato dai giornalisti, non solo quelle di rito renziano, questo segnale è stato seguito dalla prova dei fatti. Sì, l’esperienza è stata come descritta da Renzi: devastante. Infatti, ha devastato gli oppositori interni riducendoli ai minimi termini, ma soprattutto ha devastato qualsiasi relazione fra la rappresentanza politica e il territorio.

A Berlusconi il consenso dei suoi parlamentari è sempre giunto per il suo indiscusso ruolo di fondatore e finanziatore di un’esperienza vincente, Forza Italia. Il suo partito personale è insostituibile. Renzi ha conquistato un partito, quello Democratico, che non si è mai consolidato. Il suo consenso veniva da coloro che, per molte buone, ma anche cattive ragioni, si erano stancati della nomenklatura della ditta. Non è affatto detto, al contrario, che neppure la maggior parte di coloro da Renzi reclutati e promossi siano migliori degli esclusi in “odor di ditta”. Privi di una storia politica e di competenze insostituibili, saranno, però, molto attenti e molto ossequienti. Non contraddiranno il leader almeno fintantoché garantisce e ottiene successo. Il declino dei partiti personalisti può essere molto rapido.

Pubblicato il 28 gennaio 2017 su huffingtonpost.it

In attesa di proposte #Politiche2018

Troppi dicono che la campagna elettorale in corso è “brutta”. Piena di rancori e di risentimenti, con molte vendette da consumare. Mi paiono categorie poco politiche, ma so benissimo che la politica è fatta da persone, elettori compresi, che, inevitabilmente, basano i comportamenti anche sulle emozioni. Nessuno dice quale campagna elettorale italiana è stata bella: quella del 1948 quando, secondo la DC, c’era il fondato rischio che i cosacchi giungessero ad abbeverare i loro cavalli in Piazza San Pietro? Certo, dopo il lungo percorso da Mosca avrebbero avuto moltissima sete. Quella del 1976 con il più fondato rischio, per i democristiani, che il PCI li “sorpassasse”? Quella del 1994, con gli ex- e i post-comunisti ai quali si contrapponeva l’immaginaria rivoluzione liberale di Berlusconi? Quella del 2013 in un paese ancora fiaccato dalla crisi economica al quale il centro-sinistra non sapeva cosa offrire e il Movimento di Grillo prometteva di fare vedere un cielo molto stellato? Ho lasciato fuori la campagna elettorale del 1996 nella quale la novità Ulivo sostenuta da molte associazioni si contrappose abbastanza (non trascuro l’appoggio condizionato, ma decisivo, di Rifondazione comunista) nettamente al centro-destra di Berlusconi privo della Lega che corse da sola. Brutta è stata, se guardiamo oltre Atlantico, la campagna elettorale per le presidenziali USA del 2016, e bruttissimo l’esito.

Cos’è davvero brutto nella campagna elettorale italiana? La mia risposta ferma e tassativa è: la legge elettorale Rosato che obbliga gli elettori a ratificare le alleanze fatte dal partito che intendono votare e ad accettare tutti i suoi candidati. La risposta della quasi totalità dei commentatori e dei conduttori televisivi è, invece, che la bruttezza deriva dalle promesse irrealizzabili che tutti gli schieramenti fanno senza curarsi del costo di quelle promesse e dell’esplosione probabile del debito pubblico, già a livelli insopportabili. È assolutamente giusto e opportuno criticare chi promette in maniera sconsiderata ed evidenziare che mancano le coperture, ma il mio suggerimento è di procedere in maniera diversa. Contrariamente al detto comune che non bisogna guardare al dito di chi indica (promette) la luna, sostengo che è proprio al possessore di quel dito che bisogna guardare.

La maggioranza di noi elettori non guarda soltanto alla luna che ci viene promessa. Ci chiediamo, invece, se chi indica quella luna è credibile. Se ha fatto promesse simili nel passato, le ha poi adempiute una volta al governo? Il suo schieramento è sufficientemente coeso dietro quelle promesse? Lo è stato nel passato?

