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Svolta europeista per salvare il governo Conte

La ricerca di una maggioranza più solida a sostegno del governo Conte, quello esistente, ma, eventualmente, anche quello futuro, si presenta tutt’altro che facile. Deve evitare di dare vita a una situazione “raffazzonata” e “raccogliticcia”, vale a dire, senza principi condivisi e con parlamentari di varia provenienza tenuti insieme soltanto dal desiderio, pur legittimo, di non andare a elezioni anticipate e non perdere il seggio. Inoltre, quel gruppo/gruppetto ha bisogno, a norma di regolamento, del nome di un partito presentatosi alle elezioni del marzo 2018. La scoperta che l’on Cesa, capo dell’UDC, potrebbe essere coinvolto in attività della ‘ndrangheta in Calabria rende improbabile l’utilizzazione di quel nome e simbolo anche se, forse, potrebbe facilitare la migrazione di senatori che vi si siano identificati.

Uno dei punti di forza del discorso e del governo Conte è il richiamo all’Unione Europea. Grazie all’impegno e alla credibilità del Presidente del Consiglio l’Italia potrà disporre di 209 miliardi di Euro, 129 sotto forma di prestiti a bassissimi tassi di interesse e 80 come sussidi da non restituire. Questa massa di soldi arriveranno all’Italia una volta valutati i programmi di investimenti in alcune aree privilegiate, dall’economia verde alle infrastrutture, dalla digitalizzazione alla coesione sociale, i loro tempi, la loro fattibilità. Vi si possono aggiungere 36-37 miliardi di Euro del MES esclusivamente per spese sanitarie dirette e indirette. Finora il Movimento 5 Stelle ha opposto un rigido rifiuto e, non casualmente, Renzi ha posto l’accento sull’utilità di un ricorso immediato al MES che è anche la posizione del Partito Democratico e di Forza Italia. Dunque, dire sì al MES può significare inserire un’utile contraddizione nello schieramento di centro-destra e mandare un messaggio positivo ai senatori/senatrici di Forza Italia in condizione di disagio.

Il nucleo portante della rinnovata azione di governo, quella che giustificherebbe anche una maggioranza più coesa e indispensabilmente allargata è proprio costituito da una decisa svolta europeista. Conte potrebbe sfidare ItaliaViva ad essere coerente su questo terreno e incoraggiare la formazione di un gruppo di parlamentari di diverse provenienza, ma tutti orientati a mettere in evidenza la loro comune posizione europeista. Lì potrebbe trovarsi il sen. Nencini, socialista; lì potrebbe giungere la sen. Bonino della lista Più-Europa; lì finirebbero anche gli ex-democristiani che sempre furono europeisti nonché gli europeisti di Forza Italia. Un gruppo di questo genere darebbe un contributo positivo essenziale al rafforzamento numerico, ma anche politico del governo.

Nel 1941 l’ex-comunista Altiero Spinelli, il radicale Ernesto Rossi, il socialista Eugenio Colorni scrissero che sarebbe venuto il tempo di sostituire alla declinante differenziazione “destra/sinistra” quella fra i contrari all’unificazione politica dell’Europa e i favorevoli. Ottanta anni dopo a Conte si presenta l’opportunità di contribuire alla realizzazione di questa profezia.

