Home » Posts tagged 'GRUPPO EDITORIALE L’ESPRESSO'

Tag Archives: GRUPPO EDITORIALE L’ESPRESSO

Oltre il garantismo e il giustizialismo

Non sono né garantista né giustizialista. Non ho nessun bisogno di essere garantista poiché credo che le garanzie a tutela degli indagati, degli accusati di avere commesso un reato si trovano nella Costituzione e nelle leggi vigenti, non nelle dichiarazioni di ciascuno di noi che, inevitabilmente, ne sa molto meno dei magistrati. Non sono giustizialista poiché trovo l’aggettivo, da un lato, vago, dall’altro, se implica il volere condannare a priori e a prescindere, sbagliato, come se chi desidera che “giustizia sia fatta” abbia immotivati ed esagerati atteggiamenti punitivi. Credo anche che tutti i casi che riguardano chi ha potere politico a tutti i livelli meritino di essere analizzati con cautela, con riferimento puntuale alle peculiarità. Nel caso specifico del sottosegretario leghista ai Trasporti e alle Infrastrutture Armando Siri, accusato di avere ottenuto una mazzetta di 30 mila euro, la prima considerazione è che fino a quando non perviene un’imputazione precisa dai magistrati, sarebbe preferibile che tutti si astenessero da qualsiasi commento. Invece, alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle ne hanno subito chiesto le dimissioni e il (suo) Ministro Toninelli gli ha tolto tutte le deleghe. Si dice che il Movimento, dopo avere negato la richiesta di autorizzazione a procedere contro il Ministro Salvini, non possa più permettersi una posizione così “garantista”. In verità, nel caso di Salvini molti videro non il garantismo delle Cinque Stelle, ma l’opportunismo, ovvero il timore che saltasse il governo. Invece, un sottosegretario può essere rapidamente sostituito senza nessun conseguenza negativa. Dal canto suo, Salvini e la Lega difendono Siri non necessariamente per garantismo, ma, si può ipotizzare, poiché il sottosegretario è considerato uomo dotato di potere, di relazioni, di strumenti politici utili e efficaci. Qualcuno potrebbe voler fare un paragone, improprio, con il caso delle recentissime dimissioni di Catiuscia Marini (Partito Democratico) Presidente della Regione Umbra, pure non inquisita, ma al centro di un sistema di assunzioni pilotate e di concorsi truccati. Sono fattispecie molto diverse, ma accomunabili da un interrogativo di assoluta importanza: quando chi detiene una carica politica è tenuto, se indagato/a, a dimettersi senza nessun’altra considerazione? Sono giunto alla conclusione, certamente rivedibile, che le dimissioni dipendono dalla sensibilità personale, dall’etica politica dell’indagato/a. Saranno i magistrati a stabilire se e come impedire all’indagato di distruggere eventuali prove e/o di continuare nel reato. Toccherà a ciascuno dei politici decidere se dimettersi per non creare problemi, in questo rigoroso ordine, primo, all’istituzione di governo a qualsiasi livello, e solo secondariamente al loro partito. E preferirei che il “loro” partito, qualsiasi partito, si rimettesse semplicemente alla magistratura. Sono convinto che questo è il migliore dei garantismi.

Pubblicato AGL il 19 aprile 2019

Stallo totale per governo e opposizione

Difficile sapere se l’intervista del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il filosofo novantenne Emanuele Severino avrà qualche effetto sull’azione di governo. A suo tempo, Karl Marx criticò i filosofi, non solo quelli del suo tempo, per essersi limitati a studiare il mondo invece di provare a cambiarlo. Dal Documento Economico Finanziario presentato il 10 aprile è evidente che il governo giallo-verde e i suoi ministri non hanno la visione di un mondo nuovo, ma neppure di un’Italia e un’Europa nuove. Sembra, piuttosto che non sappiano che pesci prendere. Rispetto alle dichiarazioni espresse già a ottobre-novembre 2018, quando fu elaborata la legge di bilancio, nel DEF emerge una sostanziale presa d’atto che nel 2019 la crescita economica non ci sarà, ma cresceranno sia il deficit del 2,4% sia il debito pubblico al 137%, che non è possibile attuare integralmente la flat tax, che se fosse davvero piatta, sarebbe incostituzionale, se fosse, contraddittoriamente, “progressiva” a più scaglioni, comporterebbe il probabile rischio di un aumento significativo dell’IVA.