Al suo interno esistono le competenze per tradurre efficacemente le promesse elettorali in politiche pubbliche? E, eventualmente, a ritoccare quelle promesse per procedere ad una migliore attuazione? I tre governi guidati da Berlusconi hanno fatto quello che avevano promesso? I governi del centro-sinistra guidati da Renzi e da Gentiloni hanno dimostrato tutta la competenza di cui si vanta l’attuale segretario del PD? Come valutare le capacità di governo delle 5 Stelle, solo in riferimento ai casi locali più visibili, Roma e Torino, oppure ampliando lo sguardo ad altre città con sindaci del Movimento? È mia opinione che la campagna elettorale attuale non sia né brutta né, aggettivo impegnativo, bella. Il suo difetto è che le proposte/promesse dei contendenti sono frammentarie, non consentono agli elettori di vedere quale idea di Italia abbiano i tre schieramenti: un’Italia credibile e attivo partner nell’Unione Europea oppure un’Italia sovranista fuori dall’euro e dalla UE? Ci sono ancora cinquanta giorni affinché gli schieramenti facciano chiarezza, individuino il loro tema dominante, formulino la loro idea d’Italia nei prossimi cinque anni. Poi saremo noi a decidere qual è, se non la migliore, la meno brutta.

Pubblicato AGL il 16 gennaio 2018

Le regole del partito a 5 stelle

Quanto è interessante sapere se, con le recentissime modifiche statutarie, il Movimento 5 Stelle si trasforma in partito? Se la sua molto eventuale trasformazione in tale senso ha un impatto elettorale oppure, a maggior ragione, sullo sgangherato sistema dei partiti italiani, allora è interessante esplorare, capire, valutare la trasformazione. Altrimenti, discuterne serve soltanto ad alcuni pochi politologi e giornalisti alla ricerca di qualche novità. I partiti come li abbiamo conosciuti (ma troppi se li sono già scordati) erano (sono) organizzazioni presenti sul territorio, con sedi e qualche, almeno sporadica, attività a contatto con “la gente”. Nessuna delle modifiche statutarie delle 5 Stelle va nella direzione di un’organizzazione di questo tipo. La struttura rimane quella che è: un vertice che controlla una piattaforma, una base neanche molto estesa, una rete di comunicazioni telematiche. Affari loro. Quello che conta, per chi accetta la definizione minima di partito (un’associazione di uomini e donne che presenta candidati alle elezioni, ottiene voti, vince seggi), è che le 5 Stelle compiono proprio questa attività fondante e caratterizzante. Come scelgono le candidature, come finanziano le campagne elettorali (purché rispettino le leggi vigenti), come pagano i costi della piattaforma (con contributi degli aderenti), sono, di nuovo, affari loro che toccherà semmai agli attivisti valutare, se del caso, criticare e, se ci riescono, cambiare.

Invece, risultano preoccupanti le nuove “norme” intese a imporre la disciplina agli eletti e a fare pagare ai dissenzienti il prezzo della, lo scrivo con retorica, libertà (di voto). Chi se ne va dai gruppi parlamentari delle 5 Stelle dovrà pagare una multa di 100 mila Euro (somma inferiore a quello che in un anno i parlamentari “guadagnano” come indennità). Alla Camera se ne sono andati 21 su 109; al Senato 19 su 53. In tutto 40 su 162, circa il 25 per cento: un salasso. Si capisce che il gruppo dirigente dei pentastellati voglia porre rimedio a questo brutto fenomeno. Che sia brutto lo pensano gli elettori di tutti i partiti. Chi lascia il partito nel e dal quale è stato eletto e va cercare fortuna (è un eufemismo) in un altro partito/gruppo è un voltagabbana, un cambiacasacca, un/a furbastro/a, un trasformista, diremmo noi che abbiamo studiato (sic). Dovrebbe, pensano e dicono la grande maggioranza degli elettori, dimettersi da parlamentare e lasciare il posto ad altri, sperabilmente, più disciplinati.