Pubblicato AGL il 22 gennaio 2021

Se Roma piange Bruxelles non ride

La critica al governo Conte e allo stesso Presidente del Consiglio per i ritardi nella preparazione del Piano di Ripresa è, al momento, prematura. Infatti, la prima bozza di quel Piano è attesa dalla Commissione per metà febbraio. Poi, sulla base dei commenti, dei rilievi, dei suggerimenti che certamente ci saranno e saranno utili, il testo definitivo dovrà essere consegnato entro la fine di aprile. Sul merito, Conte ha accettato buona parte delle critiche e delle indicazioni di ItaliaViva la cui uscita dal governo adesso è un atto assolutamente pretestuoso, tecnicamente irresponsabile. Direi doppiamente irresponsabile. Renzi vuole avere la possibilità di continuare a sparare bordate contro il governo rifiutando qualsiasi responsabilità, ma la tempo stesso agisce in maniera irresponsabile rispetto agli impegni presi dal governo italiano con la Commissione Europea. La destabilizzazione di un governo, di qualsiasi governo, è sempre sgradita nell’ambito dell’Unione Europea poiché crea incertezza e incide sull’attività degli operatori economici. Non è un caso che tra ieri e oggi lo spread fra il valore dei titolo di Stato tedeschi e quelli italiani sia subito salito. Un conto, poi, sono le elezioni tenute alla loro scadenza naturale. Un conto molto diverso è una campagna elettorale improvvisa e improvvisata in un clima invelenito come è quello italiano attuale con un probabile cambio di maggioranza in vista. Se vincessero i sovranisti italiani, la Commissione sarebbe ancora più preoccupata non soltanto per il rispetto degli accordi raggiunti con Conte, ma per l’atteggiamento complessivo di Salvini e Meloni nei confronti delle politiche europee che richiedono cooperazione e solidarietà non recupero di sovranità nazionali.

   Agli occhi della Commissione, il governo Conte 2 ha (aveva?) molti pregi. Il Presidente del Consiglio aveva negoziato e lottato seriamente e tenacemente. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, già europarlamentare, è noto e apprezzato. Il Commissario all’Economia Paolo Gentiloni costituisce il terzo pilastro grazie al quale la Commissione e gli altri governi dell’Unione Europea hanno ritenuto che l’Italia procedesse a un’efficace utilizzazione degli ingenti fondi che le sono stati attribuiti. Insomma, forse non per la prima volta, ma più che nel passato, l’Italia aveva acquisito notevole credibilità nell’Unione Europea anche agli occhi dei molto, talvolta troppo, sospettosi “paesi frugali”. Questo capitale, che vale molto più di qualche miliardo di Euro, rischia di disperdersi nel corso della crisi. Non andrà soltanto perduto del tempo per preparare al meglio i numerosi progetti italiani di investimenti e di modernizzazione, di rilancio. C’è il rischio che un nuovo governo di composizione politica diversa, da un lato, voglia o sia costretto a rinegoziare, dall’altro, si trovi obbligato a attuare progetti approvati e finanziati, ma non condivisi, perché non suoi. Senza il sostegno dell’Unione Europea l’Italia non va da nessuna parte, ma se l’Italia va male tutta l’Unione riceverà un contraccolpo. A Bruxelles si fibrilla.

Pubblicato AGL il 15 gennaio 2021

Nella selva oscura della crisi

La crisi è conclamata, nel senso che da almeno una decina di giorni tutti i protagonisti sanno che il governo Conte non potrà continuare la sua vita senza mutamenti anche profondi. Però, la crisi non è ancora proclamata poiché tanto lo sfidante, il capo di ItaliaViva Matteo Renzi, quanto il bersagliato, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, non vogliono essere palesemente responsabili della rottura. In pratica, Renzi si è spinto troppo in là. Cercherà di dimostrare senso di responsabilità lasciando/facendo approvare la versione rivista, che accoglie alcune sue correzioni, del Piano di Ripresa, ma le sue ministre, obbedendogli, hanno già annunciato in maniera del tutto irrituale e istituzionalmente deplorevole, loro dimissioni immediatamente successive. Conte vorrebbe portare il conflitto in Parlamento per verificare se c’è una maggioranza che lo sostiene anche senza ItaliaViva. Sembra che il Presidente Mattarella non sia favorevole a questa mossa che, in caso di sconfitta certificata dai numeri, renderebbe impossibile un re-incarico a Conte e quindi complicherebbe la soluzione della crisi nell’ambito dell’attuale perimetro della coalizione esistente.

