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I puri a 5Stelle sacrificano le convinzioni alle convenienze

Democrazia diretta significa che i cittadini-elettori (chiedo scusa: il “popolo”) decide direttamente, senza intermediari, sulle tematiche più importanti. Soltanto chi pensa che 52.417 attivisti (che hanno partecipato alla consultazione online n.d.r.) siano effettivamente rappresentativi di circa 9 milioni di italiani che hanno votato il Movimento il 4 marzo 2018, può sostenere che la consultazione online è stata un esempio di democrazia diretta. Due elementi sono certi. Da un lato, i dirigenti del Movimento hanno scaricato sugli attivisti la responsabilità di una decisione molto importante: autorizzare o no il Tribunale dei Ministri di Catania a processare Salvini; dall’altro, è stata travolta l’autonomia dei senatori delle Cinque Stelle, meglio, la loro possibilità di votare secondo coscienza (e conoscenza), vale a dire sulla base della loro valutazione dei fatti. Quel che più conta è che il principio che le Cinque Stelle avevano dall’opposizione variamente declamato: non concedere mai l’immunità agli inquisiti, sia stato sacrificato alla ragion, non di Stato, ma di governo. “Salvare” il Ministro degli Interni Matteo Salvini che, incidentalmente, avrebbe potuto salvarsi da sé nel processo, per non mettere a rischio il governo. Sacrificare le convinzioni alle convenienze: questo hanno fatto gli attivisti anche perché, naturalmente, avevano chiaramente capito che questa era la preferenza dei loro dirigenti e ministri. La consultazione online contiene qualche importante “insegnamento”. Coloro che ne sanno o ne dovrebbero sapere di più, i senatori che avevano accesso alle carte, non hanno potuto/voluto discuterne con coloro che hanno premuto il loro bottone senza essere riusciti ad avere informazioni aggiuntive specifiche. Si è deplorevolmente dimostrato che, in un caso di notevole delicatezza, la democrazia diretta interpretata come una procedura per prendere rapidamente le decisioni ha dei limiti gravissimi. Inoltre, forse inconsapevolmente forse deliberatamente, portata fuori del Parlamento, la procedura decisionale adottata dalle Cinque Stelle costituisce uno sfregio alla democrazia rappresentativa. Non è possibile sapere che cosa avrebbero desiderato e scelto gli elettori delle Cinque Stelle, ma è sicuro che a nessuno dei loro senatori potrà essere imputata qualsiasi responsabilità per la decisione assunta. Quei senatori non potranno spiegare il loro voto e non dovranno renderne conto a nessun elettore. Delegare le decisioni importanti alla piattaforma online –non mi chiedo neppure se siano possibili manipolazioni né se dovrebbero essere gli attivisti e non i dirigenti a decidere cosa sottoporre al voto e quando- significa che i rappresentanti eletti non sono chiamati a svolgere nessun ruolo significativo e che, di conseguenza, il Parlamento, come suggerito qualche mese fa da Davide Casaleggio, finirebbe per rivelarsi inutile. La democrazia semi-diretta mette malamente fine alla democrazia rappresentativa e diventa democrazia pilotata.

Pubblicato AGL il 19 febbraio 2019

Ritorsioni sulla strada per le Europee

Certamente, come sostiene il Presidente del Consiglio, il governo va avanti. Come se niente fosse? Anche se, dopo l’Abruzzo verrà la Sardegna, 24 febbraio, le 5 Stelle hanno subito imboccato la strada della ritorsione “programmatica”: NoTav , costa troppo. È un colpo al vittorioso Salvini che si sta godendo l’avanzata con la quale ha travolto sia le 5 Stelle sia, ancora una volta, Forza Italia. Qualcuno dentro le Cinque Stelle, nella mitica “base”, appare molto preoccupato, e fa bene. Vorrebbe anche chiederne conto ai vertici, nell’ordine, Di Maio, Di Battista e, forse, Casaleggio (con Grillo defilato). Con l’elezione di un Presidente di Regione di Fratelli d’Italia può giustamente esultare anche Giorgia Meloni. Tirano un sospiro di sollievo i dirigenti del Partito Democratico. Grazie all’apporto di una pluralità di liste hanno contenuto la sconfitta, ma che l’Operazione Abruzzo implichi logicamente il sostegno a un composito listone per le elezioni europee, come annunciato da Orfini, Zingaretti e Martina, sottoscrivendo il Manifesto di Calenda, rimane, a mio parere, alquanto dubbio. Preoccupante, soprattutto per chi si candida a fare il segretario del PD, è scoprire che il partito va meglio se si “annega” in un laghetto di liste civiche. Salvini va a vele spiegate per due ottime ragioni. Primo, continua a interpretare il desiderio di sicurezza degli elettori e di modernizzazione meglio di chiunque altro, senza troppi distinguo. Secondo, prende sul serio le campagne elettorali e le fa battendo il territorio, mettendoci, politichese, la faccia.