Per un po’ di tempo, il Presidente del Consiglio ha stancamente ripetuto che i fondamentali dell’economia italiana sono solidi, ma senza precisare quali siano questi fondamentali. Nel frattempo, nuovi dati fanno supporre che la Francia sia avviata a superare l’Italia come seconda potenza manufatturiera in Europa. Il fatto è che se fra i “fondamentali” si includono anche il debito pubblico e il tasso di crescita, l’economia italiana non è affatto su basi solide. È inevitabile che ciascun governo addebiti ai suoi predecessori la brutta eredità del cattivo andamento dell’economia. In effetti, le radici e le cause del debito pubblico affondano negli ultimi vent’anni. Il tasso di crescita italiano è regolarmente risultato basso, spesso, con l’eccezione della Grecia, il più basso dei paesi dell’Unione Europea.

Forse consapevoli che non sarà il cosiddetto “decreto crescita” a produrre un’impennata dell’economia italiana, i governanti hanno cercato un altro capro espiatorio: la sfavorevole congiuntura internazionale. Ovviamente, c’è qualcosa di vero poiché l’economia italiana, largamente fondata sull’esportazione di prodotti spesso di alta qualità, è molto sensibile al calo della domanda internazionale. Non basta, però, farsi scudo di un capro espiatorio e annunciare come salvifiche le due “riforme” bandiera dei gialli (reddito di cittadinanza) e dei verdi (tassa piatta). Essendo entrambe politiche redistributive, alla luce dei dati disponibili, risultano piuttosto rischiosissime scommesse per il rilancio dell’economia italiana. Nel frattempo, le opposizioni ripetono, facendo pochissima breccia nell’elettorato, che Di Maio e Salvini sono in campagna elettorale permanente, si dividono su tutto, non possono durare. Quel che resta del centro-destra sostiene che quelle politiche Salvini le farebbe meglio con loro, mentre il PD difende fiocamente le sue passate riforme, ma dov’è la contromanovra?

Pubblicato AGL il 15 aprile 2019

I nodi del Governo. Distrazione di massa: luci spente sul default

Questa effervescente società italiana! Altro che stare sdraiata sul divano a divorare popcorn e aspettare il reddito di cittadinanza: si organizza, scende in campo, manifesta. Forse, però, non per colpa sua, ma un po’ degli eventi un po’ per inadeguata informazione, manifestanti e contromanifestanti non colgono il bersaglio grosso. È lecito organizzare un congresso sulla famiglia tradizionale, meglio se usando toni e modi non oltranzisti che dileggiano le nuove forme di convivenza e aggrediscono leggi esistenti come la 194 sull’interruzione della gravidanza. È opportuno sostenere le conquiste di civiltà in tutte le materie relative alle unioni. È giusto sostenere la legittima difesa, non necessariamente armata e privatizzata, talvolta prevedendo pene, in una fattispecie allargata, per l’uso di filmini intimi che mettono alla berlina l’ex-compagna (revenge porn; vendetta porno). Persino encomiabile è concedere, sarebbe preferibile dire “riconoscere”, a determinate condizioni, la cittadinanza agli adolescenti i quali, con grave rischio personale hanno salvato le vite dei loro giovanissimi compagni. Che poi anche prendendo le mosse da questo avvenimento il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte senta, “benvenuto!”, il bisogno di “riflettere” sullo ius soli, ovvero sulla cittadinanza a chi è nato in Italia, ancorché da genitori non italiani, è una buona notizia. Però, i capi di governo non si limitano a riflettere. Hanno il dovere di proporre e il compito di decidere. Tutte queste, alla rinfusa, sono tematiche importanti, ma non determinanti, in una società che desideri diventare e rimanere civile, e non sarà neppure la Commissione Banche, ultima trovata del Movimento Cinque Stelle per darsi un po’ di visibilità, a risolvere il problema dei problemi italiani: come rilanciare la crescita economica.

