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Alla ricerca di un Macron che non c’è
La domanda giusta non è: “chi è il Macron italiano?”. La domanda giusta è: “sarebbe possibile un Macron in Italia?” Non pochi hanno già dato risposta alla prima domanda: “Matteo Renzi”. È la risposta sbagliata poiché Macron ha rotto gli schieramenti politici francesi e ha creato un movimento allargato, mentre Renzi ha addirittura agevolato la rottura del PD e ne ha ridotto il consenso. Più importante è la risposta alla seconda domanda. A fronte delle improvvisate richieste di un Macron italiano, la mia risposta è: “non ne esistono le condizioni politiche e istituzionali minime”. Preliminarmente, si dovrebbe anche osservare che Macron non ha affatto rinnovato la sinistra francese . Ha, invece, assorbito parte significativa del declinante Parti Socialiste e ha emarginato quel che è rimasto della sinistra in Francia (equivalente come consenso elettorale grosso modo a quello del Partito Democratico in Italia). A nessuno in Italia riuscirà di fare un’operazione come quella francese poiché mancano le condizioni politiche e soprattutto istituzionali. Quand’anche Forza Italia fosse assimilabile ai gollisti francesi, che, a loro volta, sono stati largamente erosi da Macron, quel che rimane del suo consenso elettorale, aggiunto a quello del PD, supponendo che giungessero relativamente compatti all’appuntamento, non servirebbe a conseguire nessuna maggioranza parlamentare. Anzi, il rischio è che una parte degli elettori di Forza Italia accelererebbero il loro deflusso a favore di Salvini. Quel che soprattutto manca all’eventuale “operazione Macron” è il contesto istituzionale. Con coraggio politico di cui bisogna dargli atto, Macron entrò in campo grazie alla decisiva opportunità offertagli dal modello istituzionale della Quinta Repubblica francese: l’elezione popolare diretta del Presidente. La sua performance è stata notevole, ma la sua personale vittoria fu favorita dalla frammentazione dell’elettorato altrui. Poi, è stata la legge a doppio turno per l‘elezione dell’Assemblea Nazionale francese a dargli attraverso una serie di convergenze e di riaggregazioni una maggioranza parlamentare molto confortevole, ma anche molto composita. Nessuno può pensare neppure per un momento che la legge Rosato, approvata con lo scopo di dare ai leader il potere di nominare i loro parlamentari, consentirebbe agli elettori italiani di “rompere le righe” a favore di nuovi candidati che abbiano già trovato un leader coraggioso. Infatti, quand’anche esistesse un leader politico dotato di sufficiente coraggio da sfidare quel che rimane dei partiti in Italia, gli mancherebbe l’arena. Senza semi-presidenzialismo accompagnato da una legge elettorale a doppio turno a nessun uomo o donna politica italiana sarà mai possibile mettere alla prova il proprio coraggio. Dunque, chi vuole (essere) un Macron italiano dovrebbe iniziare la sua battaglia proponendo il modello semi-presidenziale francese e la relativa legge elettorale. Il resto sono chiacchiere ovvero, come direbbero i francesi, è noioso e improduttivo blà blà blà.