Siamo già dentro fino al collo in quella che nella storia delle molte crisi di governo della Repubblica italiana si definisce “crisi al buio”, senza che, per l’appunto, appaia una soluzione chiara. La differenza, grande, con il passato, è che sia chi faceva la crisi sia chi operava per risolverla, avevano grande esperienza e sapevano che in sostanza non sarebbero fuoriusciti dalla scena della politica a causa dell’impossibilità dell’alternanza. Oggi, la situazione è molto più pericolosa per tutti. E l’alternativa, se non già in questo Parlamento, sta nelle urne che condurrebbero ad una probabile vittoria del centro-destra e ad una drastica diminuzione del numero dei parlamentari Cinque Stelle e del loro potere politico.

   Ė possibile e, non fosse che in ballo c’è anche la pelle degli italiani, divertente ipotizzare un certo numero di soluzioni contando, da un lato, sul potere del Presidente della Repubblica dall’altro sulla fantasia istituzionale sua e dei suoi consiglieri. Un rimpasto lampo che sostituisca le ministre di ItaliaViva sarebbe la soluzione più semplice, ma anche la più rischiosa appesa a pochi decisivi voti parlamentari che rimarrebbero sempre aleatori. Il cambio del Presidente del Consiglio richiede che tutti i contraenti convergano sul nome di una persona dotata di grande autorevolezza e, al tempo stesso, di notevole capacità politica per non farsi cuocere a fuoco lento. Il vero problema è che nessuno, forse neppure lui stesso, sa quali sono gli obiettivi di Renzi e dei suoi parlamentari. Ha ottenuto enorme visibilità. Sta dimostrando di essere decisivo nella caduta di Conte. Ė improbabile che i Cinque Stelle e i Democratici gli consentano di diventare il deus ex machina del prossimo governo. Nella selva oscura della crisi la dritta via sembra del tutto smarrita.

Pubblicato AGL il 13 gennaio 2021

Il trumpismo prima e dopo the Donald

Faremmo troppo immeritato onore a Trump se attribuissimo il trumpismo tutto alle sue “qualità” personali. Al tempo stesso, finiremmo per nutrire l’improbabile aspettativa che con la sua uscita di scena scomparirà quanto di molto sgradevole e sconveniente ha caratterizzato buona parte della società americana nei quattro anni della sua pessima Presidenza. Invece, il coacervo di risentimenti, rancori, demonizzazioni di cui si è nutrito il trumpismo hanno una storia lunga e si proiettano nel futuro.

  Il suprematismo bianco, versione contemporanea del Ku Klux Klan, non è mai finito. Anzi, gli otto anni della Presidenza dell’afro-americano Barack Obama gli hanno dato una spinta possente. Tuttora sono molti fra gli elettori repubblicani coloro che continuano a negarne la legittimità asserendo, contro tutta la documentazione esistente, che Obama non doveva diventare Presidente in quanto nato all’estero. Le condizioni economiche e sociali dei neri americani sono peggiorate e le straordinariamente ingiuste modalità di trattamento da parte delle varie polizie locali hanno dato una forte spinta al movimento Black Lives Matter visto come una minaccia dai suprematisti bianchi sempre condonati dal Presidente. Peraltro, tutti i gruppi etnici, a cominciare dai latinos, sono stati pesantemente insultati da Trump.

   La mentalità paranoica nella politica USA, analizzata circa ottant’anni fa dal famoso storico di Harvard Richard Hofstadter, ha trovato espressione nelle decine di migliaia di tweet di Trump e dei suoi sostenitori, in particolare di coloro che vedono cospirazioni e complotti dappertutto. La sconfitta nel 2016 di Hillary Clinton, sbeffeggiata per tutta la campagna elettorale, anche al grido “mettetela in galera”, aveva fra le sue componenti l’antifemminismo e l’invidia per una donna colta che era giunta quasi al vertice istituzionale più alto. Il disprezzo per la scienza e per le competenze, anche dei medici, è un’altra delle componenti propriamente populiste del trumpismo, manifestatasi appieno potendo contare sul sostegno del Presidente. La maggior parte degli esponenti politici repubblicani hanno sfruttato consapevolmente questo corposo grumo di emozioni e manipolazioni, influenzando il loro elettorato, ma finendone prigionieri.