Il NO delle 5 Stelle alla TAV serve a rassicurare la “base” – i cui segreti, desideri e numeri, sono custoditi dalla piattaforma Rousseau, che sovrintende alle modalità e agli esiti delle votazioni– su uno dei temi di bandiera. Però, il capo politico Luigi Di Maio, da un lato, non sa che pesci prendere, dall’altro, deve assolutamente sperare che qualcosa funzioni da qui alle elezioni europee, passando il più indenne possibile dalle elezioni regionali sarde, già un po’ pregiudicate dalla sconfitta pesante subita nelle municipali di Cagliari. Quello che deve totalmente e rapidamente funzionare è il reddito di cittadinanza che entrerà in vigore ad aprile, in tempo, dunque, per fare sentire i suoi effetti. Comunque, Di Maio è in una posizione di sostanziale debolezza. Non può permettersi di fare saltare il governo poiché non ha nessuna alternativa. Finirebbe all’opposizione con poche prospettive future: duri, forse, ma, dopo una non esaltante esperienza di governo, non più puri. Non interessato alla “purezza”, ma disposto a “sporcarsi le mani” per attuare il suo programma, anche con durezza, Salvini ha una preoccupazione dominante: evitare di andare sotto processo, e una minore, immediata: recuperare sulla TAV. Poi la sua strada sarà in discesa almeno fino a maggio quando il peggio che gli possa succedere è che le aspettative siano troppo superiori all’esito del voto europeo. È un rischio che può permettersi di correre.

Pubblicato AGL il 13 Febbraio 2019

Non sarà un anno bellissimo #governogialloverde

Qualsiasi paese che voglia contare sulla scena internazionale deve avere un governo credibile che, quando assume impegni, li rispetta e partecipa con gli altri paesi a creare e mantenere un ordine internazionale il meno turbolento possibile. Se vogliono incidere sul suo funzionamento, gli Stati-membri dell’Unione Europea, debbono, anzitutto, osservarne le regole. Potranno, poi, anche cercare di cambiarle. Ci riusciranno soltanto convincendo gli altri Stati membri. È facile capire che le critiche alla Commissione Europea e agli altri governi non creano un clima favorevole al paese che avanza quelle critiche se, nel frattempo, non osserva le regole. Fin dall’inizio il governo giallo-verde ha assunto una posizione di sfida nei confronti della Commissione e non ha trovato “sponde” negli altri Stati-membri. Di recente, il governo Conte-Salvini-Di Maio (non sono sicuro che questo sia l’ordine giusto, ma mi chiedo dove fosse il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi) ha impedito approvazione di un documento a favore di elezioni il prima possibile per il ritorno alla democrazia del Venezuela. È incomprensibile come si possa essere “equidistanti”, è l’aggettivo usato da Conte, fra il dittatore che reprime e affama i venezuelani e chi chiede elezioni libere, competitive, trasparenti.

Comprensibile, ma molto criticabile, è il comportamento di un ministro della Repubblica italiana, Luigi Di Maio, che è andato a incontrare e a offrire solidarietà a un pezzo del movimento Gilet Gialli che sfida il governo francese. Invece, quella del Ministro Salvini che annuncia la “convocazione” del Ministro francese degli Interni è una gaffe peraltro rivelatrice di mancata conoscenza dell’etichetta nelle relazioni fra Stati. Andando in Francia, paese con il quale l’Italia ha non pochi dossier aperti (immigrazione, Fincantieri, Tav, Alitalia), forse Di Maio voleva “soltanto” creare le premesse per una futura confluenza in un gruppo comune nel Parlamento Europeo degli eventuali eletti del Movimento dei Gilet. Forse Salvini non ha potuto/voluto prendere le distanze dal suo alleato di governo dei cui voti avrà bisogno per evitare di finire sotto processo.