Pubblicato AGL il 3 settembre 2018
Il Governo e il peso di quegli applausi
Gli applausi di Genova al governo vanno contestualizzati e interpretati. Il contesto è che sia la città di Genova sia la Regione Liguria hanno maggioranze di centro-destra, ma anche una forte presenza del Movimento Cinque Stelle. Dunque, il governo giallo-verde riscuote già in partenza le simpatie politiche degli elettori liguri. Tuttavia, ciò che sicuramente è contato di più in quegli applausi è il comportamento degli esponenti del governo che ha incrociato le reazioni e le emozioni prevalenti. Con toni diversi, con qualche eccesso “giustizialista”, sia Di Maio sia Salvini, ma anche il Presidente del Consiglio Conte, hanno messo sotto accusa e, qualcuno direbbe, già condannato la società responsabile della manutenzione del ponte Morandi . Hanno altresì rimproverato i governi passati e le loro burocrazie per gli accordi con Atlantia e i mancati controlli. Infine, hanno annunciato la revoca del contratto, la richiesta di adeguati risarcimenti e l’intenzione di nazionalizzare la Società Autostrade per l’Italia. Poco importa ai fini della spiegazione degli applausi che le condanne definitive richiederanno l’intervento della magistratura, attendendo i suoi tempi, e che anche l’eventuale revoca non sarà affatto facile. Al funerale delle vittime, i “cavilli” giudiziari e burocratici sono passati in secondo piano rispetto alle buone intenzioni del governo giallo-verde. In qualche modo, gli uomini al governo hanno sottolineato due aspetti di assoluto rilievo che vanno contro vent’anni almeno di assuefazione neo-liberista. Primo: non è affatto scontato che i capitalisti siano più efficienti dello Stato né, meno che mai, che si curino degli interessi generali a scapito dei loro ingenti profitti. Secondo: esistono attività che per natura, importanza, impatto sulla collettività devono essere svolte dallo Stato e rispetto alle quali la responsabilità non può che essere assunta dai politici. Probabilmente, è proprio l’attribuzione al Partito Democratico, che ha governato negli ultimi cinque anni, della responsabilità dei mancati controlli e di arrendevolezza nei confronti di una grande impresa privata, che spiega, forse, persino giustifica, i fischi al segretario Martina, già Ministro dell’Agricoltura, e alla parlamentare genovese Roberta Pinotti, già Ministro della Difesa. Con affermazioni ancora troppo generiche, il governo giallo-verde, con la perplessità di Salvini, che conosce bene il suo elettorato lombardo-veneto di piccoli e medi imprenditori, sembra volere (ri-)costruire una situazione nella quale lo Stato sia regolatore attento e inflessibile del mercato e della concorrenza e persino torni a fare il gestore di alcune attività definite strategiche. Tanto le infrastrutture quanto la rete di comunicazioni di un paese si sono strategiche per il buon funzionamento del sistema economico e per la vita dei cittadini. Gli applausi di Genova sono interpretabili come invito al governo ad assumersi il compito di rilanciare il paese. Hic Genova hic salta.
Pubblicato AGL il 21 agosto 2018
Infelice ritorno al medioevo #vaccini
È giusto e opportuno che le due opposizioni (PD e Forza Italia) al governo giallo-verde sostengano, con argomentazioni talvolta diverse, che i punti centrali del programma economico: la flat tax della Lega e il reddito di cittadinanza, insieme non potranno essere realizzati. Però, è probabile che il Ministro dell’Economia Giovanni Tria piegherà i numeri in modo che la tassa non sarà del tutto “piatta” e che il reddito di cittadinanza includerà un numero non molto alto di italiani che ne avranno “diritto”. Nel frattempo, l’incertezza sulle misure del governo ha già fatto salire lo spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani con la conseguenza che le spese degli interessi a carico dello Stato aumentano a scapito delle risorse necessarie proprio per la riduzione delle tasse e l’attuazione del reddito di cittadinanza.
Molto più gravi, invece, sono le indecisioni su due tematiche diversamente importanti, con impatti significativi, rivelatori di qualcosa che non attiene ai numeri, ma alla cultura e alla visione del paese che i due partiti al governo vorrebbero. Sia il TAP in Puglia sia la TAV in Piemonte sono opere pubbliche deliberate tenendo conto dell’impatto ambientale e dei benefici futuri non soltanto degli abitanti di quelle zone. Guardano avanti (e porteranno avanti). Respingerle significa certamente accettare la prospettiva della “decrescita” nell’espressione pentastellata, peraltro nient’affatto “felice”, forse rancorosa, probabilmente non condivisa, dicono i sondaggi, da una maggioranza popolare (alla faccia del populismo buono lodato dal Presidente del Consiglio Conte). Significa anche esprimere sfiducia in quello che la scienza delle costruzioni garantisce riguardo alle due opere. Né si può dimenticare che una parte ampia d’Europa si attende che l’Italia onori gli impegni presi.
