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Polveroni proporzional-maggioritari #LeggeElettorale

Scrivere una legge elettorale in attesa di un referendum quindi senza sapere quanti saranno i parlamentari da eleggere non è un’operazione saggia. Che la saggezza sia assente dal dibattito politico sul tipo di legge da scrivere è provato dalle affermazioni dei protagonisti politici. C’è chi vuole il “ritorno” alla proporzionale e chi lo ritiene un errore gravissimo. Però, la legge vigente, di cui fu relatore l’on. Rosato, oggi in Italia Viva, è già oggi due terzi proporzionale e un terzo maggioritaria. Quanto al testo in discussione non è, comunque, “la” temutissima “proporzionale pura” poiché prevede una soglia del 5 per cento di voti per avere accesso al Parlamento. Comprensibilmente, tanto Italia Viva quanto Leu (liberi e Uguali), ai quali i sondaggi impietosi attribuiscono rispettivamente all’incirca tre e meno di due per cento delle intenzioni di voto vorrebbero una soglia più bassa. Dal canto suo, Salvini si dichiara sbrigativamente a favore del maggioritario (sul quale Meloni non si esprime), ma non chiarisce quale. Non sarebbe un chiarimento da poco poiché il maggioritario inglese e quello francese, entrambi applicati in collegi uninominali, dove i candidati vincono o perdono, funzionano in maniera molto diversa. Infatti, il doppio turno francese offre agli elettori la grande opportunità di usare due voti: al primo turno per la candidatura preferita, al secondo per la candidatura da fare vincere, la meno sgradita.

Dopo avere detto che per gli italiani la legge elettorale è l’ultima delle preoccupazioni, affermazione alquanto discutibile, Salvini annuncia che è favorevole a due riforme: presidenzialismo e federalismo, cioè, concretamente, che vorrebbe abbandonare la democrazia parlamentare. Il capo di Italia Viva, Matteo Renzi, che non può permettersi di apparire un conservatore istituzionale, si dichiara “maggioritario” e propone la formula nota come “sindaco d’Italia”. Ma il sindaco d’Italia non è una legge elettorale. È una forma di governo di stampo sostanzialmente presidenziale poiché contiene l’elezione popolare diretta del capo dell’esecutivo, vale a dire il sindaco e il Primo Ministro. Non solo questo presidenzialismo mascherato richiederebbe la riscrittura di una manciata di articoli della costituzione italiana, ma, se disegnato seguendo il modello comunale, si basa su una legge proporzionale per l’elezione dei parlamentari, con un premio di maggioranza attribuito al capo, il sindaco o il Primo ministro, della coalizione vittoriosa. Curiosamente, nessuno si esprime in maniera limpida su due aspetti scandalosi della legge elettorale vigente: le candidature plurime e paracadutate, ovvero svincolate dalla residenza dei candidati. Sono gli strumenti con i quali i dirigenti dei partiti garantiscono l’elezione propria e dei loro più fedeli collaboratori/trici a scapito della rappresentanza politica che con il numero dei parlamentari ridotto di un terzo diventerà, a prescindere dalla formula elettorale, ancora meno soddisfacente.

Pubblicato AGL il 6 luglio 2020

Fondi europei: danke, Frau Merkel

Sapere chiedere i fondi europei e saperli spendere: questo è il doppio problema al quale il governo italiano, a cominciare dal Presidente del Consiglio, deve trovare una soluzione rapida e convincente. Invece, la risposta di stampo “sovranista” data da Conte alla cancelliera Merkel, che in Italia i conti li fa lui, è vaga e evasiva. Quei conti, il Presidente del Consiglio italiano non riuscirà mai a farli tornare da solo. Avrà bisogno, e (quasi) tutti gli italiani con lui, dei molti miliardi di euro che le istituzioni europee, Commissione e Banca Centrale e poi Consiglio dei capi di governo, metteranno a disposizione dell’Italia. Dunque, la risposta giusta alla Cancelliera Merkel era: “danke, discutiamone e cerchiamo di farli arrivare presto”.