   L’assalto al Congresso, “palude” è il termine usato da Trump per definire la politica in Washington, D.C., è stato lanciato dalle parole del Presidente, ma in quel Congresso più di 100 rappresentanti repubblicani e almeno dodici senatori si erano preparati a dichiarare illegittima l’elezione di Joe Biden. Nessuno di questi atteggiamenti, suprematisti al limite del razzismo, maschilisti, antiscientifici, populisti, di risentimento sociale e culturale, è destinato a sparire nei giorni nei mesi negli anni successivi all’uscita di Trump dalla Casa Bianca. Molti resteranno a lungo anche perché largamente tradotti nelle nomine di giudici reazionari, compresi quelli alla Corte Suprema. Biden e i Democratici hanno molto lavoro da fare.

Pubblicato Agl il 8 gennaio 2021

Lo stile di governo di Giuseppe Conte

Troppo impegnati a criticarlo, a darlo per spacciato e a suggerire (impraticabili) alternative la maggioranza dei commentatori italiani non riesce a capire perché il modo di governare di Conte funziona in modo soddisfacente ed è premiato dai sondaggi. Oramai da quasi un anno più del 50 per cento degli italiani (il 57 secondo il sondaggio Ipsos pubblicato una settimana fa dal “Corriere della Sera”) esprime il suo gradimento per l’operato di Conte e il 49 per cento per quello del governo. Tutti gli altri dirigenti dei partiti sono nettamente staccati, distanti più di 20 punti. Ciò rilevato, è possibile pensare che il governo guidato da Conte abbia commesso errori nell’affrontare la pandemia, che alcuni provvedimenti arrivino in ritardo, che, forse, l’Italia non si sta preparando adeguatamente per ottenere gli ingenti stanziamenti dall’Unione Europea, ma quasi nulla di tutto questo sembra scalfire il gradimento di Conte. Imperterriti gli editorialisti scrivono delle difficoltà di Conte e lo danno al capolinea, ma al dunque, ovvero quando qualcuno, come Renzi, tira troppo la corda, Conte riesce a rimettere ordine nella sua composita coalizione di governo e a continuare. La crisi preannunciata viene rimandata nel tempo, sempre un po’ più in là.

   Sono questi rinvii ad essere considerati esiziali dai critici e dagli oppositori di un Premier che dovrebbe essere forte, “decisionista” per usare una parola degli anni ottanta. Quando Conte decide, ad esempio, emanando i famosi/famigerati DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) viene curiosamente e davvero fuori luogo accusato di autoritarismo. La verità è che l’avvocato Giuseppe Conte ha dimostrato una inaspettata e imprevedibile capacità di apprendimento rivestendo la sua carica. Probabilmente, la pazienza fa parte del suo carattere, ma ha saputo metterla a buon frutto, mai rispondendo frettolosamente né alle critiche né agli avvenimenti. Nei rapporti sia con le associazioni sia con gli altri dirigenti politici ha posto in essere una strategia di stampo democristiano: la mediazione. Quando tutti, in maniera più o meno (ad esempio, il Presidente della Confindustria Bonomi e il leader della Lega Salvini) garbata, hanno formulato le loro posizioni e avanzato i loro, finora non brillanti, suggerimenti, Conte ha cercato e trovato il punto di equilibrio che non necessariamente sta in mezzo, ma tiene conto del diverso peso delle richieste. Se no, rinvia, come sta facendo con l’attuazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette al quale si oppone “teologicamente” il Movimento 5 Stelle, ma che finirà per esigere un’accelerazione. Difficile dire se il modo di governare di Conte è il migliore possibile. Forse sì, nelle condizioni date. Soprattutto, come prova il vano e poco originale appello rivolto dai commentatori a Mario Draghi, nessuno sa dire chi altri e come garantirebbe oggi prevedibilmente esiti preferibili a quelli ottenuti da Conte in Italia e nell’Unione Europea. Conte va.