Il tema è vecchissimo; il dibattito ha avuto punte incandescenti in occasione, ad esempio, sia della scissione socialdemocratica nel 1947 sia di quella dello PSIUP nel 1964. Lasciate il partito che vi ha eletti in Parlamento? allora, andatevene subito anche fuori dal Parlamento. Qui, in gioco c’è l’assenza di vincolo di mandato che è l’architrave delle democrazie parlamentari, della rappresentanza politica. Imporre il vincolo di mandato richiede nel caso italiano la riforma dell’art. 67 della Costituzione. Politicamente richiede che esista un programma preciso che gli eletti abbiano approvato e s’impegnino ad attuare. Il voto di coscienza (e di conoscenza) dovrebbe comunque essere consentito su tutte le materie imprevedibili e impreviste sulle quali, ovviamente, non può essere stato conferito nessun mandato. Un effettivo vincolo di mandato rischierebbe di frustrare coloro che, fra i parlamentari delle Cinque Stelle, hanno/avranno idee e proposte innovative, migliori del non-programma del Movimento, proposte magari apprezzate e condivise dalla base (parola tipicamente “partitica”). Sarebbe, dunque, controproducente. Cambiare un articolo, importante e portante della Costituzione, si può, ma imporre il vincolo di mandato è un brutto cambiamento che soltanto coloro che hanno la vista molto corta possono desiderare. Grillo, Casaleggio e Di Maio sbagliano. Sono criticabili non perché “diventano” un partito, ma perché le loro nuove regole sono peggiorative.

Pubblicato AGL il 3 gennaio 2017

Gli errori a ripetizione dei Dem

Sconfitta annunciata, sconfitta ammessa, sconfitta archiviata: questa è rapidamente diventata la linea di fuga di Renzi, dei renziani e dei loro commentatori/trici embedded (traduciamo, casalinghi/e). L’aggiunta è che non è il tempo di mettere in discussione il segretario il quale, però, dal maggio 2014, elezioni europee, non ne vince una né quando ci mette, fin troppo, la faccia, come nel caso del referendum costituzionale, né, quando, la faccia ce la mette pochissimo, sembra un’ora sola, in Sicilia per farsi la foto con il candidato del PD Micari che ha perso alla grande. Arrivato terzo, con enorme distacco rispetto al Movimento Cinque Stelle, che ha quasi il doppio dei voti, quattro per cento meno di Forza Italia, sarebbe il caso che il Partito Democratico non archivi un bel niente, ma rifletta sui suoi troppi errori commessi, poco riconosciuti (sbagliato il candidato, sbagliata la campagna elettorale, alleati non convincentemente cercati), mai analizzati. Poi, naturalmente, la Sicilia non è né un laboratorio né un luogo molto ospitale per il PD, ma proprio per questo meritava un impegno maggiore.

Ce l’hanno messo tutto l’impegno gli esponenti delle Cinque Stelle. Volevano vincere non soltanto per assaporare il dolce gusto della vittoria in una regione importante, ma anche per sfruttare l’effetto di immagine del governo della Sicilia in vista delle elezioni nazionali. Candidato Cancelleri e Movimento hanno ottenuto una percentuale elevata di voti, ma è mancato quel quid che separa il secondo piazzato da colui che ha vinto. Probabilmente, il quid è un dato composto da due elementi. Primo, il Movimento non è riuscito a raccogliere una parte abbastanza ampia di elettori che hanno incanalato la loro protesta nell’astensione piuttosto che, come è spesso successo in altre circostanze, nel voto per chi, come le Cinque Stelle, sulla protesta ha costruito parte del suo successo nazionale e non poche vittorie locali. Il secondo elemento discende, invece, da una scelta strategica ovvero ideologica: non fare coalizioni, non cercare alleanze, rimanere puri (e duri). Questa scelta non ha premiato il Movimento, e non potrà premiarlo neppure nelle elezioni politiche. Fra l’altro, la legge elettorale scritta (?) dal capogruppo PD Rosato premia le coalizioni, non nella convinzione che le coalizioni sono più rappresentative dell’elettorato e meglio in grado di governare il paese, ma con la chiarissima intenzione di mettere le Cinque Stelle in una condizione di svantaggio difficilmente superabile. Le reazioni dei dirigenti del Movimento non suggeriscono che hanno davvero capito fino in fondo quanto caro sarà il prezzo della loro intransigenza coalizionale e, francamente, le illazioni su eventuali alleanze con Salvini fondate sull’opposizione all’Euro/pa sono alquanto avventate. Potrebbero avere senso se e soltanto se, ex post, Cinque Stelle più Lega disponessero in entrambe le Camere di abbastanza seggi per superare la soglia della maggioranza assoluta. Non sembra uno scenario probabile.