Sicuramente, tanto Di Maio quanto Salvini hanno compiuto, il primo in maniera più plateale, atti politici all’insegna dell’improvvisazione e dell’impreparazione che rende improbabile stabilire i necessari rapporti di collaborazione con altri governi europei, meno che mai con la Francia. Tutt’e due hanno gli occhi puntati sulle elezioni europee di maggio quando i duri dati derivanti dai voti consentiranno di valutare quanto è cambiato il loro rispettivo consenso. Nel frattempo, però, le conseguenze del chiamarsi fuori da azioni comuni dell’Unione Europea e dell’interferenza nella politica interna della suscettibile Francia pregiudicano ulteriormente la attendibilità dell’Italia e rendono ancora più improbabile che il 2019 sarà, come annunciato incautamente dal Presidente del Consiglio Conte, “un anno bellissimo”.

Pubblicato AGL il 10 febbraio 2019

Venezuela: governo diviso e debole

Le posizioni assunte dai due alleati al governo sul delicato e complicato caso del Venezuela sono, nel loro genere, tanto limpide quanto contrastanti. Senza ambiguità Salvini afferma: “Prima tornano diritti, benessere e libertà in Venezuela, meglio sarà per il popolo”. Parlando a nome e per conto del Movimento Cinque Stelle, in base alla competenza sicuramente (sic) acquisita in seguito ad un suo lungo viaggio e alla residenza di alcuni mesi in Guatemala (senza, però, avere visitato il Venezuela), Alessandro Di Battista non ha dubbi: “firmare l’ultimatum UE al Venezuela è una stronzata megagalattica”. Il suo più stretto compagno d’armi, capo politico del Movimento, Luigi Di Maio annuncia che “non riconosciamo soggetti non votati” come se Juan Guaidò, il Presidente dell’Assemblea Nazionale, non sia stato eletto, prima per diventare deputato, poi per rimpiazzare ad interim Nicolás Maduro, “soggetto” vittorioso in elezioni presidenziali manipolate, che non è mai considerato legittimo dagli osservatori internazionali. Non è chiaro se la linea la dia, come dovrebbe, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Dalla dichiarazione nella quale ribadisce “la sua massima preoccupazione per gli ultimi sviluppi in Venezuela” è impossibile sapere che cosa intende fare il governo, ma sappiamo che cosa non ha fatto. Non ha firmato una dichiarazione degli Stati-membri dell’Unione Europea a sostegno di Guaidò. Ha altresì deciso di non esprimersi, contrariamente a Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna e Svezia (non proprio Stati e governi di carente legittimazione democratica), a favore di elezioni libere, trasparenti, con garanzie, da tenersi nel più breve tempo possibile, ma da annunciare fin d’ora.

Coerente con la sua visione “sovranista” sì, ma anche attenta alla drammatica condizione del popolo venezuelano, è Salvini che, seppur indirettamente, offre sostegno al ritorno della democrazia in un tormentato paese, nient’affatto carente di tradizioni democratiche. La posizione delle Cinque Stelle la dice lunga sulla loro ambigua e confusa concezione della democrazia. Su tutte le misure di democraticità, dalla libertà di stampa all’autonomia del sistema giudiziario, il Venezuela è collocato ben lontano dai regimi democratici. Inoltre, il suo esperimento populista e autoritario ha provocato, non tanto la “decrescita felice”, non molto tempo fa progettata da Beppe Grillo, ma un impoverimento drammatico della popolazione e un deflusso di quasi due milioni di venezuelani nei paesi limitrofi, in primis, la Colombia.

La non-posizione del governo, da un lato, segnala la mancanza di autonomia e di capacità decisionale del Presidente del Consiglio, dall’altro, indica un ennesimo allontanamento dalle scelte dell’Unione Europea che, inevitabilmente, saranno ripagate da un ulteriore declino di credibilità dell’Italia su altre questioni che contano come economia e migranti. Il Venezuela si sta rivelando un test che complessivamente il governo ha già fallito.