Nel caso dei vaccini, il rifiuto della scienza è addirittura plateale. È sostanzialmente inconfutabile che i vaccini hanno debellato malattie, hanno salvato vite, sono essenziali. I distinguo, le proroghe, le prese di distanza, i richiami a presunte libertà e responsabilità personali rivelano una pessima concezione della vita organizzata. Il punto non è che i genitori si assumeranno la responsabilità delle malattie contratte dai loro figli non vaccinati. È, invece, che bambini non vaccinati diventerebbero portatori di malattie che infetteranno altri bambini. Non è questione di responsabilità “personale”, ma di responsabilità nei confronti di coloro che vivono nella stessa società, e senza esagerazioni, data la rapidità delle comunicazioni, si può aggiungere nello stesso mondo. I numeri dell’economia sono, in qualche modo, riconducibili ad un disegno e ad accordi, lo scontro sulla scienza è quasi uno scontro di civiltà. Su questo terreno le opposizioni debbono essere assolutamente intransigenti. Chiuderò in maniera retorica: il ritorno al Medioevo è dietro l’angolo.
Pubblicato AGL il 7 agosto 2018
L’inesorabile cambiamento degli italiani
Inesorabili, settimana dopo settimana, tutti i sondaggi registrano che il consenso al governo Cinque Stelle-Lega e al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si situa stabilmente sopra il 60 per cento. La somma dei voti ottenuti dai due movimenti il 4 marzo fu di poco superiore al 50 per cento. Nel frattempo, le spesso controverse affermazioni di Salvini, le sue durissime politiche contro l’immigrazione, le sue critiche sovraniste all’Unione Europea gli hanno fatto guadagnare molto appoggio popolare e la Lega tallona le Cinque Stelle. Con il suo decreto dignità, Di Maio arranca e non sfonda. Si barcamena sulla TAV e va alla ricerca di qualche tema che gli procuri un’impennata nei sondaggi. Appare improbabile che ci riesca. Chi proprio non riesce a cambiare marcia e a rendersi rilevante è il Partito Democratico. Sostanzialmente ossificato, tuttora roso da contrasti interni, non è bastato il gesto simbolico di tenere una riunione della segreteria del partito a Tor Bella Monaca, luogo ignoto alla (quasi) totalità dei partecipanti che non vi torneranno più. Il Partito Democratico non è il partito delle periferie, nelle quali rarissimamente c’è un Circolo PD. È un partito periferico al dibattito e al confronto politico in Italia. Non basterà il percorso che conduce alle votazioni per il segretario a mettere nuova linfa in un corpo che si trascina stancamente. Molta rassegnazione sta emergendo nei ranghi degli oppositori. Si leva solo qualche voce di scrittore le cui capacità di aggregare consenso (mi) sono ignote. Sembra che, da un lato, gli oppositori stiano attendendo passi falsi dei governanti. Dall’altro, contano sulla comparsa di contraddizioni, ad esempio, in autunno, sulla legge di bilancio e nella prossima primavera 2019 in occasione delle elezioni europee. Pochi si sono accorti che dentro il governo esistono due, forse, tre pompieri pronti a domare scontri incendiari: il Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Economia (Tria) e il Ministro degli Esteri (Moavero Milanesi). Privi di base politica autonoma, tutt’e tre sanno di avere l’occasione della vita e fa(ra)nno il loro meglio per la durata del governo. C’è, però, qualcosa che conta di più sia per la durata di questo governo sia per il futuro. Nessuno s’era davvero accorto quanto i nostri concittadini, fossero cambiati. L’entità del voto del febbraio 2013 alle Cinque Stelle è stato un avvertimento sottovalutato, con troppi commentatori che denunciavano l’inconsistenza e incoerenza di molti punti programmatici e attendevano l’esplosione del Movimento. Che un “nordista” potesse ottenere consenso e voti al Sud è stato considerato miracoloso, ma, nel frattempo, quel consenso si espande. Elettori penta stellati e leghisti sono attorno a noi. Non li abbiamo presi sul serio nelle loro critiche, insoddisfazioni, preoccupazioni. Non li abbiamo capiti. Questi elettori italiani non cambieranno facilmente idea. Oggi, come raramente nel passato, il governo giallo-verde rappresenta la maggioranza della società italiana.