Esultano i berlusconiani, ma esagerano. Non è la prima volta che la Sicilia si dimostra molto amica del centro-destra e di Forza Italia. Dalla famosa “discesa in campo” del 1994, molti ex-democristiani e molti ex-missini hanno ampiamente contribuito alle vittorie elettorali di Berlusconi, qualche volta agevolate da qualche connessione imbarazzante che porta, per esempio, il nome di Dell’Utri. C’è qualcosa di nuovo e anche di antico nel successo, peraltro, di proporzioni non proprio clamorose, del candidato del centro-destra. Il nuovo è che non è stato Berlusconi a scegliere Musumeci, ma lo ha sostanzialmente imposto con ostinazione Giorgia Meloni e può rivendicarlo. L’antico è che il centrodestra unito è tornato competitivo e vince oltre che per la sua compattezza anche per gli errori, che pure ci sono e hanno tutta la propensione a continuare, delle sinistre. Poiché la Sicilia ha un cospicuo serbatoio di seggi, il centro-destra che già può contare su Veneto e Lombardia, ha molte ragioni per andare verso le elezioni nazionali alquanto ringalluzzito. Rimane in piedi la sfida per la leadership, ma se Berlusconi non tira fuori un asso dalla manica, Salvini, sostenuto dalla Meloni, è oggi ottimamente posizionato. Questo hanno detto quel 46 per cento di siciliani che sono andati a votare. Il resto, in un paese decente (premessa da non sottovalutare), dipenderà da come Grillo e Renzi, se sarà ancora lui l’uomo al comando del PD, sapranno impostare la campagna elettorale e definire o no le eventuali alleanze.

Pubblicato il 7 novembre 2017

Tutti i segnali di un Gentiloni-bis

Intervista raccolta da Federico Ferraù per ilsussidiario.net

Renzi non vuole più metter mano alla legge elettorale? Dovrà ricredersi. Ma sarà battuto da Berlusconi in campagna elettorale. E prima della Sicilia viene la Germania.

Renzi non vuole più metter mano alla legge elettorale? Dovrà ricredersi. “Dovranno farla, dovranno comunque armonizzare le due leggi risultanti dalle due sentenze della Corte costituzionale” spiega il politologo Gianfranco Pasquino. “Mattarella glielo farà sapere con grande chiarezza, anche se non rinuncerà al suo stile felpato”. A quel punto, in un sistema proporzionale, conteranno la composizione delle liste e i capilista; il resto lo faranno i leader in campagna elettorale. E Berlusconi potrebbe fare ancora una volta la differenza.

Ma cosa cambierà prevedendo solo un’armonizzazione delle due leggi esistenti?
Cosa potrà succedere in termini di risultato, lo sanno solo le sibille e gli astrologi, insieme ad alcuni grandi politologi che prevedono il futuro… Le leggi proporzionali sono usate in tutta Europa, con l’eccezione della Francia e del Gran Bretagna. Non distruggono nessuna democrazia parlamentare, anzi consentono un voto che io definisco “sincero”.

Perché sincero?
Perché in un menù di sette-otto pietanze, gli elettori scelgono quella che piace loro di più. A maggior ragione sapendo che il loro voto consente al partito votato di superare la soglia di accesso al parlamento.

Siamo ancora lontani dal voto, però il consenso di Renzi è in calo, quello di M5s non si sa, quello di Berlusconi pare in crescita.
Spero che parlamentari, commentatori e sondaggisti convengano almeno su un punto: le campagne elettorali possono fare la differenza. Nel novembre del 2012 Bersani era in vantaggio di 7-8 punti, ma riuscì a bruciarli tutti. Quanti errori riusciranno a inanellare quelli di M5s? Quante stupidaggini riusciranno a dire alcuni esponenti del Pd? Quali novità Berlusconi introdurrà in campagna elettorale? Poi ci saranno fattori esterni. Si voterà a febbraio-marzo, senza milioni di migranti in arrivo a Lampedusa.