Pubblicato AGL il 24 dicembre 2020

Realisticamente. Per salvare vite bisogna sempre pagare un prezzo #MazaraDelVallo

Fuori dall’ipocrisia generalizzata: in qualsiasi caso di rapimento e di sequestri di persona, nazionali e internazionali, gli Stati si trovano di fronte a scelte difficilissime. Per lo più, scelgono, opportunamente, di salvare la vita dei loro cittadini. Quindi, è giusto rallegrarsi che i pescatori di Mazara del Vallo siano tornati a casa dopo una evidente trattativa con il Gen. Haftar. Le pressioni diplomatiche con chi non è neppure un capo di Stato non sarebbero state sufficienti. Non sappiamo, ma mi pare abbastanza probabile, se Haftar ha ottenuto dal governo italiano denaro o altre risorse. Non lo troverei comunque politicamente riprovevole. È sicuro che ha voluto puntellare il suo traballante prestigio mostrandosi generoso, ma soprattutto ottenendo dal Presidente del Consiglio Conte e dal Ministro degli Esteri Di Maio un bene intangibile, ma per lui importantissimo: il riconoscimento di essere un interlocutore.

   Mi pare fuori luogo e fuori misura criticare il governo per questo riconoscimento. Chiunque voglia porre fine alla crisi e disintegrazione della Libia deve coinvolgere Haftar. Su un piano più generale, sono oramai molti i governi che hanno dovuto fare i conti con rapimenti e sequestri. Quasi tutti in quasi tutte le occasioni hanno deciso di trattare e di offrire qualcosa in cambio per la vita e la libertà dei loro cittadini. Pagare è spesso la scelta più semplice, ma deve essere effettuata nella maniera più riservata possibile. Se e quando i sequestratori, i pirati, i gruppi terroristi vengono a conoscenza della disponibilità di uno Stato a pagare si sentiranno incoraggiati ad agire di conseguenza. E, naturalmente, le autorità statali negheranno fino all’ultimo anche di fronte a prove irrefutabili delle quali neppure le varie comunità nazionali vogliono sentire parlare.

   Sono stati numerosissimi i veli di silenzio che hanno coperto trattative svolte e pagamenti effettuati. Alcuni, pochissimi Stati talvolta non pagano e cercano di liberare i loro cittadini con operazioni di intelligence e, in ultima istanza, militari. Da un lato, abbiamo gli Stati Uniti che, in quanto superpotenza, non vuole essere umiliata, ma che ha dovuto imparare dal fallimento disastroso della loro operazione a Teheran nell’aprile 1980 iraniano, ad essere molto più cauta. Dall’altro lato, c’è Israele, una piccola potenza, con un servizio segreto, il Mossad, di straordinaria competenza, e con forze armate di pronto intervento che sanno che debbono sempre lottare per la sopravvivenza del loro Stato che nessun negoziato può garantire. Di qui discendono frequenti e spettacolari operazioni di salvataggio e di rappresaglia.

   Non è e non può essere questa la strategia italiana. Non dobbiamo rammaricarci e neppure criticare i nostri governi perché trattano e negoziano. Forse dovremmo chiedere ai nostri concittadini, turisti e giornalisti, di non mettersi sconsideratamente nei guai. Non era questo il caso dei pescatori. Quindi, fine delle polemiche politicizzate e bentornati a casa.

Pubblicato AGL il 19 dicembre 2020

Investire trasparentemente con l’approvazione del Parlamento

Decidere come investire 209 miliardi di Euro in pochi anni su attività precisamente definite nell’ambito di settori chiaramente indicati dalla Commissione Europea: digitalizzazione e innovazione; economia verde; coesione sociale e parità di genere; istruzione e ricerca; e infrastrutture, è il problema. Per politici e burocrati italiani che non si sono mai distinti per la capacità di usare al meglio i fondi pubblici in tempi stretti, questa mole di investimenti necessari a fare ripartire il paese per dare un futuro alla prossima generazione di italiani (e di europei): Next GenerationEU è il nome del programma, è un problema enorme. Il Presidente del Consiglio Conte ha pensato di risolverlo attraverso una struttura complessa, la “cabina di regia fatta di sei manager e circa trecento collaboratori che rispondano ad alcuni pochi ministri, in particolare, quello dell’Economia, Roberto Gualtieri (PD) e dello Sviluppo Stefano Patuanelli (5 Stelle) e, naturalmente, a lui stesso, con il coordinamento del Ministro per gli Affari Europei Vincenzo Amendola (PD). È stato sommerso di critiche e la definizione di chi saranno i partecipanti e di chi avrà il potere di decidere è tornata in alto mare.