La buona notizia per i governanti pentastellati è che le domande per il reddito di cittadinanza sono alquanto inferiori alle previsioni e quindi, almeno quest’anno, saranno necessari meno fondi di quelli previsti e stanziati. Tuttavia, quei fondi non potranno essere subito destinati a investimenti pubblici e all’ammodernamento delle infrastrutture che soli potrebbero iniziare il rilancio delle attività economiche e la produzione di posti di lavoro. L’effervescenza della società sui diritti da mantenere e, eventualmente, da ampliare (cittadinanza) rischia di essere sfruttata come arma di distrazione di massa fino alle elezioni del Parlamento europeo, 26 maggio, dopodiché sono tutti oramai convinti che vi sarà una resa dei conti con numeri veri fra Lega e Cinque Stelle. No, neppure quelle elezioni spasmodicamente attese risolveranno la tensione fra, da un lato, le politiche redistributive perseguite da Di Maio e securitarie imposte da Salvini e, dall’altro, la necessità assoluta per l’Italia di rovesciare la tendenza e incominciare a crescere. Questo è davvero il bersaglio grosso (di qualsiasi governo) che gli italiani non dovrebbero perdere di vista.

Pubblicato AGL il 1°aprile 2019

La scivolosa via della seta

Già è rivelatore che fantasiosi siamo noi italiani che chiamiamo “via della seta” quella che i cinesi hanno da tempo battezzato come Belt and Road Initiative (BRI), vale a dire iniziativa della cintura e della strada. È un ambiziosissimo progetto di infrastrutture, scambi, cooperazione industriale che parte dalla Cina e terminerà in Spagna. Ha già una prima testa di ponte, al momento solitaria, in Germania a Duisburg. Esiste già anche un Rapporto critico firmato nell’aprile 2018 da ventisette ambasciatori dell’Unione Europea su ventotto. Sembra che in occasione della visita di Xi Jinping, segretario del Partito Comunista Cinese e Presidente della Cina, il governo italiano firmerà un memorandum d’intesa su alcuni principi propedeutico ad accordi di più ampio respiro. Sarebbe già stato individuato il porto, Vado Ligure, dove fare sbarcare attrezzature e merci di provenienza cinese.

In linea di massima, qualsiasi modalità di accrescimento del commercio è da ritenere apprezzabile se contribuisce alla crescita economica e al benessere dei contraenti. Al momento, però, le informazioni disponibili non permettono di conoscere con sufficiente approssimazione se l’Italia trarrà vantaggi, quali e quanti da un accresciuto interscambio con la Cina. Rimanendo alla sola tematica degli scambi commerciali è preliminarmente indispensabile ottenere dai cinesi alcune risposte chiare. Primo, accettano la totale reciprocità, ovvero non porranno né ostacoli né dazi sulle merci italiane? Secondo, assicurano di non fare dumping con le loro merci e prodotti, vale a dire vendere a prezzi inferiori a quelli praticati nel loro mercato interno? Terzo, garantiscono tassativamente di osservare tutte le norme in materia di ambiente e di qualità e conformità dei loro prodotti alle regole europee? Alla luce di comportamenti dei cinesi largamente difformi da queste esigenze – per fare un solo esempio, la produzione e commercializzazione di giocattoli tossici – le preoccupazioni espresse da più parti appaiono del tutto lecite.

Tutti coloro che sono favorevoli in via di principio alla libertà del commercio, che, secondo molti, riduce le probabilità di conflitti e incrementa la prosperità, dovrebbero esigere dai cinesi (ma, ovviamente, non solo da loro) il pieno adempimento dei dettami fissati dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Ciò detto, esiste qualcosa di più di cui tenere conto prima di incamminarci sulla via della seta. Sarebbe decisamente più opportuno che prima di qualsiasi accordo con i cinesi il governo italiano discutesse con gli altri governi dell’Unione Europea per giungere ad una posizione comune e condivisa e non si giocasse un altro pezzetto di affidabilità agli occhi dei nostri partner. Davvero l’Italia è tanto forte e solida da procedere da sola senza sdrucciolare nel rapporto con una superpotenza i cui comportamenti, ad esempio, con gli Stati africani, hanno destato molte, severe e argomentate critiche? Benvenuto, Xi Jinping, discutiamone.

Pubblicato il 19 marzo 2019

Riinvii in serie, così l’Italia perde credibilità

Time is money è un’espressione attribuita a Benjamin Franklin, uno dei più famosi padri della Costituzione degli Stati Uniti d’America. Talvolta, prendere tempo può essere utile per acquisire informazioni e per procedere a una decisione più consapevole. Però, se le informazioni sono già ampiamente disponibili prendere tempo può significare perdere, più o meno deliberatamente, tempo. La discussione sulla TAV, già ampia e aperta a tutti, sembra essere diventata un caso da manuale del come perdere tempo in attesa di qualche evento risolutivo. Invece di essere illuminata dall’analisi costi-benefici è diventata ancora più confusa e inquinata da evidenti intenti manipolatori.