Uno di questi fattori potrebbe essere la legge di bilancio varata due mesi prima?
Il governo Gentiloni ha il dovere morale di fare la legge di bilancio migliore possibile, anche se può colpire gli interessi di qualcuno. Padoan e Gentiloni avranno la forza, il coraggio e lo spazio per fare la legge che serve al paese? Non lo so. Se faranno una leggina, questa condizionerà in peggio la campagna elettorale, avvelenandola.

Ne è sicuro?
Sì, gli italiani sono maturi e smaliziati e capirebbero subito il gioco di una legge fatta apposta per conquistarne il favore contro l’interesse del paese.

Come dovrà essere la legge di bilancio?
Rigorosa, preveggente, in grado di accompagnare la crescita. Direi, in una parola, keynesiana.

La sinistra è divisa in due, il Pd e il non-Pd. Come andrà a finire?
Lei fa benissimo a parlare di non Pd, infatti avrei qualche problema a mettere il Pd nella sinistra perché una parte è di sinistra, l’altra no. Pisapia mi pare inconcludente, a cominciare dalla denominazione e dunque dal progetto: Campo progressista. Occhetto aveva ragione quando diceva che la sinistra dev’essere una carovana, qualcosa che è in movimento, in viaggio. E viaggiando raccoglie persone che interagiscono tra loro, esprimono interessi, preferenze, ideali, emozioni. La sinistra non è un campo predeterminato con un perimetro, se è così muore.

Però la carovana dev’essere attrattiva per farsi votare.
Certo. Deve trovare persone che non si limitino a fare i buffoni in tv, ma che dicano: “abbiamo proposto questo, non ci hanno voluto ascoltare e queste sono le conseguenze. Ora ti chiediamo il voto perché questo è quello che vorremmo fare”. La sinistra, non solo in Italia, è un luogo plurale. Non si può sperare che ci sia un’unica persona che dà la linea.

Ma ci può essere un raggruppamento senza leader?
Prima di arrivare al leader, occorre chiedersi ciò che serve nella presente situazione. Proprio perché si vota con il proporzionale, conteranno la lista dei candidati in ciascuna circoscrizione e il loro capolista. Dovranno essere persone che vivono nella circoscrizione, e che ottengono i voti per la loro storia personale, politica o professionale. Se poi c’è un Pisapia che sovrintende tutto, ben venga, se si trova qualcuno migliore di lui, meglio ancora.

D’Alema, Bersani?
No, hanno capacità ma sono distrattivi. Potrebbe essere Speranza, potrebbe essere lo stesso Pisapia se smettesse di andare in giro ad abbracciare gente e cominciasse a dire qualcosa sulle priorità della sinistra.

Primi appuntamenti importanti sono le elezioni in Sicilia e in Lombardia l’autunno prossimo.
Io so di un appuntamento che viene ancora prima e si chiamano elezioni tedesche. Personalmente mi attendo una socialdemocrazia tedesca che dimostri di essere in crescita.

Però Schulz ha perso male in Nordreno-Westfalia dove era addirittura il favorito.
Vero. Però mi consente di mantenere la speranza? Se la Spd vincesse, sarebbe un segnale buono anche per la sinistra italiana. In ogni caso, quelle elezioni manderanno un segnale politico e a quel governo tutti dovremo fare attenzione, perché sarà quello che avrà la maggiore voce in capitolo a Bruxelles. Il resto fa storia a sé, la Sicilia non è il resto del paese.

Gentiloni?
E’ cresciuto nel suo ruolo. E’ migliorato come governante ed è migliorato il suo apprezzamento tra gli elettori. Mi auguro che voglia rimanere in una posizione di rilievo. Se ci fosse realmente la difficoltà di fare un governo dopo il voto, un Gentiloni bis sarebbe il modo migliore per andare avanti bene e raffreddare la temperatura.