Pubblicato AGL il 1° agosto 2018
La democrazia racchiusa in un solo click
Non c’è dubbio: Davide Casaleggio ha vinto il primo round. Per tre giorni di seguito, mass media, commentatori politici, dirigenti di partito hanno discusso la sua affermazione: forse, il parlamento non sarà più necessario per (cito dalla sua intervista) “garantire che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti”. Poiché, cito di nuovo, “esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività del volere popolare di qualunque modello di governo novecentesco, il superamento della democrazia rappresentativa è quindi inevitabile”. E giusto discutere con Casaleggio e replicargli poiché è a capo del Movimento Cinque Stelle, lo schieramento che ha ottenuto di gran lunga più voti e più seggi nel “modello di governo novecentesco” che esiste in Italia. Se si avverasse la sua profezia che fra qualche lustro il Parlamento “non sarà più necessario”, quali saranno gli strumenti di democrazia diretta non solo più efficaci, ma più democratici?. Non è chiaro come Casaleggio valuti l’efficacia: una decisione presa il più rapidamente possibile? Una decisione che consegua l’obiettivo voluto? La democraticità sembra più facile da valutare: una decisione presa dal maggior numero possibile di cittadini? Forse anche dalla maggioranza più elevata possibile. Così ricompare il miraggio, totalitario, dell’unanimità, della volontà generale di Rousseau. Quanti cittadini parteciperanno alla decisione telematica? Oggi ci preoccupiamo del declino dell’affluenza alle urne, ma quale sarà la percentuale di votanti con i loro click sufficiente a considerare la decisione effettivamente democratica? Sappiamo che la maggioranza dei cittadini-elettori non è molto interessata alla politica e non è abbastanza informata sulla politica. Sappiamo anche che tocca ai rappresentanti, più interessati alla politica e più informati (anche se oggi meno che nel passato quando i partiti selezionavano i rappresentanti), prendere le decisioni al meglio delle loro conoscenze, cercando di interpretare le preferenze del maggior numero di elettori, anche perché, giustamente, vogliono essere rieletti. Oggi, le elezioni parlamentari sono libere, condotte in condizioni di accettabile parità, competitive, sotto gli occhi dei mass media. Sulle procedure di scelta delle candidature e di decisione sui programmi attraverso la piattaforma Rousseau poco o niente sappiamo. La trasparenza che le Cinque Stelle chiedono a gran voce non l’hanno mai applicata alle loro attività. Quali saranno i controlli possibili nella democrazia telematica che avrà superato la democrazia rappresentativa? Infine, ma davvero la concezione di democrazia di Casaleggio è così scarna e povera da ridursi al momento della decisione “sì/no”? Chi e come avrà istruito le decisioni? Come saranno ascoltati i pareri e le opinioni degli esperti, degli scienziati, dei “baroni dell’intellighenzia”? Quali decisioni nella società complessa, certamente non destinata a sparire, sono effettivamente riducibili a un “sì/no”? Tutto nella prossima intervista.