È del tutto corretto calcolare i costi monetari nei quali incorrerà lo Stato italiano per la parte di tracciato che gli compete. È altrettanto giusto valutare i benefici in termini anche di risparmio sui costi di trasporto di merci e persone, ma fa parte di questi benefici anche la riduzione dei tempi di trasporto. Controversa è la valutazione dei costi-benefici con riguardo all’ambiente poiché la costruzione della TAV potrebbe causare danni di lungo periodo nelle zone circostanti da commisurare alla riduzione dell’inquinamento attualmente (e nel futuro) prodotto dai mezzi che si muovono su gomma. Valutati i tempi, lo stesso Franklin sosterrebbe che vi sono alcuni altri elementi da prendere in seria considerazione dei quali nessuna analisi costi-benefici dovrebbe scordarsi. Il corridoio Budapest-Madrid è un’opera europea nella quale hanno già investito molti Stati e alla quale l’UE ha destinato molti fondi, anche per lo Stato italiano. L’Italia ha firmato accordi e preso impegni. Decidesse che la TAV non passerà nel suo territorio non soltanto dovrebbe restituire quanto ha già ricevuto, ma uscirebbe da una rete di comunicazione ritenuta essenziale dagli Stati-membri dell’Unione, nessuno dei quali, né gli europeisti né i cosiddetti sovranisti, l’ha (ri)messa in discussione. Il governo italiano straccerebbe accordi e violerebbe impegni. Non basterebbe affermare che quegli accordi furono stilati e quegli impegni furono presi dai precedenti governi, peraltro anche di composizione e colore diversi.

Per dirla in maniera un po’ retorica, un’opera come la TAV riguarda lo Stato e non un governo. Da quel che si evince dai giornali, dalle newsletter di fonti diverse, da commenti di vario tipo che circolano sul web, in Europa la preoccupazione per una decisione negativa del governo italiano è diffusissima. Fra i costi di non costruzione della TAV, forse sarebbe opportuno inserire anche la perdita di prestigio e di credibilità dei governanti italiani, di oggi e di domani. Tutti conterebbero molto meno nelle sedi decisionali quando si tratterà di assumere impegni collettivi. Nessuno più sarà considerato attendibile nelle sue prese di posizione e promesse. Quando i governanti italiani avranno bisogno di “credito”, com’è frequentemente avvenuto nel passato e di recente, chi si fiderà di loro? Il costo della sfiducia è davvero elevato.

Pubblicato AGL il 12 marzo 2019

Le elezioni anticipate che non convengono a nessuno

Qualche giorno fa l’Agenzia di rating Fitch, oltre a delineare prospettive non buone per l’economia italiana, ha indicato la possibilità di una crisi di governo prossima ventura. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha stancamente replicato che i “fondamentali” dell’economia italiana sono solidi, evidentemente considerando non fondamentali il debito pubblico al 132 % del Prodotto Interno Lordo e la crescita da più di dieci anni nettamente inferiore alla media degli Stati-membri dell’Unione Europea. Insieme a Salvini e Di Maio, ha anche annunciato che il governo durerà cinque anni facendolo diventare l’unico Presidente del Consiglio dal 1945 ad oggi a rimanere in carica per tutta la legislatura. Wishful thinking, pio desiderio?

Sappiamo che la durata media dei governi italiani è di poco più di quindici mesi. L’opposizione, sia il Partito Democratico sia, ancor più, Forza Italia, si attende qualche incidente di percorso, ma, precisamente, quale? All’orizzonte stanno alcune elezioni che costituiscono sempre una misura utile del consenso politico dei partiti. La Lucania, fine marzo, potrà al massimo ratificare la crescita non strepitosa della Lega e il declino inevitabile del Movimento 5 Stelle. Più importanti saranno le elezioni europee del 26 maggio, accompagnate dalle regionali del Piemonte, luogo importante per la TAV. Soprattutto, conterà quanto nella campagna elettorale si divaricheranno le politiche proposte dalla Lega e dalle Cinque Stelle. Il secondo inconveniente per la coalizione di governo potrebbe venire da un flop nell’implementazione, gravata da molte procedure burocratiche, del reddito di cittadinanza. Il terzo, più grave, inconveniente potrà arrivare quando, come preannunciato nella valutazione della Commissione Europea, si rendesse indispensabile una manovra/ina correttiva della Legge di Bilancio, finora smentita, seppure con toni e accenti diversi, dai governanti.