Berlusconi premier?
Improbabile. Berlusconi farà quello che riesce a fare meglio: una brillantissima campagna elettorale. Da questo punto di vista è utile al paese. Ovviamente sarebbe utile anche controllare le affermazioni strampalate che farà. Nessuno può seriamente credere che solo Trump abbia l’esclusiva delle fake news, Berlusconi lo ha preceduto di almeno vent’anni.

Perché dice che la campagna di Berlusconi sarà importante?
Perché in campagna elettorale Berlusconi si diverte, la sua passione diviene contagiosa e avvicina alla politica tante persone che normalmente non ci pensano.

Berlusconi, Grillo e Renzi in campagna elettorale. Chi la sparerà più grossa?
Non Grillo perché le ha sparate già tutte e ho l’impressione che sia in fase declinante. Mentre Berlusconi promette scintille perché è un creativo.

E’ in vantaggio su Renzi da questo punto di vista?
Sì, è nettamente superiore.

Pubblicato 11 agosto 2017

Decurtare i vitalizi ma senza populismi

La premessa è doverosa. Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso sono stato Senatore della Sinistra Indipendente e dei Progressisti. Dunque, sono il fortunato (e mio figlio aggiunge: privilegiato) percettore di un vitalizio. Denuncio il mio personale conflitto d’interessi poiché, se il testo approvato dalla Camera passasse senza variazioni al Senato, il mio vitalizio sarebbe significativamente decurtato, quasi dimezzato. Non solo perché me lo dice mio figlio, ritengo che i vitalizi siano non diritti, ma privilegi acquisiti che, di conseguenza, possono anche, applicando criteri equi, essere in una certa misura ridimensionati. Naturalmente, se il criterio di fondo è che i parlamentari debbono essere trattati come tutti i cittadini perché cittadini sono e bisogna ricordarglielo, allora emergono subito due enormi problemi. Primo problema, potrebbero, di conseguenza, essere ricalcolate, compito immenso, tutte le pensioni basate sulle retribuzioni e non sui contributi effettivamente versati da qualche milione di nostri concittadini? Il rischio esiste. Forse si richiederebbe qualche precisazione nel testo di legge, anche per evitare che il quasi inevitabile intervento della Corte Costituzionale, poiché è facile prevedere che vi saranno ricorsi, finisca per cassare tutto. Naturalmente, questa eventualità è di scarso interesse per i parlamentari delle Cinque Stelle il cui scopo prominente è di avere una tematica popolare (populista?) con la quale condurre la prossima campagna elettorale. “Abbiamo imposto la decurtazione dei vitalizi” può funzionare altrettanto bene che “la casta ha bocciato la nostra legge moralizzatrice”. Quanto al Partito Democratico, fra i cui parlamentari esistono posizioni più articolate e più sfumate, parerà comunque il colpo sottolineando che il primo firmatario della legge è un suo deputato.

Il secondo problema mi appare molto più grave e denso di pericoli attuali e futuri. Fare il parlamentare non è un mestiere come qualsiasi altro. Richiede preparazione e competenze che non si acquisiscono necessariamente e soltanto nelle università, ma che vengono anche dall’esperienza. Questa è una motivazione della mia contrarietà al limite dei mandati elettivi. Quando fa la sua comparsa un parlamentare bravo, in qualsiasi modo si definisca la sua bravura: competenza, capacità di lavoro, volontà di ascoltare e rappresentare preferenze, interessi, ideali dei suoi elettori, non vedo perché troncargli/le la carriera in maniera burocratico-ragionieristica. Siano gli elettori a decidere se rieleggerlo/a o mandarlo/a a casa. Qui sta la ragione per la quale sono assolutamente favorevole a una legge elettorale fondata sui collegi uninominali nei quali gli elettori vedono i candidati che, a loro volta, cercano di capire le esigenze degli elettori. Accompagnare la decurtazione dei vitalizi con affermazioni che degradano il ruolo e il compito dei parlamentari è assolutamente diseducativo. Blandisce l’antiparlamentarismo di troppi italiani che ha una lunga e nient’affatto venerabile storia. Alimenta atteggiamenti di critica, talvolta pur meritati da alcuni parlamentari, a scapito dell’istituzione parlamento nel suo complesso, della stessa democrazia rappresentativa.