   L’accusa rivolta a Conte di avere accentrato tutto/troppo nelle sue mani ha qualche fondamento. Deriva dalla sfiducia del Presidente del Consiglio (e non solo) nella burocrazia italiana, sfiducia largamente diffusa, ma, forse, non del tutto fondata. Comunque, i burocrati, in particolare, i dirigenti di livello medio-alto, non potranno essere totalmente esclusi dall’attuazione, quindi, meglio che siano coinvolti già nella fase di progettazione. Inoltre, questa potrebbe essere anche l’occasione sia di modernizzazione della burocrazia italiana sia di valutazione e valorizzazione delle competenze che, a mio parere, sono molte anche se disegualmente diffuse. L’altra accusa rivolta a Conte è di avere proceduto senza previe consultazioni.

   Si lamentano gli imprenditori. Protestano i sindacati. Rivendicano un ruolo gli enti locali e le regioni. Vi si è aggiunto anche il Sen. Renzi contraddicendo in maniera plateale la strategia della disintermediazione da lui praticata quando era a Palazzo Chigi. In verità, l’oggetto più corposo del contendere riguarda l’assegnazione dei fondi. I critici di Conte temono che il Presidente del Consiglio ne approfitti per ricompensare i vecchi amici e farsene di nuovi, utili per il prosieguo della sua carriera politica. Senza necessariamente sostenere Conte, alcuni obiettano che il coinvolgimento dei capi partito comporterebbe rischi di spartizione secondo criteri che non hanno nulla a che vedere con sane prassi di efficienza e di produttività. Conte ha già in parte accettato l’idea della presenza di qualche altro ministro. Per il resto, sia il controllo degli investimenti sia la valutazione degli esiti, debbono rispondere a due criteri: la trasparenza delle procedure e l’approvazione da parte del Parlamento. Auguri.

Pubblicato AGL 11 dicembre 2020

Quer pasticciaccio brutto sul MES

Nei pre-annunci di voto sulla riforma del Meccanismo Economico di Stabilità, gli attori (sì, uso proprio questa parola per dare il senso di uno spettacolo) politici italiani stanno, con qualche eccezione, dando il peggio di sé. In alcuni, a cominciare da Berlusconi e da diversi parlamentari pentastellati, c’è tattica: dimostrare che esistono. Ottenuto quel che voleva per Mediaset, mai convintamente europeista, Berlusconi ha preferito ricongiungersi ai sovranisti coerenti Salvini e Meloni dicendo no al MES riformato. Poiché è (im)pura tattica, probabilmente Berlusconi riluciderà la sua immagine ribadendo il suo sostegno al MES solo per spese sanitarie dirette e indirette. La tattica dei dissidenti pentastellati serve a evidenziare che, pur non essendo pochi, non hanno ottenuto cariche significative nel Movimento. Oltre, verso una strategia non sanno e non possono andare. L’unico che ha una strategia è il Presidente del Consiglio che gode anche del sostegno delle riconosciute qualità di autorevolezza e credibilità in Europa del Ministro dell’Economia Gualtieri. La rotta è quella dell’Europa. Bisogna tenere la barra diritta. Lasciare che gli oltranzisti si sfoghino tanto non hanno nessuna alternativa praticabile. Una rottura sull’Europa non sarebbe affatto apprezzata dal Presidente della Repubblica. Dietro l’angolo, piuttosto spigoloso, non c’è nessuna maggioranza, nessuna prospettiva. Le posizioni ideologiche pentastellate non contengono una visione strategica. Sono imbarazzanti e paralizzanti.