Pubblicato AGL il 26 luglio 2018
La sua storia una lezione per il paese #Marchionne
No, non è una “storia italiana” quella di Sergio Marchionne, ma è la storia di un italiano. Non è “italiana” poiché non sta nella norma di quanto la maggioranza degli italiani sceglie di fare: accettare sfide, subire critiche, avere un insieme di obiettivi, perseguirli. È la storia di un italiano che, anche grazie ai suoi genitori, di non elevata condizione sociale, ha cercato, non “fortuna”, ma autorealizzazione, nel mondo. Anche questo è stato rimproverato a Marchionne: l’avere spostato parte della Fiat a Detroit e trasferito la sede legale a Amsterdam, in coerenza con le regole dell’UE, continuando a risiedere in Svizzera e colà pagando le tasse. È la storia di ricerca di opportunità e di capacità di sfruttarle, della convinzione che le opportunità possono essere qualche volta agevolate qualche volta create con lungimiranza e con perseveranza che sfocia in durezza. I politici, che oggi fluttuano tra lodi un po’ ipocrite e silenzio imbarazzato per critiche di parte a quanto Marchionne faceva, non sembra abbiano colto né il messaggio né il filo ispiratore dell’azione del grande manager. Lo si trova esplicitato nella spesso citata dichiarazione che “l’Italia è un paese che non si vuole bene”. Un paese che si vuole bene è severo con se stesso. Non accetta né il perdonismo, senza una riflessione sul perché degli errori, né i privilegi e le rendite di posizione. Non si concentra né solo sull’oggi (“domani è un altro giorno”, ma bisogna saperlo preparare) né solo su alcuni destini personali o di gruppo. Un tempo, forse, valeva la frase “quel che va bene per la Fiat va bene per il paese”. Senza rovesciarla del tutto (una grande fabbrica produce e ha, in effetti, nel corso del tempo prodotto grandi benefici per l’Italia), nei suoi comportamenti Marchionne ha ridefinito quella frase. La Fiat va meglio in un paese che va bene. Però, se il paese e la sua politica non riescono a migliorare, allora tocca alla grande impresa dimostrare che cosa si può fare con la disciplina, l’efficienza, l’innovazione. Questa non è una “storia italiana”, ma è certamente la storia che molti italiani in giro per il mondo hanno imparato, tradotto in azioni concrete, cercato di riportare in Italia, con fatica, spesso incontrando ostacoli insuperabili. Il bene comune, che non esiste in natura, è il prodotto sempre mutevole di comportamenti collettivi, spesso difficili, qualche volta dolorosi. Deriva dalla capacità di accettare sacrifici oggi per conquistare, non vantaggi, meno che mai personali, domani, ma ricompense per meriti dimostrati. C’era anche questo nella filosofia manageriale di Marchionne, qualcosa che soltanto una minoranza di italiani è disposta a sottoscrivere. Le gratificazioni differite richiedono l’esistenza di un paese che si vuole bene, crede nelle sue qualità, rinuncia all’oggi per fare stare meglio i suoi cittadini, domani. La storia di Marchionne non diventerà la storia degli italiani se non sarà compresa nella sua essenza. Come lui ha dimostrato è una storia possibile, ma non comune. Quanto probabile?
Pubblicato AGL 23 luglio 2018
Volti nuovi, metodi vecchi. Tutto già visto
Da sempre quando sono in gioco le nomine al vertice di alcune aziende, in primis la Rai, e di alcune Commissioni parlamentari si alza il livello del conflitto. Le critiche vengono da un po’ tutte le parti: da autorevoli editorialisti secondo le loro preferenze politiche, dai capi dei partiti che hanno perso le elezioni e i relativi poteri di nomina, dagli intellettuali che manifestano grande preoccupazione e firmano pensosi e turbati manifesti. Qualcuno, pochi e raramente, arriva persino a chiedersi come si procede in altri paesi. Quasi nessuno raccoglie e pubblica la documentazione necessaria spesso disponibile. Maggioritaria o proporzionale che sia la democrazia, dappertutto vige un principio: chi vince le elezioni ottiene anche il potere di nominare persone a un certo numero di cariche: è lo spoils system (sistema delle spoglie). La prima differenza fra le democrazie sta proprio qui: quante e quali cariche. Negli USA le cariche a disposizione del Presidente sono così numerose che nessun Presidente riesce a effettuare tutte le nuove nomine. Altrove, molto dipende se lo Stato è molto intrusivo e esteso, come in Francia e, in una certa misura, in Spagna, oppure se è snello e sobrio, come nelle democrazie anglosassoni e nordiche. La seconda differenza riguarda quali criteri esistono, se sono condivisi e rispettati. Nelle democrazie è riconosciuto ai vincitori delle elezioni il diritto di nominare il personale, sia politico sia burocratico, che ha il potere di attuare le politiche scelte dal governo e di collaborare alla loro buona riuscita. Non c’è nulla di riprovevole se i governanti sostituiscono persone nominate dal precedente governo con persone nuove, più fidate, anche politicamente, magari più preparate e competenti. Certo, sia l’opposizione politico-parlamentare sia i mass media sia l’opinione pubblica vorrebbero giustamente saperne di più, conoscere quali titoli vantano i prescelti, quali esperienze passate hanno. L’imposizione di un nome qualsiasi non può essere giustificata unicamente in base alla vittoria elettorale. Qualche criterio meritocratico appare indispensabile.