Il grande economista Keynes, che sta assistendo a un meritato rilancio delle sue ricette di sostegno dello Stato alle attività economiche e sociali, sapeva che il tempo conta e che nel lungo periodo saremo tutti morti. Il rischio è che, in assenza di sussidi e di prestiti, molti in Italia e in Europa, comincino a morire già nel breve periodo. Conte voleva sostanzialmente dire alla Merkel che non vuole, per ideologia sua? o forse perché i Cinque Stelle vi si oppongono?, fare ricorso ai 36-37 miliardi di Euro disponibili prestissimo attraverso il Meccanismo Economico di Stabilità (MES). Sono fondi da restituire a bassissimo tasso di interesse entro una decina d’anni, ma da utilizzare esclusivamente per spese sanitarie dirette e indirette. I critici italiani sostengono, senza prove, che quei fondi sarebbero una specie di cavallo di Troia attraverso il quale poi le istituzioni europee, nelle quali sarà opportuno ricordarlo, l’Italia è presente in ruoli non marginali: Presidenza del Parlamento Europeo, un Commissario proprio all’Economia, finirebbero per dettarci politiche economiche e sociali di lacrime e sangue. Credo che i critici sbaglino alla grande e rilevo che quei miliardi di euro non soltanto creerebbero molti posti di lavoro duraturi con assunzioni di personale sanitario, ma rilancerebbero l’economia attraverso la produzione e le esportazioni con investimenti mirati nel settore bio-medicale, nel quale l’Italia ha già più di una eccellenza.

C’è di più. Le parole della Merkel, non nota per essere particolarmente espansiva, vanno prese molto sul serio da due punti di vista. Il primo riguarda la possibilità che gli Stati cosiddetti frugali vedano la loro posizione contraria ai sussidi all’Italia rafforzata dal fatto che Conte non chiede i miliardi del MES. Allora, perché consentirgli di ottenere 175 miliardi di Euro come ha suggerito la Commissione? Il secondo punto di vista dal quale valutare quanto detto da Angela Merkel è che sarà proprio lei a guidare l’Unione nel semestre 1 luglio-31 dicembre. Poiché potrebbe essere il suo canto del cigno, Merkel vuole lasciare un segno molto positivo. Ha detto a Conte che se l’Italia fa quel che deve le sarà più facile aiutarla. La risposta di Conte è stata inadeguata.

Pubblicato AGL il 28 giugno 2020

Mercatisti che chiedono allo Stato #StatiGenerali

Prima le proposte e poi le critiche, o viceversa? Forse, il da poco Presidente della Confindustria il lombardo Carlo Bonomi non si è neppure posto il problema. Quel che Confindustria ritiene necessario è stato consegnato ad un corposo volume intitolato Italia 2030. Proposte per lo sviluppo”. Poiché il messaggio centrale è che “bisogna riorientare il Paese verso la crescita del lavoro, del reddito, della produttività e dell’innovazione”, non si può non essere d’accordo. Poi, si vorrebbe sapere, con la precisione che, secondo Bonomi, manca a Conte, in che modo ottenere tutte quelle cose belle nello spazio di dieci anni, sostiene Bonomi, utilizzando gli aiuti europei. Questo è quanto, in maniera più o meno accentuata, si trova in molte delle proposte, anche quelle del gruppo di lavoro coordinato da Colao, che sono state variamente presentate e parzialmente discusse a Villa Pamphilj.

I ritardi che Bonomi attribuisce al governo Conte sono strutturali. La crescita economica è praticamente cessata e il declino iniziato all’incirca trent’anni fa. Un libro importante (A. Capussela, Declino, LUISS University Press 2019), purtroppo non sufficientemente discusso, lo documenta con ricchezza di dati.