   Infine, c’è la drammatica perdita di memoria persino riguardo ad avvenimenti recentissimi. Qualcuno, anzi, molti, nell’Amministrazione pubblica e nelle numerose, forse troppo, squadre apposite messe al lavoro da Conte (e sperabilmente coordinate da lui e da pochissimi collaboratori) è al difficile lavoro di preparare piani operativi per investire gli ingenti fondi, 209 miliardi di Euro, più di qualsiasi altro Stato-membro dell’Unione Europea, in parte prestiti, in parte molto consistente sussidi, assegnati all’Italia. Sembra assurdo che nessuno dei contendenti italiani che obietta alla riforma del MES si renda conto che tanto la posizione di rifiuto quanto le motivazioni, a mio parere, molto peregrine (che l’UE voglia asservire la nostra economia, mentre, al contrario, cerca di salvarla e di rivitalizzarla) sono destinate a essere viste con grande preoccupazione. Per di più sono proprio i due attori, Berlusconi e il Movimento 5 Stelle, nei quali già in partenza le autorità europee hanno fiducia molto relativa, a mettersi di traverso. In questo modo, però, più o meno consapevolmente viene danneggiata la credibilità, non tanto del governo Conte, ma, usando il politichese, del “sistema paese”. Al momento della valutazione dei progetti italiani non saranno soltanto i paesi autodefinitisi frugali a esercitare un surplus di attenzione e di rigore, ma un po’ tutti coloro che udendo lo strepito italiano penseranno che l’Italia non riuscirà a fare quello che ha promesso. Tristemente.

Pubblicato AGL 4 dicembre 2020

Berlusconi, Salvini e Meloni, nessuna federazione

Il centro-destra è attraversato, non da oggi, da alcune contraddizioni difficili da sanare. Senza dimenticare che fu Salvini per primo a “lacerarlo”, andando al governo con il Movimento 5 Stelle, esistono due contraddizioni recenti, ma non meno significative. Entrambe sono evidenziate dalle prese di posizione di Berlusconi: l’accettazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette; e il sostegno ad alcune misure del governo Conte. Tanto Salvini quanto Meloni sono fermamente contrari a cedere su entrambi i punti.

Ripetendo frequentemente e insistentemente i principi ai quali si ispira l’azione politica di Forza Italia: liberali, cristiani, europeisti e garantisti, Berlusconi ricorda ai due alleati che senza di lui il centro-destra non esisterebbe in quanto tale e la destra non riuscirebbe/non riuscirà a vincere le elezioni. Meloni non replica poiché, nel frattempo, non solo ha trovato una salda collocazione europea (non europeista) come presidentessa dello schieramento dei Conservatori e Riformisti, ma anche perché è da molti mesi che i sondaggi la premiano rilevando che l’approvazione degli italiani per Fratelli d’Italia cresce fino quasi a lambire quella della Lega a sua volta in declino da quando perdette il suo ruolo di governo.

In affanno e privo di temi sui quali svolgere quell’azione aggressiva da lui tenuta nei confronti degli immigrati, fra i vari tentativi con i quali Salvini cerca un rilancio il più recente è costituito dalla proposta di una Federazione del centro-destra. Poi ha precisato che, almeno in questa fase, si tratterrebbe di mettere insieme i tre gruppi parlamentari per parlare più alto e forte con una sola voce. La proposta di Salvini non ha avuto risposta positiva né da Berlusconi né da Meloni. Entrambi sanno che Salvini ne rivendicherebbe la leadership che Berlusconi non vuole riconoscergli e che Meloni intende sfidare con i numeri delle prossime elezioni.