Il discorso sulle nomine è leggermente diverso quando si tratta di cariche parlamentari. Qualcuno sostiene che il Parlamento è sovrano, ma sappiamo che, non soltanto nel caso attuale del governo giallo-verde, le nomine sono decise dai capi dei partiti al governo e dai loro collaboratori- consulenti. Allora, soprattutto nel caso di alcune commissioni, come il Copasir (Comitato per la sicurezza) e la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi (ho scritto il titolo per esteso poiché la Commissione non deve occuparsi solo della RAI, ma dell’intero sistema radiotelevisivo), valgono due criteri: la competenza e l’indipendenza (che preciserò come assenza di conflitto d’interessi) dei nominati. Né nell’uno né nell’altro caso sono stati rispettati. Il Governo del cambiamento ha seguito strade fin troppo battute dai suoi predecessori.
Pubblicato AGL il 20 luglio 2018
È possibile immaginare un altro PD
Detto che Maurizio Martina è diventato il settimo segretario del Partito Democratico dal 2007 e detto che il due volte ex-segretario Renzi ha fatto un intervento rancoroso tutto rivolto al passato minacciando un futuro vendicativo, che cosa si può e si deve aggiungere a quanto avvenuto nell’Assemblea del PD? Una sola, vera decisione è stata presa: il prossimo segretario sarà eletto nel febbraio 2019. Saranno gli iscritti e i simpatizzanti a scegliere fra, sembra, almeno tre candidati: lo stesso Martina, il governatore del Lazio Zingaretti, forse un renziano a tenere alta la bandiera delle battaglie perse e di un partito che non ha funzionato. Nell’Assemblea è mancata, ma dovrà pur emergere nel corso della campagna per l’elezione del prossimo segretario, una riflessione su due punti qualificanti: che tipo di partito, che tipo di opposizione. Martina ha indicato quattro elementi indispensabili: idee, persone, strumenti, progetti. Nessuno è entrato nei dettagli, ma è stato facile riscontrare una battaglia fra persone tutta all’interno del partito, con Renzi in testa a criticare il falso nueve Gentiloni, da lui incoronato, ma al quale spesso proprio lui non ha passato il pallone; l’ex-capogruppo al Senato Luigi Zanda; l’ex-capo della minoranza interna Gianni Cuperlo. È stata, in troppo larga misura, una resa dei conti che non serve in nessun modo a ristrutturare il partito. Martina ha almeno sottolineato che un partito di sinistra -ma vogliono il PD e i suoi elettori costruire un partito effettivamente di sinistra?-deve preoccuparsi delle diseguaglianze. Nessuno ha detto, però, con quali idee, con quali persone, con quali strumenti, con quale progetto. Per dirla in politichese, sul territorio il Partito Democratico è presente a macchioline di leopardo. Qualcuno, le Cinque Stelle e la Lega, l’hanno, per richiamare un infausto detto di Bersani, ampiamente smacchiato. Sul territorio si riproducono quasi le stesse divisioni personalistiche del centro, con qualche eccezione di donne e uomini ambiziosi e manovrieri che hanno abbandonato lo schieramento renziano. Nessuno ha parlato di cultura politica che, oramai svelatasi totalmente fallita la contaminazione fra pallide e esangui culture riformiste del passato, dovrebbe scaturire, almeno in parte, dalle riflessioni di intellettuali sbeffeggiati dai renziani e certamente non ascoltati e meno che mai “corteggiati” dagli oppositori interni. Nessuno, infine, ha detto che una cultura politica può trovare modo di formarsi e di esprimersi proprio nel fuoco di una sana battaglia parlamentare di opposizione. È nel “respingimento” dei disegni di legge improntati a repressione, populismo, anti-politica, anti-parlamentarismo e, nient’affatto, per ultimo, da anti-europeismo, che un partito di sinistra deve cercare di ridefinire la sua cultura per sé, per i suoi quadri, i suoi dirigenti, i suoi parlamentari e, persino, ma qui sta la funzione nazionale di quel partito, per l’elettorato. Non sarebbe poco.