Bonomi ha offerto anche un metodo per raggiungere gli obiettivi da lui indicati. Lo si farà con la “democrazia negoziale”. Non so se c’è una sotterranea critica al Presidente del Consiglio Conte che a me non pare davvero essere un “decisionista”. Non vedo nella democrazia negoziale qualcosa di particolarmente nuovo o sorprendente, dal momento che lo spettacolo di più o meno allegre tavolate delle parti sociali che s’incontrano con il governo è frequente. Nel passato qualcuno aveva annunciato che sarebbe stato necessario procedere alla disintermediazione. Curiosamente, la Confindustria e le sue varie realtà locali si espressero per il sì al referendum costituzionale che avrebbe dato maggiore potere al governo.

In una certa misura, quasi tutte le democrazie contemporanee in sistemi multipartitici sono negoziali. Il punto è sapere dal Presidente Bonomi come si giunge poi alla decisione e all’attuazione, che, notoriamente, è l’anello debole dei procedimenti decisionali dei governi italiani. Espressosi contro i finanziamenti a pioggia, pure, a mio avviso, assolutamente necessari in un sistema socio-economico devastato dal Covid con centinaia di migliaia di operatori che meritano di essere aiutati per il rilancio, Bonomi ha dovuto, obtorto collo, riconoscere il ruolo importantissimo dello Stato. Insomma, né in Europa né in Italia il mercato può garantire qualsivoglia ripresa senza un ingente e intelligente intervento delle istituzioni politiche e dello Stato. Questa è la vera sfida che Conte deve raccogliere: produrre un salto di qualità nel funzionamento della macchina dello Stato, della burocrazia. Altrimenti, neppure i migliori dei progetti, e ne sono stati formulati non pochi, riusciranno a risollevare e rilanciare l’Italia.

Pubblicato AGL il 18 giugno 2020

L’Europa c’è e rimbalza #NextGenerationEu

L’Unione Europea fa passi avanti, qualche volta piccoli qualche volta lunghi, costantemente. Prendendo le mosse dall’accordo raggiunto fra il Presidente francese Macron e la Cancelliera tedesca Merkel (nulla di cui scandalizzarsi trattandosi dei due Stati-membri più importanti), Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione, ha presentato un ambiziosissimo programma di interventi a sostegno della ripresa economica per la “prossima generazione” dell’Unione Europea. Alquanto imbarazzati i sovranisti, a partire da quelli italiani, hanno fatto spallucce affermando che il programma non passerà nel Consiglio Europeo di metà giugno e che i soldi arriveranno molto tardi, solo all’inizio del 2021. Prima delle critiche, è opportuno concentrare l’attenzione sull’entità senza precedenti dell’intervento: più di 700 miliardi di Euro, una parte sotto forma di prestito a lungo termine, una parte sussidi ai singoli Stati-membri che li riceveranno per progetti chiaramente definiti, per l’economia verde, per la digitalizzazione, per le infrastrutture. L’Italia, paese al quale va la parte più grossa dei fondi, potrà ottenere fino 170 miliardi di Euro, che, per trovare un termine di confronto, equivalgono a circa cinque leggi finanziarie quelle definite “lacrime e sangue”. La sfida riguarda l’intero “sistema paese” che dovrà, anzitutto, definire con pragmatismo e precisione dove vuole spendere quei fondi elaborando un piano convincente in termini di tempi e modi, essendo noto a tutti che l’efficienza e la rapidità della spesa dei fondi europei non sono mai state il punto forte né dei governi nazionali né, tantomeno, di molti governi regionali.