Per parlare con una sola voce, da un lato, sarebbe sufficiente un coordinamento in parlamento, dall’altro, però, bisognerebbe formulare una linea politica totalmente condivisa, operazione, al momento, impossibile. Quelli che interpretano la proposta di “federazione” in maniera più estensiva quasi come premessa ad un partito unitario se non unico del centro-destra dovrebbero ricordarsi che l’esperienza del Popolo della Libertà durò relativamente poco e finì piuttosto male, prima con la disgregazione politica, poi con la sconfitta elettorale. Se poi alle prossime elezioni si voterà con una legge proporzionale, allora è preferibile per ciascuno andare separati a chiedere i voti degli italiani piuttosto che perdere gli elettori che, non sarebbero pochi, non gradiscono un partito unico.

 Insomma, la proposta della Federazione da parte di Salvini è con ogni probabilità un altro segnale delle sue difficoltà. Non riesce a riprendersi la scena con proposte politiche e allora butta il pallone in avanti dove, però, non c’è praticamente nessuno. Provaci ancora Sal!

Pubblicato AGL il 25 novembre 2020

Allargare gli sguardi non le intese

“Allargare la maggioranza” ha un solo significato tecnico e politico: includere qualche rappresentante di Forza Italia come ministro e sottosegretario. Dunque, implica una crisi di governo, rapida, pilotata, dalla conclusione certa, vale a dire la formazione di un nuovo governo di intese abbastanza larghe. Non larghissime poiché né Salvini né, soprattutto, Giorgia Meloni, determinata a volere una netta vittoria elettorale, sono disposti ad accettare di farsi inglobare in quello che sarebbe un ruolo di corresponsabilità di scelte e di politiche che non vorrebbero fare.

L’allargamento del perimetro governativo mi pare sostanzialmente improponibile poiché inaccettabile dal Presidente del Consiglio e, probabilmente, da un ampio nucleo dei Cinque Stelle. Diverso, invece, è il discorso sull’accettazione volta per volta del contributo parlamentare proveniente dai deputati e, in special modo, dai senatori di Forza Italia. Da un lato, quei voti possono essere necessari per supplire al dissenso di alcuni esponenti pentastellati, dall’altro, consentono a Berlusconi, che ne ha molto bisogno, di evidenziare un suo persistente e significativo ruolo politico. D’altronde, Berlusconi non può abbandonare in maniera drastica la coalizione di centro-destra alla cui eventuale futura vittoria rimarrebbe comunque indispensabile, ma al tempo stesso, come si è visto nella votazione che ha consentito di respingere l’attacco di Vivendi a Mediaset, continua ad avere bisogno di benevolenza da parte dei governanti per le sue moltissime imprese economiche.

L’ampio lessico politico italiano plasmato nei lunghi anni della prima fase della Repubblica (1948-1992) battezzerebbe quel che può succedere come maggioranze “a geometria variabile”. Ad esempio, continuando l’opposizione dei Cinque Stelle al ricorso ai fondi del MES per spese sanitarie, toccherebbe ai parlamentari di Forza Italia fornire i voti necessari per richiederli. Però, è facilmente immaginabile che dopo quel voto la fibrillazione nei Cinque Stelle e nella compagine governativa diventerebbe quasi insostenibile.

Guardando fuori d’Italia, senza in nessun modo sottovalutare le difficoltà italiane e le loro specificità, è facile constatare due importantissimi fenomeni. Primo, in nessuna delle democrazie degli Stati-membri dell’Unione Europea si è avuta una crisi di governo. In tutte, i governi attualmente in carica sono gli stessi che esistevano all’inizio della pandemia. Secondo, in nessun paese la maggioranza di governo è cambiata nella sua composizione, meglio, si è “allargata” (non si è neppure ristretta). Nessuna democrazia è andata nella direzione di un governo di larghe intese. Certamente, le decisioni sono tutte nelle mani dei governanti nazionali, ma altrettanto certamente tutti i capi di governo (e la Commissione Europea) preferiscono trattare con governanti saldi nelle loro cariche, in grado di accettare impegni, anche a lungo termine, e di rispettarli. Buoni rapporti governo/opposizione non debbono necessariamente sfociare in una nuova maggioranza.

Pubblicato AGL il 19 novembre 2020