Pubblicato AGL 10 luglio 2018
L’addio all’UE firmato dai sovranisti
Messo in ordine, o quasi, il Mediterraneo, il vice-Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni Matteo Salvini ha formulato il suo piano per la conquista dell’Unione Europea. In vista delle elezioni del Parlamento Europeo che si terranno nella seconda metà del maggio 2019, Salvini ha proposto di dare vita a una Lega delle Leghe. Tutte le formazioni politiche che, al governo, come Orbàn in Ungheria, o all’opposizione, a cominciare da Marine Le Pen in Francia (che, però, “leghista”proprio non sembra), dovrebbero giungere a un accordo complessiva per un’Europa diversa. Facile sarebbe quello sui migranti, contro l’accoglienza indiscriminata, a favore dei respingimenti e della redistribuzione, ma qui, Salvini non può non saperlo, i suoi potenziali alleati, in particolare i paesi del gruppo di Visegrad, di redistribuzione non vogliono sentire neppure parlare. Comunque, la proposta di Salvini non è soltanto pubblicitaria. È una sfida diretta e frontale all’Unione Europea com’è. Con tutta la sua, nota e criticabile, inadeguatezza, l’Unione Europea è stata fino ad oggi il luogo istituzionale e politico nel quale gli Stati-membri hanno affrontato e risolto problemi e crisi (da ultimo, quella economica originatasi negli USA nel 2207-2008) e hanno, in sostanza, non solo garantito la pace, ma prodotto prosperità. La Lega delle Leghe di Salvini vorrebbe che ciascuno Stato riacquisisse parti cospicue della sua sovranità, che non è stata, come sostengono i sovranisti, perduta o espropriata, ma consapevolmente ceduta alle istituzioni comunitarie. Per questo, lasciando da parte il troppo vago aggettivo populista, epiteto senza contenuti, è opportuno definire sovranisti coloro che intendono riprendersi poteri ceduti all’Unione (anche in materia di moneta unica). Nell’attuale profonda difficoltà dei partiti di sinistra europei, oggi nel gruppo parlamentare Alleanza dei Democratici e dei Progressisti, e nelle tensioni interne ai Popolari che, per esempio, non osano sanzionare né il partito di Orbàn per le costanti violazioni dei diritti dei suoi cittadini né i Popolari austriaci per avere fatto il governo con Liberali di credo leghista, perché perderebbero la maggioranza relativa nel Parlamento Europeo, la Lega delle Leghe è in condizione di aspirare a diventare il gruppo parlamentare di maggioranza relativa. Acquisirebbe così la prerogativa di designare il prossimo Presidente della Commissione Europea. Alcuni commentatori minimizzano sostenendo che la Lega delle Leghe non distruggerebbe l’UE. La ridefinirebbe facendone un’Europa delle nazioni, come avrebbe voluto de Gaulle. Sarebbe certo una delle ironie della storia che proprio un’esponente della famiglia Le Pen, acerrimi nemici del Generale, ne attuasse la politica. Al contrario, l’esito di una vittoria della Lega delle Leghe sarebbe la disgregazione dell’Unione, con i sovranisti ciascuno alla ricerca del suo tornaconto immediato. Al momento non s’intravede minimamente la risposta degli europeisti.