I ventisette commissari europei si sono espressi in maniera concorde il che vuole dire molte cose, a partire, dalle capacità di mediazione e persuasione della von der Leyen e dei due commissari all’economia, il lettone Dombrovskis e l’italiano Gentiloni, ma anche della consapevolezza di tutti gli altri. Sappiamo che ci sono riserve da parte di quattro paesi, in ordine alfabetico: Austria, Danimarca, Olanda, Svezia, che si autodefiniscono “frugali”, ma che a Bruxelles molti preferiscono etichettare come “avari”. Non sarà facile ottenere l’approvazione del Consiglio europeo composto da capi di Stato e di governo, anche perché su materie come i finanziamenti è richiesta l’unanimità. Sono già in corso le trattative da parte della Commissione per evitare che qualche Stato-membro ponga il veto. Cresce la consapevolezza che senza ripresa dei paesi più colpiti anche i paesi rigoristi subiranno conseguenze economiche negative. Dal 1 luglio per un semestre la Presidenza del Consiglio spetterà alla Germania. Sicuramente Angela Merkel desidera conseguire un successo di grande significato sia per la Germania sia per il suo personale prestigio. L’approvazione del piano della Commissione è proprio quel tipo di evento epocale. Lo sarà soprattutto per l’Italia se saprà utilizzare al meglio le ingenti risorse attribuitele dalla Commissione.

Pubblicato AGL il 31 maggio 2020

Garantismo à la carte. Si salvi chi può

I numeri dicono che la non partecipazione al voto dei tre senatori di Italia Viva nella Giunta per le Autorizzazione a procedere non è stata decisiva per respingere la richiesta di processo per Matteo Salvini. Il centro-destra compatto avrebbe comunque avuto successo. La parola decisiva spetterà all’Aula del Senato. Tuttavia, il messaggio lanciato da Matteo Renzi ha molte implicazioni destinate a durare per tutta la legislatura e, comunque, per tutto il tempo in cui esisterà il governo Conte.

A Renzi del destino giudiziario, oltre che politico, di Salvini interessa abbastanza poco, quasi niente. “Giustizialista”, votò contro Salvini nel molto simile caso Gregoretti, o garantista à la carte, può farsi forte delle imbarazzanti e molto deplorevoli dichiarazioni di alcuni magistrati pregiudizialmente ostili al leader della Lega. Inoltre, Renzi sostiene, non senza ragione, che nel caso del (presunto) “sequestro di persone” a bordo dell’Open Arms c’è anche una responsabilità del capo del governo di allora, Giuseppe Conte, che non si oppose alle azioni del suo ministro. Il messaggio limpido mandato a Conte é: “attenzione, ho (io, Renzi) contribuito in maniera fondamentale alla formazione del tuo (di Conte) secondo governo e vorrei ricordarti che continuo ad avere i numeri parlamentari (lo si è già visto in Senato) per farti traballare, barcollare, ma, al momento, non intendo farti crollare”.

Produrre la caduta di questo governo sarebbe un suicidio politico per Renzi. Infatti, testardamente, i sondaggi persistono nell’indicare che Italia Viva non riesce in nessun modo a crescere nelle preferenze di voto, inchiodata intorno al 2 per cento, che non consentirebbe a nessuno dei suoi parlamentari, neppure a Renzi, di ritornare né alla Camera né al Senato. Renzi sa che può spingere sé stesso, i suoi, il governo Conte, la legislatura fino all’orlo del burrone. Quasi sicuramente lo farà tutte le volte che gli si offrirà anche la minima occasione. Poi, guarderà quanto è profondo il burrone e muoverà qualche passo di lato, forse persino indietro, magari strattonato tirato dai suoi fedeli parlamentari che non hanno alternative.

Dal canto suo, Conte, i pentastellati e i Democratici sanno di dovere stare, seppure impazienti e irritati, al gioco del fiorentino. Non debbono cercare di andare a vedere il bluff, operazione che sarebbe pericolosissima e, al momento, non necessaria. Fra l’altro, Conte continua a governare con un sostegno popolare piuttosto elevato. Continua anche a fare errori, finora sostanzialmente non gravi, che non intaccano la sua popolarità e neppure la sua capacità di negoziare con l’Unione Europea e gli Stati-membri. Sarebbe sbagliato concluderne che tutto va bene, ma è altrettanto sbagliato interrompere il percorso senza che sia maturata e disponibile un’alternativa migliore. Dunque, Renzi continuerà a punzecchiare Conte, i pentastellati, il Partito Democratico e Zingaretti in attesa di qualcosa che, probabilmente, non arriverà.