Pubblicato AGL il 5 febbraio 2019

Processo o farsa

Il conflitto fra magistratura e politica è insito nelle democrazie. Sta in uno dei principi fondamentali dei regimi democratici: la separazione dei poteri. Correttamente intesa la separazione dei poteri conferisce ai politici il diritto che, spesso, è anche il dovere, di prendere le decisioni di loro competenza e ai magistrati (fino alla Corte costituzionale) il diritto/dovere di controllare che le decisioni politiche non vadano contro le leggi esistenti (che i politici potrebbero, eventualmente, se le considerano inadeguate, cambiare) e non violino la Costituzione. In questo insieme di rapporti sono coinvolte tutt’e tre le istituzioni centrali delle democrazie: legislativo, giudiziario e, poiché le decisioni più importanti le prendono i governi e i loro ministri, anche l’esecutivo. Dunque,i conflitti fra le tre istituzioni sono fisiologici. La degenerazione, ovvero la patologia, fa la sua comparsa quando i detentori di uno qualsiasi dei tre poteri tentano di coartare gli altri. Nel caso dei politici, questo avviene prevalentemente quando qualcuno di loro si pone al di sopra della legge. Nel caso dei magistrati quando un giudice tenta di usare la legge a suoi fini personali di pubblicità e carriera.

Nella richiesta dei magistrati di Catania di procedere contro Salvini per il reato di sequestro di persona per il diniego di attracco alla nave Diciotti che portava migranti, è possibile che quei magistrati cerchino pubblicità. Potrebbe anche essere pubblicità negativa se le autorità competenti non riscontreranno l’esistenza di un reato. Prima di allora, però, in un procedimento che, di per sé, è garantista, debbono essere compiuti due passi. Il primo passo è nelle mani del potere legislativo, più precisamente della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato. Se la Giunta, collocata fra i magistrati di Catania e il Ministro degli Interni, concederà l’autorizzazione, il secondo passo toccherà al Tribunale dei Ministri.

Sembra che Salvini non veda l’ora di essere giudicato da questo Tribunale. Ha preso atto che senatori del M5S in Giunta voteranno per dare l’autorizzazione al suo processo e ha dichiarato di non avere nessuna preoccupazione e di volersi in effetti fare processare. Al proposito è già cominciata una non edificante manfrina. Berlusconi ha subito detto di essere garantista, il che, secondo lui, significa votare contro l’autorizzazione. I rappresentanti del PD voteranno per consentire a Salvini di essere processato. A questo punto, tutto diventa più chiaro, anzi, semplicissimo. Se Salvini è convinto della giustezza del suo operato e vuole non evitare il processo, ma andare a difendersi nel processo, rinunci apertamente all’immunità di cui gode. Lo faccia chiedendo ai suoi colleghi senatori della Lega di votare per concedere l’autorizzazione ai giudici. Sarà così evitata la farsa di un Ministro della Lega che vuole essere processato e dei senatori della Lega che votano contro la sua “esplicita” volontà, sottraendolo al processo

Pubblicato AGL il 29 gennaio 2019

Centrosinistra, un segnale da Cagliari

Avere un seggio in meno alla Camera dei deputati non fa una differenza significativa per l’ampia maggioranza parlamentare del governo giallo-verde. Tuttavia, l’elezione suppletiva tenutasi a Cagliare per sostituire un parlamentare delle 5 Stelle, espulso dal Movimento e dimissionario, ha un significato politico che va oltre il piccolo dato numerico. A fare campagna elettorale per il candidato unitario del centro-destra era sceso in campo persino Silvio Berlusconi. In applauditissimi incontri pre-elettorali, Berlusconi ha utilizzato l’occasione per annunciare la sua candidatura alle prossime elezioni del Parlamento europeo poiché lui è l’unico capace di portare idee liberali in Europa. Immagino la curiosità e la preoccupazione dei liberali nel Parlamento europeo che sanno benissimo che Forza Italia si trova nello schieramento dei Popolari Europei che comprende anche il partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, sovranista amico di Salvini e nient’affatto “liberale”. Anzi, Orbán ha orgogliosamente dichiarato di avere fatto dell’Ungheria una democrazia illiberale.No, il leader carismatico Berlusconi non ha prodotto nessun miracolo a Cagliare. La candidata di Forza Italia è arrivata terza. Dunque, Forza Italia non è affatto in ripresa.

Clamoroso il crollo delle 5 Stelle che precipitano da più del 42 per cento di voti ottenuti neppure un anno fa al 29 per cento: un vero tonfo a evitare il quale non sono state sufficienti né l’”abolizione della povertà” annunciata da Di Maio né l’approvazione del reddito di cittadinanza. Tutti i sondaggi nazionali danno il Movimento in “decrescita”, non so quanto felice, mentre la Lega svetta. Però, nelle elezioni locali Salvini non ha nessuna intenzione di intaccare la sua coalizione con Forza Italia e con Fratelli d’Italia, che gli consente di governare in molte zone e costituisce un’ottima posizione di ricaduta se i contrasti con Di Maio dovessero mai portare a una crisi di governo. La sorpresa è venuta dalla vittoria del candidato comune del centro-sinistra che rappresentava uno schieramento definito “Progressisti di Sardegna. Ha ottenuto più del 40 % dei voti e ha annunciato che s’iscriverà al Gruppo dei deputati del PD.