Sottolineo che, invece di parlare di alternative immaginarie alla democrazia rappresentativa, ogni volta smentite dalle pasticciate consultazioni grilline sulle quali si abbatte la frase di Grillo: “fidatevi di me”, poi rivelatasi perdente, l’obiettivo dovrebbe essere quello di fare funzionare meglio, eventualmente, perfezionandola, la democrazia rappresentativa. La certezza di un’indennità che consenta a chi ha solo quell’emolumento di fare il parlamentare a tempio pieno (quindi, maggiormente criticabile quando assente dai lavori) e quella di un vitalizio al termine degli anni di lavoro è essenziale per trovare un’ampia e qualificata, questo è un punto dirimente, platea di aspiranti fra i quali poi saranno gli elettori a scegliere soprattutto se esisteranno i collegi uninominali. Male e incertamente ricompensati, sotto l’eventuale mannaia del limite di mandati (che inevitabilmente spingerà molti di loro nel secondo mandato a dedicare parecchio tempo alla ricerca di alternative occupazionali), additati come profittatori agli occhi di un’opinione pubblica male informata e mal disposta, molti italiani che avrebbero le capacità e la voglia di fare politica potrebbero ritrarsi. Avremo risparmiato sui vitalizi e sull’indennità. Sprecheremo molte energie indispensabili a rinnovare l’asfittica politica italiana e la sua democrazia poco e malamente rappresentativa.

Pubblicato il 28 luglio 2017

 

“Per le politiche attenti a prendere sottogamba il M5S”

Intervista raccolta da Maria Corbi

E ora che succede? Dopo le elezioni di domenica, gli schieramenti guardano già al voto nazionale. Nel centrodestra la scommessa è di riprodurre il modello ligure. Per Renzi sarà importante recuperare consensi e unità. Mentre i grillini cercheranno di cavalcare ancora l’onda anti-sistema

Perché ha vinto il centrodestra?
Il centrodestra è andato bene perché ha avuto la capacità di mettersi insieme, di individuare delle candidature che rappresentavano quelle aree. C’è Giovanni Toti alle spalle di tutto questo, e lui stesso è il prodotto del suo metodo che ha utilizzato a La Spezia e Genova. Una sconfitta bruciante per il centro-sinistra che lì ha governato per lungo tempo. Ma anche a Verona hanno trovato il nome giusto impedendo che una parte di elettorato leghista “duro” convergesse sulla compagna di Tosi, Patrizia Bisinella. E questo suggerisce che quando Berlusconi non fa di testa sua le cose vanno bene. Anche se lui sostiene che la vittoria sia dovuta alle sue 46 interviste alle televisioni locali. Non è così, il risultato è dovuto alle candidature giuste e alla capacità della coalizione di stare insieme senza litigare.

Perché ha perso il centrosinistra?
Siamo di fronte a una sconfitta del Pd più che del centrosinistra e il segretario doveva già averla mentalmente elaborata visto che praticamente non ha fatto campagna elettorale. Renzi ha messo su Twitter una “torta” per dimostrare che non è andata così male e invece è andata malissimo perché ha perso in quasi tutte le grandi città, e se facesse una semplice operazione aritmetica vedrebbe che il centro destra ha avuto un numero di voti molto più consistente. Sicuramente la sua personalità strabordante non ha aiutato, perché tanti elettori del Pd non hanno voluto votarlo. E gli elettori dei Cinque stelle pur di non votare il Pd al ballottaggio hanno votato il candidato del centrodestra. Il futuro? Occorre un leader come Macron che si batta per contare di più in Europa.

Perché il M5S non riesce a sfondare?
Si sta sottovalutando il risultato dei Cinque stelle. Perché nei dieci comuni in cui sono arrivati al ballottaggio sono risultati vincitori in otto casi. E faccio fatica a dire che non hanno vinto a Parma e a Comacchio dove comunque sono I loro elettori storici che hanno fatto vincere di nuovo Pizzarotti e Fabbri (espulsi dal Movimento). In ogni caso, si stanno radicando sul territorio e questo alle elezioni politiche sicuramente conterà.