Pubblicato AGL il 27 maggio 2020

Rischi calcolati, non profezie di sventure #fase2 #coronavirus #Covid_19

Il rischio calcolato di una riapertura relativamente cauta delle attività produttive ai più vari livelli è stato preso. Gli italiani hanno finora sostanzialmente mostrato una buona propensione a seguire le regole, i cosiddetti protocolli. Non c’è nessuna ragione perché si permettano adesso, in un momento di delicata transizione, che può essere decisiva nel riuscire ad andare avanti o nell’essere costretti ad una brutta regressione, di comportarsi troppo disinvoltamente. Purtroppo, però, sono alcuni commentatori che hanno deciso di essere inopinatamente spregiudicati nelle loro previsioni.

È indubbio che esistono numerose situazioni di grande sofferenza, che non sarà possibile sanare in tempi brevi, ma alle quali i provvedimenti del governo mirano a procurare sollievo, almeno temporaneo. Anche gli enti locali, le regioni, ma soprattutto i comuni, sono impegnabili e impegnati nell’opera di conforto ai loro cittadini i cui bisogni conoscono, comprensibilmente, molto meglio delle autorità nazionali. In una società nella quale l’informazione circola liberamente poiché la libertà di stampa non è stata in nessun modo ridimensionata, come succede nei regimi non democratici, i comunicatori hanno grandi responsabilità. Debbono, anzitutto, spiegare, possono individuare e cogliere criticità, le cose che non vanno, e suggerire soluzioni, come migliorarle. Non debbono in nessun modo offrire visioni edulcorate, che non corrispondano alla realtà, ma neppure ritrarsi dal segnalare, anche con asprezza, problemi aperti, se non addirittura, problemi che si apriranno qualora i governanti non sappiano predisporre per tempo gli indispensabili rimedi. Quello che, invece, mi pare che i commentatori dovrebbero assolutamente evitare sono due atteggiamenti: il vittimismo e l’allarmismo.

Siamo, questa è una severa lezione della pandemia, tutti nella stessa barca, dunque, non ci sono stati complotti e non esistono vittime designate, ma certo c’è chi soffre di più. A costoro, non è in nessun modo utile dire che andrà anche peggio. Ho trovato, ma non sono stato il solo, gravissima l’affermazione-previsione di Concita De Gregorio “la rabbia generata dalla disperazione economica esploderà”. Non ho apprezzato le parole di Andrea Purgatori che in TV in un dialogo con un preoccupatissimo Veltroni, sostanzialmente lo invitava a dire che la crisi sociale è probabile e condurrà a comportamenti violenti. Sappiamo che altri sono i rischi più imminenti e immanenti, in particolare, quello della criminalità organizzata, alla quale certo non manca la liquidità per impadronirsi di molti settori in difficoltà. Invece di creare allarmismo, di cui al momento non si vede nessuna evidenza, sarebbe di gran lunga preferibile concentrare l’attenzione dei cittadini e delle autorità su sfide minacciose che, identificate, possono essere meglio affrontate. Meno profeti di sventura più cittadini informati, consapevoli, solidali e pronti a mobilitarsi.