Pubblicato AGL il 6 luglio 2018
Il Ministro straripante e l’opposizione afona
I risultati dei ballottaggi “amministrativi” del 24 giugno sono ancora più netti e più incisivi di quelli delle elezioni politiche del 4 marzo. Sull’onda del governo in carica, delle prime prove di alcuni ministri, a cominciare, ovviamente, dallo straripante Ministro degli Interni Matteo Salvini, e delle esitazioni dei neo-ministri delle Cinque Stelle nonché della pratica scomparsa del Partito Democratico dalla scena dell’azione e della comunicazione, un po’ dappertutto i candidati dei “verdi” (la Lega) e dei “gialli” (il Movimento Cinque Stelle) ottengono, rispettivamente, ottimi e buoni risultati. Lo sappiamo che quando votano per i sindaci gli elettori sono consapevoli che la posta in gioco è il governo della loro città nei prossimi cinque anni. Sanno anche, però, che quel governo e quel sindaco saranno comunque influenzati e condizionati da quello che succede a livello nazionale. Per esempio, il numero di immigrati che si troverà nei loro comuni dipende, in buona parte, dalla capacità di controllo all’ingresso fatta valere a livello nazionale. Sanno che la crescita dei posti di lavoro a livello locale è un fenomeno che un buon governo, un buon ministro e buone politiche può agevolare. Quegli elettori hanno anche visto e sentito che il Partito Democratico rivendica successi passati, che per molti di loro non sono affatto stati tali, ma non ha nessuna proposta innovativa, solo critiche, per quanto fa, peraltro finora poco, il governo debuttante. Hanno, poi, quegli elettori deciso di convalidare, anche a livello locale, la decisione presa da Renzi , collocando il PD all’opposizione.
Sono così cadute tre città toscane: Massa, Pisa, Siena, e una città della Romagna, Imola, dove nel 1882 fu eletto al Parlamento il primo socialista Andrea Costa e che è stata governata dalla sinistra ininterrottamente dal 1945 a ieri. Questi sono i casi più clamorosi delle sconfitte del PD a fronte qualche volta della Lega, qualche volta del centro-destra, qualche volta del Movimento Cinque Stelle. Mi limito a due casi emblematici (ricor)dando i numeri che spesso sono più significativi delle percentuali. A Pisa il candidato della Lega sconfigge il candidato del PD guadagnando fra il primo turno e il ballottaggio quasi sette mila voti , dei quali, con tutta probabilità, tre mila provengono da elettori delle Cinque Stelle. A fatica cresce il voto anche del candidato del PD che raccoglie le membra sparse di parte della sinistra, ma rimane sotto di duemila voti. A Imola, mentre la candidata delle Cinque Stelle, in svantaggio di più di tremila voti al primo turno rispetto alla candidata del PD, riesce a fare praticamente il pieno dei voti espressi dai leghisti passando da nove mila a quasi sedici mila voti, la candidata del PD addirittura perde quasi trecento voti non scollandosi dai dodici mila e settecento raccolti al primo turno. Qui sta la considerazione generale: il PD non trova alleati, non vuole e forse non sa fare coalizioni. Ricorrendo al titolo di un famoso romanzo di Osvaldo Soriano, il PD è triste, solitario, y final, probabilmente giunto al termine della sua travagliata traiettoria poco più che decennale.
Anche le Cinque Stelle debbono sentirsi un po’ tristi, appena rallegrate dalla conquista, oltre che di Imola, del feudo già democristianissimo di Avellino. Solitarie non possono più essere con la loro esperienza di governo con la Lega oramai iniziata, ma, certo, i primi frutti ancora non si vedono. Stanno andando quasi tutti alla Lega che, per ricorrere al politichese, può tenere aperti due forni: quello attuale con le Cinque Stelle, quello di riserva, con il resto del centro-destra, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Dal voto dei ballottaggi, in effetti, esce rafforzato il polo leghista del governo giallo-verde. Lasciando che molti analisti si affannino a cercare contraddizioni e controversie nel governo, gli elettori hanno premiato il molto loquace Salvini, dato qualche premio di incoraggiamento al Movimento Cinque Stelle e detto che l’opposizione del PD è molto, troppo afona.
Pubblicato AGL il 27 giugno 2018