A meno di una clamorosa impennata dello spread che colpirebbe l’intera strategia economica del governo, sia Di Maio sia Salvini tenteranno di evitare la crisi di governo. Di Maio ha interesse a che il governo duri a lungo, da un lato, perché spera di bloccare l’emorragia di voti attraverso una riorganizzazione in partito (ironia della storia) del suo Movimento; dall’altro, perché ha bisogno del tempo necessario al reddito di cittadinanza per produrre effetti positivi. Salvini intende stare al governo più tempo possibile, primo, perché i suoi voti continuano a crescere; secondo, perché sa che chi provoca una crisi di governo non è abitualmente premiato dagli elettori. Comunque, ha una posizione di ricaduta, vale a dire un governo con il centro destra, al quale, però, arriverebbe accolto da un coro: “te lo avevamo detto”. Insomma, Fitch ha soltanto parzialmente e imprecisamente ragione. Il governo italiano non sta benissimo in particolare sul versante delle 5 Stelle, ma i due contraenti hanno buone ragioni per farlo durare e l’opposizione non ha abbastanza idee e forze per farlo cadere.

Pubblicato AGL il 1° marzo 2019

I puri a 5Stelle sacrificano le convinzioni alle convenienze

Democrazia diretta significa che i cittadini-elettori (chiedo scusa: il “popolo”) decide direttamente, senza intermediari, sulle tematiche più importanti. Soltanto chi pensa che 52.417 attivisti (che hanno partecipato alla consultazione online n.d.r.) siano effettivamente rappresentativi di circa 9 milioni di italiani che hanno votato il Movimento il 4 marzo 2018, può sostenere che la consultazione online è stata un esempio di democrazia diretta. Due elementi sono certi. Da un lato, i dirigenti del Movimento hanno scaricato sugli attivisti la responsabilità di una decisione molto importante: autorizzare o no il Tribunale dei Ministri di Catania a processare Salvini; dall’altro, è stata travolta l’autonomia dei senatori delle Cinque Stelle, meglio, la loro possibilità di votare secondo coscienza (e conoscenza), vale a dire sulla base della loro valutazione dei fatti. Quel che più conta è che il principio che le Cinque Stelle avevano dall’opposizione variamente declamato: non concedere mai l’immunità agli inquisiti, sia stato sacrificato alla ragion, non di Stato, ma di governo. “Salvare” il Ministro degli Interni Matteo Salvini che, incidentalmente, avrebbe potuto salvarsi da sé nel processo, per non mettere a rischio il governo. Sacrificare le convinzioni alle convenienze: questo hanno fatto gli attivisti anche perché, naturalmente, avevano chiaramente capito che questa era la preferenza dei loro dirigenti e ministri. La consultazione online contiene qualche importante “insegnamento”. Coloro che ne sanno o ne dovrebbero sapere di più, i senatori che avevano accesso alle carte, non hanno potuto/voluto discuterne con coloro che hanno premuto il loro bottone senza essere riusciti ad avere informazioni aggiuntive specifiche. Si è deplorevolmente dimostrato che, in un caso di notevole delicatezza, la democrazia diretta interpretata come una procedura per prendere rapidamente le decisioni ha dei limiti gravissimi. Inoltre, forse inconsapevolmente forse deliberatamente, portata fuori del Parlamento, la procedura decisionale adottata dalle Cinque Stelle costituisce uno sfregio alla democrazia rappresentativa. Non è possibile sapere che cosa avrebbero desiderato e scelto gli elettori delle Cinque Stelle, ma è sicuro che a nessuno dei loro senatori potrà essere imputata qualsiasi responsabilità per la decisione assunta. Quei senatori non potranno spiegare il loro voto e non dovranno renderne conto a nessun elettore. Delegare le decisioni importanti alla piattaforma online –non mi chiedo neppure se siano possibili manipolazioni né se dovrebbero essere gli attivisti e non i dirigenti a decidere cosa sottoporre al voto e quando- significa che i rappresentanti eletti non sono chiamati a svolgere nessun ruolo significativo e che, di conseguenza, il Parlamento, come suggerito qualche mese fa da Davide Casaleggio, finirebbe per rivelarsi inutile. La democrazia semi-diretta mette malamente fine alla democrazia rappresentativa e diventa democrazia pilotata.

Pubblicato AGL il 19 febbraio 2019