Pubblicato AGL il 20 maggio 2020

Che la pioggia sia benefica #decretorilancio

Il decreto del governo annunciato ad aprile è slittato a maggio e continua a essere oggetto di molti desideri e di molte revisioni. Comprensibilmente, da più parti vengono richieste di correzioni e di inserimenti, di maggiori stanziamenti e di provvedimenti più mirati. Tantissimi italiani sono stati colpiti dalla pandemia, hanno subito gravi danni, cercano in qualche modo di ripartire, ma hanno bisogno di aiuto, di un giusto sostegno alle loro attività. Da un lato, arrivano richieste di finanziamento prioritario ad attività strategiche e, comunque, cruciali, come sono quelle di un buon numero di imprese. Dall’altro, vi sono coloro che, giustamente, mettono in rilievo che il tessuto produttivo italiano è fatto di una miriade di piccole e medie imprese, molte a base famigliare, ma anche capaci di dare lavoro ad un grande numero di persone. Poiché il denaro disponibile, pure tenendo conto degli ingenti fondi che verranno da fonti europee, Banca Centrale e Commissione, non potrà coprire tutti i bisogni, il governo deve scegliere. Ovviamente, i partiti della coalizione hanno le loro preferenze calcolate anche, senza scandalo, tenendo conto dei rispettivi elettorati. Non potrebbe essere diversamente in una democrazia rappresentativa. Mi pare che decidere di concentrare gli sforzi e i fondi su alcuni pochi settori, solo le grandi imprese, trascurando, per esempio, del tutto il settore del turismo, lasciare in secondo piano l’agricoltura in una fase delicata di raccolti che richiedono lavoratori stagionali, aprirebbe seri conflitti sociali e non necessariamente darebbe gli sperati risultati economici e sociali.

Quando si parla di finanziamenti a pioggia spesso lo si fa per criticarli come se la loro caratteristica dominante fosse quella della dispersione. Invece, no, i finanziamenti a pioggia possono, debbono essere e spesso sono finanziamenti certamente diffusi, ma mirati. I governanti hanno il compito e dovrebbero anche avere la capacità di individuare una pluralità di settori nei quali fare investimenti che salvino attività ritenute importanti adesso, per la ripresa, e in prospettiva, per una crescita vigorosa, ma che diano risultati positivi in tempi brevi. L’azione virtuosa dei governanti consiste anche nel giustificare perché preferire alcune scelte rispetto ad altre, e nello spiegare in quale direzione pensano che i fondi siano meglio indirizzati e utilizzati, magari tenendo conto delle specificità delle aree territoriali e dei distretti industriali italiani. Le tensioni e i conflitti che vediamo nella maggioranza sono fisiologici poiché rappresentano alternative plausibili che discendono anche dalla grande differenziazione che caratterizza la società italiana. Forse nelle scelte, anche dolorose, dei governanti vorremmo vedere che idea di paese hanno, quale Italia dopo la tremenda ancora non conclusa esperienza della pandemia intendono ricostruire. Che la pioggia degli interventi sia, dunque, strategicamente diffusa e benefica.