Pubblicato il 27 giugno 2017

 

La Sinistra e il vinavil di Prodi

Prima contano, a fatica, i numeri; poi danno i numeri cercando l’interpretazione più favorevole, infine, passano ad altro. Questo è l’abituale comportamento dei politici e dei loro, purtroppo molti, commentatori di corte, nel caso di qualsiasi elezione. Le amministrative che si sono concluse con i ballottaggi non fanno eccezione. Però, neppure con le giravolte più acrobatiche e con le arrampicate (sugli specchi) più spericolate appare possibile aggirare tre elementi chiarissimi. In ordine d’importanza: i candidati del Partito Democratico, anche quando sostenuti da un ampio ventaglio di liste civiche (nelle quale spesso si annidano ex-politici), hanno perso tutti i ballottaggi nelle città più importanti ad eccezione di quello di Padova. Di converso, i candidati del centro-destra, anche grazie al contorno di liste civiche del più vario genere (ma la società civile si lascia davvero ingannare da questi giochini? No, ma preferisce votare parenti, amici, persone con le quali ha condiviso attività, percorsi, idee, preferenze piuttosto che politici tradizionali), hanno vinto quasi dappertutto. Quindi, non sono state soltanto alcune, più o meno peculiari, motivazioni locali, davvero “amministrative”, che li hanno favoriti, ma una tendenza generale. Se si compatta, sia per necessità sia, ancora più, per convinzione (ma, finora, Berlusconi è tutto tranne che convinto), il centro-destra diventa fortemente competitivo. Lo è perché è rappresentativo, vale a dire offre programmi e candidature che una parte consistente di elettorato in condizioni normali considera preferibili ai programmi e alle candidature del Partito Democratico e dei suoi eventuali alleati. Quanto abbiano contato in questo voto le differenze di opinione sullo jus soli e gli scontri sui voucher cancellati e resuscitati, nessuno può davvero dire.

Per spirito di contraddizione piuttosto che basandosi su elementi più solidi e affidabili, qualche commentatore ha scoperto che è troppo presto dare per declinante il Movimento Cinque Stelle. In otto ballottaggi su dieci, in situazioni peraltro relativamente minori, i candidati delle Cinque SteIle hanno comunque vinto. Semmai, come doveva essere già chiaro dopo il primo turno, il perdente vero è Beppe Grillo. Il candidato da lui prescelto per Genova, la sua città, è andato malissimo già al primo turno. Il sindaco uscente di Parma, Federico Pizzarotti, da Grillo fatto espellere tempo fa, osteggiatissimo dai maggiorenti delle Cinque Stelle, ha rivinto alla grande: buon governo e capacità di rappresentare in maniera efficace una città con molti problemi.

Tra pochi giorni tutto tornerà alla, deprecabile, normalità. Si riapriranno tre dibattiti, due dei quali inutilissimi. Primo, è stato indebolito il governo Gentiloni e riuscirà a durare fino alla scadenza naturale della legislatura? Mia risposta: il governo non c’entrava per niente; Gentiloni ha il dovere di continuare a governare. Secondo, è il caso di andare a elezioni anticipate? Non ne vedo nessuna buona ragione e sono d’accordo con il Presidente Emerito Napolitano (e, spero, con il Presidente Mattarella) che sarebbe una decisione “irresponsabile”. Terzo, bisogna fare una legge elettorale. Ho consultato Penelope che mi ha garantito che se i parlamentari tesseranno una legge elettorale decente in qualche giornata di buon lavoro a Montecitorio e a Palazzo Madama, lei non la disferà nella notte (ma, se la legge elettorale sarà pessima, com’è tristemente possibile, provvederà a disfarla nella prossima legislatura). Da ultimo, non è chiaro di quanto Vinavil dispone Prodi per tenere insieme in maniera posticcia il variegato schieramento di centro-sinistra, nel quale i bisticci sono come quelli fra i polli di Renzo (no, non Renzi) nei Promessi sposi (anche il titolo è allusivo!). Meglio che ne abbia una fornitura molto abbondante, ma senza idee nuove al centro-sinistra non gioverà neppure il vinavil di Prodi.

Pubblicato AGL il 27 giugno 2017