Sarebbe eccessivo trarre insegnamenti definitivi o, comunque, a largo e lungo raggio da questa elezione soprattutto per un’importante ragione: ha votato poco più del 15 per cento dei cagliaritani aventi diritto. Due elementi meritano di essere sottolineati. Primo, il Movimento 5 Stelle appare effettivamente in una situazione di grande difficoltà. Non riesce più a presentarsi come il ricettore dell’insoddisfazione dei cittadini, ma neanche come il partner di governo che produce risposte efficaci. Il secondo elemento è che, tuttora in stallo a livello nazionale, non brillante e incisivo come opposizione, con il PD incapace di dare smalto al processo con il quale approderà all’elezione del segretario, il centro-sinistra è ancora vivo. Quando l’elezione si svolge in un collegio uninominale, può vincere.

Pubblicato AGL il

Due scommesse di puro azzardo

Si rallegrino gli elettori e le elettrici del Movimento Cinque Stelle e della Lega. I due movimenti hanno finalmente dato corpo alle più importanti promesse programmatiche fatte in campagna elettorale e inserite nel Contratto del Governo per il cambiamento: reddito di cittadinanza e quota 100. È stata un’operazione complessa tradotta in un decreto di 24 pagine che contiene 26 articoli, paritariamente distribuiti: 13 per il reddito di cittadinanza (che, incidentalmente, contiene anche le “pensioni di cittadinanza”) e 13 per i criteri, 62 anni di età e 38 anni di contributi, per andare in pensione. Sul merito si possono fare molte osservazioni cominciando dal fatto che, da un lato, il reddito di cittadinanza ha un predecessore, il Reddito di Inclusione, elaborato da un governo a guida PD; dall’altro, che “quota 100” vuole smontare la riforma Fornero (ministra nel governo Monti). Ci riuscirà, con esiti, però, che molti esperti ritengono discutibili e rischiosi in un paese nel quale è cresciuta l’aspettativa di vita, ma stanno diminuendo in modo preoccupante le nascite. La seconda osservazione è che, come specificate nel decreto, le modalità di accesso al reddito di cittadinanza e la sua concessione appaiono molto complesse e richiederanno un’efficienza degli organismi burocratici inusuale in Italia, anche per sventare le temute infiltrazioni dei “furbetti” alla cui punizione sono, infatti, dedicati alcuni appositi articoli. La terza osservazione attiene al procedimento legislativo prescelto dai governanti. Il Parlamento italiano non si è ancora rimesso dall’umiliazione subita neppure tre settimane fa in occasione dell’approvazione della Legge di Bilancio, la famigerata manovra, tradotto in un maxiemendamento per la lettura (sic) del quale il Senato ebbe a disposizione quattro ore, e sul quale il governo pose la fiducia. È davvero riprovevole che su due tematiche qualificanti dell’azione di governo, forse, addirittura dell’intera legislatura, Cinque Stelle e Lega abbiano deciso di procedere con un decreto che, lo ricordo, deve essere approvato da entrambe le Camere entro sessanta giorni, sul quale, dunque, è assolutamente probabile che sarà posta la fiducia. Infine, è la stessa filosofia economica sulla quale si fondano reddito di cittadinanza e quota 100 a meritare una riflessione finora appena accennata. Fondamentalmente, il decreto ha caratteristiche redistributive. Per di più, cade in una fase nella quale l’economia europea sta probabilmente entrando in stagnazione, dimostrando quanto dipende davvero dalla locomotiva tedesca che, purtroppo per tutti, ha rallentato fino quasi a fermarsi, e l’economia italiana è in bilico tra stagnazione e recessione. Grillo non parla più di “decrescita felice”, ma recessione significa proprio decrescita che, però, non è affatto felice. Purtroppo, Di Maio e Salvini, troppo flebilmente smentiti da Tria, latitante Conte, si comportano da giocatori d’azzardo puntando su una crescita praticamente irrealizzabile.

Pubblicato AGL il 18 gennaio 2019