Pubblicato AGL il 13 maggio 2020

Il gioco duro della Corte Costituzionale tedesca #Karlsruhe

Da qualsiasi parte la si giri e la si guarda, la sentenza della Corte Costituzionale tedesca è una brutta roba. Dichiarando sostanzialmente illegale l’acquisto di bond da parte della Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi, incide pesantemente sui poteri e sui comportamenti sia della Corte di Giustizia Europea (CGE) sia, per l’appunto, su quello che potrebbe/potrà fare la Banca Centrale oggi guidata da Christine Lagarde. Non tenendo in nessun conto il giudizio della Corte Europea, la Corte Costituzionale tedesca fa fare un lungo passo indietro al processo di integrazione fra gli Stati-membri dell’Unione che la CGE ha sempre assecondato con le sue sentenze di stampo coerentemente europeo. Se altre Corti Costituzionali seguissero la sentenza tedesca di “diritto europeo” non si potrebbe più in nessun modo parlare. La Banca Centrale Europea dovrà rispondere alle obiezioni della sentenza tedesca e certamente lo farà giustificando le modalità con le quali Draghi aveva attuato il programma noto come quantitative easing. Però, anche una ottima, e possibile, giustificazione potrebbe non essere sufficientemente poiché la sentenza della Corte tedesca è diretta ad impedire alla Bundesbank di partecipare al programma di Quantitative Easing e di conseguenze a programmi simili che la Banca Europea intenda mettere in campo per contrastare l’emergenza del Covid-19. Anche in questo caso, il precedente avrebbe conseguenze gravissime se fosse invocato anche da altre banche centrali. All’entrata a gamba tesissima della Corte Costituzionale tedesca nel campo di gioco europeo, molti sono i giocatori che debbono attivarsi se vogliono preservare non solo le possibilità di una risposta condivisa e efficace al Civid-19, ma anche quella di interventi futuri della Banca Centrale. Al momento, non mi pare che la sentenza tedesca sia stata colta in tutta la sua portata di estrema gravità. Forse per rassicurarci, il ministro dell’Economia Gualtieri ha detto che non cambia nulla. Temo, al contrario, che possa e debba cambiare molto. Il senso del cambiamento sarà notevolmente negativo se la Banca Centrale sarà costretta a limitarsi nell’ampiezza dei suoi interventi e la Bundesbank si ritrarrà in tutto o in parte. Il senso del cambiamento potrà risultare positivo se verrà riaffermato il ruolo superiore della Corte di Giustizia Europea e se la Commissione Europea e il Consiglio dei capi di Stato e di governo riusciranno ad adottare rapidamente gli emendamenti necessari ai Trattati. Purtroppo, la procedura è lunga e richiede l’unanimità nel Consiglio.

Pubblicato AGL il 7 maggio 2020

Conte e il bicchiere europeo mezzo pienotto

Non so se al prossimo vertice dei capi di governo europei Conte otterrà quello che vuole. Mi pare abbia chiesto troppo, troppo in fretta. Nel lungo periodo, probabilmente, l’Unione riuscirà a raggiungere un accordo su obbligazioni davvero europee, gli Eurobond. Ma, nel lungo periodo, come disse il grande economista John Maynard Keynes, saremo tutti morti. Il fatto è che già adesso non stiamo affatto bene, e nel breve periodo rischiamo di stare molto peggio. Fa male Conte a rigettare l’attivazione del MES (Meccanismo Economico di Stabilità) che consentirebbe all’Italia di avere subito 37 miliardi di Euro senza condizioni purché siano utilizzati esclusivamente per spese mediche e affini. Anzi, sbugiardando Salvini e Meloni, che hanno firmato proprio il MES al quale ora si oppongono strenuamente e strumentalmente, Conte ha il dovere politico di spiegare esattamente che sono fondi aggiuntivi che non mettono in nessun modo sotto controllo l’economia italiana, i governanti, le loro scelte.

Per avere maggiore forza negoziale, Conte dovrebbe pensare soprattutto a come spiegare agli altri capi di governo europei, contando sulla disponibilità già espressa dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dai Commissari all’Economia, che è incline ad accettare i fondi di provenienza MES in cambio di un impegno comune a procedere alla creazione di strumenti simili agli Eurobond. Affinché la sua posizione negoziale abbia maggiore credibilità e quindi probabilità di successo, sono indispensabili due profondi cambiamenti. Li può innescare Conte stesso, da un lato, spiegando l’ammorbidimento della sua posizione poiché ha acquisito nuovi dati sulla gravità della situazione sanitaria e socio-economica italiana. Dall’altro, facendo cambiare opinione ai Cinque Stelle a cominciare da Di Maio e Crimi che insistono in un “no” pregiudiziale e rigidamente ideologico, vale a dire, senza tenere conto dei fatti e dei dati.

Se i giornalisti che scrivono sull’Unione Europea senza il retroterra di conoscenze, prestassero più attenzione ai fatti che alle affermazioni e ai tweet degli (ir)responsabili politici, renderebbero un utile servizio all’opinione pubblica italiana e al paese. Infatti, un capo di governo che si presenta ad un vertice quasi decisivo con una parte della maggioranza che dichiara ai quattro venti la sua indisponibilità all’uso limitato e condizionato alla drammaticità sanitaria dello strumento MES, già considerata positivamente da tutti gli altri capi di governo (infatti, Conte ha dovuto porre il suo personale veto) parte in condizioni di debolezza. Dimostrando flessibilità Conte otterrà sicuramente di più. Non tutto quello che vuole perché le decisioni che debbono essere prese da ventisette capi di governo hanno bisogno di maturazione. È prevedibile che l’Unione riuscirà quantomeno a fare qualche piccolo, ma utile, passo avanti mantenendo la strada aperta. Allora, Conte potrà, dovrebbe, persino vantarsi di un bicchiere diventato mezzo pieno.

Pubblicato AGL il 20 aprile 2020

Avanti a piccoli passi. Basterà?

In giornata, rigorosamente in collegamento telematico, si riunirà l’Eurogruppo, vale a dire, i 19 ministri economici dei paesi europei della zona dell’Euro. Hanno il molto arduo compito di convergere su misure che, da un lato, consentano di attutire il tremendo impatto del coronavirus un po’ su tutte le economie dell’Unione Europea; dall’altro, di decidere quali interventi adottare per rilanciare la crescita economica il più presto possibile. Nella discussione svoltasi finora sono emerse soprattutto le preoccupazioni, se non addirittura, l’ostilità di alcuni paesi, in particolare l’Olanda, a soccorrere i paesi del Sud Europa, in special modo l’Italia. Per dirla brutalmente, una parte di governi europei, praticamente sempre gli stessi, ad eccezione della Francia, pensano che alcuni governi/paesi/cittadini europei siano inaffidabili, indisciplinati, spreconi (addirittura “peccatori”) e si rifiutano di allargare i cordoni della borsa neanche se quei paesi e i loro capi di governo si “pentono”. Quello che sembra sfuggire ai virtuosi, olandesi in testa, ma anche agli austriaci e, con qualche titubanza, ai tedeschi, è che le conseguenze economiche del coronavirus rischiano di travolgere persino le loro stesse “frugali” economie. Qualcuno pensa che non venire in aiuto dell’Italia (e della Francia e della Spagna) significherebbe travolgere l’Unione Europea. Le soluzioni tecniche praticabili sono numerose, ma, una, quella del ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità, appare inaccettabile all’Italia perché potrebbe implicare un controllo esterno stringente e rigoroso, esagerato sull’intera economia italiana, una messa sotto tutela. Invece, quello che una composita coalizione di 9 stati, fra i quali gli italiani e i francesi vorrebbero è l’emissione dei cosiddetti coronabond finanziati da tutti gli Stati-membri e garantiti dalla Banca Centrale Europea. Di fronte all’opposizione dura e intransigente di alcuni stati del Nord Europa, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha formulato una proposta a più ampio raggio definita SURE: Sostegno per mitigare l’Unemployment (la disoccupazione) e i Rischi nella Emergenza, dotato di 100 miliardi di euro più una serie di altri interventi anche per le banche sui quali non sembrano esserci obiezioni. Da ultimo, i Commissari italiano Paolo Gentiloni e francese Thierry Breton hanno proposto la creazione di un Fondo Europeo per l’emissione di obbligazioni a lungo termine. È possibile che anche questa soluzione incontri la contrarietà dell’Olanda, mentre la Germania ha segnalato disponibilità purché quel Fondo sia chiaramente considerato eccezionale. Nella riunione dell’Eurogruppo forse si raggiungerà un compromesso con molti paletti limitativi e si farà qualche piccolo passo avanti. Non è l’ultima occasione per l’Europa, ma è preoccupante che a più di 60 anni dal Trattato di Roma alcuni Stati fondatori non abbiano compreso che la solidarietà è il pilastro sul quale si fonda e dovrebbe funzionare l’Unione.

Pubblicato AGL il 7 aprile 2020